sabato 26 dicembre 2015

Il gomito dell’idealista


Se hanno avuto la giusta intensità e l’esatto peso, certi momenti rimangono nella loro consistenza per sempre. Il momento di cui voglio parlare, non so bene se capitò proprio a me. Diciamo che mi capitò, e al tempo stesso non mi capitò. Perché nella sua preziosità, deve rimanere ovattato fra i ricordi, come se facesse parte di un sogno stralunato. 

A tutti piace ricordare le cose del proprio passato, come fossero ammantate da un sottile velo di leggenda. E’ una buona pratica di “ecologia della mente” (gli estimatori e studiosi del grande Gregory Bateson mi scuseranno se prendo in prestito indegnamente questa sua bellissima espressione). “Mitologizzare” i ricordi può comportare anche certi rischi. Ma se lo si fa con grazia e misura, aiuta a distogliersi dalla convinzione, che subdola spesso s’insinua, di aver buttato via tutta, ma proprio tutta, la propria vita.

All’epoca andavo in terza liceo (scientifico: scuola frequentata nei miei anni di nutria giovanile). Quello della terza liceo fu un anno molto particolare. S’incastona nel monile della mia memoria come un periodo di semi-anarchica e pseudo felice svagatezza dell’essere. La prima e la seconda erano state difficili. Il passaggio dalla care medie paesane, ai rigori della scuola cittadina, si era rivelato duro. Ci vollero giusto due anni, per incassare il colpo. La quarta e la quinta, sebbene in altro più variegato modo, furono anch’esse problematiche. 

La terza invece si manifestò tra i marosi adolescenziali come una piccola boa serena. La scuola era divisa in due sedi, allora. Dalla terza in poi si passava in un pittoresco e antico edificio disposto su chiostri, decadente quel che bastava per creare un clima da bohème dei brufoli. Nemmeno la mala-scuola, neppure il terremoto, riuscirono quell’anno a infrangere un certo sentimento di trasecolata giocosità, diffuso in aula.

La mala-scuola provocò una sarabanda senza fine di sostituzioni di professori (soprattutto di italiano e latino), ma non riuscivo a vedere la cosa diversamente dall’opportunità di conoscere nuovi aspetti delle materie, spiegate da diversi punti di vista.

Il terremoto “tirò” davvero, non parlavo in senso figurato. Per fortuna di pomeriggio, mentre ero lontano dalla città, a fare tiri a canestro, sul campetto da basket di Gillipixiland. Il controsoffitto dell’aula rovinò tutto sui nostri banchi, regalandoci tre giorni di vacanza e poi il trasferimento in un’aula ancora più “topacchiosa” e folcloristica.

In terza liceo conobbi il professore e le materie che mi cambiarono la vita. Il professore era quello di storia dell’arte. Le materie: storia dell’arte, naturalmente; latino, che conoscevo già dalla prima, ma ne divenni consapevole in terza; e filosofia.
In terza liceo scattò poi il confronto con i “grandi”. I ragazzi e le ragazze di quarta e quinta erano ai miei occhi ormai “quasi uomini”. Ma soprattutto, “quasi donne”. In quelle giornate mi innamoravo a nastro continuo. Avevo scoperto il taylorismo dell’infatuazione. Avrei voluto fidanzarmi con una ragazza nuova ogni ora. Nella somma indecisione, non mi fidanzavo con nessuna. 

Ero il coatto idealista della cotta. Non che allora non pensassi alle ragazze in tutta la loro completezza di esseri sensuali definiti e precisamente accessoriati. In questo ho sempre avuto un potentissimo spirito di osservazione e un “occhio di lince” micidiale. Che le ragazze fossero diverse, molto diverse nel fisico, rispetto ai ragazzi, me n’ero accorto già da tempo. Ma alla fine una sconfinata timidezza “orsesca” mi induceva a innamorarmi di cento, e parlare con nessuna. 

Il metodo aveva anche i suoi vantaggi. Mi potevo innamorare anche delle più irraggiungibili; anche di quelle che avevano già il moroso più tignoso e pugnace (nel senso che un pugno sul naso sarebbe stato garantito); anche delle strabelle da sogno, delle super curvose “ad abundantiam”. In senso “idealizzato”, potevo fidanzarmi con tutte. In questo modo, a parte l’irrilevante dettaglio che loro non ne erano al corrente, e il vantaggioso aspetto che io non ero geloso dei fidanzati ufficiali, le nostre storie funzionavano a meraviglia.

Una di queste eccelse vette amorose rimirate dal basso della mia pianura d’orso, solo con l’ausilio del binocolo, era appunto una ragazza “grande”. Lei faceva la quarta, e per quell’anno fu la mia Monna Lisa, la Beatrice tascabile, la Laura sognata, la Eva Kant del mio “diabolikeggiante” “si guarda ma non si tocca”.

L’assoluta irrealizzabilità, non dico di una fantascientifica storia d’amore, ma anche di un semplice scambio di parole con lei, in qualche modo esaltava il mio eroismo di “fidanzato in incognito”. Avrei avuto più possibilità di uscire a cena con Afrodite-Venere in persona, che riuscire a pronunciare una parola guardandola negli occhi. Mi bastava avvistarla in fondo al corridoio, nell’intervallo, e subito udivo ai miei piedi un buffo suono familiare: «…Tlin, tlin, tlin!!!...». Niente di grave: erano soltanto le mie pupille, inopinatamente cadute “a rimbalzello” sul pavimento.

Era bella. Bellissima. Nella mia classifica estetico-muliebre di sbarbatello pluri-findanzato immaginario, era un gioiello femminile puro. Alta, slanciata, sinuosa, capelli mori lunghi, un ovale del viso molto delicato, occhi come specchi nel salone luminoso della sua dolce espressione. E andando giù, tutti gli argomenti necessari a far immaginare una messe di letizie e giocondità nascoste, tutte da mietere in festosa attitudine, una volta conquistato il diritto di accedervi con l’opportuno “falcetto della gioia” (se non fosse stato per l’annosa avversione della Confagricoltura, nei confronti di noi grandi inventori del teorico marchingegno amoroso).

L’anno di terza si srotolò fra le tante altre cose, anche col lieto sottofondo di queste occasionali folgorazioni rapite, che l’inarrivabile visione del “meta-fisico” di lei mi regalavano. Fino a quando, in primavera venne il tempo della gita. La meta prevista: Gubbio, Perugia e giù di lì. La classe che ci avrebbe accompagnato (…oh sommo stupore e meraviglia!!! Siano lodati gli dèi del fidanzamento unilaterale!!!...), proprio la classe di lei. Vi risparmio il racconto di tutte le occasioni in cui volai a due spanne da terra, con le nuvolette sotto i miei passi, ogni volta che la potei ammirare in quei giorni di gita. E vengo all’episodio cruciale della storia.

Era prevista una visita in un qualche museo. Non ricordo più bene quale. Mi pare fossero esposte cose etrusche e romane. C’erano bellissime vetrine di bronzi, monili e oggetti domestici antichi, e ci accalcavamo tutti intorno per osservare i dettagli, allungando i colli verso le sfumature più fini. La visita mi stava prendendo parecchio. Ero davvero immerso nella contemplazione di quei pezzi così carichi di storia e di vetusto fascino. Mi estraniavo un po’, quasi dimenticando di avere a fianco e alle spalle tutti i compagni di classe, quelli della mia, e i più grandi di quarta. 

Mi ero giusto chinato per soppesare qualche piccolo tesoro oltre il vetro, e quando mi risollevai, non so perché, forse per ristabilire l’equilibrio nella postura eretta, spinsi leggermente i gomiti indietro. Il luogo dove andò a cozzare il mio gomito sinistro (lo ricordo come fosse ora), apparteneva alla porzione più morbida di universo con cui abbia mai avuto a che fare. 

Si trattava niente meno che di una tetta di “lei”. Se non vado errato, la tetta destra.

Meraviglia, stupore, beatitudine suprema, superamento ultra-sonico della barriera del giubilo superlativo!!! E al tempo stesso: precipizio, sprofondamento, impudico e rovinoso crollo nelle grotte più buie dell’imbarazzo!!!

Un misto concentrato a mille, di sensazioni e emozioni mi passò attraverso per il gomito, risalendo lungo il braccio, andando a invadere la mente e poi tutto il resto fisico di me stesso. 

Quello che seguì non fu meno stupefacente e denso di meraviglia. Anziché disappunto o fastidio, sul suo viso si dipinse soltanto il più splendido candore. Quasi un moto di scuse, per essersi appressata troppo. In una frazione di secondo, quel viso che per me era allora l’incanto fatto ragazza, accolse una rassegna delle sue espressioni più belle: dolcezza, lieve impaccio, simpatia radiosa e anche un pizzico, remotissimo (ma forse ero solo io che così me lo volevo immaginare) di complicità.

Poi non successe nulla, ovviamente. Non ci dicemmo parola. Io continuai a essere suo fidanzato ignoto, e la scuola pian piano finì, anche con buoni voti. L’estate portò nuove e più articolate teorie del fidanzamento sublimato, e questo mi fece un po’ divagare su altri soggetti amorosi. Ma quell’anno lo serbo sempre nel cuore, come l’anno di una scoperta meravigliosa: il mondo aveva voluto rivelarmi una delle sue verità più preziose. Ossia, che le tette sono morbide da impazzire.



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