martedì 14 giugno 2016

"Un pensiero al giorno" 79 - "Cose che capitano alle nutrie"

"Un pensiero al giorno"

79 - "Cose che capitano alle nutrie"

Era un'umida giornata dello scorso inverno. Me ne stavo seduto al bancone del bar, sorseggiando un bicchierino di grappa e rimirando i pochi metri di piazza lasciati liberi dalla nebbia.

D'improvviso, si apre piano piano la porta d'ingresso e vedo entrare una pecora col cappotto. I pochi avventori del locale hanno sgranato due occhi così. Il torpore generale di pochi istanti prima era scivolato via di dosso a ognuno come una patina di brina svaporata sotto un rovente mezzogiorno d'agosto, con la meraviglia di tutti che schizzava alle stelle.

Dovevo ammettere che non si vede tutti i giorni una pecora in cappotto entrare con perfetta postura eretta in un bar. Forse nemmeno in dieci secoli. Addirittura, neanche in mille anni e tre giorni, se si aggiunge che quella pecora, non solo entrava nel bar, ma si sedeva a sua volta al bancone e, battendo con decisione uno zoccoletto sul medesimo, schiarendosi la voce, si rivolgeva al barista dicendo: "...Un grappino anche a me, per favore...mi serve proprio, con l'umido che c'è in giro...".

La parte inferiore del viso finì col collassarmi lievemente verso terra per impulso "gravitazional-stupefattivo" e la pecora, che mi aveva rivolto un'occhiata nell'attesa del suo bicchierino (il barista, quasi in trance, non aveva osato venir meno all'ultra-realistica ordinazione), scambiò il mio cedimento mascellare per un accenno di interlocuzione.

"...Lo so, lo so..." si premurò di anticiparmi l'inusuale incappottata, "...non s'incomodi nemmeno a parlare, so già cosa vuole dirmi: Una pecora col cappotto non si è mai vista nemmeno in mille anni e tre giorni...".

Io, un po' che non volevo darle soddisfazione, un po' per mia naturale tendenza a difendermi dalle stranezze della vita con contromosse normalizzanti, ho rilanciato in contropiede: "...Veramente a me non importa molto se i dieci secoli son seguiti da tre, quattro o cinque giorni...sono un tipo capace di aspettare, ho pazienza e apprezzo il valore dell'attesa...quello che mi chiedevo piuttosto è come fa a indossare un cappotto di tessuto acrilico...mi sarei aspettato più un qualcosa di montone, o un'autoproduzione con la sua lana...".

"...Non sono qui per trattare questioni personali o familiari..." ribatté con ferma gentilezza la pecora, "...sono venuta invece al bar sperando di parlare un po' di filosofia con qualcuno...".

La conversazione con la pecora iniziava a garbarmi parecchio. E così a mia volta ho provato ad assecondarla. "...In effetti..." le ho detto, "...sa che la prima cosa che m'è venuta in mente appena l'ho vista entrare, ancor prima di pensare al cappotto, sono state la tesi di David Hume?...".

"...Ah!...Bellissima quella parte dell'empirismo inglese..." si è esaltata la pecora, "...la messa in crisi del principio di causalità...giusto giusto il mio caso...non è detto che, se per mille anni e tre giorni una pecora in cappotto non è mai entrata in un bar a ordinare un grappino, il millesimo e quarto giorno non possa succedere...non sono forse qui io a dimostrarlo pienamente?...".

La pecora mi stava sempre più simpatica. Allora ho voluto farglielo capire con un'annotazione dal vago tono scherzoso, e sorridendo ho chiosato le sue parole: "...Dimostrazione ancor più efficace se la pecora in questione veste in acrilico...".

"...Behehehe...beh...beh..." ha sogghignato compiaciuta la pecora, mentre iniziava anche a sorseggiare il suo grappino, nel frattempo posato sul banco dal barista (piccola digressione tecnica: il distillato era stato servito in un apposito bicchierino da pecora, dotato di piccola asola laterale per infilare la zampetta ovina ungulata, conservato da mille e quattro giorni, e tramandato di generazione in generazione dalle famiglie di osti del paese).

Insomma, ho passato una bella oretta con la pecora a parlare di filosofia e mi son sentito bene. Argomentava proprio con eleganza, era un piacere starla a sentire, e anche interloquire con le sue idee. Abbiamo convenuto sul possibilismo dell'inusuale, sulla nobiltà dell'accader di rado, sull'assoluta bellezza dello strano e sulla ricchezza di valori insita nello stuporoso.

Alla fine, ho scoperto che la pecora abita non molto distante da casa mia. Così abbiamo fatto anche la strada insieme per rincasare, conversando ancora un po'. Quando mi ha salutato sul cancello di casa (una villetta ben curata, con giardino tutto bello brucato), la pecora mi ha dato appuntamento all'indomani, per una nuova discussione di filosofia al bar. E prima di congedarsi, mi fa: "...Se non mi riconosci subito, ti avverto già da subito che domani mi metto il loden color cammello...".

Ma la cosa più buffa era successa nel lasciare il bar. Non eravamo ancora usciti dalla porta, che alle spalle ho sentito il gran tramestio degli altri clienti che si avventavano sul bancone (e qui ho finalmente capito perché li chiamano avventori), tutti ordinando con gran concitazione: "...Barista! Anche a me un bicchierino di quello che hanno bevuto la nutria e la pecora!!!...".


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