domenica 2 gennaio 2011

"Il maledetto compito"


«...Perchè nel libro segreto dei miei ricordi il sabato pomeriggio e la domenica mattina saranno così lieti e assolati, mentre il pomeriggio della domenica sarà così cupo, uggioso, triste? Sarà il ricordo del compito per casa a darmi quell'angoscia che mi porterò dietro per tutta la vita.

Trascorrerò due anni in campo di concentramento, e più di un anno in prigione: là tutti i giorni saranno uguali e non avranno nome. Non esisteranno calendari, ma io sentirò quando sarà domenica. E se in vecchiaia odierò il pomeriggio della domenica e lo sentirò pesare sulle mie spalle, la colpa sarà del compito per casa. Del compito che mi aspettava al varco, la sera della domenica quando avevo terribilmente sonno.

[...] E quando successivamente si parlerà di abolire i compiti delle domeniche, stanerò dal suo angolino quel ragazzino con i capelli alla Bebè e gli mostrerò il giornale: lui leggerà sillabando i titoli "Niente compiti alla domenica" e, guardandomi con grandi occhi rotondi: "Anch'io?" mi domanderà con ansia.

"Tu no, povero Giovannino" gli risponderò. "Per te è troppo tardi. Fino al giorno in cui io vivrò e tu dovrai vivere nel mio vecchio cuore, avrai ogni domenica il tuo compito da fare".

(La nostra fanciullezza non muore, vive perennemente in noi e diventa sempre più viva col passare degli anni. Quando il compasso chiuderà il cerchio, l'ultimo punto è più lontano ma è anche il più vicino perchè coincide con esso).

Il ragazzino mi guarderà coi suoi occhi pieni di angoscia. "Giovannino" gli dirò "torna nel tuo angolino in fondo al mio vecchio cuore. Oggi è domenica, la sera sta cadendo e tu devi fare ancora il compito".
"Il maledetto compito" preciserà perchè ci conosciamo a fondo e ha confidenza in me...»

"Chi sogna nuovi gerani?"
Giovannino Guareschi - 1993


venerdì 31 dicembre 2010

Discorso a reti unificate


Cari amici viandanti per pensieri, illustrissimi lettori e popolo gilipixiano tutto, abbiamo un altro anno sul groppone!
«...E grazie al ca...» obietterete senz'altro voi.
No lo so, era solo per dire che la cosa non deve cagionarvi più di tanto disappunto, ma nemmeno può essere fonte di eccessivo entusiasmo.
Diciamo che ce lo teniamo, e tutto lì.

Per quanto riguarda me personalmente, questo 2010 non ha fatto interamente schifo. O meglio, non si può negare che la situazione generale in cui ci ritroviamo è una discreta chiavica, ma se uno si arrabatta un po' a colpi di fantasia e sopportazione, può venirne sempre fuori con un mezzo sorriso sulle labbra.

Lo scorso anno mi dilettai a vaticinare sulla base della sagoma numerologica dei nuovi 365 giorni entranti. Dissi che il 2010 sarebbe stato più simpatico, per via di quel grassottello del numero "zero" che si ritrovava sulla sua coda. Ora, se tanto mi dà tanto, a vedere il 2011 per iscritto, ci sarebbe da stare poco allegri, con quel suo duplice "uno" puntuto che non consiglia di voltargli troppo le spalle.

Ma siccome l'arte dell'aruspice è basata sulla solida regola tramandata dagli antichi, riassumibile nella preclara massima: «...facìmme 'n po' come minchia ce pare a noi...», mi posso sbilanciare anche stavolta sulla previsione di risvolti positivi desumibili dalle fattezze grafiche dell'anno a venire.

Quei due piccoli "uno" nella seconda metà della cifra, non sono infatti da vedere come minaccia di eventuali punture retroattive di scarsa gradevolezza inferte dalla sorte ai malaugurati raccoglitori di saponette, bensì li possiamo interpretare come solidi sostegni ai quali potremo appigliarci nel nostro cammino lungo l'anno, con il vantaggio di avere anche il riparo delle piccole tettoie offerte dai due "baffetti" sulla cima dei numeri.

Questi graziosi ombrellini potranno rivelarsi oltremodo utili, perchè, come direbbe il sergente Hartman, nella vita, si sa, è sempre un attimo vedersi piovere sulla testa uno scroscio di materia organica anfibia, altrimenti nota come mer...«...Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d'orto...».

Va beh, per farla breve, queste tre fregnacce erano solo una scusa per augurare a tutti voi, cari amici viandanti per pensieri, un buon 2011.
E per rinnovarvi il mio più profondo grazie per la pazienza che dimostrate nel leggere le mie cose. Se fosse possibile, vi abbraccerei tutti, ma vedendo l'impresa piuttosto ardua, mi limito a portarvi il saluto del mio amico "cane da mano".


Ancora tanti auguri e...ricordate sempre: «...Alègher, alègher, che'l b. del c. l'è semper nègher!..»


giovedì 30 dicembre 2010

Il discorso della pigna


Ad essere un campagnolo timido, con la voce bassa e la testa fra le nuvole, a volte ci si guadagna.

Ad esempio: avete presente quelle persone che quando imbastiscono un dialogo sono convinti di emanare dalla propria bocca le sentenze più sopraffine, le verità più incontestabili ed imprescindibili, quasi fossero novelli ciceroni o un Demostene redivivo?
Quelli che il verbo “ascoltare” lo hanno cancellato dal proprio vocabolario, se mai un tempo ne avevano colto il significato.
Quelli che scambiano il concetto di dialogo con una sbirciatina verbale all’indirizzo di un individuo fatto specchio, che poi sarebbe l’interlocutore, il cui compito è esclusivamente quello di riflettere le loro preziosissime parole…

Ecco, se sei un campagnolo timido, disponi della naturale difesa per stanare i peggiori fra questi individui. L’unica cosa da fare è cercare di inserirsi nel dialogo col proprio flebile tono vocale.

Se dall’altra parte vengono concessi spiragli attraverso cui poter introdurre anche qualche proprio ragionamento, vuol dire che ci troviamo di fronte ad una persona meritevole della nostra compagnia. In quel caso si sente la disponibilità al dialogo, sintomo di ben più vaste aperture d’animo della persona in questione.

Se invece il granitico muro della favella erige inesorabilmente la diga insormontabile dell’egocentrismo oratorio del tizio che ci troviamo di fronte, non resta altro che lasciar sfogare la marea, pensando fra sé e sé «…dai su, vecchio idiota, finisci alla svelta il tuo comizio…», e chi s’è visto s’è visto.

L’operazione riesce meglio al campagnolo spensierato “ipotonale” (ossia non dotato di timbro particolarmente stentoreo).
Nel primo caso infatti, se chi abbiamo di fronte è disposto a concedere ascolto persino ad un siffatto esemplare di bizzarra umanità, significa che è veramente persona degna di approfondimento amicale.
Nel secondo caso invece, il “blablatore” mono-direzionale impegnato ad infarcire il medesimo campagnolo con la sua sapienza suprema, non si accorgerà di nulla, visto il rintronamento causato nella sua scatola cranica dal concettoso tramestio senza via di fuga che ivi vi alberga.

Ma non era questo ciò di cui vi volevo parlare oggi. O meglio, la svagatezza campagnola c’entra sempre, ma applicata ad un altro tipo di discorso.
Il campagnolo sempre perso fra i suoi vacui pensieri infatti può anche godere del piacere degli stupori rurali, con molta più efficacia di quanto non capiti agli altri abitanti delle lande agricole.

Andando infatti sempre dietro al proprio peregrinare concettuale, il campagnolo fluttuante fra le idee finisce per non guardarsi troppo intorno, quando si aggira nel suo habitat campagnolesco. Così va a finire che un bel giorno, si accorge con meraviglia che su una pianta in giardino, ben fissata al suolo con le proprie radici da almeno 30 anni, si è manifestata una sorpresa vegetale per lui inedita.


«…Cosa sarà mai?...» si domanda con giocosa sospensione del giudizio il rannuvolato campagnolo, interrompendo per alcuni istanti il proprio naturale labirinteggiare nei meandri della propria bacata immaginazione. «…Possibile aver avuto sotto il naso tale espressività arborea tropicaleggiante e non essersene mai avveduti in tutto questo lasso di tempo? Si tratterà forse di uno sbango, di una sbabaya, di un frutto della pensione?».
Per essere bizzarra, la curiosa protrusione fruttifera in questione, è bizzarra senz’altro. Si può dire che sia dotata di squame, ma non squame qualunque: praticamente squame leggermente grassottelle ed uncinate. Quella piccola espettorazione di rossicci confetti che presenta sulla punta, suggerisce poi quasi un effetto speciale cinematografico studiato per un nuovissimo film di fantascienza prossimamente sugli schermi: «Alien contro i contrabbandieri di M&M’s».

«…Ma che frutto sarai mai, insomma…Sarà una noce di porco, sarà uno sbananas, oppure un magistrado? (Aahhahaah…teribbile questa!!!) …».

«…Ma no…» realizza dopo alcuni istanti lo stupefatto campagnolo, «…è semplicemente una pigna della cara e vecchia magnolia. Stai a vedere che pure io mi sono comportato con lei come fanno quei conversatori monodirezionali che criticavo in apertura: mi ha parlato per anni con questi suoi variopinti discorsi discreti, e io non l’ho mai ascoltata…».



mercoledì 29 dicembre 2010

La topa di Munchausen


Svariate volte mi sono divertito a punzecchiare l’atmosfera consumistica in cui praticamente tutti siamo calati fino al collo.

Non è che non mi renda conto che si tratta di un’operazione piuttosto facile, tanti e tali sono i difettosi spiragli attraverso i quali la mercificazione della vita moderna offre il proprio fianco miseramente scoperto.
E non è che non comprenda come queste critiche paghino un notevole tributo metaforico alla celeberrima immagine del barone di Munchausen, che pretendeva di cavarsi d’impaccio dalla risucchiante palude in cui s’era cacciato, issandosi con una sua propria mano appigliata al proprio stesso codino.

Capisco benissimo tutte queste cose, ma il fatto è che prendere un po’ per il culo il consumismo (e non ho detto “fondelli”…) è divertente. Soprattutto se lo si fa depurando la nostra visione da quel filo di ipocrisia quasi inevitabile in simili considerazioni.
Dentro al sistema cosiddetto consumistico ci sono nato e cresciuto, mi ha regalato anche tante belle cose (perché non ammetterlo?), ha fatto parte, nel bene e nel male, della mia vita, è stato persino scenario di fondo dei miei affetti, in qualche modo ha influenzato, volente io o nolente, i miei percorsi, le mie scelte.

Una sana presa per il culo del consumismo ha dunque per me più lo scopo di mettere in guardia dai suoi eccessi, di tenere sul chi vive riguardo ai suoi estremi. Incazzarsi per le assurdità consumistiche è doveroso, se questo può servire da viatico verso un atteggiamento più consapevole del valore delle cose e del loro utilizzo.

Le “cose” hanno una loro bellezza: essa merita il nostro affetto e la nostra salvaguardia. In questo senso dovremmo vedere le “cose” più come delle compagne di viaggio nella nostra avventura materiale in questo mondaccio, piuttosto che non alla stregua di entità votate al mero consumo (ci tengo a sottolineare l’uso del “piuttosto che” in senso “esclusivo”, com’è corretto in italiano: «…Chi usa il “piuttosto che” in senso “alternativo”, “opzionale”, avvelena anche te: digli di smettere…»).

Fatta questa doverosa premessa “sociologico-papponizzante” (che per altro, lascia un po’ il tempo che trova: nuvoloso, tendente a piovere mer…meringhe…), oggi volevo raccontare come talvolta mi succeda di cadere in pieno, e senza saper opporre difesa alcuna, nella rete consumistica, abboccando all’amo mercificatore come un vero e proprio pescegatto blandito a furia di pastura pubblicitaria.

Insomma, per farla breve, mi son comprato una topa.

Ecco, no, ferma…andiamoci piano con i frettolosi fraintendimenti dettati da erronea interpretazione dialettale. Col termine “topa”, nel dialetto di Gillipixiland, non s’intende solamente la trilatera matassetta pilifera, oggetto oscuro (ma non è sempre detto: dipende dalla “natural livrea” della padroncina…) del desiderio maschile. O meglio, si può intendere pure quella.
In gillipixilandese stretto, con “topa” viene indicato anche il tipico copricapo sovietizzante in pelo, il russevole coperchio pelliccioso, il colbacco insomma. Era “lui” il personaggio “misterioso” che mi ha aiutato nel farvi gli auguri di Natale, dalle rive del fiume (e Antonella aveva simpaticamente ipotizzato giusto…).

Non a caso in apertura di articoletto ho parlato di consumismo. Questo mio acquisto non è stato dettato altro che da un puro sfizio consumistico. La necessità di un colbacco dalle mie parti risulta infatti pari a quella percepita da una famiglia di esquimesi per un impianto dell’aria condizionata da installare nel loro igloo.

Fatto sta che di tanto in tanto, se vivi in questa società, un tributo al consumismo più folle, lo devi pur pagare. Il consumismo possiede questa inusitata forza ammaliante, in virtù della quale, ad un certo punto, senti di non poter più vivere fino a quando l’oggetto campione dell’inutilità mondiale non sarà tuo.

Qual era la cosa più eccessivamente inutile di cui sentivo l’estrema necessità a questo punto della mia vita, perché essa potesse proseguire con regolarità?
Presto detto: una “topa” (sempre in accezione gillipixilandese; nell’altra accezione cespugliosa e triangolare, mi sarebbe piuttosto utile, ma questo è un altro discorso).

Però se di gesto consumistico doveva trattarsi, meritava che lo fosse fino in fondo. E spiegandovi ora le modalità del mio toccare il fondo consumistico, nel prosieguo di narrazione, vengo a tranquillizzare anche tutti gli amici degli animali.
Perché la mia topa è sì di pelliccia realmente appartenuta ad un animale, ma allo stesso tempo, non è di pelliccia vera, e soprattutto non è stata portata via a nessun animale.

Ma com’è possibile un simile prodigio, vi domanderete?

Dovete sapere che questo colbacco, dietro mio interessamento personale riguardo alla questione (non so se serve sottolinearlo, ma ad ogni modo vi avverto che da questa frase in poi sparerò fregnacce grosse come dei condomini…), è in puro pelo di «Er Zebù».

Er Zebù è una simpatica bestiola che vive nelle campagne romane. È molto difficile e raro avvistarlo, anzi, praticamente è impossibile, perché ha un carattere molto schivo, anche a causa di una sua peculiarità naturale: Er Zebù è infatti privo di pelliccia e si vergogna ad andare in giro nudo.

Cos’ha dunque pensato questa illustre ditta di abbigliamento (non faccio nome per evitare pubblicità e per questo immagino la ditta mi ringrazierà tantissimo) dalla quale mi sono fornito della mia topa?

Alcuni suoi incaricati si sono recati in ambasciata da Er Zebù, convincendolo, non senza difficoltà nel superare la sua proverbiale ritrosia, ad indossare delle pellicce confezionate appositamente per lui. Queste pellicce sono rigorosamente ed interamente in poliestere ed acrilico. Er Zebù si è detto subito entusiasta dell’idea («…Grunf, grunf…» ha dichiarato), passando subito parola ai suoi simili, “Li Zebù” (già, è strano, ma Er Zebù al plurale diventa proprio Li Zebù).

Li Zebù, sfoggiando con eccitazione la loro nuova pelliccia, sono diventati anche meno sfuggenti di carattere. Non che ora si lascino avvicinare dall’uomo più di prima, ma almeno si incontrano in gruppetti nelle loro tane, per fare una briscola o bere un goccio in compagnia, grunfeggiando del più e del meno. La pelliccia insomma ha migliorato la vita sociale de Li Zebù.

Alla fine di ogni stagione fredda, Li Zebù riconsegnano poi volontariamente le pellicce agli addetti della ditta di abbigliamento. Questa restituzione pilifera primaverile è divenuta quasi un rito festoso e naturale per Li Zebù, un momento che segna i passaggi stagionali della loro lieta vita di bestiole ritrose, tanto che quel momento è stato addirittura battezzato con un suo specifico nome: Li Saldi.

Dalle pellicce indossate e poi rese da Li Zebù, si ricavano successivamente capi di vestiario per gli umani, come appunto la mia topa. Per tutta la stagione calda, Li Zebù non si lagnano adesso più di tanto dell’assenza di pelame corporale, anzi, ora scorrazzano lieti nel proprio habitat naturale comprendendo meglio quanto sia pratica la nudità, che ritorna molto comoda quando dietro un cespuglio o alle fonti di un ruscelletto, incontrano leggiadri esemplari de Le Zebù, le graziose femmine della loro specie.
Tanto poi sanno che ad ogni nuovo autunno, potranno ritirare la pelliccia invernale nuova, sempre per interessamento della medesima ditta, ed eventualmente anche piccole pelliccette su misura per i nuovi cuccioletti de Li Zebù nati nel frattempo.

Ecco allora spiegato l’arcano, riguardo alla pelliccia del mio colbacco: è realmente appartenuta ad un animale, Er Zebù; non è vera, ma sintetica; e soprattutto non è assolutamente stata portata via, bensì donata di buon grado da Er Zebù in persona, in occasione de Li Saldi.

Ora ditemi voi, cari amici viandanti per pensieri, se potevo compiere un gesto consumistico più nobile di questo, talmente privo d'effetto per gli umani da scatenare un’utilità immaginaria per una bestiolina inesistente...

E’ bello, sapete, andarsene in giro per le strade della città, sfoggiando “totòepeppinescamente” il proprio colbacco di Er Zebù, con la stessa trasognata decontestualità ostentata dai due comici partenopei al loro approdo nella stazione centrale di Milano.

E poi questa cara topa è anche il miglior promemoria possibile per tenere a mente l’essenza stessa del sistema consumistico: arrivato a casa, me l’afferro per il suo dietro, la traggo in alto velocemente e ogni volta mi accorgo che nel mondo dei consumi, per ora, ci rimango sempre ben immerso dentro.

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(…Nella foto di apertura, potete ammirarmi mentre sfoggio la mia topa di Er Zebù, sotto lo sguardo sconsolato di un James Dean che rimpiange i bei tempi andati in cui la gente aveva ancora il pudore di bruciarsi solamente la gioventù…).



martedì 28 dicembre 2010

A pesca di venustà linguistica


Amare il linguaggio significa sapersi mettere in ascolto delle sue sfumature più sottili. Non è sempre una questione di facile accessibilità, ma le volte che mi accade di pigliare all’amo un dettaglio linguistico non banale, una sottigliezza espressiva non immediatamente evidente, provo sensazioni di gioia diffusa e profonda.

In quei frangenti si afferra veramente una soddisfazione non paragonabile a nessun’altra inclinazione gratificante dell’animo. Per riprendere una cara metafora già visitata in altre occasioni, quello che mi capita è percepire il linguaggio come vero e proprio prolungamento (o “protesi”, con termine forse meno elegante…) non solo del nostro spirito, ma addirittura del corpo stesso. Nella parola veramente possiamo sentirci completati, come entità fisiche e come esseri dotati di personalità.
E alla stessa maniera che capita quando perveniamo alla consapevolezza di una qualità fino a quel momento ignorata del nostro corpo, oppure ad un pregevole risvolto del nostro animo ancora inesplorato, anche le scoperte linguistiche sono altresì ricche di potente carica rivelatrice.

Nei giorni scorsi, è tornata a visitare i miei pensieri un’espressione brevissima, ma a mio avviso fra le più affascinanti mai plasmate a partire dal materiale linguistico. Ve ne ho già parlato, ma mi piace ogni tanto rispolverarla (e mai verbo sarebbe più indicato al caso...), anche perché stavolta mi si è rivelata, fra le sue pieghe semantiche, una piccola, esaltante epifania.
Si tratta più precisamente del titolo di un libro, in inglese, e proprio lo scarto espressivo afferrabile fra la versione originale e la sua traduzione italiana, ha fornito il motivo scatenante della mia piccola gioia intellettuale.

Il libro in questione è una celeberrima opera del romanziere americano John Fante. Sto ritardando ancora un po’ l’attimo di riportare il titolo per iscritto su questa pagina elettronica, proprio come si fa quando si tiene in sospeso l’approdo ad un ineffabile godimento, perché spesso l’attesa della bellezza promessa sa recare con sé un dolce tormento capace di adagiarsi, nelle nostre aspettative, in gradevole amplesso con la prospettiva dell’appagamento finale. Alla fine tuttavia si giunge sempre all’acme del piacere, e così sarà anche stavolta.
Dunque il titolo del romanzo a cui sto pensando è…«Ask the dust».

Ask the dust…provate a pronunciare queste tre piccole paroline, se vi va. Fatelo sottovoce, sussurrandole, oppure anche scandendole per bene, con un tono ed un volume più corposi.
Non avete quasi l’impressione che il cuore, prendendo a braccetto la mente, si metta a fare l’amore con i suoni carezzevoli sgorganti dalla vostra lingua e dal palato, invitando nel contempo alla festa anche l’udito, dando adito alla delizia globale in cui vi ritrovate avvolti?

Per sfiorare queste piccole estasi linguistiche non è poi necessario che l’oggetto del nostro stupore sia portatore di significati strettamente gioiosi o leggeri. Il caso che vi sto sottoponendo ci conforta esattamente in questo senso.

«Ask the dust»…«Chiedi alla polvere».

Non è propriamente un’espressione rassicurante. Evoca scenari di tribolazione interiore, panorami di smarrimento, di impoverimento spirituale. Evoca la sete, la secchezza della bocca, triviale ostacolo allo stesso atto del pronunziare parole per chiedere.

Come mai mi permetto dunque di affermare che si tratta di un’espressione portatrice di qualità estetico-linguistiche appaganti?
Proprio perché quella di cui sto parlando, quella a cui si mira con questo tipo di atteggiamento verso la “parola”, è una dimensione alta dell’anima. E’ la dimensione che può permettersi di guardare alle cose della vita col distacco dell’estasi. In altre parole, è la dimensione della bellezza linguistica pura, non contaminata dai contrattempi e dalle bassezze del vivere spicciolo. Non che lingua e vita siano due capitoli separati, ma esiste un territorio sublimato del linguaggio, dove ciò che diventa primario è la perfetta corrispondenza fra volontà significante ed effetto espressivo ottenuto. Questa è la sola bellezza che conta in un simile modo di considerare il linguaggio.

Accennavo prima al fatto che la piccola epifania riservatami in questo caso dal beneamato titolo del romanzo di John Fante, è stata scatenata dal confronto fra l’originale e la traduzione italiana.

«Ask the dust»…«Chiedi alla polvere».
A parte l'ovvio fatto che nella traduzione se ne va inevitabilmente perduta la secca e frusciante sonorità dell'originale, è stato un piccolo dettaglio grammaticale a rimarcare lo stupore. Conosco ovviamente questa regola linguistica inglese da non so quanto tempo, ma chissà perché solamente in forza del titolo del romanzo “fantesco”, m'è venuto da apprezzarne in modo particolare la magica bellezza soggiacente.

Sto parlando del fatto che in inglese il verbo “ask” (“chiedere”) non regge la preposizione. In inglese non si dice «chiedere qualcosa “a” qualcuno», ma semmai un cosa tipo «interpellare qualcuno per qualcosa»” («Ask someone for something»).

La differenza è sottile, ma merita tutto il nostro stupore. «Ask someone» (invece di «chiedere “a” qualcuno») mette sullo stesso piano di dignità il richiedente e l'interrogato. Non c'è quella sensazione di distanza e di separazione introdotta, a seconda del caso, dalle preposizioni “a, al, agli, alle,...ecc.”. Forse si tratta solo di una mia vacua suggestione, ma questa cosa, per quel che riguarda il mio modo d'intenderla, innesca anche una valorizzazione ulteriore dell'atto dell'ascoltare.

Nel «domandare qualcuno» («Ask someone»), io ci leggo una maggiore predisposizione a voler stabilire un grado di empatia superiore con ciò che mi sarà risposto, più di quanto non accada invece quando si «domanda “a” qualcuno».

Il nostro uso della preposizione crea una cesura fra i dialoganti, laddove invece la forma inglese li mette subito sulla medesima lunghezza d'onda. In questo senso, «Ask the dust» rende quasi l'idea che il “richiedente”, non solo si produca in un'interrogazione figurata della polvere, ma che di polvere abbai intrisa la bocca stessa. Allo stesso modo, quando una persona pone una domanda in inglese, è mossa da un'intenzionalità di immedesimazione completa con colui al quale il quesito è rivolto. In quella formulazione priva di preposizione si cela una speranza di sentire l'altro dentro di sé (e su questo dettaglio, i più goliardici si astengano da battutacce, please...).

Io che sono un conversatore alquanto scarso, talvolta sogno (non in senso figurato, ma proprio nel sonno...) di avere dialoghi stupendi con persone frequentate anche comunemente, però con le quali non riesco mai a colloquiare in misura soddisfacente nella realtà.

Poche volte nella vita da sveglio ho provato una sintonia di discussione con qualcuno come in occasione di quelle chiacchierate oniricamente simulate. In quelle circostanze verbal-ronfatorie, sento me stesso e l'interlocutore fusi insieme nei significati delle parole che pronunziamo.

Ecco, non saprei spiegarvi come, ma sono quasi certo che il dialogo perfetto, del tipo scaturito in queste parallele esperienze del mondo dei sogni, ha esattamente la stessa natura di un dialogo intessuto nello spirito del domandare alla maniera inglese, quella che si manifesta nella magica e compenetrante formula dell'«asking someone».



lunedì 27 dicembre 2010

Paul Klee: silenzio!…parla l’immagine (episodio 1)

“…L’arte non riproduce ciò che è visibile,
ma rende visibile ciò che non sempre lo è…”
Paul Klee

A scanso di equivoci, questa è solo una mia bizzarra foto

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Così imparo a fare il bullo: «…e sono il dj dell’arte di qua…ed ecco a voi il Claudio Cecchetto della critica artistica di là…».
E quasi ci rimango dentro.
Nel senso che è bastata una gentile richiesta della cara amica Rosalucsemblog, che a momenti “Radio free Gillipix” fonde le valvole. Sì, perché l’artista del quale Rosa mi ha chiesto di parlare è diiiiiiiiiiiiifficilissimo.

Niente meno che Paul Klee.

L’opera di Klee rappresenta uno dei più alti e raffinati tentativi di riuscire a comunicare servendosi del linguaggio dell’«indicibile» puro, e scusate se è poco!

«…E mo’ che ‘jè racconto?...» è stato il primo pensiero spontaneo che mi è balenato alla mente. Ma niente paura: non sia mai detto che un Gillipixel scribacchino getti la spugna di fronte ad una sfida espressiv-narrativa. Piuttosto sparo vaccate a raffica e mi metto a muso aperto a prendermi tutti gli ortaggi in faccia, senza mancare nemmeno un ravanello.

Dunque, vediamo un po’, allora…Paul Klee.

Innanzitutto, parto dall’unica cosa certa che credo di aver capito su di lui: il nome non si pronuncia all’inglese, come in tanti tendono erroneamente a fare. Non è “Póóól Klììì”. La pronuncia è invece teutonica, in pratica uguale a come si scrive: “Pàul Klèèè”.
Klee era infatti nato il 18 dicembre 1879 a Münchenbuchsee, nel Canton Ticino Svizzero, e morì il 29 giugno 1940 a Muralto, sempre poco distante dalla sua terra d’origine.

L’attività artistica di Paul Klee ha spaziato intensamente sul versante teorico, tanto quanto è stata profonda dal punto di vista della produzione effettiva di opere. Negli anni giovanili, fece parte del movimento pittorico e culturale «Der bluae Reiter» («Il cavaliere azzurro»), fondato nel 1911 da Wassily Kandisky, che di Klee fu “collega” ed interlocutore artistico praticamente per tutta la vita (pur seguendo essi cammini artistici complementari, ma differenti). I due si ritrovano, pochi anni dopo, nelle vesti di professori della mitica scuola di arte, design ed architettura, creata da Walter Gropius a Weimar: la Bauhaus.

E fin qui son buoni tutti a raccontarvela, ma ora viene il bello.
Già in partenza, incontro nella mia esposizione una difficoltà apparentemente banale, ma di fatto basilare: di Klee è impossibile prendere in esame alcune opere “tipiche”. La sinteticità e l’appiglio discorsivo immediati, offerti dai tagli di Fontana, dai boccettini di Morandi, dalle statuette emaciate di Giacometti, con Klee me li posso scordare alla grande.
L’opera di Klee è sperimentazione continua, ogni quadro, ogni disegno, ogni tela, è una storia a sé. Ma non rammarichiamoci eccessivamente per questa caratteristica: come vedremo, essa è fondamentale per avvicinarci un po’ di più alla comprensione della poetica stessa di Klee.



Per capire Klee, bisognerebbe parlare di Kandisky, del «bluae Reiter», poi della Bauhaus…ma non temete, cari amici viandanti per pensieri, non pretendo che passiate i migliori anni della vostra vita incollati a questo articolo.
Cerchiamo allora di venire al dunque, al punto essenziale, “nucleare”, cruciale, sostanziale, basilare, della poetica di Paul Klee. La ricerca teorica di Klee e Kandinsky si propone fin da subito un obiettivo altissimo: ricondurre la “comunicazione estetica” alle proprie forze autonome e primordiali, annullando ogni sovrapposizione culturale che vi si è andata accumulando in cima, nel corso di secoli di tradizione occidentale.

Il linguaggio delle immagini (e con esso tutto il suo “alfabeto” fatto di linee, colori, tonalità e così via), lungo il corso della storia dell’arte e dell’espressività visiva e figurativa, si è andato cristallizzando in codici. Un “codice” (un “linguaggio”) presuppone un accordo, un “contratto” stipulato su di una base razionale, logica e culturale condivisa dai parlanti, nel continuo confronto con l’esperienza.

Faccio un esempio banale: la lingua italiana è giunta sino a noi, nella forma in cui la conosciamo oggi, grazie all’accumulo di secoli di “micro-accordi” fatti di volta in volta da chi se n’è servito quotidianamente, parlandola e poi anche scrivendola.

Se oggi possiamo pronunciare bellissime parole come “gatto”, “donna”, “tetta” o “chioma”, ed intenderci perfettamente riguardo all’oggetto che vogliamo indicare, è perché in passato ci sono state migliaia e migliaia di persone prima di noi che hanno gradualmente “contrattato” la corrispondenza di quei suoni rispettivamente ad una graziosa bestiolina pellicciosa e fusaiola (“gatto”), alla dolce altra metà del cielo (“donna”), ad un delizioso componente fisico in dotazione binata a quest’ultima (“tetta”: regalo, al pari dei trenini elettrici, normalmente pensato per i più piccoli, ma poi molto apprezzato anche dai papà…), alla propaggine morbida e più o meno fluente che adorna le teste umane (“chioma”). E così via, quasi all’infinito per ogni parola del nostro vocabolario.

Tra suono e significato non c’è nessun nesso necessario. Il suono “gatto” e la corrispettiva palletta pelosa e miagolante, teoricamente non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altra. E’ solo in virtù del “contratto linguistico” fra i parlanti, che li associamo.

Questo è accaduto per tutti i linguaggi. E’ accaduto con la lingua matematica stessa, oppure la lingua geometrica, tanto per fare altri esempi eclatanti. Ed è accaduto ovviamente anche per il linguaggio visivo. Pur essendo più sottile da cogliere come concetto (perché la nostra “visione del mondo” pare nutrirsi direttamente del succo dell’«immediatezza empirica»), anche il nostro linguaggio visivo si serve di “codici” fondati su “accordi stipulati”, allo stesso modo di una lingua propriamente detta come l’italiano, l’inglese, il latino, il greco, ecc.

Prendiamo, con l’ennesimo esempio, un “modo di esprimersi” tipico del linguaggio visivo occidentale: la prospettiva.
Anch’essa, pur sembrando connaturata alle “cose” (per via dell’«immediatezza empirica» di cui parlavo sopra), è tuttavia il risultato di un contratto stipulato fra i parlanti del linguaggio figurativo. Fra “prospettiva” e realtà passa forse solo un grammo in più di “necessarietà” di quanta ne intercorra fra il suono “gatto” e la bestiola di riferimento. Ma rimane il fatto che la “prospettiva” è solo uno dei modi di “assorbire” realtà attraverso i sensi.

Controprova ne sia il fatto che in altre tradizioni culturali (quella cinese, per dire, o giapponese, o altre…), la prospettiva come da noi concepita, non è contemplata affatto. Anche se ci pare strano ammetterlo (perché ci è tanto familiare da sembrare un dato “di natura”), la prospettiva è un “contenitore visivo” condiviso da noi occidentali solamente “per convenzione”: è un meccanismo linguistico che vive in virtù di un accordo, di un contratto.

Vaghe reminiscenze di un esame di psicologia sostenuto all’università, mi riportano alla mente un interessante esperimento visivo compiuto con persone di una tribù africana. Questi soggetti, osservando alcuni disegni che ad un “occidentale medio” causavano illusioni ottiche innescate da meccanismi prospettici (tipo la figuretta riportata sotto, un classico trabocchetto ottico denominato "illusione di Hering"), non coglievano la stranezza visiva. Semplicemente non erano stati “educati” alla prospettiva, non rientrava nel loro linguaggio visivo e di conseguenza non comprendevano quando la prospettiva “parlava” loro.

Illusione di Hering: le linee rosse "sulla carta" sono parallele,
ma un osservatore educato alla prospettiva le percepisce incurvate al centro



Ora possiamo tornare a Klee (e per piccoli rimandi di sfuggita, anche a Kandinsky): essi sostengono che esiste una dimensione della comunicazione estetica che viene radicalmente prima della fase del “linguaggio contrattato”. Non solo: secondo i due artisti, gli elementi estetici sono portatori di una forza espressiva autonoma che precede addirittura i significati assunti dalle forme nelle loro specificazioni naturali o negli oggetti concreti.
Per dire: ancor prima di specificarsi nelle fattezze di un albero, di un cavallo, di una bottiglia di Chianti, di una bella ragazza (ma anche di una meno bella, mica stiamo a fare discriminazioni, qui…), le “forme” esistono anticipatamente “date” nella nostra coscienza.


A questo punto, per fare una cosa come si deve, dovrei scomodare Freud, Jung e prima ancora Immanuel Kant, ma il discorso mi sembra già abbastanza a groviglio di rovi, per andare a fare ulteriore casino e rischiare magari di dire cazzate ancor più grosse di quelle già proferite.

Mi sia concesso solo un breve accenno a Kant, ma proprio da profano filosofico. Con Kant si inaugura la stagione della filosofia che dice definitivamente addio alla pretesa di capire se ci sia corrispondenza fra il mondo pensato e quello esterno al pensiero.
Quando prendiamo in mano una mela e poi magari l’addentiamo, il frutto e tutta l’azione che mettiamo in moto, trovano un loro corrispettivo in una realtà esterna a noi stessi, o sono solamente una rappresentazione della nostra coscienza?
Per usare una categoria d’indagine filosofica denominata in senso strettamente tecnico “sintesi alla brutto boia”, Kant ci dice che poco importa sapere di quella corrispondenza. Quello che importa è che l’«assetto pensante» è uguale, universale, per tutti gli uomini. La mente dell’uomo è un contenitore di pensieri inevitabilmente inquadrati in un sistema di riferimento che ha per coordinate numerose “categorie innate”, le più fondamentali fra le quali sono lo spazio ed il tempo.

In una direzione analoga è indirizzato il discorso poetico di Paul Klee: egli ha cercato nel corso di tutta la sua vita artistica di affermare l’esistenza di una “comunicatività estetica” che precede l’esperienza e la cultura. Ancor prima di sperimentare le forme coi sensi, esiste nella nostra coscienza una strada estetica all’intesa fra gli esseri umani, una comunione di intenti che parla un “linguaggio figurativo puro”, anteriore a tutte le “contaminazioni” assorbite poi attraverso la cultura e l’educazione.

Dice al proposito la mia guida spiritual-artistica, Giulio Carlo Argan: «…i segni corrispondenti a significati dati, cioè i linguaggi rappresentativi le cui forme sono logicamente collegate agli oggetti, sono segni spenti, perché la loro comunicazione è mediata dagli oggetti della comune esperienza (la natura) …».

Tornando all’esempio precedente: il suono e il segno scritto della parola “gatto” sono “spenti” rispetto alla corrispettiva bestiola, così com’è “spento” un dipinto che riproduca un gatto, ma anche la specificazione estetica del gatto nella realtà è “spenta”, perché frutto anch’essa di convenzioni culturali e dettate dall’esperienza (il suono e un dipinto della parola “tetta” sono forse più accesi, ma è questione di gusti personali…e scusate la cazzata d’interludio…).

Ancora Argan: «…La comunicazione estetica […per Klee e Kandinsky…] vuol essere invece una comunicazione intersoggettiva, che va direttamente dall’uomo all’uomo senza l’intermediario dell’oggetto, della natura…».


Non a caso la ricerca estetica di Klee e Kandinsky è stata anche accomunata dal profondo interesse rivolto all’espressività grafica dei bambini. Entrambi hanno studiato i disegni infantili come espressione di una fase estetica ancora “primordiale”, il più possibile avulsa dalle specificazioni intellettuali che si vanno acquisendo nella fase dell’apprendimento.

Ma Klee va oltre. Per lui anche l’animo del fanciullo è già saturo di “sapienza culturale, simbolica, ereditaria”. Klee, prosegue Argan, «…sorride della pretesa di Kandinsky di cogliere nel bambino la condizione primaria, originaria dell’essere: il bambino nasce vecchio, carico di esperienze ancestrali e non c’è divario tra la sua esperienza e quella dell’adulto, l’umanità stessa può ancora considerarsi bambina…[…]…quella della prima infanzia non è affatto una condizione di primitività assoluta, di non esperienza; su ogni vita che nasce molte vite vissute hanno lasciato l’impronta delle loro esperienze…».

Se nemmeno l’infanzia può dirsi culturalmente “incontaminata”, dove ricercare dunque la purezza di un’espressività estetica capace di venire prima di ogni specificazione dell’esperienza e dell’educazione?
Ci risponde ancora Argan, che essa si può ritrovare «…in quella regione sconfinata dell’inconscio che Freud e Jung avevano da poco aperto alla ricerca: una regione in cui nulla si dà come rappresentazione o concetto e tutto si dà per immagini e segni […] l’opera di Klee è una specie di diario della propria vita interiore o profonda: di tutto ciò che è rimasto allo stato d’impulso o motivo, e non si è tradotto in causa di determinati effetti, non ha fatto storia. In questo senso Klee può considerarsi, in pittura, il parallelo di Joyce: e come in Joyce le parole e le frasi, così in Klee le immagini si scompongono, ricompongono e combinano secondo nessi alogici e asintattici, ma vitali e sensibili come legamenti nervosi…».

Cari amici viandanti per pensieri, come passa il tempo quando ci si diverte, vero? Infervorandomi fra i labirinti artistici, quasi non mi accorgevo di avervi già rifilato una sbrodolata non da poco.
Questo Klee è veramente impegnativo, ce ne sarebbe da dire per ore.
A questo punto volevo fare qualche cenno pratico a come si traduce tutta questa teoria in un’opera concreta del maestro svizzero. Ma per il momento, mosso da uno sprazzo di compassione per i vostri provati zebedei, sospendo qui la puntata, faccio squillare la campanella della ricreazione e vi rimando ad un secondo episodio su Klee (chiedendo il gentile permesso della cara Rosalucs…).



venerdì 24 dicembre 2010

Christmass and the river


E così eccoci qui di nuovo: ”…so this is Christmass and what have you done…” e compagnia bella. Ormai è il terzo Natale che passo con voi, in senso figurato e narrativo, e devo dire che anche stavolta posso guardarvi negli occhi (sempre allegoricamente parlando…) e dirvi con un sorriso affettuoso: «…Grazie di cuore, cari amici viandanti per pensieri…».

Sarò melenso, mellifluo, sdolcinato, retorico e para-smidollato a venirvi a propinare una smanceria del genere. Ma con tutta la gentaglia che si vede in giro, forse non sarò proprio io il peggiore in circolazione.

Insomma, lo so che sembra un po' una sparata a mo' di “captatio benevolentiae”, una “sententia ad paraculandum” bella e buona.
Ma il mio grazie d’altra parte è anche alquanto interessato. Sì, perché ringraziare voi, sempre pazienti a sbirciare le mie scribacchiate adagiati sulle vostre sedie e davanti ai vostri monitor, è come un render merito, da parte della spiga di frumento, alla pioggia che l'alimenta e al raggio di sole che la fa crescere.
Siete voi i motori immobili e leggenti, causa prima della mia passione scribacchiatoria.

Ma per tornare al Natale, ecco, volevo aggiungere che ogni anno mi sembra di impiegare sempre più tempo ad immedesimarmi nell'atmosfera classica di questa festa. Anni fa, già una settimana prima ci ero dentro fino al collo. Poi i giorni di acclimatazione si sono ridotti sempre più, fino a diventare quasi ore, adesso come adesso. Di questo passo, fra qualche anno andrà a finire che mi sentirò veramente dentro al Natale che sarà già arrivato Santo Stefano.

Stamattina, in ufficio, ero ancora molto lontano da siffatto sentire natalizieggiante (che poi, non so spiegarvi bene in cosa consista...). I vari auguri che si rimpallavano fra colleghi più o meno conosciuti, mi sembravano più stonati del solito.

Poi mi ha beccato una inusitata nostalgia del mio fiume. Il mio caro fiume. E' strano perché, pur abitandovi vicinissimo, in inverno, tra freddo, maltempi e giornate brevi, sto anche tante settimane senza vederlo.
Oggi, così, di botto, mi mancava tantissimo.
Fatto sta che nel tornare a casa, quando mi son trovato in prossimità di Gillipixiland, ho girato la macchina verso l'argine. Pioveva, non c'era un'anima in giro, a parte qualche avventuroso che faceva fare il giretto al cane.

Sono sceso verso la riva, e lui era sempre là, fedele e fiero come l'avevo lasciato l'ultima volta che l'avevo visto.
Il mio fiume.
Mi son bastati pochi minuti di quella comunione mentale e spirituale che solo la sua vicinanza sa regalarmi, per ritrovare una cosa bella. Era piuttosto gonfio, e mi sono venute in mente tutte le persone che in questo momento stanno in apprensione per altri corsi d'acqua bizzosi. Ho sperato soprattutto per loro, che il Natale sia davvero buono.

Ho ripensato poi un attimo a tutte le volte che il fiume mi ha tenuto compagnia nei mie giretti in bici. C'intendiamo sempre io e il fiume, perché lui, i miei pedali e i miei pensieri vanno alla stessa velocità.

E' venuto presto il tempo di rincasare, ma prima non ho mancato di scattare una piccola foto di arrivederci, a quando il tempo si riaprirà per le mie ciclo-meditate. Nell'inquadratura è entrato anche un nuovo surreale personaggio di “Andarperpensieri, di cui sentirete parlare prossimamente.
No, no...non si tratta di una nutria presa su in autostop, che montandosi la testa si era messa alla guida.
A suo tempo vi spiegherò.

Ma intanto, con originalità supersonica, vi auguro un Natale sereno. Non cose eccezionali, non fortune stratosferiche, non auguri con gli effetti speciali.
Coi tempi che corrono, essere sereni è già una gran cosa e questo mi sento di augurarvelo senza provare nel contempo quel velo di ipocrisia che accompagna tante volte certo cerimoniale aguralizio.

E adesso, dal momento che la melassa sparsa oggi è già stata sufficiente ed abbondante, per aggiustarvi in bocca, vogliate gradire un classico della perfidia melodica di tutti i tempi: “Venus in furs”. Al trapanamento canoro c'è sempre il vecchio Lou; al tormento interiore, i suoi Velvet. Una garanzia.

Vi abbraccio tutti. Stay tuned...little kisses...