Mi sono permesso di iniziare in modo scherzoso, per parlare di una disciplina che ho sempre trovato molto affascinante.
L’etimologia, appunto.
Come saprete, secondo la definizione ufficiale, si tratta della scienza impegnata nello studio dell’origine delle parole.
Per rendere meglio conto della bellezza della cosa, però, possiamo vedere l’etimologia come una sorta di attività d’indagine, indirizzata alla ricerca del cuore delle parole, del loro senso più intimo.
Dietro i modi di dire ci sono sempre dei modi di pensare. L’etimologia, in senso più ampio e complesso, consiste dunque nel ripercorrere a ritroso la lunga avventura del pensare umano, in ragione di come quest'ultimo si è dipanato sotto forma di parole.
Ad essere precisi, quando l’etimologia fa questo scatto di qualità, dovrebbe essere chiamata più propriamente “ermeneutica”.
Non è chiara l’origine di questo termine prezioso, traducibile con “arte dell’interpretazione”.
Ma per molti studiosi, nella parola “ermeneutica” sarebbe contenuto un evidente riferimento al dio greco Hermes, il messaggero degli dei, incaricato di fare da “traduttore” (per così dire) di quanto la divinità intendeva dire agli uomini.
Da qui deriva una straordinaria considerazione: nel nucleo più remoto delle parole, starebbe nascosta l’antica contrattazione giocata fra umano e divino nell’intento di scoprire e definire il senso del mondo.
Attenzione, questo non c'entra nulla con la fede o con le varie confessioni religiose.
Ha invece antropologicamente a che fare con il mistero dell’universo e della vita, che l’uomo primitivo, iniziando per le prime volte a nominare le cose, cercava in qualche modo di domare, contenere e forse sperava di dominare.
Non sarà un caso che, in tutt’altra tradizione culturale, quella ebraica, il vangelo di san Giovanni inizi niente meno che in questa maniera: “…In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio…”.
Ma com'è che sono finito a parlare di tutti questi argomenti?
Vi farà ridere, ma in realtà volevo soltanto raccontarvi qualcosa riguardo a un buffo termine dialettale e su un piccolo esperimento ermeneutico che ho provato a praticare su tale parola.
La paroletta in questione me l’ha ricordata di recente un caro amico, ed è “dròch”.
Di solito compare in abbinamento al verbo “dare”, in espressioni tipo “dàgh un dròch” (letteralmente: “dagli un drocco”), e sta a indicare un’esortazione a svolgere un certo lavoro affrettando la conclusione, senza curarsi troppo dei dettagli o delle rifiniture.
La parola è curiosa e di per sé merita attenzione, ma senza conoscerne l’origine si rimane un po' come sul più bello di una storia, di cui non ci venga raccontato il seguito.
In mancanza di etimologie sicure (che col dialetto sono ancor più difficili da ricostruire), riguardo a “dròch” mi sono creato una mia piccola ipotesi.
Per assonanza, mi sono ricordato l'esistenza di un altro termine dialettale piuttosto strano: “drucà”.
Lo sentivo dire più che altro da bambino, spietatamente riferito a persone che, per un motivo o per l’altro, presentavano limitazioni fisiche tali da rendere difficili i movimenti.
“L’è drucà” voleva dunque dire “è malandato fisicamente”.
Qui l’aggancio alla possibile etimologia mi è sembrato più immediato. In una terra in cui è alquanto assodata la familiarità con la parola “rocca” e con tutte le guerresche operazioni medievali di assalto e tentativi di distruzione della medesima, mi è parso naturale vedere nascosto nel dialettale “drucà”, l’italiano “diroccato”.
Mi sono chiesto se fra “dròch” e “diroccato” poteva esserci un nesso.
Forse “dàgh un dròch” (“dagli un drocco”), tradotto alla lettera potrebbe funzionare meglio con “dagli un dirocco”?
Si riferirebbe a un modo di terminare le cose così sbrigativo e grossolano, simile a quanto si richiede nelle operazioni necessarie a diroccare una rocca?
Non lo so. Forse il tutto potrà suonare un po' forzato, ma a volte con l'etimologia e con l’ermeneutica, la cosa importante, più del risultato ottenuto, è il divertimento gustato lungo il percorso fatto.
Mi sento allora di consigliarvele. Se vi capita, frequentate l’ermeneutica, praticate sani esercizi di etimologia.
Sono attività buone per la mente e costano anche poco. Molto meno che drogarsi, ad esempio...
C’è un importante filosofo americano del ‘900, del quale non avevo mai sentito parlare. Questa non sarebbe una gran notizia, perché i margini d’ignoranza sui quali posso fare affidamento sono spesso assai ampi e variegati. Quel che fa più specie tuttavia, è che in generale, escludendo la cerchia degli addetti ai lavori, si conosce troppo poco di questo pensatore, a dispetto dell’importanza delle sue idee. Sto parlando di John Rawls (Baltimora, 1921 – Lexington, 2002).
La ricerca di Rawls si è sviluppata in particolare nell’ambito della filosofia morale e politica. La sua opera più famosa, pubblicata nel 1971, s’intitola “Una teoria della giustizia”. Mi piacerebbe tentare qui di illustrare alcune idee fondamentali del pensiero del filosofo americano. Non ho certo la pretesa di esporre una trattazione esaustiva. Anzi, per forza di cose essa risulterà oltremodo semplificata. Il mio scopo è solo quello di sottolineare alcuni concetti che mi hanno particolarmente impressionato e suscitare un po’ di curiosità sulla figura di Rawls.
In tutto il suo percorso di studioso, John Rawls si è interrogato su una questione fondamentale: come fare funzionare al meglio la società. I presupposti della sua indagine si rifanno al cosiddetto “contrattualismo” teorizzato nel ‘600 e ‘700 da filosofi come Thomas Hobbes, John Locke e Jean-Jacques Rousseau. Ogni organizzazione sociale può essere vista come una forma di contratto, stipulato fra i singoli e la propria collettività di riferimento: acconsentendo a rispettare le regole dettate dall’organizzazione, il singolo cede parti della propria libertà personale, in cambio di benefici che gli deriveranno dal fatto di essere inquadrato nei ranghi sociali (ad esempio: la società si impegna a proteggere i suoi membri dai soprusi, a garantire equità nei rapporti fra i singoli, stabilisce i limiti delle libertà reciproche, di modo che non si verifichino interferenze e indebite “invasioni di campo”, predispone servizi collettivi, e così via).
Fin qui, tutto bene, tutto bello. I problemi tuttavia sono sempre sorti, nel corso della storia, “al momento” di mettersi d’accordo sul modello di società che si voleva impostare, ossia all’atto di determinare le “clausole del contratto”. Sorge infatti “fin da subito” un ostacolo non da poco: a chi spetta il diritto di stabilire e delineare le regole di funzionamento della società? L’esperienza storica ci insegna che questo privilegio se l’è praticamente sempre accaparrato la classe sociale egemone, dettando ovviamente norme, principi e consuetudini favorevoli ai propri interessi. Si capisce bene che, per questa strada, difficilmente le cose potranno mai funzionare con sufficiente equità. Grandi difficoltà si sono dunque sempre presentate nella ricerca di un presunto “bene comune”, con due problematiche “tipo” conseguenti.
Con la forma cosiddetta “utilitaristica” (incentrata grosso modo sulla priorità assegnata all’«individuo»), si è mirato a ottenere il maggior benessere per il numero più ampio possibile di cittadini. Questa “soluzione” ha sempre implicato penalizzazioni, talvolta in misure anche intollerabili, per i settori più svantaggiati della società (per intenderci, esemplificando e semplificando molto: è il modello concretizzato spesso nelle cosiddette società occidentali).
Quando invece si è ricercata una media distribuita fra costi e benefici da applicare (spostando dunque l’obiettivo sulla “collettività”), si sono verificate difficoltà di segno opposto, con l’appiattimento delle potenzialità dei più dotati di talento e qualità umane (ancora per intenderci esemplificando, e sempre semplificando molto: è il modello concretizzato spesso nelle società che hanno sperimentato il cosiddetto “socialismo reale”).
Rawls s’interroga su come si possa ottenere una società giusta, salvaguardando al tempo stesso le naturali “differenze di valore” sussistenti nella sua composizione. In ogni organizzazione sociale, esistono persone più capaci, e questo fatto è da un certo punto di vista una risorsa importante: è sempre stato grazie ai loro migliori “talenti umani” che le società hanno progredito e si sono sviluppate. Com’è possibile fare in modo che questa normale disposizione rimanga un vantaggio per il progresso sociale, evitando al tempo stesso che sfoci in forma di egemonia sociale a danno dei meno dotati?
Rawls suggerisce una modalità non priva di un suo fascino intellettuale, nonché, al contempo, di una nobile carica utopica (interessante ricordare che fra i suoi “modelli umani” di riferimento, c’erano anche il reverendo Martin Luther King e il Mahatma Gandhi). Per prefigurare un modello di società più giusta, Rawls suggerisce una sorta di “azzeramento della consapevolezza”.
Chi è chiamato a stabilire cosa sia giusto e equo per la società, sarà inevitabilmente a sua volta già calato in un ruolo sociale e tenderà a privilegiare gli interessi della propria classe sociale di appartenenza.
Per ovviare a questo vizio di fondo, Rawls suggerisce un esperimento filosofico-mentale molto sottile: nel pensare alla società giusta, ci si deve calare nell’ottica di chi non possiede ancora nessuna determinazione sociale precisa. In altre parole: chi ha il “compito” di definire il miglior modello possibile di società, deve momentaneamente dimenticare di avere egli stesso un ruolo e una fisionomia sociale ben definita. Se è ricco, povero, nobile, plebeo, dirigente, impiegato, operaio, vecchio, giovane, uomo, donna, e così via: deve liberarsi mentalmente di queste categorie applicate a se stesso, e pensare come se si trovasse in una “posizione originaria” (così Rawls la definisce) di perfetta neutralità e “impersonalità” sociale.
Solo in questo modo, si potranno superare gli interessi di parte e agire invece solo nel nome di criteri generali di equità e giustizia. Rawls aggiunge che così facendo, la naturale tendenza di ciascuno sarà di pensare a una società particolarmente attenta alle esigenze dei più svantaggiati. A pensarci bene, è del tutto logico: se non so ancora quale sarà il mio posto nella società che si va formando, farò di tutto per premunirmi di fronte all’eventualità più sfavorevole che si potrà verificare, ossia di andare a finire negli strati più bassi e disagiati.
Quella prefigurata da Rawls, è dunque una società che non pretende di appiattire le “naturali” differenze di potenziale umano presenti in essa (che come abbiamo detto, sono anche una risorsa). Ma al tempo stesso, una simile società richiede continuamente ai suoi componenti più fortunati e privilegiati di essere sempre in grado di “giustificare” il proprio privilegio. Ossia, chi ha acquisito vantaggi e privilegi in virtù del proprio maggior talento, deve essere giunto a questi risultati sempre nell’ottica di un operare a beneficio generale dell’intera società, e dunque in particolare, anche a favore delle classi “meno fortunate”.
Se ci fate caso, questo passaggio del ragionamento è di triste attualità proprio se rapportato alla situazione dell’Italia odierna e anche del più o meno recente passato. Nel nostro Paese infatti ormai da troppo tempo, le “regole” sono dettate da una classe egemone che potremmo genericamente definire “dirigenziale” (in essa rientrano sia i politici, ma anche altre figure in qualche modo occupanti posti di responsabilità rispetto alla cosa pubblica e ai grandi interessi economici), e tale classe egemone gode di privilegi spropositati e ingiustificati, rispetto alla scarsa ricaduta sociale che è stata in grado di produrre. In parole povere: questa classe privilegiata italiana ha avuto tanto dall’organizzazione sociale, ma in cambio ha restituito pochissimo alla collettività, con ovvio incremento del tasso di ingiustizia sociale e di danno per le classi meno favorite. E tutto questo, se inquadrato nell’ottica degli schemi teorici rawlsiani, è una vera e propria aberrazione.
Sono queste insomma le due o tre cosette che vi volevo raccontare del pensiero di John Rawls. Si tratta solo di brevi cenni, rispetto alla complessità e alla vastità delle sue idee, ma spero siano ad ogni modo utili per stimolanti riflessioni e magari invitino ad approfondire la figura di questo grande filosofo.
Chiudo riportando una bellissima frase, che pur non pronunciata testualmente da Rawls in questa precisa formulazione, felicemente sintetizza lo spirito del suo pensiero. Si tratta di un mesto, ma al tempo stesso vivificante interrogativo, che suona grosso modo così: come si può essere felici, se altri sono infelici?
Questa settimana la rubrichetta “Le muse di Kika van per pensieri” per intoppi vari ha saltato un turno. Mi piacerebbe però fare ugualmente un piccolo discorso che tocca in qualche modo i significati profondi dell’arte. Lo spunto mi è venuto leggendo un bel libro di Umberto Galimberti, intitolato “La casa di psiche” (Feltrinelli – 2005).
Nel capitolo dieci, si parla della “Polisemia del simbolo in Jung”. L’argomento è complesso e non giurerei di aver capito proprio tutto, ma una cosa credo di averla colta: la differenza che sussiste fra “segno” e “simbolo”, la quale a mio avviso reca notevoli implicazioni anche rispetto al discorso artistico.
Sia segno, sia simbolo sono modi della significazione, metodi della trasmissione di significati. Il segno e il simbolo sono supporti più o meno fisici, strumenti più o meno concreti “per dire”, “per intendere qualcosa”. Sono una cosa che “sta per” un senso. Qui già dovremmo insospettirci e pensare che l’arte in qualche modo sia coinvolta nella faccenda. Pensiamo ad una parola, ad una pennellata sulla tela, ai suoni di una melodia, alle forme di una scultura, e così via. Il discrimine fra ciò che è arte e ciò che invece è semplice trasmissione di significati certi e circoscritti, si gioca per buona parte intorno alla differente natura del segno rispetto a quella del simbolo.
Un piccolo inquadramento storico può aiutare.
L’uomo primitivo tendeva a vedere il mondo attraverso il simbolo. La filosofia greca inaugura invece il modo di pensare cosiddetto occidentale, che fa del segno il suo strumento prediletto di confronto con la realtà. Il “segno” è il supporto concreto adeguato a sostenere l’univocità del “concetto”. Prima dei filosofi, e in particolare prima di Platone e Aristotele, l’uomo non aveva mai usufruito della potenza conoscitiva del “concetto”. Concettualizzare vuol dire sintetizzare in una idea definita, la molteplicità delle cose.
Dicendo “cavallo”, chi ascolta comprende che mi riferisco “universalmente” a tutti i cavalli “particolari” esistenti; lo stesso dicendo “topo”, “mano”, “freddo”, “tetta” (così, per sdrammatizzare un po’ la seriosità dell’esposizione…). L’idea di “topo”, di “mano”, di “freddo”, di “tetta”, nessuno le ha mai viste nel concreto, eppure dai greci in avanti rappresentano per noi quegli strumenti della conoscenza che non lasciano “scarti di senso”. L’idea (o concetto) esclude dal linguaggio tutto ciò che non pertiene al suo significato preciso e ben delineato. Tutto questo ha a che fare col “segno”: il segno è lo strumento del linguaggio con cui si rimanda ad un significato certo e circoscritto.
Tutt’altro discorso invece riguarda il simbolo”. Galimberti cita Jung, il quale afferma: «…Il segno sta per una cosa nota, il simbolo rimanda a qualcosa di fondamentalmente sconosciuto…[…]…Un’espressione proposta per una cosa nota rimane sempre un mero segno e non costituirà mai un simbolo. E’ perciò assolutamente impossibile creare da connessioni note un simbolo vivo, cioè pregno di significato, giacché ciò che così si crea non contiene mai più di quanto vi è stato messo dentro. Ogni fenomeno psicologico è un simbolo, se si suppone che esso affermi o significhi anche qualcosa di più e di diverso che per il momento si sottrae alla nostra conoscenza…».
Ora, volendo, il ragionamento si potrebbe fare alquanto complesso e forse si andrebbe anche oltre la portata delle mie semplici capacità intellettuali. Il modesto scopo di questa breve trattazione, credo tuttavia di averlo già raggiunto, ravvisando proprio in questa straordinaria frase di Jung, quella che secondo me può essere presa anche come bellissima definizione del senso dell’arte.
Si può parlare dunque di arte quando ci si affida ad un simbolo (spesso espressione di “fenomeni psicologici”) per affermare o significare «…qualcosa “di più” e “di diverso” che per il momento si sottrae alla nostra conoscenza…».
E per chiudere col triplice botto finale, come negli spettacoli di fuochi d’artificio, ribadisco il concetto e vi saluto con queste tre stupende chiose a raffica fatte da Galimberti stesso, riguardo a tutta la questione (con una piccola precisazione di termini: per Jung, il Sé è l'unità complessiva della personalità, che abbraccia coscienza e inconscio, mentre l'Io è il centro della mente cosciente).
Dice dunque Galimberti:
«…”Symbolon” è dunque espressione che dice unità da remote distanze, tensione verso una totalità assente richiamata dall’incompiutezza di senso della situazione presente. In termini junghiani: se l’Io è l’espressione della “situazione” presente, il Sé è quella totalità assente verso cui il simbolo “de-situa”. Il Sé dell’uomo è infinitamente più comprensivo del suo Io, così come i confini del possibile sono infinitamente più ampi della realtà determinata e consaputa…».
E qui mi domando ancora, ma poi chiudo davvero: l’arte non è costituita forse da un rivolgersi a quella totalità assente verso cui il simbolo “de-situa”? Non è in altre parole un’avventurosa esplorazione dei territori del Sé, realizzata viaggiando sul mezzo di trasporto offerto dall’energia dei simboli?
Mi sono imbattuto recentemente in un brano di un autorevole testo, fra le cui righe mi è parso d’intravedere un’argomentazione perfetta per conferire fondamenti culturali di pregio a codesto mio blog “andarperpensieroso”. Finalmente, anche questo ameno opificio di vaccate potrà dire di possedere il proprio autorevole e nobile retroterra filosofico.
Più o meno…
Chi mi legge con un po’ di assiduità, saprà benissimo che di tanto in tanto amo introdurre, ad intervallare la sequela torrenziale degli scritti “nullificanti” da me propinati a manetta, alcuni momenti di riflessione, nell’ambito dei quali m’interrogo proprio sul senso e sull’opportunità di un simile mio atteggiamento di sostanziale “disimpegno”. La domanda classica standard che rivolgo a me stesso ad ogni nuova occasione concessa a quelle parentesi di “sospensione narrativa”, immaginando che dubbi molto simili assalgano in contemporanea anche il lettore, è la seguente: ma come, con tutti i problemi che affliggono l’umanità ed il mondo, tu non trovi niente di meglio da fare che parlare di arte, di poesia, di letteratura, di piccolezze campagnole, oppure di introspezioni personali minimali, di sguardi interiori “iper-individualizzanti”, facezie assortite ed annidate a vario titolo fra gli anfratti più bizzarri del montaliano “male di vivere”?
Raramente mi occupo di attualità, di politica, di problematiche sociali, se non quando mi succede di sfiorarle, raggiungendole provenendo dai sentieri più contorti della mia gratuita deriva concettuale. Come giustificazione, ho sostenuto in diverse occasioni una mia personale tesi in merito. Il disimpegno non è necessariamente sinonimo di vacuità. Nel mio modo di affrontare gli argomenti, anche quando apparentemente sono i più futili e marginali possibili, credo di riuscire ogni volta ad introdurre scintille di stimolo culturale degne di considerazione. Ma questo è sempre stato sostenuto soprattutto da me che, non solo non sono una voce qualificata, ma nemmeno, nella fattispecie, la più chiara fonte di obiettività.
Ecco allora che, puntuale come il sorgere di un’alba di miele sopra la scogliera brulicante di amanti, sorpresi dal bagliore novello ancora tutti indaffarati nei loro “cincischievoli” ed intimi baratti di tenerezze, a mio sostegno è giunto il fulgore di un’epifania del lettore fra le più intense e profonde mai sperimentate.
Il notevolissimo “libretto” in questione s’intitola «La selvaggia chiarezza – Scritti su Heidegger» (Edizione Adelphi – 2011) e ne è autore Franco Volpi, forse il più grande, attento e sensibile traduttore italiano dell’opera del filosofo tedesco, da quanto ho appreso proprio approcciando questo testo. La parte del libro che “entra in collisione”, interferisce in qualche modo con le mie ragioni bloghesche, s’incontra quando Volpi parla della reciproca e fertile influenza intercorsa fra Martin Heideggher ed un altro altissimo pensatore teutonico, Ernst Jünger.
Entrambi i filosofi affondano le radici del proprio pensiero nel terreno delle “conquiste speculative” dovute all’opera di Nietzsche, a sua volta debitore delle basi poste precedentemente da un altro grande, Arthur Schopenhauer. In particolare, il concetto chiave è quello della “volontà di potenza” di cui la realtà è portatrice. Con la complessa costruzione concettuale che va sotto il nome sintetico di “volontà di potenza”, prima Schopenhauer (1788-1860), poi Nietzsche (1844-1900) e di seguito anche Heideggher (1889-1976) insieme a Ernst Jünger (1895-1998), indicano ciò che per loro si celerebbe dietro le ragioni più profonde dell’essenza della realtà: una forza universale cieca e sorda alle esigenze esistenziali dell’uomo, che si auto-procrastina e si autoalimenta bruciando esclusivamente delle proprie ragioni e delle proprie logiche interne.
Inoltrandoci ancor più nelle profondità di questa rarefattisma atmosfera concettuale, e tenendoci sempre a braccetto con le quattro eccelse menti summenzionate, s’incontrano nuove sorprese. Cosa ne è stato, negli ultimi secoli e poi in particolare nei decenni scorsi a noi più vicini, di questo nostro mondo sempre più sottoposto alle sferzate della “volontà di potenza”?
Finché la foglia di fico delle grandi ideologie e delle fedi di vario genere ha tenuto, l’uomo rinveniva in qualche modo in esse un rifugio, uno strumento di difesa dal senso di angoscia annichilente che può cogliere colui che si ritrovi privo di un orizzonte di “senso” in grado di fare da bussola per il proprio cammino esistenziale. Quando però anche l’elastico di quella mutanda, che già da lungo tempo denunciava la sua minacciosa mollezza, ha alla fine ceduto irreparabilmente (crollo del muro di Berlino come "lupus in fabula" più clamoroso), l’uomo si è accorto con estremo smarrimento di essere completamente nudo. Era giunto ad un passo dal baratro vertiginoso del “nulla”, dall’assoluta mancanza di significati e valori eventualmente rintracciabili nell’atto del vivere. Questo esito sconfortante la nostra cara banda di filosofi sopra citati lo chiama “nichilismo moderno”.
Non vi appaiano troppo fumose e lunari queste teorie che mi sono arrabattato a sintetizzare alla bene meglio. Se l’impressione è quella, la causa va ricercata senz’altro nella mia narrazione non sufficientemente accurata. Ma lasciate che vi faccia solo alcuni esempi concreti come contro-verifica della pregnanza effettiva di quella “diagnosi della realtà”.
Per dirne solo qualcuna: ripensando a ciò che ho scritto riguardo alla “volontà di potenza”, vi dice nulla ad esempio un eventuale abbinamento mentale fra quel tema e lo strapotere mondiale dei meccanismi finanziari, che ormai stanno praticamente cancellando le volontà dei popoli e come un moloch ingordo passano ogni giorno sempre più avidamente sopra le nostre dignità di persone, sacrificandole sull’altare delle loro logiche interne, unica legge universale ad essi nota e degna di venir rispettata?
La “volontà di potenza” trova la sua espressione più determinata nello strumento della “tecnica”, la più grande sovrastruttura storica del nostro tempo, anch’essa dimensione immensa di superamento delle ragioni umane, nel nome di un logica sua interna completamente avulsa ormai dai significati di cui l’uomo avrebbe invece eventualmente sete. Quante persone fanno un lavoro del quale non comprendono alla fine il senso? Quante sentono di vivere in base a ritmi che nulla hanno a che vedere con quelli di cui semmai la propria umanità necessiterebbe? Quanti percepiscono la propria vita ed il mondo in cui sono immersi sempre più al pari di meccanismi perfettamente oliati e funzionanti (in virtù del sempre più raffinato perfezionamento “tecnico”), accorgendosi tuttavia al tempo stesso di non rappresentare, di quel meccanismo, nemmeno il minimo ingranaggio, nemmeno una piccola vite, nulla di nulla?
Questo è il nichilismo di cui i nostri cari filosofi tedeschi hanno parlato talvolta in maniera micidialmente profetica. Ma sentite ora cosa ci racconta Franco Volpi, nel libro cui facevo cenno in apertura, riguardo alle ricette ipotizzate da Jünger, in parallelo dialettico con Hiedegger, per tentare di porre degli argini alla dilagante invasione del nichilismo contemporaneo. E poi ditemi se tutto questo non vi suona curiosamente, anche se un po’ vagamente, “andarperpensieroso” (nel senso del luogo bloghesco qui presente…).
Ecco i brani epifanici più intensi:
«…Jünger prospetta […] la possibilità di un baluardo interiore – contro gli appelli delle chiese, contro la minaccia del Leviatano, contro i sistemi dell’organizzazione -, e raccomanda un atteggiamento di resistenza che permetta di conservare, nel deserto che cresce del nichilismo, qualche oasi di libertà. Queste oasi – la morte, l’eros, l’amicizia, l’arte – nelle quali può fiorire quello che Jünger chiama la “terra selvaggia” (Wildnis), custodiscono il territorio vergine dell’interiorità, in cui l’individuo, corazzandosi contro ogni attacco, riesce a mantenere l’equilibrio e a resistere al risucchio del nichilismo…».
Jünger, in sintonia con Heiddegger, individua in due precise categorie umane, “pensatori” e “poeti”, i nuovi “eroi” contemporanei, primari protagonisti attivi nella creazione di simili “oasi”:
«…Come in quest’epoca la poesia autentica si muove nelle prossimità del niente, parimenti nel campo dello spirito ogni sicurezza si fa problematica, si sgretolano le costruzioni delle filosofie barocche e il pensiero va in cerca di nuovi appigli […]. Il comune carattere sperimentale di pensiero e poesia corrisponde in modo essenziale alla situazione epocale nel nostro tempo. In questo senso Jünger è solidale con la tesi heideggeriana della “viaticità” del pensiero, del suo essere continuamente “in cammino”, per “sentieri interrotti”, del suo orientarsi come “segnavia” …».
«…In prossimità del niente…» avete letto bene, proprio così. Vi viene in mente qualcosa che sia situato più “in prossimità del niente” di questo mio blog sempre proteso, a suon di fraseggi sul nulla, alla difesa dei residui di bellezza eventualmente rintracciabili fra le pieghe del reale?
Il pensatore ed il poeta, dicono dunque Heiddegger e Jünger, ma io vi aggiungerei a questo punto anche una terza figura: il “viandante per pensieri”.
AVVERTENZA: quanto segue è uno dei più potenti pipponi filosofardi che mi siano mai scappati fuori dalla penna. Fate un po' vostri conti, ma poi non dite che non vi avevo avvisato…
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Cari amici viandanti per pensieri, aprite bene gli occhi e spalancate a tutta valvola la vostra permeabilità neuronale, che oggi vi proprino una roba assai ostica anziché no.
Tiè:
«…Ciò che la legge di causalità determina non è dunque la semplice successione degli stati nel tempo puro, ma nel tempo relativo ad uno spazio dato; e parimenti tale legge determina non l’esistenza dei fenomeni in uno spazio puro, ma in uno spazio relativo ad un determinato istante. Il cambiamento, cioè la trasformazione che sopravviene secondo la legge causale, esige dunque in ogni caso che una data parte dello spazio sia in corrispondenza simultanea con una data parte del tempo. La causalità collega quindi lo spazio con il tempo. Ora noi abbiamo trovato che tutta l’essenza della materia consiste nell’azione, quindi nella causalità; pertanto spazio e tempo devono essere riuniti nella materia, la quale deve cioè simultaneamente conciliare in sé, nonostante il loro antagonismo, le proprietà del tempo e dello spazio, e riunire, cosa che è impossibile in ciascuna delle due forme isolata dall’altra, l’inconsistente fuga del tempo insieme con la rigida e immutabile persistenza dello spazio…»
“Il mondo come volontà e rappresentazione” Arthur Schopenhauer – 1819
Il passo cruciale è questo: «… Ora noi abbiamo trovato che tutta l’essenza della materia consiste nell’azione, quindi nella causalità; pertanto spazio e tempo devono essere riuniti nella materia…».
In che senso la materia è causalità? Sostituiamo la parola “causalità” con il verbo sostantivato “divenire” e probabilmente tutto diventa più chiaro. La materia è continuo divenire, è incessantemente causa ed effetto di se stessa. Questo lo possiamo cogliere molto più direttamente, anche sul piano intuitivo. Ciò che una data porzione di materia è ora, rappresenta l’effetto di ciò che essa è stata in momenti di tempo anteriori e la causa di ciò che essa sarà in momenti di tempo posteriori.
Ora fate bene attenzione, amici. Se a questo punto vi scrivo appena qui di seguito queste tre fatidiche letterine iper-famose, con tanto di coda adorna del suo inseparabile leggiadro numerello, non vi cappottate sulla sedia dalla meraviglia epifanica?
Attenti…ecco:
E=MC²
Con l’equazione più famosa di sempre, praticamente un secolo dopo, un altro grande genio del pensiero, Albert Einstein, dice dunque una cosa analoga a Schopenhauer. Qui si sfiorano temi superbamente inaccessibili alle modeste possibilità scientifiche di un povero campagnolo cimiciaio, ma pure io, nel mio piccolo, arrivo a capire dalla brevissima, ma assai complessa equazione, come la materia non sia altro che un impasto di tempo e spazio.
A garantircelo ci sta lì apposta quella “C” attraverso la quale si indica la velocità della luce. Una velocità è commistione di spazio e di tempo per eccellenza (Velocità = Spazio / tempo – chilometri all’ora, metri al secondo, miglia al minuto, pollici alla mezza clessidra, e così via…). Inserita da Einstein nella sua “affermazione” matematica, questa particolare velocità dona il nuovo senso di dinamismo alla materia, anzi, all’energia (“E”), che altro non è se non l’antica materia vestita coi calzoni della festa della modernità e della nuova consapevolezza del suo impasto spazio-temporale.
Ma le sorprese non finisco qui. Non perdiamo di vista il fatto che uno dei due temi fondamentali del tomo di Schopenhauer afferma che il mondo è “rappresentazione”, ossia che la realtà esiste soltanto in quanto filtrata soggettivamente, e leggiamo ancora:
«…In primo luogo noi vediamo quindi il prodursi nella materia della simultaneità, che non poteva sussistere nel tempo puro, il quale non ammette giustapposizioni, né nel puro spazio, che non conosce alcun innanzi, dopo e ora. Ma la vera essenza della realtà è precisamente la simultaneità di parecchi stati, che sola rende possibile la durata: questa infatti non è concepibile che nel contrasto fra il cangiante e il permanente […] Entro lo spazio puro il mondo sarebbe rigido ed immobile; nessuna successione, nessun cambiamento, nessuna attività […] Parimenti, nel tempo puro tutto sarebbe transeunte; non più permanenza, non più giustapposizione, non più simultaneità, quindi non più durata: e, anche in questo caso, non più materia. Soltanto la combinazione dello spazio e del tempo dà vita alla materia, ossia alla possibilità dell’esistenza simultanea; sorge così la durata, che a sua volta rende possibile la permanenza della sostanza nel cambiamento degli stati…»
“Il mondo come volontà e rappresentazione” Arthur Schopenhauer – 1819
Facciamo adesso un balzo interdisciplinare e adagiamoci in comoda planata sulla pista d’atterraggio del mondo artistico:
«…Ora, un piatto posato su una tavola si vede come una forma ellittica, ma si sa che invece è rotonda: poiché nell’ordine mentale, tra ciò che si vede e ciò che si sa non v’è differenza di valore, si sviluppa nel quadro anche la rotondità del piatto, cioè si dà a ciò che sta nella terza dimensione la stessa certezza che hanno i valori misurabili sulle coordinate verticali e orizzontali. Con la nozione dell’oggetto (che si ha da prima) entra in gioco il fattore tempo: è come se prima si vedesse il piatto come forma ellittica e poi, mutando la sua posizione nello spazio, come forma tonda, o come se muovendosi intorno all’oggetto e mutando il punto di vista, prima lo si vedesse ellittico e poi tondo. Se ne deduce che, se nella veduta empirica lo stesso oggetto non può trovarsi nel medesimo tempo in luoghi diversi, in quella realtà tutta mentale che è lo spazio (come realtà ordinata e configurata nella coscienza), lo stesso oggetto può esistere con più forme diverse…».
Quest’ultimo brano è tratto dal quarto volume della storia dell’arte di Giulio Carlo Argan. Precisamente il professor Argan sta qui illustrando i significati espressivi e la poetica del movimento pittorico del Cubismo, “inaugurato” da George Braque e da Pablo Picasso, ma soprattutto sviluppato da quest’ultimo alle sue massime potenzialità culturali.
Les demoiselles d'Avignon - Pablo Picasso, 1907
Ancora una volta dunque, più o meno un secolo dopo, grosso modo in contemporanea col caro Albertino, anche il buon Pablito giunge a dire cose analoghe a quanto già anticipato dal vecchio Arturo (nei due ultimi brani citati, ho evidenziato in rosso i passaggi che presentano una certa armonia concettuale).
La realtà di cui possiamo parlare è imprescindibile dalla rappresentazione soggettiva. La coscienza che abbiamo del mondo è l’unica verità di cui possiamo disputare, l’unica base di confronto. L’esistenza di una “oggettività esterna” indipendente dalla coscienza non è questione che si possa porre sotto l’egida della conoscibilità, perché tutto il reale, ma proprio tutto, passa attraverso il filtro percettivo e cognitivo del soggetto. Quello di cui siamo consapevoli, quello che ci consta, è tutto ciò “che è”, e nulla si può “filosoficamente” dire riguardo a ciò che sta al di fuori della consapevolezza del soggetto (e va sottolineato tre volte: “filosoficamente”).
Dal che si deduce anche, come corollario, che da un punto di vista picassiano e cubista, la nuova presa di coscienza non poteva far altro che spazzare via secoli e secoli di rappresentazione pittorica della realtà parzialmente ripresa da punti di vista fissamente e staticamente bidimensionali, che a quel punto apparivano alla nuova consapevolezza artistica come sommamente impotenti nel compito di cimentarsi col racconto del mondo.
Se il mondo è rappresentazione (ossia, è innanzittutto ciò che di esso "si sa"), per renderne conto in misura fedele non potremo prescindere dalla simultaneità (che è amplificazione dei mille punti di vista dei quali abbiamo coscienza, al di là di quello singolo derivato dalla visione statica nello spazio e nel tempo).
Ma la questione ultima, cari amici viandanti per pensieri, quella più controversa, sempre ammesso che il rivestimento in titanio dei vostri zebedei abbia retto fino a qui all’impatto tremendo con la pallosità del presente articoletto, la questione ultima, dicevo, credo vi sarà balzata a questo punto alla mente con somma impellenza.
E la questione è questa: perché rovinarsi la vita con questi intorcinamenti mentali, quando al mondo non c’è che l’imbarazzo della scelta fra mille e un’altra attività piacevole da fare?
«…Antichissima è la leggenda dell’età dell’oro. Non conosciamo esattamente l’origine sociologica del culto del passato; che può avere le sue radici nella solidarietà familiare e tribale o nello sforzo di gruppi privilegiati di fondare i loro privilegi sull’origine. Comunque, l’idea che il migliore debba essere anche il più antico è ancor oggi così forte che storici dell’arte e archeologi non arretrano neppure davanti alla falsificazione storica, pur di riuscire a presentare come originario lo stile che preferiscono…».
“Storia sociale dell’arte” (Vol. I – Cap. I) Arnold Hauser – 1955
Amici, se ho voluto iniziare l’odierno articoletto citando le parole di un tale che sapeva scrivere sul serio, l’ho fatto per rendervi partecipi della constatazione di come le vie dell’andarperpensieri siano veramente infinite.
Per dirla con una metafora “antropo-suina”, i pensieri sono come il maiale, non si butta via niente.
La loro bellezza principale risiede nel poterli lasciar decantare comodi e adagiati in qualche anfratto della nostra mente, dietro una piega della nostra memoria, sotto il tappeto del nostro animo. Possono rimanere latenti per mesi, per anni, come un minuscolo chicco occultato in un terreno che momentaneamente lo custodisce solamente. Poi all’improvviso, è sufficiente un inatteso goccio d’acqua concettuale ad irrorare quei chicchi fra di loro affini, ed il pensiero recondito germoglia con rigoglio, portandosi dietro un’infiorescenza di inediti risvolti di senso, i quali si arricchiscono a vicenda nella risonanza culturale fra di essi innescata.
Non di rado vengo bonariamente rimproverato di essere un discreto passatista nonché moderato vagheggiatore dell’«età dell’oro». Credo che questo tratto faccia parte del “corredo spirituale” di ogni umano. Il passato rappresenta il noto, l’assodato, e come tale rassicura; dietro al futuro si cela l’ignoto, affascina ma intimorisce allo stesso tempo. Il passato può essere inteso persino come fastidio “passato in giudicato”, e forse per questo motivo spesso ricordiamo, se non con piacere, perlomeno con neutrale distacco, anche i momenti difficili trascorsi. Ma adagiarsi eccessivamente sul passato è un errore, paralizza, conduce ad una involuzione, atrofizza la vita. E forse proprio per un passatista, una volta riuscito a cacciare fuori il capo dalla sua buca nella sabbia dei bei tempi andati, la comprensione di tutte le magagne associate a quella propensione risulta più agevole, perché le può osservare con maggiore evidenza sulla propria pellaccia esistenziale.
Esistono tuttavia fattori costitutivi dell’«essere umani» che sembrano profilarsi come archetipi senza tempo, validi dalle lontane ere in cui l’uomo ha potuto cominciare a chiamarsi tale, e che rimarranno attivi sino a quando le nostre caratteristiche fondamentali non subiranno una metamorfosi così radicale da non poterci più definire rappresentanti degni della specie homo sapiens. Queste caratteristiche umane “fuori dal tempo” risolvono di colpo qualsiasi controversia fra passatisti e “futuristi”, annullando in pratica i motivi del contendere sul tema.
E qui finalmente cerco di tirare le somme di un discorso che sta assumendo la dispersività di una manciata di riso scagliata in un tornado.
Dovete sapere che il brano di Arnold Hauser riportato in apertura l’avrò letto circa 15 anni fa e mi è capitato di andarlo a rispulciare nei giorni scorsi. E’ stato a quel punto che il suo portato concettuale ha finito per andare a lievitare assieme a due altre suggestioni culturali nel frattempo da me recentemente assaporate.
Jacques Derrida è stato uno dei filosofi più influenti della seconda metà del ‘900. Quest’inverno mi sono visto un interessante dvd a lui dedicato. Ora, per esigenza di sintesi e per vincoli d’ignoranza (la mia…), semplificherò un po’ i concetti alla boia cane, sperando di non dire eccessive vaccate.
Com’è successo per diversi altri pensatori moderni (Heidegger e Wittgenstein in primis), anche Derrida ha giocato gran parte della sua partita filosofica in ambito linguistico. Non sto nemmeno qui a citarvi la straconosciuta frase di Heidegger («..il linguaggio è la casa dell’essere…»), dato che non riuscirei ad aprire in tempo l’ombrello anti-pomodorate, ma sta di fatto che la cosa più bella che mi è rimasta dall’aver visionato questo dvd sul pensatore francese, pur avendovela già raccontata in un’altra occasione, la ripeto perché nel presente discorso assume risvolti diversi.
Si tratta di una sorta di previsione controcorrente espressa da Derrida alla vigilia della grande rivoluzione telematica di internet e delle altre moderne ed affini diavolerie atte alla “capillarizzazione” del comunicare (telefono cellulare in testa alla lista…). Assumendo una posizione spiazzante, Derrida pronosticò, con l’avvento di questa iper-accelerazione ed iper-diffusione delle opportunità di trasmettere informazioni, un parallelo aumento dell’importanza attribuita alla parola scritta, contrariamente all’opinione più diffusa che invece prevedeva per la scrittura un declino causato dalla rapidità delle ultimissime super-specializzate tecnologie. Blog, Facebook e messaggi sms dovrebbero bastare ad intenderci di cosa stiamo parlando.
L’esprimersi per iscritto sembra dunque possedere tutti i crismi per poter essere enumerato nella lista di quegli “archetipi senza tempo” di cui parlavo prima, ma l’incrocio concettuale più pregevole ve lo devo ancor riferire. Ci sono inciampato dentro leggendo l’introduzione di «Capire l’arte contemporanea», un buon libro di Angela Vettese che tratta appunto delle ultimissime tendenze estetiche.
La professoressa Vettese ad un certo punto si domanda quale ruolo e quale spazio (una volta esaurita la “stagione d’oro” dell’arte moderna fra tardo ‘800 e prima metà del ‘900) possano ancora occupare le arti visive ai giorni nostri, quando esistono mezzi espressivi (cinema, internet, tv e chissà cos’altro in un futuro assai prossimo) molto più in sintonia con le esigenze di “azzeramento dei tempi morti” apparentemente prioritarie in una visione “ultra-contemporanea” del mondo.
«…Data la difficoltà di definirne il dominio di pertinenza, di comprenderne i criteri di selezione, di renderla veramente popolare, quale funzione resta all’arte visiva? Il suo vantaggio competitivo rispetto ad altre discipline creative risiede soprattutto nel fatto che ha una committenza indiretta, cioè diversamente dalla pubblicità o dalla moda, non ha vincoli appariscenti al momento della concezione dell’opera. Nella maggioranza dei casi gli artisti non sono nemmeno interessati ad avere una vasta notorietà […]. Le esigenze del consenso allargato li porterebbero infatti ad una perdita di libertà di ideazione e di velocità di esecuzione che sono ormai le sole armi a disposizione degli artisti: è grazie a queste caratteristiche che l’arte visiva è una delle espressioni più rapide del pensiero, cioè una delle attività che con maggior tempestività coglie lo spirito del tempo…».
Sorpresa delle sorprese, dunque. Proprio nel pieno dell’epoca con a disposizione gli strumenti per comunicare più strabilianti e più dinamici mai concepiti dall’uomo, cosa non mi si va a rivalutare come forma di espressione assolutamente all’avanguardia? Ma sì, proprio lui: il caro e vecchio vizio umano di “imbrattare coi segni”, siano essi quelli totalmente codificati della scrittura, siano quelli a codice più aperto proprio dell’espressività artistica. Antica come l’uomo, questa sua magica prerogativa non hai mai perso la propria modernità costante e sempre viva attraverso tutti i secoli percorsi, ed oggi si permette pure il lusso di sfidare le “corazzate comunicative” più agguerrite messe in campo dalla tecnologia più fantasmagorica.
Per concludere insomma questo articoletto quanto mai tribolato e contorto, credo di aver capito che non è poi così importante domandarmi se stare nel partito degli “etàdelloristi”, oppure in quello dei “devoti alle ragioni del futuro”. Molto meglio mi sembra stare dalla parte degli “archetipi senza tempo”.
Una volta vi parlai dell’amico S.A.M., anche noto come «Sequenzone Accelerato Macrotemporale».
Per chi non volesse andarsi a “ri-sbarbare” il mio relativo antico scritto, agevolo rapidamente una sintesi del concetto. Dicesi «Sequenzone Accelerato Macrotemporale» quell’artificio registico che nei film riassume lassi di tempo anche notevoli, nello spazio di pochissimi minuti, se non a volte secondi, durante i quali, taluni passaggi salienti della vita dei protagonisti (ma spesso non cruciali per l’economia stretta della trama), si condensano quasi volando via sulle note di un qualche commento affidato alla colonna sonora. Un «Sequenzone Accelerato Macrotemporale» può concentrare anche mesi, addirittura anni, nel giro di poche inquadrature.
Uno dei più mirabili esempi di S.A.M. che mi è capitato di vedere negli ultimi tempi, anzi, a ben pensarci forse il più stupefacente mai visto, è contenuto nel film di animazione della Pixar «Up», in cui il protagonista passa direttamente dalla fanciullezza alla vecchiaia “guadando” attraverso un super sequenzone di alcuni minuti, molto commovente e densamente poetico.
All’epoca del mio mini-trattato sul S.A.M., mi avventurai in improbabili teorie sociologi-cazzeggianti. Ciò che invece mi preme mettere in rilievo oggi riguardo al S.A.M., è che pur costituendo esso un meccanismo del tutto artificioso ed irreale, contro natura direi, alla fine piace. Questo non starebbe a significare proprio una cippa di nulla. Per dire: anche tirare strisce di coca lunghe come tutta la linea di centrocampo di San Siro, è attività che piace, pur non essendo cosa del tutto naturale nemmeno essa.
La faccenda più singolare del S.A.M., sta invece nel riuscire a farci piacere un fenomeno che se ci capitasse effettivamente nella vita, non sarebbe causa di notevole soddisfazione. Provate un po’ ad immaginare di esservi ritrovati già in pensione, alcuni minuti dopo aver varcato la soglia dell’aula della vostra prima elementare, e poi mi saprete dire.
Eppure il S.A.M., cinematograficamente applicato alla vita altrui, trasmette un effetto consolatorio, commuove, intenerisce. Dunque, non saprei spiegare come mai, ma in sostanza un fenomeno decisamente odioso in una potenziale realtà immaginata, risulta gradevole in una finzione effettiva.
Non saprei dire come mai, ma alcune ipotesi le posso sparare lì.
Una mini-teoria è che forse non ci dispiace fino in fondo che la vita passi. «…Fffàte rettro saragat!!!...» mi sembra quasi di udire il coro di protesta, «…a noi che la vita passi ci dispiace, eccome!!!...». Lo so, lo so, spiace molto anche a me che passi, non temete. Quello che intendevo è che nel valutare la vita ed il suo senso, le impressioni derivate sono sempre ambivalenti e non così lineari come si potrebbe supporre. La vita è una gran bella cosa. La vita è il nostro contenuto e il nostro contenitore. Ma è pure una gran faticaccia. Talvolta, quando capita di fare quel “gioco delle speranze inutili”, normalmente praticato all’insegna del motto «…Ah…se potessi tornare indietro!!!...», non sempre mi ritrovo sicuro della risposta. Sinceramente non lo so se tornare indietro effettivamente nel tempo, mi piacerebbe più di tanto. Perché ci sarebbe da sorbirsi di nuovo tutti i guai, i piccoli o grandi drammi, le angosce, insomma, tutto l’insieme degli sforzi fatti per crescere (per quel poco che si può dire che io sia cresciuto…soprattutto mentalmente…).
Alla fine, è su tutto questo coacervo di sensazioni che il «Sequenzone Accelerato Macrotemporale» entra a gamba tesa. Spazza via i tempi morti, ancor più di quanto faccia il meccanismo filmico in genere, il che rappresenta forse la sua essenza più vera (come ricordava uno che la materia un po’ la masticava, tale Hitchcock Alfredo…). Il sequenzone filtra le magagne, pota i problemi, scartavetra gli intoppi del tempo, che scorre così via liscio come l’olio, tanto che alla fine ci ritroviamo, seduti sulla nostra poltrona al cinema o in salotto, belli “sequenzonati” e giulivi, come l’ignaro vacanziere che continua a godersi la sua villeggiatura, mentre i ladri gli hanno svaligiato la casa (nel senso che sullo schermo ci hanno portato via una vita in due minuti, ma noi ci sentiamo bene…).
Possiamo considerare poi fra i parenti stretti del sequenzone, anche il montaggio (“Monty”: motore immobile ed essenza imprescindibile del “Blob” enricoghezziano). Ditemi infatti un po’ voi cosa c’entra quello spezzatino di inquadrature di “Monty”, con la normale visione che abbiamo delle cose nella realtà. Una banale spiegazione potrebbe risiedere in un suo ricalcare remotissimamente la funzione del battito delle palpebre. L’ho scritto così per inciso, perché mi garbava a livello di suggestione, ma questa dello sbatacchiamento ciliare credo sia una pista di pensieri che non porta da nessuna parte. Il refresh ottico che le palpebre ci garantiscono non ci propone ad ogni rinnovo di schermata una inquadratura molto differente da quella abbandonata un microsecondo prima. Invece il bello del montaggio sta proprio in quello, ossia che zompetta visivamente compiendo anche balzi tematici notevoli.
Prima ancora che costituire un fenomeno visivo, dunque, il montaggio si propone come dinamica concettuale. Ci aggrada perché riecheggia tutto il piacere provato quando la mente gira a mille ed associa idee con emozioni, a loro volta intrecciate a suggestioni, anch’esse frullate ancora con sogni, speranze, ipotesi, progetti, e così via, stropicciando e “pastrugnando” il tutto in barba dei limiti di spazio e di tempo.
Alla fine della fola, cosa possiamo concludere allora? Al di là del fatto di essere divenuti parte di un vero e proprio linguaggio (quello cinematografico-televisivo) ormai codificato e consolidato, il «Sequenzone Accelerato Macrotemporale» e il montaggio ci sono particolarmente cari proprio in virtù della loro innaturalezza. Perché ci fanno gustare per alcuni minuti l’onnipotenza di poter disporre dello spazio e del tempo godendo di prerogative normalmente a disposizione soltanto dei super eroi o di qualche semidio a scelta (che ne so: Ercole o SuperPollo…).
Anche se in un angolino della nostra mente, mentre ci beiamo di S.A.M. e di “Monty” a gogò, può sempre fare capolino quel campanello d’allarme premonitore, capace di farci subodorare lo “smadonnamento” che ci toccherà poi facendo la coda in macchina alla fine del film, uscendo dal parcheggio della multisala. Questa volta purtroppo in un perfetto “piano sequenza”, spietato e inesorabile come un paio di calzini reduci da una settimana trascorsa nelle Adidas Torsion di un maratoneta.
La mia crisi di idee resiste, insiste e persiste. Io ci provo ad andarci, per pensieri, ma raccolgo solo e puro cranio vuoto a rendere. Mi sono tuttavia ricordato di un mio antico scrittino. Noiosetto e pendante anzichè no, come negarlo? Ma al momento è il massimo che vi posso offrire...portate pasiensa...
«Dio ha creato l’uomo perché Egli adora i racconti» Elie Wiesel
«Soltanto chi lascia il labirinto può essere felice, ma soltanto chi è felice può uscirne» "Lo specchio nello specchio" - Michael Ende
«Che cosa ha voluto dirci l’autore con questo suo scritto? Che messaggio ci ha voluto comunicare? Quali sono i significati espliciti celati dietro la “finzione” operata con lo strumento artistico?» Sono domande queste che ci poniamo quasi automaticamente dopo aver letto un romanzo, o un racconto, o un componimento poetico. Si tratta certamente di curiosità legittime, ma, per certi versi, esse possono risultare anche fuorvianti. Tali interrogativi sembrano infatti presupporre alcuni dati che in realtà non sono per niente scontati. In questa ottica sembra quasi profilarsi uno scenario tale per cui l’autore, dopo aver focalizzato una serie di problematiche esistenziali di rilievo, si sia messo alla ricerca di una forma o di un espediente letterario adeguato per convogliarle al pubblico dei lettori. Anche se nella sostanza degli atti materiali è probabile che le cose si svolgano in maniera non molto dissimile, in realtà, a livello di sequenze concettuali, credo che l’agire dell’artista si articoli effettivamente in una maniera ben più complessa. In particolare vanno ricordati due punti degni di nota: - innanzitutto, l’opera d’arte è sempre il frutto di un “gesto” non riconducibile alla sommatoria di una serie di atti parziali; - in secondo luogo, l’artista non crea la sua opera solamente in vista della fruizione di un ipotetico pubblico (ovviamente anche per questo), ma è sempre spinto anche da “criptiche” istanze interiori che vanno a sfiorare gli strati più profondi, ineffabili, talvolta oscuri dell’animo dell’uomo. Per chiarire meglio il concetto espresso al primo punto, può essere utile un paragone con il mondo della musica. Le note musicali sono solamente sette. Imparare a padroneggiarle, a capirne il “funzionamento” e la “logica” è alla portata di molte persone. Ma riuscire a mettere quelle sole sette note in sequenze significative in grado di far vibrare la sensibilità umana, questo è appannaggio solo di pochi. Ecco, la differenza che esiste tra un puro esecutore di brani musicali (seppur a livelli eccelsi) ed un musicista in grado di comporre, credo sia la medesima che intercorre tra saper esporre una sequenza, anche complessa, di “problematiche esistenziali” e saper scrivere, ad esempio, un romanzo. Il romanzo è portatore di una “sequenza gestuale” non riducibile in parti; non è frazionabile mediante spiegazioni che ne ridimensionerebbero irrimediabilmente il significato, allo stesso modo in cui sarebbe riduttivo considerare una composizione musicale solo dal punto di vista delle note che la compongono. Tutto questo non implica che non si debba e non si possa cercare di parlare di letteratura (questo stesso mio scritto non avrebbe in tal caso nessun senso). Significa invece farsi carico di una importante consapevolezza. La consapevolezza che ogni qualvolta tentiamo di elencare i significati di un’opera letteraria (e di un’opera d’arte in generale), stiamo provando a scindere un’entità in realtà indivisibile o, per riprendere la metafora utilizzata sopra, stiamo cercando di sezionare un “gesto” il cui valore risiede nella sua continuità. Le teorie della scuola psicologica della Gestalt ce lo hanno insegnato: pretendendo di frazionare i fenomeni umani in unità controllabili analiticamente, si rischia quasi sicuramente una perdita irrimediabile della realtà psicologica effettivamente insita in quei fenomeni. L’opera d’arte (nel nostro caso particolare l’opera letteraria) si potrebbe così paragonare ad un labirinto. Fino a quando lo stiamo percorrendo, lo possiamo anche “vivere”, ossia possiamo sentire il suo fascino, il timore che incute, la curiosità che è in grado di stimolare. Al contrario, visto dal di fuori, riesce solo a trasmetterci un simulacro di sé stesso, alla stregua delle ombre riflesse sulla parete di fondo della grotta di Platone. Se consideriamo la frase di Michael Ende citata in apertura: “Soltanto chi lascia il labirinto può essere felice, ma soltanto chi è felice può uscirne”, e intendiamo per felicità la comprensione dei significati dell’opera letteraria, possiamo mettere in rilievo la natura paradossale di quest’ultima. L’opera letteraria partecipa della stessa natura del gioco: è “finzione” per sperimentare il reale in una dimensione parallela alla realtà, con proprie regole ridefinite che riflettono quelle effettivamente in gioco nella vita.
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«La bellezza estetica è il corrispondente isomorfico tra quanto si dice e il modo in cui lo si dice» "Il pensiero visivo" - Rudolf Arnheim Einaudi, Torino 1974
Prendendo spunto da questa affermazione dello “psicologo dell’arte” Rudolf Arnheim, vorrei a questo punto proseguire il discorso con alcune considerazioni sulla questione della traduzione delle opere letterarie, applicandolo in particolare ad un’opera della poetessa americana Emily Dickinson. È innegabile che il passaggio ad un idioma diverso dall’originale comporti un notevole mutamento nell’espressione formale di un certo contenuto. In questo caso, l’uscita dal “labirinto” dei significati originali dell’opera rischia di diventare definitiva, facendoci perdere il senso genuino di quei significati. Al di là della trasformazione dei singoli vocaboli (questo è banale), uno dei cambiamenti più importanti riguarda la struttura sintattica, che per una costruzione linguistica rappresenta un po’ l’equivalente dei rapporti tra le forze in una costruzione architettonica. Dobbiamo allora ritenere scontato il fatto che l’opera letteraria, una volta tradotta, divenga un qualcosa di differente rispetto all’originale? Certamente su questo punto influisce in maniera determinante la capacità del traduttore di cogliere lo “spirito” del materiale linguistico che è chiamato a manipolare. Se questo discorso è vero per le opere in prosa, assume un significato ancor più importante nel caso delle opere poetiche. In questa particolare forma di espressione artistica, infatti, la sequenza delle parole, il loro incontro o scontro, il loro confronto anche sonoro oltre che di significati, diventano strumenti formali fondamentali per convogliare un determinato contenuto. Prendiamo spunto, come dicevo, da una bella poesia della poetessa americana Emily Dickinson (Amherst, Massachussetts, 1830 - ivi, 1886) per fare alcune riflessioni:
A sepal, petal, and a thorn - Upon a common summer’s morn - A flesk of Dew - a Bee or two - A Breeze - a caper in the trees - And I’m a Rose!
Nella versione originale la bellezza della poesia è data soprattutto dal continuo rincorrersi delle parole, ottenuto con le rime e le assonanze. È proprio questo saltellare, da un termine ad un altro che lo richiama, che maggiormente attira l’interesse del lettore. Talvolta il riferimento reciproco tra due termini non è affidato soltanto a fattori “sonori”, ma anche “di contenuto”. Nella prima riga, la sequenza “A sepal, petal...” non è forse un richiamo anche alla forma fisica delle due parti del fiore menzionate? I sepali sono quella sorta di contro - petali verdi che accolgono la corona superiore dei petali veri e propri: sepalo e petalo, nella loro forma fisica, sono allacciati vicendevolmente in un abbraccio sinuoso. Questa immagine viene di fatto evocata dall’incontro dei due termini nella sequenza “A sepal, petal...”. Tant’è vero che Emily Dickinson non inserisce l’articolo indeterminativo davanti al secondo termine (“...petal...”) per non rendere il senso di interruzione tra le due parole assonanti. Interruzione che invece viene introdotta con la congiunzione davanti al terzo termine menzionato, “...and a thorn...”, quasi a sottolineare il distacco anche fisico che intercorre tra la parte delicata della rosa (sepali e petali) e la sua parte “aggressiva” (la spina). Chi legge questo scritto potrà a buon diritto contestare che probabilmente tutti questi significati reconditi non erano stati volutamente architettati dall’autrice; non di meno è innegabile che essi sussistano in questo testo poetico come suggestioni potenziali, sia che la Dickinson li abbia introdotti consapevolmente, sia che li abbia inseriti semplicemente affidandosi alla propria immensa sensibilità. Ritornando alla questione della traduzione, vediamo come questa poesia viene resa in italiano da Margherita Guidacci in un’edizione, per altro molto curata e ben fatta, di opere scelte di Emily Dickinson [Emily Dickinson, “Poesie”, BUR Rizzoli, Milano 1979]:
Un sepalo ed un petalo e una spina In un comune mattino d’estate, Un fiasco di rugiada, un’ape o due, Una brezza, Un frullo in mezzo agli alberi - Ed io sono una rosa!
Innanzitutto, non c’è più traccia dell’originale eco tra le parole che era ottenuta per mezzo di rime ed assonanze lungo l’intero testo. Inoltre, nella prima riga, la traduzione rende esattamente l’effetto opposto rispetto a quelle suggestioni potenziali di cui parlavo prima: tra “...sepalo...” e “...petalo....”, non solo viene introdotta un’interruzione tramite congiunzione e articolo, ma la congiunzione usata è addirittura “...ed...”, con la consonante aggiunta a rendere ancora più netto lo stacco. Tra “...petalo...” e “...una spina...” invece, dove la congiunzione “dura “...ed...” sarebbe stata più appropriata, viene utilizzata la congiunzione “dolce” “...e...”. Per concludere, vorrei proporre un tentativo personale di traduzione della poesia che potrà apparire eccessivamente libero e a tratti ingenuo, ma credo più “sensibile”:
Un sepalo, petalo, ed una spina D’estate, una qualsiasi mattina Un fiasco di Rugiada - un’ape o un’accoppiata Un venticello - tra gli alberi un frullo - E della Rosa indosso il mantello!
«...Il rapporto della scienza con l'ignoto riprende e varia quello dei brahmani vedici con i loro molteplici dèi. L'esistenza dell'ignoto esige una continua, immensa dissipazione di energie, di vita. E il beneficio di quest'opera sacrificale, da cui discende ogni opus, è l'occasionale scoperta, dono ceduto dall'ignoto ai suoi sacerdoti. E, così come gli dèi vedici temevano che, mediante il sacrificio, i sacerdoti riuscissero davvero a diventare immortali, seguendo la via degli dèi stessi, che in origine mediante il sacrificio appunto immortali erano diventati, così l'ignoto può temere che quella profusione di offerte non sia un gesto ripetuto di omaggio ma la premessa di una sopraffazione.
Eppure la scienza, oltre che astuta e avida, è anche modesta e miope - e questo tranquillizza gli dèi che ora si celano dietro l'ignoto come nella sigla di un'associazione. La scienza vuole un solo genere di doni: vuole che siano fatti verificabili, controllabili, ripetibili. E, nella loro lunga storia, gli dèi celati nell'ignoto sanno che i doni più preziosi non appartengono a quella categoria: inverificabile, incontrollabile, irripetibile è innanzitutto la felicità. Si riproprone qui la fatale astuzia di Prometeo: gli uomini fanno in modo di ottenere la parte grassa dell'offerta, quel nucleo di energia che però presuppone la fame e la morte. Gli dèi accettano di farsi ingannare, con un lieve cenno di sarcasmo: avranno solo i fumi del sacrificio, quei profumi incontrollabili, dispersi nell'aria, che però sono puro piacere e non presuppongono la fame e la morte...».
"La rovina di Kasch" Roberto Calasso - 1983
Molto affascinante questa suggestione diffusa che striscia celata fra le frasi, lungo tutto il dottissimo, misteriosissimo testo di Roberto Calasso. Una suggestione che vuole accomunate l'essenza del gesto sacrificale e quello del nominare, momento fondativo dell'atto umano del conoscere. Nominando le cose, l'uomo le sottrae al flusso del caos primigenio nel quale sono da sempre immerse. Il possesso che in questo modo se ne trae è al tempo stesso reale ed illusorio. Così come nel sacrificio si "dissipano" energie vitali, allo stesso modo il momento conoscitivo implica un prezzo pagato che si traduce in termini di dolore imprevedibile e di perdita dell'ingenuità originaria dell'anima. Nel flusso di pensieri evocato dalla lettura di questo arduo brano, mi è venuto da riflettere anche sulla curiosa similitudine fra questi argomenti così esoterici e la celeberrima scena iniziale del capolavoro Kubrickiano «2001: Odissea nello spazio»: il lontanissimo antenato dell'uomo che compie il suo primo passo nella dimensione "culturale" e della coscienza di sè, commettendo la prima uccisione consapevole di un proprio simile.
Oggi vi propino un’altra puntata di “Adorno a modo mio”. Portate pazienza, come tutte le cose (comprese le calamità naturali) anche queste finiranno. Una precisazione (del tutto superflua): queste gillipixate tematiche non hanno nessuna pretesa di essere delle spiegazioni rigorose. Non è il mio mestiere e non ne sarei nemmeno capace. Alla fine dunque sono solo delle andate per pensieri un po’ più incasinate del solito. Ma sempre andate per pensieri sono…sarebbe a dire: mica roba seria…
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[...]...il concetto della filosofia non coincide affatto o non coincide senz'altro con il concetto della verità, in ogni caso con il concetto della verità nel suo uso prefilosofico o extrafilosofico... [...]...quando incominciai a occuparmi di filosofia non mi interessava affatto di trovare quella famosa verità; volevo invece essere in grado di esprimere le mie intuizioni ed esperienze più essenziali intorno al mondo... [...]...in questo senso la filosofia è legata assai profondamente al momento dell'espressione, al momento che nella Dialettica dell'illuminismo Horkeimer ed io abbiamo definito come mimetico.
"Terminologia filosofica" Theodor W. Adorno – 1973
Il focus di questa mini-tesi è di nuovo il termine “espressione”, stavolta specificata rispetto al suo “momento mimetico”. Mimesi (μίμήσίς) etimologicamente significa imitazione. In queste proposizioni di Adorno, credo che il termine vada ricalibrato facendolo precedere dalla ante-specificazione “tentativo di”: mimesi come “tentativo di imitazione”. Anzi, mi voglio rovinare: in qualità di assoluto estimatore amatoriale della filosofia, nonché nelle vesti di viandante per pensieri quale io sono (e come tale, totalmente semi-irresponsabile delle mie proprie parole), stavolta tiro in ballo anche il mimetismo inteso come pratica animale di occultamento fisico. Tutte queste premesse ci parano innanzi diversi sentieri di senso. La pre-locuzione “tentativo di” introduce la condizione essenziale dell’umiltà: il filosofo sa di trovarsi di fronte a problematiche del pensiero molto ardue, alle quali sente di dover recare un sommo rispetto. La consapevolezza del fatto che concettualmente si sta “tentando di imitare il mondo”, implica la conseguenza che il risultato ottenuto avrà una “presa sulla realtà” pari ad un riflesso rimandato da uno specchio. In senso «…prefilosofico o extrafilosofico…» la verità può anche essere illusoriamente posseduta nella sua interezza. Il sapere filosofico invece sa che riuscire a far presa sui riflessi della verità è già una conquista da non sottovalutare. Inoltre, come accennavo sopra, il momento e la modalità con cui la filosofia coglie il vero, mi pare possano essere metaforizzati bene con l’atteggiamento del camaleonte (o di altra bestiola mimetica) che si armonizza con lo sfondo naturale, nel medesimo tempo coincidendo con esso pur rimanendone staccato nella sostanza. In misura affine, la filosofia è tentativo di imitazione della bellezza del vero, tentativo che anela a fondersi con esso, nella consapevolezza di trovarsi di fronte ad un traguardo che si sposta sempre in avanti, di pari passo coi nostri progressi di avvicinamento. Una delle sensazioni che anche nel mio piccolo talvolta ho provato di fronte a certi concetti filosofici è stata esattamente quella di essere fuso con un senso di verità, pur rimanendo viva la consapevolezza che quella verità non la stavo possedendo a tutti gli effetti, non fino in fondo, mai.
L’ultima volta che ho scritto qui su, mi sono messo a citare “roba difficile”.
Non è stato tanto per fare lo snob (…o forse anche un po’, va beh) e neppure il saccente, o l’intellettualoide de’ noantri. Il punto è che trovo molto affascinante inoltrarmi fino ai confini estremi dei concetti, provando a vedere quanto in là ci si possa spingere, forzando significati e sensazioni mentali. Tutte le frasi di Adorno che ho riportato trattavano in fin dei conti proprio di questo affascinante aspetto del pensare. Diverse voci di gentili lettrici (leggi Farly e Maffy) mi hanno tuttavia fatto notare quanto ardua fosse l’argomentazione del buon Teddy Adorno. Mi è venuta così l’idea di riprendere alcune delle “mini-tesi” contenute in quelle frasi (così come le ho estrapolate dal discorso generale di Adorno) e cercare di approfondirle un po’ a modo mio. Con la speranza di non incasinare le cose ancora di più…
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«...la filosofia non possiede il suo oggetto, ma lo cerca. [...]...Ciò è connesso con il momento dell'espressione: essa vuole esprimere con il concetto ciò che non è propriamente concettuale. Se la famosa frase di Wittgenstein afferma che bisogna dire solo ciò che si può esprimere chiaramente, ma sul resto si deve tacere, direi allora che il concetto di filosofia significa precisamente l'opposto, e che la filosofia è lo sforzo permanente e quanto si voglia disperato di dire ciò che a rigore non può essere detto.
"Terminologia filosofica" Theodor W. Adorno - 1973
Il focus di questa mini-tesi è il termine “espressione”. Forse per capire meglio può venire utile un parallelo con il mondo della matematica: espressione è una parola usata anche lì. E proprio la differenza fra come essa è intesa dalle due discipline può fornire utili indizi. In matematica si presuppone che il significato connesso ad una certa espressione intrattenga con questa un rapporto biunivoco. Da una parte sta l’espressione, dall’altra il suo significato: afferri l’espressione, dai uno strappo, e in virtù di un solo filo di collegamento ti tiri dietro anche tutto il significato. Stessa storia nell’altro verso: tiri il significato e prima o poi, risalendo sempre lungo lo stesso filo, ti ritrovi in mano l’espressione di partenza. In filosofia non è così. Lì, l’espressione e il suo significato sono messi in comunicazione da tanti possibili fili. Più l’espressione è complessa, più fili si aggiungono. Tanto che alla fine il significato lo possiamo vedere come una sorta di marionetta governata dall’espressione. Nella terra di nessuno che si estende ben oltre i confini della “significazione” codificata dal senso comune, si aprono territori nei quali la marionetta del significato si presenta appigliata a moltissimi fili. Nel caso dei concetti più articolati e complessi, i fili della marionetta corrono il rischio di allungarsi nel vuoto, senza riuscire ad attaccarsi ad alcuna propaggine di significato. L’appiglio per quei fili nessuno sa se esiste e dove trovarlo di preciso. Nondimeno nella natura dell’uomo è instillato questo istinto, questo “amore per la sapienza” (“φιλειν” e “σοφια”), che spinge a ricercarlo. E’ questo il punto in cui la filosofia si ritrova nella situazione in cui «...non possiede il suo oggetto, ma lo cerca…». Per le domande il cui oggetto è situato alle distanze più remote, forse non esisterà mai risposta, perché la loro portata è tale da sfuggire agli strumenti del ragionamento umano. Ed è in questo passaggio che si racchiude l’aspetto più disperato e al contempo eroico della ricerca filosofica: l’irrefrenabile impeto a dover cercare comunque «…di dire ciò che a rigore non può essere detto…», l’insana saggezza che spinge a voler «…esprimere con il concetto ciò che non è propriamente concettuale…».
Oggi, mentre mi incamminavo verso l'ufficio, notando due macchine parcheggiate l'una a pochi millimetri dall'altra, ho capito meglio il senso dell'arte moderna (o meglio, di una buona parte di essa).
Non che prima fossi a digiuno completo di estetica contemporanea. E nemmeno è da dirsi che ora ne sia divenuto quel gran esperto. Più semplicemente, ne ho colto un "aspetto applicato". Mi riferisco qui in particolare ad una delle più grandi rivoluzioni portate dall'arte moderna: l'affrancamento dalla verosimiglianza. Da un certo momento in poi, gli artisti hanno rinunciato alla pretesa della "mimesis", ossia della trasmissione di significati esistenziali effettuata tramite riproduzione del reale preso come un tutto organico. Il reale è stato invece suddiviso in "quanti estetici" emotivamente e significativamente circoscritti. In questo senso, i sacchi di Burri o i tagli di Fontana non sono opere meno realistiche del Tondo Doni o della Gioconda. Anche le opere moderne cosiddette astratte traggono infatti il loro spunto dal reale, non potrebbe essere altrimenti. E' sempre una questioni di sensi, quella che è messa in gioco. Con la differenza che la modernità ha scomposto il fenomeno estetico nei suoi elementi di forza visiva, nelle sue correnti compositive, nei suoi meccanismi di base. Nell'arte pre-moderna, quegli elementi erano altresì presenti, ma rimanevano integrati, incastonati senza soluzione di continuità nel "tutto visivo". L'arte pre-moderna trattava il reale come un flusso piovoso, mentre l'arte moderna si è addentrata nella considerazione goccia per goccia di quella pioggia.
Cosa c'entra tutto questo con due macchine parcheggiate, per dirla con finezza estetica superiore, muso a culo quasi incollate? Il particolare mi ha colpito perchè non è usuale nella città medio-piccola in cui lavoro. Qui le auto sono solitamente belle infilate con buoni 30 o 40 cm. di distacco l'una dall'altra. La parcheggiata appiccicata l'ho vista spesso invece a Milano, anzi lì è proprio la consuetudine, così come in altre metropoli italiane in cui sono stato, ad esempio Roma. Nel mio immaginario è un emblema di metropoli. Ecco allora come la mia attenzione è stata catturata stamattina da un "quanto visivo" significativamente riferito ad un contesto del tutto diverso da quello in cui lo vedevo. La casualità di uno sguardo sfuggente lo aveva isolato e messo in rilievo, ma qui, nella mia piccola cittadina, non aveva meno forza significativa di quanta ne avesse nei suoi contesti più usuali macro-urbani. Era solamente più evidente, in quanto individuato nella sua singolarità. Credo che gli artisti moderni abbiano in un certo senso fatto qualcosa di simile. Certo loro, evidenziando significati del reale ben più nobili dal mio, ma l'operazione estetica in gioco non è molto dissimile. O almeno credo...
(Trash-montaggio di Gillipixel - del quale Gillipixel medesimo si vergogna sommamente, con la parziale scusante di non aver potuto nulla di fronte all'irrefrenabile anima trash-agreste che si ritrova)
Siccome ogni minaccia è debito, vorrei mantenere la promessa fatta sul limitar del precedente scribacchiamento ed aggiungere un elemento di riflessione personale a proposito della forza conoscitiva del mito.
Pare insomma che il mito inglobi la "verità" come un pezzo d'ambra fa con gli insetti o altre piccole porzioni di vita, fermandole nel tempo. In modo analogo, il mito "congela" le verità esistenziali in una dimensione che in qualche misura ce le mostra ponendocele dinnanzi, pur lasciandole imprigionate in una sostanziale inafferrabilità diretta. Vedete che a tentare di parlare del mito si finisce per avvoltolarsi in circonvoluzioni di senso, praticamente impossibilitati ad uscire dallo spirito labirintico che è proprio del mito stesso.
Ed ecco che qui si inserisce la parte mia personale di riflessione che vorrei aggiungere al discorso. Pensavo in questi giorni in particolare ad un elemento narrativo che ricorre in diversi miti: la proibizione di osservare l'oggetto del proprio desiderio (che poi è sempre un soggetto, almeno per gli esempi che mi ricordo). Succede nel mito di Amore e Psiche: l'intesa amorosa fra i due può sussistere finché Psiche si attiene al patto di non pretendere di guardare mai l'amato direttamente. Succede ad Orfeo disceso nell'Ade per riportare nel regno dei vivi l'amata Euridice, alla condizione di condurla per mano lungo il tragitto, senza girarsi ad osservarla in volto. Orfeo cade nella tentazione voltandosi indietro, ed Euridice sfuma di nuovo irrimediabilmente fra le ombre dell'Ade. Succede in un certo senso anche a Narciso, che si "danna" osservando l'immagine di se stesso nello specchio d'acqua (anche se forse questo è un esempio meno pertinente per il mio discorso).
Se diamo dunque per buoni gli assunti posti sinora (e io li darei per buoni, già che sono nelle spese), dietro al velo narrativo del mito ci dev'essere una qualche verità profonda.
E non ve lo saprei spiegare in modo chiaro e lineare (altrimenti non ci sarebbe bisogno di ricorrere al mito), ma questo non poter osservare il “tema” del proprio desiderio direttamente “in volto”, mi pare di averlo percepito spesso. L’ho percepito in una sensazione vaga e soffusa, e quello che mi sembra di aver subodorato nella mia esperienza è che più ci si sforza di rinfocolare un desiderio, più lo si carica di speranze, più lo si blandisce, più ci si trastulla in una vagheggiata prospettiva di concretizzazione, insomma più lo si tiene bello e fisso di fronte alla propria considerazione costante, e più quel vigliacco stenta a realizzarsi, sfugge, si auto-rimanda, si trasforma nel nostro tormentone in perpetua dilazione. Il desiderio allora non lo puoi guardare negli occhi, ma pur sapendo che nel tuo intimo esso continua a persistere, lo devi abbandonare così, ungarettianamente "come una cosa posata in un angolo e dimenticata". Più si tiene alla realizzazione del desiderio, più gli si deve passare accanto quasi ignorandolo, trattandolo come la lettera rubata di Poe. Pur sapendolo lì sul tavolo, banalmente alla portata della tua “vis desiderandi” (se mi passate questa latinata in italiacano, questo sformato di maccheroni latini), bisogna fare finta che non ci sia, quasi snobbarlo, e forse un giorno, quando meno te lo aspetti, ti accorgi che si è realizzato, spazzando via nel frattempo anche la tentazione di fissarlo negli occhi oppure no.
Mi capita di tornare a meditare spesso sulle cose scritte qui sul mio blogghetto e a volte mi accorgo di aver dato troppo per scontato il senso di certe affermazioni, di essere stato troppo frettoloso nel trarre talune conclusioni. Volevo dunque riprendere una cosa affermata l’altro giorno trattando l’argomento dei LEGO, cercando di portare stavolta alcuni elementi ulteriori per far capire meglio quel che volevo dire. In particolare mi riferisco all’associazione sottolineata fra passione per i LEGO e successivo sviluppo nel mio animo dell’amore per la lettura (e di riflesso inevitabile, anche per lo scrivere). Ad un certo punto del mio eterogeneo ed onnivoro cammino di studi, mi capitò di leggere qualcosa circa la sostanziale “natura spaziale” del linguaggio. Piccola digressione: non so se capita pure a voi, ma io, tutte le volte che lungo il percorso di accrescimento della mia Conoscenza mi sono imbattuto in concetti capaci di cambiare (in misura più o meno grande) la mia visione generale delle cose, mi sono sempre sentito “stupid-allegro”. Allegro: perché la sensazione che ti procura il trovarti al cospetto di un passaggio concettuale decisivo nel panorama di una certa materia (per fare due esempi banali, il “cogito” cartesiano in filosofia, oppure tutta la malia della multidimensionalità intellettuale racchiusa nel calcolo differenziale in matematica), è esattamente una gioia vertiginosa ed in qualche modo spiazzante. Stupido: perché quei passaggi intellettuali sono percepiti talmente in armonia con la struttura genuina fondante del nostro pensiero, talmente consustanziali ad esso, da lasciare un piacevole senso di smarrimento e stupore per non averli saputi cogliere prima da soli, tanto sono perfetti e consonanti ad una “luminosità” del pensare. Una di queste esperienze di “stupid-allegria” conoscitiva me la procurò dunque questo concetto di “natura spaziale” del linguaggio. L’idea di base deriva dalla supposizione, più che ragionevole, che il linguaggio (da non dimenticare: nella sua articolazione e complessità, privilegio della sola specie homo sapiens) debba essere nato da un “nominare” basato originariamente sul porre in stretto rapporto il “muoversi fra le cose concrete” ed il “il muoversi nella mente”, trasponendo il primo tipo di moto nel secondo. Pur essendosi evoluto nel corso della storia umana in forme articolate ed astratte di estrema complessità, il linguaggio conserva in nuce questo suo momento fondativo originario: i rapporti fra parole rimangono nella sostanza “rapporti fra cose trasposti”. Alcuni esempi per entrare un po’ più nel merito specifico. Considerate la “forza spaziale” di alcune parole, in particolare gli avverbi, i pronomi, ma in genere tutti quei piccoli elementi grammaticali di tessitura della “trama discorsiva”. Per dirne qualcuno: molto banalmente, la differenza di distanze denotata da “questo” e “quello”. Oppure, il senso di brusca “marcia indietro” discorsiva introdotta dagli avverbi “invece” e “ma”: con il loro intervento si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un “muro” del discorso, con la conseguente necessità di incamminarsi per vie quasi opposte del ragionamento. E ancora, la deviazione più blanda portata dall’entrata in scena di un “però” o di un “tuttavia”. Oppure, il senso di “apertura di orizzonti” che la paroline “dunque” e “quindi” recano con sé, quasi fossero una sorta di piccoli custodi addetti a spalancare i cancelli di nuove possibilità di prosecuzione di un discorso. Gli elementi per esemplificare la natura spaziale della composizione del linguaggio sono dunque tantissimi. Vorrei portarvi però un altro suggestivo elemento, sempre reminiscenza di quel mio felice incappare nel concetto della spazialità del linguaggio. Ed è la differenza fra le lingue strutturalmente impostate sull’uso delle declinazioni (latino e tedesco, ad esempio, e anche il russo, mi pare, ma chiedo perdono se per caso ho sparato una boiata) e quelle invece preferibilmente articolate con preposizioni esterne ai vocaboli. Purtroppo non ricordo con precisione quanto veniva detto nello specifico su quel libro letto tanti anni fa. Ma ricordo che la differenziazione fra le due tipologie (con declinazioni, oppure senza) era imputata ad un diverso senso di rapportarsi alla “spazialità”, in relazione anche ad un certo maggiore o minore dinamismo del popolo parlante una determinata lingua. Sotto questo punto di vista, sarebbe interessante e curioso indagare ad esempio come il latino, espressione con le sue declinazioni di un popolo (come quello degli antichi romani) dinamico e strettamente contiguo alla concretezza delle cose, si sia evoluto nell’italiano, che ha perso le declinazioni lungo la strada, per assumere il “distacco” dalle cose insito nell’utilizzo delle preposizioni. (Non credo tuttavia di ricordare con tanta precisione, altrimenti non si spiegherebbe come il tedesco, lingua basata sulle declinazioni, abbia dato altresì vita ai sistemi filosofici più complessi - Heghel, Kant, ecc. Prendete dunque un po’ con le pinze quanto detto, fatta salva la validità dell’assunto che fra propensione all’uso delle declinazioni oppure delle preposizioni, ci passa di base una discriminante spaziale). Per concludere dunque, ecco il senso di quanto scrivevo l’altro giorno sui LEGO: questo gioco mi ha introdotto all’amore per la lettura e per la scrittura, proprio perché me le ha anticipate con la sua capacità di fare appassionare allo “spazio” e alle sue fascinazioni. Ogni volta che leggiamo è infatti come percorrere un’ideale architettura fatta di forze e dispositivi spaziali pensati. Ed ogni volta che scriviamo è come dare vita ad una nuova di queste architetture.
QUESTO BLOG E' FELICEMENTE IMMUNE DAL "PIUTTOSTO CHE"UTILIZZATO (SBAGLIANDO) COME SINONIMO DI "OPPURE"
Gemellaggi e altre Gillipixate...
Cari lettori di andarperpensieri,
Vi ricordo che quasi tutti i venerdì, questo mia variegata paginetta si gemella con il caro blog amico di Kika, la quale vi riveste con grande maestria i soggetti femminili di quadri storici, mentre il vecchio Gillipix indaga fra i volti della modernità, alla ricerca di insospettate somiglianze fisiognomiche. Tutto questo in:
«...Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo...»
Montale (...E' u' Genio) ---
«Vivere? Lo facciano per noi i nostri domestici.»
Villiers De L'Isle Adam ---
«Come tutti gli scansafatiche, anche io volevo scrivere...».
Bruce Chatwin - "What am I doing here" --- «Tempo fa ero indeciso, ma ora non ne sono più così sicuro» Boscoe Pertwee - XVIII secolo
--- «Non mi sono mai pentito di essermi sempre pentito» - Gillipixel - XXI secolo
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