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martedì 25 marzo 2014

Una gita a Luogo Comune


Coi miei amici ormai, le volte che ci si trova, cerchiamo di scovare le mete più alternative per trascorrere qualche momento spensierato in compagnia.

La trasgressione ci è venuta a noia. A drogarci, non ci pensiamo nemmeno. Da quando la cocaina ha scalzato le Nazionali senza filtro nel paniere ISTAT per il calcolo del costo della vita ed il basco in flanella è stato eliminato a favore delle anfetamine, ci siam messi ad optare per i tranci di mortadella del discount in offerta promozionale, come nostra sostanza psicotropa prediletta.

Qualcuno di noi, tempo fa, aveva persino ventilato l’idea di iniziare la carriera di rock-star. Il problema di fondo è che sostanzialmente siamo dei gran pignoli. Difficilmente ci improvvisiamo, quando facciamo le cose. Ci siamo interessati se c'erano in giro scuole serali di “recupero credito” per diploma di rock-star certificato con valore di legge, spendibile sul mercato del lavoro. L'unica occasione capitò con certi corsi dell'università per la terza età, dove in effetti rilasciavano regolare “Laurea Anziana per Divi Vintage del Rock”.

Era un'offerta anche parecchio vantaggiosa. Quella della rock-star, si sa, è una vitaccia mica da poco. Anni ed anni a massacrarsi il fisico con migliaia di donne da soddisfare in copulante estraneità. Ore su ore di straordinario, da non contarle nemmeno, per orge e party selvaggi. Uso delle droghe più sconvolgenti per mantenere un minimo di buon nome sui giornali di gossip. Il dovere morale di sbattere via soldi in vestiti, scarpe di coccodrillo pitonato, case di lusso con finiture in vitello tonnato, automobili d'oro massiccio, yacht tempestati di diamanti, incroci rari di cani dal pedigree inenarrabile, esami del DNA. Obbligo deontologico di tenersi i capelli lunghi, esosissime rate mensili per l'iscrizione all'albo degli “Artisti maledetti” ed altrettanto costose quote da versare al T.R.O.M.B.A.S., il sindacato autonomo delle rock-star orgiastiche.

Niente di tutto questo invece, con i corsi per la terza età del rock. Conseguendo il loro diploma, saltavi a piè pari tutta la devastante fase giovanilistica del divo musicale e ti ritrovavi direttamente diplomato con la qualifica di “rock-star anziana” riconosciuta. Nel diploma erano anche compresi: una discreta casetta con piscina sulla Costa Azzurra, un programma di fitness completo, uno stile di vita sano ed equilibrato, la presidenza onoraria di qualche ente benefico creato per risolvere qualcuno dei più clamorosi problemi che affliggono l'umanità, ed una serie di date per concerti in reunion con la propria vecchia band, da formarsi con altri neodiplomati.

Peccato che fra di noi amici, nessuno rientrasse nelle esclusive clausole d'iscrizione: siamo tutti rigorosamente molto anziani dentro, ma non era sufficiente e per quella volta non se ne fece nulla...

Non so chi ebbe per primo l'idea, ma una certa sera che ci annoiavamo forte, mi pare che uno dei miei amici (non ricordo chi...) se ne uscisse con questa frase: «...Dobbiamo andare in un posto dove nessuno è mai stato, a fare cose che nessuno ha mai fatto!...». Lo pigliammo ovviamente un bel po' per il culo per la geniale uscita, ribattendo con facezie in stile: «...Sì, c'è gente che va a mangiarsi anche il gelato sotto i vulcani in eruzione, tirandosi dietro un pullman di modelle con un'ascella pelosa e una depilata, e siamo proprio noi quelli che troviamo fuori un posto dove nessuno è mai stato!...».

Per niente scoraggiato dal coro canzonatorio, il gran promotore della trovata scaccia-noia ribatté allora cocciuto: «...Un posto dove nessuno è mai stato, lo si trova ovviamente in nessun posto, questo è il segreto...». E tutti gli altri giù ancora, più sbeffeggianti e burlieri che mai: «...Minchia, se era tagliata male, l'ultima dose di mortadella del discount che ti sei sparato!...».

Il punto è che quel nostro amico è veramente meticoloso e deciso, quando ci si mette, tanto che giunse infine a pronunciare il suggerimento in grado di sbaragliare via ogni tono sarcastico «...Dobbiamo magari andare...che ne so...a Campa Cavallo, a vedere l'erba crescere!...». Ora, in tutto il gruppo di amici che siamo, non è che abbiamo mai brillato troppo per originalità, acume o spirito di iniziativa. Ma quando ci viene profilata una prospettiva affascinante, beh, saremo pur tonti, ma quella la sappiamo riconoscere.

Non siamo così sprovveduti da non sapere che la strada per «Campa Cavallo» si può aprire solo con un piede di «porco boia», a sua volta dotato di alluce «vago», «indice analitico» ed «in medio stat virtus». Qualcuno suggerì poi che forse ci avrebbero fatto caso ancora due dita, il «grande ricordo anulare» ed un po' di «metaditone», sostanza indispensabile per uscir fuori dal tunnel carpale. A furia di sparare una valanga di freddure di questo genere, sbucò l'idea di metterle in musica e tirarne fuori una grande opera lirica moderna. L'ostacolo più impegnativo da superare sarebbe stato rintracciare un buon «tenore di vita», magari Mi-fa-La-sol-fa in persona.

Avevamo dunque appena scoperto che per «andare dove nessuno era mai stato, a fare cose che nessuno aveva mai fatto», non c'era quasi bisogno di muoversi fisicamente. Dipendeva un po' dalla destinazione scelta.

Un'altra sera, ad esempio, ci pigliò l'uzzolo di «andare in Europa a battere i pugni sul tavolo». Il nostro paesello, in Europa c'è già, mancava solo di rintracciare il primo tavolo utile a disposizione. Dai giardini pubblici in cui ci trovavamo, dove nel frattempo l'erba era cresciuta per davvero, i tavoli più vicini erano quelli dell'osteria in piazza. In quello proprio vicino alla porta d'ingresso, stavano seduti alcuni vecchietti alle prese con la loro briscola serale. Tutti insieme noi gruppo di amici, battemmo i pugni sul tavolo all'unisono, mandando all'aria le carte e scompigliando per bene la mano in corso.

I vecchietti tutti in coro ci mandarono a cagare, senza lesinare maledizioni fraseggiate di tecnicismi bestemmiatori, grosso modo lo stesso tipo di risposta che si sentono dare i nostri governanti quando sbattono il grugno contro il macigno delle ragioni economicistiche sovranazionali. Tanto in paese lo sanno tutti che siamo una piccola banda di svitati e a noi ormai non ci fanno caso più del necessario. Riordinate le carte, sono ripartiti con una nuova partitella, e chi s'è visto s'è visto. Per di più uno di noi, avendo visto di sfuggita un micio sgattaiolare fuori dell'uscio di una casa, esclamò nella meraviglia generale: «...Il gatto di stabilità!!!...» e allora tutti fuori dal bar, ad ammirare quel portento di equilibrio fra ragioni barbine e questioni di lana felina.

Adesso, ogni volta che ci ritroviamo, ognuno propone una meta per le nostre gite, sempre rigorosamente «luoghi dove nessuno è mai stato, per andarci a fare cose che nessuno ha mai fatto». Son proprio curioso di vedere dove andremo a parare la prossima volta. C'è chi ha promesso di far parlare persino un nostro amico solitamente dotato di fantasia un po' bovina, scommettendo con tutta la compagnia di riuscire a cavare una «voce fuori dal toro». Certe volte mi piacerebbe starmene un po' a casa per i fatti miei, ma guai a mancare agli appuntamenti con questi miei amici: da quando abbiamo scoperto queste gite nei posti dove nessuno è mai stato, non mi concederebbero un'assenza per niente a mondo. Piuttosto sarebbero disposti a venirmi a fare una serenata sotto le finestre, a suon di squilli di trombe d'Eustachio.


mercoledì 12 marzo 2014

L’orizzonte degli E20


Sottosoglia
una yuma di luce
m'ha lambito in mezzalunante
sospensione di senso mentre astri
posti in lontananza
liminare lungo la Nebulosa della Ciabatta
podaleggiavano
distanziandomi d’uno spazio
corporo-zampeo d’inusitato
bluejeansistico            delta gamba
inter-cronologico               di scarto.

In quest'epoca
proto-renzica
non c'è rimasto altro orizzonte
al di là dell'alternativa
di guardarci i piedi?
Ai bischeri l'ardua sentenza...




giovedì 10 febbraio 2011

Indagine su un campagnolo al di sopra di ogni sospetto


Sono giorni travagliati e di amaro in bocca, questi per me. Vivo in una sorta di spiacevole giallo. Da qualche parte ci deve essere un colpevole e il suo delitto sta nell’avermi reso odioso il mondo.
Ma non solo. Il reo babbeo si è pure premurato di agevolare un’aggravante al proprio crimine. Anche la gente ha tramutato per me in fastidiosa presenza.

Non tollero l’umanità, mi risulta sgradevole ritrovarmela intorno. Spero che questo pernicioso stato d’animo evapori quanto prima, perché mi trasporta continuamente di spiacevolezza in spiacevolezza. Non si sta per nulla bene, in questo modo. Passi la malsopportazione per il genere maschile, che non è atteggiamento particolarmente inedito nel mio animo, ma l’aspetto più grave si sta rivelando la mancanza di refrigerio spirituale derivante dalle femminee presenze.

La vicinanza di una donna è sempre stata per me motivo di gratificazione estetica di grado superiore. Il solo sguardo posato sulle forme ingentilite delle altre metà del cielo, mi ha sempre arrecato sollievo e senso di serenità diffusa. Adesso no. Le donne mi paiono tutt’al più portatrici neutre di tette e chiome fluenti.

Sento di essere stato rapinato di un bene prezioso. Sono divenuto il ramo tagliato che ostenta con autolesionistica boria la propria potatura dall’albero della cui linfa ha tuttavia ancora estremo bisogno.
Anche la mia prosa ha risentito di tutto questo, ve ne sarete accorti da quanto s’è fatta oltremodo legnosa ed ingessata.

Dove ti nascondi, bieco autore di un simile scempio? Ti scoverò, scellerato responsabile di questa sciabolata che ha fatto calare il sipario fino a poco tempo fa aperto sulla scena del mondo.
Ti stanerò, ma dove posso rintracciarti?

Mi crucciavo in simili rimescolii interiori, quando casualmente mi sovvenne un nobile passaggio letterario incontrato tempo addietro. Sesta giornata del Decamerone, ottava novella: protagonisti il fiorentino Fresco e la schizzinosa nipote Cesca:

«…Ora, lasciando stare molti altri suoi modi spiacevoli e rincrescevoli, avvenne un giorno che, essendosi ella in casa tornata là dove Fresco era, e tutta piena di smancerie postaglisi presso a sedere, altro non faceva che soffiare; laonde Fresco domandando le disse:

- Cesca, che vuol dir questo che, essendo oggi festa, tu te ne sé così tosto tornata in casa?

Al quale ella tutta cascante di vezzi rispose:

- Egli è il vero che io me ne sono venuta tosto, per ciò che io non credo che mai in questa terra fossero e uomini e femine tanto spiacevoli e rincrescevoli quanto sono oggi, e non ne passa per via uno che non mi spiaccia come la mala ventura; e io non credo che sia al mondo femina a cui più sia noioso il vedere gli spiacevoli che è a me, e per non vedergli così tosto me ne son venuta.

Alla qual Fresco, a cui li modi fecciosi della nepote dispiacevan fieramente, disse:

- Figliuola, se così ti dispiaccion gli spiacevoli, come tu dì, se tu vuoi viver lieta, non ti specchiare giammai…».

E’ stato a quel punto che son corso allo specchio e mi ci sono messo dritto davanti. La risposta stava proprio là dentro, inquadrata alla perfezione nel centro della superficie riflettente: il colpevole ero io!



giovedì 18 marzo 2010

L’irresistibile velleità del vello


Come tutti gli imperi minati nei gangli fondamentali del proprio complesso edificio socio-culturale, da crepe profonde e gravissime incrinature della struttura, anche la civiltà occidentale collassò per il cedimento di un insignificante mattoncino posto alla propria base.
Un minuscolo tarlo silenzioso, che la erodeva dall’interno, lasciando alla superficie l’illusione intatta dello scorrere ordinario della normalità. Una talpa sotterranea e laboriosa che passò del tutto inosservata, e al momento del palesarsi di una crisi ormai conclamata, era già stata dimenticata come un piccolo dettaglio senza peso.

Tutto cominciò con poche automobili che viaggiavano a fari spenti durante le ore diurne.
Da alcuni anni il codice prevedeva quel minimo obbligo all’accensione perpetua, più simile ad una postilla che ad una norma vera e propria. Forse utile, forse inutile.
Fosse come fosse, i fatti dicevano che si era tenuti a rispettarla, e tuttavia, ad un certo punto del lungo periodo di reflusso gastro-esistenziale che fece seguito all’acme della Abnorme Crisi Globale Universale, qualche automobilista iniziò a circolare a luci mute.
Inizialmente fu forse per una forma di negligenza circoscritta a pochi, che però tardò poco a dilagare fra gli adepti più assidui della pratica del “digrignare i volanti”. La diffusione della mala usanza recò con sé dapprima il dubbio e poi la consapevolezza del fatto che l’origine del morbo andasse più precisamente ricercata nella stanchezza e nella rassegnazione umana. Il fenomeno nacque insomma sotto le sembianze della disattenzione, ma maturò come coscienza dello svuotamento di ogni genuino desiderare.
Da qui a mutare l’atto di sbadataggine in gesto deliberato, la distanza fu più breve del passo di un criceto pigro.
Dopo un po’ di tempo, si tenevano spenti i fari per scelta, ormai. Come dichiarazione di decadenza percepita e smarrimento profondo. Come mesto proclama del ritiro dei remi della fiducia, ben issati ormai sopra la barca dello sconforto più ottuso.
Non accendere le luci di giorno divenne l’equivalente di affermare a voce fioca: «…Non ci credo più…».
L’oscurantismo circolatorio diede adito ad un’accresciuta prudenza nei guidatori. Ci si fidava di meno gli uni degli altri, molto meno, sapendo che dal fugace banco di nebbia o dalla prima curva un po’ insidiosa, poteva sbucare a tradimento il veicolo reso opaco dalla nuova consuetudine. Le velocità diminuirono allo stesso ritmo col quale calavano le vendite delle automobili. La sicurezza per le strade ne guadagnò in grande stile, ma più nessuno era attratto dal fascino della guida, adesso che nei week-end non morivano più spiaccicate almeno una ventina di persone

Alla pari di quanto accade per ogni classica valanga che si rispetti, l’iniziale pallina di neve si rimpinguò di altri piccoli dettagli quotidiani, e insignificanti se presi di per se stessi.
La negligenza del maschio medio “obiettore di fanali” prese così a dilagare anche all’interno della quotidiana gestualità domestica. Erano sempre più numerosi, ad esempio, coloro che si ostinavano a pisciare fuori dalla tazza non più per mera trascuratezza, ma per partito preso bello e buono. Il profilo stancamente appiccicato alle piastrelle sopra lo sciacquone, le spalle semi-addossate al muro, rinunciavano ad ogni velleità di buona mira, abbandonandosi alla deriva sconclusionata della propria dignità ormai schizzata per ogni dove.
L’avvilimento si trasmise per infausto e contrapposto contagio anche alle “obiettrici luminose”, che iniziarono a non più depilarsi le ascelle, rinunciando nel contempo anche alla ceretta alle gambe.
Gli uomini, di riflesso, presero ad indossare impunemente e senza il minimo pudore il calzino bianco d’ordinanza, e la lontananza fra i generi patì una sempre più vasta dilatazione, sino a sfiorare la frattura definitiva. Fu così che l’attrazione reciproca si spense quasi definitivamente e la razza umana si spinse fin sull’orlo dell’isterilimento.

Com’è noto, tuttavia, ogni specie possiede i propri stratagemmi di conservazione, e anche questo frangente non fece eccezione.
Il compito di caricarsi sulle spalle il prosieguo delle sorti dell’umanità tocco ai cultori di una strana forma di passione sensuale al limite del feticismo. Ciò che era stato motivo di emarginazione culturale e di costume, divenne in questo modo spunto per la rinascita di insperati percorsi sondabili adesso da questa forma originale di desiderio salvifico.
Le vesti dell’«homo novus» vennero infatti indossate dall’estimatore incondizionato delle femminee pelosità. La nuova eccentrica genia votata alle irsute preferenze s’impose con entusiasmi che dall’inizio dell’«Era del faro spento» sembravano definitivamente dimenticati, anche dai migliori fra i comuni mortali dai glabri orizzonti mentali. La convivenza tra le due categorie umane si fece sempre più problematica, non tanto per contrasto di caratteri, ma per l’incompatibilità delle visioni del mondo che ne derivavano.
I «Fedeli di Pelo», insieme a quella nutrita rappresentanza del genere femminile che aveva aderito con la maggior spensieratezza alla nuova tendenza estetica emancipata da strappi e lamette, pensarono bene allora di abbandonare il resto della spompata umanità ai propri calvi destini, trasferendosi in massa su di un’isoletta tropicale che fu ribattezzata “Nuova Pelosa”.

I contatti fra i due mondi s’interruppero quasi definitivamente. Solamente di tanto in tanto, facevano capolino piccoli quanto fortuiti cenni di riavvicinamento, fatti succedere dal caso più puro.
Come quel giorno in cui una giovane ed un giovane di “Nuova Pelosa” si stavano sollazzando vicendevolmente sulle dorate sabbie di una delle più incantevoli spiagge dell’isola. L’estasi della loro passione era pressoché giunta ad impennarsi sui massimi picchi della voluttà, intrisi i loro corpi ed avvinghiati nel frangersi spumoso delle ondate sul bagnasciuga, quando una zampata marina più lunga delle altre recò al loro fianco un’insolita bottiglia contenente un brandello di carta.
Non osando violare il sughero posticcio che sigillava la vitrea ambasciata, i due ragazzi si recarono immediatamente dai saggi dell’isola per consegnare loro l’insolito dono marino.
Il fato volle che pur la saggezza acerba di quegli entusiasti non riuscisse a cogliere il disperato grido di aiuto che gli abitanti del “vecchio mondo” stavano inviando loro. Stappata e capovolta la bottiglia, ne scaturì infatti un ritaglio di giornale recante il seguente titolo:

«…5 milioni di dollari – Messa all’asta la siringa che ha ucciso Jako…»

Anche i più anziani fra gli abitanti dell’isola lessero, ma non colsero il nesso dell’«esse-o-esso». Nessuno fra di loro poteva capire, perché fin dai tempi del loro antico passato, avevano conservato sempre accesi i fari della ragione.
E sempre per il medesimo motivo, vissero tutti "pelose" e contenti.



giovedì 25 febbraio 2010

Una gita a Tetra Gònia

Mi scrive l’amico Cinque Quadrati, da Tetra Gònia (vedi gli ultimi commenti al mio precedente scritto).


Con Cinque (come affettuosamente lo chiamo io) ci conosciamo da tempo, anche se debbo dire che il dialogo con lui è sempre stato piuttosto problematico. Cinque è un tipo, e scusate il francesismo, con le palle quadrate. Per cui, quando dice una cosa è quella, e vigliacco se riesci a fargli cambiare idea.
Le volte che vado a fargli visita a Tetra Gònia, lo spigoloso paesello in cui vive, fatico sempre un po’ a trovare la strada. Appena entri nel comune di Tetra Gònia te ne rendi subito conto: solo curve a gomito, una caterva di curve a gomito, tutte sbattute giù ad intervalli di strada rigorosamente lunghi uguali. Capite bene che basta un niente per scambiare una via per un’altra. Alla fine però mi oriento e dopo aver girato in quadrato per un po’, regolarmente mi ritrovo davanti alla casa di Cinque.

Non faccio mai in tempo a socchiudere il cancelletto sul bel giardino di quadrifogli che fa da cornice alla casa di Cinque, che subito mi corre incontro Radice Quadrata, il simpatico cagnetto di famiglia Quadrati, scodinzolando festosamente e lanciando al cielo i suoi abbai e mugolii di gioia: “…w##ff…w##ff!!!…”.
Quasi superfluo dire che Radice non scodinzola “a tergicristallo” come tutti i cani del mondo, ma lo fa come tutti i cani di Tetra Gònia, ossia disegnando nell’aria con la coda piccoli quadrati immaginari.
Dopo le allegre feste di Radice, altro classico capitolo del benvenuto a casa Quadrati è l’affettuoso saluto di Angola Retta, la moglie di Cinque. Angola è una bellissima donna, molto affascinante, anche se, a voler proprio cercare il pelo nell’uovo, va precisato, che con quelle sue tette tetraedriche ubertose ed assai puntute, fare l’amore con lei risulta sempre piuttosto difficoltoso. Non pensate subito male però: il dettaglio me lo ha rivelato Cinque, una volta che si facevano due chiacchiere in confidenza.

Le cene a casa Quadrati sono delle gustose mangiate in lieta conversazione. Angola è una cuoca non eccessivamente versatile, d’accordo, ma quelle poche cose le sa cucinare a meraviglia. Una sua specialità è il quarto di bue alle quattro salse, oppure, quando vuole allietare i palati con un piatto di pesce, si sbizzarrisce con il rombo in crosta di tetracloruro di sodio.
Angola e Cinque hanno due figli, Base ed Altezza, entrambi degni della simpatia di mamma e papà.
Base, il maschietto, frequenta la seconda elementare biquadratica, mentre Altezza s’è fatta ormai una signorina, iscritta all’università, primo anno di Quadrettatura Moderna.
Dovreste sentirla che loquela ha messo su, infarcisce ormai tutti i sui discorsi di termini dotti, parlando un tetragonese forbito. Se ne esce con sentenze tipo: « ם ם ם ם ם ם...…».

(Ah, un particolare dimenticavo di dire. Ai più attenti non sarà sfuggita una piccola curiosità. Com’è noto, base ed altezza nel quadrato sono sempre la stessa cosa. Infatti Angola e Cinque hanno voluto chiamare così i figlioli per simboleggiare l’equidistanza del proprio amore per loro).
A volte c’è ospite anche la nonna, Rota Quadra, che al termine della cena racconta bellissime favole a Base, per farlo addormentare. Conosce mille varianti di “Cappuccetto Quadro”, “Quarterentola”, “I tre porcellini e un quarto” (che non si riesce mai a capire se si tratti di un quarto porcellino o di un quarto “di” porcellino), “La bella inquadrettata nel bosco” e “Quadrice nel paese delle meraviglie cubiche”.

Come dicevo, Cinque è una persona molto equilibrata. Da quando lo conosco, si è sbilanciato solo quella volta che bevemmo insieme 44 Quartini di vino, e Cinque se ne uscì con questa frase «…۞۞۞۞۞…», sbalorditivamente eversiva per i pacati standard del suo pensiero.
Alla stessa maniera, ho anche visto poche volte Cinque perdere la pazienza. Una di quelle volte fu quando Cinque sentì parlare di globalizzazione: l’ipotesi di un mondo a linee curve proprio lo manda in bestia, e infatti in quell'occasione lo sentii anche bestemmiare ed andare fuori dai gangheri, sbraitando: «## # # #!!! ».

Cinque lavora all’Istituto di Matematica Applicata di Tetra Gònia, è specializzato nel calcolo di numeri dopo la virgola nella radice quadrata di 2. L’esito del suo lavoro serve per far funzionare un po’ tutto a Tetra Gònia. La stessa economia del paese, che gira tutt’attorno alla moneta ufficiale, il “Quaddrino” («…Razza di uno squaddrinato gran figlio di una mamma sferica…» è uno degli insulti più gravi che si possano subire a Tetra Gònia), crollerebbe di botto se venissero a mancare numeri dopo la virgola sempre nuovi tutti i giorni.
Ci sono anche stalle di mucche speciali a Tetra Gònia, che sentendo recitare questi nuovi numeri con la regolarità di un mantra algebrico, producono un latte destinato ai piccoli allievi della locale scuola materna più promettenti col pallottoliere (che poi, ad essere precisi, là da loro si chiama cubottoliere, per comprensibili motivi).

Angola Retta invece è impiegata nella principale azienda del paese, la “Quadro-Cirk”, che opera nel settore della quadratura del cerchio, con anche alcuni reparti specializzati in raddrizzamento banane.

Giusto ieri sera ho ricevuto una telefonata da Tetra Gònia. Ancora il tetragonese lo mastico poco, ma da quanto credo di aver capito dalla voce tutta commossa di Cinque, pare che Angola sia di nuovo incinta. Se sarà una bimba, la chiameranno Diagonale (per tracciare un tatto d’unione fra Base ed Altezza), mentre nel caso di un pupetto, prenderà il nome del bisnonno, e senz’altro si chiamerà Quadrangolo.
Vecchia volpe di un Cinque! Mi sa che a casa Quadrati la TV si accende poco…altro che tette puntute! Ma valla a raccontare ad un altro, va’, va’, va’…