venerdì 11 novembre 2011

Incipienze zensa senzo


Oggi volevo scrivere un articoletto dedicato agli incipit.
Sarei partito con l’analizzare la bellezza del “principiare” in sé e tutta la carica di energia fascinosa contenuta in tale prerogativa umana.

Principiare a fare l’amore, oppure principiare una storia d’amore. Principiare il primo giorno di scuola. Principiare un’amicizia. Principiare un succulento pranzo, principiare uno spumeggiante boccale di birra. Principiare a farsi una se…una serena pedalata in bici.

Non c’è bisogno di andare oltre nell’elenco per evocare la piacevolezza e la preziosità di simili momenti. Più che piacevolezza, sarebbe meglio dire la condensazione calamitante di ignoto in essi racchiusa. Ogni “principio” è densissimo di tutte le promesse di cui lo vogliamo caricare. E’ per questo motivo che forse ci sta così caro, tanto che, viene da dire, se la vita fosse fatta di soli inizi, probabilmente tutti i problemi ed i crucci umani evaporerebbero via come neve al forno.

Per intenderci su quello che voglio dire, ha molto più sapore di inizio un venerdì sera, che un lunedì mattina. Non dimentichiamo nemmeno che quelle fasi della storia dell’umanità durante le quali nell'aria si è percepito fortemente diffuso un forte sentore di “principiamento”, sono state quasi immancabilmente anche le epoche più positive, ricche di prospettive, epoche dal respiro lungo, cariche di futuro, intensamente saporose di domani.

Cito solo due esempi esaltanti. Uno nel “macroperiodo”: il Rinascimento. L’altro nel “microperiodo”: gli anni ’60. Per capire il concetto in negativo, basta far mente locale ai nostri giorni, così bigi e privi di domani nel sentire comune, giorni durante i quali può anche capitare l’assurdo di vedere condensata la svolta del destino di intere nazioni nel fugace lasso di un fine settimana (la velata allusione a tre monti oppure ad uno, è puramente casuale…).

E’ noto poi come il principiare di un libro, l’albeggiare di un racconto o di un qualsiasi altro modo di affabulazione narrativa, racchiuda in sé non solo un’importanza artistica e poetica fondamentale, ma rappresenti anche uno dei passaggi più densi di magia di tutta una composizione che si stia prendendo in esame. Come vi dicevo, oggi volevo parlare di questo argomento e, partendo da due esempi di incipit leggendari, mi sarebbe piaciuto crearne poi di seguito alcuni miei sperimentali.

Tutto questo volevo fare, ma il fatto è che mi sento piuttosto inaridito.

Anzi, infra-inaridito.

Per cui, mi spiace, riesco a rispettare solo metà del programma, citando i due incipit famosi, ma per la restante parte dei miei buoni propositi, mi limiterò a lasciarmi trasportare dal flusso di una terapica idiozia, creando inizi di racconto demenziali, o perlomeno scritti il più possibile senza pensare, buttando giù frasi che badino più alla sonorità e al ritmo, che non a possibili significati effettivi.

Ho già fatto alcune prove e, vi assicuro, è rilassante. Ve lo consiglio, fate una prova. Non c’è altro da fare che picchiettare sulla tastiera inseguendo una frase strampalata, coniando anche parole inesistenti, se necessario. Dirò di più: apparentemente sembra un’inezia, ma non è poi un’operazione mentale così facile da svolgere. L’urgenza del significare in modo logico, rischia di attirare la mente come dentro a una voragine e alla fine, se accade ciò, il risultato è pressoché insignificante.

Se dopo, alla lettura, traspare una parvenza di significato palesemente voluto, significa che non ci si è lasciati andare nel modo giusto.

Quello che intendo io invece è una sorta di divertissement zen-narrativo, che quasi esige la rinuncia alla ricerca di un senso compiuto, a meno che non si sia in grado di scrivere robe di questo tenore (e non sto nemmeno a dirvi di cosa si tratta, per non fare un insulto alla vostra sapienza letteraria):

«…Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato…».

«…Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio…»

Se invece s’imbrocca per bene la via dello scribacchiare con incoscienza, l’esito che ci si ritrova sulla pagina risulterà di un’insulsaggine pura e preziosa, perché il “plusvalore” non è da ricercare nel prodotto, bensì nel momento creativo stesso.

Si tratta di una sperimentazione che ricorda vagamente la “metasemantica” di Fosco Maraini.

La bellezza della cosa consiste nel fare il surf sulla cresta dell’onda dell’incoscienza, accarezzando quel labile confine che distingue il territorio del significare da quello del tradurre i concetti in suoni. Non bisogna andare troppo a fondo, altrimenti ci si inzuppa il costume di eccessiva significazione, finendo per essere trascinati sotto da una serietà fuori luogo. Ma nel contempo, non si deve prendere troppo slancio dall’energia “nonsensuale” delle ondate, per non finire miseramente spiaggiati sulla dura rena della superficialità fine a se stessa.

Più che metasemantica, facciamo dunque che questa mia si chiami “un quarto di semantica”.

Ecco cosa sono riuscito a strizzare dalle mie meningi fradice di vaccate:

«…Rigurgitando quotazioni lodevoli di sfavorita insulsaggine, mi apprestavo a sviscerare il gibboso nodo, quando incipientemente mi cadde un fuco fra i piedi…».

«…Era seduta ai piedi di un morobombo e non sapeva se ridere o mettersi a sgomentare i passanti…».

«…Con un piede ancora nel mondo e un faduzio già fra le scapole, Bèpi Birthday iniziò quella serata da una prospettiva indubbiamente singolare…».

«…Se in quel tardo pomeriggio riviodario, il fudiboio fosse rimasto al suo posto, tutta questa storia non avrebbe avuto inizio…».

«…Saper diffodare le gabende della giva era sempre stata una delle qualità più riboriose di Frido Svialzi. Ma ben presto si sarebbe accorto che non tutti i fiolzi rispavano di luce propria…».

Ecco, anche per oggi, in fatto di boiate, mi pare di avere dato a sufficienza. Ciao amici, ci risentiamo quando ho sul serio qualcosa da dire. Spero.

domenica 6 novembre 2011

Zanzarieri, oggi e domani


«..."If you sleep with dogs, you will wake up with fleas",
ovvero “Chi va con il blog impara a bloggheggiare…”».
Antico adagio gillipixilandese del sud Minnesota – XXI sec. d.C.

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Non avevo mai osservato così tanto gli insetti come da quando mi sono messo a tenere questo mio blog andarperpensieroso. Magari qualcuno se lo ricorda: vi ho parlato di api, zanzare, bombi e non ricordo più se di altro ancora. Persino di cimici, ultimamente.

Sembra insomma di poterne dedurre che la fame di argomenti sviluppa fortemente la tendenza all’attenzione per i dettagli. Ci sarà chi preferirebbe forse dire “…la propensione per i voli pindarici esageratamente pipponeschi…”. Ma lasciamo agli spiriti più caustici il sacrosanto gusto di malignare e vediamo insieme com’è andata la mia ultima “strabiliante” avventura vissuta insieme ad una zanzara.

Per chi nasce a Gillipixiland la zanzara è una presenza di potente impatto metaforico. Anche se poi se ne andrà ad abitare in un altro luogo, lontanissimo, l’imprinting esistenziale ricevuto dalla microscopica bestiola lo accompagnerà per sempre. Non si scordano facilmente gli stati d’animo susseguiti a certe “svegliatacce” notturne nel cuore estivo delle ore più piccole, cavato fuori da un sonno già turbolento di suo, ma che ti aveva perlomeno preservato dalla consapevolezza di essere immerso in una sauna di sudore, e catapultato ex abrupto in una battaglia ad un nemico invisibilmente noto, pur ricevendo tu stesso la maggior parte degli schiaffi assestati da te medesimo.

La coordinate della geografia del buio in estate a Gillipixiland sono dettate dal ronzio e dalle punture di zanzare. E’ un’impalpabilità troppo incombente per non diventare alla fine parte del proprio paesaggio, sia fisico che mentale.

Per tutti questi e per tanti altri motivi, alla mia attenzione di bloghista incallito e per di più esistenzialmente marchiato da annosi presupposti zanzarieri, non poteva passare inosservato un infinitesimo episodio di qualche giorno fa, protagonisti me ed una zanzara, proprio. Parlare di zanzara al singolare è giusto prerogativa di questi periodi dell’anno, un po’ di transizione meteo-ambientale. Nelle fasi stagionali del loro pieno fulgore, col caldo e l’umidità nei quali sguazzano giulive, non puoi riferirti a questi insetti se non sotto forma di stormi, plotoni aerei, battaglioni ronzanti.

Ma nei mesi in cui il caldo volge al mite preannunciando il freddo, le poche sporadiche zanzare sopravvissute in qualche anfratto teporoso degli edifici, perdono insieme alle forze anche la loro identità comunitaria, finendo per fare i conti con la propria individualità nuda. Nel giro di poche settimane insomma, la zanzara copre in un certo senso un percorso ideologico molto simile a quello per il quale l’umanità ha dovuto travagliare più di un secolo, passando da convinzioni di stampo socialistico d’origine vagamente marxiana, ad una più cruda consapevolezza individualistica neoliberista, riecheggiante severi insegnamenti darwiniani.

Naturale che questo mutamento di consapevolezza sociale dell’insetto si rifletta specularmente anche sulla psicologia del suo acerrimo nemico esistenziale, ossia l’uomo. E’ stato infatti più con atteggiamento di comprensione, e non tanto con l’usuale agguerrita volontà “spiaccicatoria” adottata normalmente nel pieno dei periodi di conflitto “zanzo-umano”, che ho notato qualche giorno fa una piccola superstite “ronzosa”, poggiata sul vetro della finestra. Certo, l’istinto bellico non era in me affievolito al punto di rinunciare definitivamente ad una qualche offensiva, ma devo dire che mi frenava parecchio una certa titubanza.

Un senso di rispetto e di onore mi aveva colto di fronte a quella che sicuramente, nei periodi estivi, era stata una fiera rappresentante delle truppe zanzariere vietcong più eroiche, magari protagonista di gloriose incursioni vampiresche. Sprezzante del pericolo e complice lo smutandamento extra-giudiziale agostano, si era forse distinta in incursioni al limite del suicida, a pochi centimetri da minacciosi anfratti “chiappali” o anche avventurandosi sull’ingannevole altipiano ritmico di pance infidamente scoperte, sotto la costante minaccia di rimanere asfissiata da folate di gas nervini, oppure di cadere vittima di disastrosi schiacciamenti dovuti a repentini ribaltamenti geo-politici cagionati dal più subdolo pancia-sottismo.

La mia volontà di liberare la stanza dalla sua presenza era in ogni modo ferma e decisa, perché anche i suoi lamenti da vittima del neoliberismo autunnale, se ben assestati vicino all’orecchio, rimangono pur sempre una rottura di scatole notevole anche di questa stagione. Ma di fatto non sapevo quale strategia adottare, che non fosse eccessivamente crudele e definitiva.

Senza sapere bene cosa stavo facendo, allora, ho avvicinato la mano al minuscolo corpicino alato, pinzando l’aria fra pollice ed indice. E’ stato lì che il piccolo episodio magico si è verificato. Azzeccandoci nel raggio di una probabilità degli eventi pari ad “uno su un biliardo” (quella altrimenti nota alle scienze statistiche della nuova scuola “raffreddata”, con l’aneddoto dell’ubriaco collassato sul panno verde con ancora la stecca in mano…), la piccola eroica guerriera è rimasta appigliata per una sola zampetta fra le mie dita.

Forse non c’è propensione della fantasia più potente di quella che ci invita costantemente ad antropomorfizzare la realtà, ma in sostanza c’è voluto un milllisecondo perché l’insetto abbarbicato fra le mie dita apparisse ai miei occhi come il corpicino di un umano disperatamente aggrappato ad un dirupo. Di preciso si reggeva con la “mano” sinistra. Ha dato solamente due minuscole “bracciate” di destro all’indietro, un po’ come una sorta di surreale nuotatore a stile dorso, ma poi si è fermata buona buona, sempre lì appesa con inusuale atteggiamento di pazienza.

Io non ci credo ai segni. O meglio, di preciso non so nemmeno bene se crederci o no, ma di fatto, quando l’eccezionalità di un evento si concretizza con la naturalezza più scontata immaginabile, un lampo di fiducia mi percorre dal cuore alla pancia. Con tutta la delicatezza che sono riuscito a tirar fuori da me stesso, ho quindi trattenuto lievissimamente la zanzaretta fra le dita, ho aperto la finestra, rilasciandola poi con gentilezza. Nell’intercapedine del doppio vetro, lei si è andata a posare su un montante metallico. Ho spalancato anche la seconda cortina vetraria e con un soffio impercettibile l’ho indirizzata a riguadagnare la meritata libertà, mescolandosi alla brezza serale incipiente.

Di certo non avrò allungato di tanto il suo “bisbiglioso” avvenire, ma mi sono sentito contento di avere evitato a quella dignitosa guerriera la fine ingloriosa dello spiattellamento contro la subdola superficie vitrea, simbolo supremo degli enigmi esistenziali entomologici.

Anche se sono quasi certo che, allontanandosi nell’azzurro e massaggiandosi lentamente la manina un po’ acciaccata con cui era rimasta appesa allo strapiombo delle mie dita, avrà sicuramente borbottato fra di sé: «…Zzzttt, zzzbbbrrrr, zzztttt…ma porcazza zozza! Azzzidendi agli umani mollaccioni e pacifizzzti…».

lunedì 31 ottobre 2011

Specchi d’altro

Senza dubbio la vita è una dimensione di gran lunga sopravvalutata.

Il problema che di fatto sia l’unica unità di misura esistenziale a nostra disposizione, è tutto un altro discorso. Avendone tuttavia potuto contrattare a tempo debito le regole col sostegno di sindacati più influenti, si sarebbe riusciti a spuntare qualcosa di meglio.

Scivoliamo via lungo la prima decina d’anni, qualche mese più qualche mese meno, immersi in una sorta d’incanto entro il quale i confini del respirare e del meravigliarsi si confondono in labilissime sfumature. Scoccato l’undicesimo o il dodicesimo compleanno poi, tutto il resto del tempo lo trascorriamo a crogiolarci nello spasmodica bramosia di essere qualcun altro rispetto a chi siamo.

Di colpo, con la stessa stupita rapidità (o rapita stupidità, non cambia granché…) con la quale ci rendiamo conto di essere stati invasi dai peli nei più curiosi recessi del corpo, non vorremmo più essere noi.

Chi ha un’indole pacata e cortese, prende ad invidiare gli scavezzacolli. Chi è irruente ed immediato nei modi, spererebbe magari in maggiori ponderatezze, in una misura più controllata nel fare e nel dire. Ciascuno insomma, intorno agli albori di quella seconda decade della propria esistenza, si sente dentro alla propria identità come se vestisse un abito oltremodo sottotaglia. Tutti presi dal formicolio della stessa medesima urgenza di volerselo cavare di dosso. Anche il rischio di ritrovarci semplicemente nudi siamo disposti a correre, pur di non essere più quelli che siamo.

Questa fregatura si chiama adolescenza, una malanno che s’infiltra tanto profondamente dentro noi da non lasciarci guarire poi mai più fino in fondo.

Ricordo che la mia fame di diversità si manifestò ad un certo punto con risvolti particolarmente bizzarri. Nel momento che la si attraversa non ci si rende bene conto di cosa stia accadendo. Sono cose che si focalizzano meglio di seguito, una volta rielaborato l’uragano di sensazioni e di vibrazioni in cui si è capitati.

Quello che accadde, di fatto, fu che mi misi ad invidiare la cattiveria.

A scuola me la sono sempre cavata bene, anche se a dire il vero non mi sono mai ammazzato di fatica sui libri. O meglio, il mio impegno ha oscillato spesso tra momenti di intense impennate e altri periodi di più placide cavalcate al trotto leggero. La riflessività e la capacità d’introspezione non mi sono mai mancate. Forse era soprattutto grazie ad esse che nello studio la sfangavo con una certa agevolezza.

Il periodo in cui desiderai essere cattivo non durò a lungo. Anzi, volendo si può condensare in un episodio preciso, o in pochi episodi tutti collegati ad una vicenda comune. Nei pressi del luogo di ritrovo più frequentato dai ragazzini della mia età, c’era pure l’abitazione di una vecchia più bisbetica che cattiva, suonata al punto giusto da meritare piuttosto il compatimento anziché astio e malevolenza di ritorno.

Ma si sa, il cucciolo d’uomo in quel periodo della vita risulta spesso perfido ed irragionevolmente litigioso, tanto che pian piano, come una piccola valanga di eventi frammentari che si andarono sommando di giorno in giorno, andò a finire che scoppiò la guerra con “La Vecchia”. Un minimo screzio aveva portato ad una discussione, a sua volta ingrossata da altri scontri e così via, in un crescendo di dispetti, bravate, urla e sguaiataggini da entrambe le parti.

La mia genialità a scuola non era mai stata esagerata, come detto, però sufficiente da farmi rimanere al di fuori da tutto quel trambusto, in particolare per la gran pena provata e distribuita un po' su entrambe le parti contendenti. I ragazzi erano spietati ed ottusamente ostinati nella loro battaglia senza senso, mentre nemmeno “La Vecchia” aveva quei pochi grammi d'intelligenza necessari a capire che ignorando un paio di volte le provocazioni, avrebbe potuto smorzare senza tanta fatica la furia sgangherata di quei teppisti più stupidi che malvagi.

A gragnuole di fango dal basso, indirizzate contro le serrande, facevano seguito secchiate d'acqua calda distribuite dall'alto a sorpresa sulle truppe nemiche, fra alterni rumoreggiamenti di tapparelle calate di botto e rialzate altrettanto fragorosamente, a sottolineare la grandi manovre che “La Vecchia” metteva in atto scorrazzando di stanza in stanza, per sorprendere l'orda invadente appostata sotto l'una o l'altra finestra del primo piano in cui abitava.

Fu un pomeriggio di bruma autunnale, quello durante il quale invidiai la cattiveria e la stupidità degli altri ragazzi, indaffarati in quella pratica demenziale. Ero stufo della mia pacatezza, di essere posato e ragionevole. Desiderai diventare stupidamente spietato come loro, perché se nella loro incoscienza erano capaci di comportamenti simili, mi immaginavo che la lacerante tristezza dell'essere adolescenti non fosse ancora riuscita a penetrare le loro menti e i loro cuori. Come se la cattiveria avesse potuto ridonarmi l'incantata spensieratezza infantile appena perduta.

La mia invidia di concretò in un unico e poi mai più ripetuto attacco, sferrato contro la casa della “Vecchia”. Appostato dietro il riparo dell'edificio vicino, usato spesso come trincea per gli scontri, mi unii al piccolo esercito dell'idiozia, rasentando il muro con le spalle e sporgendomi giusto il tempo di scagliare, non ricordo più bene se una o due sassate, oppure manciate di terra fradicia contro la roccaforte “vecchiesca”.

La sensazione provata in quei pochi secondi la compresi fino in fondo solamente diversi anni dopo, quando mi capitò di vedere quel capolavoro del cinema che è «Full metal jacket». In una scena ambientata nella camerata degli allievi marines, una notte tutta la compagnia decide di compiere una missione punitiva per dare una svegliata al soldato “Palla di lardo”, che con il suo comportamento tragicamente goffo ed involontariamente sguaiato, sta procurando a tutti i soldati una serie di punizioni inferte dal tremendo sergente addestratore.

La scena è terribile, di una cattiveria inaudita, capace di rivangare nell'istintualità umana primordiale più remota, come spesso succede con certe suggestioni kubrickiane. Il povero “Palla di lardo” viene immobilizzato da alcuni commilitoni che lo “fasciano” contro la branda tenendolo fermo con diversi asciugamani passati trasversalmente da parte a parte del letto, chiudendogli in quel modo anche la bocca. Il resto della truppa, armato di saponette arrotolate in altri asciugamani, passa poi in rassegna lungo il giaciglio del malcapitato, assestando pesantissime frustate sul suo corpo inerme, dal quale si elevano lamenti strazianti.

L'ultimo della fila è il soldato “Joker”, colui che più di tutti si era preso a cuore il caso del soldato pasticcione “Palla di lardo”, cercando di aiutarlo a recuperare nell'addestramento e a non commettere più pericolosi e sguaiati errori. “Joker” esita pesantemente, preso nella morsa di una conflitto interiore fortissimo, ma poi, anche cedendo alle esortazioni di un altro soldato, sferra ripetuti colpi sul corpo ormai acciaccato di “Palla di lardo”, con una cattiveria ottusa che non conosce altra ragione che se stessa.

Pur nelle ovvie differenze di proporzioni epiche, la mia sassata scagliata contro la dimora della “Vecchia” era stata innescata da moventi simili a quelli del soldato “Joker” nel mazzolare “Palla di lardo”. Mi ero lasciato risucchiare dal “gregarismo” obnubilante, rifiutando di essere me stesso pur di trovare sollievo al mio disagio di vivere abbandonandomi senza riserve alla miopia collettiva.

Fortunatamente fu soltanto un episodio sporadico. Mi sentii immensamente stupido, quasi in tempo reale, ma di quella stupidità sana che fa comprendere l'inutilità della fuga da se stessi. Questo non fu il solo fatto che mi fece capire i meccanismi del diventare grandi, ma di certo quella volta andai un passo più vicino al rendermi conto di come la nostra indole vera, il nostro carattere più genuino, sono i soli luoghi al mondo dai quali non ci potremo allontanare mai.

Mettendo in conto le dovute sofferenze, ovvio.

venerdì 28 ottobre 2011

Due volte te


Dopo l’ultimo exploit stra-filosofardo messo in atto con l’articoletto precedente, per continuare a mantenere alto il tono culturale del mio blog, affronterò questa volta una tematica di grado intellettuale veramente elitario.

Oggi vi parlo infatti di tette.

Ma non temete (oppure, secondo i punti di vista, non sperate…): non si tratterà di una svolta erotica. Certo, le riflessioni incontrate non si aggireranno molto lontano da quei dintorni argomentativi, ma più che altro si andrà a parare dalle parti di un nuovo vagabondaggio dietro ai pensieri, i più svariati. Se poi stavolta ci sono capitate di mezzo anche le tette, vi garantisco che si è trattato soltanto di un puro caso.

Si narrerà di come la tetta rimanga tuttora la prova tangibile (e viene fatto di dire: beato chi la tange…) di un sommo mistero nell’ambito dell’economia estetico-corporale, in virtù del suo rappresentare al meglio la tendenza secondo cui i significati attribuiti, per quanto improbabili essi siano, tendono a tramutarsi quasi immancabilmente in significati comunemente accettati. Cosa vuol dire tutto ciò? Di preciso non lo so nemmeno io, ma tentiamo di capirlo insieme.

Vedevo su un qualche sito, ora non ricordo più nemmeno quale, una foto. C’erano queste signore immerse in una grande vasca di liquido biancheggiante, molto simile al latte, se non effettivamente latte. Una di esse, ripresa in primo piano, era immersa con il livello latteo che le demarcava il confine fra nudità ed aree coperte all’altezza del busto, svelando e nascondendo esattamente come avrebbe fatto un reggiseno. Sul piano della sensualità, l’insieme compositivo fotografico risultava di grado piuttosto intenso. La linea di galleggiamento sulla quale il decolté si andava attestando era prodiga di mille suggestioni ed attrattive estetico-sensuali. Suggeriva idee di un abbraccio liquido particolare ricevuto dalla parte in questione. Ispirava sensazioni di immersioni dense e “lutulente” (chissà da quali anfratti della memoria mi è tornato a galla questo termine aulicissimo: verificando, ho appurato che non a caso lo stesso D’annunzio lo sfoggiò fra le sue diavolerie linguistiche e significa melmoso, immerso nel limo).

Tornando alla foto, di fatto, avendo l’opportunità di assistere in diretta e dal vivo a quella scena, se il livello del latte fosse sceso di colpo fino a lasciare scoperta l’effettiva nudità della donna, l’effetto di attraente misteriosità erotica non sarebbe stato all’altezza di quello sprigionato nella situazione descritta. E’ stato lì che mi è venuto da chiedermi come mai un seno occultato possa risultare più provocante ed ammiccante di uno scoperto, e simili interrogativi affini.

Lo so, si obietterà: invece di farti tante domande sulla misteriosa entità globulare binata, non sarebbe meglio adoperarsi per condurre indagini sul campo più strettamente a contatto con l’oggetto di studio in questione? Più che d’accordo, ma nell’immediato, la cosa più diretta che mi riesce di fare è continuare ad inseguire la fascinazione concettuale. Per il resto si vedrà.

La tetta, fra i vari “componenti” del corpo umano più in evidenza (escludendo dunque i più occulti ed intimi) è forse uno di quelli maggiormente carichi di significati aggiunti, di attribuzioni di senso che esulano da funzioni strettamente anatomiche. In altre parole, la tetta, da un punto di vista della forma, è la più gratuita fra le porzioni del fisico umano, la meno finalizzata ed utilitaristica.

La mano è così conformata in ordine al suo essere prensile; la gamba ha quella sagoma pieghevole e tutto il resto, per agevolare il passo e in generale il movimento nella postura eretta; l’orecchio è un imbuto per incanalare i suoni; le labbra sono strumenti sonori per la parola, ma anche “portinai” addetti alle funzioni alimentari; e così via.

La tetta no. Lei è forse l’unica a possedere più significati che funzioni strettamente definibili. Anche il suo “incarico ufficiale”, così come previsto da copione biologico, ossia l’essere atta all’allattamento, non riesce a spiegare sino in fondo la necessità di una sagoma globulare e rotondeggiante siffatta. Un gran numero di altri mammiferi adempiono al medesimo compito con “attrezzature” molto meno evidenti.

Persino il più stretto suo cugino, quello che spesso e volentieri va con lei di pari passo in abbinata citazione, ossia “messer lo sedere”, risulta più utilitaristico nelle sue fattezze. Serve alla seduta, come denota per l’appunto anche il suo appellativo più eufemistico; serve poi a quel che non sto lì a rammentarvi che serve, grazie alla sua fessurata conformazione. Anche il sedere stesso insomma, pur stracarico com’è esso medesimo di sovrastrutture sensuali, conserva una dimensione funzionale ben motivata nelle sue sagome.

La tetta rimane invece irremovibilmente più significativa che utile.

Tanto che, come accennavo già, si stenta talvolta ad entrare nei meccanismi responsabili di questa significatività. Come quello che stabilisce la differenza di potenziale erotico insita in un seno scoperto rispetto a quella di cui è portatore un seno coperto. E’ buffo, ad esempio, come venga convenzionalmente considerato coperto, e quindi comunemente sfoggiabile come parte di corpo “vestita”, un seno portato sin quasi al limite estremo del disvelamento, con scollature o striminziti mascheramenti che lasciano l’immaginazione praticamente disoccupata. Mentre poi, basta l’ulteriore scopertura di un mm. in più di epidermide, laddove la sua porzione brunita sconfina nel contorno dell’apice puntuto, per cadere direttamente nello sterminato nuovo universo della nudità.

Come possiamo constatare dunque, le tette non si limitano a rappresentare solamente quell’oggetto di svago che secondo la tradizione sarebbe da assimilare ai trenini, in quanto entrambi progettati per i bimbi, ma capaci allo stesso modo di fare molto contenti anche i papà.

Le tette ci forniscono bensì anche utili insegnamenti sulla vita in generale, ricordandoci come molto spesso i significati attribuiti agli eventi si impongano in virtù di percorsi che poco hanno a che vedere con la logica e con la consequenzialità razionale.

Tanto che, parafrasando i latini, potremmo quasi concludere con la rinnovata sentenza: «…Titta magistra vitae est…».

lunedì 24 ottobre 2011

SchopenEinsteinasso


AVVERTENZA: quanto segue è uno dei più potenti pipponi filosofardi che mi siano mai scappati fuori dalla penna. Fate un po' vostri conti, ma poi non dite che non vi avevo avvisato…

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Cari amici viandanti per pensieri, aprite bene gli occhi e spalancate a tutta valvola la vostra permeabilità neuronale, che oggi vi proprino una roba assai ostica anziché no.

Tiè:

«…Ciò che la legge di causalità determina non è dunque la semplice successione degli stati nel tempo puro, ma nel tempo relativo ad uno spazio dato; e parimenti tale legge determina non l’esistenza dei fenomeni in uno spazio puro, ma in uno spazio relativo ad un determinato istante. Il cambiamento, cioè la trasformazione che sopravviene secondo la legge causale, esige dunque in ogni caso che una data parte dello spazio sia in corrispondenza simultanea con una data parte del tempo. La causalità collega quindi lo spazio con il tempo. Ora noi abbiamo trovato che tutta l’essenza della materia consiste nell’azione, quindi nella causalità; pertanto spazio e tempo devono essere riuniti nella materia, la quale deve cioè simultaneamente conciliare in sé, nonostante il loro antagonismo, le proprietà del tempo e dello spazio, e riunire, cosa che è impossibile in ciascuna delle due forme isolata dall’altra, l’inconsistente fuga del tempo insieme con la rigida e immutabile persistenza dello spazio…»

“Il mondo come volontà e rappresentazione”
Arthur Schopenhauer – 1819

Il passo cruciale è questo: «… Ora noi abbiamo trovato che tutta l’essenza della materia consiste nell’azione, quindi nella causalità; pertanto spazio e tempo devono essere riuniti nella materia…».

In che senso la materia è causalità? Sostituiamo la parola “causalità” con il verbo sostantivato “divenire” e probabilmente tutto diventa più chiaro. La materia è continuo divenire, è incessantemente causa ed effetto di se stessa. Questo lo possiamo cogliere molto più direttamente, anche sul piano intuitivo. Ciò che una data porzione di materia è ora, rappresenta l’effetto di ciò che essa è stata in momenti di tempo anteriori e la causa di ciò che essa sarà in momenti di tempo posteriori.

Ora fate bene attenzione, amici. Se a questo punto vi scrivo appena qui di seguito queste tre fatidiche letterine iper-famose, con tanto di coda adorna del suo inseparabile leggiadro numerello, non vi cappottate sulla sedia dalla meraviglia epifanica?

Attenti…ecco:

E=MC²

Con l’equazione più famosa di sempre, praticamente un secolo dopo, un altro grande genio del pensiero, Albert Einstein, dice dunque una cosa analoga a Schopenhauer. Qui si sfiorano temi superbamente inaccessibili alle modeste possibilità scientifiche di un povero campagnolo cimiciaio, ma pure io, nel mio piccolo, arrivo a capire dalla brevissima, ma assai complessa equazione, come la materia non sia altro che un impasto di tempo e spazio.

A garantircelo ci sta lì apposta quella “C” attraverso la quale si indica la velocità della luce. Una velocità è commistione di spazio e di tempo per eccellenza (Velocità = Spazio / tempo – chilometri all’ora, metri al secondo, miglia al minuto, pollici alla mezza clessidra, e così via…). Inserita da Einstein nella sua “affermazione” matematica, questa particolare velocità dona il nuovo senso di dinamismo alla materia, anzi, all’energia (“E”), che altro non è se non l’antica materia vestita coi calzoni della festa della modernità e della nuova consapevolezza del suo impasto spazio-temporale.

Ma le sorprese non finisco qui. Non perdiamo di vista il fatto che uno dei due temi fondamentali del tomo di Schopenhauer afferma che il mondo è “rappresentazione”, ossia che la realtà esiste soltanto in quanto filtrata soggettivamente, e leggiamo ancora:

«…In primo luogo noi vediamo quindi il prodursi nella materia della simultaneità, che non poteva sussistere nel tempo puro, il quale non ammette giustapposizioni, né nel puro spazio, che non conosce alcun innanzi, dopo e ora. Ma la vera essenza della realtà è precisamente la simultaneità di parecchi stati, che sola rende possibile la durata: questa infatti non è concepibile che nel contrasto fra il cangiante e il permanente […] Entro lo spazio puro il mondo sarebbe rigido ed immobile; nessuna successione, nessun cambiamento, nessuna attività […] Parimenti, nel tempo puro tutto sarebbe transeunte; non più permanenza, non più giustapposizione, non più simultaneità, quindi non più durata: e, anche in questo caso, non più materia. Soltanto la combinazione dello spazio e del tempo dà vita alla materia, ossia alla possibilità dell’esistenza simultanea; sorge così la durata, che a sua volta rende possibile la permanenza della sostanza nel cambiamento degli stati…»

“Il mondo come volontà e rappresentazione”
Arthur Schopenhauer – 1819

Facciamo adesso un balzo interdisciplinare e adagiamoci in comoda planata sulla pista d’atterraggio del mondo artistico:

«…Ora, un piatto posato su una tavola si vede come una forma ellittica, ma si sa che invece è rotonda: poiché nell’ordine mentale, tra ciò che si vede e ciò che si sa non v’è differenza di valore, si sviluppa nel quadro anche la rotondità del piatto, cioè si dà a ciò che sta nella terza dimensione la stessa certezza che hanno i valori misurabili sulle coordinate verticali e orizzontali. Con la nozione dell’oggetto (che si ha da prima) entra in gioco il fattore tempo: è come se prima si vedesse il piatto come forma ellittica e poi, mutando la sua posizione nello spazio, come forma tonda, o come se muovendosi intorno all’oggetto e mutando il punto di vista, prima lo si vedesse ellittico e poi tondo. Se ne deduce che, se nella veduta empirica lo stesso oggetto non può trovarsi nel medesimo tempo in luoghi diversi, in quella realtà tutta mentale che è lo spazio (come realtà ordinata e configurata nella coscienza), lo stesso oggetto può esistere con più forme diverse…».

Quest’ultimo brano è tratto dal quarto volume della storia dell’arte di Giulio Carlo Argan. Precisamente il professor Argan sta qui illustrando i significati espressivi e la poetica del movimento pittorico del Cubismo, “inaugurato” da George Braque e da Pablo Picasso, ma soprattutto sviluppato da quest’ultimo alle sue massime potenzialità culturali.

Les demoiselles d'Avignon - Pablo Picasso, 1907

Ancora una volta dunque, più o meno un secolo dopo, grosso modo in contemporanea col caro Albertino, anche il buon Pablito giunge a dire cose analoghe a quanto già anticipato dal vecchio Arturo (nei due ultimi brani citati, ho evidenziato in rosso i passaggi che presentano una certa armonia concettuale).

La realtà di cui possiamo parlare è imprescindibile dalla rappresentazione soggettiva. La coscienza che abbiamo del mondo è l’unica verità di cui possiamo disputare, l’unica base di confronto. L’esistenza di una “oggettività esterna” indipendente dalla coscienza non è questione che si possa porre sotto l’egida della conoscibilità, perché tutto il reale, ma proprio tutto, passa attraverso il filtro percettivo e cognitivo del soggetto. Quello di cui siamo consapevoli, quello che ci consta, è tutto ciò “che è”, e nulla si può “filosoficamente” dire riguardo a ciò che sta al di fuori della consapevolezza del soggetto (e va sottolineato tre volte: “filosoficamente”).

Dal che si deduce anche, come corollario, che da un punto di vista picassiano e cubista, la nuova presa di coscienza non poteva far altro che spazzare via secoli e secoli di rappresentazione pittorica della realtà parzialmente ripresa da punti di vista fissamente e staticamente bidimensionali, che a quel punto apparivano alla nuova consapevolezza artistica come sommamente impotenti nel compito di cimentarsi col racconto del mondo.

Se il mondo è rappresentazione (ossia, è innanzittutto ciò che di esso "si sa"), per renderne conto in misura fedele non potremo prescindere dalla simultaneità (che è amplificazione dei mille punti di vista dei quali abbiamo coscienza, al di là di quello singolo derivato dalla visione statica nello spazio e nel tempo).

Ma la questione ultima, cari amici viandanti per pensieri, quella più controversa, sempre ammesso che il rivestimento in titanio dei vostri zebedei abbia retto fino a qui all’impatto tremendo con la pallosità del presente articoletto, la questione ultima, dicevo, credo vi sarà balzata a questo punto alla mente con somma impellenza.

E la questione è questa: perché rovinarsi la vita con questi intorcinamenti mentali, quando al mondo non c’è che l’imbarazzo della scelta fra mille e un’altra attività piacevole da fare?

Bella domanda, questa. Proprio una bella domanda…

sabato 22 ottobre 2011

Geografia libraria


Quando ci viene chiesto quanti generi di libri esistono, risulta quasi spontaneo partire col nostro classico bell’elenco: s’inizia dalla narrativa in genere, a sua volta suddivisa in romanzi di stampo per così dire “classico”, e poi gialli, thriller, avventura, spy-story, romanzi storici, horror, umoristici. E poi ancora c’è la saggistica, sia essa storica, scientifica o di carattere filosofico, sociologico, oppure di taglio critico, sia artistico, cinematografico, teatrale, poetico, e così via, in un bel groviglio di tipologie e sottotipologie tematiche. Insomma, non c’è bisogno che scriva tutta la lista completa per capire che ci siamo capiti.

Leggendo in questi giorni un certo libro, mi sono reso conto tuttavia che questo stuolo di classificazioni potrebbe essere inglobato in una molto più generale, suddivisa in due categorie soltanto: quella dei “libri mappa” (altrimenti detti “libri sorvolabili a volo d’uccello”), e quella dei “libri territorio” (altrimenti detti “libri attraversabili a piedi”).

Lo so, lo so cosa state pensando: ecco qua, un’altra delle solite gillipixate. D’accordo, in parte è così, ma se mi lasciate spiegare un po’, converrete con me che alla fine la questione non è poi così marginale e gillipixevole.

I “libri mappa” sono quel tipo di testi impostati dall’autore secondo un criterio argomentativo piuttosto sintetico e ben ordinato. Nel corso della lettura, si ha sempre ben presente la propria posizione rispetto all’insieme totale del materiale raccontato. Sappiamo in ogni momento abbastanza bene dove ci troviamo in rapporto all’intera lunghezza del testo. Con un “libro mappa” si ha una buona consapevolezza del percorso che l’autore ci vuole condurre a fare insieme a lui, tramite le sue argomentazioni. Non solo si ritorna mentalmente alle parti già lette con una certa agevolezza, ma si riesce anche a prefigurare per grandi linee lo sviluppo del discorso che lo scrittore ci va facendo. Di solito, in questo caso, il gioco è tanto efficace quanto più l’autore è bravo ad introdurre una o più tesi di fondo, che sorreggono tutta l’impalcatura del libro, funzionando appunto come gli elementi descrittivi di una mappa geografica: diventano il nostro grafico mentale fatto di linee e macchie di colore sulla carta, rappresentanti strade, isolati di edifici, canali, fiumi, e così via.

Tutt’altra cosa sono i “libri territorio”. Qui l’autore ci fa calare nel bel mezzo del “materiale vivo” del suo raccontare, ci abbassa a livello del suolo, in un invito più o meno voluto a mescolarci ai personaggi ed alle tematiche presentate. Impostare il proprio modo di scrivere sui criteri della “territorialità” si avvicina molto meglio all’atteggiamento di chi si pone nel flusso della vita in presa diretta. I “libri territorio” si attraversano più con lo spirito di chi vive alla giornata, con lo stato d’animo dell’esploratore, dello scopritore di novità. In questo senso, essi possono risultare efficaci esaltatori di una modalità del raccontare molto ricca e variegata, fertile di suggestioni ed invenzioni. In questo caso, se il gioco è ben giocato da chi scrive, lo smarrimento del lettore si tramuta in pregio, la indotta privazione della facoltà di vedere oltre la pagina sulla quale lo sguardo sta scivolando diventa l’atmosfera stimolante e caratterizzante l’intero clima del libro.

Ovviamente, come accade ogni volta che si tenta di definire delle “tipologie”, anche nel mio caso quelli che ho esposto sono i caratteri “puri” del “libro mappa” e del “libro territorio”. Difficilmente troviamo libri che siano interamente ed esclusivamente “mappa”, oppure interamente ed esclusivamente “territorio”. Una scelta così netta è riservata probabilmente solo ai grandissimi maestri. Per la maggior parte degli scrittori invece, anche quelli parecchio bravi, per carità, la via più sicura è prendere un po’ da tutte e due le modalità. Affidarsi infatti in modo esclusivo ad una o all’altra, comporta notevoli rischi e possibili inconvenienti.

Chi fa del suo libro soltanto una “mappa”, corre il pericolo di andare a finire a capofitto nella prevedibilità più lampante. Lo scritto sarà bello pulito, lineare, composto, nessuno dice di no, ma potrà altresì risultare di scarsa personalità, pochissimo o per niente sfaccettato, privo di quelle impennate e di quegli scarti argomentativi preziosi, che quando si incontrano nel corso della lettura, trasmettono la sensazione di stare suggendo direttamente dal puro “midollo concettuale” di un tema o di un personaggio tratteggiato. Lo scritto “a mappa” è soggetto insomma a possibili sensazioni di distacco, di scollamento eccessivo dal cuore vero di tutto il materiale raccontato.

La scelta del libro esclusivamente “territoriale” comporta invece probabili intoppi di diversa natura, ma pur sempre non meno gravi. Il lettore può trovarsi ad aver che fare con una matassa della quale stenta a prendere in mano un qualche bandolo di senso. Il corso del racconto si fa un labirinto, capace di trasmettere impressioni di smarrimento destinate a quel punto a mutarsi solamente in aperto fastidio. Gli elementi proposti possono presentarsi farraginosi, buttati su a casaccio, si perde una qualsivoglia visione d’insieme. Si stenta a trovare un legame, un nesso, tra il «prima» e l’«adesso» della lettura, faticando parecchio anche ad ipotizzare un plausibile «dopo».

Non starò nemmeno lì a dirvi qual è stato di preciso il libro che mi ha innescato in mente tutta questa serie di considerazioni, per non denigrarlo involontariamente. Si tratta tutto sommato di un buon libro, che pure concede troppo al “territorio”, trascurando più del dovuto la “mappa”. Del resto, ciascuno di voi, cari amici viandanti per pensieri, facendo mente locale a libri incontrati nel corso del proprio cammino di lettore, potrà fare le debite considerazioni, ponendole sotto la luce critica della mia odierna dissertazione.

Un'ultima cosa, prima di chiudere la presente sproloquiata, mi piace in ogni caso ribadirla: da tutto il discorso si deduce come, una volta soppesati i vantaggi e gli inconvenienti di una posizione "raccontante" sulla “mappa” o di una immersa nel “territorio”, il bravo scrittore risulta colui che sa capire quando è il momento di camminare a braccetto coi suoi argomenti e personaggi, oppure quando serve alzarsi in volo per poterli contemplare dall’alto.

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Ah, amici: vi ricordo che appena sotto, per chi se lo fosse perso o non ci avesse fatto caso, c'è ancora da leggere un fantasmagorico articoletto nel quale si narra come si possa imparare qualcosa sulla vita anche dalle cimici... :-)

giovedì 20 ottobre 2011

Il paradigma cimicéo


«...Pretending to be pilots in a war
Pretending to weave between the flak
No-one knows what the mission’s for
Blinkered horses on the track...»

“The light is always green (for young male pop star)”
The Housemartins - 1987

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Qui a Gillipixiland e nel contado complanare, la codata finale di caldo estivo ha lasciato come strascico la presenza di un sovrannumero di cimici, tuttora presenti in quantità discreta. Ad essere un imperfetto campagnolo, ti capita pure di rimarcare certi periodi del tempo che trascorre con l’accentuarsi di fenomeni naturali più o meno evidenti.

L’era delle cimici vera e propria si verificò a dire il vero alcuni anni fa. Al confronto, la blanda rimpatriata grigio-verdastra di questa volta non è niente. Allora fu una vera e propria piccola invasione: le trovavi annidate in tutti i pertugi, facevano kafkianamente capolino nella loro altissima densità di popolazione condensata in qualunque recesso inatteso.

Quando la natura esorbita dalle misure, incute un timore boia. Senti subito odore di stonatura, c’è qualcosa che non ti quadra, anche se non sapresti dire bene cosa. Non a caso, intorno a simili tematiche e alle atmosfere da esse scaturite, sono state imbastite decine di opere narrative di svariato genere e altre sbalorditive “stupefacenze” dell’«invento raccontatorio» (film, opere teatrali and so on). Oltre alla «Metamorfosi» di Kafka, ricordo un altrettanto inquietante racconto di Italo Calvino, «La formica argentina», e uno intitolato «I topi», di Dino Buzzati, un altro narratore che sapeva bene il fatto suo quando si trattava di far sentire certi formicolii imprecisati lungo la schiena del lettore.

La folata “cimicéa” di questi giorni, come vi dicevo, non è esagerata. Diciamo che ce ne sono parecchie e ben al di sopra della media, ma non in misura esasperante come in quella memorabile occasione. La cimice è un esserino strano, un po’ buffo e un po’ ributtante. Magari sei che lì ti guardi la tele di sera a luce spenta, con ancora i vetri aperti perché la temperatura lo consente, e senti un ronzio frulloso nella stanza, intervallato da piccole bottarelle assestate a casaccio contro il soffitto. Sei al buio e non vedi, ma stai sicuro che è una cimice.

Quel modo di volare da crisi etilica entomologica lo sfoggiano soltanto loro. Non sono mica buone di volare, ci sono poche balle, ma non per questo loro si scoraggiano. La fase che gli riesce peggio è di certo l’atterraggio. Di botto senti il ronzio e i colpetti al soffitto interrompersi e poi, pochi secondi dopo, un piccolo tonfo leggermente più sonoro. A quel punto, vuol dire che il “DCimice10” ha toccato goffamente terra o la prima superficie dura a disposizione. Non sanno planare, c’è poco da fare. Chissà cosa passa per la loro piccola mente, quando decidono di lanciarsi in uno di quei loro voli sgangherati, che ad andare a piedi arriverebbero prima: «…Dai, via: ci riprovo, chi se ne fotte. Pronti? Decollo!!! Oh mama mia, oh mamamia! Zzzbunf, zzzbunf! Bestia se è duro li su. Frrrrbunf! Adesso atterro, adesso atterro!!! Oooooohhh - sbanf – paha - taciànf!!! Eccheccazz – minch – de - pork…».

Altra peculiarità della cimice, e non c’è bisogno di essere un campagnolo da due soldi come me per saperlo, è che puzzano. Deve essere una loro strategia difensiva, anche se non so bene se sono dotate di un sistema di emissione puzzosa, un po’ come la moffetta. Se così è effettivamente, probabile che la cosa funzioni soltanto con gli altri tizi loro pari grado, ossia con gli altri insetti che vanno a rompergli le scatole. Quando si tratta di confrontarsi con le mastodontiche, per loro, dimensioni umane, l’unica occasione in cui la strategia funziona è anche quella più tragica e definitiva: quando vengono spiaccicate. Anche in questo loro aspetto, come nel caso del “modus volandi” adottato, c’è un qualcosa di eroico, incosciente e strampalato. Il loro ultimo pensiero dev’essere: «…Bene, mi spiattelli? Allora beccati ‘sta zaffata, tiè!!!...».

Non a caso, l’ennesima cosa curiosa è che le cimici si vanno spesso e volentieri ad annidare nelle zone della casa caratterizzate da una probabilità “spiaccicatoria” per loro elevatissima. Tipico: loro adorano farsi delle ore intere posate sui battenti delle finestre, ovvero su tutte quelle superfici di un'anta, di uno scuro, di una persiana, di un telaio, che nel corso della giornata prima o poi sono destinate ad andare a combaciare con la rispettiva porzione lignea ad aderenza.

Quando ciclicamente si ripete un periodo “cimicéo” come quello in corso, ogni volta che chiudi una finestra, è quasi matematico udire una sorta di sgradevole “sckrrrcièffff”! Un’altra piccola cimice che se n’è andata.

Possibile che si vadano a piazzare sempre lì, mi sono chiesto tante volte. L’unica risposta che mi so dare è che con questo supremo sacrificio forse assolvono ad un loro eroico compito di monito rivolto all’insegna dell’uomo. Metti che hai passato una bella serata al cinema o in altri gradevoli luoghi, con gli amici, con la persona alla quale vuoi bene, o simili. Rientri a casa con ancora in mente tutte le belle sensazioni provate, socchiudi la finestra perché la brezza notturna non risulti troppo invadente, e lo “sckrrrcièffff” cimicèo ti arriccia la nuca con quel suo retrogusto amaro, metà senso di colpa, metà spiacevolezza gratuita.

Ti sovvengono allora tante occasioni bislacche piovute fra i piedi come lampi a ciel sereno, tante situazioni in cui ti sei ritrovato a fronteggiare inattese scartavetrate esistenziali assestaste dal destino baro e cinico allo scorrere apparentemente liscio del tuo vivere. Una frase detta senza volere, esattamente nel momento più sbagliato possibile; un atto che andava assolutamente evitato, ma che una chissà quale misteriosa impellenza ha fatto compiere ottusamente: queste e tante altre “sbilencaggini” ti riporta alla mente con il suo atto estremo la bestiolina verde, sempre pronta al sacrificio per ricordarti che in tutte le dimensioni della vita, incappare nel momento della stonatura è sempre un attimo.