giovedì 29 agosto 2013

La natura, nonostante tutto…




Il confronto con l’irrinunciabilità di fondo dell’elemento naturale, con l’imprescindibile ricorrenza del dato di realtà ambientale, mi procura talvolta una sottile consolazione sotterranea.

Meditare attimi di libertà, mentre un refolo di vento freddo mi scuote irrispettosamente la pelle; intuire che la pioggia, nonostante tutte le raffinate sottigliezze dei meteorologi, alla fine farà come diavolo le pare; sentire la cappa buia della sera che cala inesorabile, nonostante tutte le luminarie del mondo. Addirittura pensare alle galassie, all’indomabilità delle stelle e di tutto l’inimmaginabile e sconfinato spazio siderale…

Tutte queste cose mi fanno stare bene.

Non deve fare meraviglia poi che i medesimi identici pensieri, in altri frangenti, mentre altri stati d’animo attraversano il fluire dei tempi, siano fonte di angoscia pura e di smarrimenti fra i più disparati. Allora lo stesso vento, la medesima pioggia, li detesti di cuore, mentre ti avvoltolano il lembo dell’ombrello infradiciandoti i piedi con secchiate d’acqua miste a maledizioni. Oppure, ti percuote sin nel profondo il senso di impotenza, quando constati che una miriade di aspetti della realtà sono fuori della misera portata di mano di noi poveri umani.

Ma quando la sensazione giusta si sintonizza sulla frequenza d’animo appropriata, pensare che nonostante tutto, l’uomo non può farci proprio niente, che quello sfondo reale andrà avanti da solo, lo si voglia o no, tutto ciò procura una bizzarra soddisfazione. Forse sarà giusto la soddisfazione del fesso che taglia il ramo su cui sta bellamente seduto. Sono infatti pensieri che non si addicono ad ogni occasione, vanno riservati a rari bagliori di lucida idiozia e immagazzinati con cura nel “reparto reperti inutili” del nostro animo.

Non mi sembra tuttavia che sia tanto meno da fessi, pensare se stessi come i veri padroni della Terra, solo per il fatto che la si inquina in lungo e in largo, piegando le sue logiche in maniera distorta e pretendendo poi di averla dominata. La pretesa illusoria che tutto, ma proprio ogni aspetto del reale, sia ormai sotto il controllo della volontà umana, è forse molto più asfissiante ed “imbecillizzante” del fatto di assaporare il gusto della leggera e consolante disperazione dettata dall’impossibilità di avere in qualche modo voce in capitolo.

Molto meglio dunque riscaldarsi all’idea che la pioggia, il vento e il sole, capitano, scaldano, soffiano o muggiscono, quando minchia pare a loro.
 


venerdì 23 agosto 2013

Augusting cosy and warm


 
I giorni trascorrono agosteggiando attoniti ad ascella semi-tonica, mentre io continuo a non aver nulla da scrivere. 

Rovistando in un armadio alla ricerca di una cosa che regolarmente non ho trovato, mi sono imbattuto invece in alcuni vecchi disegni realizzati al tempo delle scuole medie. Di solito cerco di rifuggire queste “operazioni nostalgia”, del tipo passare in rassegna vecchie foto in bianco e nero, oppure rimirare oggetti e giochi dell’infanzia. Mi portano troppo lontano, a volte non reggo l’impatto ricordante, che mi sdrucisce l’anima, così se proprio proprio decido di mettere in moto un revival del genere, devo sentirmi dell’umore adatto.

Il disegnetto in questione però mi è quasi capitato fra i piedi, causandomi peraltro un moto di tenerezza discreto, e parecchi sorrisi. Non sono mai stato tanto portato per il disegno, ma mi è sempre piaciuto un sacco provarci. Qualcosa combinavo, ma da lì a poter dire che avessi un qualche talento vero con matita e pennarelli in mano, ce ne passava parecchio. Al di là dei miei limiti grafico-compositivi tuttavia, la molla principale che mi ha sempre spinto ad avventurarmi nel fatato mondo della creazione manuale d’immagini, credo sia stato sempre quel senso di “investimento fantasioso” concesso da questa operazione. Le figure che riuscivo a tirare fuori erano per me dei potenti mezzi di “fantasticheria applicata”. In quei quattro scarabocchi potevo vederci dentro tutti i miei mondi preferiti, lì si realizzavano le cose più “armonicamente compiute” che riuscissi ad immaginare.

Non sto parlando di fantasticherie irrealistiche, tipo omini verdi con le antenne sulla capoccetta ad uovo, oppure chimere dal pelo fucsia duellanti con draghi convenzionati alla mutua di Roncisvalle. No, le mie fantasie si addentravano più che altro in ambiti “iperrealistici”. Nel senso: il disegno per me era uno strumento per vedere un’altra realtà ulteriore, una realtà più reale di quella che avevo sotto gli occhi ogni giorno, possibilmente meno imperfetta. Che poi le mie immagini risultassero ampiamente imperfette e sgangherate, questo è un altro discorso. Il punto era la quota di immaginazione che potevo concedermi mentalmente di infondere in quei pochi tratteggi malsicuri: quella era illimitata, senza confini.
 

Osservando il disegno ritrovato, mi sono accorto che presenta tantissime della caratteristiche tipiche del mio “codice immaginifico” di allora. Proprio nel periodo delle medie, mi specializzai in ometti nerboruti. Sempre “in virtù” dei miei limiti grafici, ogni volta che mi accingevo a tratteggiare una figura umana, e anche se magari le mie intenzioni erano tutt’altre, non c’era verso: mi veniva sempre fuori un bulletto muscolare, mezzo para-culturista della domenica.

Mai che mi riuscisse di fare una figura esile, gentile, dai tratti aggraziati. Sempre e soltanto bicipiti ipertrofici, pettorali da peso massimo, cosce da tiratori di fune provetti. Ormai avevo raffinato il mio tratto su quella modalità grafica: l’omino muscolettato mi usciva dalla matita quasi in automatico, come fosse un cliché utilizzato dalla zecca per battere moneta.

Credo ci fossero vari motivi per spiegare questa mia iper-specializzazione iconografica. Da una parte, il mio imaginario figurativo era molto influenzato dai fumetti. Fantastici 4, Dare Devil, Uomo Ragno, Zagor, Thor: tutta gentaglia dal muscolo vivace, che ho mangiato insieme al pane fin dalla più tenera età. Per di più, va aggiunto che il mio ideale grafico derivava anch’esso da uno dei personaggi “dialoganti a sbuffo” a miei più cari: Alan Ford, ovviamente nella versione disegnata dal grande Magnus. Il tratto di Magnus mi affascinava nel profondo, con quelle sferzate di china nerissime ed inequivocabilmente marcate, a segnare zigomi, menti, mascelle e curve muscolari.

La mia realtà immaginata era dunque costellata di forzuti dai muscoli levigati e formalmente impeccabili? Beh, sì, in un certo senso sì. Anche perché, per altri versi, questa mia ipotetica energia grafica trasfigurante, andava ad ovviare e compensare alcuni miei lievi crucci fisici, da sempre segretamente rimuginati. Anche se poi negli anni qualche chiletto assestato nei punti giusto son riuscito a metterlo su, da piccolo sono sempre stato magrolino e spilungone, con muscoletti agili e scattanti sì, ma alquanto parchi dal punto di vista volumetrico. Ecco allora che nella mia realtà disegnata, i muscoli si sprecavano, ed in quel mondo parallelo, i protagonisti erano tutti dei mezzi cinghialotti pronti a fracassarti sei falangi con una virilissima e fraterna stretta di mano.

Però, nonostante tutta la buona volontà che ci mettevo, le mie magagne di disegnatore erano pur sempre in agguato, pronte a riaffacciarsi ad ogni tentativo. Ecco dunque perché, quando mi capita di andare a rivedere con lo sguardo di adesso quei miei lontani abbozzi grafici, mi si disegnano in volto ampi sorrisi di tenerezza. M’intenerisce soprattutto l’ingenuità di quelle composizioni, mi ritorna alla mente la “purezza” dell’epoca, la freschezza mentale incontaminata di tutte quelle mie incursioni nel mondo della fantasia.

In questo disegnetto ritrovato, rendevo omaggio al mio periodo di infatuazione per il pattinaggio. Ovviamente, nella realtà concreta, i miei erano pattini a rotelle, di quelli da allacciare alle scarpe da ginnastica, e mai in vita mia avevo visto una vera pista, tanto meno di ghiaccio. Le mie evoluzioni le potevo fare al massimo nel corridoio di casa, oppure su qualche spiazzo di asfalto rugoso.

Nel mio disegno invece, ovviamente, si pattina su una comoda e spaziosa pista di ghiaccio. Il protagonista è senz’altro iper-muscolato, nel modo strano che le mie possibilità tecniche mi consentivano di realizzare. E’ rigido in modo quasi semi-comico, gli arti non sono inseriti con un vero e proprio quadro armonico nella figura intera del corpo, ma sembrano quasi fare ciascuno parte a sé, appiccicati l’un l’altro, quasi fossero stati scagliati con la fionda. La gamba sinistra, il tronco e la testa sembrano formare un unico monolite compatto, dritto come un fuso; le braccia sono innaturalmente tese, come quelle di un soldatino assai impettito; mentre la gamba destra sembra stata piantata nel resto della figura con un mazzuolo.

Sullo sfondo, con due semplici righe, una perfettamente orizzontale e quella sotto obliqua, avevo reso un accenno di prospettiva. Ma la cosa più buffa sono i due slogan che avevo piazzato a decoro di quel muretto o palizzata che dir si voglia: «W l’inverno» e «W il pattinaggio». Non vi so spiegare bene il motivo, ma anche considerando tutto quello che ho conosciuto, studiato, imparato, letto, vissuto dopo, il misto d’ingenuità e di indifesa fiducia verso il mondo, scaturente dall’immagine di quel lontano bimbetto capace di scrivere due simili semplicità, mi commuove non poco. Che poi, tenuto conto del livello di idiozia raggiunto nel frattempo dalla pratica pubblicitaria, se proprio vogliamo dirla tutta quei due miei antichi slogan non sfigurerebbero neanche tanto nel demenziale scenario odierno.

Un altro dettaglio mi ha parecchio intenerito, e poi chiudo: le bandierine che sventolano dal bordo della palizzata, le avevo rigorosamente campite con una bipartizione fucsia e arancione, in abbinamento col costume del pattinatore, e mi ero preoccupato di alternare i due colori, mettendo ora l’uno nella parte vicina all’asta, ora in quella lontana, e così via. Diavolo di un mini-Gillipix!!!

Va beh, cari amici viandanti per pensieri: per oggi avevo da dirvi solo queste piccole boiate. Intanto che mi viene davvero in mente qualcosa da scrivere, io continuo ad agosteggiare questi scampoli di mese.


mercoledì 14 agosto 2013

Buon Ferra-putre-agosto



Doveva essere probabilmente la vigilia di Ferragosto del ’13. Quel giorno era successo proprio un bel succeder nulla.

Agosto d’altra parte è il putrescente fra tutti i mesi.

Sprofondato nell’humus soffocante dei suoi giorni afosi, marcisce inesorabile come il seme sottoterra. Agosto è il mese di dopo aver fatto l’amore. E’ la domenica dei mesi. E’ la disperante speranza rivolta alla ciclica rigenerazione del vivere. Dopo agosto, la rinascenza ancor una volta tornerà a stupirci, quando, esausta all’apparenza ormai ogni nostra energia esistenziale, la sua ricomparsa ci coglierà di sorpresa, estenuati ma consapevoli di latenti forze sotterranee incipienti, come un esangue e spossato viandante, nel riprendere i sensi dopo un asfissiante svenimento.

La nobile tribù pellerossa dei Sioux Lakota, nella loro lingua che traeva linfa direttamente dagli accadimenti naturali, lo chiamava «il mese in cui le ciliege diventano nere». Infatti Agosto è troppo maturo. Sotto la pelle tiratissima e traslucida del suo millantato divertimento vacanziero, un debordare incipiente di tumescenza zuccherina spinge, per frangere la superficie con mille spaccature e screpolature. Agosto è giovialità insistente e un po’ forzata, come una prugna congesta e paonazza per essere stata dimenticata appesa all’albero. Basta una bottarella insignificante per avere ammaccature e lividi facili.

Agosto, insieme a Luglio, è un intruso. Tutti gli altri mesi, richiamando la mitologia (Gennaio è per Giano; Marzo, per Marte; Giugno, per Giunone e così via), oppure rimandando al senso numerale (settembre, ottobre), hanno in qualche modo una loro maniera naturale di porsi. Luglio e Agosto sono invece stati incastrati lì dalle prepotenze imperiali di Giulio Cesare e di Augusto. Forse anche per questo Agosto suona sempre stiracchiato, come il sorriso in bocca ad un ricco nababbo. Bella forza: prova te a ridere con le pezze al culo, invece.

Agosto è un mezzo rintronato come me, che non so più ormai se cose simili le ho già scritte e ripetute magari in occasione di altri Ferragosti. Ma va bene lo stesso, fa tutto parte del fecondo, malcelato, rigenerante, marciume agostano.

Agosto, in fondo in fondo, forse non è nient’altro che una trentina di giorni più o meno uguali a tanti altri.

Buon Ferragosto del ‘13, cari amici viandanti per pensieri.




giovedì 8 agosto 2013

La strisciante combutta della lobby segreta delle sotterranee congreghe delle leggende metropolitane



«…S’lé véra, l’è ‘na gran bàla!…».
(N.d.t.: «…Se è vero, è una gran balla!…»).

Antica e paradossale constatazione gillipixilandese

*******

Le leggende metropolitane possono fare uno strano effetto. Non riesci mai a capire bene se ascoltandole, ti colga più intensamente il timore che siano balle, oppure la speranza che siano verità. La cosa più suggestiva è cercare d’indovinare cosa passi per la mente luminosa di quei tizi che le mettono in giro. Quale molla scatta fra le pareti craniche del cazzaro di alta qualità, tanto da indurlo a sfornare simili perle d’inusitata semi-esaltante irrealtà post-deprimente?
 
Ma forse si punta al bersaglio sbagliato, così interrogandosi. Probabilmente le leggende metropolitane non nascono belle fatte e rifinite, già complete, dal parto di una sola mente. Forse sono l’esito cumulativo di uno sforzo di squadra. Certe leggende metropolitane sono così raffinate ed architettate con sapienza, da far pensare a vere e proprie equipe di metropolitanisti leggendari, riuniti per sommare i loro sforzi di fantasia perversa. Magari un gruppo di amici assai affiatati, in una sera di cazzeggio particolarmente felice, riescono a sfornare certi diamanti rarissimi di spropositata inenarrabilità. Oppure la cosa nasce semplice semplice, ma poi s’ingrossa passando di bocca in bocca, e qualche goccia iniziale di banalità finisce per sfociare in voluminosi fiumi straripanti di fandonie.
 
L’atteggiamento rispetto alla leggenda metropolitana dev’essere ad ogni modo velato di paradossalità da ambo i lati. Da parte di chi la mette in circolazione, c’è il dovere d’impegnarsi a spararla molto, ma molto grossa, sapendo che più grossa la si sparerà, più grossa sarà anche la mole dei pesci presi all’amo. Da parte di chi ascolta invece, la disposizione d’animo ideale dovrebbe essere quella di colui che pur credendoci fortemente, sa benissimo che si tratta di una palla micidiale.
 
Non ricordo più nemmeno dove la sentii, questa. Forse dal barbiere, o in qualche altro consesso culturale di simile levatura accademica.
 
Girava voce che qualcuno avesse scoperto l’antidoto definitivo per debellare la carie dentaria. Niente più otturazioni, niente più denti trapanati. Più niente di niente di tutto questo: solo denti intatti e dalla superficie inattaccabile. Si trattava di una sorta di sostanza speciale, una non meglio precisata vernice trasparente, che una volta cosparsa a tempo debito sulle 32 mini-zanne umane, avrebbe formato una pellicola protettiva capace di salvaguardare per sempre l’integrità di molari e compagnia.
 
Ovviamene però, così sarebbe stata troppo breve. Mi sono divertito allora ad immaginare come avrebbe potuto proseguire.
 
La lobby dei dentisti, in combutta con la lobby dei produttori di pasta per le otturazioni, d’intesa con la lobby dei fabbricanti di trapani per otturazioni, col beneplacito della lobby degli industriali delle poltrone da dentista, sentito anche il parere del sindacato delle assistenti alla poltrona, si accordarono tacitamente per tenere nascosta all’umanità la scoperta della imperitura sostanza anti-carie. Da quel momento, i dentisti, i produttori di pasta, i fabbricanti di trapani, gli industriali delle poltrone e le assistenti alla poltrona insieme ai loro sindacalisti, non soltanto non hanno più avuto carie, ma hanno anche fondato dei club esclusivi, la cui principale attività consiste nel riunirsi in serate di gala, durante le quali si sghignazza a pieno ed intatto sorriso di tutti quei fessi che continuano a farsi otturare i denti.
 
Fra gli invitati a queste feste, chissà per quale confusione di bigliettini erroneamente recapitati, capitò una sera un imbucato. Era niente meno che uno dei più influenti esponenti della lobby dei produttori di lamette da barba. Intrufolandosi a tradimento nel ridereccio consesso degli onnipotenti dentari, riuscì a carpirne il capitale segreto riguardante la carie. Dando ampia dimostrazione del meglio del proprio spirito lobbysta, subito si propose per un ricatto in piena regola: chiese una sacco di soldi per non rivelare al mondo la scoperta dei dentisti. Ma quando una lobby sola si mette contro tante lobby, difficilmente la spunta.
 
Ecco allora che le lobby dentistiche riunite, facendosi forte del contributo della lobby degli investigatori privati, i cui favori erano stati acquisiti promettendo a tutti i detective denti sani per sempre, poterono proporsi per un contro-ricatto verso la lobby dei produttori di lamette. Il loro silenzio venne carpito tramite la minaccia di rivelare a loro volta un altro fondamentale segreto, scoperto nel frattempo grazie alla sagacia dei detective. I produttori di lamette avevano inventato la lametta infinita, che non si consuma mai, neanche dopo milioni di rasature. Se avessero continuato ad accampare pretese verso le lobby dentistiche, il mondo avrebbe conosciuto anche questa nuova sorprendente verità pilifera.
 
Si addivenne allora ad un compromesso: nessuno avrebbe rivelato nulla, accontentandosi di godere il frutto delle nuove scoperte. Da allora, i protagonisti del mondo dentario, insieme ai detective, e in compagnia dei produttori di lamette, si riunisco in feste serali ancora più grandi e divertenti, durante le quali, tutti sbarbati al millesimo di millimetro (anche le assistenti alla poltrona, in altri posti rispetto alla faccia, ma pur sempre sbarbate), con dentatura perfette si ride della grossa di tutto il resto dell’umanità che continua a sfoggiare barbette mal rasate per risparmiare sulle lamette, e si concede solo sorrisi di seconda mano, offuscati dal timore di mostrare l’ombra inelegante delle otturazioni.
 
A furia di sghignazzare a denti impeccabili e di crogiolarsi senza sosta nel narcisistico e vicendevole rimirar di rasature perfette, le lobby dentistiche e investigative, unite a quella delle lamette, vennero travolte da incipiente delirio di onnipotenza. Ben sbarbati e sorridenti com’erano, si misero in testa di voler conquistare la Terra. Pensarono così di avvalersi del contributo della lobby degli ipnotisti e degli illusionisti mondiali. Grazie ai loro servigi, contavano di sottomettere al proprio volere tutta l’umanità. Ma male gliene incolse, perché non fecero i conti con la sagacia lobbystica degli ipnotisti ed illusionisti.
 
Questi ultimi dapprima illusero i dentisti, i detective e i lamettari, fingendo di stare al gioco,  ma poi li ipnotizzarono, facendosi rivelare tutti i loro segreti, e causando poi la rimozione assoluta da tutte le loro menti di ogni barlume di ricordo riguardante la scoperta della cura definitiva della carie e l’invenzione della lametta senza fine.
 
Ora gli unici grandi depositari della conoscenza di tutta questa leggenda metropolitana, nonché esclusivi beneficiari dei vantaggi dentali e depilatori connessi, rimangono soltanto i componenti della lobby degli ipnotisti e degli illusionisti mondiali. Se tuttavia vi capitasse di incontrarne uno, guardatevi bene dall’obbiettare di non averlo mai sentito parlare di dentista, oppure di non averlo mai visto acquistare lamette da barba. Vi potreste risvegliare il giorno dopo nel vostro letto, con un lieve intorpidimento alla bocca e quattro nuove otturazioni che non ricordate quando mai vi siano state fatte. Poi alzandovi, inciampereste in uno scatolone posato vicino al comodino, contenente una fornitura per tre anni di rasoi usa e getta, mentre sul vostro blocchetto degli assegni, mancherebbe misteriosamente un talloncino.
 
Ed è sempre per lo stesso arcano motivo che una moltitudine di dentisti, di produttori di pasta per le otturazioni, di fabbricanti di trapani per otturazioni, di industriali di poltrone da dentista, di assistenti alla poltrona coi loro sindacalisti, vagano per le strade di tutto il mondo, incrociando di tanto in tanto un produttore di lamette da barba. Si guardano un attimo negli occhi, non capiscono e passano oltre, pur senza rinunciare a borbottare per un attimo fra sé e sé: «…Sarà…ma io quel tizio l’ho già visto da qualche parte. Bah, vatti a ricordare dove…».


lunedì 29 luglio 2013

Nippo-epifania

 
Sono incappato in una piccola epifania nipponica, una micro-magia letteraria, di cui mi piacerebbe rendervi conto oggi. Circa tre anni e mezzo fa ormai, scrissi proprio qui su «Andarperpensieri» un articoletto dedicato ad un bel libro del romanziere giapponese Murakami Haruki, che all’epoca avevo appena finito di leggere. Il titolo del romanzo di allora era ed è «Kafka sulla spiaggia».
 
Nel mio scritto, mi ero un po’ divertito a fare il critico letterario della domenica, come spesso mi succede. Ad un certo punto, mi ero servito di una similitudine fra letteratura ed edilizia. Un po’ trombonescamente, cito un mio passaggio di quello scritto dove introducevo appunto la metafora:
«…Paragoniamo per un momento il romanzo ad un edificio.

Entrambi sono percorsi da linee di forza sotterranee, interne, che ne costituiscono la struttura nascosta. Nel caso dell'edificio forse il concetto è più immediato da cogliere. Nell'«intimo» di pilastri, travi, volte, arcate, si distribuiscono i pesi e i contrappesi che vanno a costituire la “macchina statica” di tutto l'insieme. Come una circolazione sanguigna di forze in gioco, che scorrono lungo le venature della costruzione.
 
Entrando in un edificio, questo suo flusso dinamico interiore è proprio l'ultimo aspetto al quale un visitatore andrebbe a pensare. Passando di stanza in stanza, salendo le scale, soggiornando nei suoi locali, l'unica cosa che ci interessa fare è “leggerne la forma”. Vogliamo provare comfort, senso di rifugio, di protezione, di domesticità. Tutto, tranne sapere se ad esempio, i mattoni di un arcata sotto l'intonaco si stanno spingendo a vicenda come dei dannati per fare stare in piedi la baracca, oppure se una trave armata ci sta dando dentro di buona lena per accogliere lungo i tondini di ferro della sua anima il peso delle persone che si muovono all'interno.
 
In un romanzo succede una cosa simile.
Però per questa volta, con il libro di Murakami Haruki, non cercherò di appurare se le stanze siano ben illuminate e cromaticamente equilibrate, se la temperatura risulti gradevole e ponderata rispetto alle modificazioni climatiche, o se la ventilazione sia dosata nella maniera giusta. Proverò invece proprio ad occuparmi della sua circolazione sanguigna strutturale, delle forze narrative che scorrono all'interno dell'opera.…».
 
Questo vi raccontava il buon Gillipixel qualche tempo fa.
 
Poi di acqua sotto i ponti ne è passata un bel po’, e Murakami Haruki ha scritto altre cose. Sto sempre attento alla sua produzione, perché avendo letto quasi tutte le sue opere, lo conosco come autore che raramente mi delude. Anzi, il più delle volte mi esalta proprio.
 
In genere non mi precipito però sulle novità in libreria. Quando esce un libro nuovo che mi attira, lo lascio sempre decantare vari mesi, se non anni, sugli scaffali. Deve caricarsi della patina del tempo, prima che io provi quella sensazione di trovarmi ormai nel momento giusto per fare la conoscenza di quel libro. Non mi riferisco ad una questione fisica. Non è che il libro debba invecchiare in libreria come oggetto di per sé, nella sua qualità di volume, fatto di quelle pagine e di quella copertina. Di solito infatti va a finire che mi procuro una qualche ristampa, nuova di zecca nella confezione.
 
Ciò che deve maturare invece è la presenza di quel libro nel mondo. Forse il fenomeno è connesso all’idea di tutti i lettori che nel frattempo lo leggono, chi lo sa. Con questo non voglio nemmeno dire che il fatto di essere letto da tanta gente, sia sufficiente per suscitare l’attrazione in me. No, non mi riferisco di certo al fenomeno dei best seller. Il libro deve essere già carico in partenza di fascinose promesse, coltivate inconsciamente nel mio intuito. Poi però, in aggiunta e a tempo debito, pensare che la sua bellezza si sia già impastata nell’animo di tanti altri lettori che considero a me affini, mi fa sentire quel libro come un’entità viva. E mi fa assaporare il mio atto di leggerlo come fosse l’immissione in un flusso di pensieri sbocciati intorno alle parole del testo in questione, passate dalla pagina a centinaia di occhi e di menti di lettori.
 
Per farla breve, alcuni giorni fa ho sentito che era arrivato il momento di leggere «1Q84 – Libro 1 e 2», una delle ultime opere di Murakami Haruki. Il romanzo ha già più d’un paio d’anni e nel frattempo lui ha scritto già anche «1Q84 – Libro 3» e forse altre cose, ma in virtù dei miei criteri di scelta, mi confronto solo ora col libro, mettendoci di mezzo il mio fisiologico “gap temporale di lettore”. Le vicende narrate nel romanzo si dipanano su due storie parallele (struttura adottata spesso da Murakami). In una delle due storie, il protagonista è Tengo, promettente giovane romanziere in erba, alle prese con un manoscritto misterioso confezionato da un’ancor più enigmatica ragazzina. Nella finzione romanzesca, il testo del manoscritto è strepitoso in quanto a storia ed intensità narrativa, ma lo stile è disastroso, persino grammaticalmente traballante. Il giovane Tengo, su incarico di un editor dal fiuto sopraffino, ha il compito di  riscrivere il libro, ripristinandone la forma, nel rispetto della sua potenza ed identità strutturale.
 
Ed ecco quale metafora, ad un certo punto, viene introdotta da Murakami Haruki per rendere l’idea dell’operazione in cui il giovane scrittore si deve calare:
 
«…Mantenere il contenuto identico, senza alcun intervento, e modificare drasticamente lo stile. Come quando si fa la ristrutturazione di un appartamento. La struttura la si lascia uguale, perché in sé non ha alcun problema. E non si va a cambiare la posizione delle condutture dell’acqua. Le cose che invece possono essere sostituite, come il parquet, il soffitto, i muri secondari e i divisori tra le stanze, vengono tolte e sostituite con le nuove. “Sono l’abile carpentiere al quale è stato affidato questo lavoro”, si disse Tengo “non c’è un progetto preciso. Devo ricostruire una parte alla volta, basandomi solo sul mio istinto e sull’esperienza”…».
 
Non ho fatto a tempo a leggere questo passaggio di «1Q84 – Libro 1 e 2», che subito un lieve sorriso epifanico mi si è dipinto sulle labbra. Era la stessa metafora che avevo usato io, tre anni e mezzo fa, per parlare sempre di un libro di Murakami Haruki. Libri ed architettura: l’affinità di meccanismi tra il fenomeno narrativo e quello costruttivo-edile. Non che questo voglia significare nulla. Solo la piacevole sensazione dettata da questa coincidenza del tutto casuale.
 
L’edizione giapponese di «1Q84 – Libro 1 e 2» credo sia uscita proprio nel 2009, mentre in Italia è comparso nell’ottobre 2011, credo. Proprio volendo, avrei potuto trarre ispirazione diretta. Ma oltre a quanto già detto riguardo alle mie abitudini di lettore, ci metto in sovrappiù anche la mia parola di giovane marmotta, per garantirvi che ho iniziato la lettura di «1Q84 – Libro 1 e 2» solamente sabato pomeriggio scorso, 27 luglio 2013. Il flusso di dati opposto mi pare poi veramente qualcosa di fantascientifico: a parte la discrepanza di tempi che già esclude l’ipotesi, non ce lo vedo proprio Murakami Haruki mentre si legge «Andarperpensieri». Va bene tutto, ma ci sarà pur anche un limite alla “sospensione dell’incredulità”.
 
Inoltre, la metafora libri-edifici non è forse nemmeno una di quelle più originali o illuminanti. Non saprei. Rimane però la magia di un incrocio concettuale a tempi sfasati, fra un grande scrittore ed un modesto scribacchino Gillipixante.
 
Aggiungo infine un’altra nota di immodestia personale, prima di rimettere il mio orgoglio nell’armadio, ben cosparso con palline di naftalina marca “umilìn”. In occasione del vecchio scritto relativo a «Kafka sulla spiaggia», realizzai una foto da abbinare al testo sul blog. I miei occhiali, posati sul romanzo, a sua volta posato a terra su un tappeto di foglie gialle (era novembre, giustamente).
 
Ora, non so se si tratti di un tiro mancino dei servizi sociali che, subdolamente a mia insaputa, stanno tentando, in combutta con i tecnici di Google, di iniettarmi qualche dose di autostima, visto che ne sono così sprovvisto. Probabilmente Google riconosce che sono io e mi restituisce questo risultato, non saprei. Ma di fatto mi sono accorto che, digitando «Kafka sulla spiaggia» nello spazietto di ricerca di “Google immagini”, una delle prime foto ad uscire è proprio la mia.
 
Non so nemmeno se la cosa sia effettivamente da considerarsi come un motivo di accrescimento dell’autostima. Molto meglio probabilmente vederla come il giusto completamento di questa curiosa epifania nippo-narrativa.
 



venerdì 26 luglio 2013

La società degli informaccioni


 
Tra i vari canali tv balzati in evidenza dopo l’introduzione del digitale terrestre, ce n’è uno che mi mette addosso una tristezza sovrumana. E che sarà mai, vien spontaneo domandarsi. Quali meste programmazioni saranno propinate attraverso siffatte malinconiche frequenze? No, non è questione di contenuti, ma piuttosto mi riferisco a certe “modalità televisive” applicate da questa emittente.
 
I contenuti, anzi, mi sarebbero in teoria anche molto graditi. Ogni sera, vengono trasmessi vecchi film western e varie preziosità cinematografiche in bianco e nero dei bei tempi eroici del caro mondo a 24 fotogrammi al secondo. Almeno nei primi mesi dopo l’arrivo del digitale, questa era la “filosofia” programmatoria della rete in questione. Dopo un po’ di tempo però, hanno iniziato ad introdurre proprio l’elemento causa del mio irreparabile intristimento relativo. In una banda nera inferiore, creata ad hoc oppure presa semplicemente in prestito dal gioco innescato fra le nuove dimensioni degli schermi ed il vecchio formato in cinemascope, hanno iniziato a far scorrere delle scritte che riportano le principali notizie della giornata. In pratica, mentre guardi il film, nel sottoscala dello sguardo ti passa l’eco del massacro del giorno, l’ultimo pettegolezzo sui reali d’Inghilterra, oppure la penultima polemica sulla recente affermazione del politico di turno.
 
Ora, sarò io un po’ schizzinoso, e avrò gusti difficili, non so cosa dire. Ma a me una roba del genere mette proprio una gran tristezza. E lo voglio proprio ribadire: una tristezza di gran lusso, una tristezza dei giorni di festa. Evidentemente i curatori della programmazione di questo canale, non solo non sono della mia stessa opinione, ma devono senza dubbio esser convinti di aver escogitato proprio una gran geniale trovata, perché hanno anche rincarato la dose. Ho visto infatti di recente che hanno fatto in modo d’incastrare, nel piccolo spazio informativo inferiore, anche un mini-riquadrino contenente le immagini in formato mignon, relative alle notizie citate, con scritte ora non più scorrevoli, ma alternate in dissolvenza, all’unisono con i piccoli filmatini proposti. Il tutto mentre sopra scorrono sempre placide ed imperturbabili, scene di sparatorie e inseguimenti, di languidi ed interminabili baci fra il bellone imbrillantinato e la fatalona vamp d’occasione.
 
Certo, nel mondo di oggi ci sono ben altri problemi e anche di ben più immani proporzioni. Niente di più facile dunque che, a lamentarsi di simili dettagli, si possa comodamente passare per capricciosi cicisbei. Ma ben badando alla questione, non si può non rilevare in essa un sintomo eclatante di un certo smarrimento generalizzato contemporaneo.
 
Non ho rivelato il nome dell’emittente e non intendo farlo. Non aggiungerebbe nulla di significativo al mio discorso e poi loro sono pur sempre liberi di gestire le programmazioni come meglio credono, ed altrettanto libero sono io di saltare ad un altro canale o di spegnere le tele. Ma non lo rivelo soprattutto perché, così come questa a mio parere malsana idea è venuta a loro, allo stesso modo poteva venire benissimo a chiunque altro operatore del mondo televisivo. Questa modalità di trasmissione è infatti solo il riflesso di una forma ormai diffusissima di interpretare e concepire la realtà. Non è che trasmettere vecchi film “drogati” di iper-informazionismo aggravi la situazione: prende solo atto di un dato di fatto reputato ormai scontato.
 
Il dato di fatto è questo scorrimento impazzito di ogni questione relegata alla sola pertinenza della superficie delle cose. Viviamo incessantemente in questo flusso inarrestabile, tutto il reale è appiattito su una pellicola sottilissima. L’addentrarsi in un qualche tipo di profondità è sconsigliato, non contemplato, reso obsoleto dall’atmosfera tutta intorno a noi. Guai a fermarsi un attimo in un proprio spazio riflessivo, fossero anche soltanto quei quattro pensieri melensi che possono scaturire dalle scene di un vecchio film. Guai a ricordarsi che ci sono anche momenti di fertilità concettuale solitaria. Dobbiamo invece stare sempre ben “informati”, ingurgitare notizie su notizie, ridotte ormai alla piattezza di insipidi slogan, voci vane svuotate ormai anche dell’ultimo briciolo genuino di vita. Come tante cozze abbarbicate al proprio scoglio, filtriamo acqua su acqua, ma il significato di questo filtraggio ormai ci sfugge e se qualcuna di noi cozze osa aprire le valve, oltre che per far passare acqua, anche per pronunciare qualche flebile dubbio, del tipo: «…Ma perché tutta questa acqua in bocca?...», la risposta aleggiante nell’aria sembra essere sempre la stessa: «…Fregatene! Tu filtra e non rompere i coglioni...».
 
Non mi sono montato la testa e non ho la pretesa di arrogarmi qui rinnovate prerogative evangelizzanti, ma ad ognuno è noto come il chicco di grano, per poter dar vita ad una spiga, debba poter affondare nella terra, stare lì sotto a lungo, trasformarsi con una lenta macerazione statica che richiede i suoi tempi e le sue modalità, per poi poter tornare a riproiettarsi verso l’alto e sbucare fuori decuplicato in ricchezza. Il pensiero travolto dal flusso superficiale ipertrofico invece non può far altro che marcire all’aria, venir ingollato dai piccioni (per fare l’invereconda ed immaginabile fine), oppure essere spazzato via dal vento.
 
Adesso, dopo le notizie in scorrimento sotto i fotogrammi dei vecchi film ed il successivo “perfezionamento” con aggiunta di filmatini, i prossimi passi strategici che mi aspetto sono l’inserimento di due colonnette laterali, una per le previsioni meteo e l’altra per gli aggiornamenti in tempo reale degli indici di borsa.
 
Chissà che una volta per tutte non capiterà allora di assistere ad una surreale trasmutazione delle vetuste pellicole, e magari un Gary Cooper o un Gregory Peck se ne usciranno finalmente fuori dal video in smadonnante sentenza: «…Eh beh? Noi siamo qui che ci danniamo l’anima a furia di pistolettate, cazzotti e corteggiamenti mozzafiato…adesso, o ci prestate un po’ attenzione e seguite il film, oppure ve ne andate tutti affanculo!!!...».
 


venerdì 19 luglio 2013

Black bumble-bee

 
Esisterà un «Bombo fans club»? Se ci fosse, mi iscriverei subito, tentando magari la scalata alla carica di segretario, se non addirittura a quella di presidente. Ho già parlato in altre occasioni di questo simpatico animaletto, cugino grasso delle api, e mi ero divertito a fermarlo in alcune immagini fotografiche. Bisogna però precisare in che modo lo si può definire simpatico. Di certo il bombo non è il tipo di bestiola da scegliere come animale da compagnia. Non ce lo vedo buono buono con guinzaglio e pungiglioneruola (è il corrispettivo della museruola), mentre ce lo portiamo appresso durante lo struscio serale lungo il corso principale in centro.
 
Non va mai dimenticato che al di là del suo aspetto pacioso da compagnone ronzante, sotto sotto si nasconde sempre un discreto punzonatore di tenere carni umane. Per cui, simpatico sì, ma a debita distanza, è piacevole osservarlo quando capita di coglierlo alle prese con pistilli e corolle di fiori. E non è aggressivo, se lo si lascia in pace.
 
Le altre volte lo avevo fotografato nella sua forma più tradizionale, il più classico dei bombi a striature gialle con cucuzzolo posteriore bianco pellicciato. Non mi sarei mai aspettato dunque la sorpresa di alcuni giorni fa, quando, inseguendo distrattamente le movenze di un’ordinaria apetta zonzosa alle prese con le sue impollinazioni di prammatica, mi sono trovato di fronte il gioiello dei bombi, la gemma più preziosa della famiglia bombardoni: niente meno che un luccicante bombo nero extralusso. Il tulipano nero dei bombi.
 
 
Che esistesse in versione completamente nera, non lo sapevo nemmeno. Però ho capito subito che non si trattava di un calabrone. Quelli sono tosti, sono aggressivi. Come avrebbero sicuramente detto in termine tecnico i dignitari di corte all’epoca del Re Sole, i calabroni son degli “spaccaculi” («…les calabronnes sont spacacül tres terrible…»). I calabroni ti arrivano vicino con un volume di ronzaggio che già da solo mette paura e sembrano dire: «…bzzz-bzzz, lasciami perdere che sto già incazzato, bzzz-bzzz, e ti pianto due dita di pungiglione bene in fondo…».
 
Questo che ho incontrato io, invece no. Era placido, si gustava appieno le sue impollinate, volava zonzoso e giulivo, con un volo ampio e delicato, non come il calabrone, che è ficcante già nelle sue planate arrembanti. Questo invece non faceva per niente paura. Anzi, sempre fermo restando il fatto di lasciarlo stare in pace a sbrigare le faccende sue, emanava un’aura di elegante bonarietà. Tutti sintomi bombeschi genuini, insomma.
 
 
 
Indagando un po’, ho scoperto poi che tra bombi normali e questi neri neri, non si tratta propriamente della stessa famigliola in senso stretto. I primi si chiamano proprio Bombus Pascuorum, mentre questi nero carbone sono esponenti dell’Ape legnaiola. Depongono infatti le uova ricavandosi lo spazio dentro ceppi di legno tenero, tanto che da questa caratteristica deriva anche il loro nome scientifico, Xylocopa violacea, dal greco “xylos” (=legno) e “kopto” (=tagliare). Violacea poi, perché hanno le ali lucide e cangianti, con riflessi tendenti per l’appunto verso il viola (e son contento che anche da uno dei miei scatti, questa caratteristica sia stata colta). Ha anche un nome per gli amici, e sarebbe Gavarone, ma confonderlo col calabrone è un grave errore entomologico.
 
 
 
Per me rimane ad ogni modo un bombo nero. Rispetto al cugino a strisce, è più serioso e carismatico, ha meno peluria, ma è pelosetto quanto basta per rimarcare le sue forme buffe ed eleganti ad un tempo. In una cosa poi è esattamente identico a suo cugino: anche se dalle foto non si evince, perché sarebbe stato necessario un filmato, vi garantisco che usa immergersi dentro al calice del fiore con la stessa voluttà e senso della piacevolezza dimostrati dal bombo tradizionale. Anzi, forse, rispetto al cugino, il bombo nero in questo è ancor più appassionato: quando si trova a capofitto immerso dentro il fiore, e l’ho visto proprio coi miei occhi, scodinzola nel vero senso della parola, assesta dei graziosi colpetti vibratori col posteriore, inequivocabile segnale dello spasso impollinatorio che si sta godendo in quegli attimi.
 
 



 
 
Tra le altre cose, ho letto che si tratta di una cosiddetta “ape solitaria”, ossia di un tipo che si fa i fatti suoi, non è gregaria come l’ape classica da miele. Questo, dal mio punto di vista, è un aspetto bello del bombo nero. Inoltre, questo piccolo miracolo di nerezza zonzosa utilizza il pungiglione davvero in rarissime circostanze, bisogna proprio farlo incavolare parecchio, prima che arrivi a questi estremi rimedi. E anche quando, la sua puntura, rispetto a quella di altre api, presenta una tossicità bassissima. Il più è il male della sforacchiata, ma non ci sono conseguenze di più ampia gravità.
 
Insomma, cosa pretendere di più da un giretto in giardino con la macchina fotografica in mano?