sabato 9 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 17 - "Al riparo di una cappa di nulla sottovuoto"

"Un pensiero al giorno"

17 - "Al riparo di una cappa di nulla sottovuoto"

Ci sono giornate che dal cielo viene giù il massimo dell'indecisione, sotto forma di pioggerellina a singhiozzo. Il tempo si rotola stancamente sul suo divano di nubi grigie e latte, in un ondivago "piovo-non piovo". Quando questo diffuso sentimento etereo coglie a terra talune personalità che hanno fatto della titubanza quasi una filosofia di vita, ne conseguono buffe cose.

Per chi è solito spostarsi in bici, si pone il primo arduo dilemma: portarsi dietro o no l'ombrello. A me due gocce in realtà non darebbero fastidio (se rimane nei patti che si limitino a due). "...Rain rain rain / I don't mind / shine shine shine / the world is fine..." non a caso sosteneva il poeta ("Rain" - The Beatles - 1966).

Il cruccio maggiore è per gli occhiali. Non sopporto che si infiocchettino di pallini umidicci. La mia condotta etica di uomo della pioggia, al primo articolo del proprio codice, recita dunque: ombrello sempre.

Il fatto è che con la pioggia molto rada, si esce spesso dallo stradello di casa mentre cadono dieci gocce a chilometro quadro, e dopo ventitré pedalate di numero, l'elargizione pluviale cessa del tutto.
A quel punto, secondo amletico dissidio: chiudere l'ombrello oppure proseguire nel proprio vagare a paratia spalancata, rinfocolando vieppiù la nomea di fesso accreditato, conquistata con anni di condotta da irreprensibile individuo assai poco normale?

Quasi sempre scelgo la seconda soluzione: la mia marcia continua fieramente a ombrello sbandierato a riparo del nulla. Non solo per la pigrizia di fermarsi e chiuderlo. Ma per una motivazione più intima, legata al desiderio di porsi in sintonia con le onde armoniche del surreale puro.

Anche se non portano al suolo nulla di idrico infatti, queste giornate dal tempo temporeggiante recano con sé di solito un'aria alquanto fresca. Sotto il tubo volumetrico di quel tetto di tela con frange a lembo di pipistrello, si forma allora un'immaginaria cabina di tepore.

È bellissimo proseguire la pedalata nella fierezza di ostentare la propria stupidità agli occhi dei passanti. Perché se già fare una cosa inutile può riempire d'orgoglio, farne una poetica aggiunge un valore inestimabile al gesto.

E ci vuole un attimo a quel punto a pensare di essere un "supereroe termico" protetto dalla sua cortina di protezione, in grado, fra le tante sue speciali proprietà, di frapporsi alle frequenze del visibile. La tentazione del fantastico sfiora vette tali, che ancora un po' e ci si azzarderebbe a far gestacci o smorfie assortite, oppure ad aprirsi la patta di fronte a chiunque s'incontri, tanto intensa è ormai la "quasi certezza" di non poter essere visti da nessuno.

Alla fine, giunge puntuale e impagabile la soddisfazione di sapere che la gente ti ha contemplato come un idiota vagante ad ombrello aperto per "non bagnarsi di asciutto", mentre invece stavi solo completando una tappa del tuo tour di ciclo-poesia.


venerdì 8 aprile 2016

Le muse di Kika van per pensieri: la Regina delle Nevi


Si conclude con questa puntata l’excursus modaiolo-favolistico di Kika fra le principesse da fiaba. Il personaggio che vediamo oggi è la Regina delle Nevi (portato alla notorietà dalla fantasia di Hans Christian Andersen).

L’immagine della Regina delle Nevi è stata scelta più per ragioni di suggestione che per il suo pregio artistico. Per ragioni logistiche, da parte mia mi limito per questa volta all’indagine fisiognomica.

Ravanando nei bassi fondi della visionarietà fisiognomica, ho scovato tre somiglianze seriamente intese, più un quarto volto scherzoso suggerito da Kika. Una cosa è certa: il mio immaginario femminile si conferma essere alquanto datato.

Il primo volto si adatta alla somiglianza anche in virtù della sua enigmaticità:


Questa è Kate Bush, leggendaria cantante inglese, una meraviglia del mondo musicale sbocciata sul finire degli ani ’70.

A seguire, un altro viso notissimo:






Abbiamo stavolta una grandissima dello spettacolo in ogni sua espressione: Liza Minnelli.

Ecco poi la terza somiglianza:



Un’altra icona della canzone pop anni ’70, però del panorama italiano: Marcella Bella.

E infine, chiudiamo con l’accostamento scherzoso, indicato da Kika:


Siamo sempre nell’ambito della musica leggera di casa nostra, con l’inconfondibile maschera di Renato Zero. E a ben pensarci, l’ambivalenza di genere da sempre suggerita col suo personaggio, rende meno scherzosa la somiglianza di questo multiforme cantante con la Regina della nostra favola.
Ed ora ci aspetta un bel giretto sul blog di Kika, per scoprire come la nostra maghetta di moda preferita ha reinterpretato il look della Regina delle Nevi e di Gerda, un altro personaggio della fiaba.



"Un pensiero al giorno" 16 - "Sintesi sinestetica"

"Un pensiero al giorno"

16 - "Sintesi sinestetica"

Per "praticità esistenziale" siamo abituati a classificare le cose della vita, e a disporne, un po' per compartimenti "quasi stagni".

La fondamentalissima e primaria suddivisione più che mai familiare a ciascuno, è quella fra mente e corpo. Da questa, come da una matrioska più capiente, esce fuori tutta una serie di altre classificazioni: cuore e testa, pancia e razionalità, sensi e pensiero, anima e fisicità, emotività e riflessività, e via di questo passo.

Un simile modo di guardare al mondo "per territori recintati" non è che sia completamente infondato o errato per intero. Ha prima di tutto una sua utilità, ci aiuta a passare in rassegna e ad affrontare meglio le svariate incombenze del vivere. Ci fornisce una buona mappa del territorio, grazie alla quale ci possiamo orientare meglio e con più ordine.

Ma non sarebbe male tener sempre presente che nella sostanza si tratta pur sempre di una sorta di "artificio contabile". Nell'effettività del "reale", ogni persona è un "continuum". Non sono date interruzioni fra ambiti. Essere consapevoli di ciò è importante.

Fra le figure retoriche, ne esiste una molto affascinante, che può aiutare a cogliere meglio il senso di questo concetto: si chiama sinestesia. Consiste nell'esprimere un'impressione sensoriale appartenente a un certo ambito percettivo (per esempio, il tatto), nei termini propri di un altro dominio dei sensi (per esempio, l'olfatto). Una frase scritta in termini "sinestetici" potrebbe allora essere qualcosa del genere: "...il profumo di lei era talmente fascinoso, che ne sentii tutto l'abbraccio caldo e sensuale..." (tanto per fare un po' di dannunzianesimo dei poveri...).

Lo "spirito" della sinestesia può farci da guida allora anche per addentrarci meglio nella fisionomia della nostra "logica esistenziale". Ci potrebbe risparmiare tante presunzioni o false convinzioni. In tante circostanze, siamo convinti di aver fatto scelte dettate dalla ragione più stringente, e invece anche la pancia ha detto ampiamente la sua. Questo succede perché per l'appunto non siamo macchine fatte per componenti sommate fra loro, ma una totalità vivente, a cui può capitare di risolvere un arditissimo dilemma metafisico anche col fondamentale intervento del duodeno o del mignolino del piede.

A di là della facezia, rimane vero che il nostro essere affronta il mondo come una totalità sempre integrata. Di noi tutto è nobile: dal più prezioso dei neuroni, sino al più umile fra i peli del culo, ogni nostra parte partecipa e contribuisce in misura importante alla misteriosa sacralità dell'esistere.



giovedì 7 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 15 - "Differenziale cronologico"

"Un pensiero al giorno"

15 - "Differenziale cronologico"

Chissà quante volte avremo provato quella sensazione riassumibile nella frase: "...quando ero bambino, le giornate sembravano non finire mai...".

La cosa non è ovviamente dimostrabile in termini rigorosi, ma che ci sia qualcosa di vero al proposito, lo intuiamo, lo subodoriamo. E se non si tratta proprio di cosa vera, perlomeno l'illusione (o persuasione) rimane potentissima.

Ciò che è vero psicologicamente, o "idealmente", può dirsi vero anche in assoluto? Non sarò certo io a dirimere una simile questione che ha tenuto impegnati i migliori filosofi di tutte le epoche. Sospendo il giudizio e mi accontento di accogliere la suggestione che ne consegue. Credo sia già un buon risultato.

Secondo la visione platonica, che affonda le radici nell'energia sapienziale del mito, deriviamo da una dimensione in cui si godeva della conoscenza perfetta. La verità era in nostro possesso, ma venendo noi al mondo, è intervenuta una forma di oblio a cancellare ogni cosa prima conosciuta.
Il nascere alla vita ha coinciso con la nostra "individuazione". Uscendo fuori dal multiforme indistinto, abbiamo dovuto iniziare tutto da zero, gradualmente sforzandoci di imparare cosa voglia dire essere "uno".

Abbiamo dovuto mettere da parte il lusso di non badare alla misurazione dell'essere. Anzi, dall'essere puro siamo stati precipitati nell'esistere (la differenza è cruciale). Il pensiero calcolante si è fatto largo dentro noi. La valutazione dell'utile e dell'inutile, del vantaggioso e dello sconveniente, s'è fatta familiare in modo pressante.

Cosa ci sia di vero in tutto ciò (quasi inutile ripetere) non sarà mai dato a sapersi con incontrovertibile certezza. Di fatto, in tanti periodi della vita ci pare di assaporare sottofondi d'infinito che albergano in noi. Uno dei più intensi di questi periodi è appunto l'infanzia. Da bimbi e ancor prima da neonati, siamo stati dei piccoli miracoli di sconfinata estensione esistenziale.

In età adulta, ci appare così miserevole, per certi versi, questo tempo delle nostre giornate, così circoscritto e definito. L'incommensurabile infantile al confronto è una gemma preziosa incastonata sopra un inarrivabile gioiello.

Sembrano considerazioni oziose e vaghe. Ma se ci si fermasse un po' ogni tanto a riflettere su questa nostra nobile origine dalle propaggini dispiegate sino al fondo del nucleo del mistero, forse ne uscirebbe rivalutata e ridimensionata in importanza, la considerazione di questo nostro tempo adulto, troppo spesso intriso oltremodo di tracotante pienezza di sé.



mercoledì 6 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 14 - "Il farsi sera come prospettiva interiore"

"Un pensiero al giorno"

14 - "Il farsi sera come prospettiva interiore"

C'è un passaggio della giornata che sento quasi sempre come il più prezioso e filosofico di tutti. Stranamente non saprei indicarlo con un'ora precisa, ma piuttosto lo individuo con un'impressione. Questo momento del giorno lo chiamo "quando si fa sera". A seconda dei casi, può essere alle sette, oppure a mezzanotte. Ha a che fare con l'idea di sera in generale, ma capita un po' a sorpresa. L'importante è che ogni sera capiti.

Forse non per caso, uno dei capolavori della letteratura moderna, la Recherche proustiana, inizia così: "...Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera...". Proust colloca proprio nei momenti che precedono il sonno, quella "dimensione di frontiera" così speciale per l'animo dell'uomo. E l'opera di una vita ha voluto fondarla proprio sul "farsi sera".

Che sia stata una giornata lieta o travagliata, serena o affannosa, "quando si fa sera" si rientra in porto. Cessano i marosi oppure l'illusoria impercettibilità delle onde di bonaccia, e si assapora un senso di completezza, comunque la si sia guadagnata o portata a casa.

Da "quando si fa sera" in avanti, interviene una diversa percezione del tempo e dell'essere in genere. Tutto si distende, si dilata, assume vastità. Si lascia germogliare dentro una nuova riconciliazione col silenzio. La coscienza può riporre gli attrezzi usati durante il giorno per calcolare, misurare, lambiccare la vita. Ci si scopre reinventati.

Se si è bravi ad addentrarsi nell'essenza del "quando si fa sera", il buio o la penombra di quegli attimi possono diventare fonti di luminosità assai più intensa di quella riservata da un sole a picco sopra la testa. Il buio si fa amico, fratello, presenza buona, amante (femmina o maschio, a seconda...anche se non importa più di tanto, da che si è fatta sera).

"Quando si fa sera" c'invade il sollievo di poter vedere e lasciar sussistere finalmente i contorni delle cose con meno nettezza. Il "quando si fa sera" bisogna essere capaci di accoglierlo. Saperlo fare è un esercizio di umiltà.

Il "quando si fa sera" ci dà il termine di paragone per soppesare la nostra piccolezza di fronte al mistero del mondo e della vita. Lasciando che "si faccia sera", ci si pone in una prospettiva socratica di ascolto verso l'essere.

Per questo, nell'animo dei superbi, dei superficiali o di chi pretende di stringere già saldamente il sapere in pugno, non si fa mai sera.



martedì 5 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 13 - "Hasta la monoto-noia siempre"

"Un pensiero al giorno"

13 - "Hasta la monoto-noia siempre"

La ricchezza e la noia sembrano ricalcare lo stesso comportamento fisico del calore: vanno sempre in alto.

Mi è venuta in mente questa cosa, riflettendo su quanto succede in alcuni sport. Più diventa una questione di soldi, e più i campioni, i migliori tecnici, il peso del prestigio sportivo (che si traduce anche in potere decisionale) si vanno a concentrare nella cerchia di pochissime squadre, con la conseguenza di vedere vincere sempre gli stessi. Le singole gare magari rimangono di volta in volta anche avvincenti (è questo forse che salva sempre capra e cavoli), ma alla fine la vittoria arride ai soliti noti...e sai che divertimento...

Non succede solo nello sport. Il denaro oltremodo concentrato porta alla creazione di ambienti esclusivi, quasi perfetti da tanto risultano intrisi di atmosfere da sogno. Così perfetti, che alla lunga anch'essi sono flagellati dalla prevedibilità, dalla scarsa possibilità di sorpresa: tutti fattori quasi matematicamente forieri di noia. In tali ambienti girano sempre le stesse facce, si finisce per parlare degli stessi argomenti, si fanno un po' sempre le medesime cose, con un ristagno conseguente di tedio rincarato.

La scalata all'arricchimento estremo e spudorato cagiona forme ribaltate di ghettizzazione. Il privilegio a oltranza, senza termine di paragone, mi deprime l'abbientone.

Ecco allora che mi domandavo: hai visto mai che dove nulla hanno potuto la rivoluzione, la dittatura del proletariato, le utopie sociali di ogni sperimentale risma, riuscirà invece a qualcosa la noia?

Hai visto mai che gli adusati paradisi fiscali si tramutino in baudelairiani paradisi artificiali, per l'overdose di "tedium vitae" patita dallo stra-nababbo iper danaroso?

Lo sfinimento da eccesso di barbosità avrà così la meglio. Scene d'isterismo collettivo deflagreranno nei quartieri super-extra-VIP:
"...Il mio Volex!...Il mio Volex pev un divevsivo!...".
"...affanculo 'sto caviale del cazzo! Presto, a me 'na badilata di gorgonzola gocciolante!!!...". 
"...Cova??? Un detevsivo?..."
"...puve quello!..."...

E via di questo tono, sino al giorno in cui potremo finalmente tifare per l'Atletico Scornarolo che si gioca la finale di Champions League contro lo Sborussia Smughenfüld, mentre Guidugo Scarburati passerà trionfalmente sotto la bandiera a scacchi del gran premio di Montecarlo, al volante della sua potente Flatus turbo-depressa.



lunedì 4 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 12 - "Il popolo dei gatti"

"Un pensiero al giorno"

12 - "Il popolo dei gatti"

Nel bellissimo racconto "Il giardino dei gatti ostinati" (contenuto nella raccolta delle meravigliose storie di Marcovaldo), Italo Calvino parla di un'entità vivente, parallela a quella umana: "la città dei gatti".

Da estimatore di mici, il concetto espresso da questa locuzione mi ha sempre emozionato. La città dei gatti è una città dentro la città, che vive spesso gli stessi spazi degli umani, ma nel contempo occupa uno strato spirituale tutto proprio.

Da quando diversi anni fa iniziai ad appassionarmi al fascino di queste care bestiole, sono andato via via percependo la presenza felina nel mondo intorno, come una diffusa realtà "extra-particolare". In altre parole, vedo sì in giro questo o quel gatto specifico, il randagino che sonnecchia in uno smanco di mattoni nelle mura del vecchio rudere, il sorianetto tutto bello accudito dalla famiglia dei vicini, il micione in agguato per ore attorno a una buca di talpa, e così via...ma in generale percepisco questa diffusa presenza "gatteggiante" quasi come fosse una gradevole intercapedine di pelliccia ideale che fodera la realtà.

Il popolo dei gatti sta sospeso fra di noi, in una dimensione che solo a essi appartiene. Inutile per chi non è gatto sperare di avervi completo accesso. Agli umani è concesso solamente di affacciarsi per qualche fugace attimo e dare un'occhiata all'interno, rimanere abbagliati dal mistero che vi scorgono, e ritirarsi poi subito, incerti ancor più di prima sulla verità di quanto osservato.

Anche dopo averlo carezzato per un'ora, dopo aver ascoltato le fusa, tastato i deliziosi gommini sotto le zampe, ammirato a lungo la sua naturale eleganza in ogni gesto, il gatto rimane sempre un'idea.
Forse anche per questo, chi vuole bene ai gatti si innamora di volta in volta di questo o quel micio nel dettaglio, ma nella sostanza si sente vicino a una ben più vasta essenza universale felina.

Una volta lessi una simpatica definizione di Bruno Munari (geniale designer) che mi rammarico sempre di non aver annotato con precisione. Diceva grosso modo: il gatto è un'impressione morbida al tatto, che quando ci metti una mano può anche terminare in una sensazione conclusiva pungente.

Mutuando il bellissimo ritratto di Munari, mi piacerebbe allora azzardare una mia definizione dell'indefinitezza dei mici: il gatto è una coda dritta, colta svanire in un baleno dietro l'angolo di un vicolo, che se ti fermi a pensarci un attimo, giureresti su quanto ti sta più caro al mondo, di averla solamente sognata.