martedì 10 maggio 2016

"Un pensiero al giorno" 46 - "Deep in space"

"Un pensiero al giorno"

46 - "Deep in space"

Oggi solo due parole riguardo a un'immagine, osservata in alcune sue varianti. Si tratta di una rara ripresa della faccia oscura del pianeta Abatjour. Qui la misteriosa superficie è colta in una singolare fase di allineamento con l'asteroide Altéra BED-21.

Questa particolare congiunzione astrale è ritenuta tradizionalmente propizia alle buone sorti degli amanti. Favorisce inoltre i pigri e i lettori incalliti. Abatjour è il pianeta di riferimento per i tipi di indole riflessiva e propensi a una forma di serenità crepuscolare.

Abatjour, un po' come Saturno, presenta una particolarità che lo contraddistingue fin dalla più remota visione telescopica. Fra i corpi celesti, è infatti l'unico non completamente libero di orbitare nello spazio. Una propaggine flessibile lo tiene ancorato, di modo che la sua massa può spostarsi solo in base al capriccio di una grande forza interplanetaria scoperta dai fisici solo di recente: il gradiente universale di sonnolenza.

Inoltre, quando questa forza raggiunge un valore di settemila giga-ronfi, ottenuti da una cospicua sommatoria di sbadigli cosmici, la luce su Abatjour si spegne.

Intorno ad Abatjour, si sono create nel tempo misteriose leggende. C'è chi è convinto che quando finalmente l'ombroso pianeta rivolgerà la sua faccia luminosa verso l'umanità, per quest'ultima si inaugurerà un'epocale rivolgimento storico, con l'avvento dell'era dell'Asocialismo reale.
Ma fino a quel giorno, potremo accontentarci di vedere Abatjour spengersi con regolare intervallata cadenza, per continuare a goderci qualche sogno.





lunedì 9 maggio 2016

"Un pensiero al giorno" 45 - "Above us only flying donkeys"

"Un pensiero al giorno"

45 - "Above us only flying donkeys"

Mentre ero intento alla solita quotidiana battaglia psicologica col mondo pubblicitario, sempre pronto a volerci far credere negli asini volanti, mi è sovvenuto per contrasto il candore di certe buffe inserzioni che leggevamo sulle pagine del "Monello" o del "Intrepido", ai tempi in cui Berta filava.

Col "senno di poi" della subdola sottigliezza ormai raggiunta dagli spottaroli di oggi, quelle lontane e sgangherate réclame fanno più che altro una gran tenerezza. Innanzitutto c'era la grafica di infima categoria. Una scarsa paginetta era rimpinzata di almeno dieci annunci, corredati di micro foto o maldestri disegni in bianco e nero di qualità risibile. Ma il capolavoro stava nel contenuto di questi mini proclami, ossia nei prodotti stessi reclamizzati.

Si andava dalla pomata per avere l'istantaneo lievitare dei muscoli a livelli dei più aitanti fustaccioni culturisti, alle mitiche "scimmie di mare" (non avevamo mai capito cosa fossero, finché un mio amico non le ordinò veramente: erano una specie di bestioline che avrebbero dovuto crescere nell'acqua, il tutto a partire da una misteriosa polverina, ma non ho mai saputo come andò a finire il suo allevamento domestico...).

C'era poi la penna dell'agente segreto, che avrebbe dovuto funzionare come cannocchiale, consigliato ovviamente per spiare da lontano ragazze discinte in spiaggia (notoria occupazione preminente di ogni buon detective che si rispetti). E sempre in tema, c'erano i leggendari sexy occhiali "vedo nudo", che promettevano di farti sbirciare comodamente sotto le gonne di ogni donzella, senza nemmeno far la fatica di sollevarne i lembi.

Ai tempi delle scuole medie, sempre un gruppo di amici appena più giovani di me (ma cosa avrei pagato per essere della combriccola...), imbastirono uno scherzo giocato appunto sui fantomatici occhiali "smutanda-pulzella".
e
Si munirono di un volgare paio di occhialacci da sole e presero a scorrazzare per i corridoi durante la ricreazione, facendo credere a tutte le ragazze che le stavano sbirciando senza risparmio di diottrie.

Tra il credo e il non ci credo (ma se poi è vero per davvero?), si scatenò in ogni caso una certa inquietudine e agitazione, che giunse sino a turbare gli attenti orecchi di un ingenuo bidello. Questi, invece di tacitare senza poche storie i "burlo-guardoni", invitandoli a fare poco gli asini (visto e considerato anche il forte rincaro del costo del fieno), si lasciò inopinatamente cogliere dalla psicosi generale, pretendendo di sequestrare ai ragazzi il malefico "sbircio-scandaglio".

Ai miei amici non parve vero di ottenere questo supplemento perlaceo alla riuscita dello scherzo. Per gustarselo ancora oltre, si diedero allora a un buffo fuggi fuggi, inseguiti dal bidello moralizzatore, incrementando così vieppiù il mito ormai serpeggiante per tutta la scuola di quegli occhiali e del loro faloppo potere.

Alla fine, il solerte tutore scolastico riuscì a impossessarsi del perfido strumento di corruzione e qui si verificò un ultimo esilarante colpo di scena, a degno coronamento di tutta la buffa beffa. Il bidello, non solo volle provare in prima persona la presunta efficacia denudante di quelle lenti, ma sbottò pure di delusione mista a disappunto, quando appurò che era stata tutta una gran bufala ragazzesca, e tra l'altro nemmeno tanto lusinghiera per l'onore del suo acume.

A questo insomma ripensavo oggi, mentre l'ennesimo sofisma pubblicitario mi invitava a levare gli occhi al cielo, assicurandomi che, sì, non dovevo avere più dubbi: il mio personale asino volante, lo avrei visto anche io.


sabato 7 maggio 2016

"Un pensiero al giorno" 44 - "Oggi m'irraggio"

"Un pensiero al giorno"

44 - "Oggi m'irraggio"

Difficilmente si contempla la ruota della propria bici. Se l'ho fatto, è perché mi è caduto l'occhio su un raggio rotto.

Dopo aver valutato a mente l'eventualità di ritrovarmi col culo per terra alla successiva pedalata, il pensiero ha finito per scivolarmi sopra la poesia dei raggi.

Perché tutta l'idea che sostiene la ruota per mezzo dei raggi è una faccenda molto poetica. Anche e soprattutto tecnica, d'accordo. Ma di quella tecnica che fa della funzionalità formale il proprio tramite verso un'asciuttezza estetica a suo modo commovente.

Cos'è che alla fine combinano i raggi? Al centro, lo sappiamo tutti, c'è il perno avvitato alla forcella. Lì si condensa il vero nucleo rotante. Compito dei raggi è assumere su di sé questa "rotabilità" e trasmetterla alla periferia della ruota, passando dal cerchione sino alla gomma.

Attenti che qui arriva il puro stupore. Ogni raggio non si va a conficcare banalmente nel perno puntando al centro della circonferenza. No: i raggi lavorano invece a piccole squadre di due. Disponendosi con regolarità tutto intorno al perimetro del perno, lo avvolgono di mini-abbracci a coppia. Ogni duetto di raggi si ancora infatti tangenzialmente alla circonferenza del perno, in punti di contatto opposti sul diametro.

Lo scopo non è nient'altro che la leggerezza, il minor ingombro, la riduzione di superficie da opporre magari al vento. A pensarci, è stupendo: i raggi trasmettono forza dal perno alla gomma, ma lo fanno scegliendo il percorso essenziale. Scartano tutto l'orpello e il superfluo, per far incanalare la forza lungo le sole direttrici che servono. Il resto lo restituiscono a chi di competenza, ossia al "regno dell'aria". Si imbevono del succo della forza e lo nobilitano con un equilibrio perfetto.

Trovo tutta questa cosa dei raggi una questione molto zen. Siamo forse troppo abituati a considerare il "pensiero" come un'entità che si forma nelle nostre menti. Ma la saggezza di Parmenide ("aurorale", secondo la bellissima definizione di Martin Heidegger) già ci spiegava come pensiero ed essere siano una cosa sola. Ecco allora che l'idea dei raggi sarà venuta un bel giorno a qualche geniale meccanico di bici, ma essa era già presente nel mondo. Da sempre.

Così come "l'idea" delle api di fare cellette esagonali per equilibrare al massimo l'alveare, oppure l'idea della conchiglia "Nautilus" di sviluppare le sue spire secondo una cadenza numerica ben precisa e nota come sequenza di Fibonacci (dall'illuminato matematico medievale italiano che la teorizzò).

In tante circostanze della vita che ci accadono, il modello offerto dai raggi potrebbe essere illuminante. I raggi ci insegnano a cogliere un'economia dell'esistere in grado di farci entrare in sintonia con l'essenziale. Ciascuno, andando col ricordo a tanti accadimenti del passato, potrà facilmente ammettere di aver dato troppo spazio e troppo spesso alla pesantezza delle scelte.

Quante volte ci siamo ritrovati a riempire con goffo ingombro tutta l'area della ruota, senza accorgerci che si poteva invece succhiare solo la grazia più rarefatta del cerchio. Così come i raggi, con la loro elegante sapienza, sono lì per dirci, insieme a Aldo Busi, nel meraviglioso incipit del suo "Seminario sulla gioventù":

"...Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela tanto presa per così poco, e anch'io ho creduto fatale quanto si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi?...".

Scissi appunto, ma nel modo dei raggi della mia bici...



venerdì 6 maggio 2016

Le muse di Kika van per pensieri: Georges Seurat (1852-1891)


Per le nostre rubrichette incrociate di arte e moda, Kika ci propone ancora l’opera di un grande autore: “Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande Jatte” (1884-86), di Georges Seurat (Parigi 1852 – 1891).

Questo quadro rappresenta una sorta di “opera-tipo” nella complessa indagine sul rapporto fra arte e scienza che il pittore francese intese sviluppare. Nel fervore scientifico-positivistico della seconda metà dell’Ottocento, gli artisti, e in particolare i pittori, si sentirono chiamati a interrogarsi sul ruolo della propria ricerca. La scienza metteva a disposizione nuovi strumenti per esplorare i significati dalla realtà, che a prima vista sembrava avrebbero ampiamente depotenziato (se non addirittura quasi annullato) gli spazi di manovra dell’arte. In particolare, gli elementi cruciali nel far scattare questa “crisi di identità” della pittura furono lo sviluppo degli studi sulla percezione e l’introduzione della tecnica fotografica. In pratica, “Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande Jatte” può essere considerata una riflessione generale su tutti questi temi, tradotta in pittura.

Alla fine forse, l’importanza fondamentale di questo quadro sta in ciò che esso ci “dimostra” (usando il verbo in maniera didascalica e accessoria: l’arte in realtà non vuole mai “dimostrare” nulla). Ossia ci fa capire che l’arte rappresenta e rappresenterà sempre un percorso d’indagine privilegiato, un linguaggio attraverso il quale poter affermare cose che in nessun altro linguaggio si possono dire. Cosa, e “come”, ritrae infatti “Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande Jatte”? 

La scena rappresentata è inserita in uno “spazio mentale”. Le figure, gli animali e tutti gli altri elementi del paesaggio sono ricondotti al loro comun denominatore formale, e mutati in manichini geometrizzati. Lo spazio medesimo è ottenuto con l’innovativa tecnica del “puntinismo”, che sfruttava le più aggiornate conoscenze sulla luce come miscela di diversi colori (dove quella bianca è ottenuta dalla somma di tutti i colori). Non c’è allora più differenza tra i volumi solidi e l’aria in cui sono immersi: i corpi, il prato, l’acqua, l’atmosfera, tutto è reso come un continuo di luce pura. In questo modo, l’artista ci mette di fronte a un paradosso: applicando attentamente tutte le più recenti raccomandazioni della scienza, giunge a uno sguardo posato sulla realtà che solamente con la mediazione dell’occhio e del pensiero umano si può ottenere. In pratica, Seurat prende uno spazio reale e lo traduce nei termini “oggettivanti” di cui è capace il punto di vista umano. Ma questo è un percorso attraverso cui ci si può incamminare solo servendosi degli strumenti dell’arte.

Volendo, si può persino cogliere una nota ironica variamente distribuita per tutto il quadro. Seurat sembra divertirsi, avvertendoci qua e là, con bizzarri indizi, che in fondo in fondo ci ha anche presi un po’ in giro. La scimmietta al guinzaglio, l’uomo che suona la tromba, l’eccessiva “resa tubolare” di alcune figure (al limite del buffo, la donna seduta di spalle con la lunga fascia rossa in testa, dove si incrociano le diagonali della metà sinistra del quadro: ricorda più un paracarro o un cippo marmoreo, che una donna), il compiaciuto gioco intorno ai “lievitanti deretani alla moda” di alcune signore. Con tutti questi elementi, il pittore pare quasi voglia affermare sottovoce che l’arte non potrà mai essere imbrigliata da altre forme della conoscenza umana: le sue potenzialità di spaziare nel regno dell’imprevedibile e del “non altrimenti dimostrabile”, rimarranno sempre sua insostituibile prerogativa. 

La ricerca di somiglianze col soggetto che oggi Kika ri-abbiglierà (la donna in primo piano sulla destra, proprio quella con la scimmietta al guinzaglio, per capirci) non è stata facile. Un po’ che la donna è di profilo, un po’ che il “puntinismo” ne intorbida i contorni…insomma, ho fatto quello che ho potuto e vi presento tre volti possibili.

Ecco il primo volto:

E’ l’attrice americana Erin Moran, nota soprattutto come interprete del ruolo di Joanie Cunningham, nel telefilm “Happy days”.

Ed ecco la seconda somiglianza:

Questa è l’attrice Irina Sanpiter: di origine russa, ma attiva spesso in Italia, è stata la rassegnata e dimessa consorte dell’insopportabile Furio (Carlo Verdone), nel film “Bianco rosso e verdone” (1981).

Infine, l’ultimo volto di oggi:

Abbiamo qui Francesca Nocerino, brava video-giornalista del Tg2.

E adesso l’appuntamento è sul blog di Kika, dove la nostra maghetta modaiola preferita ci “rivestirà” di nuovo la dama “iper-tafanuta” della Grande Jatte.

giovedì 5 maggio 2016

"Un pensiero al giorno" 43 - "Due per due fa sol la si"

"Un pensiero al giorno"

43 - "Due per due fa sol la si"

Ogni giorno siamo immersi in quel gran paradosso, ben celato ma nel contempo evidentissimo, che in fondo è l'essenza stessa della nostra esistenza. In noi convivono, si confondono, si mescolano, si contaminano e si influenzano a vicenda due anime.

Ovviamente, uso il termine "anima" esemplificando e categorizzando "ad hoc", ai fini del discorso: ben difficilmente, nell'effettività delle cose, sarà possibile e lecito tracciare qualsivoglia confine così preciso e analitico.

Ciò detto, una delle due anime è quantitativa, previdente, misuratrice, calcolante, progettuale. L'altra è spontanea, qualitativa, istintuale, votata all'aleatorietà, improvvisatrice, intuitiva, a volte persino vagabondante a un passo dal nonsenso. Nessuna delle due anime può prevalere, prevaricando l'altra. Fondamentale è trovare sempre l'equilibrio fra esse. Se la prima ha campo vinto, ci ritroviamo prigionieri della rigidità. Se invece s'impone troppo la seconda, è un attimo cadere nel caos puro.
Una bella sintesi di queste considerazioni la possiamo ravvisare nei numeri. Anche i numeri infatti possono essere caricati di una dose di affettività. Intorno ai numeri, nella storia, si è spesso giocato quel rimescolamento di confine tra il regno razionale e il regno istintuale, che albergano in noi stessi. La filosofia pitagorica, tutti gli studi cabalistici della tradizione ebraica, sono solo due esempi di come l'uomo sia sempre stato indotto a ricercare il mistero anche nell'ambito all'apparenza più lineare della "propria" realtà.

Non c'è nulla di più asettico e preciso dei numeri, eppure abbiamo sempre sentito quasi la necessità di investirli di una vaghezza enigmatica, che ce li riconciliasse con la parte nebulosa di noi stessi. Ecco allora l'uno come espressione dell'assoluto, il tre o il sette a indicare la perfezione, il tredici o il diciassette guardati un po' con sospetto, e così via.

Non ce la facciamo proprio a vedere i numeri come quantificatori puri. E per fortuna, aggiungerei. Sono convinto che i grandi matematici e gli studiosi che in genere hanno avuto ampiamente a che fare coi numeri nelle loro ricerche e scoperte, siano riusciti nei loro migliori risultati grazie al fatto di aver sempre considerato i numeri come veri e propri personaggi di storie appassionanti.

Anche le sole nozioni scolastiche ci supportano pienamente in questa suggestione. Ricordiamo ad esempio il fascino del "p greco", con la sua irraggiungibilità riflessa nel confronto fra due elementi del cerchio; oppure, la "bizzarria" dei numeri primi, che cadono a sorpresa lungo il flusso del conteggio, come capricciosi ospiti volubili.

In generale, possiamo dire che chi si sforza di guardare ai numeri come a delle entità "vive" e meritevoli di considerazione extra-quantitativa, può dirsi sulla buona strada nella ricerca di quell'equilibrio necessario a far convivere dentro di sé le due "anime" sopra ricordate.

I numeri sono come un abito, per il quale ciascuno deve trovare la propria taglia più adatta. Se è troppo stretto, ci soffoca, ci frena i movimenti, c'ingessa. Se è troppo largo, ci incespichiamo dentro, pestiamo una braga o ci scivola la mutanda.

Una cosa è certa: nudi dai numeri non possiamo stare, perché sarebbe come rinunciare alla nostra stessa mente, che è un'impalcatura contabile rivestita di strati d'affetto.


mercoledì 4 maggio 2016

"Un pensiero al giorno" 42 - "Le nutrie siamo noi"

"Un pensiero al giorno"

42 - "Le nutrie siamo noi"

Più conosco le nutrie e il mondo, e più le nutrie mi sembrano uno specchio incredibilmente fedele del mondo.

Il punto sta proprio nel verbo "conoscere" e le nutrie ce lo insegnano bene. In generale, prima di tutto ci si preoccupa di dettare soluzioni, sfornare ricette, impartire consigli, profilare diagnosi della situazione. Solo in un secondo momento (ma molto secondario), si pensa che magari, forse, era il caso di conoscere un po' meglio, prima, il contesto in questione.

La nutria (senza averlo mai voluto s'intende) simboleggia esattamente l'ignoto da cui proteggersi a botte di pregiudizi. Un solo esempio clamoroso: in mezza Italia, dov'è presente questo animaletto suo malgrado invasivo, si tende ad adottare la soluzione più "pregiudiziale" di tutte: lo sterminio a colpi di fucile. Ironia della sorte, diverse ricerche hanno dimostrato che questo sistema non solo è inefficace, ma per di più incrementa indirettamente la prolificità delle varie colonie.

Se una delle piccole comunità in cui le nutrie sono distribuite, viene infatti parzialmente decimata con mezzi drastici, in primo luogo essa, per un aumento di diffidenza, si ritirerà in rifugi molto più difficili da raggiungere. Come seconda conseguenza, le femmine incrementeranno il loro ritmo nel figliare, per un meccanismo di compensazione naturale messo in atto come specie. Risultato: in tante zone le fucilate hanno fatto lievitare il problema.

Quante volte vediamo applicato un meccanismo simile, in tante altre situazioni di attualità? Quante volte si sentono invocare azioni senza mezzi termini, ma anche prive di un minimo di valutazione preventiva? Direi una marea di volte.

Altra cosa che stupisce: la nutria è una bestiola relativamente buona, mansueta, nel limite del possibile persino affettuosa. Quello che cerca di fare è solamente vivere. Facendolo in un ambiente che non è il suo, per forza di cose si trova in vari modi a entrare in collisione con tale ambiente. Eppure, le vengono addossate responsabilità riguardo anche un sacco di guai per i quali non c'entra proprio nulla. Non vi ricorda qualcosa pure tutta questa circostanza?

Ma il fatto più degno di nota è che la nutria rappresenta una sorta di filosofica cartina al tornasole dell'esistenza. Coi suoi dentoni e lo sguardo un po' stralunato ci ricorda quanto surreale sia diventata per tanti aspetti la nostra complessa situazione. Ci invita a riflettere sulle distorsioni provocate dal mancato ascolto della realtà.

Insomma, più conosco le nutrie e più mi stanno simpatiche. La nutria è un piccolo eroe etologico, che parte subito da perdente, ma non per questo viene meno alla propria dignità. La nutria voleva solo starsene nelle sue belle praterie del Sudamerica, farsi placide nuotate nei canali e tirare su bravi piccoli di nutria coscienziosi sguazzatori a loro volta. Ma "quel gran genio del suo amico", l'uomo, "con le mani sporche d'olio", si crede sempre un gran furbone.

Le mie nutrie fanno spesso cose bizzarre e sceme, perché si rendono conto che spesso quella è l'unica reazione possibile a tante assurdità. In questo modo, loro credono che la poesia potrebbe anche salvarci.

E io non ho certo un'autorità morale tanto superiore a una nutria, per arrogarmi il diritto di darle torto.


martedì 3 maggio 2016

"Un pensiero al giorno" 41 - "Nuclei"

"Un pensiero al giorno"

41 - "Nuclei"

Entrerò in latino
nel mondo dei fiori,
scoprirò se lì esiste
il parlare di odori.
Non c'è pace se non
celata
nel più intimo ieri.
Ma quel ieri che dice
di un velo di fuori.
L'avvicendarsi d'affetti
non è un fatto d'umori.
È col segno del poi
che si scopron gli amori.
Quant'eran cari i tuoi
mari nella selva dei sapori.
Ora fra gli sconosciuti
tocca stendere orme
mentre pulsa inopinata
a metà la falange.
Minimo battito d'infinito
nel cuore di ciò
che rimane insoluto.
Rifiniture.
Asola.
Disincanto.
Muscolo.
Ratto emozionale.
Nutriamo speranza
residuale
nel nonsenso radicale.