sabato 9 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 104 - "Mappleanno"

"Un pensiero al giorno"

104 - "Mappleanno"

Le nutrie e io abbiamo compiuto gli anni, ieri. Grazie a tutti di cuore per gli auguri, amiche e amici. Le nutrie hanno costantemente l'età da scuola media, io invece son sempre lì, in bilico sul periodo di vacanze della quinta elementare, e forse un giorno verrò ammesso alle medie.

L'occasione e l'idea stessa di compleanno mi offrono lo spunto per una piccola riflessione. Volevo parlare dell'importanza delle "mappe". In tutte le circostanze, se si ha una mappa, è meglio. Il compleanno è un segnale importante nella mappa della vita. Prendendo a prestito un termine dalla topografia, possiamo definire il compleanno come un "punto fiduciale", un riferimento convenzionale da cui far derivare la misurazione di tutto ciò che c'è intorno (grosso modo come si fa col meridiano di Greenwich, tanto per prendere un'altra immagine).

Altro esempio di mappa fondamentale è una buona coscienza storica. Quando sento parlare di Barocco, o di Medioevo, di periodo greco classico, di Fascismo o di maccartismo, e così via, sono contento di non sentirmi smarrito, ma di avere discreti appigli culturali per sapere a che punto del cammino dell'umanità si situa il discorso. Detto ancor più in generale: l'ottimo fra le mappe è la padronanza di un buon panorama culturale.

Le mappe si possono intendere poi anche in senso molto più lato e figurato. Saper fare bene un mestiere è ampiamente questione di mappe. Inoltre, ogni relazione con un'altra persona non può fare a meno di una sua importante mappa. Un'amicizia, un affetto, una conoscenza, un amore, ogni tipo di rapporto con l'altro, è una mappa. Giova sapere in che punto del territorio ci si trova, conoscere le distanze, gli sforzi necessari per spostarsi da un punto all'altro, le cose che mi devo aspettare se visito un certo luogo, gli errori da non commettere a seconda delle tradizioni delle diverse zone, e via dicendo.

Avere una mappa, non solo reca beneficio, ma è anche sintomo di rispetto per il mondo e per i suoi abitanti e occupanti, in primis quelli animati, e senza trascurare nemmeno gli inanimati.

Si potrà obiettare che è altrettanto affascinante e foriero di inaudite scoperte, anche il gusto di smarrirsi ogni tanto, in qualsiasi territorio ci si trovi. Io ribatterei però che è capace di smarrirsi in misura proficua solo chi ha dimestichezza frequente con le mappe. In questo caso infatti, lo smarrimento diventa una scelta controllata e ponderata. Chi si perde invece solamente per mancanza assoluta di mappe, è solo uno che vaga a casaccio e subisce passivamente il proprio vagolare. Senza costrutto, senza trarre niente di buono dal suo "de-situarsi". Insomma, solo un povero diavolo che ha perso il cammino, inutilmente ignaro di tutto quanto lo circonda.


venerdì 8 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 103 - "Miele salato"

"Un pensiero al giorno"

103 - "Miele salato"

L'innamorato respinto non riusciva a darsi pace. Lei lo aveva lasciato dicendogli: "...Ti voglio sempre bene, ma sento che fra noi tutto è finito ormai...". Lui era rimasto innamorato, lei non l'era più.

Si era sforzato di accettare gli eventi di buon grado, ma quello stato gli bruciava dentro oltremodo. "...Se sono ancora innamorato..." meditava, "...la prima cosa che devo amare di lei sopra ogni altra è la sua libertà...".

Il problema più grande però stava nel sapere che lei gli volesse ancora bene. Lui domandò di essere ricevuto al palazzo dei mille profumi, dove lei dimorava. Chiese di poter conferire per pochi minuti, attraverso la grata dei respinti, nel gran chiostro odoroso delle mille penombre.

Non poteva scorgerla, quando lei si appressò oltre la cortina, ma riconobbe il profumo di nubi emanato dal suo corpo di gazzella muscosa, così familiare e denso di emozioni della memoria, che per un nonnulla lui non svenne, sopraffatto dallo sdilinquimento.

"...Quando ci scambiammo l'ultimo saluto, mi dicesti di volermi ancora bene...".
"...Certo..." rispose lei.
"...Ecco, son qui per chiederti un favore: per il mio bene, ti prego di volermi male...".
"...Se potrà esserti di aiuto, farò come chiedi...".

Ma nemmeno così funzionava. Un certo sollievo, dal pensiero di sapersi odiato da lei, all'innamorato ne era derivato. Però rimaneva un rovello di fondo. Lei lo stava odiando, ma per il suo bene. E nel labirinto mentale degli innamorati, questo è come un ferro rovente cacciato nell'acqua gelata, senza mai cederle una frazione di grado.

L'innamorato tornò a riservato colloquio:
"...Se mi vuoi male per il mio bene, sto ancora peggio. Stavolta, ti scongiuro, devi volermi male davvero, con odio genuino...".
"...Ti prometto di impegnarmi a odiarti con tutte le mie forze...".

Eppure nemmeno questo recava sollievo all'innamorato. Se lei lo odiava, anche se di odio puro, era pur sempre una forma di considerazione per lui.

Si rese necessario un terzo incontro:
"...Neanche così va bene. Perdonami, ma ti chiedo un ultimo favore: ignorami, fai come se non fossi mai esistito, cancellami proprio dai tuoi pensieri di sempre...".
"...Chi siete mai, signore? Io non vi conosco..." rispose subito lei, "...addio, congedatevi senza proferire altro motto e non importunatemi oltre...".

L'illusione del sollievo per l'innamorato durò solo pochi attimi. Attraversando il gran cortile del palazzo, si mischiò alla piccola folla di venditori accalcata lì per il solito mercato del sabato mattina.

Attorniato da un capannello di curiosi, scorse un vecchio che presentava uno spettacolino simpatico insieme a un suo orsetto lavatore ammaestrato. La scena folgorò l'innamorato fin nel più intimo delle sue fibre. Fu in quell'attimo che capì. Senza il dolore di aver perso la sua innamorata, non sarebbe mai stato felice. E da quel giorno si sentì sereno solamente tenendosi sommamente per caro quel dolore.



giovedì 7 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 102 - "I puntini sulle i"

"Un pensiero al giorno"

102 - "I puntini sulle i"

Mi si è presentata una delegazione di nutrie, alquanto risentite. Lamentavano un uso troppo poetizzante della loro pagina fb.

"...E non si fa così..." mi dicevano, "...e non scordare che la pagina è sempre nostra e tu l'hai solo in comodato d'uso..." insistevano, "...e noi ci teniamo molto alla nostra indole faceta, abbiamo una rinomata buffonità da onorare, e invece tu non fai altro che pubblicare cose seriose e trombonesche...", e così via.

Mi sono scusato in lungo e in largo, ho dovuto fare ammenda giurando fedeltà incrollabile agli Dei dei fossi, e alla fine ho chiesto loro come potevo risarcirle del mio involontario mal garbo.

"...Dai, fa niente, non è poi così grave..." mi hanno detto ancora. "...Ci riterremo indennizzate, se racconterai una nostra barzelletta...".

"...Va bene, forza, sentiamo..." le ho esortate.

Allora NutriFirstMiddle ha iniziato a raccontare:

- La storiella si potrebbe intitolare i nativi digitali scoprono le gioie fisiche. I giovani cresciuti a pane e Google iniziano ad avere l'età giusta per certe scoperte.

Ci sono questo ragazzo e questa ragazza appartati in intimità. È la loro prima esperienza dal vero. Avranno visto milioni di corpi svestiti sul web, ma mai la nudità reale. Dopo vari armeggiamenti, il ragazzo arriva a sfilare il reggiseno di lei. Si trova davanti un bel paio di tette imperiose, ma a quella vista, sembra quasi bloccarsi. Non muove più un dito, sta lì, guarda, e basta.

- E beh?...Cosa succede? - gli fa lei, - non ti piaccio più? -
- No, no...sei bellissima...è solo che aspettavo l'avviso per autorizzare l'uso dei cookie!...-

Mah...io non so se l'ho capita proprio bene...fatto sta che le nutrie sono ancora lì che ghignano a pancia all'aria, e quando son contente loro, sono contento anche io.


mercoledì 6 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 101 - "Occultia"

"Un pensiero al giorno"

101 - "Occultia"

C'è una città dentro la città.

È fatta di giardini ritagliati fra gli altri spazi, di aiuole sommate nell'idea sublimata di un grande prato, però diviso di fatto per frammenti. È un bosco, sotto le cui fattezze, i mille alberi sparpagliati senza un senso vegetale preciso pensano se stessi. È la piscina della miriade di lavelli, la maestosa fontana in cui confluiscono le innumerevoli docce di ciascuna casa.

Gli infiniti momenti di gioco di tutti i bambini trovano piena cittadinanza in questa città intrecciata alla trama della città, semi-invisibile. Ci sono ritagli di frescura, nella città dentro la città, scampoli di ombre salvifiche, chiostri di confidenze pregiate, comodi porticati di fiducia.

Ci sono tutti gli angoli quieti, i vicoletti silenziosi, i muretti solidi solleticati da basse siepi fronzute, le panchine di pietra ospitali, che piacerebbero anche al selettivo e sospettoso gironzolare di un micio.

La città dentro la città gronda gioiosa dei sudori mischiati degli amanti, si forma fuggevole dalla centellinata brezza sotterranea dei sospiri di tutti gli innamorati. È il muschio dell'essere, cresciuto nelle fessure, remoto alla vista, ma infinitamente morbido al tatto e inebriante all'odorato.

La città dentro la città dimora in ciascuno di noi.


"Un pensiero al giorno" 100 - "Tana per me!"

"Un pensiero al giorno"

100 - "Tana per me!"

Nei giochi che si facevano da bambini (almeno per quanto ne rimane nei miei ricordi), al di là del divertimento immediato (sicuramente, molla principale per far scattare il desiderio ludico), c'era anche tutta una "parte rituale", non meno importante. In particolare, rispetto a questi "riti", diventavano fondamentali certe parole.

Se è vero, come credo sia vero, che la vicenda biografica individuale in qualche modo rifletta le tappe evolutive di tutta l'umanità, da bambini siamo stati un po' dei piccoli ometti primitivi. Ci affascinavano gli aspetti simbolici delle cose e a volte nelle parole prevaleva più la forza evocativa, che non lo stretta significazione fissata dal codice linguistico.

Ecco, c'era un gioco, forse il più famoso e giocato di tutti, il nascondino, in cui erano contenute due "frasette rituali" che mi son sempre rimaste molto care. 

Sono: "...Chi è fuori è fuori, chi è sotto è sotto...", e poi: "...Tana libera tutti!...". La prima la pronunciava al termine della "conta" il giocatore che "stava sotto", ossia l'addetto alla "tana" e alla ricerca di tutti gli altri nascosti "fuori".

L'altra invece era la formula salvifica, di cui si poteva avvalere l'ultimo giocatore rimasto "fuori", se riusciva a toccare la "tana" prima del suo custode, facendo così scattare un'amnistia generale per tutti i "tanati" precedenti, e condannando a rimanere "sotto" ancora lo stesso.

Queste due brevi formule dell'infante passato mi tornano spesso alla mente negli ultimi tempi, appena prima di dormire. Come credo accada ormai alla maggior parte delle persone medie (o anche sopra media, o sotto), le mie giornate, che lo voglia o no, sono costellate da un sovraccarico informativo continuo. Tv, situazioni online di varia natura, libri, riviste, e ogni altro tipo di fonte di parole e immagini, mi inondano la mente con una mole spropositata di materiale.

Non voglio assolutamente addentrarmi nell'esprimere giudizi di merito riguardo al fenomeno. Ne prendo semplicemente atto in questa sede. La sola cosa che volevo dire è invece che alla sera, coricato nel letto, dopo aver oscurato la tele, chiuso il libro del momento, spento il cellulare, mi viene proprio spontaneo pensare: "...Chi è fuori è fuori, chi è sotto è sotto...". Ossia: per oggi di roba mentale-emotiv-suggestiva ne ho incamerata abbastanza, quello che è entrato, è entrato, ora se la sbrighino al reparto sogni, gli addetti all'inconscio. Il resto si vedrà domani e per adesso: "...Tana libera tutti!...".



lunedì 4 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 99 - "Kappa"

"Un pensiero al giorno"

99 - "Kappa"

Perché "adoro" così tanto Franz Kafka?

Perché mi si rivela così tanto "mio", oltre ogni razionalizzabile senso dell'immedesimazione? Perché, leggendo le sue pagine, mi investe la sorpresa di scoprirvi cose che già si trovavano da sempre dentro di me? Da quali remote dimensioni giunge questo suo incanto in grado di farmi comprendere talune sfumature del reale a me ben note, ma fino a un attimo prima frantumate nei mille frammenti di uno specchio rotto?

Com'è giusto che sia, non saprei rispondere in modo preciso a questi interrogativi. L'opera kafkiana è al tempo stesso limitata, per motivi biografici, ma sterminata sul piano dei contenuti. Forse per questo, avendo letto finora solamente uno dei suoi tre romanzi, il più noto e importante (credo), "Il processo", mi è sempre sembrato di aver ricevuto da questo autore già un immenso patrimonio di bellezza e mistero esistenziale.

Forse sempre in virtù della sua vastità, non avevo ancora affrontato l'altra sua opera fondamentale, "Il castello". I miei tempi di lettore non erano maturi, si vede. Ma lo sono diventati in questi giorni. È molto bello quando affronti la lettura di un testo, e senti che quello è proprio il suo momento, che doveva capitare in questa fase dello scorrere del tuo esistere.

"Il castello" mi si sta rivelando nel suo irrivelabile arcano. Forse un giorno verrà il momento anche del terzo romanzo di Kafka, "America", ma intanto so già che per una conoscenza degna dell'opera di questo infinito autore, è necessario leggere anche un testo "non-di-Kafka-ma-è-come-se-lo-fosse". Mi riferisco a "K." di Roberto Calasso.

Chi ne ha solo sentito parlare, oppure lo ha mal subito a scuola come lettura vessatoria, considera Kafka uno scrittore dell'angoscia, della tristezza, della speranza irrimediabilmente perduta. Non c'è niente di più sbagliato di simili preconcetti raffazzonati.

Kafka è esaltazione suprema dell'onestà esistenziale che non fa sconti. E come tale, in quanto massima espressione di coerenza, è anche fonte di bellezza suprema. Pur sapendo da tutti i retroscena esegetici che la scrittura di Kafka è frutto di notevole lavorio e travaglio, la sua prosa, al pari delle tematiche, si staglia con la precisione risultante da un unico deciso colpo di scalpello su un materiale scultoreo che nasce perfetto fin dal principio.

Kafka ci fa capire come la realtà in cui siamo "costretti" a vivere, non sia altro che la nostra intimità rivoltata, non si capisce mai bene se col proprio dentro verso il fuori, o viceversa.

E leggendo le sue pagine sbalorditive, ci si ritrova piano piano calati in un paradosso incantato. La sensazione che, quando tutto, intorno a noi, ci appare precludere una qualsiasi possibilità di salvezza, questo cantore dell'ansia, del burocratismo del vivere, del disagio spirituale militante, a sorpresa diventi la voce unica capace di salvarci.


domenica 3 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 98 - "Due o tre cose che non sopporto di lui..."

"Un pensiero al giorno"

98 - "Due o tre cose che non sopporto di lui..."

Potrà sembrare un atteggiamento snobistico, da auto-sputante nel piatto del proprio desco, ma volevo appuntare oggi un paio di osservazioni riguardanti alcune magagne di Facebook. Mi riferisco ad aspetti funzionali, che non mancano di avere riflesso non solo sull'uso dello strumento (com'è ovvio), ma anche sulla "forma mentis" dell'utilizzatore (com'è inevitabile).

Quello che Facebook fa è esasperare una tendenza già insita di per sé nel meccanismo del web medesimo. Se internet induce ad appiattire tutto sul presente, Facebook non fa fa altro che dare una ulteriore accelerata in questo senso.

Ciò che vi dirò è sotto gli occhi di tutti, ma ne potrà forse apprezzare meglio l'importanza chi ha avuto una qualche pratica con la gestione di un blog. Come alcuni sanno, io ne curo uno da otto anni (andarperpensieri.blogspot) e lo porto avanti tuttora in parallelo con la presente pagina fb.

In un blog, grazie ad alcuni utili strumenti, si ha la possibilità di tenere sempre sott'occhio una panoramica della "stratigrafia cronologica" di tutti i propri contenuti messi in rete. Con un prospetto sintetico a tendina, si può risalire a tutti i titoli degli scritti pubblicati (post), catalogati in ordine di anni, mesi e giorni. Ogni scritto è inoltre classificabile sulla base di un'etichetta (tag), una sorta di breve marchio che riunisce le pubblicazioni in sottogruppi tematici, per facilitare una eventuale ricerca di un certo contenuto. A tal fine, le etichette sono a loro volta elencate alfabeticamente, nella "colonna orientativa" posta di solito a destra dello spazio per gli scritti veri e propri.

In sostanza, entrando in un blog, sia il curatore, sia un lettore avventizio, hanno sempre un'idea abbastanza precisa di dove si trovano rispetto alle coordinate temporali del blog stesso. I contenuti lontani di un blog sono poi anche abbastanza accessibili con una ricerca su Google, pur che si abbia l'accortezza di inserire parole di ricerca scelte "cum grano salis".

Niente di tutto questo invece con Facebook. Qui conta molto la cosa scritta sul momento, o al massimo qualche ora fa. Già un intervento di ieri ha un mezzo piede nell'oblio. Andando indietro di giorni, tutto si perde poi nel "mare magnum" dell'indistinto "quandistico" (se mi passate il buffo termine).

A dire il vero, anche sul blog succede qualcosa di simile: il più recente schiaccia il passato pure là. Ma almeno con la possibilità, già accennata, di orientarsi nel tempo. Cosa che fb rende oltremodo difficoltosa, se non impossibile, salvo poi propinarti di tanto in tanto pacchetti di ricordi preconfezionati, pigliando una foto qua e una là. Quasi ti venisse anche a dire: lascia perdere, tu non sei capace di ricordare, ti spiego io come si fa.

Non bastasse ciò, fb è anche "impermeabile" alle ricerche di Google, cosa che seppellisce definitivamente, o quasi, gli argomenti passati nel dimenticatoio virtuale.

Ora, senza voler scomodare teorie complottistiche variopinte, mi sento di dire in ogni caso che questa cosa mi piace proprio poco. Non avere contezza del passato (pur anche se in un ambito così frivolo in apparenza) non è mai cosa buona. Ci induce a smarrire parte della nostra identità, che risulta così superficializzata e impoverita. Ci rende più fragili sul piano critico. Ci avvicina pericolosamente alla dimensione di "beoni esistenziali". Tradotto: individui che intellettualmente e culturalmente si bevono di tutto.