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martedì 31 luglio 2018
Anche se non scrivo
Anche se non scrivo per tre giorni, la bellezza alberga in me
Anche se non parlo, il cielo mi nutre
Anche se un’idea non esce dal mio cranio, dentro maree d'esistere mi scuotono
C'è un cambio di ritmo in ogni attimo, c'è un fiore d’ignoto in ogni fremito
Il flusso del tempo è una canzone, il ritornello si rinnova a ogni ritorno, la strofa si ripete diseguale, lode al creato, dal colibrì sino al maiale
Non parlare, non dire, nulla fare
Semplicemente veleggiare, spinto dal vento del respirare
C'è un gran tesoro in ogni piloro, giusto perché ci venne a noia parlar di cuore
sabato 28 luglio 2018
L'eclissi che t'eclissa
Io l’eclissi l’ho vista poco, perché la luna se ne stava ostinata sotto i palazzi e le case di fronte. Son dovuto scendere in giardino con la pila, attento a dove posavo i piedi per non crick-crockiare una lumaca, o tirare un pungente calcio di rigore a un porcospino.
Allora l’ho vista, se ne stava piccolina e bassa, un po' emaciata, fra il palazzo e un acero, con Marte grassottello a baciarle la coda più sotto. Ho pensato che la luna l’avevo vista molto più bella e spettacolare in tante altre occasioni.
Sono rientrato in casa e, sarà stato il sapere che un’eclissi era in corso; sarà stato che ne hanno parlato tanto; sarà stato un qualcosa di effettivamente sparso nell’aria…fatto sta che riaffacciandomi poi diverse volte, pur senza rivedere la luna, il buio mi sembrava un buio strano. Rarefatto.
A guardare quel buio era come fluttuare nel succo di un'arancia. Ma non spremuta. Un'arancia abnorme, intera, ai confini della quale stava la volta scura del cielo, nella cui polpa ci si sentiva immersi.
E un po' l’afa, e il sudore velato, e una brezza a far frusciare le foglie del noce, e che d’estate gli odori del corpo si dichiarano con tono stentoreo…tutte queste cose insieme…e per qualche attimo m'è sembrato di trovarmi sotto l'ascella dell’universo.
Ma questo al telegiornale, nei servizi sull’eclissi, non l'hanno mica detto.
venerdì 27 luglio 2018
Amplessi mentali, pensieri coitali
È a tutti familiare la duplicità di senso contenuta nel verbo concepire.
Si usa la stessa parola per riferirsi alla formazione in nuce di una nuova vita, così come allo sviluppo di un’idea, non a caso detta anche “concetto”.
Il linguaggio non si evolve mai a caso e questo apparentamento di termini non può essere fortuito. Perlomeno vi si possono vedere stimolanti somiglianze.
Probabilmente quando un’idea si va formando in noi, al momento non lo sappiamo ancora, non ne siamo consapevoli. Anzi, potremmo anche sospettare che quell’idea nemmeno la stavamo cercando. Si sviluppa dentro, ma la nostra “strada intenzionale” era un’altra.
Ciò che ci guidava era un obiettivo di desiderio e piacere (accomunabile sia al pensare che al fare l’amore), la meditazione e l’amplesso come potenti forme di ricerca di un auto-completamento. In entrambi i casi il compenetrarsi e il lasciar entrare sono requisiti necessari.
Per inciso, sovviene anche la curiosa ambiguità ambivalente contenuta nel verbo “possedere”, se riferito all’atto erotico, dove a ben guardare il “possidente” organo maschile è in realtà stretto “a pugno” dentro quello femminile, presunto “posseduto”.
Allo stesso modo, un’idea la possediamo o ci possiede?
L’analogia prosegue col periodo “di latenza” della gravidanza.
L’idea è ormai concepita, ma verrà al mondo solo in seguito. Qui a dire il vero la metafora zoppica un po': un’idea non nasce poi, dopo un preventivato regolare periodo di nove mesi. Ci salviamo in corner, pensando che anche il parto facilmente non cade con regolarità canonica precisa al millesimo.
Di fatto l’idea si sviluppa occultamente dopo un notevole periodo dalla sua inconsapevole “costituzione in seno”.
Infine nasce, si manifesta a noi e al mondo. Ma anche qui, come nel caso di un figlio, l’idea ci lascia solo per un certo periodo con l’impressione che sia “nostra”. Poi se ne va per le strade della vita, soggetta alle interpretazioni e agli sviluppi successivi propri e altrui.
Compito di ciascuno è capire come il meglio per ogni idea sia il venir concepita e nascere in forma di gesto amoroso, essere accompagnata con intento educativo, e infine venir lasciata andare con profondo senso di libertà.
giovedì 26 luglio 2018
Emily Dickinson (1858-59)
Ogni tanto, aprendo un libro di poesie, trovi una sorpresa gradita…
*******
“Emily Dickinson (1858-59)”
Le nostre vite sono svizzere –
così immobili – così fredde –
finché un pomeriggio chissà
le Alpi lasciano aperte le tende
e noi vediamo di là!
L'Italia è dall'altra parte!
Mentre come sentinelle in mezzo –
le Alpi solenni –
le Alpi sirene
eterne si frammettono!
[…Our lives are Swiss –
So still – So Cool –
Till some odd afternoon –
The Alps neglect their Curtains
And we look farther on!
Italy stands the other side!
While like a guard between –
The solemn Alps
The siren Alps
Forever intervene!...]
mercoledì 25 luglio 2018
Lozioni di strano
Adoro le lingue inventate. Mi divertono un sacco gli idiomi simulati partendo da sillabe o sequele di suoni assimilabili a una qualche parlata immaginaria. In generale, mi piacciono i giochi di parole, le frasi i cui suoni diventano qualcos'altro, in una bizzarra sarabanda di significati più o meno fondati.
Fin da quando ero bambino, per me l’inglese è stata quasi come una lingua inventata. Me lo bevevo con grande inconsapevolezza attraverso le adorate canzoni pop e rock, non capendoci assolutamente nulla in quanto a senso del testo, ipnotizzato dalla bellezza delle melodie, che per osmosi estetica si trasmetteva a quelle misteriosi frasi, trasformandole in fascinose formule magiche verbali.
Non so quanti anni ci ho messo per capire cosa volessero dire i Rolling Stones con quella loro fatidica tiritera, che a me era sempre bastata così, nella sua potenza carismatica di puro suono: Aghegghetno sadisfescio! Enatrai! Enatrai! Enatrahai!...
E anche dopo, che l’inglese l’ho imparato un po', mi è successo di incontrare strane mescolanze semantico-sonore, sempre ascoltando bei brani musicali del miglior repertorio pop. E mi succede tuttora.
C'è ad esempio questa canzone di Paul Simon, molto bella per me, “Diamonds on the soles of her shoes”, contenuta nell’album “Graceland”.
Il testo a dire il vero, se provate a tradurlo, risulta molto surreale. Di fatto ci sono questi due ragazzi, lei molto ricca e lui poverissimo, si devono incontrare per un appuntamento, o qualcosa così.
A un certo punto arriva la buffa metamorfosi linguistica. Dice il testo: “...The poor boy changes clothes / And puts on after-shave / To compensate for his ordinary shoes…”, ossia “…Il povero ragazzo si cambia i vestiti / E mette il dopobarba / Per distogliere l’attenzione dalle sue scarpe ordinarie…”.
A sentire la frase cantata, un po' rapidamente anche per questioni di metrica, quando si arriva a “…puts on…” (“…mette su…”), si finisce per capire “puzón”.
Il risultato è dunque un improbabile “puzón afterscèiv”, dove la prima parola diventa quasi la marca del dopobarba, il famoso “dopobarba puzón”, per l'appunto, la lozione per l’uomo che non deve profumare mai.
Ferma restando la bellezza del brano, è divertente allora sorridere di queste piccole aleatorietà verbali, e domandarsi scherzosi quesiti del tipo: va beh che dovevi nascondere le scarpe brutte... ma cosa sei “semo”, a metterti il deodorante puzón?
martedì 24 luglio 2018
Riflessi in un occhio di merda
Se non fosse che anche l'ultimo degli stronzi ormai la conosce, questa mia riflessione avrebbe meritato di iniziare con la celeberrima frase di De André sui diamanti, i fiori e il letame.
Sì perché, camminavo sopra l'argine, sopra pensiero, quando per un pelo non finisco sopra un sontuosa cacca di cane.
Lieto della parziale deprivazione di quel pizzico di fortuna evitata, e non prima dei tre o quattro accidenti di rito scagliati all'inciviltà del degenere padrone dell’incolpevole cane, mi soffermo a notare un dettaglio assai curioso.
Sulla cilindriforme espressione retrospettiva canina, stavano adagiate infatti cinque o sei di quelle graziose e colorate piccole farfalle che solitamente vedo svolazzare e planare sopra altrettanto variopinti fiori o fra l’erbetta più fresca e verdeggiante.
Oh, portento! Mi sono detto…
Com'è che una creatura così aggraziata e leggiadra, si associa con tale liberalità al sozzume e alla bassezza palesi?
E dovevate vederle, come sottolineavano la bizzarra simbiosi con frementi battiti d’ala, neanche fossero posate sul più delicato e odoroso roseto del parco di Versailles!
Di sicuro una spiegazione eto-biologica del fenomeno ci sarà. Ma a me sono venute in mente soltanto quelle tre o quattro solite metafore filosfon-poeticastre.
Ho pensato senz’altro a tutto l’arco di pensiero occidentale che va da Eraclito a Hegel. A come la realtà debba essere per forza fatta di opposti, oppure non essere per niente.
Mi è sovvenuta la frase che si sente spesso dire, quella cioè riguardante il valore della diversità, e ho pensato: allora dev'essere proprio vera.
Ho riflettuto di nuovo sul già più volte frequentato e poi ancora rivisitato concetto di relatività (e non c’entra Einstein, o forse un pizzico sì…).
Che se quello che per noi è soltanto un rifiuto ripugnante, può divenire una risorsa, quando osservata da una diversa prospettiva del reale, beh allora tutto questo qualcosa vorrà dire.
Ho infine pensato che mi sarei dovuto scusare per l’immagine abbinata alle mie parole. La difficoltà di cogliere con uno scatto l'apice del trastullo “smerdaiolo” delle farfalline era massima.
Sembravano fare apposta a richiudere le ali a ogni mio clic, e i colori più belli li tenevano così celati, mostrando solo la livrea esterna, facilmente confondibile con la non esaltante tonalità cromatica su cui posavano.
Per dirla tutta poi, d’accordo, non ho una gran immagine personale da difendere ormai, ed è pur vero che sull’argine non passa così tanta gente, ma tutto sommato non mi sembrava proprio il massimo venir colto nell’atto di fotografare una merda.
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lunedì 23 luglio 2018
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