domenica 4 novembre 2018

Antichi detti, moderni fatti


Mia zia era stata tanto tempo lontana dal paese, ma gli anni fondamentali della “formazione dialettale” li aveva vissuti qui.

“...Il linguaggio è la casa dell’essere…”, sosteneva il filosofo Martin Heidegger in una sua illuminante tesi (forse quella su cui si fonda il nucleo più genuino di tutto il suo pensiero).

Lo possiamo verificare quotidianamente, di persona: le parole sono la nostra abitazione più cara, perché nelle parole risiede il pensiero, e di conseguenza la personalità, l'identità e l'individualità di ciascuno.

Mia zia sapeva abitare il dialetto in modo molto elegante.

Non è un caso che un giorno la sentii pronunciare una delle frasi più belle da me mai sentite. Voglio dire, compresi tutti libri letti, i film visti, le poesie, le canzoni ascoltate, e così via.

Doveva essere una lontana frase detta dai nostri vecchi, ai tempi che furono, ma chissà quale ne era l’origine.

Suonava precisamente così:

 “…La meravilia dal mond la düra trì dé: ier, incö e admán…”

(“…La meraviglia del mondo dura tre giorni: ieri, oggi e domani…”).

Mantenendo ovviamente le debite proporzioni, questa frase mi aveva fatto, e mi fa ancora, l’impressione di quando si legge un’opera letteraria del passato di un certo spessore, e si pensa: “…Toh! Ma guarda…sembra proprio scritta oggi…”.

Le nostre parole hanno fatto il gran “San Martino” epocale e sono andate ad abitare in massa, come pigionanti, nel labirintico edificio di internet per lo più, oppure nell’affollato condominio televisivo (“San Martino” = trasloco).

Come naufraghi dispersi fra i marosi dell'informazione, ci aggrappiamo alla zattera degli smartphone, dei pc, dei tablet, degli schermi full Hd.

La meraviglia di un’ondata di notizie ricevuta nei denti ieri, lascia ancora qualche sentore di salsedine in bocca oggi, ma già si smorza sull’orizzonte del domani, ormai ridotta a una lieve increspatura impercettibile sul pelo dell'acqua della consapevolezza.

Soprattutto in questo caso, non vale un bel nulla ripararsi nella cambusa del “andava meglio quando andava peggio”.

Se anche i nostri bisnonni avevano già capito che un certo tipo di meraviglia e di scalpore ha una data di scadenza, incalzante tambureggiando, come quella impressa sul cartone di un litro di latte fresco, vuol dire che probabilmente la natura dell’uomo non cambia così tanto, attraversando i vasti mari delle diverse circostanze storiche.

Se poi ogni tanto, si sente proprio il bisogno di posare i piedi sulla terra ferma, per una tregua dal senso incipiente di mal di mare patito fra gli sballottamenti della burrasca mass-mediatica (nella quale pure ci piace avventurarci), allora abbiamo a disposizione tante isolette felici.

Su queste isole ci sono dei fari accesi giorno e notte.

I guardiani di questi fari hanno nomi a tutti noi familiari: Omero, Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Miguel De Cervantes, William Shakespeare, Alessandro Manzoni, Mark Twain, Hemingway, Calvino, Pavese, Tolstoj, e così enumerando, quasi all’infinito.

Questi guardiani del faro si curano da decenni, quando non da secoli, di tenere viva la luce di una meraviglia che non scade mai, e rischiara le vicende dell’uomo con un tipo di attualità capace sempre di rinnovarsi fra le epoche in scorrimento.
Come qualche volta, anche a una modesta frase in dialetto, può capitare incidentalmente di fare.

sabato 3 novembre 2018

Le insidie del di più


“Less is more” (“Il meno è di più”).

Ogni tanto mi torna alla mente questo formidabile (e densissimo) motto di Ludwig Mies van der Rohe (1886-1969), maestro tedesco dell’architettura moderna, che realizzò la parte più significativa della sua opera negli Stati Uniti.

Difficilmente capita di incontrare una frase che dice così tanto, in così poche parole.

Solo tre, nell'originale inglese: less is more.

Cinque, nella traduzione italiana: il meno è di più.

Il “di più” è stato una grande conquista moderna e da almeno una settantina d’anni a questa parte ci ha tirato fuori da un “troppo poco” secolare patito nelle epoche precedenti.

Detto questo però, non si possono ignorare le diverse ombre del ragionamento.

Del “di più” ha goduto, e continua a godere, una parte relativamente piccola dell'umanità. Già questo non va per niente bene.

Ma poi, anche la parte di mondo che in teoria si sta gustando appieno le delizie del “di più”, si ritrova, e nemmeno così raramente, con un gusto sgradevole in bocca.

Il “di più” è diventato un problema anche per chi ce l’ha. Abbiamo troppo “di più”.

Siamo sovrappeso, sovra-informati, sovra-stimolati, sovradimensionati, sovraimpressi, sovraespressi,  sovraimpressionati, sopravvalutati, sopra troppi pensieri, emotivamente sovralimentati, sentimentalmente sovraesposti, mentalmente ipernutriti, iperconnessi, ipertesi, ipercinetici, ipercommercializzati, oversponsorizzati, ultrarivenduti.

Insomma, ammettiamolo: il “di più” ci è abbastanza sfuggito di mano.

Beninteso, nessuno auspica un rovinoso ritorno al “troppo poco”. È tanto ovvio, quanto quasi inutile sottolinearlo.

Quello che forse ciascuno nel proprio piccolo può cecare di fare, senza pretese o velleità di voler mutare dinamiche storiche troppo grandi per la modesta portata del singolo individuo, è rivalutare le virtù del “meno”.

Siamo troppo calati in un eccesso di aspettative ipertrofiche, in una tendenza alla bulimia di cose e sensazioni, la quale finisce per inflazionare le esistenze.

La piccola frase “Less is more”, di Mies Van Der Rohe, è molto poliedrica in fatto di significati e ricca di mille spunti di riflessione.

Ma a mio avviso, uno dei sensi più genuini e proficui che le possiamo attribuire, ci porta verso l’invito a coltivare una sorta di “ecologia dell’esistenza” (parafrasando un po' l’idea di “ecologia della mente” dell’antropologo Gregory Bateson).

Sforzarsi di mantenere sempre vivaci, efficienti e operanti in noi, riserve di stupore, di capacità di meravigliarci ancora, di essere curiosi, di ascoltare, di essere in grado di assaporare al meglio la dimensione del desiderare.

Questo è il “di più” di cui abbiamo maggiormente bisogno, e passa per una revisione dei modi di guardare al mondo e alla vita, attraverso le salutari lenti degli “occhiali correttivi” del “meno”.

martedì 30 ottobre 2018

Mini-mondi a fette


Sul vetro la pioggia si infrange in mille semisfere ottiche, minuscoli mondi capovolti, spiattellati in trasparenza, si auto-plasmano in una spruzzata di cieli e terre sottosopra, i corti orizzonti liquidi, in quelle perle racchiusi, improvvisati livelli di clessidre immaginate, dove il minuscolo si riflette nell’immenso, mentre l’infinito fa da specchio al microscopico, su queste minimali lenti di rimpicciolimento, pluviale promemoria di come il generale e il particolare si contengano e contemplino a vicenda, ogni uomo lungo il cammino di sua vita, prima infante-preistoria, poi fanciullo-medioevo, ragazzo-rinascimento, con inusitati scarti all’indietro verso un’adulta giovinezza greco-romana, seguita dalla barocca maturità, in approdo sui lidi romantici d’un’ottocentesca epoca terza della vita…ma alla fine, le guardo meglio, e sono soltanto quattro gocce sul vetro…

domenica 28 ottobre 2018

Guareschi e il mare strano dello stranomare


Uno dei più divertenti racconti di Guareschi si intitola "Emporio Pitaciò" ed è contenuto nella raccolta "Don Camillo e il suo gregge", del 1953.

Il racconto è naturalmente popolato da vari personaggi pittoreschi, com'è nello stile più classico dello scrittore.

Ma osservando bene la trama e lo spirito della narrazione, ci si accorge come il vero protagonista della storia sia "l'arte di affibbiare soprannomi", usanza così tipica dei piccoli paesi.

In particolare, Guareschi evidenzia come l'atto di "soprannominare", pur nella sua semplicità di fatto, si potesse esprimere sullo sfondo di "sfumature umane" molto variegate, che andavano dal comico, al grottesco, passando talvolta per gli accenti di una "crudeltà poetica" unica.

Vedersi assegnato un soprannome era sempre una potenziale arma a doppio taglio, perché poteva derivarne un motivo di orgoglio, oppure una notevole dose di "pericolo".

C'era sempre il rischio di caricarsi sul groppone un qualche termine al limite, se non proprio dello spregio, perlomeno della bonaria presa in giro.

Il soprannome assumeva allora quell'aura soprannaturale di evento del destino, che poteva piovere addosso dal cielo, con la grazia di una giornata primaverile, oppure con l'irruenza di un acquazzone.

Parafrasando scherzosamente l'incipit di uno dei pilastri della storia del romanzo, "Il processo" di Franz Kafka, si potrebbe rendere in questo modo l'idea:

"…Qualcuno doveva aver diffamato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne soprannominato…" (invece dell'originale "venne arrestato").

Il fatto era poi, che certi soprannomi nati chissà come, in grazia di una spietata genialità, potevano appiccicarsi addosso ai frastornati destinatari per più di una generazione, passando di padre in figlio come un'ingombrante eredità.

Tutte queste considerazioni e sottigliezze, Guareschi le condensa nelle primissime righe del suo meraviglioso racconto, inventandosi un "meccanismo soprannominale" portentoso.

Nella storia, Giosuè Bigatti si era addirittura trasferito in città per sfuggire alla palla al piede di un soprannome per lui intollerabile: "Pitaciò".

Di per sé, non sembrerebbe un epiteto così grave: "pitaciò" è termine dialettale per indicare un fiore rustico, ma tutto sommato simpatico, il dente di leone, o tarassaco, o soffione. Tuttavia Giosuè, il "Pitaciò", proprio non lo aveva mai digerito.

Passano gli anni, e forse anche confidando nella dimenticanza della gente, Giosuè Bigatti torna al paese per aprire un negozio di casalinghi.

Ma subito, un passo falso del tutto innocente gli è fatale nel farlo precipitare ancora e di colpo nel tormento "soprannominante".

Ha infatti l'infelice idea di esporre all'ingresso della bottega un'insegna maldestramente interpretabile:

GIOSUÈ BIGATTI
& FIGLIO
EMPORIO

Il figlio di Giosuè si chiama Anteo, ma per la gente ci vuole un attimo a fondere la seconda e la terza riga del cartello, anziché le prime due, e nel perfido immaginario comune, la frase finisce per suonare in questo modo:

GIOSUÈ BIGATTI
& FIGLIO EMPORIO

Per cui da quel giorno Anteo Bigatti, figlio di Giosuè, per tutti diventa "Emporio Pitaciò", e come tale viene ribattezzato nel repertorio popolare dei soprannomi del paese.

Il resto della storia, ricca di altrettante sorprese, non ve la racconto, perché merita ovviamente di essere letta nella sua bellezza originale.

Ma anche questo di "Emporio Pitaciò" era uno degli innumerevoli esempi della meravigliosa inventiva linguistica guareschiana, che partendo da un retroterra popolare dal sapore dialettale, sapeva dar vita a guizzi creativi degni della più alta tradizione letteraria.

martedì 23 ottobre 2018

Giovannino Guareschi: l'italiano pensato in dialetto


Sarebbero tanti i motivi per leggere i racconti di Peppone e don Camillo, insieme a tutti gli altri scritti di Giovannino Guareschi.

Ma c'è una ragione che, forse più di tutte, dovrebbe avvicinare i lettori al grande autore di Fontanelle. Come i migliori scrittori, Guareschi sapeva dare alle parole significati straordinari, mantenendosi sempre nelle forme di una apparente e sorprendente semplicità.

Questa ragione fa la differenza fra chi usa una lingua semplicemente per comunicare, e chi invece, da scrittore, nelle parole sa cogliere sfumature preziose che una volta rivelate sono in grado di farci capire qualcosa in più sulle cose della vita e del mondo.

Potremmo dirla con un’immagine. Paragoniamo ad esempio la scrittura a un coltello. Mentre le persone in genere vedono questo oggetto soltanto come un attrezzo per tagliare e affettare, lo scrittore sa magari interpretarlo anche come l’asta di una meridiana utile per conoscere l’ora.

Guareschi era talmente bravo a fare questa cosa, che gli bastavano a volte piccoli stratagemmi applicati alle parole, per aprire le serrature di nuove stanze colme di significati mai pensati prima.

Prendiamo una sua celeberrima espressione, creata abbinando due semplici parole: “Mondo Piccolo”. Com'è noto, questa locuzione si riferisce genericamente alla terra della Bassa lungo il Po, anche se sappiamo che lo scrittore, in cuor suo, ha sempre pensato Fontanelle, Roccabianca, Ragazzola, Stagno, Fossa e Rigosa, come i luoghi più profondamente genuini del proprio Mondo Piccolo.

Nel pensare dunque questa felice accoppiata, Guareschi sposta le parole come un abile giocatore di scacchi, cambiando i valori sulla scacchiera con una semplice mossa.

L’aggettivo passa dietro al nome, e un Mondo effettivo si spalanca all’improvviso. Se avesse infatti scritto banalmente “Piccolo Mondo”, si sarebbe limitato a una indicazione di quantità.

Invertendo invece l’ordine dei fattori, in questo caso il prodotto cambia tantissimo, e “Mondo Piccolo” si trasforma in una indicazione di qualità.
Un “Piccolo Mondo” si misura in chilometri, mentre il “Mondo Piccolo” si valuta in valore umano, sottigliezze affettive e sfumature dell’animo.

Ecco allora che potremmo far derivare da tutto ciò una singolare constatazione. Guareschi sapeva usare l'italiano mantenendo in esso la vivacità, la naturalità e l'immediatezza, tipiche del dialetto.

Sapeva creare con le parole una efficace combinazione fra semplicità delle forme e profondità dei significati, da farci ipotizzare che, veramente, pensasse in dialetto ciò che poi andava a far posare sulla pagina in italiano.

giovedì 18 ottobre 2018

The long way hole


Per quel pertugio
Ch'è nostro rifugio
Architettiamo ogni sotterfugio
Diamo il via a una danza
Sotto alla panza
Spremendo l'ultima energia che avanza
Smaniamo di fretta
Ghermiamo una tetta
E ogni appiglio che ci diletta
Con simile stile
Sul fronte femminile
Si va anelando un buon badile
Ogni pensiero va a levitare
Che lasciar cose lì a penzolare
Diventa un lusso da evitare
È il perenne gioco
Ardente come un fuoco
Tanto a ciascuno il suo sembra poco
In ogni caso, sia come sia
A fare di due, una sola armonia
Conta alla fine la fantasia
L'equilibrio fluttua davanti instabile
Sembra talvolta un po' risibile
Ma riesce meglio chi è più abile
Eppure un flebile luminicino
Rimane anche al più meschino
Di ascoltare battere un cuore vicino

Arte a kilometro zero


Non c'è bisogno di andare al mare
Per paesaggi da immortalare
Non serve issarsi sulla collina
A coglier la scena più sopraffina
Stai pure a casa, fatti un pollo lesso
La foto strana la trovi anche al cesso