sabato 4 maggio 2019

Questo è un lavoro per Slogan-Man!


Il firmamento dei supereroi ospita un nuovo sfolgorante protagonista.

Il suo nome è…Slogan-Man!

Dopo anni e anni spesi da mezzo mondo a difendersi dalla minaccia “comunista”, Slogan-Man ha capito che si fa molto prima a mandare in malora il mondo stesso, assecondando la montate marea “luogo-comunista”.

In questo modo, i birbaccioni di tutte le risme, perennemente presi essi stessi dalla spasmodica bramosia di devastazione globale, si placheranno da soli con una semplice riflessione: “…Ma cosa mi arrabatto come un fesso a distruggere il mondo, se già lo stanno facendo benissimo gli uomini di loro spontanea iniziativa?...”.

L’inedito equilibrio supereroico è frutto del rinnovo del contratto di lavoro stipulato fra le maestranze dei “Super Forzuti Associati” e il “Sindacato Birbaccioni Riuniti”.

“…Perché dobbiamo continuare a darci mazzate fra noi pluri-dotati?...” si sono detti, scocciati e in riunione congiunta, i difensori dell’universo e gli aspiranti distruttori del medesimo, “…facciamo che si azzuffino gli ometti ordinari fra di loro, e per una volta godiamoci lo spettacolo…”.

Nasce così la sfavillante figura di Slogan-man, il supereroe dalla parlantina supersonica, che sfreccia da un angolo all'altro del pianeta, distribuendo spiazzanti luoghi comuni, banalità abissali e semplicismo idiotizzante puro, distillato a 95 gradi (scartando la coda, ma soprattutto la testa, e mantenendo soltanto i ragionamenti di pancia).

Come ogni supereroe, anche Slogan-Man vive una sua vita da persona qualunque; è un normale vicino della porta accanto, nella cittadina di Commonplace, ubicata ai margini della contea di Banality.

Sotto le mentite spoglie dell’innocuo Johnny Slogan, esercita la professione di fisioterapista specializzato nel trattamento delle slogature.

Ha una segretaria, Abigaille Nerchiorini, procace oriunda dalle focose italiche origini, che considera il suo capo ufficio, Johnny Slogan, un rammollito, ma sogna di esser posseduta da Slogan-Man, mentre questi le sussurra all'orecchio il peggio delle più ritrite “frasi fatte” erotiche d’infima lega, tratte dal repertorio porno dozzinale ai massimi gradi.

Come da miglior tradizione supereroica, Abigaille non capirà mai che Johnny Slogan e Slogan-Man sono lo stesso uomo.

Una delle più mirabolanti avventure di Slogan-Man verrà sempre ricordata con il leggendario titolo di “Slogan-Man e la saggezza smerdatrice”.

Volava un giorno Slogan-Man sopra un vastissimo latifondo, dove schiere di potenti trattori erano alle prese con un’intensa fase di lavorazione del terreno.

Abbassando la quota di sorvolo per assestarsi a portata di udito, ecco allora il nostro eroe sprigionare nell’etere una raffica delle sue micidiali ovvietà: “…Ahi dura terra! Perché non ti arasti? Lavoratori, ribellatevi alla vigliacca dittatura della zolla: sta troppo in basso…come si permette di ostentare tale arroganza?...Forza dunque, che si proclami subito una manifestazione contro l'ostinata tendenza del terreno a rimanere così pervicacemente appianato rasoterra!...”.

Subito si dispiega un solenne corteo, con striscioni e alte grida: “…Abbasso la zolla, a noi non sta bene, s’innalzi la terra, per patir meno pene!...”.

Si gustava Slogan-Man questo suo capolavoro, quando stando sempre in quota, scorse da lontano il convegno annuale dei produttori di purghe.

Piomba anche lì sui convenuti ignari, a seminare grandi manciate di discordia banalizzante: “…Opponetevi allo strapotere del cervello, che ridicolizza il povero intestino, facendogli fare tutto il lavoro sporco e continue figure da stronzo…”.

All’udir la stravagante verità, come folgorata da subitanea coscienza di sé, ecco l'affollata marea dei lassativi fabbricatori, riversarsi nelle strade, inscenando lo sciopero generale dell’intestino contro la protervia del cervello.

“…Fannullone d’un cervello, a noi lo sforzo e a te tutto il bello, è un’ingiustizia lavorare da mulo, se poi finisce tutto nel…”.

Sotto lo sguardo di Slogan-Man, ancora svolazzante e soddisfatto nel cielo, il corteo degli intestini scioperanti incrocia allora quello dei ribelli alla zolla.

Ne nasce un parapiglia per questioni di precedenza, ma subito i sostenitori dello sciopero intestino, non sostenendo più il peso della loro protesta, sono costretti a correre a braghe calate nei campi, contro cui protestavano gli altri, e a liberare sul terreno tutte le maleodoranti istanze della propria rivendicazione.

Con grande stupore generale, la soddisfazione si diffonde a quel punto fra tutti e due gli schieramenti.

Il suolo è stato finalmente innalzato di qualche centimetro (va beh, non si tratta propriamente di terra, ma vuoi mettere i vantaggi aggiuntivi della concimazione?), mentre i sostenitori delle ragioni intestinali per una volta sono contenti dell’operato del loro “protetto”, a favore di una nobile causa.

E intanto, in cima a un moderno monte Olimpo, dove i supereroi e i loro ex nemici cattivoni hanno fissato il proprio nuovo quartier generale condiviso, le risate grasse si sprecano, a una sapida battuta, buttata lì da Slogan-Man: “…Che  stupidi a sbatterci per tanto tempo, con raggi gamma, forza bruta, petardi nucleari e razzi fotonici puzzolenti…pensare che era invece così semplice, bastavano quattro fregnacce ben confezionate, e il gioco è fatto!...”.




martedì 30 aprile 2019

Selenitici sfoghi


Da un sonno agitato, si possono talvolta formare, nella nostra immaginazione semi-consapevole, delle specie di “traveggole linguistiche”.

Sbocciano allora certi cortocircuiti tra il pensato e il non-detto, che sfociano in buffe espressioni mentali quasi involontarie, ma pur sempre cariche di verità, sospese a mezza strada fra il poetico e il profetico.

In un dormiveglia un po' sgangherato, stavo sognando situazioni irritanti. Ora, il contenuto, la trama del sogno, non li ricordo più bene.

Ho ancora ben presente però l’atmosfera in cui ero immerso: quel senso di opprimente ottusità che ti coglie di fronte a persone ostinate nel non capire una beata fava di niente.

Quelle situazioni in cui, nonostante titanici sforzi di argomentare, di spiegare, di addivenire a un compromesso ragionevole e ponderato su taluni argomenti, continui a vedere la controparte arroccata sulle sue monolitiche, tetragone, asfittiche “ragioni” insostenibili.

In simili casi, non resta altro che appellarsi alla nobile arte del mandare al diavolo.

Però, nell’esasperata condizione di quel mezzo incubo dell'impossibilità di capirsi, sentivo estremamente faticoso anche scovare un “posto maledetto” adeguato verso cui indirizzare l'insulso interlocutore.

Non si riusciva a trovare nemmeno la maledizione giusta, tanto era impermeabile a ogni refolo di ragionevolezza, quell’ermetica camera stagna mentale con cui mi trovavo oniricamente a confrontarmi.

Non capendo nulla, non avrebbe capito nessun luogo dove l’avrei volentieri mandato a farsi benedire.

Fino a quando, il genio del sonno che sempre veglia su di noi e infinitamente più di noi conosce il senso delle cose, mi ha suggerito la magistrale invettiva da adottare, semplice, lineare e definitiva come uno scrosciar di sciacquone.

Caro individuo dalla mente ermetica e serrata a doppia mandata e triplo catenaccio: fottiti sulla luna!

venerdì 26 aprile 2019

Il canto libero di Paul Klee



È normale che risentendo certe canzoni ascoltate e amate con forte intensità nel passato (in particolare nell’infanzia), tornino alla mente sensazioni sommerse molto remote, echi di stati d’animo dati quasi per dispersi, ma nondimeno ancora presenti e pienamente vivi nelle profondità di sé.

Più inusuale che canzoni mai sentite nella loro epoca di appartenenza, riescano a ottenere lo stesso effetto di trasporto temporale ed evocativo.

Mi succede ultimamente con uno strepitoso brano di Lucio Battisti: “Vento nel vento” (1972).

Sono quasi sicuro di non averla mai ascoltata nel periodo in cui uscì il disco o giù di lì, quando passava nelle radio e in ogni caso era più diffusa, magari nei jukebox. L’ho conosciuta soltanto poco tempo fa e l’ho trovata incredibilmente capace di farmi tornare alla mente ricordi e sensazioni di momenti noti, ma che nemmeno io sapevo di aver depositati sul fondo della memoria.

A tanto può arrivare la potenza della musica: fa rivivere momenti non vissuti.

Credo che nel caso di “Vento nel vento”, questo fatto succeda perché si tratta di un brano così intensamente “battistiano” (e “mogoliano”) da recare con sé una carica poetica sconfinata.

Ci sono i falsetti impervi, le note straziate a sfiorare l’eroica “sgraziatura” e subito dopo ricomposte in una perfezione sublime, il fascino di certe dissonanze spigolose, le vaste distese sinfoniche, ma soprattutto c'è l’energia melodica di questo sconfinato autore, sempre capace di nuove invenzioni armoniche che ti fanno esplodere l’animo di rapimento lontano, nei territori del sogno amoroso e della infinita sete di completezza del proprio essere, sempre ricercata nell’agognata fusione con la persona-soggetto idealizzato del desiderio.

Battisti non è il solo, ovviamente: la storia della musica è piena di incredibili talenti in grado elevare l'ascoltatore alle più alte vette dello spirito.

Ma lui mi è caro in modo particolare perché indelebilmente fuso al periodo della fanciullezza, quando i fili scoperti della sensibilità sono sempre pronti ad accogliere le sconvolgenti scosse che anche la minima fonte di bellezza sa regalare.

Poi ho scoperto una curiosa affinità. La musica di Battisti mi suscita emozioni straordinariamente simili a quelle nascoste nei quadri dell’immenso pittore svizzero-tedesco Paul Klee [(1879-1940), nella piccola immagine riportata, una sua opera del 1923: “Der seiltänzer” (Il funambolo)].

Entrambi questi artisti, anche se così lontani per ambito creativo, epoca e complessità culturale, sanno farci penetrare in una dimensione della memoria che pur non appartenendoci personalmente, sentiamo in ogni caso “nostra”.

Sono creatori di ricordi nuovi, plasmatori di barlumi di reminiscenza che non hanno nessuna base, in nessun “dove” e in nessun “quando” strettamente personali, eppure li sentiamo appartenere a noi con una densità quasi sconvolgente.

Entrambi hanno saputo avventurarsi nei territori del “profondo”, laddove i sentimenti di trovano in uno stato magmatico talmente puro da riuscire a far male.

E ne sono ritornati più volte, pagando anche con acciacchi e scottature personali, per riportare, a noi rimasti ad attenderli con trepidazione di qua dal guado, il dono delle indicibili verità dell’anima intraviste “laggiù”.

giovedì 25 aprile 2019

Il fasc"ino" ("ismo") discreto dell'uomo forte


Giambattista Vico (1668-1744), coi suoi celebri “corsi e ricorsi”, ci aveva ammonito molto tempo fa: la Storia si ripete.

Purtroppo però ha modi subdoli tutti suoi: si ripresenta sì nella sostanza, ma lo fa praticamente sempre in forme nuove.

E, per dirla con espressione molto cara al casato degli Höenzwilling Geopardini Figi, è un attimo  non avvedersi che stiamo posando di nuovo il piede su un “frammento cilindrico di materia organica anfibia di scarto”, già pestato da numerose generazioni precedenti.

Niente di più “naturale” allora che ciclicamente ritorni la leggendaria “voglia di uomo forte”.

È un fenomeno che si verifica in periodi storici di disorientamento, misto a una componente di dimenticanza della natura del mondo, da parte dell’uomo stesso.

L’uomo infatti è in grado di immaginare la perfezione, ma sfortunatamente per lui, la realtà, da che se ne ha memoria, si ostina a rimanere imperfetta.

Quando si attraversa appunto una fase di particolare difficoltà, concomitante a una momentanea amnesia in merito alla difettosità del mondo, ecco che puntuale come un fungo, rispunta lui, “l’uomo forte”.

Non importa che si tratti propriamente di un individuo singolo. Può essere un movimento, un’ideologia. Quel che conta (purtroppo) è la sua convinzione di avere in mano la “chiave del bene infallibile”, e che con questa chiave riuscirà ad eliminare le imperfezioni del mondo.

Ma come si fa a rendere perfetta una realtà per sua natura imperfetta? (Che è come domandarsi: come si fa a mungere lambrusco da una vacca?).

Le idee argomentate con raziocinio e ponderazione non sono sufficienti, perché il naturale e logico scorrere delle idee conduce sempre a costatare la già nota imperfezione della vita.

Per costringere l’imperfetta realtà ad essere perfetta, non rimane altro che “obbligarla” con la forza. E qui “l’uomo forte” capita a fagiolo, perché la forza è appunto la sua specialità.

Succede a questo punto, con sorprendente regolarità, un fenomeno curioso. L’uomo forte proclama ai quattro venti che renderà la realtà perfetta e come per incanto, tanta gente disorientata, inizia a credergli.

Chi si lascia affascinare dall’uomo forte, lo fa accogliendo un duplice abbaglio, causato dal potentissimo faro della iper-semplificazione banalizzante, ad emissione di milioni di watt di faciloneria.

Innanzitutto, dà per scontato che l’uomo forte sia il depositario della “ricetta indiscutibile del bene vero assoluto”, indubitabile, non sindacabile, e come tale va autorizzato all’uso di “qualsiasi mezzo possibile” per conseguirlo (con sdogananento prioritario della violenza “a fin di bene”).

In secondo luogo, chi si getta fra le braccia dell’uomo forte, è a sua volta convinto di stare proprio dalla parte giusta dello schieramento, di fare parte di quelli che le legnate non le prenderanno mai, ma si gusteranno solo lo spettacolo di vederle dare.

Mai autoinganno fu più beffardo.

Perché l’uomo forte, ebbro nell'invasamento della propria auto-investitura messianica, una volta che gli consegni in mano il bastone, non si può mai dire su quali e quante schiene lo andrà poi a misurare.

Teniamoci dunque cara la consapevolezza della nostra imperfezione. Perseguiamo con l’impegno congiunto di una comunità di persone libere, la perfettibilità. Tenendo sempre presente che perfezione non potrà mai diventare.

C'è un colorito modo dialettale per indicare lo stato di un cibo avariato, andato a male, dall'odore ormai fattosi pungente, per il cattivo modo di conservazione.

Si dice di un pezzo di formaggio fermentato, di un salume frollato oltre ogni consentita decenza: “…al sà ad fòrt…” (sa di forte).

Ecco, nella sua spontaneità diretta e schiettezza impagabile, nessuna espressione mi sembra più indicata per metterci in guardia nei confronti della ricorrente chimera storica dell’autoritarismo “a fin di bene”.

Innanzitutto, e per l'appunto, l’uomo forte è tale perché “…al sà ad fòrt…” (puzza in anticipo della “fermentazione” e del marcio che verranno, a concedergli eventualmente campo aperto).



martedì 23 aprile 2019

lunedì 22 aprile 2019

Il supermercato della fifa


Mi domandavo quale fosse la merce più prodotta, reclamizzata, diffusa, commercializzata, al giorno d’oggi.

La risposta non è facile, l’offerta di articoli è veramente sterminata, e sono destinati a una molteplicità di esigenze umane non così semplici da elencare.

Poi mi si è accesa una lampadina, piccola, eppure molto luminosa.

Ma certo! Come avevo fatto a non pensarci prima!
Il prodotto attualmente più prezioso e smerciato in enormi quantità è uno in particolare: LA PAURA!!!

(BUH!!!).

Anzi, la paura è “la merce” per eccellenza, perché se riesci a vendere bene quella, poi la gente ti comprerà ogni altra cosa: briglie per unicorno; sandalini per millepiedi all’ultimo grido (urlato in conseguenza di pestoni sui mille-calli); biglietti di sola andata per Borgo Utopia (regno dei più prelibati formaggi).

Ma soprattutto, chi governa la paura riesce a vendere un altro tipo di prodotto fondamentale: le idee.

Il fabbricante di paura ha gioco abbastanza facile.
La paura è infatti una materia prima che si trova in abbondanza “in natura”. Sta depositata nell’animo delle persone, in giacimenti distribuiti a varie profondità.

Potremmo paragonare la paura a un gas nobile, oppure a un metallo prezioso.

All’uomo può essere molto utile, la paura: fa parte dei sentimenti-guida fondamentali che aiutano a incanalarsi in maniera sana nelle logiche dell’esistenza. Avere paura è uno degli atteggiamenti più umani.

Quello che il fabbricante di paura fa, è calarsi nelle miniere dentro ai cuori e alle pance della gente, estrarre materiale grezzo di paura originale, e lavorarlo, trasformarlo, raffinarlo, fino a creare stock di nuovi articoli derivati, smerciabili sotto forma di angoscia, smarrimento, chiusura in se stessi, sfiducia generalizzata, diffidenza verso gli altri, tendenza a rifugiarsi nel passato, sguardo miope rivolto al futuro.

Ci sono poi due tipi di fabbricanti di paura.
Quelli di infimo livello, per paradosso, sarebbero anche i “migliori”, perché sbugiardarli risulta più agevole.

Creano infatti paure dal nulla, ampiamente infondate e, a meno che non siano dotati di astuzia diabolica, prima o poi vengono smascherati.

Infinitamente più insidiosi sono invece certi “produttori di paura ” che interpretano il proprio ruolo con gran “scrupolo professionale”.

Questi mica sono scemi.

Lavorano il loro prodotto a partire da materiale genuino: si servono di paure reali, effettivamente in corso nel sentire comune diffuso.

Fanno tuttavia in modo di mettere in risalto queste paure, come se fossero l’aspetto principale del mondo di chi le vive.

In altre parole, il fabbricante di paura esperto si danna l'anima per sussurrarti, suggerirti, urlarti in continuazione all’orecchio, che per te deve esserci soltanto quella paura, esiste solo lei, deve diventare la tua ossessione, è il tuo interesse principale, il nodo da sciogliere per continuare a vivere, la tua realtà di riferimento primaria.

Poco importa se nell'effettività vera della tua vita, quella, o quelle paure, occupano alla fine dei conti uno spazio marginale.

Il costruttore di paura te le innalza come sopra un palcoscenico, illuminato con bagliore accecante, che impedisce di vedere il resto della tua vita.

Difficile non piegarsi ai voleri dei fabbricanti di paura. Non puoi smontarli in modo semplice, tacciandoli di falsità, perché le cose da loro raccontare sono effettivamente vere.

La loro mossa di marketing fondamentale sta infatti in tutto “il resto” che non ti dicono, nel “molto positivo” che nascondono dietro al “poco negativo” che sbandierano.

Una volta che ti ha preso per paura, il suo fabbricante ti terrà al guinzaglio come un cagnolino, ti farà comprare, fare e pensare tutto ciò che lui vorrà.

C'è modo di parare il colpo, di proteggersi, di non abbandonarsi a “bere da botte” assecondando ogni volere dei gran bottegai della paura?

L’antidoto ci sarebbe e vale anche per molti altri aspetti della vita.

Consiste nell’abbracciare la complessità, leggere, interrogarsi, “andare a lezione” dai saggi del passato e del presente, filosofi, pensatori, poeti, scrittori, artisti, musicisti, scienziati, e studiosi generalmente votati alla causa del conoscere.

E ascoltarli, imparare da loro che la realtà va osservata da più punti di vista possibili.

Contro lo scudo della cultura e della conoscenza, le quattro fregnacce spuntate del fabbricante di paura si piegano come pugnali di cera, lui inizia a balbettare, emette penosi flati inconsulti, perde il controllo degli sfinteri tematici e si imbratta le mutande della sua nullità argomentativa.

È nella natura delle cose che sia così: essendo abituato a parlare alle pance, il venditore di paura non ce la fa quando viene messo a confronto con le menti.

Così alla fine si rivela la sua vera, originaria e genuina essenza: la pancia era da sempre il suo habitat, perché il fabbricante di paura altro non è che un povero stronzo.


giovedì 18 aprile 2019