martedì 18 settembre 2018

Follia (Asylum - 1996) - Patrick McGrath


Ho letto “Follia” (“Asylum” - 1996) di Patrick McGrath (Adelphi - € 12).

L’intensa storia raccontata da Patrick McGrath si posa su di una remotissima verità, forse antica come il mondo, ma che non manca mai di rinnovarsi nell’animo, riservando ancora e ancora, inedite forme di stupore, sotto le fattezze di travolgenti passioni.

Questa evidenza esistenziale è tanto semplice, quanto insospettatamente ben nascosta fra le pieghe del vivere.

Consiste in quel peculiare fenomeno, in virtù del quale la nostra realtà tende a nutrirsi in continuazione di intenzioni e valori opposti fra di loro.

Se volessimo azzardare una metafora un po' roboante, potremmo dire che la vita è un iceberg, tenuto a galla dalla propria più vasta porzione sommersa, composta nella sua sostanza di puro paradosso.

Ecco dunque il cuore di quanto McGrath ci racconta nel suo romanzo: la stesse componenti della nostra identità, quelle all’apparenza più vitali e votate alla gioia, ossia l'eros, il desiderio dell’altro, la propensione a fondersi con un “territorio interiore” altrui, visto come oasi di completamento intimo del sé, sono alimentate in gran parte dal contraddittorio combustibile dell’auto-distruttività.

La bellezza di leggere tanto, risiede anche nel privilegio concesso di poter associare poi idee pescate qua e là, dai più disparati ambiti.

In questo senso, non è naturalmente mia intenzione invadere campi della conoscenza entro i quali non dispongo delle dovute competenze.

Voglio solo condividere una semplice meraviglia da lettore, gustata lungo le pagine di “Follia”, ripensando a quanto scoperto nel frattempo in un altro testo dotato della medesima energia fascinatoria, seppur stavolta di natura saggistica.

Il brano che vi riporto di seguito curiosamente riassume alla perfezione l’essenza del romanzo di McGrath, ed è contenuto in “Eros e civiltà” (1955-1966) di Herbert Marcuse (Einaudi - € 22):

<<…Fenichel rilevò che Freud stesso aveva fatto un passo decisivo […] postulando una “energia spostabile, in sé neutrale, ma in grado di unire le proprie forze sia a un impulso erotico, sia a un impulso distruttivo” - all’istinto di vita o a quello di morte. Mai prima di allora la morte era stata compresa con tanta coerenza nell’istinto di vita; ma anche mai fino allora la morte si era tanto avvicinata all’Eros… […]…se il principio del Nirvana è il fondamento del principio del piacere, allora la necessità della morte appare in una luce completamente nuova. L’istinto della morte è necessità non fine a se stessa, ma presente solo per liberare da una tensione. La discesa verso la morte è una fuga inconscia dal dolore e dal bisogno. È un'espressione della lotta eterna contro la sofferenza e la repressione…>>.

Ecco, in queste parole del filosofo-sociologo tedesco, c'è già tutta l'essenza di “Follia”. Con una differenza non da poco, ossia che nella storia di McGrath, possiamo trovare ciò che soltanto la magia romanzesca è in grado di tradurre in parola scritta: il turbamento, la passionalità, l’inquietudine, il fascino dell’irrazionale, la rabbia per l’illogico, la pietà, la bellezza scaturita dalle fonti più inattese, e confezionata al meglio dalla felicissima penna di un narratore d'eccezione, capace di sostenere con grande maestria l'aspettativa del lettore sempre sul punto della massima tensione.

Il che, non di meno, rende assolutamente e ovviamente desiderabile la lettura di questa mirabolante storia, anche a chi già conoscesse per filo e per segno tutta la teoria di Freud e Marcuse.


venerdì 14 settembre 2018

Indi, vi duo


Non vale nulla, se non siamo come due mondi che si inglobano l’uno nell’altro di continuo, tu e io, contenuto che contiene un continente, di volta in volta, pelle del tuo mondo tramutante in epidermide del mio cielo…non serve a niente se non diventiamo la domanda che si risponde già chiedendo…rimane ben poco del non infondersi di fusione vitale oltre il limite corporale sino al nostro più profondo avamposto animale, e poi di ritorno, a vicenda fatti, spirito e persona nell’universale nostra risata buona...si erge soltanto il vuoto se non ci edifichiamo ciascuno del costruire altrui…si rimane inutilmente muti, pur nel profluvio di parole, se alla fine nell’affermare “io” non uscirà fuori dalle nostre bocche, all’unisono, la breve delicata sillaba che significa “tu”…

giovedì 13 settembre 2018

Il paradiso delle signore (1883) - Émile Zola


Ho letto “Il paradiso delle signore” (“Au Bonheur des Dames” - 1883) di Émile Zola (Edizione Mondadori - € 11).

Definirei quest'opera un capolavoro di arguzia narrativa e di sensibilità per l’arte romanzesca.
È una delle prime storie di finzione letteraria (se non la primissima) ad addentrarsi nelle dinamiche del moderno fenomeno consumistico.

L’aspetto di assoluto rilievo non risiede tuttavia nella particolare originalità della trama, che anzi segue percorsi abbastanza classici, soprattutto in ordine agli schemi del Romanticismo.

C'è la figura dello spregiudicato “avventuriero esistenziale”, Octave Mouret, che asservirà ai suoi voleri commerciali una città intera (attaccandola soprattutto sul suo versante femminile), grazie all’imperioso e, via via, sempre più ipertrofico grande magazzino della moda da lui creato (intitolato appunto, come il romanzo stesso, “Au Bonheur des Dames”).

A fargli da contraltare, ci pensa poi la giovane, e da principio miseranda, commessa Denise Baudu, che a colpi di purezza di cuore, darà la scalata a quel mastodontico moloch della vendita, riuscendo alla fine nella sua conquista, in molti e diversi sensi.

C'è tutto un panorama al contorno, fatto di sfacelo sociale e del fallimento di tante piccole imprese tradizionali fagocitate dal “mostruoso” nuovo che avanza.

Ci sono sentimenti che appassionano e intrecci amorosi vari (il principale dei quali avrete già intuito fra chi), ci sono tradimenti, miserie umane e nobili emozioni.

In più, il tutto viene raccontato con gran maestria, attenzione per il ritmo, nonché mirabile cura per il senso della sorpresa continua.

Ma come dicevo, il pregio del romanzo non sta in questi pur già preziosi ingredienti, bensì nel taglio prospettico dal quale Zola propone le vicende.

Avendo intuito, fin dagli albori del loro manifestarsi, che il consumo di massa e la conseguente mercificazione della realtà, sono fenomeni dotati di un’energia persuasiva scaturente in primo luogo nell’intimo dell’individuo (perché fanno leva su corde interiori ancestrali e profondissime), tutto viene presentato al lettore inducendolo ad assaporare “dall’interno” l’intera potenza ammaliante della nascente fascinazione collettiva.

Il consumo di massa è forse il più formidabile mezzo di controllo delle coscienze mai escogitato, ancor più efficace delle feroci dittature o delle burocrazie dalle kafkiane sottigliezze.
Zola lo vuol raccontare, immergendo chi legge la sua storia nel medesimo incantamento.

Ecco allora che la forza critica della sua posizione non deriva tanto da un atteggiamento banalmente moralistico, quanto dall’andare a toccare sul vivo il nervo scoperto delle contraddizioni in atto.

Alla fine ne risulta un paradossale effetto conclusivo di fondo: tutta la vicenda di per sé potrebbe profilarsi come ammantata di atmosfere positive.

Eppure, è di tutt’altro tono la persuasione effettiva che se ne trae. Si sente di aver assistito al minaccioso operare di un gran meccanismo totalizzante, in grado di manovrare (talvolta in termini tremendi) le vite delle persone, al di là di ogni loro immaginabile possibilità di controllo o perlomeno di autodifesa.

E se non è di estrema attualità tutto ciò, non saprei proprio dirvi quale altro argomento lo possa essere.

giovedì 6 settembre 2018

Altre intelligenze


Alla sommità della siepe del giardino, corre un robusto filo di ferro, messo lì ad intreccio nella rete proprio per sostenere la medesima.

Gettando uno sguardo più ravvicinato, si poteva scorgere un micro via vai percorrente a sua volta la lunghezza del filo. Era una movimentata teoria di formiche “traffichine”.

Con il tipico piglio laborioso degli insetti, si davano un gran daffare su quella piccola autostrada dei loro trambusti in miniatura.

“…Prego io, passi lei…circolare, circolare…pòti pòti…ma si figuri, concilia?...brum brum…fate largo a sua eminenza Turbo Formiconi Gt Sprint Eurodiesel Rhythm’n Blues…”…

Me ne stavo lì insomma a rimirare il sorprendente andirivieni, quando un paio di fulminee riflessione sono corse lungo il filo meditativo che regge la siepe dei miei formicolanti pensieri.

Primo: col cavolo che l’uomo è l’essere più intelligente espresso dalla realtà.

E secondo: sempre col cavolo che l’uomo sta mettendo a rischio l’esistenza della realtà stessa.

Incappiamo in generale in questi due pregiudizi, perché intendiamo l’intelligenza come un qualcosa di concentrato e solitamente personificato (o bestialificato) in un ente circoscritto.

Ma chi lo dice che il tutto non possa avere fisionomie del tutto inedite, molto più complesse ed estese, rispetto alle nostre possibilità di decodifica?

Esistono magari “forme di intelligenza diffuse” e organizzate in maniere del tutto avulse dagli schemi antropocentrici, e gli insiemi di formiche possono essere, fra queste, solo un esempio dei più banali.

Grandiosi e del tutto singolari conglomerati di atomi, non rilevabili come entità organizzate dalle nostre limitate capacità di consapevolezza del reale, stanno forse in questo momento operando meravigliosi portenti espressi in porzioni di reale magistralmente ordinati.

Probabilmente non saranno nemmeno atomi, bensì emanazioni della realtà che sfuggono alla nostra limitata considerazione.

Quello che dunque l’uomo ha in potere di distruggere, e rischia eventualmente di farlo, risulta essere solo quel circoscritto “quanto gnoseologico” a sua disposizione, e nulla più. Su tutto il resto, è fuori gioco.

Tagliato il ramo su cui sta seduto, non è che all’albero gliene fregherà più di tanto.

Tutto bene, tutto buono dunque, mi beavo bel bello io nei miei deliri…se non che, lungo la fila di formiche ne vedo una che si ferma e mi osserva incuriosita.

Poi, mi accorgo che solleva la piccola tenaglia in punta alla zampetta, e se la picchia in fronte a cucchiaio.

Non fosse stata della specie telepatica, non avrei mai capito…ma guarda caso era proprio di quelle, e mi stava dicendo niente meno che: “…Ma che minchia stai a dì?...”

mercoledì 5 settembre 2018

martedì 4 settembre 2018

Aquinuvolotto


Un aquinuvolotto imperioso si era impennato in cielo, un Tirannosaurus cloud di spumose zanne, un fiero gallo in bambagia acquea dalla coscia a cumulo nembo. Dava morsi vaporosi all’aria tersa di lassù, si era fatto largo a fiatate di luce e, come gas di scarico, una raggera dai cangianti bagliori sparpagliava sul passaggio, come il ventaglio di carte sciorinato in mano da un candido baro delle forme.

Dinnanzi a sé, solo un pascolo cotonato da brucare, sotto di sé, boschetti di nasi levati ad osservare, e bocche semi-dischiuse, scivolate in basso dallo stupore.

domenica 2 settembre 2018

Lasciar andare


“Lasciar andare”

(nell'immagine: il Sibardello, primo cugino del Goffruto)

*******
Lasciar andare
Come la mano ormai sciolta
Dalla stretta
Sa far fluire nel
Sentirsi ruscello a ogni metro
Dimentico di sé.
Praticare l’abbandono,
Disinnescato il ricordo,
Già fertile deposito di limo.
Non trattenere
Nell’illusione dell'identico
Per ben altre strade consolidabile.
Farsi abbraccio ciclico
Della propria non fissità,
Trottola mai ritrovata in cerca di perno.
L’inafferrabile soltanto
Si può stringere fra le dita,
Pugno di brezza nel mattino.
Eppure sapere come
Oltre la rotante
Impermanenza
Un più vasto involucro
Di girevole contrarietà
Tutto ammanta
Tutto contrappunta
Tutto volge al positivo,
Nella scorrevolezza
D’un'inapparente perpetuità.