martedì 15 gennaio 2019

Fotografare, desiderare, vivere


Pare che il tempo stia cambiando, ma intanto ci siamo gustati parecchie ore diurne con paesaggi da cartolina, come se ne vedono di rado in Gennaio, lungo il Grande Fiume.

Per chi ha un po' la fissa delle foto, andare in giro in questi giorni è stata una mezza “gioia tormentata”.

C’erano talmente tanti spunti di qua e di là per scattare immagini, mentre nel frattempo il sole si muoveva così rapido nel cielo a sbaragliare la scena in pochi attimi, che ci si sentiva un po' come un naufrago preso dalla spasmodica frenesia di riuscire a salvare il possibile di un gran tesoro che sta colando a picco.

Tutto preso da questa generale smania fotografica, sono incappato in un soggetto che mi ha fatto riflettere.

Era una bella nuvolozza grassotta, si stagliava all’orizzonte rosea e cotonata dall’imbrunire incipiente.

Vista così da lontano, tuttavia, risultava appiattita dalla prospettiva.

Ho pensato che se avessi potuto riprenderla dal di sotto, sarebbe venuta una foto molto più bella, e invece mi dovevo accontentare di coglierla in lontananza, meno soffice e plastica di quanto in realtà doveva essere.

Subito mi ha sorpreso la contraddizione contenuta in quanto avevo appena pensato.

Se fossi stato sotto la nube, chilometri ad ovest più in là, la nube stessa non sarebbe più stata all’orizzonte, e quindi non avrebbe avuto la coloritura rosa tramonto che la impreziosiva tanto.

Questo mi ha fatto riflettere oltre, riguardo all'inafferrabilità non solo del fotografare, ma anche del desiderare, e alla fin fine, del vivere stesso.

Sta nella natura del nostro esistere medesimo, il non riuscire mai a cogliere in pieno le cose.

Me lo ha confermato poco prima di sera una nuvolozza grassa di rosa, la cui bellezza completa continuerà sempre a sfuggirmi.

Perché finché ce l'avrò all’orizzonte, non ne potrò gustare la pienezza formale, mentre, se tenterò di andarle sotto, mi scivolerà via dallo sguardo la magia della coloritura.

sabato 12 gennaio 2019

Grstuiti si nasce


Siamo l'esercito dell’inutile
Fino alla vita
Ci schiereremo nel futile
Mostraci, chiara
La cosa che a nulla serve
C’adopreremo nel procurarne
A caterve
Sempre più caro ci sarà
L’ermo folle
Gran sacerdote
D’ore belle e ribelle
Ciò che nulla costa
È la giusta risposta
Ondeggia più ricchezza
In un bel culo di ragazza
Che in mille casseforti
Blindate a fortezza
Ovunque ci sia odor di
Mancanza d’obiettivo
Noi siamo già pronti
A proclamare “arrivo”
Se proprio nessun fine
È del tutto garantito
Ci troverai lì, giusto in punta di dito
Perché chi in apparenza
Par che il tempo consumi
Di bellezza in realtà
Fa straripare sei fiumi



giovedì 10 gennaio 2019

Immaginare è vita


L’opinione comune rappresenta di solito una media delle idee più diffuse.

Purtroppo, non di rado, il passo dalla medietà alla mediocrità è alquanto breve.

Capita allora che si formino opinioni dalle fragili radici, sostenute soltanto dall'ingannevole forza di una miope autoconvinzione artificiosa.

Secondo una delle convinzioni comuni più fuorvianti, l’immaginazione sarebbe roba da sognatori, che non porta da nessuna parte, se non a ritrovarsi con la testa fra le nuvole.

Nel tempo, mi sono andato persuadendo proprio del contrario: l’immaginazione è una componente fondamentale dell’esistenza e senza di essa l'umanità sarebbe rimasta molto più povera.

Anzi, di più: senza immaginazione, probabilmente non si potrebbe parlare dell'umanità per come la conosciamo.

Ora, se così la pensassi solo io, sarebbe ben poca cosa. Ma il bello è che l’hanno pensata allo stesso modo fior fior di menti del passato, e quando si sta in compagnia di simili “sponsor”, la faccenda diventa molto più confortante.

Due meravigliose citazioni sul tema, le ho scoperte leggendo l’illuminante saggio del professor Umberto Galimberti, “La casa di Psiche” (Feltrinelli, 2005).

Parlo ad esempio di come la pensava in merito uno dei più importanti filosofi di tutti i tempi, Immanuel Kant (1724-1804), che nel suo fondamentale testo “Critica della ragion pura”, scrisse: “…La conoscenza percettiva sarebbe impotente senza l’immaginazione…”.

Oppure, più vicino a noi, un altro esimio pensatore tedesco, padre della fenomenologia intesa in senso moderno,  Edmund Husserl (1859-1938), che in modo ancor più “spregiudicato”, sosteneva: “…La finzione è la sorgente da cui la conoscenza delle verità eterne trae il suo nutrimento…”.

Kant parla di immaginazione, Husserl addirittura di finzione.

Immaginare, proiettarsi nel non ancora esistente, fingersi nella mente mondi che ancora non sono, o addirittura mai saranno. Si tratta di pratiche molto familiari ad artisti, poeti, scrittori, pittori, attori, persone di teatro in genere, e così via. Ma anche ai bambini o alla gente comune, quando giocano e si lasciano andare ad attività non finalizzate a uno scopo preciso, se non a quello di “esplorare il possibile”.

L’immaginazione, la fantasia, la finzione, il raffigurarsi scenari potenziali, la dimestichezza coi territori “inutili” della mente, la pratica del vagabondaggio fra le “gratuità” del pensare: sono tutti atteggiamenti fondamentali per poterci dire umani.

Hanno la medesima importanza della razionalità, del calcolo, della lucida progettazione, del rigore scientifico, attestati dall’altra parte della barricata.
L’uno e l’altro ambito si completano e compenetrano a vicenda.

E laddove si verifichino scompensi in un senso o nell'altro (verso un pensiero esclusivamente calcolante, o al contrario, verso una mente troppo immaginifica), nascono spesso dei guai.

Immaginazione e ragione, dunque: strumenti a pari merito essenziali per la nostra umanità.

lunedì 7 gennaio 2019

Già Autorevoli Ti Trattano Invano


“Già
Autorevoli
Ti
Trattano
Invano”

I gatti sanno Tutto
Ma non te lo diranno mai
Cosa è buono, cosa è brutto
Dov'è il bello, dove i guai
I gatti han capito Picasso
Ma non rallentano mica il passo
Sanno l'oroscopo e il teorema di Pitagora
Però non escono mai di metafora
Si lisciano di zampa
Travalicano l’orecchio
Disegnano la scia d’un apparecchio
I gatti camminano così leggeri
Che non si stacca l’oggi da ieri
Fan movimenti tanto arcani
Da non far mai venir domani
I gatti s’affilano le unghie sui sogni
Nel pelo nascondono le chiavi di sei regni
Ci fanno il surf sui progetti degli umani
Per loro contano soltanto i divani
Dov'è appena passato un gatto
Sembra sempre rimanere una nuvola
Ti senti savio, ti senti matto
Ti senti al centro d'una favola
I gatti sì, loro lo sanno
Quale che sia il mistero del mondo
E mentre poi di gomito si danno
Ti lasciano lì, frescone giocondo



domenica 6 gennaio 2019

Mattoni d'umano


Ciascuno di noi, quasi sempre senza rendersene conto, o senza premeditare più di tanto la cosa, erige “architetture” ogni giorno.

Si tratta ovviamente di “edifici immateriali” che stanno in piedi grazie a interpretazioni personali di come percepiamo e auspichiamo essere la nostra presenza in un certo spazio.

Soprattutto in considerazione del confronto con gli altri.

Un piccolo capannello di amici che chiacchierano amabilmente in mezzo a una piazza; due innamorati che si scambiano effusioni e tenerezze su una panchina; copie di ballerini che volteggiano su una pista a una festa estiva; un’assemblea riunita all’aperto per qualche cerimonia, di qualsiasi natura; ventidue giocatori di calcio schierati sul campo, più l'arbitro e il pubblico: sono solo alcuni esempi di “architetture intangibili”, ma non di meno capaci di caricarsi di forti significati di “relazione spaziale”, di vicinanza o distacco, di competizione o sfida, di complicità o di mantenimento di distanze formali, e così via.

Naturalmente, la relazione sul piano dello spazio non è poi mai fine a se stessa, ma introduce sempre alla relazione sul piano sociale e di interscambio umano.

Ogni nostro confronto con gli altri non può escludere la costruzione di uno spazio che si va formando interamente nelle nostre aspettative, nei nostri modi di vedere e sentire, in ciò che ci attendiamo sia il mondo per noi.

Il “capomastro” incaricato di fabbricare queste “architetture non materiali” è la parola. Con la parola possiamo innalzare muri di separazione e chiusura, oppure definire accoglienti stanze che invitino gli altri a entrare, possiamo dotare questi ambienti dei comfort migliori per far sentire completamente a suo agio l’ospite di turno.

La parola aperta al dialogo, invita l’interlocutore a collaborare alla costruzione di un’architettura condivisa: si crea una sorta di “consorzio di imprese” che lavorano insieme a fare un condominio in cui si andrà ad abitare tutti e due, o delle casette a schiera, o piccole villette separate ma impostate su buoni rapporti di vicinato.

La parola non dialogante, esclusiva, che si rinchiude a fortezza, tende a isolare l’altro, a lasciarlo fuori in un probabile terreno di disagio e scarsa, se non nulla, considerazione.

Agli ordini del “capomastro parola”, sta una squadra di “operai e muratori” addetti a curare altri particolari costruttivi dell’edificio di relazione.

Di questa “squadra” fanno parte i gesti, la mimica facciale, gli sguardi, le espressioni, il linguaggio del corpo e le distanze possibili fra i corpi stessi, fino all’opzione di potersi toccare con maggiore o minore facoltà di avanzamento.

Ad esempio, in un dialogo di circostanza tra due semisconosciuti, si mantiene un rispettoso distacco fra i corpi e non è contemplata l'eventualità di contatto.

Fra due amici, qualche buffetto su un braccio, sulle mani o su una spalla, per sottolineare i passi più concitati del discorso, sono leciti e normali.

Poi, di man in mano che aumenta il grado di confidenza, si ampliano anche le disponibilità di contatto, lasciando licenza di sussistere a carezze, baci e oltre. In questo senso, due amanti intenti a far l’amore stanno edificando una delle più complesse architetture di relazione immaginabili.

Per diventare architetti o geometri in questo particolare ambito costruttivo immateriale, non ci sono scuole.

Il miglior modo per fare progressi risiede nel desiderio stesso di imparare, a sua volta incentivato da disposizioni propositive come l'ascolto, lo sforzo di comprendere, l’apertura alle possibilità, la sensibilità, la capacità di cogliere sfumature, la “fantasia sociale”, l’immaginazione nel confronto.
Sono questi i ferri del mestiere dell’architetto relazionale.

mercoledì 2 gennaio 2019

L'omino che fu invitato dalla vita a farsi vivo


Un omino viveva dentro le parole.

La signorina dei suoi sogni (pur non sapendola lui ancora tale) abitava invece ben saldamente domiciliata nei fatti concreti.

L’omino delle parole si coricava sempre su soffici spiagge di aggettivi, a pigliarsi una bella abbronzatura di specificazioni, sotto i caldi raggi del risplendente sole qualificativo.

Sguazzava volentieri in piccoli ruscelli di verbi, dai quali riemergeva tutto rinfrescato e fradicio di dinamismo e di teorica intenzionalità.

L’omino delle parole, sedendo poi sotto un ombrellone di complementi oggetti e soggetti intrecciati fra loro come giunchi semantici, si gustava gradevoli cocktail di particelle pronominali, che non mancava mai di guarnire con scorzette di virgole e spruzzate di puntini di sospensione.

La signorina dei fatti concreti un bel giorno stava spolverando un libro, dentro al quale per caso l’omino delle parole si era trasferito a trascorrere un periodo di vacanza.

Sentendo quel dolce tramestio, l’omino per un attimo si affacciò curioso alla soglia della copertina del libro. Rimase folgorato dalla bellezza morbidamente spregiudicata della signorina, e lanciando in aria due o tre frasi particolarmente curate e ben confezionate, la ghermì dolcemente al polso con quel lazo di parole, e la risucchio per intera dentro la storia del libro.

La signorina dei fatti concreti rimase travolta dalle atmosfere così intangibili scoperte là dentro.

Guidata dall’omino delle parole, fece insieme a lui vastissime scorribande in praterie di sillabe e sintagmi, che si perdevano a vista d’occhio nel vasto orizzonte sillabato.

Divenuti una sola persona, cavalcavano il saliscendi dell’onda delle frasi come l’acme variabile di montagne russe espressive.

Il crescendo dell'intensità del racconto caricava i loro animi di curiosità di sapere, mentre appena dopo, liberatorie esplosioni narrative si risolvevano nell'appagamento condiviso di un’ebbrezza linguistica preziosa.

Ma a lungo andare, la signorina delle cose concrete cominciò ad avere nostalgia del suo mondo fatto di legno, terra, carta e vento, da poter toccare, ascoltare, annusare.

Staccarsi dall’omino delle parole le sarebbe costato una grande fatica, tanto in là si era spinta ormai la fusione delle loro mutue sensibilità, nel nome del linguaggio.

Un doloroso andirivieni fra significati dei sensi e sensualità significanti si combatteva nell'animo della signorina delle cose concrete.

La sua natura la reclamava a risgusciare fuori dalle pagine, ma la passione scoperta nell’omino delle parole la tratteneva a restare una cosa singola, intensa, assorbita in lui, e nella scia infinita del dolce ghirigoro nero su bianco dei caratteri stampati.

Le mani dell’omino e quelle della signorina rimasero così sospese, a dita intrecciate, laddove i fogli di carta dei libri formano il proprio confine grinzoso con l’aria di fuori, cancello a doppia faccia, aperto sia sull’esterno del mondo delle cose, sia sull'interiorità del narrare universale racchiuso in tutti i testi scritti del mondo.

E da quel tempo, ogni volta che si avvicina il viso al bordo di un volume stampato, e si fanno frullare i fogli sotto al naso, sale alla mente il lontano profumo di quell’amore di carta, mai risolto e per sempre rimasto ancora tutto da inventare.

La pietra di Pappagone


C'è poi l'insidiosa propensione umana al confronto.

È per l’appunto “umana”, e come tale ci viene spontanea, fa parte della nostra natura.

Confrontiamo continuamente: dal momento in cui apriamo gli occhi al mattino, a quando le palpebre ci ricalano alla sera, nel riaddormentarci. E forse lo facciamo anche in sogno.

Mentalmente, mettiamo vicine cose, persone, situazioni, idee, e sentenziamo nel nostro intimo quale sia la migliore o la peggiore.

Di certo, si tratta di un meccanismo primordiale millenario, radicato in noi, e legato allo spirito di sopravvivenza. Senza il senso del confronto non potremmo fare.

Stabilire priorità è vitale, a partire dalle piccole scelte quotidiane, fino alle importanti decisioni riguardo a quel che è bene e quel che è male.

Detto questo, c'è però anche lo spazio per una considerazione più generale.

Talvolta può risultare buona cosa abbassare la guardia del paragone. Se non ci sono incombenze di scelta immediate, se il “mettere a confronto” non è legato a condizioni urgenti, se cosa sia meglio o peggio non è così importante da stabilire nell’immediato, può valer la pena consentire alla realtà di scorrere libera.

Lasciare che un evento “si esprima”, che una persona “si svolga”, che una cosa se ne stia nel suo semplice “starci dinnanzi”.

Senza confronti, senza paragoni, senza classifiche, precedenze, graduatorie, senza la pretesa di incasellare, incastonare in una scala di valori.

Accettare sul momento ciò che è, per quello che è. E basta.

Attenzione, non si tratterebbe di una resa incondizionata del proprio senso critico. Non si parla di abbandonarsi a una passiva accettazione di ogni cosa, né di un calarsi nell’indifferenza indistinta, perché tanto tutto è uguale e a nulla vale lo sforzo di capire.

Non è affatto questo.

Sospendere la tendenza a fare confronti, vuol dire invece disporsi in un atteggiamento di ricerca di una possibile armonia con lo svolgersi della realtà.

Vuol dire provare a vedere dove il nostro delimitato e precario “Esistere”, può trovare punti di contatto, affinità, e motivi di vibrazione comune, con la generalissima dimensione dell’“Essere”.

Non confrontare, quando possibile, è una buona pratica di “ecologia dell’esistere”.

È, soprattutto, il più potente antidoto al pregiudizio, alle convinzioni infondate, alle presunte verità, illusoriamente pensate come dotate di solide fondamenta, ma in realtà appoggiate su rovinosi piedi d’argilla.