giovedì 1 dicembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 7 - "Auto-elogio della mutanda"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

7 - "Auto-elogio della mutanda"

A volte mi capita di domandarmi come mi sentirei se fossi le mie stesse mutande. Il ruolo psicologico e sociale della mutanda è forse uno dei più cruciali immaginabili, e al tempo stesso uno dei più trascurati, sottovalutati.

La mutanda è una barriera fisico-emotiva nei confronti della realtà. Contiene, argina e culla le avanguardie del nostro subconscio. La cortina delle mutande frappone la più sottile pretesa di riservatezza fra il sé profondo e la dimensione pubblica (arginando quella pubica).

La mutanda si sobbarca tutte le preterintenzionalità fisiologiche. A seconda dei casi, nel suo ruolo di diga a ciò con cui rima, o di anti-strapazzo d'un propagarsi mutevole e pazzo, la mutanda segna confini strategici alla persona.

La mutanda si fa carico di responsabilità insostenibili per qualunque essere umano. Per questo non è nemmeno pensabile pretendere di volersi mettere nei suoi panni. Assorbe tensioni estreme, consentendoci di continuare a presentarci impassibili, anche quando entro il suo attillato sipario vanno in scena veri e propri psicodrammi intimi in miniatura.

Bisognerebbe essere dei pazzi (con la "p") o delle anime fatate (con la "f"), per trovare il coraggio di impersonare una mutanda al giorno d'oggi (tra l'altro dissimulando sempre l'iniziale..."p" a far le veci di "c", e dove la "p" andrebbe, confonderci in mezzo una "f").

In virtù di tutti questi strabilianti antefatti, suona inaudito immaginarsi mutanda. Personalmente, riesco a stento a pensarmi come il mio proprio paio di mutande. Solo in questo cortocircuito identitario mi posso immedesimare.

Essere mutanda, e individuo in quella mutanda contenuto. Ispirare odore, nel mentre che si traspira amore. Coprire l'andata e ritorno del pudore in un unico viaggio. Sostegno e sostenuto, recipiente e ricevuto. Principiare in un "io" e declinare in un "anda": pochi portenti al mondo ci possiamo raffigurare di simile portata.

Vedere all'unisono cosa accade fuori di sé e nei pressi più ravvicinati del dentro di sé. Vestire il più patente aspetto di civiltà, ma sentirsi specchiati sul più diretto contatto con l'animalità.

Andare in giro nudi-vestiti, abbigliati-spogliati. Intessere dialoghi di segrete tangibilità, sostenute in ogni caso dal punto di vista interiore. Toccare il tocco stesso: niente meno che tale privilegio viene concesso a chi vive in qualità di propria medesima mutanda, continuando ad essere anche persona.

Facciamoci mutande di noi stessi dunque: nessuna rivoluzione potrà presentarsi mai più radicale di questa.

Diveniamo guaina sguainabile di contro-accoglienza mutevole: a sentirla pelle di calore, inguainato da peli di cotone, una mutanda auto-immedesimante salverà il mondo!
Inauguriamo l'alba di una nuova umanitanda!

mercoledì 30 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 6 - "Libere libbre di libri si librano"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

6 - "Libere libbre di libri si librano"

Nella vita non ho mai costruito niente di più importante e solido delle pile di libri che torreggiano sul mio comodino. Datemi pure dell'inconcludente. Ditemi abulico e, sul versante esistenziale, parecchio inconsistente. Ma non potrete mai trovar nulla da ridire sulle mie belle pile.

Si ergono fiere della loro precarietà, come grattaceli culturali "indefinitamente mai" troppo elevati. Invece di armature in ferro, scorre nel loro interno uno scheletro chilometrico, ingabbiato e silentemente sagomato, di parole scritte, che si dipanano attraverso le pagine, riagganciandosi poi idealmente fra loro, traforando copertine e prefazioni, in un lungo, ininterrotto dialogo inter-romanzesco, saggistico e poetico.

Rassicurano e mettono ansia al tempo stesso. La fragilità e la mutevolezza sono lo scopo della loro struttura. La Morante forgia fraseggi insieme a Gadda, Hemingway offre un drink a Fitzgerald, Sciascia si attarda a far due chiacchiere morali con Tex Willer, mentre le Sturmtruppen e Galimberti discettano di Hegel.

Palazzi di libri dalle geometrie ribelli, variabilità rettangolari ascendenti, fervide balconate che aggettano ad ogni innalzarsi di volume, bovindi squadrati, dai quali si affacciano titoli e autori scritti sulle coste, come pigionanti curiosi di sbirciare cosa sta succedendo di sotto.

Universi, dentro a universi, infilati in riverberi infiniti di palcoscenici, a loro volta affacciati a specchio su scenari in continua trasformazione multi-cangiante, scaturiscono allora muti da quel piccolo giardinetto di fusti di carta ammonticchiata.

Sono architetture di fini diciture, un ordito orgiastico meditativo di tessiture urbanistico-grafiche protese in altezza. E quando spengo la luce per addormentarmi, il brulichio di parole senza suono si mette in fermento, facendo da sfondo al sonno. Il lavorio incalcolabile di tutti quei pensieri, contenuti nelle pagine come inquilini ospiti di altrettante stanze, prende a macinare le praterie post-significatrici dell'aria nella stanza, con incognito e impercettibile ribollire.

Perché tutto si potrà dire di me, ma non che sono uno che non sa tirar su belle pile di libri sopra il comodino.

martedì 29 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 5 - "Mini guizzi impellicciati"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

5 - "Mini guizzi impellicciati"

In tanti anni vissuti praticamente circondato da nutrie, non mi era mai successo di vederne in forma di cuccioli. Circa un mese fa, nel giro di una settimana, ho potuto apprezzare almeno in due occasioni questi animaletti anche in versione infante.

La prima volta, in qualità di passeggero, transitavo in auto vicino a un ampio e profondo canale. All'altezza di un incrocio, dove non solo le strade, ma anche i relativi fossi s'intessono fra loro, sul basso ripiano di terra asciutta lì formato, noto la nutria più piccina mai vista fino a quel momento.

Doveva avere non molti giorni di vita, si presentava con grazioso aspetto nutriadolescenziale, intenta in qualche suo tipico armeggiare di zampette, con quella caratteristica aria da topolotto indaffarato che questi roditori sanno assumere quando si mettono a pretendere di comportarsi come se avessero vere mani (anche se, chi apprezza le nutrie sa che loro "hanno veramente" vere mani).

Non ho fatto in tempo a pensare con stupore "...veh, che piccola che è...", che subito un fuggevole movimento periferico ha catturato la coda del mio occhio, invitato ad andarsi a posare su quello che doveva essere un fratellino o sorella nutria del primo soggetto, scostata solo di qualche centimetro. Se la prima era piccola, questa era minuscola, ma già tutta dotata della grazia castoresca degli esemplari adulti. Non si è concessa molto agli sguardi, perché nel giro di un paio di zompetti leggiadri, l'ho vista poi slalomeggiare da gran burlona natante fra i flutti del fossato. Ma tanto è bastato per soppesarne con soddisfazione tutta la sua eleganza minimale eppur così sapiente.

La seconda epifania micro nutriale m'è successa poco dopo. Dalla cima dell'argine si domina un prato prospiciente a un laghetto molto apprezzato dalle nutrie. Di solito lì pascolano placide, piccole mandrie d'arancio dentate. Ma in quella circostanza, ce n'era un esemplare e basta, apparentemente sorpreso in solitaria passeggiata.

Anche stavolta però l'apparenza ingannava. Poco lontano infatti, quasi a confondersi col rigoglio vegetale, noto una strana conformazione a serpentello, quasi intrecciata con gli alti ciuffi erbosi e semisommersa. Per la distanza, non capisco bene cosa sia, ma c'è voluto pochissimo a sciogliere il dubbio. Era niente meno che un trenino di cuccioli minuscoli, indaffarati a sguazzare fra l'erba con la stessa abilità dimostrata nell'acqua. La cosa più bella è stata che ce n'erano forse tre o quattro, ma a vederli sgusciare così coordinati e in perfetta sincronia, sembravano emanare una sola armonica aura di dinamismo giocoso.

Non avevo mai visto nutrie così piccole. E adesso so che anche loro possono dire di aver posato le zampe sul terreno della fanciullezza, in qualche periodo della loro vita.

lunedì 28 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 4 - "Caneologismi"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

4 - "Caneologismi"

Si evolvono gli sguardi sul mondo, e le mode dilagano, a invadere le pertinenze quotidiane di altri esseri viventi (si vede così tanto che non sapevo come iniziare?...).

Nel gran negozio dedicato a tutti gli accessori e prodotti per animali immaginabili, entrato con gli amici per curiosare, noto con stupito sorriso che nel reparto dedicato a pettorine, giubbetti e giacchette canine, ci sono dei veri e propri manichini con le diverse forme, a simulare la variabilità quadrupede incappottata.

Non posso fare a meno di venirmene fuori con un'assurdità linguistica, che accresce a dismisura la stima nutrita dai miei amici nelle mie raffinate capacità di fine distorsore verbale: "...Oh ragazzi, ma questi non sono manichini...li chiamerei piuttosto manicani...".

sabato 26 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 3 - "Il vecchio indiano"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

3 - "Il vecchio indiano"

Il vecchio indiano pedala sulla sua bici da donna un po' retrò, tracciando una scia di solennità nel verde della campagna. Tiene sempre il busto ben eretto, sfoggiando un'impeccabile curva all'indietro della schiena, senza abbandonare mai l'ideale posizione del loto, anche stando sulla sella.

A incontrarlo nei tardi pomeriggi di agosto, stagliato in lontananza sul cuscinetto tremolante dell'afa, sembra di sentir risalire dai fossi ineffabili accordi di sitar, intervallati da colpi di gran tamburo, "deglutiti" fra le classiche sonorità della sua terra lontana.

Il cortocircuito trans-continentale, para-extra-dimensionale, si fa particolarmente raffinato, se l'incontro capita sul moncone di tangenzialina che non porta da nessuna parte. Qui le ragioni del planetario rimescolio culturale si confondono alla perfezione con la mancanza di ragioni dell'imperizia progettual-aleatoria urbanistico-brutal-burocratica.

Allora, il vecchio indiano sì che si manifesta come pura visione trasfigurata. Con la sua elegante pedalata cavallina, sotto il turbante scelto sempre fra i colori di una nobile vivacità, la gran bella barba bianca scolpita sul viso ieratico, il vecchio indiano trafora le dimensioni. Passa per il lungo, tutto quanto lo spazio e il tempo, come attraversasse il tunnel dell'amore universale.

E arrivati in fondo, assieme a lui, dove la tangenzialina senza scopi ti invita a dar la precedenza, sfociando sulla provinciale dalle dieci macchine al giorno, sembra quasi che dal segnale a triangolo ribaltato e rosso-bordato, il sorriso di John Lennon faccia capolino, d'intesa con la trasognata pedalata dell'imperturbile vecchio indiano, suo malgrado padanizzato, con ancora tanto Gange a fluire nel cuore.

venerdì 25 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 2 - "Segni"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

2 - "Segni"

La natura ci manda continuamente dei segni. Non so se il piccolo fenomeno a cui ho assistito, fosse uno di quelli. Di sicuro, non avevo mai visto e sentito una cosa del genere.

Sono uscito per un rapido sopralluogo sul grande fiume. In questi giorni di sua notevole turbolenza, tende a vestirsi del suo cappotto più minaccioso, e non è mai uno spettacolo che rassicuri.

Il cielo di lamiera scura satinata invitava a non allontanarsi troppo dal riparo domestico, ma erroneamente ho valutato che avrebbe retto ancora un po', e mi sono incamminato. O meglio, imbiciclato.

A metà della salitella dell'argine, un fragore di indecifrabile origine, mi coglie al massimo della difficoltà interpretativa. È un rumore alle mie spalle, prima lontano, poi crescente. Nel giro di pochi secondi, valuto mentalmente un paio di spiegazioni, subito smentite dalla realtà. Sembra il frastuono di decine di camion che scaricano a terra quintalate di ghiaia. Ma non può essere: nemmeno al festival dell'autotreno se ne potrebbero radunare tanti. Sembrano folate di vento. Ma le foglie sugli alberi non si muovono tanto da giustificare un simile trepestio.

Alla fine, saranno passati venti secondi di disorientamento acustico-visivo, e nel momento stesso in cui capisco, non di meno persisto e mi stupisco: si trattava della sventagliata della pioggia, calata al suolo come una lunga, distesa e rapida pennellata ad effetto domino, una gran zampata pluviale che stava sferzando la terra, protendendosi in avanti alla maniera di un treno di gocce lanciato in moto misto tra verticale e orizzontale.

Inutile dire che l'ombrello, pur preventivamente portato appresso, mi ha salvato solo minimamente da una lavata storica.

Ma in sé, anche se non ho capito bene se fosse davvero un segno, questa cosa è stata a suo modo un portento.

Chissà se ha qualcosa a che vedere con il trans-onirico vecchio indiano, dal turbante modulato sui diversi giorni in ricco periodare multi cromatico, che ogni tanto vedo pedalare nella sua mistica, antica andatura in bici, certi pomeriggi , quando l'imbrunire è già molto più di una promessa...

giovedì 24 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 1 - "Resilienza consum-elettiva"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

1 - "Resilienza consum-elettiva"
L'ultima cosa di cui aveva bisogno un'Italia già devastata come l'attuale dal punto di vista identitario, era il massacro civile che si sta accompagnando alla fatidica scelta del sì o del no. Qualunque sarà l'esito, il gran festival della ripiccuccia per il ricattino alla fazioncella, ha ormai causato un danno oltremodo spropositato, sul piano sociale e culturale, già per suo conto notevolmente prostrato.

A questo punto, forse, nemmeno se si votasse per una forma di costituzione perfetta, concepita dagli stessi Dei della giurisprudenza in persona, si riuscirebbe ad aggiustare questo amaro in bocca, questo sapore di guasto che ci ritroviamo tutti a biascicare, un po' mezzo sconsolati, irrimediabilmente condannati a non sapere mai più se si tratti di un gusto di vittoria o di sconfitta.

Tali periodiche ondate di "definitivismo" elettorale, come se di volta il volta non ci fosse mai più lo spiraglio di un domani, distraggono spesso e volentieri l'attenzione da quella che dovrebbe essere considerata ormai la vera sede di voto. Forse ce ne rendiamo conto tutti troppo poco, ma, in senso molto generale e ampio, l'effettivo voto politico, lo esprimiamo ormai più spesso quando facciamo la spesa, quando compriamo merci o servizi, quando scegliamo di dedicare una parte del nostro denaro a un acquisto della più svariata natura.

Al netto dello svuotamento di senso della rappresentatività politica concessa ormai al cittadino comune, e del grado residuo di capacità di influire sulla realtà, il comportamento rispetto alle merci, in una prospettiva ampiamente mercificata come quella in cui siamo immersi, si rivela forse uno dei pochi strumenti efficaci per far sentire la propria voce.

Come nel racconto della lettera rubata di Edgar Allan Poe, invece di ravanare tutti con gran affanno nel gran illusorio sfavillio del miraggio para-politico, dovremmo forse molto più semplicemente prestare attenzione allo scaffale del supermercato. Oppure all'infida vulgata pubblicitaria, ammaliante sottofondo di regime pifferaio, capace ormai di trasportarci in trance, come masse di estatici lemming, sull'orlo di un qualsivoglia burrone d'insensatezze assortite.

Personalmente, ho sperimentato e messo a punto una forma un po' buffa di facoltà di "voto mercatale", adottabile da chiunque, a metà strada fra l'espressione di dissenso, e la brancaleonina resistenza passiva, sconfinante nelle saggezze del regno dell'assurdo.

Quello che bisogna fare è semplicemente recarsi in un centro commerciale, ipermercato, grande magazzino o simili. Vien quasi fatto di dire che più scegliamo grande il luogo, ricco e sfavillante di ogni ben di Dio, e meglio è.

Una volta in loco, si praticherà il comportamento opposto di quello previsto dai meccanismi stessi per i quali queste smisurate rivendite sono concepite. Loro scopo di fondo è farti acquistare per lo più un sacco di cose di cui non avevi minimamente bisogno. Dovere civico del "votante commerciale", diventa allora non comprare nemmeno ciò che serve.

Nel contempo però, bisogna anche premurarsi di portare via tutto quanto sia possibile, pur rimanendo nei termini della liceità. Come ci si può or dunque districare in una simile apparente contraddizione?
È presto detto: si porterà via tutto ciò che si può, ma solo con gli occhi. Tanto, non riusciremmo a mangiare nemmeno una minima parte dello sproposito di "mangiabile" che ci viene propalato dinnanzi; lo stesso dicasi per il "vestibile", il "calzabile", il "telematizzabile", e via dicendo.

Ci si riempiranno allora le pupille di iperboli salmonate al banco del pesce, ci si ubriacherà lo sguardo coi più raffinati nettari fra gli scaffali dei vini, si indosseranno virtualmente mutande sopra i calzoni, volendo...tanto, il vantaggio di non porre freni alla fantasia ci sosterrà appieno in questa scorribanda elettoral-merceologica.

E alla fine, usciremo con la salute intatta, la bramosia di acquisto un po' placata nei suoi aspetti più inutili, e con ancora nel portafoglio ancora il denaro sufficiente a entrare nella prima libreria per comprare un buon romanzo, o un saggio di filosofia, a seconda dell'umore che ci avrà lasciato in corpo la consapevolezza di aver svolto con scrupolo il nostro dovere civico.