martedì 9 febbraio 2010

Nato bifolco, globalizzato crebbi


«...So I'll start a revolution from my bed
'Cause you said the brains I had went to my head...».

Don’t look back in anger” - Oasis, 1995

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Per una strana congiuntura biografico-temporale, la mia infanzia ha idealmente abbracciato il lasso di diversi secoli dell’umano costume abitativo.
Cerco di spiegarvi come.
I miei piedini di neonato o poco più fecero bizzarramente in tempo ad affondare nei rimasugli del medioevo, per poi zompare a piccoli balzelli sequenziali nell’onda lunga del boom economico del secondo dopoguerra, finendo col diguazzare alfine, divenute ormai discrete "fette" ben posate, nell’odierno mondo wide-webbante.
A volte, per “auto-impressionarmi”, mi soffermo su questa considerazione: «…da piccolo vivevo in una casa senza bagno, senza acqua calda, senza termosifoni e col cesso di fuori…mentre adesso navigo su internet…».

Eppure non era cosa tanto strana, durante il periodo in cui la mia infanzia capitò, nascere in una casa impostata architettonicamente ancora come da secoli e secoli si era sempre fatto.
Semplicemente, di tutti i comfort moderni, non si sentiva più di tanto la necessità. Mi sono interrogato sulla questione, e credetemi che era così. Il punto non stava tanto nelle possibilità economiche. Tutte le famiglie, la mia e quelle dei miei amici, erano ormai approdate ad una discreta agiatezza, “post-post” bellica, di mezzi e di possibilità. Ma il cesso era sempre rimasto là fuori, ben distaccato dalle altre stanze, e se non fosse stato che per sentito dire in città la gente ce l’aveva a due passi dal letto e lo chiamava bagno, a nessuna di noi anime rurali sarebbe mai venuto in mente di muoverlo dal suo olezzante esilio, e soprattutto a nessuno sarebbe venuta l’idea di chiamarlo diversamente da cesso.

Il senso della privatezza e dell’intimità degli spazi aveva già compiuto decine e decine di anni ormai (…roba ottocentesca), ma la brezza della modernizzazione aveva interessato soprattutto i nuclei urbani principali e magari anche l’aggregato abitativo più centrale dei paesi. Per il resto, fra la prima periferia rurale ed il west, le case permanevano organizzativamente nella loro sostanziale impostazione medievale, se non addirittura longobarda o romana.

Il “Rubicone residenziale” dei nostri tempi moderni fu segnato dalla scoperta del corridoio. Quando i nostri babbi alla fine si fecero praticamente tutti la casa nuova, anche a noi, teneri virgulti scaturiti dall’«economico boato», venne svelato il secolare mistero del disimpegno, la sconosciuta malia dell’andito fra le diverse domestiche stanze.
Sin dai tempi del dinamico mercante dell’evo di mezzo, sin da quando lo scaltrito e duttile bifolco feudale si legò col filo doppio dell’odio e dell’amore alla gleba sempiterna, lo spazio era stato concepito fondamentalmente nelle sue accezioni di concretezza. In casa si entrava soprattutto per ripararsi, riposare, rifocillarsi, riprodursi e poco più. Ogni metro quadrato coperto da un tetto andava fatto rientrare sotto queste voci, e non era concepito spazio di transito puro o destinato ad attività in qualche modo non fruttifere di eventi tangibili.
Sotto questo aspetto, la domesticità era proiettata sul mondo.
Le distinzioni fra interno ed esterno assumevano più un carattere logistico-pratico, che non implicazioni ideali a definire una cesura netta fra uno spazio dell’intimità privata da una parte, ed una dimensione deputato alla vita pubblica dall’altra.

La casa della mia primissima infanzia era una delle quattro fette di una grossa torta edile. Case a schiera, le hanno chiamate dopo; ma lì, della specificazione geometrica e quantitativa degli spazi, c’era poco o nulla. Quel gigante di sassi e laterizi irregolarmente squadrati, somigliava più ad un organismo vivente, che respirava, sudava, assorbiva rigide nebbie e morbide rugiade, all’unisono coi suoi abitanti.
Un bestione di muri e travi lignee cresciuto assieme alle generazioni umane, animali e vegetali, aggiungendo una o più stanze sulla misura della prole mutevole, un nuovo prociletto o una piccola scuderia sulla scorta delle previsioni suine ed equine di lungo e medio termine, spicchi di fienile aggiuntivi a riecheggiare la felicità e la copiosità delle stagioni trascorse.
Un vero e proprio microcosmo urbano era questo variegato castello della mia bambinitudine, una concrezione di vita ai margini delle ramificazioni di campagnolità paesana più profonde.
Davanti, la grande aia sulla via principale, da tempo immemore teatro di interminabili giochi di bimbi, col suo palcoscenico chiuso talvolta dalle gioiose quinte profumate di lenzuola, panni, calzini e mutandoni freschi di bucato steso ad asciugare, cassa di risonanza di risate, chiacchiere, canti, schiamazzi di festosi frangenti ed imprecazioni.
Alle spalle del grande casone, un altro piccolo cortile chiuso a cavedio dal dedalo di pollai, ripostigli, porciletti, rimesse, antichi stallaggi per i cavalli, portichetti e depositi di legna.
Ogni “appartamento” ti accoglieva direttamente nella stanza in cui si pranzava, si vedeva la tele, si trascorrevano le giornate lunghe d’invernale luce breve, si sorbiva il fresco dai muri generosi nelle brevi giornate estive di chilometrico bagliore. Sul retro, un altro vano di dimensioni simili faceva da lavanderia, cucina ed ambiente per servizi vari.
La scala, ripidissima, stretta e perennemente semibuia, ti portava al piano superiore come sollevato dalle mani di un ciclope di legno rumoroso, e là in alto ti ritrovavi nel piccolo dedalo di stanze tutte comunicanti, senza quasi senso del “tuo” né del “mio”, ma solo con un'impressione diffusa ed ipnotica di “nostro”.
A mitigare l’inverno, le braci nel padellino, infilate sotto le coperte tenute su a capanna dal “prete”, una sorta di ingegnosa maxi-balestra di legno flessibile; e d’estate la frescura che risaliva dal cortiletto posteriore, tanti pomeriggi di afa martellante, aspettando nel letto un coccodè dal pollaio che segnava la sveglia dalle mie pennichelle infantili…

E certo, fra le quattro o cinque famiglie ch'eravamo, il senso del "questa è casa mia" e "quella è casa tua" era ben chiaro a tutti, ma in una dimensione sfumata, senza soluzione di continuità, nè demarcazioni troppo rigide.

Ebbene sì, cari amici viandanti per pensieri: sono cresciuto in una casa senza bagno ed acqua calda.
Ma sono sempre io, che adesso posso parlare a voi ed al mondo, stando seduto sulle mie mutande (*), nella mia sedia illuminata dall’azzurrino riverbero di un computer…

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( *) = Piccola non-verità in forma di licenza poetica: in realtà, quando scrivo, indosso solo 5 gocce di Chanel n.° 5…



sabato 6 febbraio 2010

Quella che è...'sta min...

(Scultura di Rabarama su mini foto-casino di Gillipixel)

Già il mondo dei "normo-parlanti" versava in gravi ambasce nel condurre l'impari lotta contro il pernicioso morbo del "piuttosto che...", quando ecco profilarsi all'orizzonte un parassita del linguaggio forse ancor più molesto.
Di certo più subdolo.
Il terribile e pestilenziale "quello che è...".

La mortifera "perifrasella" (= "perifrasi sfaziusella") era stata proditoriamente introdotta nell'aere discorsivo dal solito politicante o amministratore locale aduso alla fisiologica gonfiatura delle parole. L'arte dell'oratoria ad alta pressione è ben nota ai più spericolati retori del nulla: se il discorso che ti accingi a fare è di per sè già flaccido di contenuti e d'interesse, come la vecchia camera d'aria della carriola del trisavolo del parlante, la strada maestra del bravo "parolese flatulante" è stata da sempre una ed una sola: gonfia le frasi come zampogne, rimpinzale di aria da soffiare con ventosa petulanza nelle orecchie del miserando uditorio (per non parlare delle sue povere narici...), ed è garantito il dialettico figurone (...di quale materiale, meglio non indagare).


La misura era stata colmata abbondantemente da sindaci, assessori, consiglieri ed ordinari "ciàpa ciàpa" amministrativi, con ridondanti proclami inneggianti senza pudore a "...quello che è il nostro bilancio previsonale...", trombonanti senza ritegno circa "...quello che è il piano triennale delle opere pubbliche...", verbo-sbavanti con infamia e senza lode su "...quelle che sono le normali sinergie da attivare per fare sistema ed adire a quello che è un doveroso miglioramento della qualità della vita, favorendo esclusivamente quelli che sono gli interessi del cittadino...".
Il "normo-ascoltante", basito, e senza ribattere motto alcuno, ascoltava.
Però in cuor suo il dubbio albergava, e fra sè e sè finiva per meditare: «Ma se mi stai parlando di una cosa, che minchia di bisogno c'è di continuare a ripetermi che è "quella che è"!!!».

Finché giunse il giorno in cui ci si rese tristemente conto che la diffusione del contagio aveva oltrepassato la misura di non ritorno. E anche più in là.
Tutto pareva ormai irrecuperabile, perchè il morbo aveva fatto preda sua anche l'imbelle cittadino, in altre epoche parlante com'era aduso mangiare. Imbeccato per strada dal faceto cronista di un'emittente locale, per discettar del fondamentale tema di un sottoambito ancor più locale e plurimarginale della viabilità urbana (ma cosa dico urbana: di quartiere), l'infelice intervistato, col suo orrido dire tutto purulento della flagellante piaga verbale novella, l'infausta sentenza pronunciò: "...quello che è il divieto di transito in questa via...(*)".
"...Ahi duro asfalto drenante, dall'esosa riga blu istoriato: perchè non ti apristi!?!?!..."

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(*) = Giuro che l'ho sentito con le mie orecchie!!!



giovedì 4 febbraio 2010

Sensibilità turpiloqiuale


Scrivere è terapeutico, secondo alcuni.
Di certo, ti offre l’occasione di scoprire taluni meccanismi mentali ai quali magari non avresti normalmente fatto caso. Ad esempio io, scrivendo, mi sono accorto di un mio particolare modo di considerare le parolacce. Mi sono reso conto di essere parecchio restio al loro utilizzo, e di farlo solo in casi molto particolari. Così mi sono interrogato un po’ sul fenomeno e volevo raccontarvi quello che è emerso dalla mia analisi.
In primo luogo, non credo sia questione di moralismo, ma se anche fosse non me ne fregherebbe molto. Forse in fondo in fondo, un po’ moralista lo sono. A patto che ci si intenda sul senso della parola “moralista”. Se moralista è uno che si sforza di essere corretto verso gli altri, spero di essere un moralista. Se moralista è un tizio pieno di fisime per dettagli esistenziali del tutto superficiali e stucchevolmente formali, uno che pretende sempre di insegnare agli altri come si vive, allora spero di essere un “immoralista”. Anzi, dato che il neologismo è stato già sfruttato da qualcuno più importante di me, diciamo che, nella seconda accezione del termine, spero di essere un “demoralista”.
Un altro fattore che compone la mia perplessità riguardo l’uso indifferenziato e facile della parolaccia, è l’idiosincrasia per le mode. Dal ’68 in poi la parolaccia è stata sdoganata. Ormai la può sfoggiare con nonchalance da pret-a.porter anche il distinto professionista, e nei “salotti-bene” le gran dame si mettono spesso e volentieri in bocca un “vaffà…” o un “eccheccà…”.
Ecco, quando ti dicono che una cosa “la devi fare”, è proprio la volta buona che comincia a starmi sui “cogl…i la prima mela”…Vedete? Non posso nemmeno scrivere liberamente senza andarmi ad intorcinare in una subdola labirintite d’incoerenza dimostrativa.
La questione sta nel saper cogliere il paradosso: in un’epoca in cui tutti vogliono essere trasgressivi, e il farsi di coca ha sostituito la valenza sociale del bersi un chinotto al “Bar sport”, il vero Jim Morrison dei giorni nostri è l’impiegato del catasto che va a letto alle nove e mezza, dopo aver sorbito tempestina scotta in brodo di dado.

E qui veniamo al punto del mio discorso. Se stento ad usare la parolaccia con eccessiva disinvoltura, è perché nei confronti di essa nutro un rispetto linguistico considerevole.
L’etimologia dell’aggettivo “osceno” non è accertata con sicurezza. Esiste tuttavia un’ipotesi particolarmente suggestiva, anche se, con ogni probabilità, non molto fondata (ma io la uso lo stesso, va mo’ làh!). Stando a questa etimologia un po’ leggendaria, l’«o-sceno» si rifarebbe all’idea di un allontanarsi dalla scena, dapprima intesa in senso teatrale stretto ed in seguito ampiamente metaforizzata.
Se la scena è un luogo in cui vigono determinate regole, tirandosene fuori aderendo all’«o-sceno», si manifesta anche l’intenzione di non sottostare, seppur momentaneamente, a quelle regole.
Già qui, emerge una prima contraddizione, molto parente della faccenda della coca e del chinotto. Se l’uso della parolaccia è un tirarsi fuori dalle regole, ma poi quando mi trovo “fuori dalla scena”, rendo a sua volta l’osceno una regola, capite bene che c’è qualcosa che non quadra.
Dobbiamo allora capire meglio in cosa consista questo “portarsi fuori dalla scena”, questo «o-scenizzarsi», che credo si possa differenziare in due tipologie.
C’è l’«o-scenizzarsi» del pronunciatore seriale («serial teller»?) di parolacce, che assomiglia molto ad un ripiegamento in ritirata, al proclama di una sconfitta, di una resa. Il parolacciaio compulsivo ha l’aria di uno che si tira fuori dalla mischia dialettica, che rinuncia a combattere la battaglia argomentativa secondo le regole a disposizione di tutti i contendenti che calcano la scena della discussione, e si avvale, al limite della slealtà conclamata, di armi non convenzionali.
La cosa ricorda un celeberrimo passaggio del primo Indiana Jones (se non vado errando la citazione…), una scena in teoria divertente, ma in pratica piuttosto sgradevole, nella quale si vede l’archeologo castigamatti fronteggiare in singolar tenzone un fiero guerriero vagamente arabescato. Il feroce saladino brandisce il suo spadone nell’aria con grandi urla e strepiti intimidatori, Indiana lo guarda un po’ con aria di sufficienza, tira fuori il revolver, e lo fa secco col sorriso sardonico sulle labbra.
Un comportamento simile lo tiene l’abusatore di parolaccia.

C’è tuttavia anche l’«o-scenizzarsi» di chi si pone in sintonia più genuina con il linguaggio, di colui che rispetta la parolaccia in quanto evento straordinario. Questo tipo di utilizzatore oculato della volgarità sa che l’atto del “discendere dal palcoscenico” merita lo sforzo, solo se il luogo in cui ci si sposta è una riserva privilegiata della lingua, e non un insipido hard-discount di termini ormai svuotati della loro preziosità semantica a causa di un usurante utilizzo inflazionistico.
Ma non solo.
La parolaccia centellinata assume sfumature ludiche fra amici che, nel lungo tempo della loro conoscenza sempre più approfondita, hanno lentamente contrattato una complicità in crescendo giocoso.
E andando ancora oltre: nella sua più raffinata pertinenza linguistica, l’oscenità sa anche innalzarsi fino alle vertiginose altitudini delle cime innevate dal candore delle verbali schermaglie erotiche, laddove la parolaccia si fa diamante multi-sfaccettato nel torrido crogiolo della passione dialogica più intima, intessuta fra due esseri parlanti che stanno amando.

Ecco dunque la serie di motivi per i quali mi pare che l’utilizzo un tanto al chilo della parolaccia costituisca pratica banalizzante, nonché sintomo di trascuratezza linguistica.
Insomma: ad essere osceni, ci vuole tatto…acciderbolina perbaccosa!!!...che poi va a finire che m’indispettisco…e uffa!!!




domenica 31 gennaio 2010

No one there to tell us what to do




Avevo promesso alla mia metà di chimera bloggereccia, Farly the Farliest, di non mettere mai, possibilmente, brani dei Beatles, perchè sono ormai a tutti troppo noti, troppo familiari.
Se mi permetto di fare un'eccezione alla regola questa sera, è solo perchè la canzoncina che ho scelto è fra le meno conosciute e poi è una delle pochissime scritte da Ringo Starr, ma soprattutto perchè fra le sue note si cela la più profonda essenza dello spirito da prima media :-)

sabato 30 gennaio 2010

Lassù qualcuno ama Gillipixiland

Gillipixiland è proprio un posto strano.
Va beh, un po’ già lo si era capito, anche semplicemente dando un’occhiata a quale bizzarra scaturigine d’umano individuo abbia potuto sgorgare da quella plaga semisurreale e sperduta fra le righe di questo blog: ossia me stesso medesimo, io, in persona virtuale.
Ma ieri mattina gli eventi atmosferici “hanno sentenziato” in maniera più inequivocabile del solito. Salgo sulla 313 GT per recarmi alla volta della “urbis apis laborans” e un muro di nebbia mi abbraccia amorosamente. Quando dici “un muro” di nebbia riferendoti ad un posto normale, ti aspetti una metafora un po’ caciarona e qualche filo di foschia quando ti metti per strada.
Quando dici “un muro” di nebbia a Gillipixiland, pensa senza troppe remore a veri e propri mattoni di vapore acqueo lattiginosi e densi come il burro, ben legati insieme da una malta di rugiada opaca come la sintonia dei canali Rai sul digitale terrestre, così come si vedono da queste parti.
Pensa pure a tutto questo, che non ti sbagli di un micron.
Fino a qui dunque, tutto Gillipixilandianamente regolare.
La cosa stupefacente è tuttavia accaduta quando ho varcato il confine comunale, attraversando il ponte sull’acqua piccola: niente più nebbia, puff!!! svanita d’incanto, svaporata via come il fumo del cotechino dopo una bella soffiata. Visibilità perfetta dagli Appennini alle Ande!
E’ stato lì che ho pensato: «Gillipixiland è un posto unico, ha persino l’esclusiva nebbiosa riservata! Si può avere più culo di così?!?!?».

Scommetto che ogni abitante di ogni piccolo paese italiano, di ogni frazione, di ogni crocicchio che sfiori anche lontanamente l’idea di località, penserà di vivere in un posto unico.
Ma Gillipixiland è più unico degli altri (a dimostrazione immediata della precedente affermazione). Per certi versi questa è la grande ricchezza del nostro tessuto territoriale, e per altri aspetti è una delle sue prime vulnerabilità.
La diversità è l’humus italiano più prezioso. Il predicozzo modernista tanto caro all’efficentismo modaiolo dei giorni nostri: “bisogna essere più competitivi”, è un pleonasmo già superato storicamente dalla nostra trama sociale a strette maglie campanilistiche. Se sei uno dei 123 abitanti, originari del sasso, di Sgundarolo di Sotto sul Minchio, col cacchio che ti lasceresti superare su qualsivoglia termine di competizione (mettiamo l’annuale gara di lancio della formaggetta “spussona” stagionata 52 anni), da uno qualsiasi dei 112 abitanti di Sgundarolo di Sopra sotto il Minchio.

E’ così che ogni piccola comunità italiana percepisce sé stessa ed è così che ho sempre percepito fortemente Gillipixiland. Al di sopra ci sono anche una Provincia, poi una Regione, poi uno Stato. Ma quella decina di km. quadrati su cui Gillipixiland si adagia, nella mia percezione hanno sempre formato un’isola anarcoide ed apolide lanciata a razzo fra le nebulose dello spazio senza confine originato dalla singolarità e dall’originalità delle teste dure che la popolano.
Ho conosciuto moltissimi tipi umani fra gli abitanti di Gillipixiland, soprattutto certi vecchi che ormai purtroppo non ci sono più. Gente così ostinata, orgogliosa della propria opinione, che, per dire, si fosse trattato di non dare ragione ad un proprio rivale in una discussione, sarebbe stata disposta ad ammettere che una martellata sul ditone del piede fa godere (previa sperimentazione in prima persona, “et coram populo”, della martellata in questione, ovvio…). Ma gente poi disposta a fare i sacrifici più duri per aiutare magari il medesimo “avversario d’opinione”, nel caso questi si fosse trovato di fronte a difficoltà della vita concrete e serie.

L’orgoglio auto-esiliante dei Gillipixilandiani entro i confini della propria singolarità, un tempo si esprimeva ai suoi massimi livelli anche nel contesto del campionato calcistico provinciale. Il “Gillipixiland Stadium” (in realtà un campetto spelacchiato, chiazzato spesso di margherite, denti di leone e radicchio selvatico…) è sempre stato il terrore delle tifoserie avversarie. In quelle due ore di partita, essere un abitante del paese avversario di turno corrispondeva alla peggiore onta immaginabile fra le infamità umane, e i furiosi florilegi d’insulti all’indirizzo dell’orda barbara si sprecavano e si distinguevano per fantasia e creatività belluina.
Però Gillipixiland è stata storicamente anche la terra di tanti emigrati nei luoghi più lontani del globo, e negli ultimi anni, la terra di accoglienza di numerosi immigrati da molto lontano.
Mi domando spesso se tutto questo patrimonio di umanità così singolare non stia imboccando, come tutti gli indizi demografici farebbero presupporre, il proprio inesorabile viale del tramonto.
Ma poi capita di ritrovare certi vecchi, magari partiti 40 anni fa, andati a vivere a Genova, Milano oppure Roma, per una vita, che tornati qui riprendono a parlare il contorto dialetto locale con una precisione sbalorditiva nella pronuncia e nella nostra cavernicola dizione, come se si fossero assentati solo per cinque minuti, giusto il tempo di una pisciata.
E capita anche di sentire la medesima parlata familiare farsi strada timidamente ma con modi giocosi e liberi, sulle labbra dei nuovi ospiti giunti da terre lontane, albanesi, marocchini e altri.
E allora viene da dar ragione a quello che mi diceva ieri mattina quel gran batuffolo di nebbia che demarcava i confini di Gillipixiland: questa terra sarà sempre se stessa, di qualsiasi colore saranno gli occhi che la sua gente poserà su di essa in futuro, qualsiasi ritmo seguirà il battito dei loro cuori.

martedì 26 gennaio 2010

Il fascino discreto dell’ironia storica

Quest’anno la «Giornata della memoria» (27 gennaio: data che nel 1945 vide la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz) ricorre proprio mentre mi trovo nel pieno della lettura di un testo molto importante per quel che riguarda le tematiche connesse alla Shoah e a tutto il periodo storico relativo. Il libro in questione è un ponderoso doppio tomo intitolato «Storia del Terzo Reich» (Edizione Einaudi, ristampa recentissima), realizzato sul finire degli anni ’50 da un eccellente giornalista statunitense, William L. Shirer.
La cosa è capitata un po’ casualmente.
Nel periodo di Natale, mi ero visto «La caduta», film che racconta le ultimissime ore del terrificante regime hitleriano. Da lì, mi è venuto voglia di approfondire ulteriormente l’argomento. Il fatto che questa sequela di interessi storici mi abbia colto proprio fra dicembre e gennaio, è stato dunque una coincidenza pura. Ma questo mi porta ora ad affrontare con animo diverso la giornata da alcuni anni tradizionalmente dedicata al ricordo dell’Olocausto.
Non è certo mia intenzione tentare nemmeno un timido abbozzo di sintesi dell’interessantissimo libro in questione. Primo perché non sono assolutamente un esperto della materia, per cui non mi azzarderei nemmeno ad addentrarmi più di tanto nel merito degli aspetti “tecnici”.
Secondo perché, non solo il contenuto è di una complessità e di una “diramazione” tematica straordinarie, ma rappresenta già esso stesso la grandiosa sintesi di una mole immane di documenti (diari, trascrizioni di discorsi, verbali di eventi ufficiali, atti del processo di Norimberga), completati per giunta da tantissime testimonianze dirette dell’autore, che fu prestigioso corrispondente dalla Germania per diversi quotidiani USA e per la radio, proprio nel pieno del periodo in questione, conoscendo di persona anche tantissimi protagonisti delle vicende trattate.
Per quel che vale la mia parola di profano dunque, supportata anche dall’avallo di qualcuno che in campo storiografico ha più autorevolezza di me (…grazie Yoss!), posso dire solo che si tratta di un gran bel libro (pur con alcuni limiti tipici dell’ancora “acerbo” clima culturale del secondo dopoguerra), consigliabile (se non ci si spaventa di fronte a circa 1700 pagine di lettura) a chi vuole saperne di più a proposito di uno dei deliri più folli nei quali l’umanità si sia avventurata nel corso della sua lunga vicenda.

Quel che posso tirar fuori io, sono invece alcune considerazioni volanti e probabilmente alquanto disordinate, com’è mia consuetudine.
Non nascondo che questo periodo storico ha sempre suscitato in me un certo interesse. Così come lo hanno sempre suscitato le vicende del totalitarismo sovietico, quelle della follia cambogiana, oppure i passaggi salienti della sanguinosa guerra del Vietnam, o ancora i fatti degli “anni di piombo” in Italia.
Mi sono chiesto spesso il perché.
Chi di voi di tanto in tanto ha letto anche solo qualche riga di ciò che scrivo qui su, avrà ormai capito che definirmi moderato è un eufemismo. Sarebbe più giusto dire che sono la stasi emotiva fatta persona. Un bradipo è cento volte più animoso di me, e probabilmente, un ettogrammo della mia flemma sarebbe bastato a mandare a carte quarantotto tutto l’impeto della Rivoluzione francese.
Eppure, come mai, al di là della normale curiosità che mi fa avvicinare un po’ a tantissime dimensioni dello scibile umano, proprio quei periodi così terribili e violenti sollecitano in maniera così particolare il mio desiderio di conoscere?

Una delle possibili risposte che mi vengono in mente potrebbe essere questa: il male è sì contraddistinto da una propria sconvolgente banalità, come disse Hannah Arendt. Il male è persino burocratico nella stupefacente “eccellenza” dei livelli di ottusità verso i quali è capace di spingersi.
Ma, nel suo modo diabolico e contorto, il male sa essere anche tremendamente “fascinoso”.
Questa cosa si evince in maniera eclatante dal fenomeno nazista. Per certi versi si può dire che quel regime fu concepito come una perfetta e tremendamente perversa “macchina estetica”.
Insieme alla coercizione fisica vera e propria, alla violenza pratica applicata sistematicamente per imporre la propria logica di sopraffazione antilibertaria, il nazismo vide essenzialmente fra le sue componenti principali anche una possente «irregimentazione» dell’immaginario di un popolo.
La consapevolezza dell’esistenza di questo fascino potenziale contorto e subdolo, aiuta già parecchio a difendersi da esso e a mantenersi all’erta riguardo al suo possibile strisciare “sottotraccia”, rinnovato in inediti fenomeni storici a venire.
Ma esiste comunque una “cartina di tornasole” particolare, capace di mettere in evidenza la natura ingannevole e fallace del fascino del male: la grazia e la sottigliezza dell’ironia storica.

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Ad un certo punto dell’avvincente narrazione di Shirer, vengono ricordati gli avvenimenti che si verificarono quando il fascino fasullo del male nazista si trovò a confrontarsi con il reale senso della bellezza vera, che non può essere composta da altri ingredienti che non siano la tensione (sempre a carattere asintotico: è importante!) verso il vero e verso il giusto, e l’amore più disinteressato per i valori della libertà dello spirito.

Su tantissime questioni il nazismo riuscì ad ingannare il popolo tedesco (che, non va dimenticato, a buona parte di quella sciagurata avventura concedette il proprio “complicato” consenso), ma non riuscì a renderlo completamente cieco di fronte alle espressioni genuine del “bello” reale.
Racconta ad esempio Shirer di come il regime si oppose alla ricerca estetica dell’arte moderna. Questo frangente storico merita di essere menzionato per i suoi risvolti grotteschi, che se non fossero legati all’angosciosa tragedia di tutto quel periodo, si potrebbero quasi considerare straripanti ben addentro l’ambito di competenza della comicità.
Per ordine di Hitler, i principali musei del Reich vennero “epurati” di molti capolavori di quella che nel farneticante linguaggio del regime era definita “arte degenerata”. 6500 importanti dipinti dei più grandi autori, fra i quali Grozs, Kokoschka, pezzi inestimabili dell’Espressionismo tedesco, Van Gogh, Cézanne, Gauguin, Matisse, Picasso, molti impressionisti, vennero nascosti al pubblico, messi al bando per imporre il monopolio dell’unica arte che nella logica malata di quei pazzi poteva considerarsi degna di essere chiamata con questo nome. Una grande raccolta di queste tronfie croste di autori di “pura ispirazione ariana”, grondanti nauseabonda retorica ed irritante servilismo culturale, venne radunata per indicare al popolo la “vera via” dell’arte.
Ci racconta Shirer che nemmeno lo stesso Hitler, recatosi a visitare privatamente in anteprima l’accozzaglia di banalità e squallori, riuscì a tollerare la sensazione soffocante di schifezza che promanava da quei pezzi di tela impiastricciati, e in un accesso irrefrenabile di sincerità, sferrò liberatori calcioni nel bel mezzo di più d’uno di questi dipinti espressione della “nuova arte germanica”, proprio grandi pedate ben assestate con i suoi stivaloni totalitari, aprendoci sopra puri squarci ariani. Come dicevo prima, se dietro non ci fosse tutta la tragedia che sappiamo, ad immaginare la scena di un Führer incacchiato che scalcia contro i sommi capolavori dell’eccelsa arte di regime, ci sarebbe da schiantarsi dalle risate.
Ma non finì qui.
Il perfido ministro della propaganda del Reich, il claudicante dottor Joseph Goebbels, rifulgente di tutta la sua storpia perfezione ariana, pensò bene di organizzare, con tutte le vere opere d’arte moderna sequestrate, una seconda esposizione. Lo scopo era quello di offrire alla gente una chiara dimostrazione della “degenerazione” degli artisti banditi. Andò a finire che la “contro-mostra” fu un successo incredibile.
Lo stratega culturale del Reich, dopo essersi roso etti ed etti di fegato, si trovò costretto a chiudere in fretta e furia l’esposizione, per mettere fine all’afflusso di folla assetata di bellezza vera, affamata della libertà di esprimersi e di pensare.
Destino non tanto dissimile toccò agli altrettanto mefitici lungometraggi di regime, che venivano addirittura fischiati nelle sale, tanto erano tediosi, stucchevoli ed inutili, mentre le poche innocue pellicole americane lasciate passare dalla censura, pur nell’inoffensività della loro pochezza, venivano avidamente assorbite dagli spettatori come dalle sabbie di un deserto afflitto da una terribile arsura estetica.
Leggendo queste cose, pur nella mestizia di fondo, il mio cuore sorrideva. E il mio ingenuo animo mi ripeteva che sì, il male può spuntarla in tante ed anche terribili battaglie, ma mai risultare vincitore definitivo nella grande contesa della vita.

Il male non è mai portatore di nessuna bellezza. Non lo può essere. Il suo è molto più rozzamente e sbrigativamente il fascino che potrebbe emanare da un «energumeno estetico». Il fascino del male è un eccitante capace di smuovere solo le superfici più “elettriche” dell’esistenza, senza mai riuscire a calarsi nei fondali più segreti e misteriosi, laddove la verità ha la sua casa. Elettricità del male, che inevitabilmente incappa in un corto circuito, quando nella presa di corrente fissata sul muro delle varie epoche degli uomini, prima o poi va ad infilarsi quella dispettosa forcina per capelli che è l’ironia storica.

sabato 23 gennaio 2010

Scatole


Nel dormiveglia, mi è apparsa l’immagine di un oggetto inanimato che pronunziava inopinatamente una frase sibillina. Ho provato a deformare narrativamente quella strana suggestione, e quanto segue è la boiata che ne è uscita: una storia assolutamente senza senso, forse la più alta vetta di delirio mai sfiorata da un vagabondo fra i pensieri…

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La scatola era lì per terra.
Proprio ai bordi della corsia dei biscotti e dei dolciumi, appena sotto una delle scansie. Non era nulla di quanto messo in vendita. Infatti, presumibilmente, non era caduta dagli scaffali. Forse nessuno l’aveva notata prima. Di certo non passò inosservata quando da un qualche luogo che sembrava essere il suo interno, uscì quella che pareva una voce: «Io sono la scatola. Lasciatemi qua!».
Una sorta di limite invisibile si creò all’istante fra un capo e l’altro della corsia, con un margine di quattro o cinque metri dal punto in cui la scatola giaceva.
Nessuno degli avventori, una volta udito il bizzarro proclama, aveva osato fare un passo oltre. Si erano formati così due piccoli capannelli di persone, che si fronteggiavano, la scatola nel mezzo.
«Io sono la scatola. Lasciatemi qua!».
La prima fu una graziosa signora, molto elegante nel suo abitino fantasia, e ben decisa a non lasciarsi strapazzare nel proprio senso della realtà. Figurarsi, da una scatola poi.
Con piglio risoluto, la donna avanzò da uno dei gruppetti di persone, facendo tre passi decisi in direzione della scatola.
Dominando quella bizzarra fonte di loquacità, posta adesso giusto ai suoi piedi, non aveva ancora fatto in tempo a chinarsi, che il tono della scatola si fece particolarmente odioso: «Hai le mutande viola chiaro con fiorellini gialli, troppo aderenti, e devi farti urgentemente anche una ceretta…Io sono la scatola. Lasciatemi qua!».
Il colorito del volto della signora parve quasi riecheggiare all’istante quella segreta tonalità negligente, resa di dominio pubblico in modo così malevolo. Il motivo della vergogna era del tutto infondato, a ben pensarci. Anche in una logica da scatola. Ma nondimeno, nonostante i primi sorrisetti dei presenti avessero gradualmente mutato la loro sfumatura da un deciso cicaleccio canzonatorio ad un ben più rassicurante imbarazzo solidale, la signora fece ritorno mestamente sui propri passi, per eclissarsi alla chetichella, approfittando dell’angolo formato dal reparto dolciumi con la zona delle bevande.
«La scatola vede…»: l’inquietante verità aveva iniziato a serpeggiare sibilata fra i sussurri degli astanti.
In un gruppo di umani che superi la semplice coppia almeno di un’unità, è statisticamente quasi sempre presente il furbo di turno. Nella fattispecie, una ragazza, forte del suo fascino impeccabile e dei suoi pantaloni attillati, si propose come seconda "volontaria", anche se forse proprio nessuno dei presenti l'aveva "voluta".
Ma la perentoria scatola ne aveva anche per lei: «Hai lasciato l’auto nel parcheggio per disabili con un permesso fasullo… Io sono la scatola. Lasciatemi qua!», sentenziò stavolta “la perfida”, bofonchiandoci pure dietro un «...e poi…suvvia: hai le mutande tutte sdrucite!!!».
Stavolta lo spazio per l’eventuale indignazione o per il sarcasmo, se pure ci fu, rimase relegato ad alcuni fugaci attimi, il tempo necessario perché anche l’improvvida ragazza svanisse ormai mezza inosservata.
L’emotività dei due capannelli non aveva margini che per una nuova ondata di strisciante panico bisbigliato: «La scatola ti vede dentro… la scatola sa!».
Sconfortata, la gente si teneva ora a debita distanza dal malefico involucro. Al direttore del negozio, convocato dopo pochi minuti, non rimase che transennare quei perigliosi metri quadrati intorno alla scatola, dando ormai per perse le merci riposte sui ripiani degli scaffali immediatamente circostanti, nella speranza che quel pedante oracolo prismatico non avesse da ridire anche sulle date di scadenza o sui coloranti e i conservanti contenuti.

Alla tv dissero poi che scatole di quel tipo erano proliferate un po’ in tutti i quartieri della città. Presto la notizia venne rimpinguata da altre provenienti da località diverse della nazione, e poi di tutto il mondo.
Era l’invasione delle scatole.
Contemporaneamente, si diffuse anche la voce della scomparsa di tante persone.
Le autorità indagarono e ne uscì che il profilo comune di questi tizi irreperibili parlava di una loro tendenza alla vita ritirata. Erano tutti, chi più chi meno, definibili come sognatori, con una propensione all’abbandono ad amori platonici volutamente mantenuti sempre sulla cresta dell’incompiutezza.
Si erano forse costoro, in virtù di una stravagante metamorfosi, tramutati nelle oracolari scatole?
Non si seppe mai con certezza, ma fatto sta che tutto il clima sociale ne subì una mutazione. Le città, i paesi, le campagne, erano ora costellati da piccoli spazi interdetti alla vicinanza umana, al centro dei quali campeggiava l’enigmatica presenza della scatola di turno.
E a riflettere il paesaggio, ora anche il cuore degli uomini si era adeguato a quella diffusione emozionale a macchie sparse. Tante scatole virtuali costellavano le anime e i sentimenti delle persone, con altrettante zone omertose lasciate impotentemente proliferare all’interno delle coscienze.
Forse solamente un giorno tutto questo avrebbe avuto fine. Forse solo con la venuta di un individuo dall’occhio pulito, dallo spirito assolutamente candido e senza addosso mutande.