domenica 30 agosto 2009

Sto solo qui


E poi vengono dei momenti in cui il viandante per pensieri non vuol sapere nulla di niente.
Solo vedere la pioggia cadere.
Solo sentire le gocce scalpicciare la loro danza.
I neuroni vogliono starsene con la pancia per aria, come gatti sornioni (sornione er sòr neurone?) che stanno solo lì, che è il loro mestiere stare solo lì.
Un tappeto di gocce soltanto stilla quel sottofondo che non si può zittire, perchè la mutezza del pensare è quasi impossibile: avrei potuto avere una vita diversa?
Avrei potuto essere migliore, avrei potuto amare di più, ricevere più amore?
Per oggi non importa.
Oggi la pioggia cade. E il mio mestiere è stare solo qui.




giovedì 27 agosto 2009

Taratatatatatata



Dice: «...Seeehhh, va beh...son cose che succedono solo nei film...».
Dico: «...Eeehhh va beh...pensa se non succedessero nemmeno lì!...».


mercoledì 26 agosto 2009

Panglo...cosa?!?!?


Ancora dello scrivere. Ancora del comunicare e dell'esprimersi. Ancora del leggersi a vicenda e del tentativo di uscire dai limiti della propria interiorità.
Ancora di tutto questo un po', volevo cianciare oggi.

Ci sono dei pensieri che ti lasciano di stucco. Ma non perchè si tratti di pensate particolarmente geniali. Ti lasciano di stucco perchè sono pensieri di un certo fascino, sì, ma soprattutto perchè sono talmente palesi da farti sentire un po' fesso a non averci mai fatto caso prima. Non proprio fesso completo. Solo un sentore di fessitudine garbata.

Tutto è linguaggio.
Questo è il pensiero che mi ha visitato stavolta col suo carico di lieve infessimento.

Che sia stato a suo tempo Dio a dare inizio al tutto, oppure la legge del caos. Che dipenda da un disegno intelligente oppure da uno scarabocchio demente, dal puro caso, da Zeus o da papà Barzetti, fatto sta che ogni essere umano patisce la propria finitezza spirituale ed aspira a proiettare qualcosa di sè all'esterno, dove va cercando una qualche forma di auto-completamento.
Non solo: estendendo il concetto, si può dire che questo incessante e laborioso "dialogo" avviene anche fra ciascun "elemento" della realtà, sia esso animato o no, ed il contesto ad esso più direttamente pertinente. Ogni oggetto o componente o porzione della realtà "aspira" ad affermare la propria essenza, e per fare questo deve in qualche modo "farsi capire" dall'ambiente in cui è calato.
Per questo mi sento di dire che tutto è linguaggio.

E' linguaggio ovviamente la scrittura, come lo sono il parlare, il dipingere, il comporre musica, la creazione teatrale e cinematografica. Sono linguaggio anche la gestualità ed il muoversi nello spazio, è linguaggio ogni tipo di scambio di "fisicità" con gli altri (in primis tutto il repertorio attinente alla sfera affettiva e amorosa).
Sono linguaggio le forme di tutti gli oggetti, quelli progettati nel breve periodo oppure quelli frutto della decennale "modellazione" effettuata dall'esperienza di mille persone che li hanno usati.
Sono linguaggio gli edifici, non solo nei loro aspetti formali, ma anche sotto il profilo del "dialogo" che sono obbligati ad intrattenere con le regole statiche e fisiche, pena la deriva comunicativa in un discorso fallimentare che potrebbe giungere a pronunciare le fatali parole "inutilizzabilità", "instabilità", "pericolosità", "crollo".
Ma, pur essendo in dubbio (se non del tutto escludibile) una effettiva coscienza sottostante, sono linguaggio anche i rituali di caccia o di accoppiamneto degli animali, i colori coi quali un fiore richiama l'ape o respinge il parassita, la struttura seguita della diramazione della chioma di un albero per disporsi in maniera ottimale all'irraggiamento del sole o allo scorrere della linfa.
Spingendo il ragionamento alle sue estreme conseguenze, è linguaggio anche la forma del sasso che nei secoli ha sostenuto le "proprie ragioni" di fronte alla forza impetuosa delle rapide del torrente, è linguaggio l'ingobbamento della collinetta scaturita dai millioni di discorsi intrattenuti con le sferzate dei venti e con gli arrembaggi delle piogge scroscianti, oppure è ancora linguaggio l'elegante silhouette delle stalattiti o delle stalagmiti che nel tempo hanno eseguito la loro paziente danza con la goccia d'acqua, uno degli amplessi più lunghi che si possano immaginare, se solo ci pensate un attimo.

Insomma, in ogni dove e in ogni quando, la pervasiva presenza del linguaggio è tale e tanta che "panglossismo" mi vien voglia di chiamare tutto questo.
E grazie al ca...e grazie al cabernet, mi direte a questo punto!
Non solo ci vieni a raccontare una cosa che già tutti sapevamo, ma ci spacci pure per "neo" un "vetero-logismo" bello e buono.
Già altri prima di me hanno infatti detto che Panglossismo è un termine che indica l'attitudine a credere di vivere nel miglior mondo possibile.
Tuttavia, le mie pretese sono molto più modeste rispetto a questi dotti riferimento Voltairiani.
Il mio di panglossimi dice molto più semplicemente la cosa di cui ho baterato finora: tutto è linguaggio.

Va beh, insisterete ancora voi: anche precisando ciò, l'«acquacaldismo» della tua scoperta si mantiene sempre a temperature tiepidissime.
Vero. Ma ci sarebbero due corollari interessanti che mi piace qui sottolineare.
Primo corollario: se tutto è linguaggio, la vita può essere vista come una continua interessante lettura, un'interpretazione incessante della miriade di segni nei quali siamo totalmente e radicalmente immersi.
Di riflesso, naturalmente, lo scorrere del nostro tempo diventa anche un cimento senza sosta con l'arte di scrivere, ma non solo lo scrivere nel senso letterale del termine, come sto facendo io ora.
Si tratta invece di uno scrivere la nostra esistenza con tutti i linguaggi possibili a nostra disposizione.
Il secondo corollario deriva in qualche modo dal primo: in questo grande minestrone di linguaggi, ciascuno di essi non si dà come un compartimento stagno che parla coi propri mezzi soltanto.
Tutt'altro. L'infinita varietà dei linguaggi è invece calata senza sosta nel turbinio universale degli scambi e delle contaminazioni reciproche.
Basta saper osservare, dare libero sfogo alla propria sensibilità e mettersi in ascolto.
Si potrà cogliere allora una parentela strutturale fra un bel brano di letteratura e un'architettura particolarmente felice. Nella sfumatura melodica di un brano musicale riecheggerà l'eleganza delle movenze di un campione sportivo, mentre il profumo di un fiore rifletterà inequivocabilmente il sorriso della persona per cui batte il nostro cuore in quel momento.
E la cosa bella di tutto ciò, è che possiamo continuamente prendere a prestito parole dai linguaggi più disparati ed apparentemente remoti, per poter dire cose nuove in quelli che ci sono più consoni e familiari.
Come ad esempio lo scrivere.
Ma di questo magari parlerò più estesamente in un prossimo vagabondaggio fra i pensieri.


domenica 23 agosto 2009

Sei già dentro al "tristy hour"...


Con un mio amico storico, ogni tanto ci facciamo un "tristy hour".
La cosa si svolge con modalità assolutamente opposte al ben più noto "happy hour". O meglio, non lo saprei dire di preciso, perchè ad un "happy hour" non ho mai preso parte.
So solo che il nostro convegno, anzichè in un bar alla moda lungo la via principale dello struscio cittadino, o altro locale per esso, si svolge su una solinga panchina nella piazza del nostro paese semi-desertico.
Se un "happy hour" annoverà fra le sue finalità principali la socializzazione, la conoscenza di nuove persone, in un bagno di "bella gente", atmosfera tutta sorrisi e discorsi frivoli vociati al di sopra dell'immancabile sottofondo musicale all'ultimissima moda, un "tristy hour" si prefigge l'assoluta a-socializzazione e discorsi cultural-esistenziali che sfociano spesso e volentieri in derive surreali, mentre si osserva trascorrere nella piazza gente che dire se sia bella o brutta rimane pur sempre ardua sentenza.

Ecco transitare il "fedele d'alettone".
Trattasi di giovinastro afflitto da indole tamarristica congenita, che vive tutta la sua settimana per questa fugace esibizione domenicale. A bordo della sua automobile motoristicamente e carrozzeri-isticamente truccata all'inverosimile come una vecchia baldracca di lungo corso, il "fedele d'alettone" vive il suo momento di gloria estatica nella sgommata in piena piazza, nella sgasata iper-decibelica.
La sua auto non è un'auto, è un altare innalzato all'adorazione del dio Abarth, un santuario votato alla glorificazione di "San Cerchione in Lega".
E se non di solo pane vive l'uomo, il "fedele d'alettone" si nutre e si pasce delle "madonne" e dei "cancheri" invocati alla volta della sua fumosa parata da parte del capannello di pensionati stazionanti nel giardinetto, intorno all'obelisco ai caduti. Si bea degli sguardi di compatimento dei suoi stessi coetanei seduti al bar, soprattutto di quelli delle ragazzine.
Il suo cuore si fa cilindro nel veder la gazzosa andar di traverso alla sua preferita, perchè fin dall'epoca di suo bisnonno gran mago del Landini a testa calda, è perfettamente risaputo che chi disprezza compra.

Sfilano altri personaggi campagnoleggianti, mentre il "tristy hour" si addentra nel suo significato più bizzarro, ovvero il fatto che lì a bordo piazza anche in pieno agosto è praticamente impossibile a-socializzare come si deve.
Passa il vecchietto in bici e ti saluta in tutto lo splendore della sua giovialità ultra-novantennale, passa un altro amico che si ferma un quarto d'ora a fare una chiacchiera.
Si parla di arte, letteratura, cinema d'essai, ingollando birra e pop-corn procurati nel frattempo al bar, ma rigorosamente consumati sulla panchina, rassicurante e gratuito avamposto di diporto estraneo al circuito ufficiale del consumismo di massa (se massa si possono definire i dieci avventori dieci, pigramente spaparanzati sotto il tendone dell'osteria).

Gli ultimi istanti del "tristy hour" vengono quasi sempre scanditi dal passaggio di un altro amico che per me da sempre rappresenta la personificazione della piazza stessa.
E' nato ed ha vissuto sempre lì, il suono delle campane ha scandito quasi tutte le ore di tantissime sue giornate.
Una persona semplice, anzi, una mente semplice, parafrasando anche il nome del suo gruppo rock prediletto, ma di una semplicità profondissima, capace di trasmettere umanità a bizzeffe ed un senso raro dello stare in compagnia con spontaneità e pulizia d'animo.

Su una sua sentenza conclusiva, ci congediamo dalla panchina per oggi, senza stabilire bene la data nè l'ora del prossimo appuntamento, perchè il "tristy hour" non si può calcolare, è affidato al puro caso, quando viene viene.
A chiosa dei nostri saluti, incamminandosi alla volta del bar per l'immancabile caffè post-cena rigorosamente già consumata intorno alle sette, col nuovo tempo record di 5 minuti e 34 secondi netti dalla minestra alla frutta, è con questa clamorosa perla che si accomiata il nostro "amico-piazza":
«Sono sempre i peggiori che se ne restano!...»




giovedì 20 agosto 2009

Scrivere lo sguardo del lettore


Da un altro recente scambio di commenti con la simpatica Scodinzola, ho tratto un nuovo spunto di riflessione che vorrei sviluppare oggi. Il terreno di dialogo era sempre la scrittura e in particolare la scrittura di un blog.
Qualche tempo fa avevo ipotizzato l’esistenza di una certa affinità fra la disposizione d’animo di chi decide di scrivere un blog e quella invece propria del curatore di un diario personale escluso alla lettura di terzi.
Scodinzola, dopo essersi pazientemente sciroppata quel mio antico mattoncino teorico, giustamente mi ha fatto notare la differenza inequivocabile fra un blog ed un diario.
Il blog viene scritto per essere condiviso con altri, nell’ottica di uno scambio di idee.
Per altro verso il diario, se inteso nella sua modalità privata più classica, è una sorta di rielaborazione interiore di pensieri che invece di svanire nelle impalpabili dinamiche del normale flusso mentale, viene in qualche modo fissata sulla pagina.
Questa distinzione fondamentale sembrerebbe escludere ogni analogia fra un blog ed un diario.
Credo tuttavia che esistano sfumature più sottili in grado di farci salvare la capra della differenza ed i cavoli delle affinità.
Quello che mi sembra di poter dire è che il punto cruciale ruoti intorno alla definizione delle identità in gioco.
Anzi, ancor meglio: il fascino dello scrivere un blog oppure un diario, credo stia tutto nel gioco delle identità che si può venir a determinare.
Ecco, bisogna in ogni caso fare due precisazioni.
Innanzitutto, è vero che questo fatto accade un po’ tutte le volte che ci si mette a scrivere e in qualsiasi ambito lo si faccia, ma nel blog e nel diario succede forse in misura più marcata.
Inoltre, va anche precisato che la cosa riguarda probabilmente meno la dimensione dello scrivere a fini informativi: i blog che ricalcano in qualche modo le modalità giornalistiche, sono quindi meno toccati dal “fenomeno” del gioco di identità.
Ma per tutti gli altri casi, le affinità fra blog e diario calzano particolarmente bene se vengono considerati sotto l’aspetto del gioco delle identità. Non sto parlando dell’atteggiamento ingannevole di chi consapevolmente scrive con l’intento preciso di spacciarsi per un’altra persona.
Intendo invece tutti i modi “normali” di scrivere un blog o un diario. In queste occasioni, a mio modesto parere, è quasi inevitabile lasciarsi affascinare dal meccanismo stesso della “sperimentazione identitaria” che è proprio di queste due modalità di approccio alla parola scritta. Non si tratta tanto di “fingersi” altre persone, ma di “immaginarsi” altre persone. E’ un modo come un altro per tentare di superare l’oppressione causata dalla finitezza delle nostre esistenze.
Questo non significa “fuga dalla realtà”. O se preferite, sì, è anche un po’ fuga dalla realtà.
Ma si fugge da quelle parti di realtà che più ci fanno sentire limitati, conchiusi in un preciso perimetro fatto di spazi, di tempi e di identità personale troppo definiti.
Scrivendo su un blog o su un diario si vestono i panni di un Io “a maglie larghe”, un Io che può permettersi lussi non concessi a quel “povero diavolo” dell’Io concreto. E capita che la stessa “metamorfosi” venga applicata dallo scrivente anche al lettore, che viene immaginato un po’ a proprio piacimento.
Per questo importa poco che un diario sia destinato (almeno in teoria) a non essere letto da nessuno che non sia il suo creatore. Dietro le parole da noi plasmate c’è sempre un lettore immaginato, presente o futuro.
Per farla breve, curare un blog o un diario significa mettere in atto una sorta di piacevole “autoinganno”: siamo noi che scriviamo, ma al contempo non siamo completamente noi, siamo anche altre persone, così come labili e vagamente delineati nella nostra fantasia sono pure tutti i possibili lettori che ci ritagliamo su misura nel nostro dialogar-monologando.
Scrivendo un blog o un diario, si può infine provare l’esperienza emotiva di sentirsi singoli e plurimi allo stesso tempo, uno e tanti, nord e sud, Yin e Yang, scrittore e lettore fusi insieme in un unico essere modellato sulla volatilità della parola scritta.

Insomma, so che il discorso apparirà piuttosto contorto, ma questo non è niente rispetto a quanto potrete leggere nel seguente brano di William Faulkner, che mi ha dato il La per tutta la sbrodolata scritta sopra, nel tentativo di definire meglio il tema scaturito dallo scambio di battute con la cara Scodinzola:

«… - Bisessualità emotiva, - disse Fairchild.
- Sì. Ma lei cerca di conciliare questo libro e l’autore. Un libro è la vita segreta dello scrittore, il gemello nero di un uomo: non si possono conciliare. E per lei, quando si verifica lo scontro inevitabile, l’io vero dell’autore è quello che affonda, perché lei è uno di quelli per i quali il fatto e l’illusione acquistano verosimiglianza solo perché sono stampati.
- Forse sì, - disse Fairchild, distaccato, meditando nuovamente su una pagina. – Ascolti:

Labbra che sembran più stanche di tutto il tuo corpo stanco
Sembrano più stanche per il sinuoso, pallido e astuto

Quieto enigma del tuo volto segreto, e per la tua
Disperazione malata, ossessionata dal suo stesso male:

Non posare la tua mano di ragazzo sul tuo cuore per protestare
Che il sorriso concilia la tua bocca stanca,

Perché il giurarlo non ti fa ingannare

Dalla gioia segreta del tuo seno di donna.


Stanca la tua bocca sorridendo; puoi stringerti
A te stessa e saziare la tua sete di baci?
Il tuo risveglio di vergine si beffa di se stesso
Con l’acuta essenza del sonno, svegliandosi così,
E vicino alla tua bocca si cela il dolore del cuore gemello

Che nessun petto separa dal tuo: non si può spezzare.


- “Ermafrodito” – lesse. – Ecco di cosa si tratta. E’ una specie di pura perversione. Come un fuoco che non ha bisogno di alimento, che vive del proprio calore. Voglio dire che tutta la poesia moderna è una specie di perversione. Sembra quasi che i giorni della poesia sana siano passati per sempre, che i moderni non nascano più col dono per scrivere versi. Altre cose, lo ammetto. Ma versi, no. Si direbbe che gli uomini oggi non sian più abbastanza maschi e vigorosi per occuparsi di una cosa che è quasi contro natura. Una specie di razza sterile: donne troppo maschie per concepire, uomini troppo femminei per generare….».

“Zanzare”
William Faulkner - 1927



domenica 16 agosto 2009

Piccoli nobili fumi

T.W.: «Tu mi ci vedresti con la divisa, figliolo?»
K.W.: «Adesso no! Ma l’hai indossata, durante la guerra civile!»
T.W.: «Non proprio. Anche allora facevo spesso di testa mia. Come sai, sono sempre stato refrattario alla disciplina, fin da giovane…»
K.W.: «Capisco quel che vuoi dire…tu non potresti mai obbedire ciecamente a un ordine! Sentiresti il bisogno di discuterlo o quantomeno…»
T.W.: «Quantomeno vorrei poter ragionare con la mia testa, proprio così…Ecco perché non sarei mai un buon militare…»

Il T.W. di questo scambio di battute non è, come magari si potrebbe anche ipotizzare forzando un po’ l’immaginazione in direzione intellettualoide, il grande drammaturgo americano Tennessee Williams.
E nemmeno dovete pensare che il suo interlocutore, K.W., rappresenti una sorta di alter ego immaginato dall’artista in atmosfere dal sapore kafkiano (“Kappa Williams”?) per sostenere questa sorta di dialogo con sé stesso.
T.W. è invece molto più semplicemente Tex Willer, il glorioso eroe del far west nato ormai mezzo secolo fa dalla fantasia di Giovanni Luigi Bonelli, mentre K.W. è il baldanzoso figlio di Tex, il giovane Kit Willer, anche noto col suo appellativo Navajo di Piccolo Falco.
Si fa presto però a dire “molto più semplicemente”.
Perché quello che sono andato notando nel corso degli anni, nella mia veste di fedele (anche se “intermittente”) lettore di Tex, è stata una crescente “raffinazione” del suo linguaggio, una progressiva cura riposta nella energia espressiva delle storie di volta in volta proposte. Questo sia dal punto di vista delle sceneggiature, sia per quanto riguarda il disegno e l’impostazione grafica.
In altre sedi molto più dotte di questa, ci si è posti la domanda se il fumetto possa essere considerato una forma d’arte oppure no. Mi viene in mente ad esempio il bellissimo “Apocalittici e integrati” di Umberto Eco, che propone spunti di riflessione geniali sul tema.
Naturalmente, non saprei rispondere all’ardua domanda, ma alcune considerazioni le posso fare.
Per prima cosa, direi che il fumetto deve essere considerato una forma di comunicazione di tutto rispetto. Il fumetto ha inaugurato un modo di esprimersi, di raccontare, totalmente peculiare della nostra epoca (intendendo, molto grossolanamente, il periodo dal secondo dopoguerra in avanti, oppure anche qualcosa un po’ prima).
Già per questo è degno della più alta considerazione, ma a ciò si aggiunga che della nostra epoca il fumetto è anche uno specchio quanto mai efficace. Poche altre forme espressive ne hanno saputo cogliere infatti ad un tempo la superficialità e la complessità, la banalità e la sua effettiva “articolazione sotterranea”. Poche altre forme espressive (penso però anche al cinema) riescono a cogliere la nostra epoca nella sua caratteristica principale di “tempo che si consuma velocemente”.
Questo accade perché fumetto e realtà moderna parlano praticamente lo stesso linguaggio, o perlomeno molto simile.
Un’altra osservazione che mi viene da fare (e qui ritorno in sostanza al dialogo fra Tex e Kit Willer, tratto dal “Texone” n. 23 del giugno scorso, intitolato “Patagonia”) è che con il tempo il linguaggio del fumetto si è evoluto fino a raggiungere livelli qualitativi in grado di trasmettere al lettore esperienze estetiche dotate di un valore di prim’ordine.
Questa elaborazione naturalmente è passata prima attraverso l’opera di diversi pionieri sperimentatori di soluzioni innovative in questa forma d’arte. Nella mia ignoranza fumettistica, mi viene da citare solo i clamorosi esempi della genialità di Andrea Pazienza, oppure della complessità e della raffinatezza narrativa di Hugo Pratt. Ma chissà quanti altri eccelsi autori saprebbe citare chiunque ne sappia un po’ più di me della storia del fumetto.
I colpi di genio dei grandi sono poi trapelati pian piano anche a livello di una produzione “più corrente”, in cui senza dubbio anche Tex rientra, e la lezione dei maestri è stata assorbita sino a far sì che si ottenesse un pregevole innalzamento generale della qualità di questa “forma d’arte-non forma d’arte”.
Un dialogo come quello riportato in apertura, probabilmente sarebbe stato difficile leggerlo alcuni anni fa in un fumetto come Tex o in altri della stessa “categoria”. Non che rappresenti una rivoluzione “intimista” sconvolgente, ma introduce delle sfumature d’animo del personaggio, delle riflessioni personali di una certa profondità, che lasciano adito ad un’ampia dimensione di dubbio.
Si sente nelle battute fra Tex e suo figlio Kit tutta una “contaminazione” con tematiche assorbite da un certo tipo di cinema western anni ’70, che hanno introdotto la figura dell’eroe che oltre a combattere i propri nemici è chiamato ad affrontar anche la sfida con una propria interiorità problematica.
Naturalmente il tutto è risolto sempre con le dinamiche brucianti del fumetto: non c’è tempo di soffermarsi troppo sui rimescolii d’animo personali, nel giro di alcune tavole il nostro eroe deve già essere pronto e scattante per massacrare a sganassoni lo smargiasso di turno o per difendersi da un agguato proditorio teso da una banda di balordi.
E probabilmente nemmeno si sarebbero potute vedere qualche tempo fa due tavole come le seguenti



che introducono il punto di osservazione della storia attraverso i piccoli dettagli quotidiani o drammatici.
Oppure come queste



anch’esse chiaramente debitrici al cinema di un certo modo di trattare il ritmo della narrazione visiva attraverso il montaggio delle inquadrature successive.

La contaminazione di linguaggi può tuttavia funzionare in alcuni casi in entrambe le direzioni, come succede in questa ultima sequenza di “fotogrammi”


è vero infatti che anche qui il narrato deriva senza dubbio da un’ispirazione di base “filmica”, ma in questo caso il fumetto si prende la sua rivincita amplificando l’effetto con un proprio mezzo modestissimo e tuttavia precluso al cinema, perlomeno in una forma così diretta, ossia l’allargamento del campo dell’inquadratura per enfatizzare l'effetto.

(Tutte le tavole, anche se riprodotte un po' malamente, sono tratte dall'ultimo episodio di Tex della serie "ufficiale", il n. 586 dell'agosto 2009, intitolato "Giochi di potere").

sabato 15 agosto 2009

Ferragosto nichilista


Ciao ragazzi,
Vi dicevo ieri che il Ferragosto mi butta un po' giù, ma che avevo imparato a parare il colpo...
Uhm...la giornata di oggi mi ha un po' smentito.
All'inizio l'avevo presa su piuttosto male, ma poi passando a dare un'occhiata al sempre egregio blog di Galatea, ho letto un bellissimo brano che mi ha fatto andar per pensieri ed ho finito per tirarmi su di morale scrivendo di nichilismo...
Mi è venuto fuori un commento piuttosto lungo, e ho pensato di riportarvelo qui di seguito.

***

Dal momento che quando mi vengono a dire che una cosa “bisogna” farla, mi scatta dentro un giramento di sfere che piuttosto che fare quella specifica cosa, andrei in ginocchio da casa mia al Polo (Nord o Sud, a scelta); e siccome che ho sentito dire oggi al tg5 che dalla costa alle cime montuose il verbo è uno solo: “divertirsi”…ecco, oggi piuttosto che divertirmi (tanto più se me lo viene a dire il tg5), mi voglio rompere le balle ben bene e parlare di nichilismo.

Premetto che ho letto con grande piacere il tuo bellissimo brano, Galatea (quando una persona è nata per scrivere, non ci sono storie! Sapresti raccontare la lista della spesa facendo provare comunque sensazioni di bellezza...grande!!!), e ne condivido la sostanza.
Mi è piaciuto soprattutto quando dici che affidarsi alla ragione vuol dire sostenere uno strumento di confronto con la realtà consapevoli di tutte le sue debolezze, ma consapevoli anche che di meglio non abbiamo a disposizione. Questo è il passo fondamentale del tuo brano e nessuna contro-tesi lo potrà mai confutare.
Volevo tuttavia portare un paio di spunti di riflessione in più, anche per sapere il tuo punto di vista in merito.
Una prima cosa che mi viene da dire riguarda le questioni indimostrabili, come è appunto l'esistenza o no di Dio. Ciò che mi viene da dire su questo è che di fronte ad ogni questione indimostrabile non si può fare a meno di porsi con un atteggiamento di fede. Sia che si neghi l'esistenza di Dio, sia che la si affermi, entrambe le tesi necessitano di una scelta fatta su basi indimostrabili, non razionali né “razionalizzabili”.
So che questo ragionamento ha un suo lato debole: è piuttosto contraddittorio in effetti, o perlomeno problematico, sostenere che chi non crede in Dio dovrebbe fornire la dimostrazione di una “inesistenza”. In realtà l'obiezione è di notevole portata, ma per attutirla un po' mi verrebbe da ribattere che una sorta di aspirazione verso l'eterno, verso l'infinità dell'essere, si può considerare pressoché connaturata all'essenza umana.
So che quanto sostengo è ancora più debole, ma in proposito mi viene in mente ad esempio lo stato di trasporto che si prova quando si ama, oppure quando si gode di un'opera d'arte, o ancor più quando si possiede il dono di crearla addirittura un'opera d'arte. Non sono tutti questi indizi che fanno subodorare, sperare, anelare alla possibilità di un superamento della nostra finitezza in questo mondo, ad un possibile travalicamento della nostra mortalità?
A questo punto, tornando a quanto dicevo sopra, dire se questa eternità intuita sia plausibile o no, è questione di fede, qualunque sia una delle due posizioni possibili per cui si opta.
Ma il punto importante, e qui ritorno a cose che hai detto anche tu Galatea, è che qualsiasi delle due posizioni uno scelga, dovrebbe, per così dire, “farsela bastare” senza andare ad aggredire chi la pensa in modo opposto.

Una seconda cosa riguarda proprio la parola “nichilismo”. Se uno analizza con calma il termine nudo e crudo, ossia osservando l'esatta sua radice, si accorge che di per sé non è quella parolaccia come taluni vorrebbero far credere. Deriva dal latino “nihil”, ossia “niente”, “nulla”, lo sa persino un ignorante come me.
In questo senso sì, penso che chi crede che con la morte la nostra esperienza si concluda definitivamente, sia un nichilista. Ma proprio nel senso stretto del termine e senza fare tutte quelle menate scandalistiche, tirando in ballo assurdi paragoni col nazismo e vaccate simili.
Il nichilista è semplicemente, e letteralmente, colui che crede che un giorno dal nostro stato di “essere” passeremo ad uno stato di “nulla”. E qui sorge il “piccolo” dubbio se sostenere questo sia razionale e filosoficamente coerente.
Parmenide (e mica un ignorante come me, si badi bene) sosteneva che il passaggio dall'essere al nulla è un concetto filosoficamente insostenibile. Con le stesse categorie di pensiero, si può bollare di inconsistenza anche l'altro capo della questione, ossia quello di una eventuale creazione: così come l'essere non può mutarsi in nulla, altrettanto assurdo è sostenere che l'essere sia derivato dal nulla, ossia sia stato creato. A rigore filosofico, l'essere non sarebbe un'entità quantitativa una tantum, che in un momento c'è, in un altro momento non c'è, in un posto esiste, nell'altro esiste meno. L'essere è tutto, ed è presente dappertutto e per sempre, ossia è eterno.
Queste tra l'altro sono anche le basi (anche se da me riportate un po' “cagnescamente”) del pensiero di uno dei più grandi filosofi contemporanei, Emanuele Severino.

Insomma, tutto qui, Galatea. Volevo solo portare questo mio piccolo contributo alla questione, ma soprattutto sono fiero di non aver seguito il “verbo” del tg5, e di certo mi sono divertito a scrivere queste righe, ma non nel modo che dicevano loro!