lunedì 1 dicembre 2008

Provaci ancora S.A.M.

(Foto, e sfotacchiamento sovrapposto, di Gillipixel)

C’è un aspetto del meccanismo cinematografico che mi ha sempre fatto pensare. Si tratta di un elemento narrativo dei film che può essere anche potenzialmente nocivo per l’immaginario collettivo. Va beh, non sto certo parlando di una calamità, rimane comunque un dettaglio sottile. Ma è anche pur vero che qui stiamo andando per pensieri, mica per balene.
Volendo riassumere il fenomeno a cui mi riferisco, con un’espressione sintetica lo chiamerei il “sequenzone accelerato macrotemporale” (S.A.M., per gli amici).
Sono quei “rammendi” che il regista o lo sceneggiatore piazzano ad un certo punto della loro storia per tenere insieme le parti cruciali. L’opera cinematografica in particolare, e quella narrativa in genere, si differenziano dalla vita concreta soprattutto per la soppressione dei tempi morti. Questo avviene, primo, per un motivo ancor più banale di un cazzotto sul naso, ossia per il fatto che un film dura circa un paio d’ore e per forza di cose non può che essere sintetico. Secondo, perché proprio in ciò risiede il senso dell’arte del raccontare: cogliere lo straordinario della vita.
Se un film parla, ad esempio, della biografia di un grande campione di baseball (mi viene in mente “L’idolo delle folle”, del 1942, con Gary Cooper, dedicato allo sfortunato campione dei New York Yankees, Lou Gherigh, ma anche tanti altri bei film ispirati alla realtà o a storie di fantasia, come “Il migliore", con Robert Redford, “L’uomo dei sogni”, con Kevin Costner), la storia si dipanerà lungo punti nodali: il giorno in cui la giovane promessa scopre il suo talento, quando in seguito viene notato da un talent-scout, la partita (se non l’azione specifica) che dà la svolta decisiva per la conquista del successo, e così via.
Ma anche se la pellicola racconta di una vita più comune, ad esempio quella di un impiegato del catasto (chissà perché, poveracci, vengono sempre presi a modello per esistenze piatte…magari se la spassano da matti, vai a sapere), si va sempre avanti per momenti focali: l’incontro con la ragazza della vita, i passaggi più importanti della loro storia d’amore, un episodio eccezionale che contrasta fortemente con la presunta piattezza della sua vita catastale, ecc.
Ma i passaggi chiave, quelli ad “intensità esistenziale” straordinaria, spesso hanno bisogno di raccordi narrativi più diluiti, vuoi per necessità di sostenere la storia, vuoi per dare tregua allo spettatore fra una “scena madre” e l’altra, preparandolo così ad apprezzare meglio ciascun acme emotivo del racconto.
È lì che entra in scena S.A.M., il sequenzone: ti fanno vedere il campione di baseball che in pochi minuti affronta interi campionati sotto ogni tipo di intemperie, sollevando coppe, battendo fuoricampo a raffica, mentre i suoi capelli si fanno un po’ brizzolati e un sottofondo musicale scelto ad arte commenta questa cavalcata nel tempo.
Oppure, il nostro impiegato che affronta valanghe di pratiche, fino a scalare, nel giro di poche scene, tutti i gradi dirigenziali dell’ufficio, assumendo posizioni di comando e coronando una carriera che s’intona perfettamente alla sua vita sentimentale (…minchia, che filmaccio dev’essere questo qui…).
Ma dove sta la fregatura?
Il povero impiegato del catasto reale, quando si presenta nel suo ufficio reale farcito di blandizie filmiche e si aspetta di vedere le pratiche “autoevadersi” in un “sequenzone accelerato macrotemporale” rapidissimo che copra in poche scene, non dico l’arco di tempo da oggi fino alla pensione, ma perlomeno le otto pallose ore che lo separano dalla fine turno serale, rimane deluso da bestia, perché le pratiche rimangono lì, statiche come macigni, e per togliersele dai piedi ci vogliono esattamente tutti i secondi, contenuti in tutti i minuti che servono per sfangare tutte le fottute otto ore.
È questo dunque che il “sequenzone accelerato macrotemporale” dei film (insieme a tanti altri fattori moderni dell'interpretazione e del sentimento del tempo, non dico di no) provoca in noi: ci rende meno capaci di sostenere la “durata”, di reggere la concentrazione, ci predispone psicologicamente ad essere in difficoltà di fronte all’attesa nei tempi lunghi.

6 commenti:

farlocca farlocchissima ha detto...

buondì, ti faccio la solita visita con il caffè in mano e mi chiedo ma perché proprio il sequenzone ti è antipatico? è vero è uno stile usato moltissimo nei film americani fino agli anni 70 almeno, ma poi di espedienti sullo scorrere del tempo accelerato ne hanno inventati tanti... il cartello "10 anni dopo" è molto in voga pure quello... scrivania stracolma ieri? ;-)

gillipixel ha detto...

ehehhehhe...buongiorno a te...no, non è che mi sia antipatico, anzi...volevo solo far riflettere su questo meccanismco narrativo, tutto lì...che poi a ben vedere, il sequenzone, rispetto a tutto quello che è venutto dopo (videoclip in primis) fa quasi tenerezza :-)...insomma, a volte un bel sequenzone ci vorrebbe :-)

farlocca farlocchissima ha detto...

a me il sequenzone mi ci vorrebbe in due circostanze precise:
a) dal dentista
b) quando ci sono da sistemare le carte per le tasse
anche un cartello "il giorno dopo" andrebbe benissimo :-)

gillipixel ha detto...

a volte il sequenzone riserva utilità inaspettate anche in situazioni reputate di divertimento...per me è il caso dei pranzi di matrimonio, un vero supplizio gastroenologico :-)
si potrebbe poi introdurre un altro concetto: il "rallentone" :-)))))) quello ci vorrebbe ad esempio quando stai con una persona cara con la quale ti senti benissimo, quando leggi un libro che non vorresti finisse mai, oppure in tante altre liete occasioni :-)

farlocca farlocchissima ha detto...

i pranzi di matrimonio sono sfoghi sadici! per questo secondo me tanti non funzionano, partono male, facendo del male agli invitati :-)
invece il rallentone non lo condivido molto, le cose veramente belle e intense sono tali proprio perché poi finiscono... be' a vent'anni però non la pensavo così... deve essere di nuovo la vecchiaia che incombe ...

gillipixel ha detto...

:-) tanto, comunque la pensiamo, sequenzone o rallentone sono proprio ipotesi che funzionano al contrario della realtà: i momenti belli volano via, mentre i passaggi di stasi e noia non passano mai...il tutto, molto bergsonianamente :-)