Visualizzazione post con etichetta Bambinismi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bambinismi. Mostra tutti i post

lunedì 17 settembre 2012

Piccola discesa antica


E’ possibile leggere in un piccolo gesto insignificante tutta la sintesi di un’epoca? Forse un automatismo concettuale diretto in questo senso, risulterebbe lievemente azzardato. Le abitudini, tuttavia, non vanno sottovalutate, anche quelle in apparenza più casuali, perché possono offrire l’insospettato riflesso di un certo modo di guardare al mondo.

La casa vecchia, da me abitata per pochi anni quando ero un bambinetto, aveva davanti un cortile ampio. Questo immetteva, ed immette tuttora, sulla strada che porta alla piazza. Miei cari vicini di casa erano due “antichi” cugini, con le rispettive mogli. Li definisco antichi, perché quando i miei piccoli amici mi domandavano che tipo di parentela ci fosse con loro, mi trovavo sempre un po’ in imbarazzo. La parola “cugino” per me a quell’epoca era riferibile soltanto ad un mio pari età, o al limite a qualcuno con pochi anni in più. Quei due cugini vetusti avevano invece ormai un’età tale da poter essere miei nonni, oppure anche “bis”. Erano una specie di “cugini-nonnizzati” insomma, dei “cuginonni”. Ma come fare per spiegare questo arcano fenomeno ai miei amichetti delle elementari?

Ci ero affezionato, ai miei cugini vecchietti. Un po’ perché erano tipi simpatici, amanti della chiacchiera, ma capaci di misurare le parole, rigorosamente in dialetto. A volte mi facevano arrabbiare, in senso buono, mi canzonavano volendomi bene con un loro speciale modo burbero. Per altro verso, mi erano cari perché in effetti rappresentavano per me dei sostituti alla figura dei nonni, che di fatto non ho mai avuto modo di conoscere per davvero, per vicissitudini che sarebbero ora lunghe da spiegare. E poi, con i loro modi e la loro sapienza popolare d’altri tempi, mi apparivano come componenti di una tribù in via di estinzione. All’epoca, la mia visione di bambino non mi permetteva ovviamente di capire tutte queste cose, ma col senno di poi mi rendo conto che in qualche modo già le intuivo.

La strada che dal nostro cortile porta alla piazza sarà circa di 500 o 600 metri. Proprio il primo tratto, appena usciti dall’aia, per una cinquantina di metri scarsi presenta una lievissima discesa. Attenzione che quando dico lievissima, non esagero: si tratterà di un grado di dislivello a dire tanto. La mia terra normalmente è più piatta di un asse da stiro e se fosse una donna porterebbe la taglia “zero tettonico” di reggiseno, rigorosamente coppa di lambrusco. Le pendenze più forti che si possono vedere da queste parti s’incontrano quando la strada si arrampica su di un argine. Le prime volte che vidi qualche rilievo pre - collinare appenninico, mi stupii fortemente di come si potesse vivere in luoghi simili. Un posto in cui posando una cosa a terra, questa si mette a rotolare, doveva essere un posto dove anche i pensieri scorrono in maniera diversa.

Qualche giorno fa, ho visto una signora anziana compiere un atto, lungo quel piccolo declivio fra la vecchia aia e la piazza, che mi ha riportato subito alla mente come per incanto gli ormai scomparsi “cuginonni” della mia infanzia. La signora percorreva quella strada in bici e una volta giunta all’altezza della fatidica discesina, zac: ha smesso di pedalare. L’impercettibile declivio è infatti sufficiente a far sì che, una volta giunti al suo apice con un minimo di spinta, si possa poi sfruttare l’inerzia, almeno per quei 50 metri scarsi. Per quel piccolo tratto, non serve pedalare: si va pianissimo, ma si va, in virtù del dislivello minimale. Lo stesso identico “modus biciclandi” era appartenuto ai miei cari nonni-cugini. Decine e decine di volte li vidi incamminarsi, anzi, imbiciclarsi verso la piazza e, date due solerti pedalate d’avvio partendo dalla nostra aia, lasciarsi poi accarezzare nelle ruote dalle blandizie della discesina.

Questa tecnica viabilistica d’annata ormai non la pratica più nessuno, e nemmeno la conosce, o la vuol conoscere, più nessuno (giusto ancora qualche sporadica vecchietta). La discesina di per sé, come fatto fisico, è rimasta tale e quale. Insieme allo sfruttamento della blanda velocità della quale sa far dono, sono sparite una certa sensibilità per le cose ed i tempi consoni a quel modo di sentire. Per accorgersi dei possibili favori godibili da quella lieve discesa, bisognava aver condotto una vita a stretto contatto con le cose, aver maturato una “sapienza materiale” molto precisa, con una consapevolezza del presente intensa e preminente.

Non voglio fare un discorso passatista. Anzi. Mi limito solo a registrare un differenziale fra epoche. I miei cugini-nonni hanno avuto vite molto faticose, non se la sono certo spassata un granché. Quando li conobbi potevano contare su condizioni economiche più che dignitose, ma sono certo che da giovani vissero anche momenti di ristrettezze severe, parecchio dure. Il loro modo di guardare la realtà era molto diretto, concreto. Bisognava combinare qualcosa per arrivare a sera con la pancia, non dico piena, ma perlomeno “meno semivuota” del solito. Dalle poche risorse a disposizione era necessario spremere tutto il possibile, e andava fatto “adesso”, con pochi fronzoli di pensieri dedicabili al futuro e senza guardare nemmeno tanto al passato, se non come fonte di esperienza giocabile nell’immediato.

Della realtà, i miei nonni-cugini avevano imparato a sfruttare sino all’ultima stilla. Anche nel caso di un’insignificante discesa. Senza voler con questo evocare assurdi rimpianti per presunte epoche edeniche, di fatto mai esistite, quella discesina ed il modo di affrontarla da parte dei nonni-cugini, non di meno mi pare possano insegnare qualcosa ancora oggi. Insegnano un amore per la saggezza del vivere, basata prima di tutto sul confronto vero, immediato, con le cose. Insegnano a massimizzare le risorse, tema non da poco, nelle ben note condizioni planetarie attuali. Insegnano poi che per conoscere veramente i fenomeni del mondo serve anche una sapienza del tempo, con una grande attenzione per l’attimo presente. Insegnano forse persino che l’inseguimento spasmodico e disperato del tempo, altro non riflette se non l’angoscia nutrita verso l’ignoto della meta.

Ammetto di essere io il primo ad avere mille difficoltà nel mettere in pratica un insegnamento talmente alto. Proprio per questo, stamattina sono “andato a lezione”. Ho voluto ripercorrere la strada per la quale sarò passato milioni di volte in bici, facendolo però stavolta alla maniera dei miei cari nonni-cugini. Non a caso, subito mi sono ritrovato dietro un autotreno scassaminchia ed un altro ciclista “a pedalata continua”, che m’incalzavano. Non mi sono perso d’animo: son sceso un po’ di strada, lasciandoli passare oltre, e una volta giunto al limitare della discesina, ho smesso di far ruotare le gambe, in modo che la bici fosse spinta solo da quell’infinitesimale abbrivio. E per un attimo mi è sembrato di stare ancora seduto sul seggiolino, appeso al manubrio della bici di uno dei miei nonni-cugini, mentre, pur tacendo e senza smettere di risparmiare pedalate, mi raccontava qualche piccola frase saggia sulla vita.


lunedì 2 aprile 2012

Clà gran pàrtida ad Vimblèdòn



Quando esce una novità tecnologica, per un po’ essa funziona anche da calamita sociale. 

In un primo momento, vuoi per ragioni economiche, vuoi per impreparazione e reverenziale timore tecnico, in pochi se la possono permettere. Le contraddittorie ragioni dello status symbol (hai in casa l’ultima diavoleria alla moda e non ci fai schiattare un po’ d’invidia gli amici?), unite ad altre dinamiche, fanno poi il resto e scatta la molla della condivisione.

La cosa curiosa sta nel fatto che con la successiva diffusione capillare, la novità tecnologica esaurisce la propria funzione socializzante e s’incammina esattamente nella direzione opposta, ossia verso un’accentuazione del godimento privato.

Chiamerei questo fenomeno «effetto “Lascia o raddoppia”». 

Sappiamo tutti che la tv, alle sue prime apparizioni, funzionò per un po’ di tempo come veicolo di intensificazione sociale, inizialmente proprio nel nome del popolarissimo quiz di Mike Bongiorno, che riuniva famiglie diverse di amici sotto uno stesso tetto, o piccole platee festose nei bar dotati del nuovo focolare catodico. Finito tuttavia il primo eroico periodo pionieristico, lo strumento tecnologico prolifica a dismisura, invade tutti sino a divenire una presenza scontata e si tramuta in uno stimolatore di rinnovata individualità.

L’«effetto “Lascia o raddoppia”» è capitato e continuerà a capitare soprattutto in relazione a novità tecnologiche che hanno a che vedere con gli scambi comunicativi. E’ capitato anche prima di “Lascia o raddoppia”, col telegrafo o col telefono ad esempio (un luogo dotato di apparecchio era naturalmente visto come punto di riferimento comunitario), ed è capitato dopo, con internet (i primi “internet-point” sono stati per me ed i miei amici un prolungamento planetario del piacere di stare assieme in un bar) e così via.

Tanto per dire: solamente qualche sera fa, la magia del “camino tecnologico” si è ripetuta in compagnia di un amico, fra di noi unico possessore per il momento di I-pad, sbocconcellando hamburger da Mac Donald, fra una ricerca su google e l’altra.

Oggi però, alla faccia di tutte le introduzioni prese su alla larga, era di tennis che volevo parlare. Cosa minchia c’entri il tennis con l’«effetto “Lascia o raddoppia”» lo scoprirete solo leggendo. 

Era il pomeriggio del 6 luglio 1980. Allora non lo sapevo, ma proprio quella giornata stava per segnare il termine di una certa “infanzia epocale”. Si sarebbe portata via un ultimo strascico di «effetto “Lascia o raddoppia”» propriamente riferito alla tv e riapparso in quell’occasione sottoforma di prezioso ricorso storico. Ma si sarebbe portata con sé anche la mia eroica idea del tennis di allora, insieme forse ad una parte della mia infanzia stessa.

Quel pomeriggio si giocava la finale del torneo di Wimbledon e l’erbetta del campo centrale, ormai tradizionalmente lisa nelle posizioni di battuta dopo circa un mese di gare, sarebbe stata calpestata da due eterni semidei della racchetta: John McEnroe e Bjorn Borg. Coincidenza volle che la partita più leggendaria della storia del tennis capitasse nel momento della mia massima infatuazione per questo sport.

A quei tempi, Gillipixiland sembrava essersi tramutata in un sobborgo inglese, o in una sorta di Flushing Meadow basso-padana, e non c’era ragazzino che non alternasse con spasmodica frequenza l’impugnatura della racchetta a quella di un altro manico personale, capace anch’esso di mettere parecchio alla prova le acerbe energie agonistiche tipiche di quelle fasi della vita.

Oggi non saprei dirvi che differenza passa tra Rafa Nadal e Paco Rabanne, e nemmeno capisco bene, quando sento pronunciare la parola Federer, se s’intenda parlare di un corriere espresso o di qualcosa che attiene al mondo dello sport. 

Ma allora sciorinavo i nomi dei tennisti come fossero le formule magiche di un mantra eroico: Vitas Gerulaitis, Guillermo Vilas, Jimmy Connors, Ilie Nastase, Roscoe Tanner, la coppia di doppio McNamara-McNamee, Boris Becker, Ivan Lendl, Martina Navratilova, Arancia Sanchez. Una serie di suoni che mi esaltavano, spronandomi a catapultarmi di corsa al campetto di cemento rosso, con le mie 4 palline spelacchiate e la racchetta lignea di ottava mano, ritrovata nella spazzatura dai miei zii in città, e tosto riciclata ad usi sportivi campagnoleschi.

Il campetto apparteneva ad una ditta che per un lungo periodo concesse a tutti di giocarci senza versare una lira, proletarizzando in questo modo come per incanto uno sport ritenuto in ogni altra parte del mondo faccenda d’elite, di pertinenza esclusiva dei club privati più “merdoneschi”. I pomeriggi interminabili trascorsi su quel campetto o appena a lato dei suoi bordi, finivano per diventare delle lunghe maratone di amicizia ribadita, di giocosità condivisa su tutti i piani, prima di tutto quello dello spallettare a racchettate, ma poi sfociando anche nelle chiacchiere infinite senza scopo e senza meta.

In questo clima, venne a cadere l’appuntamento del 6 luglio 1980. 

Faceva caldo (o almeno così mi pare di ricordare) e ovviamente la tele a casa ormai chiunque ce l’aveva. Ma in una quindicina preferimmo ammassarci nella risicata saletta tv del “Bar sport”, irresistibilmente attratti dal rinnovato fascino di un «effetto “Lascia o raddoppia”» ormai fuori epoca massima. La platea era composta dall’intera gamma del più variegato “parco bestie” di animali da bar assortiti. 

C’era il vitellone navigato, con il pacchetto di Muratti tatticamente incastonato nel corto calzino bianco, e più ore di bancone da bar sul groppone lui, che Stakanov a forare miniere. C’era qualche sbarbatello come me, allora ancora attestato sugli ultimi gradini della gerarchia sociale degli elementi da bar. C’era soprattutto il fior fiore dei tuttologi locali, particolarmente e multi-disciplinarmente ferrati in materie onni-sportive, figure indispensabili a concimare la latifondistica coltura di cazzate che quasi spontaneamente fiorisce nei terreni umani di questo tipo. 

Eravamo in tanti e diversi, insomma, ma nessuno sapeva ancora, nell’atto di posare le chiappe sulle scomode sedie del “Bar sport”, che si sarebbe trattato di un pomeriggio a suo modo memorabile, da raccontare poi dopo ancora a distanza di anni. Quella partita, lo sanno praticamente tutti, passò alla storia del tennis come una delle più belle di sempre. Durò oltre tre ore, Borg e McEnroe diedero il meglio di sé, senza risparmiare nessun tipo di energia, di eroismo tecnico, di invenzione spettacolare, e senza lesinare gesti di bellezza atletica di ogni tipo. 

Fondersi a quell’evento in compagnia della variegata e cara umanità in cui ero immerso quel pomeriggio, fu un’esperienza nell’esperienza, un viaggio nella dimensione dello sport condiviso nel modo più popolaresco e genuino. Di man in mano che i games e poi i set si accumulavano, la luce verdolina posata dal teleschermo sulla nebbia delle sigarette di cui l’angusta saletta era ormai satura, andava acquistando tonalità sempre più allucinatorie. Il match s’intensificava nei suoi tratti leggendari e di pari passo la chiassosa atmosfera nella saletta si andava intridendo di lazzi d’esultanza, dialettali battutacce goliardiche, gioiose dissertazioni dettate dallo stupore e dalla contentezza di stare vivendo insieme la libertà pura di quel pomeriggio sportivo, nel pieno fulgore del più assoluto “perdigiornismo”. Fra goccetti di bianco, bicchieri di spuma e scartocciamenti di boeri (i cioccolatini dall’anima liquorosa, forieri di prolifiche ripetizioni omaggio), tirammo a sera, abbandonando le sedie solo dopo l’ultima palla dello storico tie-break conclusivo, che non pareva finire mai.

Un’altra cosa che ancora non sapevamo, rinvenendo alla luce naturale da quella fumeria d’oppio sportivo in quel tardo pomeriggio del 6 luglio 1980 e rincasando lieti della bella giornata trascorsa insieme, era che entro non molti anni il tennis sul campetto sarebbe finito con scarsa gloria, patendo il misero destino di molte cose gratuite, mentre in seguito si sarebbe pagato anche per vederlo in tv. 

Ma di lì a poco sarebbero venuti i tempi dei tennisti robotizzati, dei match giocati per lo più sulla potenza da fondo campo, sugli “ace” in battuta, sulla tensione delle corde, e a nessuno di noi, fini degustatori di estetica sportiva distillata dalla gratuità da bar più limpida, gliene sarebbe fregato più niente di una roba del genere.





mercoledì 8 febbraio 2012

L’opportunità di bambineggiare ancora



C’è un piccolo visitatore dei giardini che si presenta sempre con regolarità ogni inverno, ma soltanto quando si creano determinate circostanze: neve e freddo intenso. In questi giorni, le due condizioni si sono concretizzate in pieno e come da copione il grazioso mini-ospite è arrivato: un delicato rappresentante dell’allegra famigliola dei pettirossi, guizzante da par suo, fra un ramoscello imbiancato ed un arbusto intirizzito. A me è parso un esemplare solo, ma magari erano diversi di passaggio, però in momenti sfalsati. Chi lo sa. Mi sarebbe piaciuto fissarlo in una bella foto, ma non ne ho avuto il modo, sia perché è velocissimo e pressoché imprendibile nel ridotto recinto di un fotogramma, sia perché non importava poi più di tanto. Averlo potuto ammirare in quei fugaci attimi è stato già un piccolo incanto di per sé.

A parte il fatto che mi è sempre stato molto simpatico, anche per quella sua sagoma “pallottiforme”, che lo rende più aggraziato e “cartone-animatesco” rispetto ai comuni passerotti, non sarei nemmeno venuto qui a parlarvi del pettirosso oggi, se la sua tenera sortita non mi avesse suggerito altre riflessioni. 

Osservandolo, mi è venuta infatti alla mente, non so nemmeno come mai, quella leggenda indefinita, forse studiata anche a memoria all’epoca delle elementari sotto forma di poesia, secondo la quale la singolarità di quella “macchia” rossiccia anteriormente depositata sul piumaggio del piccolo “4 grammi” svolazzante, sarebbe da far risalire all’epoca della crocifissione di Gesù. Il “balzelloso” uccellino si sarebbe trovato nei paraggi del Golgota ed avvicinandosi alla croce, con i limitati mezzi uccelleschi messi a sua disposizione dalla natura, avrebbe tentato di alleviare le sofferenze del Cristo, non ricordo bene se cercando di svellere i chiodi, oppure di sollevare la dolorosa pressione delle spine calcate a corona sulla fronte. Le gocce di sangue avrebbero fatto il resto.

Non sarei venuto a parlarvi nemmeno di questo, se i miei pensieri si fossero conclusi tutti qui. La parte più significativa è giunta appena dopo, o quasi in contemporanea direi. Mentre mi sovveniva la levità di quell’ingenua antica leggenda, ho sentito infatti salire quasi all’unisono dentro di me la forza molesta del cinismo adulto nel frattempo acquisito, che mi imponeva praticamente in automatico di sorridere in misura piuttosto sarcastica di simili reminiscenze infantili.

Stavolta però, subito in successione, si è verificato un altro fenomeno particolare: lo scetticismo razionalizzante e semi-istintuale scattato in un primo momento, è stato a sua volta spazzato via da un piccolo moto di ribellione di segno contrario. Mi sono detto: «…Ma chi se ne frega?!?!?! Lasciati andare per un attimo! Anche se non è vero, si paga uguale. Guarda com’è simpatico ed elegante nei suo movimenti: anche se è una balla, è bello lo stesso, non dico crederci, ma almeno per un minuto concedersi allo smarrimento senza pretese, in quel territorio della mente dai confini così labili a delimitare il vero dal non vero…».

Non che me ne importasse di difendere in modo particolare quella leggenda, che tra l’altro anche da bambino non mi aveva mai esaltato più di tanto, così densa, come mi appariva pure allora, di ridondante e deamicisiana melensaggine. E nemmeno è mia intenzione di venire ad impiantare qui una crociata a favore del “credulonismo” più arrendevole, da qualsiasi fonte esso possa trarre ispirazione. 

Il mio sentire era di carattere più sottile e generale.

L’acquisizione di una maturità adulta è una conquista importante, “la” conquista per eccellenza direi, alla quale ciascuno tenta di pervenire lungo una serie molto lunga di tappe in crescendo della propria personalità (io sto ancora lottando parecchio in questo senso e per me la strada da fare è ancora parecchia, ma questo è un altro discorso…). Però, forse più spesso di quanto non crediamo, succede pure che lungo questo duro ed malagevole cammino, ci perdiamo per strada taluni ingredienti caratteriali che magari varrebbe invece la pena conservare, o perlomeno far evolvere in sintonia con le altre qualità acquisite nel tempo. In questo senso, non è detto che una sorta di “ponderata credulità” sia da considerare in ogni caso un disvalore. Quando si è imparato a tenere sempre ben presente la lezione fondamentale che ci spiega come il passo fra l’esser “creduli” ed il divenire invece dei “creduloni”, è minacciosamente molto breve, per il resto ci si può giostrare le cose “cum grano salis”. 

Elevando ancor più l’altitudine del discorso, ritengo che questa non meglio definibile “ponderata credulità” faccia parte in pianta stabile del corredo culturale dell’artista, per esempio, oppure dello scienziato impegnato in ricerche caratterizzate da una certa purezza concettuale particolarmente astratta (il cui prototipo più immediato che mi sovviene è senza dubbio l’immagine di Albert Einstein), o ancora del grande filosofo, e così via. In generale, questa “credulità nobilitata” può essere vista allora come una componente imprescindibile della creatività: essa risiede in quella capacità, non comune ma da tutti coltivabile, di lasciarsi attraversare da energie illusorie, senza farsi sopraffare da queste ultime. 

Non sempre le grandi utopie della storia hanno recato con sé conseguenze significative. Molte sono svanite nel nulla come una bolla di sapone. Ma le volte che qualcosa di notevole ne è derivato, senza dubbio “a monte” e nell’animo di chi quei sogni, anche strampalati, ha coltivato, c’era una cospicua dose di “credulità nobile”: di essa ogni utopia si è senza dubbio nutrita.

Ecco perché, alla vista di quel “mini-spiumettoso” rossiccio nel mio giardino, è stato bello non essermi accontentato della prima immediata repressione “cinicheggiante” che mi ha colto sul momento. Un po’ per tutte le riflessioni che vi ho raccontato. Un po’ per un’altra, a mio parere, importante considerazione che ne ho tratto. Se avessi dato retta al primissimo impulso di andarmene di là, magari a verificare le bollette del gas o a produrmi in simili “adultevoli” performance, invece di soffermarmi a considerare con maggiore gentilezza l’antica leggenda in questione, non ne sarebbe derivato l’agio di domandarmi qualcosa riguardo ad una possibile origine di quella mitologica credenza. 

Nell’ambito del vitale spirito di osservazione popolare, il pettirosso è stato molto probabilmente da sempre associato, per affinità dettata dal suo singolare comparire e comportarsi, a frangenti che avevano a che vedere con il senso della sofferenza in generale. Arriva quando c’è neve e tanto freddo, con la stagione più impervia, e di lì a supporre che sia spinto vicino alle case per via della penuria di cibo riscontrata nei suoi luoghi di dimora più consueti, ci vuole un attimo. Magari pure questa è un’ulteriore credenza scaturita a torto e forse non ha giustificazione “etologica” effettiva, ma poco importa ai fini del presente discorso. 

Quel che conta è stata la piccola epifania di significati che ne ho potuto trarre. L’associazione fra le semplici suggestioni scaturite da uno scenario naturale quotidiano e la dimensione più ampia del mistero del dolore del Cristo (che si creda o no: anche questo esula da quanto sto dicendo…) mi è parsa sfociare in una preziosità meditativa che in ogni caso valeva la pena di esplorare. A controprova del fatto che una giusta dose di “nobile credulità” non rappresenta, come a prima vista potrebbe sembrare, un laccio inutilmente tenuto collegato ad un passato da oltrepassare, bensì un elemento del carattere fondamentalmente sano ed utile ad integrare l’equilibrio auspicabile nell’atto del perseguire una propria maturità.

lunedì 2 gennaio 2012

Io ballo da solo


«...With the birds I'll share
this lonely view...».
Scar Tissue - Red Hot Cili Peppers - 1999

******* 

Ve l’ho già raccontato altre volte, mi pare. Il fatto è che io difficilmente rido per i motivi degli altri. Non so come mai sono riuscito fuori così strano. Ho la tendenza a sentirmi spesso sulla riva opposta rispetto a tutti, o quasi tutti. Badate, non voglio fare lo snob o il “raro”. Sono ben consapevole della mia condizione di “bastardo qualsiasi”, e se c’è un tizio ordinario e banale al mondo, nella vita quotidiana, quello sono proprio io.

Metti che ero ad una festa, le “non tante” a cui sono andato. Gli altri magari si divertivano, per dire. Io invece, dopo aver setacciato, dalla varia umanità diffusa nella stanza, la persona più scarsamente “alla moda” disponibile, mi mettevo in un angolo con lui, o con lei, a scuoterci di dosso la frivolezza. In altre situazioni invece, quando la festa denotava quasi da subito una riuscita non esattamente felice (…capita), era proprio la volta buona che mi veniva da fare il matto, sparare boiate surreali, in perfetta distonia con quella cacofonica atmosfera festaiola mal riuscita.

Al liceo, ultimo anno, facemmo una gita a Vienna. C’era un nostro amico, genialoide nelle materie umanistiche, anche gran compagnone quando voleva (faceva imitazioni straordinarie e molto buffe dei professori…), ma che di fatto venne in qualche maniera lievemente emarginato. La sua eccentricità, a lungo andare, era stata bollata dalla “mediezza” del clima sociale di classe, come “non alla moda”.

Per farla breve, una volta in albergo a Vienna, ci sono da dividere le stanze, tra le quali anche una singola. Indovinate a chi toccò in sorte il solingo ricettacolo, dopo aver tirato le ideali pagliuzze dei semi-accordi clandestini fra usuali vicini di banco e piccoli clan trasversali interclassisti. Ma all’eccentrico amico in questione, ovvio. In questo modo, venne tagliato fuori da tutti gli aspetti goliardici della gita: scherzi notturni fra camerate, idiotesche prodezze per ingraziarsi la simpatia delle ragazze (nella malcelata speranza di combinare qualcosa, sempre regolarmente andata buca…), telefonate fra le stanze, e tutto il “caciaroso” armamentario “gitesco” usuale, insomma.

Risultato: la prima notte, delle tre o quattro in programma, la passo senza chiudere occhio, rompendomi anche notevolmente le palle di quel divertimento che non sentivo per nulla mio, tanto era forzato e stiracchiato al limite di un imperativo da coatti della risata a tutti i costi. Con conseguente giornata appresso, da me trascorsa a deambulare come uno zombie per le vie della grande capitale di Cacania (cit. Robert Musil), perdendomi la bellezza di tante cose, datal’eccessiva distrazione imposta dalla sonnolenza.

Così mi viene l’idea: ma insomma, abbiamo in classe un gran campione della giocosità amicale e lo teniamo relegato in quella stanzetta isolante, mentre si mette nella partita un brocco sociale come il sottoscritto. Non ci ho pensato su un minuto e la sera dopo, ho proposto all’amico di fare cambio posto-letto. La gita è proseguita benone, l’amico inizialmente reietto è stato reintegrato nei ranghi, traendone peraltro un discreto giovamento sul piano del ripristino della relazione con tutta la classe, mentre io, staccato il telefono, mi sono fatto delle eccelse ronfate viennesi così armoniche, che se fosse passato di lì uno dei fratelli Strauss, ci avrebbe senz’altro ricamato sopra lo spunto per un valzer memorabile.

Tutto questo per dire, insomma, che tendenzialmente mi fanno ridere cose solo mie. Ci devo trovare dentro la stranezza, la contraddizione sottile, la stonatura strisciante della vita, per riuscire a farmi prendere dalla molla del comico. Al cinema, le volte che si è a vedere, mettiamo, una pellicola brillante, difficilmente mi unisco al coro delle risate della platea, quando piovono giù massive. La cosa buffa è che mi guardo anche bene dal suscitare sospetto nei vicini di posto, e simulo sorrisi di copertura, perché un po’ mi vergogno della mia eccentricità comica. La risata sonora però non la so simulare, per cui potrei essere sbugiardato in ogni momento per offesa al comune senso del comico.

Capita poi quella scena secondaria, quel dettaglio che nessuno se lo fila, e mi puoi vedere lì mezzo piegato sullo schienale, mentre cerco di reprimere i moti convulsi, rido di dentro, solitario ed esclusivo eroe disperso nel deserto dell’assenza di ilarità altrui.

Una delle volte che risi più irrefrenabilmente nella mia vita, ero ancora un ragazzino, e probabilmente il motivo scatenante non avrebbe fatto ridere nemmeno uno “sghignazzone” professionista abituale, sollecitato sotto le piante dei piedi con mille piume.

Con mio fratello, antico sodale di risate nostrane, ascoltavamo la radio. Incappammo in un canale che trasmetteva brani classici, Radio3 credo fosse, sempre che all’epoca esistesse già. Tra un brano e l’altro, lo speaker serioso, annunciò una cosa tipo: «…Abbiamo trasmesso un pezzo da “L’italiana in Algeri”, di Gioacchino Rossigni. A seguire, dello stesso autore, una romanza tratta da “Un turco in Italia”…». Lo scatto della catapulta comica si giocò in un attimo veloce come il lampo: si udì una valanga convulsiva strozzata nella voce dell’annunciatore, che preso da raptus ridente si era evidentemente buttato a testa bassa sotto il microfono, non abbastanza rapido tuttavia da non lasciare dietro sé una inconfondibile eco di sghignazzata repressa. Poi solo il silenzio, per lunghi eterni secondi.

Io e mio fratello ridemmo come due fessi matricolati: «… “L’italiana in Algeri”…“Un turco in Italia”…BWHAHAHRAHAHAH!!!...». Ma non era tanto quella candida constatazione di lirico ed involontario scambio diplomatico internazionale tra due opere, che ci faceva schiantare. Era invece il fatto che non c’è nulla di più risibile di un tizio che diventa verde dalle risate trattenute. Perché immagini tutte le volte che è successo a te. Quando magari in una situazione seriosa, se non tragica, una distonia esistenziale si è insinuata così vigliaccamente alle porte della tua fantasia, tanto che mai come in quei momenti ti è sembrato così “buffonicamente” insensato essere vivo ed umano.

venerdì 9 dicembre 2011

Piccole grandezze

Nel diventare grandi, si corrono due rischi principali. Uno sta nell’eventualità di tramutarsi in tutt’altra persona rispetto a quella che eravamo da piccoli. Il rischio complementare consiste invece nel rimanere esattamente la medesima persona di allora.

Nel primo caso, ci si ritrova ad essere degli adulti aridi, piuttosto privi di entusiasmi, eccessivamente calati in quella che potremmo definire la “nostra missione mondana”. Nella seconda ipotesi, si “sfocia” in individui immaturi, che pur ostentando in superficie una scorza di apparente personalità “cresciuta”, celano ancora nel proprio intimo meccanismi emotivi e di comportamento esclusivamente incentrati su logiche infantili.

Personalmente, non saprei proprio dire in quale dei due modi sono sortito, crescendo. Forse un po’ in tutti e due, che è poi quanto succede alla maggior parte delle persone. Quello che so di certo è che da piccolo travolgevo tutto con l’immaginazione. Mi bastava prendere un oggetto, il più insignificante e banale, e riuscivo a vederci dentro tutto un mondo. Stando alle cose che scrivo, non si direbbe che sono cambiato un granché, si può aggiungere. Ma credetemi se vi dico che all’epoca ero un vero piccolo portento immaginifico. Quando poi mi capitava di aver contribuito in qualche modo a realizzare l’oggetto da investire di fantasia, allora mi sentivo un demiurgo in miniatura.

Avevo fatto un cilindretto con il das, del diametro di pochi centimetri e di altezza ancora più corta. Di fatto era una rotella un po’ grassoccia, alla fine. Mentre la pasta era ancora fresca, con uno stuzzicadenti incisi la superficie laterale di piccoli taglietti, piuttosto regolari tutto intorno. Quando la formina si era seccata, l’avevo colorata di una tonalità tra l’ocra ed il rosso scuro. Le piccole incisioni laterali le avevo poi rifinite col nero, sottili righe leggermente incavate. Sotto due di quelle feritoie, ci aggiunsi una piccola porta, anch’essa un po’ in bassorilievo. Per distinguere tetto da base, feci una crocetta nera in basso, senza rilievi, e lì doveva posare; poi, alcuni altri piccoli taglietti sopra, con un foro per infilarvi lo stuzzicadenti, che avrebbe avuto il ruolo di pennone o di antenna, o di cosa diavolo altro sarebbe parso a me.

Se riesco a descrivere quel buffo oggetto ancora oggi con questa cura nei dettagli, un po’ è perché mi ci affezionai veramente. Un po’ è perché ricercandolo stamattina senza confidare troppo fra le vecchie cianfrusaglie, l’ho molto piacevolmente ritrovato.

Voi non potete neanche immaginare i viaggi mentali che mi sono fatto all’epoca, reggendo in mano quell’insulso malloppetto di pasta rinsecchita. Sì, perché nella mia fantasia smisurata e un po’ bacata, esso pretendeva di essere una riproduzione di Castel Sant’Angelo. Non ricordo come mai proprio quell’edificio. Lo avevo visto riprodotto forse sul mio album di figurine delle località d’Italia. A Roma ci sarei andato di persona soltanto diversi anni dopo, scoprendo che mi avrebbe riservato bellezze architettoniche ed urbanistiche molto più affascinanti. Ma la sagoma di Castel Sant’Angelo, e ancora adesso non saprei bene dirvi come mai, l’ho sempre percepita come una forma familiare, capace di trasmettermi sensazioni di intimità e di raccoglimento domestico del tutto speciali.

E non finiva lì: di volta in volta la mia sagometta poteva trasformarsi in un ruotone accidentalmente staccatosi da un trattore; oppure in una super villa lussuosa con piscina interna e attico con vista spiaggia; oppure, guardandola dalla parte della porticina, simile a una bocca, con le due finestrelle sottili ai lati a fare da occhi, diveniva la faccia di un totem misterioso; oppure ancora diventava mille e un’altra avventura mentale scaturita da chissà quale angolo della mia immaginazione strampalata.

C’è gente che per farsi dei viaggi mentali simili ha speso patrimoni in droga. Col senno di poi, è stata una vera fortuna che io sia riuscito nel medesimo intento spendendo soltanto due lire per pochi grammi di das.

Ma se sono venuto a raccontarvi oggi tutta questa tiritera, non è stato soltanto per riempire una paginetta con fatterelli ameni. La cosa più importante che volevo dire è invece un’altra. Quella potenza immaginifica ovviamente l’abbiamo posseduta un po’ tutti, da bambini. Mica mi volevo spacciare per il super-child caduto sulla terra dal pianeta Fantasy.

La cosa davvero fondamentale da sottolineare è come quella forza dell’immaginazione rappresenti per ciascuno il nucleo originario di ciò che da adulti prenderà il nome di cultura, intendendo la parola nella sua accezione più completa ed estesa possibile.

In questo senso, diventare grandi continuando a mantenere dentro il calco del bimbo che siamo stati, è fondamentale. Quella forza di saper intravedere il “possibile” in ogni angolo dell’esistenza, può rivelarsi il conforto e l’appoggio più saldo a disposizione per affrontare al meglio le insidie e le difficoltà che ci si parano innanzi a spron battuto nel corso del cammino dei nostri giorni (…a volte non riesco a resistere, devo piazzare lì un bel paio di frasi fatte, mi vien proprio voglia di espressioni ritrite e stantie, come una donna incinta che di colpo desidera gelato o fragole mature).

Aggiornando appropriatamente quell’energia infantile sui rinnovati registri adulti in cui ci ritroviamo a bazzicare, e riuscendo a convogliarla con le giuste proporzioni, ad esempio, sui rapporti con gli altri, o sull’amore, sugli affetti, sulle amicizie, sulla progettualità lavorativa o di altro possibile ambito, sulla capacità di provare gioie, sulla propensione a riflettere, e così via, avremo molte più probabilità di riuscire a tirare fuori l’«invisibile» dalle cose.

Badate bene, non sto parlando di sogni visionari o di mentali salti nel vuoto da pazzoidi. E’ invece di una cosa molto seria che sto parlando, semplice e complicata nel medesimo tempo. E’ del riuscire ad essere adulti con creatività, che sto parlando. Della capacità di fare in modo che il mondo diventi specchio del nostro desiderio di trasmettere ad esso bellezza.
Non è necessario venire chiamati artisti per poter essere creativi. Ciò che conta è saper lasciare sulle cose che facciamo l’impronta della nostra fantasia, conciliando il desiderio di libertà che alberga in noi fin da quando eravamo piccoli, con la disponibilità delle cose e degli eventi di lasciarsene investire.

E adesso, per la gioia di grandi e piccini, il mio piccolo antico malloppetto di das…è quiiiiiiiii:


 


lunedì 31 ottobre 2011

Specchi d’altro

Senza dubbio la vita è una dimensione di gran lunga sopravvalutata.

Il problema che di fatto sia l’unica unità di misura esistenziale a nostra disposizione, è tutto un altro discorso. Avendone tuttavia potuto contrattare a tempo debito le regole col sostegno di sindacati più influenti, si sarebbe riusciti a spuntare qualcosa di meglio.

Scivoliamo via lungo la prima decina d’anni, qualche mese più qualche mese meno, immersi in una sorta d’incanto entro il quale i confini del respirare e del meravigliarsi si confondono in labilissime sfumature. Scoccato l’undicesimo o il dodicesimo compleanno poi, tutto il resto del tempo lo trascorriamo a crogiolarci nello spasmodica bramosia di essere qualcun altro rispetto a chi siamo.

Di colpo, con la stessa stupita rapidità (o rapita stupidità, non cambia granché…) con la quale ci rendiamo conto di essere stati invasi dai peli nei più curiosi recessi del corpo, non vorremmo più essere noi.

Chi ha un’indole pacata e cortese, prende ad invidiare gli scavezzacolli. Chi è irruente ed immediato nei modi, spererebbe magari in maggiori ponderatezze, in una misura più controllata nel fare e nel dire. Ciascuno insomma, intorno agli albori di quella seconda decade della propria esistenza, si sente dentro alla propria identità come se vestisse un abito oltremodo sottotaglia. Tutti presi dal formicolio della stessa medesima urgenza di volerselo cavare di dosso. Anche il rischio di ritrovarci semplicemente nudi siamo disposti a correre, pur di non essere più quelli che siamo.

Questa fregatura si chiama adolescenza, una malanno che s’infiltra tanto profondamente dentro noi da non lasciarci guarire poi mai più fino in fondo.

Ricordo che la mia fame di diversità si manifestò ad un certo punto con risvolti particolarmente bizzarri. Nel momento che la si attraversa non ci si rende bene conto di cosa stia accadendo. Sono cose che si focalizzano meglio di seguito, una volta rielaborato l’uragano di sensazioni e di vibrazioni in cui si è capitati.

Quello che accadde, di fatto, fu che mi misi ad invidiare la cattiveria.

A scuola me la sono sempre cavata bene, anche se a dire il vero non mi sono mai ammazzato di fatica sui libri. O meglio, il mio impegno ha oscillato spesso tra momenti di intense impennate e altri periodi di più placide cavalcate al trotto leggero. La riflessività e la capacità d’introspezione non mi sono mai mancate. Forse era soprattutto grazie ad esse che nello studio la sfangavo con una certa agevolezza.

Il periodo in cui desiderai essere cattivo non durò a lungo. Anzi, volendo si può condensare in un episodio preciso, o in pochi episodi tutti collegati ad una vicenda comune. Nei pressi del luogo di ritrovo più frequentato dai ragazzini della mia età, c’era pure l’abitazione di una vecchia più bisbetica che cattiva, suonata al punto giusto da meritare piuttosto il compatimento anziché astio e malevolenza di ritorno.

Ma si sa, il cucciolo d’uomo in quel periodo della vita risulta spesso perfido ed irragionevolmente litigioso, tanto che pian piano, come una piccola valanga di eventi frammentari che si andarono sommando di giorno in giorno, andò a finire che scoppiò la guerra con “La Vecchia”. Un minimo screzio aveva portato ad una discussione, a sua volta ingrossata da altri scontri e così via, in un crescendo di dispetti, bravate, urla e sguaiataggini da entrambe le parti.

La mia genialità a scuola non era mai stata esagerata, come detto, però sufficiente da farmi rimanere al di fuori da tutto quel trambusto, in particolare per la gran pena provata e distribuita un po' su entrambe le parti contendenti. I ragazzi erano spietati ed ottusamente ostinati nella loro battaglia senza senso, mentre nemmeno “La Vecchia” aveva quei pochi grammi d'intelligenza necessari a capire che ignorando un paio di volte le provocazioni, avrebbe potuto smorzare senza tanta fatica la furia sgangherata di quei teppisti più stupidi che malvagi.

A gragnuole di fango dal basso, indirizzate contro le serrande, facevano seguito secchiate d'acqua calda distribuite dall'alto a sorpresa sulle truppe nemiche, fra alterni rumoreggiamenti di tapparelle calate di botto e rialzate altrettanto fragorosamente, a sottolineare la grandi manovre che “La Vecchia” metteva in atto scorrazzando di stanza in stanza, per sorprendere l'orda invadente appostata sotto l'una o l'altra finestra del primo piano in cui abitava.

Fu un pomeriggio di bruma autunnale, quello durante il quale invidiai la cattiveria e la stupidità degli altri ragazzi, indaffarati in quella pratica demenziale. Ero stufo della mia pacatezza, di essere posato e ragionevole. Desiderai diventare stupidamente spietato come loro, perché se nella loro incoscienza erano capaci di comportamenti simili, mi immaginavo che la lacerante tristezza dell'essere adolescenti non fosse ancora riuscita a penetrare le loro menti e i loro cuori. Come se la cattiveria avesse potuto ridonarmi l'incantata spensieratezza infantile appena perduta.

La mia invidia di concretò in un unico e poi mai più ripetuto attacco, sferrato contro la casa della “Vecchia”. Appostato dietro il riparo dell'edificio vicino, usato spesso come trincea per gli scontri, mi unii al piccolo esercito dell'idiozia, rasentando il muro con le spalle e sporgendomi giusto il tempo di scagliare, non ricordo più bene se una o due sassate, oppure manciate di terra fradicia contro la roccaforte “vecchiesca”.

La sensazione provata in quei pochi secondi la compresi fino in fondo solamente diversi anni dopo, quando mi capitò di vedere quel capolavoro del cinema che è «Full metal jacket». In una scena ambientata nella camerata degli allievi marines, una notte tutta la compagnia decide di compiere una missione punitiva per dare una svegliata al soldato “Palla di lardo”, che con il suo comportamento tragicamente goffo ed involontariamente sguaiato, sta procurando a tutti i soldati una serie di punizioni inferte dal tremendo sergente addestratore.

La scena è terribile, di una cattiveria inaudita, capace di rivangare nell'istintualità umana primordiale più remota, come spesso succede con certe suggestioni kubrickiane. Il povero “Palla di lardo” viene immobilizzato da alcuni commilitoni che lo “fasciano” contro la branda tenendolo fermo con diversi asciugamani passati trasversalmente da parte a parte del letto, chiudendogli in quel modo anche la bocca. Il resto della truppa, armato di saponette arrotolate in altri asciugamani, passa poi in rassegna lungo il giaciglio del malcapitato, assestando pesantissime frustate sul suo corpo inerme, dal quale si elevano lamenti strazianti.

L'ultimo della fila è il soldato “Joker”, colui che più di tutti si era preso a cuore il caso del soldato pasticcione “Palla di lardo”, cercando di aiutarlo a recuperare nell'addestramento e a non commettere più pericolosi e sguaiati errori. “Joker” esita pesantemente, preso nella morsa di una conflitto interiore fortissimo, ma poi, anche cedendo alle esortazioni di un altro soldato, sferra ripetuti colpi sul corpo ormai acciaccato di “Palla di lardo”, con una cattiveria ottusa che non conosce altra ragione che se stessa.

Pur nelle ovvie differenze di proporzioni epiche, la mia sassata scagliata contro la dimora della “Vecchia” era stata innescata da moventi simili a quelli del soldato “Joker” nel mazzolare “Palla di lardo”. Mi ero lasciato risucchiare dal “gregarismo” obnubilante, rifiutando di essere me stesso pur di trovare sollievo al mio disagio di vivere abbandonandomi senza riserve alla miopia collettiva.

Fortunatamente fu soltanto un episodio sporadico. Mi sentii immensamente stupido, quasi in tempo reale, ma di quella stupidità sana che fa comprendere l'inutilità della fuga da se stessi. Questo non fu il solo fatto che mi fece capire i meccanismi del diventare grandi, ma di certo quella volta andai un passo più vicino al rendermi conto di come la nostra indole vera, il nostro carattere più genuino, sono i soli luoghi al mondo dai quali non ci potremo allontanare mai.

Mettendo in conto le dovute sofferenze, ovvio.

giovedì 9 giugno 2011

From football to fuckball


Un articoletto sui recenti scandali calcistici.

Se questo fosse un blog sanguigno ed impulsivo, inizierebbe così: ma brutti scarti di parastinco usato…ma sottoforma di rifiuti umani disorganici…ma come vi permettete di speculare sui sogni e sulla passione della gente, privandola anche dell’ultimo angolo di innocenza rimasto, prosciugando quella piccola oasi di incoerenza e di sana evasione “non-sensuale” che aiuta un po’ tutti a continuare a sperare in qualcosa?
Che vi pigliasse l’orchite alle tonsille, molto diffusa, tra l’altro, per analogia geografico-anatomica, fra le gran teste di minchia, quali scommettitori truffaldini e truccatori di partite…che vi cogliesse la tonsillite rettale acuta, patologia sempre assai contagiosa fra supreme ed analoghe facce da culo…

E così via sacrosantamente indignandosi ed inveendo…

Ma questo è un blog pervicacemente votato alla poesia dell'inutile, per cui l’articoletto prosegue su altri binari.
Per contrasto, tutto quel marciume che periodicamente viene a galla quando accade qualche episodio in grado di rimestare un po’ nel gran calderone calcistico, mi ha fatto ripensare ad una delle azioni di gioco più poetiche e più emozionanti alla quale mi è capitato di assistere negli ultimi tempi. Successe già alcuni anni fa, ma nel frattempo nemmeno una magia della “Pulga” Lionel Messi o una finezza del “Principe” Diego Milito in Coppa dei Campioni, sono riuscite a rubarle il gradino più alto sul podio della mia personale classifica delle prodezze sportive.

Non ricordo più per quale motivo preciso, ma fatto sta che mi ero ritrovato a bordo campo di questo mini-torneo calcistico per bambini. L’atmosfera era simpatica, tante squadrette di piccoli atleti si sfidavano a perdifiato, sfoderando il meglio di quel gioco un po’ anarcoide e confusionario, al quale soltanto i bambini sanno dar vita con tanto impegno e trasognato trasporto. Come contorno, c’erano pure pane, salame e buone torte appena sfornate dalle mamme, mentre i papà sorvegliavano con occhio vigile sull’operato agonistico dei figlioli, i più stolti, bramando per loro la concretizzazione di una sfolgorante carriera di successo in serie A («…ma papà, ma cosa t’ho fatto di male per augurarmi di diventare “calciatore”?...»), i più saggi, ridendosela di gusto e ringraziando il cielo per tutto quel divertimento “gratuito, adesso e subito”.

In una delle tante micro-sfide, era coinvolto anche il bimbo di un mio vecchio caro amico.
Seguivo dunque quella partitella con ancor maggiore curiosità. La cosa più bella in una partita di calcio fra bambini è proprio quell’aspetto del modo di giocare bambinesco che fa imbestialire i loro fessi allenatori, se per caso hanno la sfortuna di averne già fra i piedi. Loro si buttano a capofitto sulla palla, tutti insieme all’unisono, in stormi fanciulleschi compatti e caotici, irrimediabilmente attratti dalla forza magnetica della sfera di gomma, con la massima aspirazione tecnica di mollarci dentro una bella pedatona ben assestata.

E’ nei momenti più accesi della sfida che vedi delinearsi, ora da una parte, ora dall’altra del campo, configurazioni di laocoontica fanciullezza, ammassate e ruzzolanti per il prato come un malloppo armonico di acerba umanità, perfettamente in sintonia col moto rotolante della palla. Il grande Jacovitti avrebbe disegnato la scena come un piccolo vortice umano gomitoloso e ciclonico, dalle cui spire sarebbero sbucate frammentariamente punte di scarpette tacchettate, gomiti implumi, grida festose, sorrisi giocondi e qualche immancabile salame coi piedi.

Ero insomma lì che mi gustavo le gesta sportive giocosamente intricate di quei piccoli furetti scalcianti, quando una di quelle furibonde mischie s’innesca pericolosamente al centro di una delle aree di porta. Il bimbo del mio amico è orgogliosamente parte della tenzone, lo vedo nel bel mezzo che sbuffa e si azzuffa, darebbe chissà cosa per affibbiare una superba pedata al biglia gommata. Ma ecco che la sorte lo asseconda, fa scivolare la palla dolcemente ai suoi piedi. La porta è proprio di fronte a lui, l’invito è delizioso, irresistibile, l’incanto agonistico lo traspone fuori dal tempo, è il suo momento, è la sua occasione: sbam! Molla una puntata sopraffina a quel ripieno d’aria rotolante: ed è goooaaalll!!! goooaaalll!!! goooaaalll!!!

Il bimbo del mio amico non ci può credere, la sua felicità sale fino al cielo, è la gioia fatta bambino, ma…«…un attimo, fammici un po’ ripensare…io non ero in attacco, e quella era la “mia” porta…quindi ho fatto goal alla “mia” squadra…».

Nel giro di tre millisecondi ho visto il viso del bimbo del mio amico tramutare completamente espressione. Dalla letizia era passato allo sconforto più intenso, ci era rimasto veramente male, ma la bellezza di quel gesto così spontaneo e naif si era cristallizzata tutta intatta nel mio senso di ammirazione, e lì permane incontaminata anche oggi. La sua gioia nel gioco aveva toccato vette di purezza così elevate da fargli dimenticare persino se fosse in attacco o in difesa. L’importante era essere parte di quella festa, dire agli altri, parlando con la semplicità insuperabile di una pedata al pallone: ci sono anche io!

Ecco perché fa tanta rabbia quando si sentono notizie di vergognosi scandali malignamente germogliati in quel terreno che dovrebbe essere humus per la purezza ludica più disinteressata. L’appassionato di calcio, se è veramente tale, in fondo rimane sempre un bambino, per tutta la vita. Ecco perché, in questi casi, vengono alla mente famose parole come queste:

«…È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!...» (Luca – 17,2)

O per compensazione spirituale, altre parole come le seguenti, che ci riportano a quello che il calcio dovrebbe essere, un rito sacro in cui celebrare l’inutilità nelle sue forme più nobili, per imparare ad essere uomini, facendo finta di essersi dimenticati per un momento del mondo intorno:

Goal

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l'amara luce.
Il compagno in ginocchio che l'induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla - unita ebbrezza - par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l'odio consuma e l'amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
- l'altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch'io son parte.

Umberto Saba – 1940 / 1947

Squadra paesana

Anch'io tra i molti vi saluto, rosso
alabardati,
sputati
dalla terra natia, da tutto un popolo
amati.

Trepido seguo il vostro gioco.
Ignari
esprimete con quello antiche cose
meravigliose
sopra il verde tappeto, all'aria, ai chiari
soli d'inverno.

Le angosce
che imbiancano i capelli all'improvviso,
sono da voi così lontane! La gloria
vi dà un sorriso
fugace: il meglio onde disponga. Abbracci
corrono tra di voi, gesti giulivi.

Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa. V'ama
anche per questo il poeta, dagli altri
diversamente - ugualmente commosso.

Umberto Saba – 1940 / 1947

sabato 21 maggio 2011

Il giorno in cui Gilles divenne maggio


Cari amici viandanti per pensieri, l’ultima volta che ci siamo sentiti vi parlavo della mia prerogativa di saper coltivare di tanto in tanto anche le “non-passioni”, come quella per la Formula 1, ad esempio (e se proprio non avete di meglio da fare, è consigliabile dunque leggere anche il precedente articoletto…).

Diciamo che le “non-passioni”, diversamente dalle loro cugine passioni, quasi “don-abbondantemente” parlando, non te le puoi dare. Più che altro, sono loro che ti vengono a cercare. Infatti fu così che alcuni anni dopo la surreale avventura motoristica vissuta in quel di Monza, mi capitò di assistere ad un altro Gran premio, questa volta ad Imola. Furono i miei vecchi amici delle medie a coinvolgermi in quel caso, qualche tempo dopo il termine della nostra avventura scolastica comune.

Ci recammo in treno nella cittadina emiliana e i ricordi di quell’occasione, pur essendo sempre velati di un’aura leggendaria, risultano molto meno vistosamente sgangherati. Forse anche per il fatto che nel frattempo un po’ ero cresciuto, facendoci leggermente il callo a quest’idea che nel mondo le cose strane capitano molto più di frequente di quanto non si creda. La prima impressione che ricordo è la dimensione di “motorizzazione assolutistica” in cui mi trovai immerso appena messi giù i piedi del treno. Per raggiungere l’autodromo dovemmo fare un buon pezzetto a piedi, ma nonostante la distanza, tutta l’aria, come un krapfen alla crema, era già ricolma dei rombi di vetture di categorie minori, che scorrazzavano “sgommazzando” ringhiose fra le anse del circuito, a fare da antipasto alla gran abbuffata ufficiale del pomeriggio.

Anche stavolta la ricerca della postazione più propizia venne regolamentata da una sorta di legge primordiale della sopravvivenza. Un formicaio di persone si disperse lungo curve e rettilinei. Alla fine riuscimmo a piazzarci in un punto discreto, una sorta di collinetta chiusa in un largo tornante, dalla quale si potevano scorgere ben due tratti della pista, col vantaggio della leggera sopraelevazione un po’ distanziata, che avrebbe anche attutito l’effetto “lampo-visivo” scaturito dalle vetture, lasciandocele ammirare per qualche attimo in più, sul lungo campo visivo a disposizione.

Come mai tutta questa fortuna, stavolta, mi domandavo? Presto detto: in quel posto non si poteva stare, era una zona interdetta al pubblico per la scarsa sicurezza. Ero entrato pure io nel meccanismo della “passione”, pur non auspicata, mettendomi a fare cose insensate e contro la mia volontà, come succede ad ogni buon appassionato che si rispetti.

Però il mio spirito “non-passionale” più vero si prese una bella rivincita appena dopo, perché della gara non mi ricordo poi tanto, ma non ho scordato un pittoresco episodio al suo contorno. Poco distante da dove eravamo piazzati, si era accampato un gruppo di altri quattro o cinque ragazzi, un po’ più grandi di noi. Arguimmo che doveva trattarsi di fieri esponenti di quella tribù maschile che, con rispetto per essa parlando, non apprezza la “patata” nelle sue mille femminee declinazioni.

Trascorsero infatti tutto il tempo prima della gara coricati su un ampio panno steso sul prato, a giochicchiare, a scherzare fra di loro dandosi buffetti affettuosi, pizzicotti, spinte, a farsi sgambetti per burla, condendo i proprio lazzi con gioiose risatine. Da bandiere e striscioni che si erano portati appresso, si capiva anche che erano tifosi del pilota brasiliano Nelson Piquet, ma non era ben chiaro se per motivi strettamente sportivi o per altre predilezioni estetiche. Fatto sta che pochi attimi dopo l’inizio gara, i quattro giocosi giovialoni di colpo si disinteressarono di tutto, mettendosi bellamente a dormire sul loro panno, fino a poco prima teatro di tutte quelle moine.

Veramente bizzarre sono le strade della memoria, perché non ricordo chi vinse il Gran Premio, ricordo vagamente alcuni nomi di concorrenti (Prost? Patrese? Tambay? Arnoux?...boh…) e forse anche il fatto che l’ululato selvaggio dei vecchi motori di qualche anno prima si era imborghesito nel sordo brontolio delle nuove vetture con il turbo, ma non ho scordato la stravagante pantomima di quei ragazzi su quei pochi metri quadrati di panno, divenuti per incanto il circoscritto regno di una piccola favola moderna dell’assurdo, quasi un “happening” artistico all’insegna del disinteresse passionale assoluto, nel mezzo di una faccenda “molto seria” e rumorosa come un Gran Premio di Formula 1.

Un altro ricordo di “non-passionalità” motoristica mi lega tuttavia a quel mondo della biella esasperata, e risale al pomeriggio di un sabato che, anche allora come adesso, “era de maggio”. Questa volta è un ricordo più sfumato, malinconico, universalizzante, un po’ com’è nella natura del mese di maggio, a mio parere. Questa volta non c’entrava nessuna gita a nessun Gran Premio.

Trascorsi invece quel pomeriggio nel più completo e consueto oblio motoristico, a casa di un amico con altri amici, a giocare a Subbuteo o dedicandoci ad altri simili passatempi post-fanciulleschi. Uno di quei pomeriggi da ragazzi, durante i quali il tempo sembra fermarsi, tanto ci si sente in armonia insieme, che non si pensa a nulla ed i concetti di futuro e di passato sono puri infortuni di fantasie calcolanti, lasciate per qualche ora finalmente fuori dall’uscio.

Al momento di salutarci, ci venne voglia di accendere un attimo la tele e la mesta notizia c’investì tutti quanti: durante le prove del Gran Premio di quel fine settimana, il campione canadese Gilles Villeneuve era stato vittima di un gravissimo incidente e si disperava per la sua vita. Di colpo l’incantata atmosfera delle ore trascorse nella gratuità più assoluta del gioco, si mescolò a note d’irrealtà profonda. Fu molto strano, come se dal nostro territorio bambinesco e campagnolo delimitato da sensazioni diffuse d’inutilità pura, fossimo stati proiettati in un parallelo stato emotivo di altrettanto non-senso, questo però di carattere molto più serio, gravoso ed universale.

Seppi poi che il povero Gilles non ce l’aveva fatta e non ebbi quasi la forza, così come non riesco a ritrovarmela dentro nemmeno oggi, di domandarmi perché l’uomo si ostina a voler fare cose talmente inutili ed insensate, come lanciarsi a 300 km orari dentro una lattina posata su quattro ruote. Farsi quella domanda era altrettanto una perdita di tempo che chiedersi come mai gli umani sono così affamati di miti, sia da vivere in prima persona, sia da veder impersonati da altri.

Fin dall’attimo in cui sgusciamo fuori dalla pancia della mamma, sentiamo gravare su di noi i pesanti vincoli del “limite”, che poi per tutto il corso della nostra vita a venire cercheremo di scrollarci di dosso in infinite maniere. Chi ingozzandosi di conoscenza fino ad intridere le più intime fibre del proprio essere; chi viaggiando per ogni dove del mondo; chi rimanendo praticamente sempre nello stesso posto, ma spaziando altrettanto con le fantasie e la capacità di saper vedere sempre rinnovato il nuovo, fra i fitti peli della consuetudine; chi amando migliaia di donne, chi riuscendo a vederne e ad annusarne diecimila e oltre, sempre nella stessa.

Domandarsi perché quel giorno Gilles Villeneuve era morto non poteva portare dunque in nessun luogo occupato dai significati della logica e del buonsenso. Così com’era stato per Achille o per James Dean, o come sarebbe stato per Ayrton Senna. L’uomo, per sopravvivere sentendosi veramente tale, ha bisogno di nutrirsi di utopia forse ancor più che di pane. Per questo, in fondo, pur nello strascico di tristezza profonda che mi si depositò dentro dopo quella sequela di avvenimenti, non mi stupii più di tanto del fatto che Gilles Villeneuve, quel giorno, fosse diventato maggio.


venerdì 20 maggio 2011

Tutti insieme “non-appassionatamente”


Come tutti gli esseri umani, anche io provo passioni.
Ne provo tantissime e non di rado anche parecchio sconquassanti. Ma stranamente, dal di fuori, non si nota un granché di tutto ciò che mi bolle in pentola. Ancor più stranamente, ricordo che questa mia attitudine iniziò ad acuirsi soprattutto nel periodo adolescenziale. Proprio in quella fase della vita così ricolma per ciascuno di sconvolgimenti emotivi e di potenti vibrazioni interiori, in me si sviluppò una sorta di pudore nel lasciar trasparire il coinvolgimento in fervori di ogni genere, un senso della misura comportamentale oltremodo persistente quanto, probabilmente, inutile.

Avevo “deciso”, oppure lo aveva deciso per me qualche entità psichica (…o “numinosa”, che è poi un po’ la stessa cosa) di buttare tutto di dentro, lasciando quasi completamente sguarnite le palizzate del fortino della mia personalità, affacciate verso la grande prateria del mondo là fuori.

Questo atteggiamento si è portato dietro alcune conseguenze. La più vistosa sta forse nel fatto che le mie passioni non sono praticamente mai totalizzanti. Non mi voto anima e corpo alla “fede” per una passione. Rimane sempre fuori un margine di indipendenza critica, guidata da una non indifferente dose d’ironia, che mi offre nel contempo la consapevolezza di poter cercare “oltre” in ogni momento. O perlomeno, dopo aver fatto passare una discreta fase di attaccamento affettivo ad un certo aspetto della vita. In questa maniera, credo di esser riuscito, nel tempo, ad assaggiare tanti aspetti buoni di tante passioni, senza aver mai fissato stabilmente la mia dimora emotiva nel territorio di nessuna di esse.

Se non fosse espressione eccessivamente trombonesca e pretenziosa, mi piacerebbe definirlo “nomadismo passionale”.

Ho amato alla follia la pallacanestro e anche oggi il ricordo delle mille giornate trascorse con gli amici al campetto, danzando come sciamani ispirati dal ritmo dei nostri palleggi, mi commuove. Ma quando incappo in una partita di basket mentre slalomeggio fra i canali tv, raramente il mio interesse viene attirato in misura particolare. E impressioni simili si potrebbero riportare anche riguardo a tanti altri miei “appassionamenti”.

Altra conseguenza di questo mio ambivalente e bifacciale modo di vivere le passioni, è che anche dalle “non-passioni” mi possono derivare, e mi sono derivati, momenti emotivi particolarmente importanti. Come dall'automobilismo, ad esempio.

Mi riferisco in particolare, alla Formula 1, ovviamente. Della Formula 1 e delle automobili non me n'è mai potuto fregare di meno. Tuttora lo considero uno degli sport più pallosi che si possano immaginare. Il potere soporifero di quei domenicali pre-partenza post-prandiali, per me rimane sempre un portento incredibile. Non ci si capacità mai a sufficienza della bizzarria di uno sport in grado, da una parte, di impiegare le tecnologie più esasperate e di far raggiungere a degli esseri umani le velocità più elevate pensabili oggi stando attaccati alla superficie terrestre, ma nel contempo così efficace nel far venir sonno.

Eppure alla Formula 1 sono legato da tre ricordi, che pur con sfumature d'animo differenti, mi sono piuttosto cari a loro modo. Il primo riporta la mia memoria a quando ero ancora un bimbo o poco più. Mio babbo decise che tutta la famiglia quella domenica avrebbe fatto una gita a Monza, al Gran Premio. In qualche maniera, si rivelò una giornata memorabile e ricca di sorprese, un misto di stupore e mistero minaccioso, ai miei occhi infantili ancora troppo poco avvezzi a familiarizzare con certe umane follie passionali e con certi eccessi.

Tutto e tutti sembravano esser stati inghiottiti da un turbine di non senso in crescendo, quel giorno. La mattinata si era aperta nella relativa normalità. Ricordo che nel lungo girovagare per il grande parco in cerca di un posto di osservazione ottimale, rasentammo l'antica parabolica del vecchio tracciato del circuito, ormai abbandonata per la sua pericolosità. Mi parve letteralmente “un muro” e nella mia fantasia fanciullesca si fecero largo immagini di lontani bolidi “ a salsiccioto” dei tempi eroici di Nuvolari e Fangio, arditamente incollati dalla forza centrifuga a quella parete stradale ormai tutta screpolata e decrepita.

Poi, di man in mano che si avvicinava l'ora della gara, il delirio prese forma sempre più nettamente. La gente, letteralmente invasata, non si faceva scrupolo di abbandonarsi agli eccessi più smodati, pur di posizionarsi in quel posticino ritenuto più strategico da permettere la visione di un mezzo millisecondo in più di bolide sfrecciante. I giganteschi tabelloni pubblicitari, fatti di tralicci metallici e cartone, si tramutarono in graduali alveari zeppi di persone arrampicate sopra, che forando il pannello, si producevano la propria privata finestrella di visione.

Ogni albero in prossimità della pista, ma dico letteralmente ciascuno di essi, poteva vantare il suo inquilino, un novello barone rampante del fanatismo motoristico, abbarbicato fra i rami e ben deciso a non cedere la posizione ad altri, anche sfidando le impellenza dei normali ritmi fisiologici del corpo. Ve lo giuro, vidi un povero demente pisciare di sotto incurante di tutto, del pudore, del buon senso e pure delle teste dei sottostanti, che lo ricambiarono giustamente con accidenti ed invettive ben più salate della pioggia acida da essi forzatamente subita.

Gli altoparlanti ripetevano senza sosta inviti a non salire su nessun rilievo di nessun tipo, girava persino voce che un tizio si fosse fatto veramente male, cadendo di sotto. Forse si era addirittura spiaccicato senza più rimedio alcuno. Le frecce tricolore dipinsero il cielo, ma sempre per la fitta vegetazione, l'effetto più evidente della loro esibizione lo potemmo “godere” soprattutto col naso, sotto forma di denso polverone bianco-rosso-verde calato al suolo.

Poi finalmente venne dato il via ed un minimo di giustificazione ad aver sopportato fino a quel momento tutto quel gran termitaio di pazzi, lo potemmo assaporare. Non ricordo di preciso, ma mi pare che fossero in gara tra gli altri Mario Andretti, con la Lotus dalla nera livrea John Player Special, forse Niki Lauda o Jody Scheckter per le Ferrari, forse James Hunt, addirittura con la stranissima Tyrrel a 6 ruote. I ricordi si confondono molto e non sono sicuro di nessuno di questi nomi, ma quello di cui sono ancora più che certo è che non avevo mai visto delle cose andare così forte e fare così tanto rumore. Ad ogni nuova tornata del gruppone di auto, era come una sequela di urla strazianti emesse da rapidissime belve meccaniche nel riverbero di una foresta di umani regrediti a quello spirito tribale e selvaggio, fuori da qualsiasi tempo.

Non ricordo nemmeno chi vinse, ma alla fine la bandiera a scacchi fece calare il sipario su quel sabba sgangherato officiato in onore degli dei della biella e del pistone, e tutti poterono riversarsi sull'asfalto della pista, ammirando anche da vicino qualche vettura rimasta in panne, trascinata fino ai box a motore spento.

Poi ci fu solo il tempo per un paio di dettagli gentili: la frittata coi funghi che la mamma aveva portato da casa, un assoluta novità, mai assaggiata prima con quell'ingrediente dentro, sano promemoria del fatto che la nostra campagnolità ci avrebbe atteso tutta integra ed incorrotta una volta rientrati a Gillipixiland, nonchè la fugace visione della macchina di Diabolik (solo in seguito seppi trattarsi di un Jaguar E type) mescolata alle vetture del pubblico accorso, che illuminò la mia fantasia di fumettaro inveterato sin dalla più tenera età.

Questo giusto in tempo per immergersi nel ritorno a casa, che si rivelò non meno assurdo di tutto il resto della giornata, imbottigliati con la nostra ruggente Fiat 128 in una coda senza fine, mentre sotto gli occhi passavano lenti cartelli di amene località con l'immancabile desinenza in “ate”, calandoci in un mantra toponomastico che solo a pronunciarlo faceva scattare dentro l'irresistibile frenesia di mettere su una fabbrichetta o un mobilificio, specialità credenze in truciolato puro e rivestimento in formica.

Giunti a questo passo del mio confabulare, cari amici viandanti per pensieri, non posso scansare la constatazione di quanto il discorso mi si sia allungato oltre ogni aspettativa. Dunque, per non tediarvi oltremodo, vi rimando ad una prossima puntata, sempre dedicata alla mia “non-passione” per la Formula 1.

martedì 26 aprile 2011

In the name of the Word


Un po’ tutti noi di casa Pixel siamo sempre stati sensibili alle parole. Con “casa Pixel” intendo la mia stirpe, la mia genia. Il mio parentame vario, insomma.
Sensibili però non nel senso di grandi virtuosi quantitativi del linguaggio. Fra i miei avi ci saranno stati anche dei chiacchieroni abili intortatori verbali, ma perlopiù ho parecchie notizie di diversi rappresentanti antichi della mia famiglia che per cavargli fuori una parola di bocca, se non erano in vena, non sarebbe bastato un argano dei più poderosi.

La sensibilità per le parole, noi di casa Pixel la indirizziamo di preferenza verso le modalità qualitative del comunicare verbalmente. Quello che del linguaggio ci affascina è la bellezza di quell’attimo in cui il significante va ad inchiodarsi senza scampo contro il significato, nella stessa maniera che fa un’ infallibile freccia, quando s’infigge nel centro esatto del bersaglio.

A questa piacevole e leggiadra tradizione non si è sottratta nemmeno la mia nipotina. Lei è sempre stata una bambina buona, ma prova un po’ a farle fare una cosa che non le va a genio e ti pago una cena da Savini in galleria. Questo suo caratterino si è sempre riflesso anche nell’uso delle parole. La sua predisposizione alla chiacchiera risente ovviamente del suo appartenere al genere femminile, ma non è mai stata il tipo da sprecare troppe parole. Quando le dice, sono sempre ben ponderate ed è segno che andavano proprio dette.

Ormai è già grandicella, ma quand’era proprio piccina, a volte mi stupivo fortemente per la straordinarietà dei costrutti linguistici che mi capitava di sentire uscire da quel piccolo individuo roseo e paffutello. E’ vero che i bambini di oggi sono sottoposti a tantissime stimolazioni verbali, molte più di quante ne potevo ricevere io ai miei tempi, quando mi mettevano lì in un cantone con i miei Lego e contento come una Pasqua, mi gustavo i miei fantastici e silenziosi voli dell’immaginazione, costruendo mille edifici, astronavi e veicoli della mia meraviglia.

Adesso hanno la tele con centinaia di canali, mille diavolerie per fare musica, filmati e casini di ogni tipo, sono più coinvolti a frequentare compagnie varie, di diverse età (non vi faccia sorridere se aggiungo anche questo fattore: per un bambino cresciuto in campagna come me, non è un dettaglio da trascurare…). Per cui, può capitare che un bambino finisca per ripetere certe frasi o certe espressioni in maniera piuttosto meccanica, essendo a quell’età una sorta di piccola spugna di informazioni, immagazzinate spesso senza farle passare più di tanto attraverso il filtro di una possibile valorizzazione di senso.

Fatto sta che certe volte, la mia nipotina se ne veniva fuori con delle espressioni che pareva quasi ci fosse dentro un adulto a parlare al suo posto. E’ un peccato che non me le sia annotate in un taccuino di sue “memorabilia fanciullesche”, sarebbe stato piacevole rileggerle oggi. Me ne ricordo tuttavia una molto divertente, che sentenziò quando aveva più o meno l’eta di tre anni e mezzo, o quattro. In quell’occasione era in giro col nonno, seduta sul seggiolino della bici appeso al manubrio. Successe che s’imbatterono in un’altra accoppiata di nonno e nipotina, con quest’ultima più o meno dell’età della mia, e di nome Benedetta.

Come spesso si usa fare fra persone accessoriate di nipotame in simili circostanze, la mini-esponente di casa Pixel venne invitata dal nonno ad imitarlo in un cordiale saluto da rivolgere all’altra piccola bimba: «…Ciao Benedetta…su, dì ciao, dai!...». Al che, la mia nipotina non si accontentò di una semplice espressione di circostanza, ma memore di full-immersion ecclesiastico-oratoriali già subite fin da allora in copiosa misura, e forse leggermente infastidita di quella richiesta alla quale aderire con scarsa spontaneità, se ne uscì con la seguente sentenza: «…Ciao, Benedetta fra le donne!!!...». Chissà se si rendeva pienamente conto del senso di quanto detto. Fatto sta che a me parve un’uscita veramente spettacolare, per ironia e sagacia “non-sensuali”, anche se molto probabilmente involontarie.

Qualche tempo dopo, successe il fenomeno opposto: questa volta, la mia nipotina possedeva il concetto, ma fu l’espressione giusta a venirle meno. Il tutto però sempre con modalità gradevoli ed interessanti al tempo stesso.
Era l’epoca della sua prima elementare e l’apprendimento dell’alfabeto incombeva su di lei. A dire il vero, lei sapeva già leggere e scrivere fin dai tempi dell’asilo (e se vi dico che fin da poco dopo lo svezzamento ha sempre mangiato parole a colazione e merenda, non vi sto a raccontare una balla…).

Sapeva dunque già bene la giusta sequenza ufficiale delle lettere e si stupì non poco quando si accorse che la maestra le aveva presentate alla classe con un ordine diverso, raggruppandole probabilmente in base alle affinità di suono e di posizionamento di labbra e lingua in fase di pronuncia. Alla mia nipotina non tornavano i conti, e una volta che capitai da lei mentre si esercitava, mi fece una domanda con la quale voleva che le spiegassi se era stato usato un qualche criterio di suddivisione fra le lettere, se erano state in qualche modo radunate in quei piccoli mucchietti con una precisa logica.

Come vi dicevo però, stavolta possedeva l’idea, ma non il modo corretto di imprimerle la sua forma. La frase che tuttavia alla fine pronunciò, mi regalò un moto di divertimento altrettanto significativo e il fatto che la ricordo ancora a distanza di alcuni anni, la dice lunga su quanto quel nuovo piccolo miracolo della “fanciullitudine” toccasse le mie corde di appassionato della parola.

Per espormi la sua titubanza riguardo allo strano radunarsi delle lettere in quei piccoli plotoni anomali, mi domandò infatti la mia nipotina: «…Zio…ma abbiamo fatto in un modo?...», intendendo appunto una cosa tipo: «…Che criterio ha usato la maestra, secondo te, per presentarci le lettere in questa disposizione?...».
E quella volta fu non solo divertente, ma anche teneramente molto poetica.
Fu quasi come osservare la prorompente creatività già tutta potenzialmente presente in uno scultore, frenata tuttavia solo dalla sua ancora acerba abilità nel plasmare i materiali della propria arte.


sabato 18 dicembre 2010

Alle sorgenti di una stranezza


«...in a screaming ring of faces I seen her standing in the light
she had a ticket for the races just like me she was a victim of the night...»

Tunnel of love
Dire Straits - 1980

*******

Da ragazzino, quando ero un fumettaro veramente incallito e particolarmente trasognato, avrei voluto sapere tante cose sulle origini dei miei eroi di cartone prediletti. Dov’erano nati, chi erano i loro genitori, com’era stata la loro infanzia, se avevano fratelli o sorelle, che mestieri avevano fatto (se ne avevano fatti), quali amori avevano avuto, e così via. Tutte queste cose le avrei volute sapere riguardo ad Alan Ford, Tex Willer, Zagor, Mister No, Reed Richards, John e Sue Storm, Bob Rock, il conte Oliver, Grunf e tutti gli altri che adoravo.

Sono contento di aver vissuto l’acme della mia passione per i fumetti mentre avevo un’età in cui i miei beniamini dal “fiato parlante” li potevo quasi sentire come degli amici reali, essendo io calato all’epoca proprio in quel particolare limbo emotivo, a metà strada tra l’amore per l’immaginato e le continue proiezioni di esso nel mondo concreto, che caratterizza appunto l’era della fanciullezza.

Solo in seguito ho compreso meglio quanto poco sensato fosse quel mio desiderio di sapere di più della biografia degli amati personaggi dei fumetti. L’incanto stesso del racconto nel quale erano immersi pretendeva che le loro vite rimanessero sempre sospese in una nuvola di “indefinitezza temporale” appositamente architettata dagli autori delle storie, per mantenere sempre vivo il loro fascino di entità votate ad un presunto eterno presente. Ecco perché, nei vari episodi, i riferimenti ai trascorsi biografici di ogni personaggio erano centellinati con il misurino: non potevano essere confusi con gli uomini in carne ed ossa, e pur recandone in apparenza tutte le caratteristiche essenziali, ne erano in fondo dei simulacri privilegiati, immuni dal tempo normalmente inteso. In caso contrario, sarebbero risultati uomini o donne qualsiasi.

Se così fosse andata la faccenda, che gusto ci sarebbe stato? Dove si sarebbe smarrito tutto il loro potenziale fascino, la loro peculiare capacità di far sognare il lettore?

Nonostante tutto ciò, all’epoca della mia maggiore infatuazione fumettistica, accoglievo sempre con gioia ogni nuovo giornalino che introducesse anche il minimo spiraglio di rivelazioni sul passato dei miei cartonati amici.
Mi godevo la mia ignoranza, mi gustavo il mio diritto di non saperne nulla dei meccanismi narrativi del fumetto e della fiction in genere, pur intuendoli vagamente nel mio inconscio di piccolo appassionato di storie e “fole contate”.

Oggi l’ho presa su un po’ alla larga, ho fatto tutto un giro intorno, per arrivare a dire che secondo me, in fondo, anche il “personaggio” di Gillipixel è da considerarsi come una specie di fumetto.

E con questo? No, niente.

Con questo intendo semplicemente dire che anche cotesto presunto personaggio fumettistico che è Gillipixel, gode di una sorta di immunità biografica. Anche per questo motivo, di Gillipixel, gli elementi derivati effettivamente dalla “sua” vita vera, sono rari e “sublimati”. Gillipixel sono io e non sono io, entrambi raccontati da me, senza concedere troppi particolari di me, ma entrando talvolta sufficientemente nei dettagli per far capire qualcosa di me che è molto più del semplice me magari conosciuto nella realtà concreta.

Capito ‘na minchia, vero? Devo ridirla più lentamente?

Ma no, forse è meglio che vi racconti l’episodio nel quale presumo risieda l’origine di tutta la mia stramberia, che a sua volta è la causa primaria dell’intero mio modo di dare forma a questo blog.

Doveva essere l’anno della quarta elementare, se non vado errato, ma poco importa la precisione netta. Io ero il solito bambinetto riservato e diligente (forse più per pigrizia che per altro…).
Piccolo “inciso-premessa”: a Gillipixiland la bici è un prolungamento naturale della persona. Incontrare un tizio a piedi lungo una strada appena fuori dal centro abitato equivale quasi alla stranezza di vederlo girare in mutande. A parte chi gira in auto o altri mezzi motorizzati, una persona in giro per Gillipixiland è veramente degna di essere chiamata tale quando si “centaurizza” facendosi propaggine di una sella, due pedali, un manubrio e compagnia velocipeda bella.

Dovete dunque sapere che io, nel lasso di mia bambinitudine, una bici nuova tutta per me non la possedetti mai. Dal punto di vista “biciclistico”, ho sempre ereditato dal parentado vario oppure usufruito di mezzi rigorosamente usati. A casa mia, le spartane tradizioni contadine regnavano sovrane, con tutto il loro strascico di austerità e risparmio solenne, per cui una catena che aveva già girato migliaia di volte sotto la spinta di altri polpacci, poteva benissimo continuare a fare il suo morchioso dovere anche sollecitata dalle mie gambette di sbarbatello.

Questa cosa, da piccolo, ad ogni “nuova” bici usata su cui andavo a posare le mie fanciullesche terga, mi ha sempre trasmesso una punta di delusione. Poi passava il momento iniziale, mi affezionavo al mio ferreo cavallino di turno, e tutto si sistemava.

Il fatto più buffo è che alla fine, divenuto grande, la prima bici nuova vera e propria, con sella intonsa da qualsivoglia precedente aderenza chiappale altrui, me la concessi quando ormai avevo imparato ad apprezzare le bici vecchie, tuttora i miei cavalli d’acciaio preferiti.

Tornando a bomba, stavo dicendo che allora sarà stato all’incirca l’anno della quarta elementare, ed io ero fresco di regalo della mia seconda bici “nuova” usata. Fino a quel momento avevo scorrazzato su di una graziellina minuscola, ma ormai le mie leve stavano diventando eccessive per quei calibri ridotti, con conseguente sinfonia di ginocchiate in do minore per manubrio e leve dei freni.

Quella che mi arrivò però fu una delle biciclettine più deludenti di sempre. Non era né da bambino, né da ragazzo, né tanto meno da uomo. La sua misura ibrida ed intermedia fra quelle che nella mia immaginazione di allora reputavo essere canoniche, me la faceva pensare con leggero disappunto come una bici da “ometto”. Per dirla con un’espressione dei miei eroi di cartone: puah!

Il disagio si acuì nell’attimo in cui montai in sella: il manubrio era già ammaccato e l’impressione della ruota protrusa spropositatamente in avanti rispetto alla mia limitata esperienza ciclistica precedente, era sgradevole e disorientante. Però come per ogni altra bici, alla fine mi ci affezionai, anzi, dopo un po’ ne andavo fiero perché era unica rispetto a tutte quelle dei miei amici.

L’episodio chiave avvenne un giorno che pioveva da bestia e il fatto di averlo vissuto in sella alla mia biciclina ormai divenuta fedele compagna di scorribande, ne accresce il valore ai miei occhi. La campanella di fine lezioni suonò ed io mi fiondai in strada a pedalare indiavolato sotto l’acqua, parandomi dall’infida pioggia di “stravento” con l’ombrello messo praticamente “a parete” di fronte al manubrio.

Ero già agitato di mio, perché nel primo pomeriggio mi attendeva il detestato corso di nuoto, in città. Quel corso proprio mi repelleva per la presenza di uno “pseudo-maestro-kaiser-terzo” che, opportunamente dosato nel corso delle loro carriere, avrebbe fatto passare la voglia di scendere in una piscina anche a Johnny Weissmuller, Mark Spitz e Ian Thorpe messi insieme.

Chissà cosa mi passava per la mente dunque mentre affrontavo la piccola curva a gomito verso casa, imboccando il viale e non vedendo assolutamente una mazza per via dell’ombrello-sipario che mi precedeva. Non vedevo, ma sentii benissimo la craniata micidiale che andai a sbattere contro il cassone di un camion parcheggiato lungo il ciglio della strada: come aveva osato mettersi sulla mia traiettoria? Non usava, nel galateo dei camion in sosta, cedere il passo ad un bambino che va di fretta sotto l’ombrello col suo biciclino?

Fu una botta tremenda, non meno intensi lo stupore e lo shock. Mi fermai mezzo intontito e spaventato, l’ombrello semicalato ed il fiato tagliato a fette dall’agitazione. Mi portai la mano alla fronte. Per quel che ne capivo in quegli attimi di confusione, non sembravano esserci conseguenze, a parte un male boia. Stetti fermo giusto un minuto per ripigliarmi un minimo, e ricordo che, riportando di nuovo la mano alla testa, tastai un bozzo enorme che mi era lievitato, una sorta di cornino proprio nella parte frontale alta del cranio. L’agitazione crebbe a dismisura e mi affrettai a correre a casa di volata.

Una volta riavvolto nel conforto delle mura domestiche, credo che la tensione accumulata per l’episodio svaccasse al completo, perché vomitai, per la tremenda reazione emotiva immagino, e mi venne subito la febbre. L’unico pensiero che mi dava gran conforto, era che per quel giorno mi ero risparmiato le lezioni di quel despota del nuoto, che ignorava lo stile libero e imponeva solo quello tirannico. In un paio di giorni mi ripresi, ma credo che la mia bizzarria mentale e la mia immaginazione sgangherata scaturirono proprio da quella incredibile botta, da quel donchisciottesco colpo di testa assetato ad un camion che si ostinò a non voler entrare in gol.

Ecco perché vi dicevo prima che Gillipixel è un fumetto, un cartone animato: perché come capita ai fumetti, una volta gli si gonfiò sulla fronte un bozzo di alcuni centimetri, nel giro di pochi secondi. Ma soprattutto perché non so ancora bene se la cosa accadde a Gillipixel o a me.