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lunedì 1 aprile 2019

Lega le ore


Ogni primavera, nella notte dell'ultimo sabato di marzo, “un’ora” ci viene fatta evaporare fra le dita.

Tra le due e le tre, si forma un piccolo vuoto nel tempo, che crediamo di oltrepassare in un attimo, ma in realtà ci costa un invisibile scarto di incalcolabile “non essere”.

Quell'ora svanita via, moltiplicata per i milioni di uomini, donne, marmocchi, a cui è stato impedito di viverla, si trasforma in giornate intere, mesi e anni di tempo messo in forse.

Dove se ne va a finire tutto questo mucchio di ore “legalmente” sottratte ai legittimi proprietari?
Se non esistesse più nessun uomo al mondo a percepirlo, il tempo come noi lo intendiamo, continuerebbe a esistere? Probabilmente no, ci ha messo in guardia Kant.

Per analoga motivazione esistenziale, è sempre il tempo desiderato quello che rimane più caro nel cuore. Molto più di quello effettivamente vissuto. Su questo ci mise in guardia d’altra parte Leopardi.

In virtù di queste due umanissime motivazioni, tutto il malloppo di ore personali messe in sospeso con lo scatto d’orario estivo, rimane a veleggiare a mezz'aria, in una dimensione non meglio precisata, molto simile a una sorta di vasto “stato d’animo collettivo” mancato, a cui tutti possono guardare con una strana forma di malinconia affacciata su “tutto ciò che poteva essere ma non è stato”.

In quel gran marsupio di ore non spese, ci sono momenti di amore non fatto, sogni non proiettati, sonni non ronfati, parole nel dormiveglia mai pronunciate, libri non letti, riflessioni non pensate, odori notturni non annusati, fotogrammi di film non guardati, suoni non ascoltati, strade non guidate, appuntamenti mancati.

Quando poi quell’ora, a noi dovuta per naturale diritto marzolino dello scorrere del tempo, in ottobre ci verrà restituita, la ritroveremo ormai slavata e mezza biascicata, consunta dal gran lavorio che ci avranno fatto sopra per mesi le mascelle desideranti di mezza popolazione mondiale.

La logica delle cose avrebbe voluto che la potessimo trascorrere almeno in giugno, quell’ora messa in parentesi, o in buona compagnia sotto una serenata di stelle agostane fra lieti stridii di grilli e frulli di falene.

Invece ci sarà resa tutta scolorita dal gran sciacquio di voglie estive andate a vuoto.

Cosicché alla fine, ben che vada “ce la godremo” in novembre, quando non c'è nessuno in giro e tirando la coperta dal freddo ai piedi, il massimo che si ottiene è di scoperchiare il culo.

mercoledì 22 ottobre 2008

Ceci n’est pas une piPPe

(Foto di Gillipixel)


A se stesso

Giacomo Leopardi

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T'acqueta omai. Dispera
l'ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l'infinita vanità del tutto.


Bella la Poesia, vero? Già…molto meno dell’ora legale però, che non mi è mai stata un granché simpatica, soprattutto in questi giorni che è in procinto di tirare gli ultimi, obbligando ad alzarsi praticamente ancora nel cuore della notte.

Direte che sembra un discorso da ubriachi. Sì, e allora, del cammello in una grondaia o dell’ombrello e la macchina da cucire, ne vogliamo parlare?

Ad ogni modo, “questa non è una pippa”, e così beccatevi la rubiconda rivisitazione dell’immortale componimento giacominico, rivoltato come un pedalino canzonatorio con il lato più puzzolente girato verso il molesto slittamento temporale.


All’ora legale stessa

Gilli Pixel

Or poserai per qualche mese,
stantia ora legal. Perì
la Crescita
estrema,
ch'eterna tu ti credesti. Perì. Ben sento,
in noi di vuoto Sviluppo,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per l’inverno. Assai
frangesti i corbelli. Non val cosa nessuna
gli sfasamenti tuoi, né di sospiri è degna
la sveglia. Amaro, dessert e caffè
la vita, altro mai nulla; e pausa pranzo è il mondo.
T'acqueta omai. Fai disperare
le ultime volte. Al gener nostro il fato
non donò che il dormire. Omai disprezzo
te, la finanza creativa, il brutto
poter che, utilitario, a comun levatacce impera,
e l'infinita vanità del Prodotto Interno Lordo.