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sabato 17 aprile 2010

Petali di cenere


Oggi la cenere della Terra del Ghiaccio aleggiava sopra noi.
Niente avrebbe dovuto volare, ma i petali del cigliegione si sono sparsi per tutto il giardino, come una nevicata fuori stagione di piccoli fiocchi in vellutino bianco.
Sarà stato per la concomitanza di questi eventi, che mi è capitato di leggere una cosa del genere, in una giornata così:

«...Ma il quoziente di dolore di un individuo non è già abbastanza terribile senza amplificazioni romanzesche, senza dare alle cose un'intensità che nella vita è effimera e certe volte addidirittura invisibile?
Non per tutti.
Per poche, pochissime persone quest'amplificazione, uscendo e sviluppandosi in modo incerto dal nulla, costituisce la loro unica sicurezza, e il non vissuto, la supposizione, impressa per esteso sulla carta, è la vita il cui significato arriva a contare di più...».

Il fantasma esce di scena” – Philip Roth, 2007


sabato 20 marzo 2010

Lusinguato


Posso dire senza tema di smentita che fra le mie passioni più sfrenate di sempre rientrano anche le lingue.
Alt! Stop! Frena!...vi fermo subito: non state a pensare a nulla di torbido, nè di sensualussurioso-oh-oh-oh-suineggiante.
Sto parlando delle lingue come idiomi, non delle pratiche linguesche concrete, con tanto di convenevoli papillari reciproci ed affettuosi combaciamenti vicendevoli di roride superfici orali, che pure (come negarlo?) hanno il loro perchè.

Le lingue mi hanno sempre affascinato, anche se nella mia pigrizia inveterata non ho mai saputo andare in fondo alla questione più di tanto, rimanendo perennemente un cultore amatoriale della materia.
Il problema dalla traduzione da un idioma all'altro, in particolare, è la chiave di volta di tutto il fascino della faccenda. Osservare come un termine o un sintagma utilizzato in una lingua si tramuta quando passa in un'altra, con tutte le implicazioni semantiche che cozzano fra di loro, si abbracciano, vanno di pari passo o poi d'un tratto si sfuggono come schifandosi vicendevolmente. Tutto questo è magnifico. Perchè sotto quel lavorio di distillazione, se hai orecchio e cuore, puoi sentire i modi di pensare che stanno dietro ai modi diversi di parlare.

Da qualche parte una volta lessi una bella frase riguardante l'atto del tradurre. Non la ricordo letteralmente, ma in fatto di contenuti suonava più o meno così: tradurre è un gesto lodevole, indispensabile, per certi versi eroico, e tuttavia, del tutto disperato.
C'è un qualcosa di "tragico" (inteso il termine nel suo senso meno cupo e più nobilitante) nell'accostarsi di due linguaggi diversi. S'intesse quasi una sorta di nostalgia per quella quota di indicibile che mai potrà esplicitarsi nel passaggio da una parlata all'altra e viceversa.

Se capita che un qualche elemento del vivere si ritrovi più o meno adornato dei colori dell'irraggiungibilità, ecco che nell'uomo scatta automatico un senso di attrazione irrefrenabile per quella porzione di realtà. Il meccanismo non fa eccezione per quel che riguarda la lingua, nella fattispecie del punto che ho appena sottolineato.
La quota di quel quantum di ineffabile che, sul cammino della significazione mantiene lontani, seppur di pochi centimetri, due idiomi l'un l'altro stranieri, si potrebbe misurare con i medesimi centimetri che tengono separati da un amore impossibile
Oppure, questa parte di indicibile equivale all'asintotico scarto che perennemente accompagna lo spingersi verso quella sensuale fusione fisica e dell'anima, la cui meta definitiva viene spostata sempre più avanti, tipico dell'amplesso amoroso più intenso ed appassionato.

La bellezza crudele del confronto fra due lingue, sta dunque tutta lì: conoscendo un po' di entrambe, si riesce a cogliere il loro chiamarsi vicendevole, irrevocabilmente frustrato tuttavia da un senso di separazione assai simile a quello che accompagna il rapporto epistolare fra due amanti costretti a volersi bene nella lontananza irrimediabile che li separa.


Si tratta quindi pur sempre di un esercizio di bellezza e, riprendendo un passo del «Mercante di Venezia» (Atto V, scena I) di William Shakespeare, da me citato un po' gratuitamente qualche puntata fa, armato di testo originale e nel pieno spirito del mio rigoroso dilettantismo (chiedo dunque venia anticipatamente per eventuali vaccate), mi sono gingillato (o meglio: Gingillipixelato) a spulciare alcuni termini preziosi e a gustarne la profondità.
Naturalmente, quasi scordavo di dire tanto è superfluo, il passaggio da lingua a lingua privilegia sempre la parte in cui il capolavoro d'origine è collocato. Per cui ne deriva che, per il presente caso, la maggior gloria verrà tributata all'idioma inglese.

Il primo passo in italiano suonava tipo in questo modo:

Lorenzo –
La luna splende chiara. In una notte come questa, quando lieve baciava gli alberi il dolce vento senza il minimo fruscio, in una notte come questa credo che Troilo scavalcò d'Ilio le mura e sospirò l'anima verso le tende greche dove Cressida si giaceva quella notte.

Eccolo invece in inglese:

Lorenzo –
The moon shines bright. In such a night as this
When the sweet wind did gently kiss the trees
And they did make no noise, in such a night
Troilus methinks mounted the Troyan walls,
And sighed his soul towards the grecian tents
Where Cressid lay that night.

Nello spirito sopra illustrato del mio esercizio di bellezza, ho riposto il meglio dell'attenzione a rilevare i particolari inglesi, la cui immediatezza, preziosità, unicità, non potevano essere rese in italiano.
Ovvio che entrino i gioco anche giudizi del tutto personali. Come nel caso della prima frase notevole in fatto di sonorità, laddove l'inglese "...In such a night as this..." mi pare molto più evocativo del nostro "...In una notte come questa...".
E la differenza la fa lo scarto di un piccolo "...such...", che in italiano potrebbe essere forse reso con "...siffatto...", ma con scarso esito, credo.
Nel prosieguo dei versi "...In such a night..." si trasforma in una sorta di leitmotif di questa cantilena a due voci pronunziata dai due innamorati, Gessica e Lorenzo. Ma Shakespeare, che ha dalla sua la suggestione di quel minuscolo "...such...", può concedersi il lusso di sottolinearci il fatto che un gioco verbale fra amanti si sta inaugurando, semplicemente differenziando la primissima versione della formula (che è "...In such a night as this...") e ripetendola in seguito poi in forma ridotta, grazie appunto al "...such...", con l'elisione di "...as this...", ormai divenuto superfluo nel clima di familiarita ludica messo in piedi dai due dialoganti in amore.
Molto più piatto invece l'italiano, che "parte in tromba" con "...In una notte come questa..." e si mantiene monocorde su quel tono sino alla fine del piccolo cerimoniale verbale, usando cioè sempre la formula "...In una notte come questa...".
Ma il punto che più mi ha esaltato in assoluto in questo passo, risiede in quella paroluzza fantastica che ho ingrassettato al pari delle piccole frasi di cui ho appena parlato: "...methinks...".
Qui la fragilità del mio dilettantismo si fa sentire in maniera piuttosto intensa, e non so dire se si tratti di un'espressione inglese antica poi caduta in disuso, o cos'altro.

Nella mia ignoranza storico-linguistica mi azzardo tuttavia a dire che trattasi di parolina assolutamente deliziosa, una leccornia per i patiti del linguaggio. Anche e soprattutto perchè, sempre in virtù del mio discorso primario sulla bellezza crudele dell'atto del tradurre, "...methinks..." è una paroluzza assolutamente irrestituibile nella nostra lingua. Potremmo forse ipotizzare un "...me crede..."?
Sì, ma lo faremmo a costo di distorsioni inaccettabili, e anche quando, non otterremmo ancora lo scopo. Perchè se proprio proprio, allora, ancor più corretto e più distorto, dovremmo far ricorso ad un improbabile "...mecrede...", senza spazio alcuno di mezzo.
Ma tradurre vuol dire trasportare i significati contenuti nei termini di una lingua, in significati consimili espressi in un'altra lingua tramite termini esistenti: la creazione di neologismi (nel limite dell'accettabile) non è contemplata fra i compiti del traduttore.
Da una rapida ricerca sul web, leggo che trattasi di un vero e proprio verbo, usato in forme "archaic or humorous", e che sta per "it seems to me". Possiede pure una sua forma passata: "methought".
Dunque "...methinks..." sia, e "...methinks..." rimanga, incastonato e inestrapolabile dall'espressività esclusiva riservata alla sua lingua di pertinenza originale.

E ancora, proseguendo e salatando un po':

Gessica -
In una notte come questa Tisbe, mentre sfiorava con trepido passo i prati già coperti di rugiada, fuggì ad un tratto atterrita e discinta, avendo visto l'ombra del leone.

Col suo inglese:

Gessica -
In such a night
Did Tisbe fearfully o'ertrip the dew
And saw the lion's shadow ere himself,

And ran dismayed away

Il bellezzometro (= misuratore di bellezza linguistica) s'impenna qui su "...o'ertrip the dew...". Anche in questo caso, siamo di fronte ad un termine arcaico (almeno credo). Più che sfiorare, la parola inglese "...o'ertrip..." dà il senso di un "passaggio sopra", che unito all'idea della rugiada rende il tutto ancor più poeticamente irreale: sfiorare la rugiada camminando è già un'immagine intensa, ma addirittura "passarci sopra" rende l'effetto di un che di magico e portentoso.
Per non parlare poi del fascino della rugiada inglese, che ancora oggi suona come "...dew...", termine molto più lieve, che riflette meglio l'essenza soffusa di quel fuggevole fenomeno naturale, più del nostro pur bello italiano "rugiada", che, "rostrato" come un'antica nave da guerra romana dell'uncino di quella "r" iniziale, si avvinghia al suo significato rendendo meno giustizia alla fuggevolezza di quel vapore acqueo posato sulle cose notte tempo.

Ma troppo ci sarebbe da scrivere, leggendo Shakespeare in questo modo stupefatto. Concludo con un solo altro passo, contente l'ennesimo diamante linguistico.

In italiano:

Gessica –
A seguitar con te in questo gioco delle notti storiche, io, son sicura, ti subisserei, se nessuno venisse a disturbarci; attenti, ecco, sento un passo d'uomo.

In inglese:

Gessica –
I would out-night you, did nobody come;
But hark, I hear the footing of a man
.

Rimarco qui solo la stupefacente bellezza di "...out-night you...".
Come potrebbe rendere il traduttore questo piccolo capolavoro di sintesi e di completezza semantica? Forse con uno strampalato "...ti soprannotterei..."?
No, molto più semplice: il traduttore non lo rende in alcun modo, se non con una perifrasi alquanto lunga, che giustamente dichiara la sconfitta dell'atto del tradurre, le due lingue come due amanti che mai riescono a compenetrarsi anima e corpo fino in fondo, sopraffatti dall'immensità del proprio confronto amoroso.



giovedì 20 agosto 2009

Scrivere lo sguardo del lettore


Da un altro recente scambio di commenti con la simpatica Scodinzola, ho tratto un nuovo spunto di riflessione che vorrei sviluppare oggi. Il terreno di dialogo era sempre la scrittura e in particolare la scrittura di un blog.
Qualche tempo fa avevo ipotizzato l’esistenza di una certa affinità fra la disposizione d’animo di chi decide di scrivere un blog e quella invece propria del curatore di un diario personale escluso alla lettura di terzi.
Scodinzola, dopo essersi pazientemente sciroppata quel mio antico mattoncino teorico, giustamente mi ha fatto notare la differenza inequivocabile fra un blog ed un diario.
Il blog viene scritto per essere condiviso con altri, nell’ottica di uno scambio di idee.
Per altro verso il diario, se inteso nella sua modalità privata più classica, è una sorta di rielaborazione interiore di pensieri che invece di svanire nelle impalpabili dinamiche del normale flusso mentale, viene in qualche modo fissata sulla pagina.
Questa distinzione fondamentale sembrerebbe escludere ogni analogia fra un blog ed un diario.
Credo tuttavia che esistano sfumature più sottili in grado di farci salvare la capra della differenza ed i cavoli delle affinità.
Quello che mi sembra di poter dire è che il punto cruciale ruoti intorno alla definizione delle identità in gioco.
Anzi, ancor meglio: il fascino dello scrivere un blog oppure un diario, credo stia tutto nel gioco delle identità che si può venir a determinare.
Ecco, bisogna in ogni caso fare due precisazioni.
Innanzitutto, è vero che questo fatto accade un po’ tutte le volte che ci si mette a scrivere e in qualsiasi ambito lo si faccia, ma nel blog e nel diario succede forse in misura più marcata.
Inoltre, va anche precisato che la cosa riguarda probabilmente meno la dimensione dello scrivere a fini informativi: i blog che ricalcano in qualche modo le modalità giornalistiche, sono quindi meno toccati dal “fenomeno” del gioco di identità.
Ma per tutti gli altri casi, le affinità fra blog e diario calzano particolarmente bene se vengono considerati sotto l’aspetto del gioco delle identità. Non sto parlando dell’atteggiamento ingannevole di chi consapevolmente scrive con l’intento preciso di spacciarsi per un’altra persona.
Intendo invece tutti i modi “normali” di scrivere un blog o un diario. In queste occasioni, a mio modesto parere, è quasi inevitabile lasciarsi affascinare dal meccanismo stesso della “sperimentazione identitaria” che è proprio di queste due modalità di approccio alla parola scritta. Non si tratta tanto di “fingersi” altre persone, ma di “immaginarsi” altre persone. E’ un modo come un altro per tentare di superare l’oppressione causata dalla finitezza delle nostre esistenze.
Questo non significa “fuga dalla realtà”. O se preferite, sì, è anche un po’ fuga dalla realtà.
Ma si fugge da quelle parti di realtà che più ci fanno sentire limitati, conchiusi in un preciso perimetro fatto di spazi, di tempi e di identità personale troppo definiti.
Scrivendo su un blog o su un diario si vestono i panni di un Io “a maglie larghe”, un Io che può permettersi lussi non concessi a quel “povero diavolo” dell’Io concreto. E capita che la stessa “metamorfosi” venga applicata dallo scrivente anche al lettore, che viene immaginato un po’ a proprio piacimento.
Per questo importa poco che un diario sia destinato (almeno in teoria) a non essere letto da nessuno che non sia il suo creatore. Dietro le parole da noi plasmate c’è sempre un lettore immaginato, presente o futuro.
Per farla breve, curare un blog o un diario significa mettere in atto una sorta di piacevole “autoinganno”: siamo noi che scriviamo, ma al contempo non siamo completamente noi, siamo anche altre persone, così come labili e vagamente delineati nella nostra fantasia sono pure tutti i possibili lettori che ci ritagliamo su misura nel nostro dialogar-monologando.
Scrivendo un blog o un diario, si può infine provare l’esperienza emotiva di sentirsi singoli e plurimi allo stesso tempo, uno e tanti, nord e sud, Yin e Yang, scrittore e lettore fusi insieme in un unico essere modellato sulla volatilità della parola scritta.

Insomma, so che il discorso apparirà piuttosto contorto, ma questo non è niente rispetto a quanto potrete leggere nel seguente brano di William Faulkner, che mi ha dato il La per tutta la sbrodolata scritta sopra, nel tentativo di definire meglio il tema scaturito dallo scambio di battute con la cara Scodinzola:

«… - Bisessualità emotiva, - disse Fairchild.
- Sì. Ma lei cerca di conciliare questo libro e l’autore. Un libro è la vita segreta dello scrittore, il gemello nero di un uomo: non si possono conciliare. E per lei, quando si verifica lo scontro inevitabile, l’io vero dell’autore è quello che affonda, perché lei è uno di quelli per i quali il fatto e l’illusione acquistano verosimiglianza solo perché sono stampati.
- Forse sì, - disse Fairchild, distaccato, meditando nuovamente su una pagina. – Ascolti:

Labbra che sembran più stanche di tutto il tuo corpo stanco
Sembrano più stanche per il sinuoso, pallido e astuto

Quieto enigma del tuo volto segreto, e per la tua
Disperazione malata, ossessionata dal suo stesso male:

Non posare la tua mano di ragazzo sul tuo cuore per protestare
Che il sorriso concilia la tua bocca stanca,

Perché il giurarlo non ti fa ingannare

Dalla gioia segreta del tuo seno di donna.


Stanca la tua bocca sorridendo; puoi stringerti
A te stessa e saziare la tua sete di baci?
Il tuo risveglio di vergine si beffa di se stesso
Con l’acuta essenza del sonno, svegliandosi così,
E vicino alla tua bocca si cela il dolore del cuore gemello

Che nessun petto separa dal tuo: non si può spezzare.


- “Ermafrodito” – lesse. – Ecco di cosa si tratta. E’ una specie di pura perversione. Come un fuoco che non ha bisogno di alimento, che vive del proprio calore. Voglio dire che tutta la poesia moderna è una specie di perversione. Sembra quasi che i giorni della poesia sana siano passati per sempre, che i moderni non nascano più col dono per scrivere versi. Altre cose, lo ammetto. Ma versi, no. Si direbbe che gli uomini oggi non sian più abbastanza maschi e vigorosi per occuparsi di una cosa che è quasi contro natura. Una specie di razza sterile: donne troppo maschie per concepire, uomini troppo femminei per generare….».

Zanzare
William Faulkner - 1927