
Da un altro recente scambio di commenti con la simpatica Scodinzola, ho tratto un nuovo spunto di riflessione che vorrei sviluppare oggi. Il terreno di dialogo era sempre la scrittura e in particolare la scrittura di un blog.
Qualche tempo fa avevo ipotizzato l’esistenza di una certa affinità fra la disposizione d’animo di chi decide di scrivere un blog e quella invece propria del curatore di un diario personale escluso alla lettura di terzi.
Scodinzola, dopo essersi pazientemente sciroppata quel
mio antico mattoncino teorico, giustamente mi ha fatto notare la differenza inequivocabile fra un blog ed un diario.
Il blog viene scritto per essere condiviso con altri, nell’ottica di uno scambio di idee.
Per altro verso il diario, se inteso nella sua modalità privata più classica, è una sorta di rielaborazione interiore di pensieri che invece di svanire nelle impalpabili dinamiche del normale flusso mentale, viene in qualche modo fissata sulla pagina.
Questa distinzione fondamentale sembrerebbe escludere ogni analogia fra un blog ed un diario.
Credo tuttavia che esistano sfumature più sottili in grado di farci salvare la capra della differenza ed i cavoli delle affinità.
Quello che mi sembra di poter dire è che il punto cruciale ruoti intorno alla definizione delle identità in gioco.
Anzi, ancor meglio: il fascino dello scrivere un blog oppure un diario, credo stia tutto nel gioco delle identità che si può venir a determinare.
Ecco, bisogna in ogni caso fare due precisazioni.
Innanzitutto, è vero che questo fatto accade un po’ tutte le volte che ci si mette a scrivere e in qualsiasi ambito lo si faccia, ma nel blog e nel diario succede forse in misura più marcata.
Inoltre, va anche precisato che la cosa riguarda probabilmente meno la dimensione dello scrivere a fini informativi: i blog che ricalcano in qualche modo le modalità giornalistiche, sono quindi meno toccati dal “fenomeno” del gioco di identità.
Ma per tutti gli altri casi, le affinità fra blog e diario calzano particolarmente bene se vengono considerati sotto l’aspetto del gioco delle identità. Non sto parlando dell’atteggiamento ingannevole di chi consapevolmente scrive con l’intento preciso di spacciarsi per un’altra persona.
Intendo invece tutti i modi “normali” di scrivere un blog o un diario. In queste occasioni, a mio modesto parere, è quasi inevitabile lasciarsi affascinare dal meccanismo stesso della “sperimentazione identitaria” che è proprio di queste due modalità di approccio alla parola scritta. Non si tratta tanto di “fingersi” altre persone, ma di “immaginarsi” altre persone. E’ un modo come un altro per tentare di superare l’oppressione causata dalla finitezza delle nostre esistenze.
Questo non significa “fuga dalla realtà”. O se preferite, sì, è anche un po’ fuga dalla realtà.
Ma si fugge da quelle parti di realtà che più ci fanno sentire limitati, conchiusi in un preciso perimetro fatto di spazi, di tempi e di identità personale troppo definiti.
Scrivendo su un blog o su un diario si vestono i panni di un Io “a maglie larghe”, un Io che può permettersi lussi non concessi a quel “povero diavolo” dell’Io concreto. E capita che la stessa “metamorfosi” venga applicata dallo scrivente anche al lettore, che viene immaginato un po’ a proprio piacimento.
Per questo importa poco che un diario sia destinato (almeno in teoria) a non essere letto da nessuno che non sia il suo creatore. Dietro le parole da noi plasmate c’è sempre un lettore immaginato, presente o futuro.
Per farla breve, curare un blog o un diario significa mettere in atto una sorta di piacevole “autoinganno”: siamo noi che scriviamo, ma al contempo non siamo completamente noi, siamo anche altre persone, così come labili e vagamente delineati nella nostra fantasia sono pure tutti i possibili lettori che ci ritagliamo su misura nel nostro dialogar-monologando.
Scrivendo un blog o un diario, si può infine provare l’esperienza emotiva di sentirsi singoli e plurimi allo stesso tempo, uno e tanti, nord e sud, Yin e Yang, scrittore e lettore fusi insieme in un unico essere modellato sulla volatilità della parola scritta.
Insomma, so che il discorso apparirà piuttosto contorto, ma questo non è niente rispetto a quanto potrete leggere nel seguente brano di William Faulkner, che mi ha dato il La per tutta la sbrodolata scritta sopra, nel tentativo di definire meglio il tema scaturito dallo scambio di battute con la cara Scodinzola:
«… - Bisessualità emotiva, - disse Fairchild.
- Sì. Ma lei cerca di conciliare questo libro e l’autore. Un libro è la vita segreta dello scrittore, il gemello nero di un uomo: non si possono conciliare. E per lei, quando si verifica lo scontro inevitabile, l’io vero dell’autore è quello che affonda, perché lei è uno di quelli per i quali il fatto e l’illusione acquistano verosimiglianza solo perché sono stampati.
- Forse sì, - disse Fairchild, distaccato, meditando nuovamente su una pagina. – Ascolti:
Labbra che sembran più stanche di tutto il tuo corpo stanco
Sembrano più stanche per il sinuoso, pallido e astuto
Quieto enigma del tuo volto segreto, e per la tua
Disperazione malata, ossessionata dal suo stesso male:
Non posare la tua mano di ragazzo sul tuo cuore per protestare
Che il sorriso concilia la tua bocca stanca,
Perché il giurarlo non ti fa ingannare
Dalla gioia segreta del tuo seno di donna.
Stanca la tua bocca sorridendo; puoi stringerti
A te stessa e saziare la tua sete di baci?
Il tuo risveglio di vergine si beffa di se stesso
Con l’acuta essenza del sonno, svegliandosi così,
E vicino alla tua bocca si cela il dolore del cuore gemello
Che nessun petto separa dal tuo: non si può spezzare. - “Ermafrodito” – lesse. – Ecco di cosa si tratta. E’ una specie di pura perversione. Come un fuoco che non ha bisogno di alimento, che vive del proprio calore. Voglio dire che tutta la poesia moderna è una specie di perversione. Sembra quasi che i giorni della poesia sana siano passati per sempre, che i moderni non nascano più col dono per scrivere versi. Altre cose, lo ammetto. Ma versi, no. Si direbbe che gli uomini oggi non sian più abbastanza maschi e vigorosi per occuparsi di una cosa che è quasi contro natura. Una specie di razza sterile: donne troppo maschie per concepire, uomini troppo femminei per generare….».
“
Zanzare”
William Faulkner - 1927