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giovedì 26 luglio 2018

Emily Dickinson (1858-59)


Ogni tanto, aprendo un libro di poesie, trovi una sorpresa gradita…

*******

“Emily Dickinson (1858-59)”

Le nostre vite sono svizzere –
così immobili – così fredde –
finché un pomeriggio chissà
le Alpi lasciano aperte le tende
e noi vediamo di là!
L'Italia è dall'altra parte!
Mentre come sentinelle in mezzo –
le Alpi solenni –
le Alpi sirene
eterne si frammettono!

[…Our lives are Swiss –
So still – So Cool –
Till some odd afternoon –
The Alps neglect their Curtains
And we look farther on!
Italy stands the other side!
While like a guard between –
The solemn Alps
The siren Alps
Forever intervene!...]

domenica 27 gennaio 2013

La confraternita dell’etilometro


Quello che un poeta non dovrebbe mai azzardarsi a fare, è spiegare una sua poesia. I miei vantaggi in merito sono però due: primo, non sono un poeta, ma soltanto un membro onorario della confraternita dell’etilometro. Secondo: quella che mi accingo ad analizzare non è affatto una poesia, bensì il semplice prodotto di mie divagazioni para-filoso-folleggianti.

Ecco dunque spiegato come io possa permettermi di dire due parole su una recente mia composizione, senza timore di infrangere l’aurea legge della poesia testé accennata. Anzi, a volte i “non poeti” hanno quasi il dovere di illuminare meglio le proprie intenzionalità espressive, per fugare il velato sospetto, che sempre li perseguita, di soggiacere ad un certo malvezzo in virtù del quale le loro parole potrebbero essere state tirate semplicemente a casaccio con la fionda contro il foglio bianco. Mi piacerebbe invece cercare di illustrare, se non proprio un preciso percorso interpretativo, perlomeno un vago tracciato evocativo pertinente alle mie frasi.

Riporto la composizione, per una più agevole sinossi (minchia, come parlo difficile oggi…):

Distillati d’attimi

Distillati d’attimi,
oltre non vorremmo osare.

La durata è sgomento,
il non tempo odora di per sempre.

A mezz’aria nella clessidra
     il granello di sabbia
                 so-
               spen-
                de
            lo spirito
in ammirazione frenante.

E’ gravosa
l’impalpabile discesa,
come di masso
al cui silente tonfo mai s’intende prestar fede.

Vestendo la glabra pelliccia
d’animali tracimanti l’incompiuto,
c’avvinazziamo del vero assenzio
sublimato dalle nostre essenze.

Vattene, tempo, fuori dai peli,
ma non diseredarci
del tuo marchio senza veli.

*******

Tutta la poesiola è intessuta intorno all’ambiguità del tempo e della percezione di esso, e gioca sulle paradossalità emozionali ed affettive che senza sosta ci procura il nostro essere ineluttabilmente immersi nel flusso temporale. “Distillati d’attimi” è riferito proprio a quelle porzioni di tempo che più ci gratificano e che sono sempre così rare e repentine, rispetto al “mare magnum” cronologico fatto invece perlopiù di momenti banali, noiosi, lunghi, insignificanti, ordinari, angoscianti anche, a volte. L’immagine del “distillare” il tempo vuole appunto suggerire un’ideale operazione di estrazione del meglio che il tempo ci può offrire: goccia a goccia, filtrato con l’alambicco.

Gli attimi sono “distillati” nei fugaci frangenti di un bacio, nell’esaltazione fulminea che ci sa regalare la vicinanza della persona o delle persone amate, nel rapimento estatico procurato dalle emanazioni di senso provenienti da un’opera d’arte o dall’immersione in uno scenario naturale particolarmente “totalizzante”. E così via. “Oltre non vorremmo osare” è già una constatazione di paradosso e di inevitabilità: vorremmo sempre rimanere sospesi dentro quegli attimi distillati, ma ci rendiamo benissimo conto di come la loro stessa preziosità sia funzionale alla medesima fugacità che recano con sé.

“La durata è sgomento, / il non tempo odora di per sempre”: qui ribadisco, o perfeziono, la suggestione di prima. Il tempo durevole, prolungato, esteso, le ore senza fine apparente del quotidiano comune, ci paiono spesso un ostacolo insormontabile, e desidereremmo dimorare sempre nell’illusorio “non tempo” degli attimi distillati. Per meglio rendere la suggestione, mi è sembrato bello inserire questo riferimento evocativo ad un non meglio immaginato “odore di per sempre”. Ulteriore contraddizione nel paradosso: “per sempre” è nel medesimo tempo espressione che spaventa, agognata, ma anche frutto potenziale di repulsione.


Nel blocchetto successivo di “versi”, introduco una sorta di trucchetto da mestierante poetastro saltimbanco. Dopo “The bomb”, la composizione in cui Gregory Corso richiamava graficamente la sagoma del fungo atomico tramite “andate a capo” ed impaginazione dei versi calibrate ad hoc, simili stratagemmi andrebbero banditi per eccesso di imitazione. Ma non ho saputo resistere. Il mio ben più modesto disegno risultante dal gioco delle righe, suggerisce blandamente la silhouette della clessidra a cui si fa riferimento appunto nel testo. Per accentuare l’effetto, ho voluto spezzare la parola risultata centrale, “so-spen-de”, a rendere ancor meglio l’immagine del granello di sabbia che la nostra “ammirazione frenante” vorrebbe si fermasse indefinitamente a mezz’aria, a decretare il “non tempo” dei tanto agognati “distillati d’attimi”.

“E’ gravosa / l’impalpabile discesa, / come di masso / al cui silente tonfo mai s’intende prestar fede”: quel granello tuttavia prima o poi deve cadere. Ed anche se ci può apparire eterno e sommante incorporeo il lasso di attimi della sua sospensione, alla fine è questo che si rivela essere: un masso che cade pesantemente nello smarrimento che segue l’orgasmo, nel lunedì che segue la tregua del week-end, nelle urgenze pratiche del vivere che spazzano via ogni poeticità. E ad ogni rinnovarsi dell’estasi riscoperta negli attimi distillati, riprendiamo ad illuderci che stavolta no, il tonfo non ci sarà, non gli vogliamo “prestar fede”: eppure il granello non manca mai di tornare a toccare il fondo della clessidra, con la sua pesantezza ci sorprende senza tregua, di una sorpresa amara, ma al tempo stesso così familiare ed usata.

“Vestendo la glabra pelliccia / d’animali tracimanti l’incompiuto, / c’avvinazziamo del vero assenzio / sublimato dalle nostre essenze”. Ecco, qui lo ammetto senza problemi: gli ultimi due blocchetti di versi sono quelli più esoterici e sfuggenti, e io stesso fatico un po’ a chiarirli. L’idea era quella di richiamare la dualità che sempre sussiste nell’uomo, la distonia, incerti casi, innescata fra la sua inestirpabile componente animale da una parte, e la sua essenza civilizzata, dall’altra. Tutto ciò mi è sembrato che affiorasse bene attraverso l’immagine di una “glabra pelliccia” che ogni donna o uomo si porterebbe addosso, una pelliccia paradossalmente senza peli, perché partecipa sia dell’animalità, sia della nostra componente civilizzata.

“Animali tracimanti l’incompiuto” è senza dubbio il passo più oscuro. “L’incompiuto” starebbe a significare esattamente la nostra incapacità di approdare ad una compiutezza nella comprensione del tempo. Il tempo ci affascina, ci trascina nel suo turbine, ci ubriaca, non possiamo sottrarci ad esso, ma non lo capiremo mai: in questo tentativo di svelarne il mistero, mettiamo in gioco tutte le nostre facoltà, gli istinti animali uniti alle raffinatezze logico-razionali, ma l’unico risultato finale sta nel nostro tracimare una impotente incomprensione.

“C’avvinazziamo del vero assenzio / sublimato dalle nostre essenze”: qui mi è piaciuto giocare con la sonorità delle parole “assenzio” ed “essenze”. Il tempo è una componente radicale della nostra essenza di uomini: ci è connaturato. L’effetto che a volte ci procura è quello di una vera e propria ubriacatura: è vertiginoso nelle sue contraddizioni, e come presi nel gorgo dei fumi dell’alcol, talvolta ci addentriamo nei suoi misteri.


Concludo infine con un’invocazione, un po’ ironica e volutamente contraddittoria: “Vattene, tempo, fuori dai peli, / ma non diseredarci / del tuo marchio senza veli”. E’ forse quello che ciascuno vorrebbe: non soggiacere più al dominio del tempo (“Vattene, tempo”). Però al tempo stesso, la richiesta è molto pesante e pericolosa da fare: non volere più il tempo significa anche non volere più la vita, significa affacciarsi alla Grande Incognita di ciò che sta oltre il tempo. Quello che ne risulta dunque alla fine, è un’invettiva un po’ infantile e senza senso, un desiderare una cosa ed il suo opposto, un richiesta rivolta al tempo di lasciarci in pace, ma, per carità, di non abbandonarci (“non diseredarci”), di non allontanare da noi il suo marchio senza veli, ossia la condizione temporale che è parte così lampante ed evidente della nostra essenza di uomini. “Fuori dai peli” è un piccolo calembour per richiamare l’espressione “fuori dai piedi”, riecheggiando nel contempo il riferimento alla pelliccia introdotta nelle frasi precedenti. Il marchio del tempo è “senza veli”, sia in riferimento alla sua evidenza estrema, sia perché questa allocuzione suggerisce l’impotenza della nostra “nudità conoscitiva” di fronte al tempo che ci segna indelebilmente.

Se alla fine, a dispetto di questa mia piccola auto-esegesi, ciascun lettore che avrà avuto la pazienza di leggersela, continuerà ad ogni modo a sostenere: boh, sarà, ma io ci avevo capito tutt’altre cose…beh, ne sarò ancor più lieto, perché vorrà dire che si tratta di una composizione aperta alla multi-significazione e non mono-direzionata su un binario interpretativo unico.

giovedì 30 giugno 2011

L'irrealtà sognata dal vivo


Ho sognato un sogno talmente intenso da lasciarmi addosso uno stato di estatico sconvolgimento, al risveglio. Quasi per caso, ho sfogliato poco dopo un libro e quel sogno era là dentro, "trans-irrealmente" istoriato nero su bianco. E pensare che al mondo c'è ancora gente che perde tempo a drogarsi, quando esistono sostanze così sconquassanti come la poesia e la letteratura...

*******

Dormi mentre io veglio...
Lasciami sognare...
Niente in me è allegria.
Ti voglio per sognarti,
non per amarti.

La tua carne calma
è fredda nel voler mio.
I desideri miei sono fatica.
Nè voglio fra le braccia
il mio sogno del tuo essere.

Dormi, dormi, dormi,
vaga nel tuo sorridere...
Ti sogno così tanto
che il sogno è incanto
e sogno senza sentire.

"Dormi"
Fernando Pessoa - (1924)

domenica 2 gennaio 2011

"Il maledetto compito"


«...Perchè nel libro segreto dei miei ricordi il sabato pomeriggio e la domenica mattina saranno così lieti e assolati, mentre il pomeriggio della domenica sarà così cupo, uggioso, triste? Sarà il ricordo del compito per casa a darmi quell'angoscia che mi porterò dietro per tutta la vita.

Trascorrerò due anni in campo di concentramento, e più di un anno in prigione: là tutti i giorni saranno uguali e non avranno nome. Non esisteranno calendari, ma io sentirò quando sarà domenica. E se in vecchiaia odierò il pomeriggio della domenica e lo sentirò pesare sulle mie spalle, la colpa sarà del compito per casa. Del compito che mi aspettava al varco, la sera della domenica quando avevo terribilmente sonno.

[...] E quando successivamente si parlerà di abolire i compiti delle domeniche, stanerò dal suo angolino quel ragazzino con i capelli alla Bebè e gli mostrerò il giornale: lui leggerà sillabando i titoli "Niente compiti alla domenica" e, guardandomi con grandi occhi rotondi: "Anch'io?" mi domanderà con ansia.

"Tu no, povero Giovannino" gli risponderò. "Per te è troppo tardi. Fino al giorno in cui io vivrò e tu dovrai vivere nel mio vecchio cuore, avrai ogni domenica il tuo compito da fare".

(La nostra fanciullezza non muore, vive perennemente in noi e diventa sempre più viva col passare degli anni. Quando il compasso chiuderà il cerchio, l'ultimo punto è più lontano ma è anche il più vicino perchè coincide con esso).

Il ragazzino mi guarderà coi suoi occhi pieni di angoscia. "Giovannino" gli dirò "torna nel tuo angolino in fondo al mio vecchio cuore. Oggi è domenica, la sera sta cadendo e tu devi fare ancora il compito".
"Il maledetto compito" preciserà perchè ci conosciamo a fondo e ha confidenza in me...»

"Chi sogna nuovi gerani?"
Giovannino Guareschi - 1993


domenica 2 maggio 2010

Carezze fuggevoli


La bellezza non ha causa:
Esiste.
Inseguila e sparisce.
Non inseguirla e rimane.

Sai afferrare le crespe
Del prato, quando il vento
Vi avvolge le sue dita?
Iddio provvederà
Perché non ti riesca.

Emily Dickinson - 1862



giovedì 4 marzo 2010

L'uomo di carta


Do loro
dolore
e doloro.

Una mano
nell’umano
non è dato dare.

Prole di parole
solo sono.

martedì 3 febbraio 2009

Giusto per rifarsi la bocca

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Benedetto sia 'l giorno, e 'l mese, et l'anno,
et la stagione, e 'l tempo, et l'ora, e 'l punto,
e 'l bel paese, e 'l loco ov'io fui giunto
da' duo begli occhi che legato m'ànno;

et benedetto il primo dolce affanno
ch'i ebbi ad esser con Amor congiunto,
et l'arco, et le saette ond'i' fui punto,
et le piaghe che 'nfin al cor mi vanno.

Benedette le voci tante ch'io
chiamando il nome de mia donna ò sparte,
e i sospiri, et le lagrime, e 'l desio;

et benedette sian tutte le carte
ov'io fama l'acquisto, e 'l pensier mio,
ch'è sol di lei, sì ch'altra non v'à parte.

Francesco Petrarca

...non che io abbia poi quei gran punti o giorni da benedire...ma così, giusto giusto per darvi l'opportunita di leggere qualcosa di decente su questo blog, di tanto in tanto...

mercoledì 22 ottobre 2008

Ceci n’est pas une piPPe

(Foto di Gillipixel)


A se stesso

Giacomo Leopardi

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T'acqueta omai. Dispera
l'ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l'infinita vanità del tutto.


Bella la Poesia, vero? Già…molto meno dell’ora legale però, che non mi è mai stata un granché simpatica, soprattutto in questi giorni che è in procinto di tirare gli ultimi, obbligando ad alzarsi praticamente ancora nel cuore della notte.

Direte che sembra un discorso da ubriachi. Sì, e allora, del cammello in una grondaia o dell’ombrello e la macchina da cucire, ne vogliamo parlare?

Ad ogni modo, “questa non è una pippa”, e così beccatevi la rubiconda rivisitazione dell’immortale componimento giacominico, rivoltato come un pedalino canzonatorio con il lato più puzzolente girato verso il molesto slittamento temporale.


All’ora legale stessa

Gilli Pixel

Or poserai per qualche mese,
stantia ora legal. Perì
la Crescita
estrema,
ch'eterna tu ti credesti. Perì. Ben sento,
in noi di vuoto Sviluppo,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per l’inverno. Assai
frangesti i corbelli. Non val cosa nessuna
gli sfasamenti tuoi, né di sospiri è degna
la sveglia. Amaro, dessert e caffè
la vita, altro mai nulla; e pausa pranzo è il mondo.
T'acqueta omai. Fai disperare
le ultime volte. Al gener nostro il fato
non donò che il dormire. Omai disprezzo
te, la finanza creativa, il brutto
poter che, utilitario, a comun levatacce impera,
e l'infinita vanità del Prodotto Interno Lordo.

sabato 18 ottobre 2008

Un giorno che ero pigro...

(Foto di Gillipixel)

Oggi sono andato per pensieri, ma la pigrizia non me ne ha lasciato cogliere. Volevo però dire qualcosa lo stesso, e così lascio la parola ad un tale che ne sapeva:

Sulla Fama
John Keats

E' divorato dalla febbre l'uomo che non sa guardare
I suoi giorni mortali con giusta serenità:
Strazia le pagine tutte del libro della vita,
E il suo nome bello deruba della sua verginità.
E' come se la rosa da sola si cogliesse,
O palpasse la prugna matura la sua eterea lanuggine,
Come se una naiade, credendosi un elfo importuno,
La sua grotta oscurasse di nera fanghiglia.
Ma sul rovo lascia se stessa intatta la rosa,
Che la bacino i venti e se ne cibino le api;
E la sua veste bruna indossa ancora la prugna matura,
Come il lago indisturbato ha il suo spazio di cristallo:
Perchè mai dovrebbe allora l'uomo, cercando favori, porre il mondo in croce
E sciupare così la sua salvezza, solo per un'illusione feroce?