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lunedì 12 novembre 2018

Rutti postmoderni


Con un'immagine suggestiva, potremmo paragonare il linguaggio che parliamo, a un paesaggio in cui ci ritroviamo a vivere.

Non ci vorrà allora un esperto di urbanistica per cogliere un’interessante similitudine fra le due dimensioni.

Gli ambienti di vita, le case, i quartieri, i paesi, le città, solitamente risultano più gradevoli da abitare e ricchi di fascino, quando hanno avuto modo di caricarsi di significati nel tempo, in maniera graduale, per lenta stratificazione.

Un borgo medievale ci concilia con la nostra sensibilità e con la propensione al bello, molto più di quanto non sappia fare una via piena di capannoni in un quartiere industriale.

Qualcosa di simile succede anche con le parole. Quelle che si sono formate lentamente, modellate dall'esperienza parlata quotidiana, di solito contengono una forza evocativa più vasta, un’energia maggiore, un’ampia capacità di trasportare con sé significati e sfumature di senso.

Sul fronte opposto, si formano talvolta certe “parole-capannone”, nate dall’oggi al domani, perlopiù nell’ambito del linguaggio tecnologico, che quando va bene suonano un po' fredde e legnose.

E sottolineo “quando va bene”. Perché nei casi più infelici, sono delle vere e proprie schifezze. “Abusi linguistici” che nemmeno il più generoso condono riuscirebbe a sanare.

Mi è capitato di sentirne una di recente, che ho trovato di una bruttezza veramente spettacolare. L'hanno detta in tv, e tra l’altro ho rischiato pure grosso, dato che nel mentre stavo mangiando.

Spero che siate a stomaco leggero, perché leggendo questa parola si rischia il rigetto post-prandiale senza appello.

La parola è “bio-digestore”.

Se siete riusciti a reprimere i conati (immagino molto a fatica), proseguo col mio discorso.

Con questa sgraziata, e disgraziata, parola, viene indicato un impianto per la trasformazione di rifiuti organici in biogas.

Ora, capisco la necessità di sintesi e di una terminologia pratica per capirsi velocemente nelle questioni tecniche. Ma c'era davvero bisogno di escogitare questa sguaiata "perla”?

Personalmente, il “bio-digestore” mi ha evocato una serie di immagini sparpagliate fra il comico, il grottesco e l'inquietante.

La prima cosa pensata è stata una squillante bestemmia, magari sparata in un gruppo di vecchietti seduti all’osteria a farsi una briscola: “...Ma bio digestore!!! Pudévat mia calà al fümóŋ?...” (“…non potevi calare l’asse di bastoni?!?!?!...”).

Il “Bio-digestore” può farci precipitare anche in atmosfere apocalittiche stile “Blade runner” o “Matrix”, col mondo trasformato in un enorme stomaco globale che si sta auto-digerendo, sino alla tremenda soluzione finale della gran scoreggia galattica totale.

Sì, perché poi, a ben guardare, chi ha concepito questo gioiello di parola ha anche un po' ciurlato nel manico.

Ci depista attirando l’attenzione sulla fase digestiva di tutto il processo, ma se l’obiettivo conclusivo è la produzione di gas, era un altro il passaggio da mettere in rilievo.

Invece di “bio-digestore”, se davvero volevano essere tecnicamente coerenti, avrebbero dunque dovuto chiamarlo, ad esempio, “flatulone”, “air-fart-one”, “gran petoforo”, o “scoreggificio”.

Insomma, per tornare un po' seri (ma non troppo), lo chiamino pure “bio-digestore”, oppure Pink Floydianamente “The Great fart in the sky”, ma il punto focale rimane il nostro sacrosanto diritto di difenderci dalla bruttezza.

Usare parole brutte è un po' come subire la bruttezza dei luoghi. Anzi, si diventa quasi complici dell’abbruttimento.

Così come pretendiamo giustamente la tutela ambientale, dovremmo esigere anche una tutela linguistica.

Certo, creare bellezza è prerogativa forse riservata soltanto agli artisti. Ma sforzarsi di far sì che almeno non aumenti la bruttezza, credo sia più alla portata di tutti.

Magari partendo da piccole cose. Tipo rifiutarsi di digerire astruserie indigeste come la parola “bio-digestore”.


mercoledì 25 luglio 2018

Lozioni di strano


Adoro le lingue inventate. Mi divertono un sacco gli idiomi simulati partendo da sillabe o sequele di suoni assimilabili a una qualche parlata immaginaria. In generale, mi piacciono i giochi di parole, le frasi i cui suoni diventano qualcos'altro, in una bizzarra sarabanda di significati più o meno fondati.

Fin da quando ero bambino, per me l’inglese è stata quasi come una lingua inventata. Me lo bevevo con grande inconsapevolezza attraverso le adorate canzoni pop e rock, non capendoci assolutamente nulla in quanto a senso del testo, ipnotizzato dalla bellezza delle melodie, che per osmosi estetica si trasmetteva a quelle misteriosi frasi, trasformandole in fascinose formule magiche verbali.

Non so quanti anni ci ho messo per capire cosa volessero dire i Rolling Stones con quella loro fatidica tiritera, che a me era sempre bastata così, nella sua potenza carismatica di puro suono: Aghegghetno sadisfescio! Enatrai! Enatrai! Enatrahai!...

E anche dopo, che l’inglese l’ho imparato un po', mi è successo di incontrare strane mescolanze semantico-sonore, sempre ascoltando bei brani musicali del miglior repertorio pop. E mi succede tuttora.

C'è ad esempio questa canzone di Paul Simon, molto bella per me, “Diamonds on the soles of her shoes”, contenuta nell’album “Graceland”.

Il testo a dire il vero, se provate a tradurlo, risulta molto surreale. Di fatto ci sono questi due ragazzi, lei molto ricca e lui poverissimo, si devono incontrare per un appuntamento, o qualcosa così.

A un certo punto arriva la buffa metamorfosi linguistica. Dice il testo: “...The poor boy changes clothes / And puts on after-shave / To compensate for his ordinary shoes…”, ossia “…Il povero ragazzo si cambia i vestiti / E mette il dopobarba / Per distogliere l’attenzione dalle sue scarpe ordinarie…”.

A sentire la frase cantata, un po' rapidamente anche per questioni di metrica, quando si arriva a “…puts on…” (“…mette su…”), si finisce per capire “puzón”.

Il risultato è dunque un improbabile “puzón afterscèiv”, dove la prima parola diventa quasi la marca del dopobarba, il famoso “dopobarba puzón”, per l'appunto, la lozione per l’uomo che non deve profumare mai.

Ferma restando la bellezza del brano, è divertente allora sorridere di queste piccole aleatorietà verbali, e domandarsi scherzosi quesiti del tipo: va beh che dovevi nascondere le scarpe brutte... ma cosa sei “semo”, a metterti il deodorante puzón?

venerdì 29 giugno 2018

Con gran faccia da fondamento


Sempre da “I Vicerè” di Federico De Roberto, un'altra preziosità linguistica stavolta virante verso sfumature trivial-comico forbite.

Padre Don Blasco Uzeda è il più sulfureo e strabordante personaggio del romanzo.

Costretto a entrare in convento, fra i benedettini, per via di atavici e distorti meccanismi familiari che fra gli aristocratici destinavano a tale sorte i figli cadetti, è il vero e proprio “anti-frate” per partito preso e per ripicca socio-esistenziale sempre perseguita.

Don Blasco è un omaccione godereccio, collerico e attaccabrighe, dedito al gioco d’azzardo; “schiavazza” a destra e a manca per il quartiere intorno al convento, dove ha coltivato nel tempo una sua rete di ganze di fiducia, affezionandosi in particolare alla prediletta, la “Sigaraia”, alla quale ha pure dato un paio di corpulente figliole che sono la sua immagine sputata; si fa ricevere regolarmente anche in veste ufficiale a casa della Sigaraia, dove alla presenza del cornutaccio del marito, gli sono tributati tutti gli onori e il sommo rispetto religioso e gastronomico.

Don Blasco è un reazionario borbonico della più tignosa specie, e con i confratelli più propensi a una visione progressista e liberale, intavola furiose litigate verbali, sempre a rischio di sfociare in risse vere e proprie.

Nel corso di una delle più virulente di queste discussioni, invitato da un altro frate a leggere i giornali per informarsi meglio sui recenti “fatti risorgimentali”, don Blasco esplode in una sguaiata reazione:

“…Leggere i giornali?...Leggere i vostri giornali? […] …Ma dei vostri giornali io mi netto il fondamento!...Ah, no? Non volete capire?...Me ne netto il fondamento, così…” e fece il gesto…
Che superba definizione di un vile atto, per i più “fortunati”, quotidiano. E noi che lo avevamo sempre chiamato “pulirsi il c…”.

Nossignori, da oggi in avanti, molto don-blaschianamente, siamo tutti invitati a “nettarci il fondamento”, perché il domani sia migliore sin dai primi attimi del giorno.

venerdì 27 aprile 2018

È arrivato un imbastardimento carico di...


Chi ama le parole è spesso tentato di giocarci mentalmente, a volte quasi per oziosa inerzia. Se si dispone poi di un continuo sottofondo espressivo mentale di origine dialettale, le occasioni si moltiplicano. E alla fine si stana il ridicolo dove magari i più non lo vedrebbero.

C'è questa canzone ad esempio, proposta in varie versioni da diversi solisti o gruppi: “Killing me softly with his song”. Dico subito che non mi è mai piaciuta molto, mi è sempre parsa una discreta lagna. Ma se ci aggiungiamo che fra le coloriture dialettali a me familiari, è quasi una regola strascicare un nome di persona tipo “Enzo” per trasformarlo con indolente pronuncia in “Enso”, potrete capire come quella canzone può diventare in un battibaleno una delle più grosse tavanate del mondo.

Basta un attimo e “…Chili mi sofli uid Enso…chi limi sofli uid Enso…chillimi sofli uí d’Enso…kill i mi sofli uidenso…” diventa nella mente un tormentone magmatico di grottesca portata, pronto a plasmare intere giornate di muto biascicamento interiore, in un massacro sillabico senza ritegno ai danni del povero “Enso”.

Cambiando ambito, s'incappa in un'altra zozzeria linguistica. Sempre nel dialetto a me familiare, la moglie del maiale, fra i suoi innumerevoli appellativi, ha anche quello di “roia”. Per la precisione, “roia” è la maialessa che ha figliato, la scrofa circondata da rubizzi porcellini.

Potrete immaginare quanto ci mette un cervello irrorato di questi suoni, sentendo nominare continuamente, soprattutto in questi giorni, il pretenzioso binomio giornalistico “royal baby” (in riferimento al neo-principino britannico), quanto ci mette, dicevo, cotal cervello inquinato a trasformare il tutto in “roia baby”. E fortuna che stavolta è un maschietto, quindi “il” roia baby. Perché nella scorsa british “tornata genitoriale”, trattandosi di una regal rampolla, non si faceva che menarla con “la” roia baby di qua e “la” roia baby di là, calcando dunque ancor più sull'acceleratore comico pecoreccio.

Chiudo poi con un appello linguistico in favore dei poveri cani. C'è un termine associato ultimamente al miglior amico dell'uomo e che a mio parere costituisce una vera e propria sevizia verbale. In varie città sono state predisposte delle zone verdi dove i cagnetti possono gradevolmente scorrazzare e sbizzarrirsi sotto l’occhio amorevole dei cari padroni.

Tutto molto bello, ma per amor del cielo, vi prego, non chiamatele “aree di sgambamento cani”. Non si può sentire, è un termine di una bruttezza da far accapponare persino i mocassini in finta pelle. Ho letto sul web che addirittura in certi posti la ”area di sgambamento cani” viene detta “sgambatoio”…minchia, ma no!!! Ma cosa vi hanno fatto di male questi poveri cagnetti, per trattarli così.

Ci scommetto che se potessero parlare e se sapessero che si pretende di farli stare in una “area di sgambamento”, senza dubbio non esiterebbero a controbattere, in faccia al mal dicitore di turno: “…certo caro, e tu vattene pure nella tua area d’inculamento…”.

lunedì 8 febbraio 2016

Mai stancarsi di ricordarlo!


Chi usa “piuttosto che” ad minchiam avvelena anche il tuo italiano: digli di smettere. Sono un esercito invisibile e sotterraneo. Molto tenace, ostinato. Hanno arruolato soldati dell’errore, anche fra i più insospettabili. Forse, a forza di ripeterlo, li prenderemo per sfinimento.

«…[…] Frequente è l’uso di “piuttosto che” erroneamente impiegato in luogo della disgiuntiva “o”, “oppure” (esempio di uso sbagliato: “puoi pagare come vuoi, in contanti, piuttosto che con assegno, piuttosto che tramite bonifico”). “Piuttosto che” ha valore di comparazione di preferenza e non di alternativa compatibile; se dico “il bambino mangia piuttosto carne che pesce” significa che preferisce la carne e non vorrebbe il pesce e non che mangia tanto l’una quanto l’altro…» (cit. “Grammatica dell’italiano adulto” – Vittorio Coletti – Il Mulino – 2015).

“Piuttosto che” non significa “oppure”; “piuttosto che” significa “invece di”, al “posto di”!!!
Morale: preferisco far la figura del tipo normale, piuttosto che quella dell’ignorante speciale.

mercoledì 27 gennaio 2016

"Duft...duft..."


Un po' per caso, e un po' grazie a un sacchetto di mele, ho scoperto una piccola parola tedesca molto simpatica: duft.

Sulla confezione in realtà c'era scritto "morgenduft". Della lingua di Goethe e Beethoven conosco giusto due espressioni, e guarda caso "gute morgen" ("buongiorno", "buona mattinata") è fra quelle. Doveva dunque trattarsi di un composto di "morgen" più "duft". Di bene in meglio: "duft" mi suonava delicato, grazioso, morbido (pur con quel pizzico immancabile di rigidità che mai può mancare nell'inflessibile idioma teutonico).

Il grado di simpatia è poi schizzato alle stelle, quando sono andato a vedere il significato: "duft" vuol dire infatti "odore", "profumo", "aroma", "fragranza", "olezzo".

La bellezza della piccola parola nel mio immaginario si è così arricchita di un aggiuntivo tassello onomatopeico: "duft...duft...". Sembra quasi il suono gentile che riecheggia nelle narici di un cagnone, o di un micio, intenti a grufolare essenze olfattive a destra e a manca; oppure l'impercettibile fruscio di corposi sbuffi di profumo, emessi proprio dalla mela, impreziosita da un così pittoresco nome: "profumo del mattino!".

Da grande appassionato dell'atto dell'odorare (meraviglioso verbo bidirezionale), mi sono dunque definitivamente innamorato della mini-parola "duft".

Così non mi resta che concludere: cari "duft...duft..." a tutti voi!!!

*******

(Oh, ma questa foto?!?!?!... Ah, ma quell'altra?!?!?!... Ehehehe...)

lunedì 13 luglio 2015

Un silenzio sbadilante


La comunicazione di massa, e internet in particolare, avranno tanti meriti. Hanno migliorato la diffusione della conoscenza; hanno aperto gli orizzonti mentali; hanno incentivato i contatti fra le persone. Però hanno comportato anche distorsioni non proprio lusinghiere. Fra queste, l’impoverimento del linguaggio in prima battuta, e come conseguenza ulteriore, un fenomeno che chiamerei “usura espressiva”.

Il punto sta proprio negli scopi e nel concetto stesso di comunicazione. Comunicazione vuol dire far giungere ad altri un contenuto con la maggiore efficacia possibile. Anche la letteratura, la poesia, l’arte e altri ambiti del sapere, si preoccupano di questo obiettivo. Ma in essi non è preponderante come nella comunicazione. Anzi, per quelle altre forme di “umano interscambio”, spesso assumono un ‘importanza fondamentale certi scarti di senso, certe deviazioni accessorie dal sentiero principale della significazione, che sanno dare al “materiale concettuale” trasmesso, una maggior carica di fecondità e di potenzialità significante.

La comunicazione deve invece andare dritto al bersaglio. Per questo predilige l’appiattimento del linguaggio sul piano di una “media statistica espressiva”, mediamente “digeribile” da tutti. Ci vuole poco a capire come tutto ciò diventi facilmente il “terreno di coltura” per una standardizzazione espressiva diffusa e incentivata. La cosa più sorprendente, tuttavia, è che questo meccanismo livellante si rivela capace di svuotare di dignità anche certe espressioni, originariamente nate con le migliori intenzioni di eleganza e plasticità verbale. In quei casi, ne derivano situazioni di odiosità linguistica al limite della persecuzione molesta.

Non si possono davvero più sentire, certi modi di dire dalla fibra espressiva ormai irreparabilmente frustata e snervata come un rametto di salice passato sotto il peso di una schiacciasassi. Si fa pressante, in quelle occasioni, l’urgenza di porre mano a un auspicato e solido badile, col quale poter esprimere il proprio grado di soddisfazione linguistica direttamente sul muso dell’infausto comunicatore.

Uno dei casi più eclatanti del fenomeno, lo possiamo riscontrare nell’utilizzo di un ossimoro, che magari in origine recava in sé anche una certa quale virtù nobilitante. Ma una volta passato nel tritacarne ossessivamente reiterante del mastodontico “trangugia e divora” linguistico (rappresentato dal gran meccanismo comunicativo), esso si è degradato a modo di dire vile e oltremisura fastidioso. Mi riferisco al sintagma “un silenzio assordante”. Questa espressione è divenuta ormai completamente inascoltabile e inservibile, per chi intenda mantenere un minimo di rettitudine, non solo verbale, ma anche morale in senso più ampio.

Il suo uso, che pur non accenna a diminuire, nel vasto rimbombo del riverbero comunicativo globale, dovrebbe avere come migliore risultato, un incremento delle vendite di badili. E invece purtroppo no. Di badili se ne vende sempre uguale, se non meno. Mentre l’infelice binomio continua a passare di bocca in bocca, del tutto insapore e indurito come un chewing-gum sclerotizzato dall’eccesso di biascicamento compulsivo. 


sabato 25 ottobre 2014

La lingua batte dove il marcia piede


Viviamo tempi mediocri. 

Le epoche segnate da una labile identità danno facilmente adito a fragilità linguistiche. Non fa eccezione questo nostro periodo confuso e timorato di zio.

Una delle abbinate verbali più infelici e nauseabonde che mi sia toccato di sentire negli ultimi tempi è la famigerata espressione “jobs act”. Affidandosi a due paroluzze così estranee al nostro lessico familiare, si pone fin da subito la questione nella prospettiva più sgradevole. 

Se c’è un aspetto del sentire comune che più s’impone in questa fase storica (a torto o a ragione), è proprio quella diffusa impressione di essere in qualche modo manovrati dall’esterno. Di essere succubi di qualche potere forte, ubicato in un inarrivabile empireo extranazionale, rispetto al quale le possibilità per l’uomo della strada di avere voce in capitolo si riducono davvero al lumicino. Per ogni questione di una certa importanza per le vite delle persone, c’è sempre qualcuno che «…ce lo chiede…». Ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono i mercati, ce lo chiede il patto di stabilità, ce lo chiedono le agenzie di rating, il Fondo Monetario Internazionale, e così via.

Mossa più “astuta” non si poteva dunque escogitare, trattando di una questione così fondamentale per la gente come quella del lavoro, che andare ad intitolare uno dei più importanti provvedimenti in merito, con un’espressione inglese. Quasi come dire: «…ti voglio proprio trattare in confidenza, ti metto a tuo agio: cominciamo che ti parlo in una lingua non tua e che conosci poco…». Non male come inizio.

In poche parole, una legge che, dal punto di vista del vocabolario, nasce fin da subito come figlia della lurida. 

Il giornalista del Corriere della Sera Gian Antonio Stella ha scritto una bella annotazione riguardo a questo malaugurato vezzo della nostra politica di inglesizzarci la vita, su questioni che dovrebbero invece risultare ben chiare anche alle persone più semplici, dato che la loro quotidianità viene spesso influenzata pesantemente da quegli argomenti. Non si tratta di una novità, ci dice Stella, è solo cambiata la forma. Già nel 1600, per interposta ottocentesca voce manzoniana, l’umile Renzo si lamentava del latinorum sciorinato dai saccenti della sua epoca (i vari Don Abbondio e Azzeccagarbugli del caso) per ammantare di fumoso mistero e di altisonante alone gli aspetti amministrativi, di potere e politici più scomodi. Oggi succede esattamente la medesima cosa. Soltanto che al posto del latinorum, è subentrato l’inglesorum. 

Nel caso del “jobs act”, ad infelicità verbale si è aggiunta tristezza espressiva e beffarda confusione. “Jobs act”, pur essendo all’apparenza espressione innocua e lapidaria, dà adito infatti ad una serie di biascicamenti verbali e indecisioni di pronuncia. C’è chi elide la “s”, trasformando “la cosa” in “job act”. Chi la “s” la fa slittare in fondo, per un’ulteriore metamorfosi in “job acts”. E di questo non si può fare certo una colpa a chi incappa in questi errori: mi obblighi a parlare inglese? E chi minchia se ne sbatte, sono italiano io, mica inglese.

A questo si aggiunga che nemmeno i politici stessi che la propongono, sanno pronunciare correttamente l’espressione. La “a” di “act”, rimane dunque candidamente una “a” piena sulla bocca di tutti gli italiani (dovrebbe essere invece una specie di “ǽkt”), e alla fine ci si ritrova col pacchiano risultato di aver scomodato una lingua straniera, senza sapersene nemmeno servire. Come farebbe un tizio che si compra una Lamborghini Huracàn LP 610-4, per usarla ai 10 all’ora su una carraia di campagna.

Pronunciata poi senza capire fino in fondo, senza possedere mentalmente il concetto di quanto si va dicendo, l’innocente accoppiata di parole assume una magmatica tendenza ad imbastardirsi in surreali significazioni involontarie. 

Una volta scivolata la “s” in fondo alla fila delle lettere, o eliminata del tutto, ci vuole un attimo a fondere il suono per comodità, dando vita a una bizzarra mutazione dell’ectoplasma linguistico: “job act” diventa “jobact” o “jobacts”, di fatto “giobàct”. Qui la neonata parola innesca tutta una serie di reminiscenze fanciullesche, un retrogusto sciabattato di pedanti rimbrotti della mamma, evocanti un odioso clima in cui soffia perenne il petulante vento “maestrino”: «…Pierino!!! Quante volte te l’ho detto di non entrare in casa con le scarpe, che ho passato la cera: mettiti le giobàcts!!!…».

Oppure, per altre strane suddivisioni sillabiche in fase di pronuncia, ecco che la fantomatica entità verbale si trasforma ancora in un anti-eroe un po’ puzzone, Jo Bact (all’anagrafe Giovannino Batteri, anche lui col vizio dell’anglofilia), una sorta di viscidone poco avvezzo all’igiene, il militante della saponetta ignota, l’ascella più tremenda del West. 

Godzilla contro Jo Bact, dunque? Le giobàcts nuove dell’imperatore? A piedi nudi nel parco? Ma no, mettiamo le giobàcts per una volta. Insomma, come direbbe il colonnelo GilliKurz, assiso in meditabonda osservazione lungo il Fiume dei Linguaggi: «…L’orrore…l’orrore...».



martedì 7 agosto 2012

A corte ti ci stringerai tu!



Devo confessare che le recenti, “fondamentali” esternazioni di Beppe Grillo riguardo alle competizioni disputate all’ombra dei cinque cerchi, hanno messo non poco alla prova la mia granitica fede olimpica. Uno scrollone non meno terribile ha dovuto poi subire il mio proverbiale amor proprio culturale, quando sono venuto a conoscenza della superba “lectio magistralis” tenuta da Umberto Bossi a proposito di tematiche manzoniane e loro ricadute storiche, “lodevolmente” rivisitate alla luce di una sottile esegesi, frutto manifesto di fatiche di studio durate una vita intera.

Vivendo adesso nel continuo timore di una prossima uscita del guru epocale di turno, che giunga inesorabile a rivelarci come i tre porcellini, in realtà, abbiano sempre operato in combutta col lupo Ezechiele per ingannare il mondo riguardo alla presunta verità del famoso motto «…no, non è morta, è ancora viva: viva la ….! Viva la …! …», nondimeno, forte della mia imperterrita ingenuità, ho seguitato in queste sere a guardicchiare le gare olimpiche alla tele.

Fra uno sprazzo agonistico e l’altro, mi è capitato così di beneficiare anche di qualche piacevole amenità linguistica. Va precisato che alla prima di queste facezie verbali è da riservare più simpatia che non severità, essendo scaturita da un momento di particolare foga partecipativa da parte del cronista, completamente preso dalle vicende sportive che si stavano favorevolmente tingendo di azzurro sul terreno di gara. Tra l’altro, il simpatico commentatore, con sicura preterintenzionalità, ha dato vita col suo involontario strafalcione ad un colorito neologismo, del tutto degno di nota. Ragione in più per non essere troppo cattivi con lui.

Nel bel mezzo di un veemente assalto, portato all’avversario da uno dei nostri bravi fiorettisti nazionali, il caro speaker, per cercare di contenere con un vocabolo degno tutta l’impressione di impetuosità atletica percepita, ci ha piazzato lì una stoccata sostantivale, un lapsus di generosità verbale, che personalmente ho trovato meritevole di svariati bonari e soddisfacenti sorrisi. 

“Straripanza”: questo il rimbombante termine che ne è venuto fuori, per definire l’irruenza del nostro schermidore. Non so come mai, ma subito la mia selettività semantica mi ha fatto filtrare buffamente la nuova parola verso una preminenza della sua porzione finale: è stata la “panza” che mi si è imposta come immagine primaria contenuta in quel fior di conio linguistico. Da lì a pensare al celeberrimo adagio «…omo de panza, omo de sostanza…», è stato un attimo. Mi è venuto allora da immaginare quanta e quale sostanza dovrà essere contenuta in quell’«omo», che non solo è «de panza», e nemmeno s’accontenta d’essere «de ripanza» (= panza ripetuta), ma addirittura sciala alla grande arrogandosi persino il diritto di sfoggiare una incontenibile «straripanza» (= panza ripetuta e debordante). 

E’ proprio vero che la bellezza a sorpresa riservata dall’immenso frullatore di significati e suoni in cui si possono continuamente immergere le parole, non finisce mai di stupire. 

In modo analogo, m’è successo sempre in questi giorni di ricevere, ancora in ambito olimpico, la conferma di un altro buffo risvolto linguistico già notato qualche tempo fa annidarsi nei meandri del mondo calcistico, in occasione degli ultimi campionati europei. In questo caso l’indulgenza è ancora più d’obbligo, perché se era stata opportuna nei confronti di chi, come il commentatore televisivo, bene o male fa delle parole i propri ferri del mestiere, a maggior ragione va usata con gli atleti stessi, dai quali si pretendono più gesti eleganti e prestanza fisica, che non finezze linguistiche.

La facezia in questione emerge in una fase particolare delle gare, ossia nel momento in cui gli atleti sono chiamati  a confrontarsi con l’inno nazionale. Intendiamoci, è già una bellissima cosa il fatto che, a dispetto dei terrificanti strali anti-manzoniani di Bossi, ultimamente un po’ tutti gli atleti si siano messi a cantare con partecipazione le intere parole dell’inno. Ma non per questo dobbiamo rinunciare al divertimento linguistico inatteso, che si rivela ad un certo punto dell’ultima strofa, quando una trappola espressiva a dire il vero assai subdola, perché dettata da un eccesso di forbitezza tardo-ottocentesca, finisce per far incespicare diversi atleti. 

«…Stringiamoci a corte…» proclamano allora con fierezza il più delle volte i nostri cari campioni, presi tra l’altro anche nel gorgo ingannevole della necessità di far quadrare senso delle parole, scansione metrica e scorrevolezza della melodia. Non sempre è agevole cogliere la lieve imprecisione, ma molto spesso il primissimo piano dei volti e la vicinanza di un microfono, lo consentono.

«…Stringiamoci a corte…», dunque.

In realtà, come i più accorti ben sanno, il buon vecchio Goffredo Mameli aveva scritto, e soprattutto inteso, tutt’altro. L’eroe risorgimentale infatti non pretendeva proprio che nessuno si stringesse  a nessuna «corte». Chissà, forse l’intenzione, in questo modo, era quella di non dare adito a malintesi che precludessero la strada a future evoluzioni repubblicane della nostra nazione, di seguito puntualmente realizzate (non stringiamoci troppo alla corte di un re, hai visto mai che poi ci tocca un presidente del consiglio…). Oppure, con minore lungimiranza, egli aveva trascurato di prefigurarsi le esigenze dei nostri atleti moderni, non preoccupandosi della loro tendenza naturale a stringersi particolarmente appresso alla velina o all’attricetta di turno, nel farle la «corte». 

L’esortazione che molto più sottilmente ed ottocentescamente il Mameli ci invitava ad accogliere, con una prima puntigliosa elisione vocalica unita al successivo immediato raddoppio, suonava invece «...stringiamci a coorte...», ossia disponiamoci a ranghi serrati nell’assetto tipico di una particolare antica unità militare romana, la «coorte» appunto.

Ma come abbiamo già detto, per le soddisfazioni che non di rado ci regalano, siamo disposti a perdonare ai nostri sportivi anche queste minuzie verbali: si stringano pure a «corte», se proprio vogliono, e con «straripanza» perfino. Mica saremo noi di certo a fargliene una colpa.



venerdì 13 aprile 2012

Epoche e parole



Sarà forse un caso che un periodo palliduccio e mediocre come quello che stiamo attraversando produce anche parole odiosette, squallide, e oserei dire quasi rognose?

Rognose, sì. Perché evidentemente concepite da menti malaticce, asfissiate. Menti malsane, ciclicamente colte da fasi di anossia che le privano del corretto afflusso di carburante aerobico indispensabile a formulare i pensieri con un minimo di pudore, di gusto, di amor proprio e di rispetto per i propri simili.

Tra le varie infelici categorie fatte scaturire dall’insensibilità monolitica del mastodontico meccanismo economico-finanziario che con fare sovraumano si sta trangugiando bellamente le vite e le speranze di felicità di tante persone, c’è anche quella occupata da individui di una fascia d’età relativamente avanzata, che per causa di bislacche coincidenze burocratesi, si sono ritrovati come per incanto nel beffardo limbo dei “già senza lavoro - ma  non ancora pensionati”. Stanno lì, poveracci, a mezza gamba in quel guado di guano, mancano loro pochi anni alla pensione, ma non li possono colmare lavorando, perché ormai avevano interrotto le proprie carriere professionali e non se li ripiglia più nessuno.

Adesso, d’accordo che ci potranno essere anche cose peggiori nella vita, ma senza tema di smentita possiamo affermare che come botta di sfiga già questa si presenta di notevole mole. Non entro nel merito degli aspetti tecnici di questo contenzioso, perché non potrei parlare con cognizione di causa, e al tempo stesso spero che la delicata situazione di questi nostri connazionali si risolva per il meglio in tutti i casi.

Quello che volevo umilmente sottolineare io, riguarda invece un aspetto linguistico della questione. E’ vero che la sostanza rimane sempre più importante delle parole usate per definirla, in questo caso più che mai. Ma è altrettanto vero che il malessere linguistico fornisce talvolta la spia del malessere effettivo riscontrato nei fatti.

Ora, mi domando io, questi poveracci non erano già stati colpiti sufficientemente dalla malasorte (chiamiamola così…) visto quello che gli è capitato? Che bisogno c’era di infierire beffardamente su di loro andandoli anche a chiamare “esodati”?!?!?!

“ESODATI”?!?!?!

Avevate mai sentito un termine più vomitevole? Mi fa ribrezzo anche soltanto vederlo scritto nero su bianco. Rappresenta forse il punto più infimo mai toccato nella storia del lessico parlato italiano. Spero che ‘sta merdaccia di sequela di lettere, che sarebbe lussuoso persino definire parola, non trovi mai spazio e credito su nessun dizionario ufficiale.

Fossi nei panni di uno di quei poveri italiani che hanno avuto la iella nera di ritrovarsi in questa brutta condizione, oltre a sperare di uscirne al più presto e nel migliore dei modi (ma questo è scontato), desidererei anche ardentemente avere sottomano il genio che ha coniato quel grugnito linguistico, giusto per il gusto di assestargli quattro legnate sul groppone, ricordandogli: «…Pezzo di un idiota, “esodato” sarà il tuo cervello, che è partito da tempo immemore per un viaggio lunghissimo e senza ritorno…».

Va beh...si fa per dire. Rifacciamoci un po' il palato con la Frankie "Tram" Trumbauer Orchestra ed il grande Bix Beiderbecke alla cornetta.

martedì 31 gennaio 2012

Red Cross shooting




«...Dicono che un freddo simile non si registrava
da almeno 50 anni. Di certo, da oltre 50 anni
non si vedevano in giro "sprovvedutacci" di un
calibro così esagerato come certi giornalisti d'oggi...».

*******

Amici, portate pazienza, ma oggi mi piacerebbe produrmi in una estemporanea attività di “sparo sulla Croce Rossa”. So che trattasi di disciplina sportiva assolutamente poco nobile, anzi, alquanto disdicevole, se proprio la si vuol dire tutta. Da fonti certe, ho poi appreso che anche il Comitato Olimpico si è categoricamente rifiutato di ammetterla nel novero delle specialità agonistiche da esso contemplate. Lo “sparo sulla Croce Rossa” rappresenta quasi l’emblema dall’antisportività e della scorrettezza. Come potrebbe dunque pretendere di vedersi concesso il diritto di stazionare in ottima compagnia sotto l’ecumenica ombra dei fatidici Cinque Cerchi?

Però è altrettanto vero che questo gioco viene diffusamente praticato a livello amatoriale nelle più subdole e cavillose sedi. Il motivo di tanto seguito di praticanti è presto detto: nel farlo, ci si diverte.

La mia “Croce Rossa” odierna saranno i giornalisti. Criticarli è divenuto uno sport ormai talmente scontato, quasi superfluo e diffuso fin anche fra le più piccole società amatoriali iscritte ai campionati minori di «”Discutitori” da bar», che non ne deriva più nemmeno uno straccio, non dico di gloria, ma neanche di merito nel continuare ad insistere. Se un residuo di “motivazione-giutificazione” rimane allora, esso va ricercato in quel briciolo d’amor proprio per il senso critico che ciascuno dovrebbe pur sempre continuare a nutrire.

Ma tosto veniamo alla sparatoria del caso. Chi per sentito dire e chi per sentito vibrare (come nel mio caso), tutti avrete saputo delle scosse di terremoto che hanno colpito nei giorni scorsi l’orlo settentrionale (proprio dalle parti alte della coscia) di quella vecchia, ma a noi carissima ciofèca dello stivalone italico. Passano solo alcune manciate di attimi ed è già pronta con un collegamento in diretta sul posto la brava inviata di un telegiornale (non vi dirò qual era, ma a definirlo tale bisogna fare veramente uno sforzo di fantasia e mentire spudoratamente a se stessi...).

Quale posto? Con estremo fiuto per l' indagine e sagacia per lo “spirito informativo” supremo, viene scelto un luogo altamente consono a fornire un riflesso scientifico ed oggettivo degli strascichi emotivi succeduti all'accadimento tellurico appena verificatosi: la strada di fronte ad una scuola. La scena che si presenta denota fin da subito il clima di fedele rappresentatività dello spaccato sociale in cui è quasi d'obbligo veder inserito il protagonista dello scampato pericolo.

Da una parte, ragazzini brufolosi allo stato brado lungo la via e straboccanti testosterone da ogni poro, che si spintonano, fanno le corna a quello davanti, giocano a “paghi la mossa”, fingendo di assestare una botta al basso ventre del migliore amico, fermando tuttavia l'affondo ad un solo cm. dalla zip dei jeans altrui. Sull'altro fronte, uno stuolo di “bimbe-minkia” tutte “intamarrate” di zainetti alla moda, sobrie truccature discretamente dosate sul viso con paletta e secchiello, piercing a volontà come fossero tutte le nipotine del fabbro ferraio del circondario.

La brava inviata, interpella una ragazzina. La prima dichiarazione della simpatica brufolosotta si perde in un profluvio disarticolato di “...cioè...”, “...è scoppiato il panico...”, “...no...cioè”, “...la prof ci diceva di fare così...”, “...il bidello gridava di fare cosà...”. Ma è stato a quel punto che il colpo di genio dell'inviata si è innalzato altissimo per andare ad occupare un gradino di privilegio nell'empireo del giornalismo mondiale di tutti i tempi, suggellando “in singolar quesito” una delle più acute e profonde interviste mai soppesate in precedenza da orecchio umano. Una domanda che di colpo ha fatto apparire anche quella ragazzina, al confronto con l'intervistatrice, come una vetta eccelsa del sapere, una rappresentante indiscussa dei più alti consessi culturali.

Non potevo credere alle mie orecchie infatti, quando ho sentito, ve lo giuro, uscire dalla bocca di quella sedicente giornalista, la seguente, sesquipedale genialata: «...Che emozione hai provato?...».

Nooo...nooo!!! “...Che emozione hai provato...” nooo!!! Chiedile tutto, ma non quella cosa lì!!! Ormai è umanamente inaccettabile. Pensavo fosse ormai stato definitivamente fissato il criterio minimo di civiltà in virtù del quale, se un giornalista si azzarda ancora a chiedere ad un intervistato la moralmente “desertifica” domanda “...che emozione hai provato...”, dovrebbe essere radiato dall'albo con disonore sommo, stracciamento del notes di fronte a tutta la redazione e spezzatura della penna da parte del direttore.

Invece no. Ancora oggi, dopo tanti anni ormai, ci tocca continuare sconsolatamente a mandar giù e fare buon orecchio a cattivo prosatore, rassegnandoci a sentir dire, chissà fino a quale remoto futuro, che la gente “...in preda al panico si è riversata in strada...”, “...i feriti sono stati estratti dalle lamiere contorte...”, “...le cause del sinistro sono ancora al vaglio delle autorità competenti, che hanno anche effettuato i rilievo del caso...”.

Ah...e ovviamente “...che è stata aperta un'inchiesta per far luce sull'accaduto...”.


martedì 29 novembre 2011

You rebound me, ah Cicaló!

Scusate tanto, cari amici viandanti per pensieri, ma oggi mi tocca “rimborsare”. Nel senso che mi viene da trattare ancora di Borsa. Però lo farò solo in maniera accessoria, perché il vero tema sarà un’espressione giornalistica molto frusta e ritrita, letta sin anche troppe volte in questi tempi “borsaioli”.

Lo so che in un periodo come questo, più ricco di guai in giro che di soldi nelle tasche, a lamentarsi di eventuali fastidi linguistici, si rischia di far la figura di quel vaccaro che, uscendo dalla stalla dopo 10 ore di letame spalato, andò su tutte le furie per aver pestato una cacca di cane, appena messo piedi fuori nel cortile.

Ma è più forte di me, non ci posso fare niente. Il rispetto che ho per il linguaggio, lo sapete, è supremo. Quando un modo di dire viene maltrattato, ridotto a stereotipo, biascicato e privato di qualsivoglia sapore semantico, come una “big babol” rimasta in bocca per tre giorni all’Abominevole Uomo delle Nevi, beh, mi scatta l’impeto dell’inutilità critica, il moto all’invettiva donchisciottesca, l’esigenza della lamentela all’ufficio reclami surreali.

E dire che di per sé non sarebbe nemmeno quel gran guaio linguistico. Quando vi rivelerò l’espressione, giustamente direte: tutto qui? Il fatto è che l’innesco futil-protestario nasce proprio dall’abbinamento con l’argomento Borsa. Per farla breve, non sopporto quando vedo scritto “…oggi la Borsa tenta il rimbalzo…”.

Il punto che m’infastidisce di più è che trattano le dinamiche della Borsa come se ci fosse dietro qualcosa di preventivabile con certezza. La cosa che mi causa più irritazione verbale è questo contrabbandare un fenomeno del tutto avulso dalla logica comune, come fosse la faccenda più lineare e limpida del mondo.

Ma “tenta il rimbalzo” de chè?

Per dire, ieri in mattinata presto, erano riportate due notizie all’apparenza finanziariamente micidiali. Primo: una qualche autorità dell’Olimpo danaresco, non so se fosse “Foofy’s” oppure “Grattapall & Burs”, ha annunciato che per l’Italia nel 2012 è quasi certa la recessione. Secondo: sempre da un’altra di quelle mecche borsaiole, si paventava come imminente addirittura il default a catena degli stati europei, in pratica un grosso domino della sfiga monetaria.

Cosa ti aspetteresti con simili premesse: gli indici che colano a picco come capitoni di ghisa. E infatti: Piazza Affari fa segnare un bel + 4% e passa, bello grasso. Allora io mi indigno e dico: ma la volete piantare di fare previsioni “ad minchiam” che tanto non sortiscono mai una “favam”? Fate prima, ed è molto più onesto, a dire: anche oggi aprono le borse, vediamo un po’ come minchia si mette…

Altrimenti, seguendo questo criterio, ecco che tutti potrebbero scrivere, dire, sentire o credere tutto, su tutto. Non so quante volte ho letto, all’indomani di una giornata negativa dei mercati: oggi le Borse tentano il rimbalzo, e poi sono andate peggio che andar di notte.

Mi aspetto allora, un giorno o l’altro, il resoconto di un incidente stradale: «…coinvolta solo un’auto, di grossa cilindrata, si è schiantata contro un platano, distruggendosi completamente; il conducente, uscito miracolosamente illeso, ha dichiarato: “Stavo tentando il rimbalzo!”…».

Oppure, passando vicino ad un capannello di amici, in mezzo ai quali un tizio si tiene su saldamente le braghe a due mani, sentire uno degli astanti mentre spiega a tutto il resto del gruppo: «…sapete, ha avuto la diarrea per tre giorni: sta tentando il rimbalzo!...».

O ancora, passeggiando nei pressi di un cantiere edile, udire una stentorea esclamazione “bestemmiale”, girarsi nella direzione dell’urlo e vedere un muratore che, mollato il martello a terra, sacramenta tenendosi il pollicione dolorante, con a fianco un collega premuroso a rimbrottarlo: «…te lo dicevo io di non tentare il rimbalzo!...».

domenica 12 giugno 2011

Il dissidio interiore di frigorifero


Ecco.
Adesso.
Insomma.
Non sarebbe proprio mia intenzione scrivere l’ennesimo “cahier de doleance” ad elencare i difetti patri, le magagne nazionali più minuziose e nascoste. L’auto-denigrarsi è sport italico fra i più praticati, non si sentirebbe dunque il bisogno così impellente di una voce in aggiunta al coro già ben nutrito di cantori.

Diciamo allora che scriverò di sottili osservazioni circa alcune mutazioni linguistiche molto minimali, quasi impercettibili, che tuttavia rappresentano sempre il sintomo di un clima culturale in divenire. I cambiamenti del linguaggio non sono “quasi mai” limitati a semplici variazioni sillabiche o verbali di superficie. Sotto sotto, nelle profondità più insospettate, ci cova sempre un modo di essere in evoluzione, atteggiamenti e stati mentali che rinnovano la loro pelliccia, come bestiole dinnanzi alla nuova stagione incipiente.

Ho scritto “quasi mai”, perché si verificano anche casi in cui la metamorfosi linguistica viene più o meno consapevolmente ed artificialmente indotta con la pretesa di far apparir mutata una realtà che nella sostanza rimane immota.
Una definizione appropriata di questo fenomeno potrebbe essere “sindrome della camicia di Totò”.

Non ricordo bene in quale film il grande giullare partenopeo proponeva questa gag, magari in più di uno. In queste occasioni, il Principe De Curtis si presentava perfettamente agghindato con un vestito nero, e solo dopo alcune scene si scopriva che la sua camicia era in realtà composta solamente di polsini, colletto e una “padella” frontale nella zona dei bottoni, ma tutto il resto dell’indumento, quello coperto dalla giacca, mancava completamente.

Lo stesso accade con queste artificiose modifiche del linguaggio: sono sempre l’avvisaglia superficiale di uno “straccionismo” effettivo depositato nel profondo, di una pretenziosità balorda, di un voler far credere ciò che non è.

Ma veniamo al dunque. Focalizzerò l’attenzione su due “permute articolari” venute in essere da alcuni anni a questa parte. Più precisamente si tratta di una bizzarra “trasformazione di genere” in un caso, e di una “misteriosa” sparizione di articoli nell’altro caso.

«…“Il” tv…».
Se c’è un’espressione che linguisticamente mi fa venire il latte ai gomiti è proprio questa: «…“il” tv…». Da quando sono nato ne ho sempre sentito parlare come «…“la” tv…», e mi sembrava naturale: la televisione è femminile, dai. D’accordo, «…“il” tv…» si potrebbe intendere anche come espressione sintetica che sta per «…“il” televisore…», ma questa tesi mi convince poco.
«…“La” tv…» è sempre stata «…“la” tv…», perché minchia pretendereste adesso di privarla della sua vezzosa femminilità?

L’«articolazione» dell’apparecchio televisivo al femminile («…“la” tv…») reca con sé un sapore di casa, introduce ad un senso di accoglienza, di calore domestico, di malia sensuosa. Da che mondo è mondo, il ruolo della seduzione magnetica è sempre stato prerogativa femminea. Se ci badate un attimo, le sirene, la ninfa Calipso, la maga Circe, Omero mica le pensò come nerboruti, spigolosi ed irsuti zappaterra del Peloponneso, bensì come graziose e curvilinee donzelle.

Non è un caso, o almeno così mi pare, nemmeno il fatto che i più convinti fomentatori di questa “mascolizzazione” degli apparecchi televisivi, siano proprio i rivenditori dei medesimi o anche i negozianti di arredi et similia. La pretesa di rendere “maschia” la tv nasconde il desiderio, forse inconsapevole forse no, di caricare questo “elettrodomestico” di una rinnovata aggressività. Lo si vuole connotare di uno spirito competitivo bislacco e mal riposto, ritenendo stoltamente superate la sua antica gentilezza femminile e la rosea grazia, che invece le si connaturavano così a pennello.

Un’altra “sgangheratezza” linguistica degli ultimi tempi riguarda, come dicevo, un enigmatico occultamento di articoli. Lo strano fenomeno si verifica quando si parla di società più o meno pubbliche, più o meno partecipate o semi-privatizzate, preposte ad offrire servizi fondamentali d’interesse collettivo. Per non fare torto a nessuna di esse, m’inventerò sigle e nomi fittizie, ma ci siamo intesi circa l’oggetto del mio favellare.

Queste società recano come nome quasi sempre una sigla, un acronimo. Mettiamo che si chiamino Butil, Rifol, Gevos. Sono società, per cui ne abbiamo sempre parlato al femminile: la Butil, la Rifol, la Gevos, sempre per usare i nostri nomi fittizi. Da un certo momento in poi, però, ha cominciato a svanire l’articolo: “…scalata in borsa per la maggioranza di Butil…”, “…Gevos apre ai privati per una gestione condivisa…”, e così via.
Anche qui, non a caso, la tendenza si è manifestata soprattutto fra gli “addetti ai lavori”. La decurtazione d’articolo è stata agevolata in particolare da giornalisti, economisti e politici, ma la gente comune ha sempre continuato a dire, giustamente: «…sei andato a pagare la bolletta della Gevos?...», «…sì che ci sono andato, mannaggia a la Gevos e a li mortacci sua!...».

La privazione dell’articolo in questo caso mira (sempre più o meno consciamente, o volutamente) ad “antropomorfizzare” queste società, a tramutarle, da oggetti quali sono, in soggetti, facendo passare la sotterranea idea di una loro rinnovata dignità, magari a seguito del colpo di bacchetta magica sburocratizzante di un riassetto societario. Sono divenute più “friendly”, più “easy”, più attente alla “customer care”: «…Che bocca friendly che hai, nonna società partecipata…», «…è per intortarti meglio, figliolo mio…».

Insomma, cari amici viandanti per pensieri, datemi pure del paranoico linguistico, ma il fatto è che ci rimarrei parecchio male se fra qualche tempo si cominciassero a sentire in giro dialoghi del tipo: «…Dove hai messo il gorgonzola, cara?…», «…Uhm, non ricordo caro, prova a guardare dentro "a" frigorifero…».

martedì 4 gennaio 2011

Giù la testa, su la coda...e il resto son tutte seghe


Tantissime volte ho parlato della “sacralità” delle parole. Anzi, si potrebbe quasi dire che su questo argomento, il mio blog praticamente ci campa.
Le parole sono vive e in un certo senso importanti come la nostra vita stessa, perché ci rendono capaci di abbracciare il mondo proiettandoci in esso e di far affluire il mondo verso la nostra interiorità più profonda. Le parole sono gran parte della nostra identità, perché sono anche gran parte dei nostri pensieri.

Per questo, quando riusciamo a cogliere nell’utilizzo delle parole una sprovvedutezza introdotta più o meno in buona o cattiva fede, ne deriva una sorta di divertimento amaro, ma pur sempre nobile, perché la cosa ci fa sentire come dei fieri paladini della giustizia semantica e grammaticale, che sono riusciti a smascherare il balordo di turno, nemico, o perlomeno maltrattatore, della parola.

Gli esempi più eclatanti li possiamo pescare spesso dal mondo della pubblicità, dal che si arguisce come questa forma di moderna pestilenza comunicativa possa essere in talune circostanze volta in forma di sollazzo concettuale a buon mercato.

La pubblicità ricorda un po’ una vecchia barzelletta anni ’70 (vi sarete accorti che quando cito una barzelletta, per me sembra sempre scaturita da quel decennio fatidico…forse è solo in virtù di una mia suggestione, ma certe sfumature più salaci dell’umorismo mi piace spesso accostarle a quell’epoca, anche se magari l’abbinamento non corrisponde affatto al vero, cosa tra l’altro di difficilissima verificabilità).

La barzelletta in questione, piuttosto spietata e particolarmente “sociologically incorrect” (e forse è per questo che mi viene da associarla spontaneamente agli anni ’70…), parlava di quel tizio che si recava spesso da uno scarpaio, e se ne usciva sempre con un paio di scarpe strettissime, anche due o tre numeri in meno del suo, rigorosamente calzandole subito dopo l’acquisto.

Il buon bottegaio lasciava correre, si sa, il cliente ha sempre ragione e gli affari sono affari, ma un bel giorno non resistendo più dalla curiosità, si decise a chiedere allo strambo acquirente il perché di questo comportamento: «…Ecco, vede, caro signor scarpaio…» rispondeva con fare mesto il bizzarro cliente, «…mio figlio si droga e spaccia, mia figlia va a battere lungo i viali della circonvallazione, mia moglie passa le giornate davanti alla televisione con la bottiglia in mano e non sa quasi nemmeno più chi sono e se esisto…quando viene sera, l’unica soddisfazione che mi rimane, è levarmi le scarpe dai piedi…».

Lo stesso succede con la pubblicità: l’unica soddisfazione è quando riesci a stanare fra i suoi molesti anfratti quei paradossi bislacchi che ti permettono di urlare un liberatorio: «…Il re è nudo!!!...».

Il primo «re nudo» a cui riesco ad urlare dietro oggi, viene da lontano.
Fa infatti riferimento ad un antico “carosello” dell’epoca di mia “fanciullitudine”. I diversi “caroselli” li distinguevo allora in base allo stato d’animo che mi trasmettevano. C’erano quelli che io reputavo cupi, e che già dalle prime battute non vedevo l’ora finissero, mentre i miei preferiti erano quelli gioiosi, come “El Dindondero”, “Gio Condor”, “Carmencita”, l’omino Bialetti, “bidi bodi bù ondaflex”, e così via.

Questo di cui vi voglio parlare era posizionato in fascia intermedia, per così dire: non mi dava propriamente fastidio, ma nemmeno mi esaltava. Reclamizzava una grappa. Il punto di forza del messaggio, il nucleo della blandizia di quello spot (ogni spot si fonda sempre su una lusinga di base), stava in una presunta particolarità nella lavorazione di quella grappa. I solerti spottari dell’epoca, in pratica oltre alla grappa volevano farci bere questi della ditta come grandi nostri amiconi, disposti a farci un favore incredibile: di tutto il prodotto, dopo aver scartato la “testa” e la “coda” delle vinacce distillate, riservavano a noi ed esclusivamente per noi, badate bene, solamente il “cuore”.

Nella mia ingenuità bambinesca, mentre ero lì che in ogni caso aspettavo la fine rapida di quel “carosello”, sperando che seguisse subito un bel “Miguel son mì”, dicevo fra me e me: «…Però, come sono generosi questi grappari, come ci tengono al palato dei clienti: buttano via un sacco di distillato pur di farli contenti!…».

Solo diversi anni dopo, ho scoperto quale grande favore ci facevano allora con quella sopraffina operazione. Leggete un po' questo piccolo brano (tratto da qui):

«…La condensazione di questi elementi, accompagnata da un odore sgradevole, rappresenta la cosiddetta “testa”, che, come è noto deve essere scartata perché estremamente tossica e pericolosa. Sostanzialmente si tratta di metanolo che, se ingerito, anche in modiche quantità, può produrre gravi problemi al nervo ottico, fino alla cecità, ma può anche causare la morte.

A partire da 78,4 gradi centigradi e sino a 100, abbiamo il “cuore” della grappa, composto da alcol etilico e sostanze volatili che conferiscono gusto e aroma del distillato. Sopra i 100 gradi c’è la “coda”, non pericolosa per la salute ma ricca di impurità e olio amilico, spesso di sapore e odore sgradevoli…».

Capito che grandi amiconi che erano?
Ciò che facevano non era nient'altro altro che applicare la normale procedura di distillazione della grappa, ma nello spot ce la spacciavano per quel gran privilegio alambiccato appositamente per noi. E ci facevano pure sentire quasi in dovere di ringraziarli calorosamente, perché grazie alla loro magnanimità non avremmo finito i nostri giorni sospettati fra l'altro di essere schiattati in odore di suprema “segaiolità” (condizione che, com'è noto, va di pari passo con la perdita della vista...), oppure, nella migliore delle ipotesi, per averci risparmiato una brodaglia puzzolente e nauseabonda.

Fortuna che allora ero un bambino e mi bastava l'immediato arrivo del “Caballero” per spazzare dalla mente ogni ricordo etilico, ma ponderando la cosa a distanza di anni, mi è venuto spontaneo riflettere ancora una volta sulla sacralità delle parole e sulla grande delusione che si prova imbattendosi in casi di infrazione grossolana di tale sacralità.
Molto più onesto sarebbe stato da parte dei pubblicitari se ci avessero raccontato, nel venderci ad esempio un'automobile, che nell'articolo erano comprese pure le ruote: ci sarebbe stata più soddisfazione.

Ma balzando di era pubblicitaria remota in era spottarola recente, veniamo ora ad un altro esempio a noi più vicino.
Quest'altra blandizia reclamizzante la si sente spesso in una odierna televendita di materassi. Qui non si tratta di un vero e proprio ingannevole modo di presentare le cose, ma non credo che questo fatto ci debba rincuorare più di tanto. Forse è sintomo del fatto che i creativi degli spot reputano il pubblico ormai decaduto a quote così infime di boccalonità e gonzaggine, che gli puoi raccontare di tutto, senza timore alcuno di moti eventuali di ribellione o protesta.

In questa réclame di materassi, ci viene raccontato che dorme sul fianco chi ha un carattere posato, sicuro di sé, sempre all'altezza della situazione; riposa invece sulla schiena il tipo deciso, che non si lascia condizionare dagli altri, sempre attivo nell'affrontare gli eventi della vita (ho inventato un po', perché non ricordo alla lettera, ma il tono delle descrizioni è grosso modo questo...); e così via.

E' stato dopo aver sentito due o tre di queste incensature dell'impavido dormiente, accorgendomi con mia decisa incredulità di come praticamente tutte le posizioni di ronfaggio erano state prenotate da gran virtuosi e uomini illustri, che mi è venuto spontaneo chiedermi: «…Va beh, ma allora, i figli di puttana, i buoni a nulla, i codardi, i fannulloni, gli scansafatiche, i perdigiorno, i voltagabbana e i gran bastardi...si può sapere come minchia dormono? Delle due, l'una: o non dormono per niente, perché gli rode la coscienza, e la cosa si potrebbe anche capire, oppure, ancora meglio, dormono in piedi come i cavalli e come tali non interessano, perché non potranno mai essere clienti potenziali di un materasso…».

A questo punto, cari amici viandanti per pensieri, se avete ancora un filo di pazienza, vi racconto ancora un'ultima fregnaccia e poi per oggi mi levo dai piedi.

Sempre a proposito della sacralità delle parole e dello scarso rispetto che si porta ad essa, già vi parlai in altre occasioni della posizione di privilegio che occupano in questo panorama le parolacce, le volgarità, le oscenità. E vi dissi che mi infastidisce molto l'uso inflazionato della parolaccia, non tanto per questioni di bigottismo o simili, ma proprio perché l'oscenità è parola particolarmente sacra fra le parole, portatrice di stati d'animo del tutto peculiari e speciali, e come tale, svilita dall'utilizzo frequente e fuori luogo. Inoltre, nell'uso spropositato della parolaccia, ci leggo anche un adagiamento ad un notevole grado di “pecoronismo”, un “gregarismo” passivo e scarsamente raziocinante, un atto di resa alla banalità espressiva.

Ora, c'è un modo di dire piuttosto volgare che sento pronunciare spesso ultimamente e il cui uso intensivo mi sta sommamente sui cosiddetti. Mi riferisco all'espressione “sega mentale”, laddove s'intenda indicare un atteggiamento di vacua elucubrazione, un vano vagabondaggio meditativo, un labirintico rimescolio di idee. Non saprei dirvi bene perché, ma l'espressione “sega mentale” usata ad ogni piè sospinto, mi dà particolarmente noia.

Forse perché mescola impropriamente ambiti banali con dimensioni ben più nobilitanti, tanto che mi viene da dire a tutti i miseri parlanti imprevidenti e superficiali: una cosa sono le vostre vaccate svaporate nell'aria tanto per buttare fiato fra i denti, altra cosa e ben più seria sono invece il “fai da te” ed il solingo bricolage.



mercoledì 1 dicembre 2010

Oh, Bio mio!


Com’era solito rammentare un preclaro retore greco (di cui adesso incidentalmente mi sfugge il nome), «…le parole a volte fanno più clamore di un incudine sul ditone del piede…».

Non so se ci avete fatto caso, ma ci sono certe espressioni che vengono per così dire “sacralizzate” dall’uso e dall’abuso, soprattutto giornalistico, che se ne fa, tanto da far assumere loro una dimensione di presunto “rispetto totalizzante”. Salvo poi scoprire, se uno è appena leggermente scafato nelle faccende “espressivo-semantiche”, che trattasi praticamente di grandi bufale oratorie “grotteschizzate” da forme di utilizzo maldestre, spropositatamente imposte ad esse.

E con questa, in fatto di neologismi strambi e concetti stiracchiati, potrei anche chiudere qui, che ho già fatto giornata di sicuro.

Lasciatevi tuttavia intrattenere ancora un po’ in simili facezie.

Il più delle volte, queste espressioni bizzarramente ammantate di un’aura taumaturgica, prese nel loro significato oggettivo, senza i fronzoli aggiuntivi arrecati dalla distorsione, sono del tutto degne di essere portatrici di concetti altrettanto apprezzabili. Quando però, alle medesime espressioni, tocca in sorte di entrare nel grande tritacarne semantico della comunicazione massiva, può succedere di tutto.

Due parole, o espressioni, che hanno recentemente subito questo destino partono infatti da presupposti concettuali del tutto meritevoli di rispetto. Mi riferisco all’idea di “chilometro zero” e ancor prima a quella di “biologico”. Chi potrebbe non essere d’accordo con queste due tendenze che si cerca di far passare nella mentalità dei produttori agricoli e dei consumatori?
Ripeto dunque, non è assolutamente mia intenzione entrare nel merito del significato effettivo dei due concetti, che sono di per sé lodevoli. Quello che mi piace osservare è il fenomeno linguistico che ad essi si è andato associando.

Insomma, quello che mi sembra di notare, soprattutto in tv, è che appena si toccano argomenti anche vagamente vicini alle questioni della terra e della sua lavorazione, sia che si parli di cucina, di ricette, di prodotti del mercato, di prezzi nei supermercati, basta piazzarci dentro la paroluzza magica, “biologico”, oppure, a scelta, “a chilometro zero”, che tutte le intenzioni comunicative del parlante assumono pretese virtù indiscutibili, diventano dogmi supremi della fede agricola, assiomi fondanti della perfezione “geometrica rurale”.

Questo ovviamente va a danno della bontà originaria insita nelle intenzioni di questi due modi innovativi di concepire certi rapporti di produzione e di commercio. Se tutto è “biologico”, se ogni cosa è “a chilometro zero”, il sospetto comincia ad aggredire la parole, finendo per svalutarle sostanzialmente. Le due espressioni assumono così la fumosità delle “convergenze parallele” di “pentapartitica” memoria, e molto spesso risultano miseramente svuotate.

Ora, forse l’esempio che vi ho portato non è poi così eclatante, né grave, ma alla fine era questo meccanismo linguistico un po’ perverso, che mi premeva sottolineare. Inzuppate di superficialità e poi messe a stendere sul “banalizzatoio” della comunicazione frettolosa e generica, le parole perdono colore, si stingono, diventano ombre di se stesse.
Questo a mio avviso incide anche sul rapporto fra le persone. Il nostro contatto con gli altri avviene soprattutto attraverso le parole. Se già a partire da esse, si mantiene un profilo basso e sciatto, cosa potrà venire di buono dalle relazioni interpersonali che su quelle stesse parole sono basate?

Alcuni giorni fa, dopo «Full metal jacket», mi sono rivisto un altro capolavoro di Kubrick, «Eyes wide shut». Mentre scrivevo quanto sopra, riguardo la “sacralizzazione indebita” delle parole, mi è venuta in mente una buffa associazione con una celeberrima scena del film.

Tom Cruise, nella storia (tratta dal bel romanzo «Doppio sogno» di Arthur Schnitzler – 1926), è un medico dell’altissima borghesia newyorkese, che, piuttosto “allupatello” anziché no, attraversa un periodo di instabilità erotica, alla non meglio precisata ricerca di nuovi “significati amorosi”. Non vi sto a fare tutto il racconto del film, ma ad un certo punto, il nostro dottore è coinvolto in una super orgia organizzata in un villone di riccastri giusto giusto nel lussuoso circondario della Grande Mela, lì dentro tutti a sollazzarsi, imbastendo uno stranissimo e cupo rituale con tanto di maschere e parola d’ordine per essere ammessi.

Cruise riesce ad imbucarsi, essendo venuto fortuitamente a conoscenza della “password” di straforo, ma poi una volta dentro, non solo non batte chiodo, ma, come direbbe in termini strettamente tecnici uno studioso di “scienze dell’investigazione”, viene clamorosamente “sgamato”.
Ad una seconda richiesta di conferma della parola d’ordine da parte del “Gran consiglio degli smutandati in maschera”, crede di passarla franca ripetendola tale e quale a prima. Soltanto che stavolta gli era richiesta la parola per poter uscire. Non svelo oltre, per non rovinare la trama a chi ancora non avesse visto questo film, ma posso dirvi che per lui, malamente sprovvisto della parola di fuga non preventivata, non va a finire poi così bene.

Ho pensato tuttavia che, alla luce di quello che ho scritto prima, la scena avrebbe potuto svolgersi così:
Gran cerimoniere orgiastico: «…Prego, ci dica la parola d’ordine!…»
Cruise: «…Agricoltura…»
Gran cerimoniere orgiastico: «…Questa è la parola per entrare…Ora deve dirci quella per andarsene!…».
Cruise: «…Biologica…»
Gran cerimoniere orgiastico: «…Benissimo: si accomodi all’uscita, riceverà anche due buoni omaggio, inclusa consumazione, per la nostra prossima orgia. E mi raccomando, sempre in alto, nel pieno spirito del nostro motto: “Puttanieri sì! Ma a chilometro zero!”…».



domenica 26 settembre 2010

L’invenzione della parola


Lo si sarà ormai capito alla grande, io sono uno che s’inventa le parole.
Non si dovrebbe fare, lo so. La scrittura è come un gioco, un bellissimo gioco. E come in tutti i giochi, ciascun contendente ha la facoltà di esprimersi al massimo della riuscita estetica, fin al momento in cui sappia attenersi alle regole che assegnano i confini stessi al significato ludico generale del contesto in cui si muove.

In questo senso, sono un baro quindi, gioco scorretto.
Ma lo faccio in buona fede, o almeno credo. E soprattutto lo faccio quasi inconsapevolmente. Nel senso che molte volte sono spinto a fabbricarmi dei neologismi “fatti in casa”, solamente per il fatto di appassionarmi talmente a talune tematiche affrontate, da non sembrarmi quasi vera la bellezza di poterle condividere con voi, cari amici viandanti per pensieri. Mi piace spingermi all’estremo di certi pensieri (spesso facendo non poca confusione, d’accordo…), in territori dello “sragionare” così inoltrati, che senza uno scafandro da palombaro semantico forgiato ad hoc per l’occasione, si rischierebbe di soffocare per la penuria di ossigeno concettuale contenuto nei vocaboli comunemente codificati.

Stavolta però volevo fare del mio stesso “giocare fuor dalle regole del gioco”, l’argomento del presente scribacchiamento. Ossia, vi propongo tre vocaboli creati per l’occasione, in maniera del tutto gratuita, giusto per il gusto di inventare parole. Per ora saranno solo tre, ma con le cose scritte oggi intendo inaugurare un piccolo vocabolario di neologismi gillipixiani, da incrementare magari nel tempo, di man in mano che me ne verranno in mente altri.

A volte un nuovo termine buffo può nascervi in zucca anche solamente giochicchiando a casaccio coi suoni di diverse parole, accostate in modo estemporaneo e insensato.
Proprio così mi è successo quando mi sono sentito crescere nella capoccia il seguente neologismo, del quale solo in un secondo momento son riuscito a cogliere un plausibile significato: “substinace”.
Substinace è un tizio con un carattere che sa esaltarsi nei pregi della tenacità, accrescendola col riverbero semantico-sonoro del suo essere anche pertinace.
Ma come mai anche il prefisso “sub”?
Un po’ perché altrimenti la parola stentava a reggersi in piedi (“Stinace” liscio mi cadeva un po’ sul davanti…), ma soprattutto perché la persona substinace sa dare il meglio della propria “persistenza emotiva”, nella sotterraneità di questo suo tratto caratteriale distintivo.
Il substinace è un “deciso nascosto”, è il classico buono che non si augurerebbe mai a nessuno di ritrovarsi davanti incazzato. Non so se vi siete mai visto «Cane di paglia», un film del 1971 di Sam Peckinpah, con Dustin Hoffman: beh, se vi capiterà di vederlo, non ci sarà migliore modo di cogliere il significato di un carattere substinace, se non considerando il personaggio interpretato dal buon Dustin.

La seconda parola fatta in casa che tratterò, mi è molto cara. L’ho inventata solo qualche minuto fa, ma già mi ci sono affezionato. In modo particolare perché sono affezionato all’oggetto-soggetto che da tale termine è vocabolariamente “dipinto”.
Qui devo però fare umile atto d’ammenda anticipato con le gentili lettrici: spero proprio che la parola non suoni carica di certe sfumature vetero-maschiliste, ormai esauste come l’olio. Intendetela invece come espressione coniata da un cultore “sineddottico”, da un estimatore della “parte per il tutto”.

“Sedeureolata” è la parola, un aggettivo detto di signora, o signorina, particolarmente fornita di qualità e quantità posteriori. Ci sono donne che recano con sé un didietro quasi intriso di un’aura profetica, tali e tante sono le emozioni che sa suscitare nell’animo di chi è assiso sull’opposta riva erotica. Quasi parla, quel benedetto rotore binato di morbide sfere, quel soffice e fessurato cuscino consolatore del viril travaglio esistenziale. Ecco, per tutti questi casi, si può dire di quella donna che trattasi di leggiadra creatura sedeureolata.

E veniamo ora a concludere con l’ultimo vocabolo di oggi, che vi offro in omaggio per servirvene nelle occasioni in cui vi occorresse un giudizio negativo incisivo, ma elegante, da affibbiare a qualche individuo rozzo e poco gradito, in genere non particolarmente dotato di grande acume. Se un tizio così vi capiterà fra i piedi, procurandovi per giunta non poco fastidio, lo potrete dunque definire tranquillamente “idiotalpico”, che immagino non vi sbaglierete di molto.

L’idiotalpico non è un idiota comune: è un idiota con l’aggravante di una miopia che rasenta la cecità, anche di fronte alle questioni più scontate. Con tutto il rispetto per la talpa, simpatico animaletto dal quale mutuo solamente la sua caratteristica fisica più nota e proverbiale, astenendomi assolutamente dal reputargli qualità o de-qualificazioni umane che assolutamente non la riguardano.

Nella speranza che i miei neologismi vi abbiano arrecato due minuti di sorrisi e qualche secondo di destabilizzazione mentale, a questo punto, cari amici viandanti per pensieri, vi saluto, perché anche per oggi è giunto il momento di dirvi: that’s all folks!!!



lunedì 8 marzo 2010

Siamo messi male…ma conserviamo intatte le nostre proprietà organolettiche


Tempo fa, avevo già scritto qualcosa riguardo all’iper-salivazione indotta negli italiani dalla pletora di programmi televisivi (Linea Verde, Mela Verde, Eat Parade, la Prova del cuoco, Sereno Variabile, il Sabato del villaggio, ecc. ecc.) dedicati fra le altre cose ai piatti tipici della nostra patria cucina, alle ricette, a prodotti e specialità alimentari infinite di ogni regione, città, paese, località, bivio di strade del benamato Bel Paese.
Allora misi in rilievo come l’Italia, se non proprio sul lavoro, si potrebbe semmai considerare una repubblica fondata sull’acquolina in bocca (con tutti i risvolti consumistico-belluini annessi e connessi alla considerazione).
Va aggiunto tuttavia che queste trasmissioni tv, oltre che cagione senza requie di spremiture papillari forzate, sono anche fucine nazionali di linguistiche acrobazie finalizzate alla gratuità più vertiginosa.

In particolare, da diverso tempo, la mia attenzione si è focalizzata più volte su di un’espressione ricorrente. Non so se ci avete fatto caso. Quando in questi programmi culinari si affronta l’argomento principe, ossia tutto ciò che in qualche modo ha a che fare con l’ingollare, l’ingurgitare, il tracannare, e in particolare, se tali azioni sono viste in riferimento ad altri processi “esterni”, trasformativi o conservativi degli alimenti, gira che ti rigira alla fine salta sempre fuori la formuletta magica: il prodotto «…conserva intatte le sue proprietà organolettiche…».
Si parla di un procedimento per congelare l’insalata con certi criteri? Niente paura: con questo metodo il nostro prodotto «…conserva intatte le sue proprietà organolettiche…».
Perché i nostri antenati, tanti secoli fa, presero a conservare il tipico formaggio “Martorino Pelusòn” sotto un manto di tre metri di fieno e fiori di lavanda? Elementare, Watson: avevano capito che in questo modo la beneamata rondella casearia «…conserva intatte le sue proprietà organolettiche…».

Già da un po’ l’espressione, a forza di sentirla sbandierare “in tutte le salse”, aveva iniziato a starmi discretamente sulle scatole, ma ieri è stata usata in un contesto che ne ha sancito l’odiosità definitiva. Si parlava di birre ed ho scoperto che la deliziosa bevanda bionda non va versata inclinando il bicchiere, come anche il più umile imbecille capisce di dover fare per evitare l’accumulo della schiuma. No, no, niente affatto, il boccale va tenuto ben ritto e la schiuma va fatta formare in abbondanza, perché, immaginate un po’, in questo modo il prodotto «…conserva intatte le sue proprietà organolettiche…».

E’ stato lì che ho deciso di eleggere la benamata espressione del menga ad emblema supremo della vacuità comunicativa che contraddistingue “cotale luminosa et preclara nostra epoca de’ sta minchia”. Perché sarà anche vero ciò che han detto della birra, (seppur indimostrabile, essendo per definizione le proprietà organolettiche di un cibo connesse precipuamente alla sensibilità individuale), ma vigliacco se da oggi in poi verserò mai più un goccio di Pils, di Weisen o di doppio malto senza aver quasi coricato il bicchiere.
Questa martoriante presa per il culo comunicativa si fa odiosa quando raggiunge simili vette di superficialità espressiva modaiola. La comunicazione si muta in un’elegante veste all’ultimissima moda, il luccichio dei cui lustrini viene utilizzato per abbagliare la vista, in modo da non lasciar trasparire l’effettiva assenza sottostante di contenuti effettivi. Sotto il vestito, il re non solo è nudo, ma addirittura nullo.
La comunicazione diventa l’involucro di una scatola ormai vuota di conoscenza vera; è ridotta insomma ad una succulenta padella di pollo alla diavola sfrigolante, che una volta alzato il coperchio, si rivela diabolicamente orfana del pollo.
La cosa più sconsolante è constatare come tantissime delle cose che escono fuori dalla perfida scatoletta televisiva, si presentino con questa caratteristica: sono cioè portatrici di una futilità che monoliticamente «…conserva intatte le sue proprietà organolettiche…».

Per divertimento intellettuale, ho immaginato allora come si potrebbe riciclare ottimamente l’espressione incriminata nei più svariati frangenti comunicativi quotidiani.
Mettiamo il caso di un brutto incidente stradale. Immaginiamolo però spettacolare, ma senza gravi conseguenze, perché se l’esempio vuol essere divertente, non può mica finire male. In questo caso è dunque un interdetto di un guidatore che sfrecciando a velocità folle, si sfascia contro un platano. Possibili commenti da bar in versione “comunicativa”: «…ha sfidato la propria incoscienza: sapeva che rischiava lo schianto, ma non aveva tenuto in debito conto che il platano ha sempre il cattivo vizio di “conservare intatte le sue proprietà organolettiche…”…».
Altra applicazione della frase. Il capo ufficio vi stressa, vi assilla, fa il despota a suon di decisioni calate dall’alto, senza tenere in minimo conto i saggi suggerimenti di chi il lavoro lo affronta ai livelli inferiori, ma nel vivo dello suo svolgersi, laddove si colgono con più chiarezza le sfumature ed i meccanismi genuini dell’attività. Commento dell’umile operaio, dopo l’ennesimo flop nei risultati della ditta: «…noi ci abbiamo provato a parlare col dirigente, ma niente da fare, lui “conserva intatte le sue proprietà organolettiche…”…».

Insomma, giusto per rimanere in tema di birra: meditate, gente, meditate. Comunicare e sapere son due cose ben diverse. Chi padroneggia bene la comunicazione, può anche permettersi il lusso di non sapere pressoché una siderale fava di nulla, ma sa mettervelo in quel posto convincendovi anche di aver «…conservato intatte le vostre proprietà organolettiche…».


mercoledì 10 febbraio 2010

Enunciati e felici


Non so se a qualcuno di voi è mai successo di essere perfettamente “definito”.
Intendo: avere il privilegio di venire “narrativamente” circoscritto con una precisione sintetica mirabilmente lucida ed inequivocabile. Due, tre parole, o poco più, che colgano la vostra essenza in misura perfetta, senza lasciare fuori dettagli superflui, senza tirare dentro fronzoli ridondanti. Parole che con finezza millimetrica dicono chi siate, quale porzione di universo occupiate.
A me è successo.
Oh, non che sia la fortuna più grande del mondo: c’è di meglio, senza dubbio. Ma se vi capiterà, poco ma sicuro, mi saprete dire che si tratta di una piccola soddisfazione.
Quando sono stato “enunciato”, uno dei particolari che ho trovato più simpatici è stato nell’autore della definizione: mio fratello.

Normalmente è un tipo di poche parole, mio fratello. Ma anche io lo sono, quando si tratta di esprimersi a voce; è solamente quando mi ritrovo sotto le dita una tastiera che divento logorroico (si dirà “graforroico”?).
Va detto che Gillipixiland, in generale, è un paese di “giocolieri di parole”. Mica dei geni, intendiamoci, non voglio millantare meriti infondati…basta dire che fra i gillipixiani rientro pure io, ed ogni possibile dubbio è fugato.
Però, e non saprei dire come mai, la gente che qui è cresciuta finisce per intessere un rapporto creativo con il linguaggio. Non so se è per via della nostra struttura dialettale, non so se è per quello che mangiamo, non so se è per il clima, certe volte talmente infausto da stimolare la ricerca di altri percorsi verso sbocchi esistenziali paralleli, che fra gli stupori della lingua sappiano magari innescare più felici congiunture.
Non che siano chissà quali poeti o fini dicitori, i gillipixiani. Sono invece attenti spigolatori di finezze linguistiche. Magari lo fanno più per un moto istintuale dettato dalle bizzarrie del vivere nelle quali spesso s’incappa da queste parti; magari in tanti casi non saranno gente colta; ma sono ad ogni modo parlanti scaltri, segugi del paradosso verbale, dell’inceppo semantico, che fa scattare lo stupore linguistico-concettuale.

Gli esempi sarebbero numerosi, ma ne citò uno per tutti, forse il più acuto ed allo stesso tempo ricco di colore espressivo, che io abbia sentito.
Risale grosso modo alla seconda metà degli anni ’40, per cui ovviamente lo riporto per sentito dire dalla leggenda popolare. Eravamo attorno al periodo del “Partito dell’Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini, e naturalmente anche a Gillipixiland questa proposta politica riscosse la sua porzione di consenso, con tanto di rappresentante locale del movimento, infervorato e fiducioso che esso avrebbe cambiato l’Italia, come sono soliti fare con regolarità impeccabile tutti i partiti politici (…l’ultima frase conteneva una vena sottile di satira…si era capito?).
Il genio linguistico si rivelò durante un convegno pubblico, tra l’altro non di carattere politico. Ovviamente il nostro sostenitore di partito era nascostamente già stato fatto oggetto della ferocia goliardica e “perdigiornista” dei filosofi da bar più taglienti. Ma fu durante quella riunione che si sfiorarono le vette della salacità più elevata. Ed il verbo si fece talento per bocca di un grande dicitore, che prendendo la parola, solennemente proclamò: «…il “tal dei tali” dice di essere un “Uomo Qualunque”, ma in fondo è solamente un “uomo qualsiasi”…».

Torniamo però alla definizione di me, coniata da mio fratello. Per imbrigliare in un breve detto la mia personalità banale, ma a suo modo intorcinata, serviva un’espressione sicuramente paradossale. Ma si fa presto a dire paradosso. Son buoni tutti a promettere una freddura sporca, per poi cavarsela maldestramente con l’immortale battuta anni ’70: «…’na bèla merda in frigo!!!…».
Per cogliere un’«essenza» e definirla, bisogna prendere in mano le parole, soppesarle, tastarle, sentire dove c’è ruvidità concettuale e dove scivolosità sonora. Bisogna possedere i tempi delle frasi, sapere che sillabe ed idee trasportate dalle medesime, formano un ritmo concatenato ed inseparabile. Bisogna cogliere il lampo di un’intuizione, che possa aprire possibili echi di espressioni consimili, però forgiate e piegate nella propria fucina della significazione, fino a far assumere alla nuova locuzione la sagoma e la coloritura di senso desiderate.

Ed è stato dunque più o meno con queste modalità, che quella volta mio fratello diede la definizione di me di cui ancora adesso vado più fiero in assoluto.
Proprio la volta che, “enunciandomi”, di me sentenziò: «…beh, lui…lui è “diversamente normale”…».