Tantissime volte ho parlato della “sacralità” delle parole. Anzi, si potrebbe quasi dire che su questo argomento, il mio blog praticamente ci campa.
Le parole sono vive e in un certo senso importanti come la nostra vita stessa, perché ci rendono capaci di abbracciare il mondo proiettandoci in esso e di far affluire il mondo verso la nostra interiorità più profonda. Le parole sono gran parte della nostra identità, perché sono anche gran parte dei nostri pensieri.
Per questo, quando riusciamo a cogliere nell’utilizzo delle parole una sprovvedutezza introdotta più o meno in buona o cattiva fede, ne deriva una sorta di divertimento amaro, ma pur sempre nobile, perché la cosa ci fa sentire come dei fieri paladini della giustizia semantica e grammaticale, che sono riusciti a smascherare il balordo di turno, nemico, o perlomeno maltrattatore, della parola.
Gli esempi più eclatanti li possiamo pescare spesso dal mondo della pubblicità, dal che si arguisce come questa forma di moderna pestilenza comunicativa possa essere in talune circostanze volta in forma di sollazzo concettuale a buon mercato.
La pubblicità ricorda un po’ una vecchia barzelletta anni ’70 (vi sarete accorti che quando cito una barzelletta, per me sembra sempre scaturita da quel decennio fatidico…forse è solo in virtù di una mia suggestione, ma certe sfumature più salaci dell’umorismo mi piace spesso accostarle a quell’epoca, anche se magari l’abbinamento non corrisponde affatto al vero, cosa tra l’altro di difficilissima verificabilità).
La barzelletta in questione, piuttosto spietata e particolarmente “sociologically incorrect” (e forse è per questo che mi viene da associarla spontaneamente agli anni ’70…), parlava di quel tizio che si recava spesso da uno scarpaio, e se ne usciva sempre con un paio di scarpe strettissime, anche due o tre numeri in meno del suo, rigorosamente calzandole subito dopo l’acquisto.
Il buon bottegaio lasciava correre, si sa, il cliente ha sempre ragione e gli affari sono affari, ma un bel giorno non resistendo più dalla curiosità, si decise a chiedere allo strambo acquirente il perché di questo comportamento: «…Ecco, vede, caro signor scarpaio…» rispondeva con fare mesto il bizzarro cliente, «…mio figlio si droga e spaccia, mia figlia va a battere lungo i viali della circonvallazione, mia moglie passa le giornate davanti alla televisione con la bottiglia in mano e non sa quasi nemmeno più chi sono e se esisto…quando viene sera, l’unica soddisfazione che mi rimane, è levarmi le scarpe dai piedi…».
Lo stesso succede con la pubblicità: l’unica soddisfazione è quando riesci a stanare fra i suoi molesti anfratti quei paradossi bislacchi che ti permettono di urlare un liberatorio: «…Il re è nudo!!!...».
Il primo «re nudo» a cui riesco ad urlare dietro oggi, viene da lontano.
Fa infatti riferimento ad un antico “carosello” dell’epoca di mia “fanciullitudine”. I diversi “caroselli” li distinguevo allora in base allo stato d’animo che mi trasmettevano. C’erano quelli che io reputavo cupi, e che già dalle prime battute non vedevo l’ora finissero, mentre i miei preferiti erano quelli gioiosi, come “El Dindondero”, “Gio Condor”, “Carmencita”, l’omino Bialetti, “bidi bodi bù ondaflex”, e così via.
Questo di cui vi voglio parlare era posizionato in fascia intermedia, per così dire: non mi dava propriamente fastidio, ma nemmeno mi esaltava. Reclamizzava una grappa. Il punto di forza del messaggio, il nucleo della blandizia di quello spot (ogni spot si fonda sempre su una lusinga di base), stava in una presunta particolarità nella lavorazione di quella grappa. I solerti spottari dell’epoca, in pratica oltre alla grappa volevano farci bere questi della ditta come grandi nostri amiconi, disposti a farci un favore incredibile: di tutto il prodotto, dopo aver scartato la “testa” e la “coda” delle vinacce distillate, riservavano a noi ed esclusivamente per noi, badate bene, solamente il “cuore”.
Nella mia ingenuità bambinesca, mentre ero lì che in ogni caso aspettavo la fine rapida di quel “carosello”, sperando che seguisse subito un bel “Miguel son mì”, dicevo fra me e me: «…Però, come sono generosi questi grappari, come ci tengono al palato dei clienti: buttano via un sacco di distillato pur di farli contenti!…».
Solo diversi anni dopo, ho scoperto quale grande favore ci facevano allora con quella sopraffina operazione. Leggete un po' questo piccolo brano (
tratto da qui):
«…La condensazione di questi elementi, accompagnata da un odore sgradevole, rappresenta la cosiddetta “testa”, che, come è noto deve essere scartata perché estremamente tossica e pericolosa. Sostanzialmente si tratta di metanolo che, se ingerito, anche in modiche quantità, può produrre gravi problemi al nervo ottico, fino alla cecità, ma può anche causare la morte.
A partire da 78,4 gradi centigradi e sino a 100, abbiamo il “cuore” della grappa, composto da alcol etilico e sostanze volatili che conferiscono gusto e aroma del distillato. Sopra i 100 gradi c’è la “coda”, non pericolosa per la salute ma ricca di impurità e olio amilico, spesso di sapore e odore sgradevoli…».
Capito che grandi amiconi che erano?
Ciò che facevano non era nient'altro altro che applicare la normale procedura di distillazione della grappa, ma nello spot ce la spacciavano per quel gran privilegio alambiccato appositamente per noi. E ci facevano pure sentire quasi in dovere di ringraziarli calorosamente, perché grazie alla loro magnanimità non avremmo finito i nostri giorni sospettati fra l'altro di essere schiattati in odore di suprema “segaiolità” (condizione che, com'è noto, va di pari passo con la perdita della vista...), oppure, nella migliore delle ipotesi, per averci risparmiato una brodaglia puzzolente e nauseabonda.
Fortuna che allora ero un bambino e mi bastava l'immediato arrivo del “Caballero” per spazzare dalla mente ogni ricordo etilico, ma ponderando la cosa a distanza di anni, mi è venuto spontaneo riflettere ancora una volta sulla sacralità delle parole e sulla grande delusione che si prova imbattendosi in casi di infrazione grossolana di tale sacralità.
Molto più onesto sarebbe stato da parte dei pubblicitari se ci avessero raccontato, nel venderci ad esempio un'automobile, che nell'articolo erano comprese pure le ruote: ci sarebbe stata più soddisfazione.
Ma balzando di era pubblicitaria remota in era spottarola recente, veniamo ora ad un altro esempio a noi più vicino.
Quest'altra blandizia reclamizzante la si sente spesso in una odierna televendita di materassi. Qui non si tratta di un vero e proprio ingannevole modo di presentare le cose, ma non credo che questo fatto ci debba rincuorare più di tanto. Forse è sintomo del fatto che i creativi degli spot reputano il pubblico ormai decaduto a quote così infime di boccalonità e gonzaggine, che gli puoi raccontare di tutto, senza timore alcuno di moti eventuali di ribellione o protesta.
In questa réclame di materassi, ci viene raccontato che dorme sul fianco chi ha un carattere posato, sicuro di sé, sempre all'altezza della situazione; riposa invece sulla schiena il tipo deciso, che non si lascia condizionare dagli altri, sempre attivo nell'affrontare gli eventi della vita (ho inventato un po', perché non ricordo alla lettera, ma il tono delle descrizioni è grosso modo questo...); e così via.
E' stato dopo aver sentito due o tre di queste incensature dell'impavido dormiente, accorgendomi con mia decisa incredulità di come praticamente tutte le posizioni di ronfaggio erano state prenotate da gran virtuosi e uomini illustri, che mi è venuto spontaneo chiedermi: «…Va beh, ma allora, i figli di puttana, i buoni a nulla, i codardi, i fannulloni, gli scansafatiche, i perdigiorno, i voltagabbana e i gran bastardi...si può sapere come minchia dormono? Delle due, l'una: o non dormono per niente, perché gli rode la coscienza, e la cosa si potrebbe anche capire, oppure, ancora meglio, dormono in piedi come i cavalli e come tali non interessano, perché non potranno mai essere clienti potenziali di un materasso…».
A questo punto, cari amici viandanti per pensieri, se avete ancora un filo di pazienza, vi racconto ancora un'ultima fregnaccia e poi per oggi mi levo dai piedi.
Sempre a proposito della sacralità delle parole e dello scarso rispetto che si porta ad essa, già vi parlai in altre occasioni della posizione di privilegio che occupano in questo panorama le parolacce, le volgarità, le oscenità. E vi dissi che mi infastidisce molto l'uso inflazionato della parolaccia, non tanto per questioni di bigottismo o simili, ma proprio perché l'oscenità è parola particolarmente sacra fra le parole, portatrice di stati d'animo del tutto peculiari e speciali, e come tale, svilita dall'utilizzo frequente e fuori luogo. Inoltre, nell'uso spropositato della parolaccia, ci leggo anche un adagiamento ad un notevole grado di “pecoronismo”, un “gregarismo” passivo e scarsamente raziocinante, un atto di resa alla banalità espressiva.
Ora, c'è un modo di dire piuttosto volgare che sento pronunciare spesso ultimamente e il cui uso intensivo mi sta sommamente sui cosiddetti. Mi riferisco all'espressione “sega mentale”, laddove s'intenda indicare un atteggiamento di vacua elucubrazione, un vano vagabondaggio meditativo, un labirintico rimescolio di idee. Non saprei dirvi bene perché, ma l'espressione “sega mentale” usata ad ogni piè sospinto, mi dà particolarmente noia.
Forse perché mescola impropriamente ambiti banali con dimensioni ben più nobilitanti, tanto che mi viene da dire a tutti i miseri parlanti imprevidenti e superficiali: una cosa sono le vostre vaccate svaporate nell'aria tanto per buttare fiato fra i denti, altra cosa e ben più seria sono invece il “fai da te” ed il solingo bricolage.