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sabato 25 aprile 2009

Digitale agricolo


Ragazzi tenetevi forte che vi do una notizia bomba: anche io ho fatto un piccolo passo avanti lungo il radioso cammino della modernità.
Mi sono dotato del digitale terrestre…BWAHAHAHAHA!!! (…scroscio di risa sguaiate provenienti dall’uditorio)…PRRRRRR!!! (…allitterazione inequivocabile, sempre dallo stesso uditorio).
E va beh. E datemi tempo. Sono pur sempre un povero campagnolo con un piede nell’«Età dell’Oro» e l’altro nella «Nostalgia canaglia».
Per me che mi devo ancora riprendere dallo shock affettivo causato dall’ultimo acquisto di una vanga con doppia staffatura ergonomica, causa arrugginimento definitivo del vecchio badile di famiglia, sono passi non da poco.
E poi c’è da dire che a metterci lo zampino ci pensa sempre la bilancia della “nemesi geografica” (come sbraitò una volta il sindaco Peppone Bottazzi in faccia a don Camillo).
Infatti, qui fra le sperdute lande dei “viandanti per pensieri”, quello che ci viene passato non è propriamente un digitale terrestre. Ecco, a me sembra di più un “digitale agricolo”, via.
Per dire: del segnale di Rai1, 2 e 3, al momento nemmeno l’ombra. Non parliamo poi della fantomatica Rai4.
Insomma, tocca confidare nel prossimo futuro, perché per ora slalomeggiando fra i tasti del telecomando mi pare che si trovino molti più fossi che canali (dei canali di poi son piene le fosse?...Boh!).
Ma si sa: fra i tratti privilegiati del campagnoleggiatore rientra anche il divertirsi con poco. Così, mi sono bastati due o tre soli canali nuovi che “…a modo mio, a modo mio sono / contento un giorno anch’io / E a modo mio, ringrazio Dio oggi / la storia la faccio io, a modo mio...”…ooops, scusatemi, mi si erano lievemente “in-Negrite” le idee.
Uno di questi canali è Iris.
Sull’impatto che ho avuto con Iris, c’è da dire una cosa buffa: quando uno è passatista latente fin nelle unghie dei piedi, riesce inconsciamente a ribaltare a favore di «Età dell’Oro» anche le più ghiotte occasioni di progressismo.
Iris ad esempio mi ha fatto regredire all’infanzia.
Scusate la metafora alquanto rozza, ma con gli altri canali ormai, “dig-i-amolo”, si ha la costante sensazione di stare seduti sulla tazza del water. Un po’ per le conseguenze metaforiche di prima istanza, ossia perché le trasmissioni fanno mediamente e veramente ca…ga…scegli la nota mancante: do, …, mi, fa, sol, la, si.
Ma soprattutto perché la valanga di pubblicità che ti riversano addosso è talmente pervasiva che ti senti così, come dire, quasi in colpa se non consumi. Il peccato originale è divenuto ormai marmellata rubata, rispetto al senso di colpa indotto catodicamente per aver sprecato un secondo della tua giornata avulso da intenzioni consumatorie.
Quindi, sempre metaforicamente, ti premunisci: sei di fronte alla tele, ma idealmente siedi sul trono ceramico deputato al ciclo continuo di consumo corporale, con la coscienza pulita e qualcos’altro invece un po’ meno.
Iris ha spazzato via di botto tutti gli anni durante i quali sono stato gradualmente (ma neanche tanto) calato in questa condizione di brucatore di spot.
Con quei suoi film dignitosi (non primissime visioni certo, ma sempre dignitosi), immuni da sozzume pubblicitario, mi ha catapultato ai tempi in cui c’erano due canali, i programmi iniziavano alle 5 del pomeriggio con la “Tv dei ragazzi”, ma tutto il cucuzzaro, quasi fosse un fuoco da preparare nel camino, si doveva accendere almeno un questo d’ora prima, per dar modo al trasformatore di scaldarsi, mentre sullo schermo l’immagine si arrotolava su se stessa per dieci minuti buoni prima di stabilizzarsi.
So che non durerà: per adesso fanno così, per farti ingolosire un po’. Poi ci sbatteranno dentro alcune prime visione e giù a far pagare.
Ma finché dura, io mi sintonizzo con puro spirito agricolo.

E dato che son stati chiamati in causa, gustateveli:



domenica 1 febbraio 2009

Fàt tusà!!!

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Ieri sono stato dal barbiere. Non dal parrucchiere, nè dalla parrucchiera, tanto meno dal coiffeur. No, no. Proprio dal barbiere sono stato.
Il barbiere è un tipo "umano-socio-artigianale" in via d'estinzione. Non so se questo sia un bene o un male. Non so se valga tanto la pena rimpiangerlo o provare malinconia. Tutto prima o poi finisce, ogni epoca si porta dietro i suoi tratti piccoli e grandi, e quando l'epoca svanisce essi si attenuano insieme a lei. Funziona così e forse non vale tanto la pena domandarsi se sia giusto o no, oppure sprecare sentimenti in proposito: è così e basta.

Fatto sta che la figura del barbiere per me è ricca di significati e di ricordi. Da bambino vivevo sempre in modo conflittuale l'idea di dovermi recare in quel luogo. La capigliatura conquistata in alcuni mesetti di crescita me la sentivo affettuosamente addosso, in una sorta di equilibrio amniotico che reputavo ingiusto andare a turbare facendone partorire una rinnovata pelatina a furia di sforbiciate e smacchinettate.
Nel nostro dialetto poi non si dice "andare a farsi tagliare/acconciare/accorciare i capelli".
Si usa invece un'espressione cruda e dozzinale, evocante molto più tonsure ovili o falciature di prati che non interventi di aggiustamento della chioma con finalità estetiche.
Si dice infatti "andare a farsi tosare". L'espressione, sempre nel dialetto del mio paese, in un certo contesto ha assunto addirittura le veci di una sorta di "vaffa" in versione amichevole, meno cattivo e pungente del "vaffa" effettivo, una specie di "vai a girare", "vai a quel paese".
Questo succede quando si dice all'amico: "fàt tusà" ("fatti tosare").

Dal parrucchiere dunque si va a farsi l'acconciatura, mentre da bambino, dal barbiere del paese andavo a farmi tosare. Una volta entrato nella bottega e seduto sul vecchio trono girevole e polveroso, le mie remore iniziali svanivano come d'incanto.
I motivi di questa metamorfosi erano vari.
Un po' c'erano da ammirare dettagli ed ammenicoli barbierali vari.
Flaconi ed alambicchi simil-alchimistici, con enigmatici liquidi multicolore, tubi gommo-sinuosi e pompette di raso.
L'armamentario delle forbici con la temutissima "dentata", terrore delle mie orecchie e del mio roseo collo infantile.
Macchinette a mano di varie misure, che inevitabilmente tutte le volte mi ricordavano la macchinaccia per i cavalli, mastodontica (ma identica nella forma in modo inquietante a queste per "uso umano"), che a casa vedevo spesso in giro, rimasuglio dell'antica professione dei miei nonni, per generazioni trasportatori di merci su carri a traino equino.
E ancora, odori e profumi di creme, schiume, lozioni, lacche, acque di colonia, lo "scodellino" per il sapone da barba con il pennellone, ed il rasoio il cui uso a me competeva solo per un po' di pelurietta invisibile sul collo e dietro le orecchie, con ripulitura sulla schedina del Totocalcio fra una passata e l'altra.
Ma poi c'era il fatto che lì ti trovavi nel regno della chiacchiera maschile.
Non era previsto che io ci mettessi bocca, dato che ero un bambino, ma lì potevo saziare tutta la mia sete di ascolto, che come ho già detto in altre occasioni è sempre stata più forte della mia propensione a parlare. E se capitava di imbattersi in uno o due affabulatori di classe del paese, era una festa della fantasia e delle sonorità dialettali, meglio di tutti i canali di Sky e del digitale terrestre messi insieme, e di tutto il cinema in 3D più sofisticato che potranno mai escogitare.
Il calcio, ricordi di fatti del passato, episodi buffi legati al mondo contadino, dicerie e pettegolezzi circa il tale e la tale, affrontando anche passaggi scabrosi e proibiti (storie di amanti e pruriginosità varie), con l'abilità linguistica aggiuntiva di dover parlare in codice, alla presenza di un bambino (forse pur sapendo che alla fine già capivo benissimo tutto).
Sotto la coltre protettiva e placentare della mantellina "anti-ciocche tosate", mi coglieva regolarmente una sonnolenza lieve, cullato dal chiacchiericcio vitale e caciarone degli uomini, con il batter di denti della forbice che mi ritmava nelle orecchie.

Oggi in paese, di tre o quattro barbieri che erano, non ne è rimasto più nessuno. Adesso vado nel paesone più grosso, qui vicino, dove posso ancora farmi "tosare". Finchè dura. Un giorno poi, immagino che anche io sarò costretto a farmi acconciare i capelli.

giovedì 27 novembre 2008

Audio ergo sum

(Foto di Gillipixel)

Ascoltare mi è sempre piaciuto molto.
Non che voglia vantare una sensibilità fuori dal comune, oppure una particolare capacità di nutrire empatia in speciale misura verso gli altri. Chissà, fra le cause ci sarà sicuramente il mix esplosivo di timidezza e pigrizia che mi correda l’animo sin dalla tenera età. Fatto sta che ho sempre trovato molto più affascinante l’ascolto rispetto al pronunciarmi, rispetto ai momenti in cui si è chiamati a parlare.
Una radice storica di questa cosa credo di poterla individuare. Dev’esser stato per via del crocchio.
Nell’aia della Casa Vecchia, quando ero bambino, era un appuntamento fisso di quasi ogni serata dal clima gradevole, dalla tarda primavera fino alle soglie dell’autunno. Diverse donne, e anche qualche uomo più incline alla loquela, si sedevano in circolo e stavano lì a chiacchierare senza meta. Sembrava quasi un rito celebrato nel nome dell’enigmatica piacevolezza dell’Inutile, anticamera e preludio dell’altrettanto grande mistero del sonno.
Noi bimbi potevamo intrufolarci solo ai margini. Sia fisici che discorsivi. In un’atmosfera quasi “alberodeglizoccoliana”, non era previsto che i piccoli intervenissero più di tanto. Poi, i pochi miei coetanei presenti si rompevano presto le scatole e toglievano il disturbo, soprattutto il proprio, preferendo magari un giretto in bici. Io invece mi sentivo affascinato da quel microcosmo linguistico ancestrale, anche se all’epoca ovviamente non avevo la più pallida idea che si potesse chiamare così, e rimanevo tutto il tempo, fino all’ora di andare a letto.
La Casa Vecchia era un piccolo quartiere in miniatura. Quattro fette di casa affiancate per ospitare modi di vita piombati sostanzialmente simili dal Medioevo sino ai tempi della mia infanzia. Il “bagno” fuori, il “fuoco a letto” d’inverno, la luce coi fili a vista, come venature cresciute sopra la pelle dei muri, il pollaio “coccodiante”, le gabbie dei conigli, fonte di tenerezza in pelliccia.
Era il tempo che le lucciole cominciavano già ad “impasolinirsi”, ma se ne potevano vedere ancora in discreti sciami, grattarsi le pance radenti sopra i baffetti delle spighe di grano. Di grilli invece ce ne son sempre stati a volontà: le chiacchiere delle donne si impastavano lente con il loro cri-cri di sottofondo senza sosta.
Le donne parlavano rigorosamente in dialetto. L’italiano era una sorta di idioma inferiore per damerini pallidi, incapace di rendere con efficacia la coloritura di certi fatti meritevoli di essere condivisi col racconto. Ancora oggi, le volte che mi scappa un’espressione dettata dalla spontaneità, di primo acchito mi viene da spiattellarla in dialetto.
Anche se in seguito ho imparato ad apprezzare la lingua di Dante e Manzoni nel pieno fulgore della sua bellezza, e ogni giorno questa fascinazione si rinnova e si arricchisce, non di meno il mio dialetto, conosciuto e praticato nella sua forma genuina da non più di qualche centinaia di parlanti, rimarrà per sempre come una placenta gergale entro la quale la mia immaginazione espressiva è stata cullata nei momenti cruciali della sua formazione.
Erano chiacchiere leggere, quelle delle donne nell’aia, di una leggerezza dignitosa e radicata. Ricordi di quando le più anziane erano state mondine. Qualche commento, sgangherato ma denso di saggezza popolare, ai fatti sentiti in tv. Un cenno alla sorella del tale, che ha sposato quel tipo, il figlio di “coso”, che era andato a stare a Milano per aprire una farmacia in società col genero del fratello di “bagaglio”…mentre la scia della ricostruzione parentale si avvoltolava lenta nell’aria insieme alle volute di fumo dello zampirone, messo in mezzo al cerchio delle chiacchiere per attutire la ferocia proverbiale delle “nostre” zanzare…

Alla fine, non lo so se sono una persona capace di ascoltare. So solo che mi è sempre piaciuto molto.