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lunedì 29 luglio 2019

Interstizi


È profondamente sbagliato e ingiusto pensare alla scienza come a qualcosa di freddo e arido.

Altra questione è parlare della complessità del mondo della scienza. Lì siamo d’accordo: i temi non sono sempre accessibili a tutti.

Per fare allora una sintesi: mi annovero fra coloro che spesso faticano a capire la scienza, ma non di rado riescono a cogliervi sfumature, se non proprio poetiche, perlomeno portatrici di grande stupore e “ulteriorità” immaginativa.

Un bel libro che condensa in sé molti di questi aspetti si intitola “La fisica dei supereroi”, lo ha scritto un professore americano di origini greche, James Kakalios (Einaudi, 2014).

Non è di facilissima lettura, va detto, ma di voli della suggestione ne fa fare parecchi.

Con un interessante excursus, passa in rassegna tappe fondamentali della storia del fumetto americano, ma soprattutto cerca di spiegare i fenomeni fisici attraverso i super-poteri di tanti personaggi cari al pubblico di mezzo mondo: Superman, Spiderman, Flash, ecc.

Su questo libro, ho riletto una cosa a me già nota, ma che ogni volta mi induce una meraviglia grande.

Sappiamo che la materia è composta di atomi. Un pezzo di legno, di ferro, il nostro corpo, una fetta di torta: nella profondità minuscola di ogni cosa, tutto è formato da questi mattoncini infinitesimali chiamati atomi.

Fin qui niente di strano: siamo abituati a pensare una cosa grande come la somma di tante componenti minori (una casa è fatta di mattoni, un’auto dei suoi pezzi, e così via).

Se però si va a vedere (si fa per dire) la “geografia” profonda dell’atomo…oooohhhh…gran sorpresa sorprendente!

L’atomo è formato a sua volta di ancor più minime parti: i protoni e i neutroni, appiccicati insieme in un cuore centrale detto nucleo, e gli elettroni, che ruotano attorno al nucleo come piccoli satelliti.

Ora, sto semplificando molto, ma già un primo motivo di bellezza emerge: la similitudine fra infinitamente grande e infinitamente piccolo.

L’universo è impostato sopra il “paradigma” generalissimo del “ruotare attorno”: dall’atomo ai grandi sistemi galattici, passando per gli innamorati…cose, esseri ed entità sono attratti fra loro in moti circolari diffusi per ogni dove della realtà concepibile.

Il bello più bello viene poi considerando le proporzioni fra gli elementi atomici.

Il nucleo misura un trilionesimo di centimetro.

Solo a dirlo, o a pensarlo, ci si cappotta di “strabilianza” (parola che invento per l’occasione, non esistendone sul vocabolario di sufficientemente degne).

Vuol dire: prendere un centimetro e dividerlo un miliardo di miliardi di volte (minchia! E scusate il termine, ma si tratta di un numero formato da un 1, seguito da diciotto zeri).

Il raggio dell’atomo interamente inteso è grande invece diecimila volte la misura del nucleo: questo rappresenta la potenziale “sfera di movimento” entro cui ci si aspetta che la rotazione degli elettroni possa spaziare.

Ora, immaginando (per avere un’idea dei rapporti in gioco) che la misura del nucleo fosse di un centimetro, in proporzione, il raggio di orbita degli elettroni sarebbe di novanta metri.

E doppia minchia, mi viene qui da dire.

Perché se le proporzioni in gioco sono queste, ne deriva che l’atomo in pratica è fatto quasi interamente di spazio vuoto.

Qui un poeta ne avrebbe da ragionarci sopra forse molto più dello scienziato.

Quello che pensiamo sia compatto, dal punto di vista delle nostre dimensioni del vivere usuale, è in realtà un conglomerato di vuoti. Certo, l’energia che tiene legati questi vuoti fra loro, e ciascun atomo di per sé, è immensa (energia nucleare e atomica, per l’appunto).

Ma questo non fa altro che aggiungere magia a incanto: ciò che al livello macroscopico dei nostri sensi appare come materia “in quiete”, è in realtà un brulichio di energia terribilmente agitata, è un portento di mini particelle in moto frenetico, instancabile, perennemente mutevole, agitatissimo, in inimmaginabile rimescolio.

Mi prendo una licenza poetico-scientifica, a questo punto, e azzardo una conclusione sgangherata, ma apprezzabile in pieno da qualsiasi sognatore degno di questo nome.

Per me, l’energia di cui la realtà brulica fin nelle sue più intime fibre, la si può ribattezzare solo con un nome noto a tutti: amore.

C’è questo, in fondo a tutto, dentro l’atomo e nelle più vaste distanze cosmiche: l’amore.

Non lo posso dimostrare scientificamente, ma sfido chiunque a venirmi a smentire, armato delle sole armi della poesia: non ci potrà mai riuscire.

venerdì 5 luglio 2019

Brugnoni



A volte scrivo complicato. Non lo faccio per atteggiarmi a chissà chi, o per snobismo, o cose peggiori.

Scrivo complicato perché sono affascinato dalla complessità. E qui c’è già qualcosa da precisare.

Tra complessità e complicazione c’è infatti una differenza fondamentale.

La complessità è una caratteristica della realtà: il mondo, la vita, sono complessi.

La complicazione è invece nella mente dell’uomo, nasce da un imperfetto confronto con la complessità.

Se scrivo complicato è dunque solo per i limiti che non riesco a superare nella strada verso una qualche comprensione della complessità.

Fa sempre parte di questo discorso, la distinzione fra semplicità e semplificazione.

La semplicità è imparentata con la complessità

La semplificazione è invece legata alla complicazione.

Riuscire a raggiungere un certo grado di semplicità, vuol dire aver guardato in faccia onestamente la complessità.

Non significa naturalmente avere abbracciato completamente ciò che è complesso. Ma almeno averlo considerato con serietà e impegno, questo sì.

Pervenire a una semplificazione vuol dire invece essersi trovati davanti la complessità e averla vista solo come complicazione.

La semplicità sì conquista, la semplificazione è un atto di resa.

L’idea allora sarebbe questa: non temere di osservare la complessità, fiduciosi che semplicità parziali (pur se raggiunte con dedizione e sforzo) ci aiuteranno nel cammino.

Questo è il periodo in cui l'antico “brugnone” in fondo al campo dietro casa matura regalando i suoi abbondantissimi anche se quasi inutili “brugnoncini” (terminologia derivante da “brugna”, dialettizzazione di prugna).

Sono acerbi a manetta e per ricavarne una sorta di marmellata-beverone accettabile al palato, vanno integrati con una buona metà in peso di zucchero.

Mia zia, che ha avuto una lunga vita, diceva di ricordare il vecchio “brugnone” che già elargiva “brugnoncini” fin dai tempi in cui lei era ragazza.

Cosa c'entra un umile “brugnone” in un discorso su complessità, complicazione, semplicità, semplificazione?

Se ve lo state domandando, siete più propensi in generale a vedere complicazione nelle cose e ad aspirare alla semplificazione.

Se invece vi è sembrato tutto lineare, siete sulla buona strada per riuscire ad amare la complessità, riponendo molta speranza nell'esistenza di qualche semplicità salvifica tutta da scoprire.

lunedì 1 luglio 2019

The catcher of the flies


Ogni giorno compiamo piccole-grandi prodezze, del fisico e dell’animo.

Ma nessuno se ne accorge, nessuno le valorizza, oppure ci fa soltanto un piccolo applauso. Nessuno, tranne noi stessi, che ne siamo i soli coscienti spettatori e attori insieme.

E loro, le mini prodezze, se ne svaniscono gloriose nella pura inutilità, sfumando lontane lungo la smisurata prateria delle prodezze non riconosciute.
Stavo sparecchiando la tavola.

Una moschina molesta era posata sulla tovaglia.

Senza nemmeno pensare a cosa stavo facendo, mi lancio in un passo alla Rudolf Nureyev, e nel mentre che le sono quasi sopra, allungo con grande eleganza la mano sinistra, aprendola nel frattempo, con la delicatezza di Michael Jordan quando andava a posare a canestro la palla dopo aver veleggiato nell'aria una vita e mezzo intera, concentrata in tre secondi di volo sul parquet.

La mente sempre spenta,  in un puro gesto e basta, sento un lieve vibrare di alette dentro la mano che si è serrata passando rasente al pelo della trama di stoffa della tovaglia.

Ma poteva anche trattarsi di un frullo illusorio.

Quando tenti la cattura di una mosca in questo modo, non sai mai se ci sei riuscito davvero, fino al momento in cui riapri le dita, e verifichi il suo rinnovato volo liberatorio.

Così ho fatto. Mi sono avvicinato alla finestra aperta, ho spalancato il pugno, e la mosca c’era davvero, viva e pronta per balzare di nuovo libera nell'aria di fuori.

Nessuno ha saputo nulla di quel mio piccolo gesto atletico. E anche se ora ho tentato di diminuirne un pizzico l’anonimato venendolo a raccontare qui, nemmeno voi ne sapete davvero qualcosa fino in fondo.

Perché ogni cosa che facciamo, proviamo, sentiamo, rimane una più o meno grande “privatezza” personale, racchiusa nella nostra esperienza, che sola ne conosce gli effettivi termini e confini di bellezza, completezza e significanza piena.

Ciascuno è un miracolo perfetto e disperato di incomunicabilità. E trascorriamo una vita intera, nel volitivo e sempre rinnovato sforzo di farlo sapere agli altri…

domenica 23 giugno 2019

The east is the best


Leggendo, studiando, ascoltando, curiosando, cercando di imparare, meditando, oziando fra mille pensieri, mi sono fatto nel tempo l’idea che esistono due vasti modi molto generali di concepire il mondo, la vita.

Quello occidentale (a noi più noto e familiare).
E quello orientale.

Secondo la tradizione occidentale, la realtà sarebbe questa nostra dimensione di appartenenza, dove regna l'impressione principale che “ci si possa sempre fare qualcosa”.

L'orientale invece ritiene che perlopiù della nostra realtà non si possa fare granché, ma bisogni lasciarla fluire, accomodandosi nelle sue pieghe in modo da adattare la nostra alle sue forme.

Sono nato in un contesto occidentale e dunque mi ritrovo ampiamente immerso nella nostra grande visione del tutto.

Fin da piccolo mi è stato insegnato che le cose “si ottengono”, si realizzano, gli scopi si raggiungono.
Causa ed effetto: si parte dall’intenzione di ottenere un risultato, si mette in pratica il comportamento più adatto, e si arriva allo scopo desiderato.

Questo me lo hanno insegnato a casa, a scuola, nella nostra società, me l'hanno insegnato gli uomini, insomma.

La vita mi ha insegnato invece che molto spesso non funziona così.

La realtà è un flusso che va per conto suo: contempla forse la presenza di questo strano suo componente chiamato uomo, umanità. Ma “nell’economia generale” degli accadimenti, l’uomo rimane pur sempre un dettaglio.

Di questo l’uomo deve tener conto: le cose molto spesso non vanno come lui vuole.

Vanno come vuole “il reale”.

Con questo, non s'intende che ci si debba allora abbandonare a un ottuso fatalismo, al “sia quel che sia” più menefreghistico e irresponsabile.

Molto più articolatamente, il punto di vista orientale ci suggerisce un atteggiamento più sottile, esemplificabile con un’immagine.

Diciamo così: da occidentali siamo abituati a considerare la vita come un discorso da pronunciare.

La visione orientale ci invita invece a trattare la vita, il mondo, la realtà, l’essenza del vero, come un discorso da ascoltare.

Pensateci un attimo, e mi saprete dire…


lunedì 10 giugno 2019

Il raggio verde


Non so nemmeno perché scrivo le seguenti righe, talmente contorte che le capirò, forse, solamente io. Eppure, mi sentivo di scriverle.

Le persone, il più delle volte, le incontri sulla superficie del loro “esistere”.

Ne nascono anche scambi cordiali, c'è stima reciproca magari, piacevolezza del vedersi, parlare, scherzare forse.

Ma non si scatena mai “l’andare oltre”, non se ne sente la necessità: l’involucro esterno di quelle persone è tutto ciò che interessa vagamente sapere, riguardo a loro.

S’incontra poi la luminosa miracolosità di un “raggio verde”.

(Prendo a prestito l'immagine del fenomeno ottico naturale da cui deriva il titolo di un romanzo minore di Jules Vernes, poetizzata poi nel languido film di Eric Rohmer: "Il raggio verde”, appunto. La reinterpreto tuttavia per tratteggiare i termini qualificativi di certe persone speciali).

Un “raggio verde” è una persona che ti viene incontro direttamente col profondo del suo essere.

Ti si mostra fin da subito come essenza inafferrabile da cui ti senti come risucchiare dentro.
La persona, sul cui “esistere” scivoli tangenzialmente di sfuggita, potremmo allora ribattezzarla “raggio giallo”.

Mentre il “raggio verde” è puro “essere” che ti calamita, promessa di bellezze alle quali senti di tenere tantissimo.

È il lato oscuro della propria luna interiore, perché riesce a far emergere aspetti del proprio intimo che non si credeva di possedere, oppure si presumeva fossero occultati nel buio di territori non di nostra competenza.

L'incontro con un “raggio verde” è anche oneroso, perché assorbe forti dosi di risorse emotive: svuota, illanguidisce, macera in eroici sapori di dubbio, esaltazione, donchisciottismo utopico.

Un “raggio verde” ti spalanca porte sull’immenso, fa viaggiare a velocità dell’animo talmente elevate da sentirsi continuamente sorpassati dal desiderio di volerne sapere sempre di più riguardo alla sua luminosità.

Un “raggio verde”, col solo fatto di esserci nel mondo, e di averlo incrociato lungo i sentieri del vivere, ti prende per mano e ti accompagna fino ai confini del non dicibile.

E adesso che ho scritto, senza nemmeno sapere io bene cosa, vi auguro di incontrare almeno una volta un “raggio verde”.
Oppure, di essere a vostra volta un “raggio verde” per qualcuno.

Solo così, magari, se vi tornerà alla mente il guazzabuglio di questo mio scritto, ne coglierete forse il senso, sussurrando fra voi e voi: “…Però, al gh’ava ragióŋ, cùl siucàt là!...” (però, aveva ragione quello sciocco!).

giovedì 6 giugno 2019

Con le pagine ai piedi


Nella mitologia greca, Hermes era il messaggero degli Dei.

Suo, il compito di fare da tramite fra gli uomini e la divinità: doveva trasmettere al mondo ciò che gli Dei intendevano comunicare a esso.

L’iconografia classica (pittura, scultura e così via) ha sempre rappresentato Hermes con due alette per piede (spesso le sfoggia anche ai lati dell’elmo, ma non è raro vedergliele proprio alle caviglie).

L’immagine di due ali spalancate in volo, me l’ha sempre suggerita anche la sagoma di un libro aperto.

La duplice curva delle pagine, nel loro congiungersi centrale alla costa della copertina, unita alle due “svirgolate” sugli estremi, suggeriscono proprio l’idea di un involarsi chissà dove.

Tra l’altro, pur avendo i due termini origini diverse, di passaggio si può anche osservare un’ulteriore analogia di immagini fra la parola “libro” e la parola “librarsi” (in volo, in aria, nel cielo).
Una mezza macedonia di queste suggestioni, mi è piombata in mente durante un momento di lettura.

Ho posato un attimo il libro di turno sulla pancia, e i piedi in prospettiva si sono subito vestiti delle ali del volume.

Cosa può voler dire mettersi ali di libri ai piedi?
Inteso nel senso filosofico più profondo, per i greci, il volere degli Dei è il volere della realtà (stante che la filosofia nasce da un vasto “respiro mitologico” antecedente, immesso nei polmoni del senso dell’esistenza, molto tempo addietro).

Con ai piedi ali libresche, diventiamo “hermes-messaggeri” a noi stessi, dei significati del mondo. Cerchiamo di capire cosa vuole la realtà.

Tra parola e realtà c'è differenza? Molto probabilmente sì, ma rimane il fatto che, se larghissima parte della realtà non venisse raccontata, se non prendesse vita, vigore e fisionomia, in virtù del proprio passare attraverso la parola, cadrebbe nell’oblio e nell’indifferenziato.

Vivere è nominare e raccontare le cose. Ciò che non viene nominato, né raccontato, in pratica non esiste. Anche il pensiero è un racconto fatto a sé.

Con ai piedi ali di libri, idealmente scritti o molto più comunemente soltanto letti, spicchiamo il volo fra i significati delle cose nominate, raccontate e pensate.

Facendoci biblio-Hermes di noi stessi, spicchiamo il volo nel racconto-vita di cui siamo parte integrante.

E d’altra parte, se le “molecole della realtà” non fossero fatte di parole, uno dei più grandi testi di tutti i tempi, non inizierebbe così: “In principio era il Verbo…”.


venerdì 31 maggio 2019

Tutto gira intorno a ogni cosa


Col tempo rimesso un po' per il bello, possiamo tornare ad aprire le finestre, e insieme all’arietta gradevole, torna un super classico di stagione: la gravitazione universale “moscata”.

Non si è mai capito bene perché, ma se hanno a disposizione una stanza tiepida e luminosa, con un bel lampadario appeso al centro, stai sicuro che le mosche inizieranno a ruotarci attorno, in instancabili orbite da mini satelliti entomologici.

Così subito noi umani, giù a pensare: ma che fesse queste mosche a girare sempre in tondo così.

E poi tronfi del nostro antropocentrismo, magari saltiamo sulla bici, o saliamo in auto, oppure ci incamminiamo semplicemente, ma in ognuno di questi casi, mantenendoci sempre fedeli a un logicissimo e razionale moto rettilineo.

Ma hai visto mai che le mosche abbiano ragione?
Per risolvere il dubbio, non c'è forse un modo più semplice e immediato che osservare la realtà. O meglio, il succo della realtà.

Se lo facciamo, considerando in particolare gli estremi dell'infinitamente piccolo e quelli dell'esageratamente grande, constatiamo che in effetti nella realtà ogni cosa ruota in riferimento a qualcos'altro.

Nel minuscolo, gli atomi sono costituiti da piccoli centri detti nuclei, sferette solari in miniatura, attorno a cui girano certe particelle-satellite, dette elettroni (sbalorditivo tra l'altro pensare come il diametro dell’intero atomo sia centomila volte quello del nucleo).

Sul fronte opposto, nell'immenso, satelliti ruotano attorno a pianeti, pianeti attorno a stelle, stelle attorno a centri di galassie, e così via, forse l’universo stesso ruota attorno a un suo centro che fa da perno ad altri universi, vai a sapere…

Insomma, gli atomi sono micro sistemi solari, mentre gli smisurati complessi astronomici sono sistemi atomici spropositati, e noi, siamo ancora così sicuri di essere più furbi delle mosche?

Pensateci bene, anche nel mondo di ogni giorno tutto ruota.

Basta innamorarsi, e ruoteremo attorno a una persona; leggiamo un libro, ecco ancora che ruotiamo attorno al fascino delle pagine, della storia contenuta, della bellezza assorbita; ascoltiamo qualcuno e ruotiamo attorno alle sue parole; parliamo noi, e chi ci ascolta ruota attorno al nostro dire; mangiamo un succulento piatto, e ruotiamo attorno alla fame, alla golosità, alla pietanza stessa; e via di questo passo.

La cosa più sorprendente avviene però col tempo. Siamo tanto convinti della giustezza e ragionevolezza del procedere in linea retta, da ritenere anche il nostro “spostarci” lungo il tempo lanciato in una simile direzione.

Sembra quasi stupido porre la questione: noi, nel tempo, scorriamo diritti come fusi, non ci sono dubbi.

E se invece, anche attorno al tempo, noi ruotassimo?

È vero che, nella sostanza, indietro nel tempo non si può tornare, ma allora cosa sono quelle continue vampe di consapevolezza infantile, o di consistenza adolescenziale, che di continuo sperimentiamo e riassaporiamo, come se non fosse trascorso nemmeno un secondo dall’attimo in cui provammo certe emozioni da bambini o da ragazzi?

Com'è che basta una canzone o un ricordo intenso, per rivivere tutto pari pari?

Non sono, tutti questi, null'altro che modi diversi di ritornare allo stesso punto della nostra orbita di rotazione intorno al tempo?

La prossima volta che becco uno sciame satellitare di mosche attorno al lampadario, chiedo informazioni…

martedì 28 maggio 2019

Ma te?...Mah!...


Moltiplicare fra loro due numeri, in matematica, vuol dire sommare il primo tante volte, quante ce ne indica il secondo (o viceversa).

Ad esempio: 48 x 27 si può sostanzialmente trovare scrivendo una fila di 48 + 48 lunga ventisette volte.

Sembra un modo ben astruso di considerare la moltiplicazione, eppure è così che la intendevano certi popoli antichi, tra i quali, fra gli altri, anche i Romani.

Non possedevano infatti la nozione di scrittura delle cifre in base alla posizione, sviluppata invece, “a parte”, dalla matematica indiana e poi portata in occidente attraverso la mediazione degli arabi.

In numeri romani III vuol dire 3, dove ogni stanghetta verticale indica 1, con ciascun 1 in questa cifra che vale quanto gli altri.

Nel sistema che abbiamo imparato noi fin dalle elementari, invece, se scrivo 111, innanzitutto vuol dire centoundici, ma poi ogni 1 ha un valore diverso dall’altro. Il primo, da destra, vale 100; il secondo, 10; il terzo, 1.

Con la posizione, ogni numero cambia significato: questo consente già di dominare cifre molto più grandi, che non usando una scrittura e una concezione dei numeri indifferenti al posto occupato.

Questa idea, unita all’introduzione del concetto dello “zero” (anch'esso sconosciuto ai Romani), fornì alla mente umana un “panorama” dei numeri in cui calcolare, molto più potente di prima.

Data la conoscenza delle tabelline, moltiplicare due cifre, allora, se prima era una lenta aggiunta di “strati”, diventa come infilare quelle due cifre (anche grosse) in una centrifuga che gira molto veloce e le risputa unite nel risultato finale.

Dietro questa idea, non c'è solo una conquista matematica, ma anche un diverso modo di guardare al mondo, e a se stessi nel mondo: una trama filosofica di fondo più raffinata.

Quel “centrifugare” fra loro i numeri, probabilmente non sarebbe stato concepito dagli antichi indiani se non avessero sviluppato prima una forma di consapevolezza di se stessi, contenente già i tratti intesi ancora oggi.

Gli indiani, forse fra i primi nella storia, presero coscienza di un “io” e di un “sé”, che pur contenuti nella stessa persona, sono anche due entità distinte.

Ogni individuo è una persona unica, ma può e sa pensare a se stesso come “guardandosi dal di fuori”, come personaggio di uno scenario in cui egli si vede calato, protagonista di un racconto, nel quale può anticipare mosse, prevedere scenari, ipotizzare possibili sviluppi, e così via.

Questa capacità di riuscire a “raccontarsi a se stesso”, attore e spettatore insieme, non è sempre stata in possesso dell’uomo.

L’ha scoperta.

Così come ha scoperto la moltiplicazione.
La cosa bella che imparenta le due idee, emerge da una particolare eccezione contenuta nell’atto del moltiplicare.

Quando calcoliamo 1 x 1, mettiamo in relazione due unità, ma il risultato ottenuto è ancora una unità sola.

Così accade nella nostra coscienza, che sa sdoppiarsi in auto-osservazione di sé, pur dando sempre come risultato l'unicità dell'individuo che siamo.

1 x 1 = 1

È forse questa la scrittura più significativa per cogliere la dualità condensata in individuo, nella quale consistiamo.

[Lo spunto per questa “forse” macchinosa riflessione mi è venuto dalla lettura di un misteriosissimo, criptico, ma affascinantissimo libro: “L’ardore” (2010), di Roberto Calasso (Adelphi)].


venerdì 24 maggio 2019

Quel pezzo di me che il mondo mi deve, ma forse preferirei si tenesse...


Questo è un classico della mia vita: vado in un posto pubblico, ho bisogno di andare in bagno; quando ho fatto, mi appresto a lavarmi le mani e zac…non c'è modo di vedersi in faccia.

Lo specchio è appeso sempre troppo in basso, oppure il mio muso è appeso troppo in alto, (dipende dalle opinioni), così che regolarmente il mondo mi ruba la testa e io, se fosse possibile, ogni volta la rivorrei indietro.

O forse no…

Sono nato alto, o perlomeno abbastanza oltre la media. Ma giuro che dentro di me, mi sono sempre sentito di statura normale, e da una vita faccio i conti con gomitate sbattute dove credevo ci fosse l’aria, ingobbimenti forzati, file troppo anguste di sedili al cinema o in corriera, water che mi sembrano turche, e così via.

La gente crede che essere alti sia bello, è opinione comune che dia dei vantaggi.

D'accordo, non dico di no, ha i suoi aspetti interessanti, con vari risvolti positivi, e tutto sommato sono contento dei miei centimetri in più, ma fa anche molto strano portarsi sempre in giro quel piccoletto interiore che vorrebbe esprimersi su raggi d'azione più normolinei, e invece è costretto a rimaner imprigionato in una “spilungonità” imprescindibile.

Non so se in ogni alto si nasconda un bassetto che desidererebbe sbocciare come tale, ma io personalmente mi sono sempre sentito così.

L’effetto elefante in cristalleria mi è molto familiare, almeno dai tempi delle scuole elementari, da quando cioè il mantra del “ma come sei alto” cominciò a fare da ritornello comune alle mie giornate.

Magari, mi sarebbe piaciuto tante volte dare più carezze a persone, animali o cose, ma credo che mi abbiano spesso frenato i due badili appesi ai polsi, al posto delle mani.

Mi sarebbe piaciuto entrare in punta di piedi in molte circostanze del vivere, ma le cassette da uva che mi ritrovavo alle caviglie consentivano tutt’al più una goffa comparsa sulla scena.

Chissà…forse è anche per questo che ha finito per piacermi così tanto questa faccenda dello scrivere.
Quando scrivo, posso probabilmente  sprigionare il piccoletto che mi scalpita dentro.

Può piroettare con eleganza fra spazi risicati, fare un dribbling intorno a ostacoli nei quali, dal vero, mi incastrerei come un salmone fra zampe d’orso, può sgusciare con modi aggraziati in un mondo di movenze commisurate, laddove andrei a sbattere a ogni metro con tonfi disgraziati.

In generale, una certa tensione fra interiorità e mondo esterno può essere dunque faticosa, ma anche portatrice di fecondi slanci liberatori.

Credo che sia un sentimento comune, questo differenziale percepito, fra una condizione “di dentro” desiderata e una “di fuori” in qualche modo, per forza di cose accettata.

Ma questa tensione può essere volta in positivo, proprio in forma di un “tendere a”, se si riesce a farne motivo di ricerca di una propria strada espressiva, riequilibratrice della bilancia sui cui piatti posano aspirazioni e contingenze di fatto.

E la mia via è forse giusto la scrittura.

Quando scrivo posso sedermi sul quel water di misura mai conosciuto nella realtà, e lì finalmente riesco a dire tutto ciò che su quelli veri non ero riuscito a esprimere.

E il primo che si azzarda a dire che sono per l’appunto soltanto stronzate…

giovedì 23 maggio 2019

Cosa ne è di ciò che fu


Bruno Munari (1907-1998) ha fatto la storia del design italiano.

Oltre che grande artista, è stato un attivissimo promotore culturale e inesauribile miniera di idee, nonché studioso attento del mondo dei bambini, osservato dal punto di vista della creatività.

Da uomo saggio qual era, Munari per i bambini lavorò molto, ma cercò anche di imparare da loro.

In un suo libro, lessi una cosa che non ho mai scordato.

Si confrontava spesso con l'espressività “artistica” dei più piccoli, e consigliava a maestre ed educatori di buttare i disegni dei bimbi o le altre loro creazioni, una volta che l’esperienza della loro realizzazione si era compiuta e completata in tutte le fasi.

I bambini non si sarebbero così fissati sui risultati ottenuti, rivolgendo invece la loro attenzione al percorso di conoscenza che stavano facendo.

Non discuto qui della validità pedagogica di questa idea. Non sono un esperto di nulla, tanto meno di metodi educativi, dunque non saprei valutare nel merito specifico.

Da piccolo ero gelosissimo dei miei disegni e scarabocchi, per cui non avrei cuore a gettare una roba fatta da un bimbo nemmeno con un mitra puntato alla schiena.

Del suggerimento di Munari, mi piace però la riflessione che può far fare, riguardo alla vita in generale.

Cosa rimane di quanto abbiamo fatto e di ciò che siamo stati?

O forse è meglio domandarsi: cos'è bene che rimanga?

Di sicuro (o almeno così a me sembra), è bene che non rimangano degli “idoli” congelati nel passato.

Col tempo, i conti li dobbiamo sempre fare, che ci piaccia o no.

Ostinarsi nel rimanere attaccati a ciò che non è più, e soprattutto non può più essere, è come gettare l'ancora e pretendere che si fissi a una nuvola.

Del passato però rimane una parte più evanescente, ma più profonda.

Non sono importanti i ricordi ormai rinsecchiti di cose fatte o vissute. Ciò che più conta è “come siamo stati” nel vivere certi attimi.

Che persona ero quando vivevo certe gioie, o anche certi dispiaceri? In che forma personale mi inserivo nel flusso del tempo?

In altre parole, a che punto mi trovavo del mio cammino di conoscenza del mondo?

Le cose fatte in sé, le situazioni esatte, la magia dell’attimo, anche se a volte ne rimangono tracce concrete, non potranno più tornare.

È inutile volersi struggere per quello, a meno che non si tenga così tanto al classico pugno di mosche stretto in mano.

Rimane invece sempre “chi eravamo” quando vivevamo quelle cose. Il camminare è stato più importante delle tappe fatte. E quel camminare di allora va inserito con giustezza di proporzioni in quello che seguitiamo a fare oggi.

In questo senso, accogliendo l'insegnamento di Bruno Munari, possiamo serenamente gettare i disegni del nostro passato, ma conservare con profitto la nostra “essenza personale” dei tempi in cui li disegnammo.

Può essere anche una buona ricetta per attenuare le vampe della nostalgia, o del rimpianto, sempre umanamente molto propense a riaccendersi.

E per trattare lo scottante materiale del nostro passato senza ustionarci le dita (rischio altrettanto alto).

sabato 18 maggio 2019

Giro-tonto per tutti e per nessuno


Tutti desiderano essere desiderati
Ognuno desidera desiderare altri
Chiunque ha desiderio di desideri in sé
Nessuno ama essere odiato
Tutti odiano non essere amati
Tutti amano sentirsi dire sei bravo
Nessuno vuole sentirsi dire sei brutto, incapace, inutile
Potendo, molti preferiscono perlopiù non sentirsi dire nulla
Tutti vogliono vincere
Pochi capiscono che al mondo è molto importante chi perde
Tutti sono fragili
Molti fanno finta di no
Alcuni sono forti perché sanno di essere anche fragili
Ciascuno cerca la compagnia
Nessuno vuole sentirsi solo
Tutti ogni tanto vogliono stare soli continuando a sentirsi come in compagnia
Chiunque gode a godere
Quasi tutti godono a far godere
Molti godono ad essere goduti
Nessuno vuole mai piangere
Ciascuno preferisce sempre sorridere
Tutti in generale stanno meglio seri
A chiunque piace fare l'amore
Nessuno vorrebbe aspettare che l'amore venga fatto
Tutti puzzano di quando in quando e di dove in dove
Il problema di ciascuno son le volte che il quando non conosce il dove
Chiunque preferirebbe odorare di buono sempre, o al limite di niente
Tutti scoreggiano di gran gusto
Molti non si sono ancora riconciliati con l’idea
Pochi sanno di non sapere
Molti credono di conoscere
Ognuno, più sa e più soffre, però con la coscienza distesa
Nessuno vorrebbe soffrire, ma si ritrova con la coscienza accartocciata
Molti non riescono a guardarsi dentro, per la paura insostenibile
Tanti continuano a guardarsi fuori e intorno
Alcuni si osservano dentro e vedono un gran vuoto
Qualcuno comprende che provare a colmare quel vuoto è un’avventura affascinante, e ne vale la pena
Tanti pretendono di sapere
Nessuno sa veramente qualcosa
Tutti non sanno nulla
Tutti vorrebbero essere nessuno, ogni tanto
Ciascuno è obbligato a essere qualcuno, quasi sempre
Io non so niente e ringraziando il cielo non sono nessuno
O almeno così molte volte mi piace sperare


martedì 30 aprile 2019

Selenitici sfoghi


Da un sonno agitato, si possono talvolta formare, nella nostra immaginazione semi-consapevole, delle specie di “traveggole linguistiche”.

Sbocciano allora certi cortocircuiti tra il pensato e il non-detto, che sfociano in buffe espressioni mentali quasi involontarie, ma pur sempre cariche di verità, sospese a mezza strada fra il poetico e il profetico.

In un dormiveglia un po' sgangherato, stavo sognando situazioni irritanti. Ora, il contenuto, la trama del sogno, non li ricordo più bene.

Ho ancora ben presente però l’atmosfera in cui ero immerso: quel senso di opprimente ottusità che ti coglie di fronte a persone ostinate nel non capire una beata fava di niente.

Quelle situazioni in cui, nonostante titanici sforzi di argomentare, di spiegare, di addivenire a un compromesso ragionevole e ponderato su taluni argomenti, continui a vedere la controparte arroccata sulle sue monolitiche, tetragone, asfittiche “ragioni” insostenibili.

In simili casi, non resta altro che appellarsi alla nobile arte del mandare al diavolo.

Però, nell’esasperata condizione di quel mezzo incubo dell'impossibilità di capirsi, sentivo estremamente faticoso anche scovare un “posto maledetto” adeguato verso cui indirizzare l'insulso interlocutore.

Non si riusciva a trovare nemmeno la maledizione giusta, tanto era impermeabile a ogni refolo di ragionevolezza, quell’ermetica camera stagna mentale con cui mi trovavo oniricamente a confrontarmi.

Non capendo nulla, non avrebbe capito nessun luogo dove l’avrei volentieri mandato a farsi benedire.

Fino a quando, il genio del sonno che sempre veglia su di noi e infinitamente più di noi conosce il senso delle cose, mi ha suggerito la magistrale invettiva da adottare, semplice, lineare e definitiva come uno scrosciar di sciacquone.

Caro individuo dalla mente ermetica e serrata a doppia mandata e triplo catenaccio: fottiti sulla luna!

giovedì 25 aprile 2019

Il fasc"ino" ("ismo") discreto dell'uomo forte


Giambattista Vico (1668-1744), coi suoi celebri “corsi e ricorsi”, ci aveva ammonito molto tempo fa: la Storia si ripete.

Purtroppo però ha modi subdoli tutti suoi: si ripresenta sì nella sostanza, ma lo fa praticamente sempre in forme nuove.

E, per dirla con espressione molto cara al casato degli Höenzwilling Geopardini Figi, è un attimo  non avvedersi che stiamo posando di nuovo il piede su un “frammento cilindrico di materia organica anfibia di scarto”, già pestato da numerose generazioni precedenti.

Niente di più “naturale” allora che ciclicamente ritorni la leggendaria “voglia di uomo forte”.

È un fenomeno che si verifica in periodi storici di disorientamento, misto a una componente di dimenticanza della natura del mondo, da parte dell’uomo stesso.

L’uomo infatti è in grado di immaginare la perfezione, ma sfortunatamente per lui, la realtà, da che se ne ha memoria, si ostina a rimanere imperfetta.

Quando si attraversa appunto una fase di particolare difficoltà, concomitante a una momentanea amnesia in merito alla difettosità del mondo, ecco che puntuale come un fungo, rispunta lui, “l’uomo forte”.

Non importa che si tratti propriamente di un individuo singolo. Può essere un movimento, un’ideologia. Quel che conta (purtroppo) è la sua convinzione di avere in mano la “chiave del bene infallibile”, e che con questa chiave riuscirà ad eliminare le imperfezioni del mondo.

Ma come si fa a rendere perfetta una realtà per sua natura imperfetta? (Che è come domandarsi: come si fa a mungere lambrusco da una vacca?).

Le idee argomentate con raziocinio e ponderazione non sono sufficienti, perché il naturale e logico scorrere delle idee conduce sempre a costatare la già nota imperfezione della vita.

Per costringere l’imperfetta realtà ad essere perfetta, non rimane altro che “obbligarla” con la forza. E qui “l’uomo forte” capita a fagiolo, perché la forza è appunto la sua specialità.

Succede a questo punto, con sorprendente regolarità, un fenomeno curioso. L’uomo forte proclama ai quattro venti che renderà la realtà perfetta e come per incanto, tanta gente disorientata, inizia a credergli.

Chi si lascia affascinare dall’uomo forte, lo fa accogliendo un duplice abbaglio, causato dal potentissimo faro della iper-semplificazione banalizzante, ad emissione di milioni di watt di faciloneria.

Innanzitutto, dà per scontato che l’uomo forte sia il depositario della “ricetta indiscutibile del bene vero assoluto”, indubitabile, non sindacabile, e come tale va autorizzato all’uso di “qualsiasi mezzo possibile” per conseguirlo (con sdogananento prioritario della violenza “a fin di bene”).

In secondo luogo, chi si getta fra le braccia dell’uomo forte, è a sua volta convinto di stare proprio dalla parte giusta dello schieramento, di fare parte di quelli che le legnate non le prenderanno mai, ma si gusteranno solo lo spettacolo di vederle dare.

Mai autoinganno fu più beffardo.

Perché l’uomo forte, ebbro nell'invasamento della propria auto-investitura messianica, una volta che gli consegni in mano il bastone, non si può mai dire su quali e quante schiene lo andrà poi a misurare.

Teniamoci dunque cara la consapevolezza della nostra imperfezione. Perseguiamo con l’impegno congiunto di una comunità di persone libere, la perfettibilità. Tenendo sempre presente che perfezione non potrà mai diventare.

C'è un colorito modo dialettale per indicare lo stato di un cibo avariato, andato a male, dall'odore ormai fattosi pungente, per il cattivo modo di conservazione.

Si dice di un pezzo di formaggio fermentato, di un salume frollato oltre ogni consentita decenza: “…al sà ad fòrt…” (sa di forte).

Ecco, nella sua spontaneità diretta e schiettezza impagabile, nessuna espressione mi sembra più indicata per metterci in guardia nei confronti della ricorrente chimera storica dell’autoritarismo “a fin di bene”.

Innanzitutto, e per l'appunto, l’uomo forte è tale perché “…al sà ad fòrt…” (puzza in anticipo della “fermentazione” e del marcio che verranno, a concedergli eventualmente campo aperto).



lunedì 22 aprile 2019

Il supermercato della fifa


Mi domandavo quale fosse la merce più prodotta, reclamizzata, diffusa, commercializzata, al giorno d’oggi.

La risposta non è facile, l’offerta di articoli è veramente sterminata, e sono destinati a una molteplicità di esigenze umane non così semplici da elencare.

Poi mi si è accesa una lampadina, piccola, eppure molto luminosa.

Ma certo! Come avevo fatto a non pensarci prima!
Il prodotto attualmente più prezioso e smerciato in enormi quantità è uno in particolare: LA PAURA!!!

(BUH!!!).

Anzi, la paura è “la merce” per eccellenza, perché se riesci a vendere bene quella, poi la gente ti comprerà ogni altra cosa: briglie per unicorno; sandalini per millepiedi all’ultimo grido (urlato in conseguenza di pestoni sui mille-calli); biglietti di sola andata per Borgo Utopia (regno dei più prelibati formaggi).

Ma soprattutto, chi governa la paura riesce a vendere un altro tipo di prodotto fondamentale: le idee.

Il fabbricante di paura ha gioco abbastanza facile.
La paura è infatti una materia prima che si trova in abbondanza “in natura”. Sta depositata nell’animo delle persone, in giacimenti distribuiti a varie profondità.

Potremmo paragonare la paura a un gas nobile, oppure a un metallo prezioso.

All’uomo può essere molto utile, la paura: fa parte dei sentimenti-guida fondamentali che aiutano a incanalarsi in maniera sana nelle logiche dell’esistenza. Avere paura è uno degli atteggiamenti più umani.

Quello che il fabbricante di paura fa, è calarsi nelle miniere dentro ai cuori e alle pance della gente, estrarre materiale grezzo di paura originale, e lavorarlo, trasformarlo, raffinarlo, fino a creare stock di nuovi articoli derivati, smerciabili sotto forma di angoscia, smarrimento, chiusura in se stessi, sfiducia generalizzata, diffidenza verso gli altri, tendenza a rifugiarsi nel passato, sguardo miope rivolto al futuro.

Ci sono poi due tipi di fabbricanti di paura.
Quelli di infimo livello, per paradosso, sarebbero anche i “migliori”, perché sbugiardarli risulta più agevole.

Creano infatti paure dal nulla, ampiamente infondate e, a meno che non siano dotati di astuzia diabolica, prima o poi vengono smascherati.

Infinitamente più insidiosi sono invece certi “produttori di paura ” che interpretano il proprio ruolo con gran “scrupolo professionale”.

Questi mica sono scemi.

Lavorano il loro prodotto a partire da materiale genuino: si servono di paure reali, effettivamente in corso nel sentire comune diffuso.

Fanno tuttavia in modo di mettere in risalto queste paure, come se fossero l’aspetto principale del mondo di chi le vive.

In altre parole, il fabbricante di paura esperto si danna l'anima per sussurrarti, suggerirti, urlarti in continuazione all’orecchio, che per te deve esserci soltanto quella paura, esiste solo lei, deve diventare la tua ossessione, è il tuo interesse principale, il nodo da sciogliere per continuare a vivere, la tua realtà di riferimento primaria.

Poco importa se nell'effettività vera della tua vita, quella, o quelle paure, occupano alla fine dei conti uno spazio marginale.

Il costruttore di paura te le innalza come sopra un palcoscenico, illuminato con bagliore accecante, che impedisce di vedere il resto della tua vita.

Difficile non piegarsi ai voleri dei fabbricanti di paura. Non puoi smontarli in modo semplice, tacciandoli di falsità, perché le cose da loro raccontare sono effettivamente vere.

La loro mossa di marketing fondamentale sta infatti in tutto “il resto” che non ti dicono, nel “molto positivo” che nascondono dietro al “poco negativo” che sbandierano.

Una volta che ti ha preso per paura, il suo fabbricante ti terrà al guinzaglio come un cagnolino, ti farà comprare, fare e pensare tutto ciò che lui vorrà.

C'è modo di parare il colpo, di proteggersi, di non abbandonarsi a “bere da botte” assecondando ogni volere dei gran bottegai della paura?

L’antidoto ci sarebbe e vale anche per molti altri aspetti della vita.

Consiste nell’abbracciare la complessità, leggere, interrogarsi, “andare a lezione” dai saggi del passato e del presente, filosofi, pensatori, poeti, scrittori, artisti, musicisti, scienziati, e studiosi generalmente votati alla causa del conoscere.

E ascoltarli, imparare da loro che la realtà va osservata da più punti di vista possibili.

Contro lo scudo della cultura e della conoscenza, le quattro fregnacce spuntate del fabbricante di paura si piegano come pugnali di cera, lui inizia a balbettare, emette penosi flati inconsulti, perde il controllo degli sfinteri tematici e si imbratta le mutande della sua nullità argomentativa.

È nella natura delle cose che sia così: essendo abituato a parlare alle pance, il venditore di paura non ce la fa quando viene messo a confronto con le menti.

Così alla fine si rivela la sua vera, originaria e genuina essenza: la pancia era da sempre il suo habitat, perché il fabbricante di paura altro non è che un povero stronzo.


martedì 16 aprile 2019

Lo scorrere in sé e per sé


Credo che ciascuno di noi ogni giorno, magari anche solo in modo inconscio, si raffiguri in mente un’immagine dello scorrere del tempo.

Lo facciamo per una sorta di autodifesa rispetto alla mancanza di senso, verso cui tutta la questione tenderebbe altrimenti.

Cosa sarà mai, infatti, questo misterioso ottovolante che chiamiamo (o che chiamano) “tempo”, sopra il quale ci siamo ritrovati a viaggiare, lo volessimo oppure no, e a cui ci teniamo aggrappati con tutte le nostre forze, nella sua corsa a tratti impazzita ma pur sempre affascinante?

Ecco, ho dovuto quasi per forza usare un'immagine io per primo (l'ottovolante), perché se non ce lo raffiguriamo con qualche suo “ritratto parallelo”, non sapremmo quasi nemmeno di cosa parliamo, quando parliamo di tempo.

L’uomo si ritrova dentro questa necessità irrinunciabile di assegnare significati alle cose, e il passare del tempo è una delle più sfuggenti e ritrose dal lasciarsi appiccicare sopra etichette di spiegazione.

Anzi, il tempo è quella cosa che contiene tutte le cose, quindi è come fosse “trasparente”, invisibile, è l'anonimato supremo, nella sua universalità avvolgente l’ovunque e “la qualsiasi”.

Sentiamo dunque come un bisogno innato di raffigurarcelo per immagini, perché la sua indefinitezza ci reca ansia e smarrimento.

Mentre, se lo incaselliamo in uno schema di senso, un po' ci rassicuriamo, raccontiamo a noi stessi di stare immersi in un “recipiente” non del tutto assurdo e incomprensibile, e ne traiamo qualche conforto.

Dato che il tempo è così inafferrabile, per prendere le sue misure dobbiamo farci aiutare da “suo cugino”, lo spazio.

Le immagini del tempo che ci raffiguriamo sono formate allora perlopiù di “materiale spaziale”: il tempo lo capiamo, almeno un po', solo se lo ingabbiamo in una cornice fatta di spazi.

Ci sono poi spazi e spazi. A seconda della geometria a cui lo paragoniamo, il tempo assume caratteri diversi.

A vederlo come una linea, non è molto rassicurante. Anzi, il tempo “lineare” crea piuttosto sensazioni di assillo e fretta, ci incalza lungo una progressione da rispettare, e alla fine lo stato d’animo ricavato non è dei più sereni e rilassanti.
Più amichevoli i paragoni con figure geometriche dispiegate su un piano.

Fra tutte, forse una un po' “meno ansiogena”, è quella dei cerchi concentrici, come per un sassolino lanciato in uno stagno. I cerchi trasmettono pur essi il senso di un avanzare, ma la ripetitività della sagoma offre un punto di riferimento saldo, una piccola certezza in cui rifugiarsi.

Ultimamente, mi viene spontaneo pensare al tempo come a un lungo colpo di frusta. Tutti i fatti successi, soprattutto quando mi hanno coinvolto in prima persona, li vedo allora come se cavalcassero le varie ondate della frustata, in equilibrio sul punto più alto di ogni “cima” del susseguirsi “a serpente” del flusso.

Mentre l’attimo presente, in questa immagine, equivale allo schiocco in punta della frusta, e a seconda che si tratti di una giornata più o meno riuscita bene, lo schioccare è secco e vigoroso, oppure fiacco e flebile.

In conclusione, sia come sia, mi sento di darvi un piccolo avviso: state attenti a come scegliete l’immagine del tempo, a farvi da guida nei vari momenti.

Potrebbe dipenderne tutto il vostro umore della giornata.

lunedì 15 aprile 2019

Il nobile mistero del non dire


Ci sono certe frasi che sembrano affermare un concetto molto chiaro, ma se analizzate con più attenzione, si rivelano molto insidiose e dubbie.

Uno degli esempi più clamorosi, è quando si sente qualcuno sostenere: io dico sempre quel che penso.
È il vero e proprio inno alla mancanza di dubbi assoluta, e invece nasconde non poche magagne esso stesso.

Di solito, di fronte a un proclama così altisonante, si sgranano tanto di occhi in ammirazione, quasi a convenire insieme al dichiarante: minchia, che grand’uomo che sei!

Ma non è tutta onestà quello che luccica.
Prima osservazione: chi mi garantisce che fra il tuo pensiero e le tue parole ci una corrispondenza perfetta?

D'accordo, me lo garantisci tu, ma se ti rinnovo il mio dubbio, “salendo di un gradino”, e ti ridomando: e chi mi garantisce del tuo garantirmi?

Va bene, me lo garantisci ancora tu, e così via, di gradino in gradino più alto, si può continuare a rinnovare il sospetto circa l’effettivo fondamento della necessaria garanzia, che alla fine non potrà mai essere definitiva.

Già qui dunque la faccenda traballa, e non poco. Perché, se oltre a farmi credere di essere quel gran modello di specchiata verità, nella sostanza poi mi racconti anche cose diverse dal tuo pensiero, la presa in giro è raddoppiata.

Ci sono poi altri aspetti della questione.

Uno, immediato, è che, a mio avviso, se davvero tutti dicessero sempre quanto effettivamente pensano, l'umanità (per ovvi motivi) si estinguerebbe a coltellate dopo 24 ore (escludendo pure le pause pranzo e cena).

Ma il punto cruciale di tutto il ragionamento è che nessuno potrà mai dire interamente, fino in fondo, quello che pensa o sente nel proprio intimo, perché sarà sempre troppo complesso, variegato, ricco di tante sfumature, difficilmente traducibili con piena fedeltà in parole o sotto forma di qualsiasi altro mezzo espressivo.

Fidatevi, ci hanno provato grandissimi poeti, pittori, scrittori, artisti di tutte le epoche, e ci sono riusciti solo in parte, a fatica, sempre con gran tormento e imperfezione.

Volete che ci riesca allora il primo fesso che passa, dicendovi: io dico sempre quello che penso?


domenica 14 aprile 2019

Il sapore degli anni


La nostra mente ha più familiarità con le “qualità concrete”, mentre in generale fatica a trattare con le “quantità astratte”.

I numeri sono “quantità astratte” per eccellenza.
Si sa di persone in grado di eseguire complicate operazioni matematiche a memoria, che per ottenere simili risultati, associano idealmente alle varie cifre certe caratteristiche qualitative, come colori e forme, in modo da poterle trattare come degli oggetti “quasi visibili” con lo “sguardo della mente”.

Nel mio piccolo, ho sempre fatto qualcosa del genere con il numero degli anni.

Quando ripenso a un certo anno, magari il 1989, o il 1996, mi si raffigura in mente una sorta di personaggio, con le sue forme, i suoi colori, le sensazioni, i suoni, bene o male legati a ricordi di fatti successi in quel periodo, a me personalmente, o anche in generale in Italia e nel mondo.

Questa impressione si è andata però un po' affievolendo nel tempo.

Da bambino, davvero il passaggio da ciascun 31 dicembre al primo gennaio, lo percepivo proprio come un cambio di costume dello scorrere dei giorni.

E la cifra del nuovo anno, a pronunciarla o a pensarla nelle prime settimane dopo il suo arrivo, la immaginavo come la protagonista di una nuova storia, che andava acquistando pian piano la sua fisionomia, di man in mano che le cose succedevano.

Si sa, diventando grandi si vanno perdendo certe capacità di meravigliarsi possedute nell'infanzia, e i numeri degli anni sono diventati via via meno saporiti.

Per trovare un'intensità simile a quella della vecchia carica emotiva, sono stati necessari allora i cambi di decennio.

Per ottenere uno stupore creato prima con cadenza di dozzine di mesi alla volta, ne servivano ora 120 (di mesi).

Ma le generazioni che hanno avuto modo di attraversare quest’epoca, si sono ritrovate a varcare una soglia numerica particolare.

Per cui, alla fine del 1999, ciascuno nel mondo ha ricevuto una gran scarica di innovazione immaginifica numerica, col cambio simultaneo, nel giro di un attimo, non solo dell’anno, del decennio o del secolo, ma addirittura del millennio.

Adesso, non so più bene cosa diavolo volevo dire con tutto questo (effetto di oziose riflessioni nate in un’uggiosa domenica d’aprile).

Ma so che pensare il tempo, immaginarselo con un suo sapore, con colori suoi, sagome, sfumature di luce e di intensità, può essere un aiuto ad orientarsi meglio lungo il suo scorrere.

mercoledì 10 aprile 2019

La musica del mondo


Nel gran compostaggio cerebrale televisivo generalizzato, ci sono ancora alcuni gloriosi canali tv che si affannano nel ricordare agli spettatori come le idee e i neuroni non siano per forza da sbattere ogni sera nel bidone dell’umido esistenziale, insieme alle bucce di patate, alle bustine “ciucciate” di tè e a laute manciate di rispetto per sé.

Vedevo uno di questi documentari naturalistici su quella gloriosa rete tv chiamata “Rai Scuola”, quando ho sentito raccontare una cosa che mi ha “catarifratto” di bellezza.

In Sudafrica esiste un arbusto dotato di una spettacolare particolarità.

Purtroppo non mi ricordo come di chiama, perché ormai alla tele, quando si sente dire qualcosa di intelligente, la propria energia emotiva viene tutta dominata dalla meraviglia, e non resta più nessuna forza residua per la memoria.

Ad ogni modo, questa pianticella si distende per sua consuetudine naturalistica in ampie radure, a formare belle chiazze molto colorate e rigogliose di “afro-brughiera”.

Nel suo fiore, il polline non si trova normalmente esposto all’aria, come succede praticamente per tutte le altre specie vegetali.

Con uno stratagemma evoluzionistico affinato nel tempo, viene invece incapsulato in speciali cilindretti attorcigliati, che lo custodiscono per bene, inaccessibile come in una piccola cassetta di sicurezza.

Questo, lo fa per impedire una dispersione caotica e imprecisa della sua “polverina fecondante”.

Molti insetti infatti vagano a casaccio sui più differenti tipi di pianta e “sprecano” polline, quando non fanno “scopa” tra un certa qualità di fiore e la sua corrispondente, cresciuta magari cento metri più in là.

Viene ora da chiedersi dove stia tutta questa gran furbata evolutiva, se poi la piantina il polline se lo tiene tutto per sé, come impacchettato nel cellophane.

Ed è qui che arriva il bello della storia.
In parallelo, esiste anche una simpatica ape grassottella, che si è evoluta in una sua abilità, di pari passo con il fiore geloso custode.

Questa ape, quando si trova al cospetto della tanto desiderata corolla floreale, è capace di modulare la frequenza del battito delle ali, in modo da emettere un ronzio di una particolare tonalità.

Questa vibrazione esclusiva funziona come una parola d’ordine per il fiore ritroso che, nel “sentirla”, lascia esplodere i suoi “salsicciotti” di polline, liberando una nuvoletta polverosa, nella quale poi la golosastra dell’ape si avvoltola, inzaccherandosi tutta la pelurietta e le zampine.

La magia è così fatta: la pianta in questo modo si assicura un cliente fedele per i propri fiori, e la garanzia che, preferendo sempre fornirsi da individui della sua specie, quella “cicciarda” di un’apetta porterà sempre a conclusione un lavoro di impollinazione ben fatto.

L’uomo, con non poca presunzione, si crede spesso l’essere più intelligente in circolazione.
Invece, l’osservazione di fenomeni sbalorditivi come questo dell’ape dal ronzio a codice, fa riflettere molto.

Viene da pensare come “il succedere delle cose” sia esso stesso una generale forma di intelligenza diffusa.

La realtà può essere vista allora come un’immensa musica in cui siamo immersi.

I suoi suoni ci appaiono spesso misteriosi, ma nondimeno compongono armonie grandiose, con le quali dovremmo cercare di entrare sempre più in armonia e in concorde risonanza, se vogliamo evitare di emettere tremende stonature, il cui prezzo siamo sempre noi per primi a pagare.

martedì 26 marzo 2019

Coordinate esistenziali per non inciampare nel gatto e vivere meno infelici


La vita spesso ci presenta già di suo il conto salato di problematiche e periodiche durezze, difficili da affrontare.

Ma come se questo non bastasse, perché i gatti per soprammercato si ostinano a tagliarci sempre la strada?

Si obietterà che i due fenomeni non hanno nulla da spartire.

Tuttavia mi piacerebbe far notare una lieve, eppur non trascurabile affinità di significati che intercorre fra i travagli del vivere e le bizzarre traiettorie feline d’intralcio.

Per chi non è pratico di mici di casa, bisogna sapere che in virtù di una loro stravagante interpretazione del dimostrare affetto, tendono a infilarsi fra i piedi del padrone a ogni suo passo utile, assicurandogli sempre con solerzia la faceta eventualità di sfracellarsi a terra.

Ma perché i gatti fanno così?!

Dopo anni di frequentazione dell’amletico interrogativo, e dell’aristotelico pericolo gattesco semovente, mi sono dato una specie di risposta.
I gatti sono stati “inviati” a infestare il cammino dell’uomo per ricordargli che la vita stessa si comporta con noi medesimi nello stesso preciso modo.

Non solo.

Quello dei mici non si limita ad essere un promemoria “passivo”, di semplice avvertimento.
Quelle care saette in pelliccia che ci cascano regolari fra malleolo destro e caviglia sinistra, ci illustrano in questo modo anche la via per destreggiarci fra le insidie “sgarbussatorie” (“inciampevoli”) della vita.

Affrontando gli eventi che ci succedono, con passo lineare, preordinato, calcolato nella precisione delle misure previste da una giusta coordinazione, rischiamo sovente di andarci a ritrovare con la falcata incastrata in un ostacolo comparso all’improvviso nel più inopinato dei modi.

La vita bisogna invece “camminarla” come con un gatto perenne fra i piedi.

Il passo dev'essere molle, quasi come “di danza”, sempre pronto a schivare un guizzo concreto di ostacolante pelo inatteso sulla via.

A volte, quando gli eventi precipitano a velocità che vanno oltre la nostra capacità di controllo, è utile traccheggiare un po', procedere in leggera “surplace”, restare un attimo più lungo in sospensione su un piede.

Mentre il micio dell’imprevedibilità dei guai ci sgattaiola sotto, liberando così una nuova eventualità di cammino sgombro, che solo a quel punto potremo sfruttare, praticandolo con nuovo passo affrancato.

Sempre consapevoli che non sarà mai finita lì, perché a una schivata felina, corrisponde sempre, uguale e contraria, un’ulteriore nuova virata micesca.

Ed ecco che saremo ancora da capo, a dover dribblare la rinnovata insidia, scansata poco fa a dritta, ma rinfacciatasi puntuale a mancina.

In ogni caso, di tutto ciò, al gatto, non date la colpa.
Anzi, lui sta lì giusto ad avvertirci come sia la realtà stessa a indossare di buon grado uno stravagante costume corredato di baffetti e pelliccia.

mercoledì 20 marzo 2019

Di cosa parliamo quando chiediamo le ore


Lungo l’avvicendarsi degli istanti della giornata, ci frulla per la testa e per l’animo uno sfarfallio alternato di mille importanti pensieri, sensazioni, considerazioni magari anche profonde, complicate, contorte, molte volte irrisolvibili.

Nel frattempo però, ci si occupa anche di un sacco di azioni spicciole, inezie che si sbrigano soprappensiero, piccole stupidate attivate quasi in automatico, perché indispensabili allo scorrimento della porzione pratica e concreta di realtà che ci riguarda.

Ci sono poi dei gesti che, pur essendo di per sé banali e ripetitivi (anzi, forse proprio per questo), sembrano mettere in contatto la dimensione dei pensieri elevati con quella del vivere ordinario.

Gesti che squarciano un velo sottile.

Come ad esempio guardare che ore sono.

Mi sono accorto da tempo di un fatto, riguardante questa semplice azione.

Quando sto aspettando che venga il momento di un appuntamento, di un incontro a cui mi devo recare, di una certa scadenza da rispettare a breve, e così via, se consulto appena prima l’orologio tradizionale con le lancette, mi sembra sempre di avere ancora un margine di tempo più abbondante che non a guardare un display su cui l’ora è riportata in cifre.

Questo succede anche se guardo a distanza di pochissimi secondi l'orario “lancettato” e quello “cifrato”: il primo sembra sempre più accondiscendente, caldo, comprensivo, il secondo più inesorabile, intransigente, severo.

Credo che succeda perché evocano due sensazioni di tempo differenti.

Il tondo di un orologio su cui le lancette ruotano ben fissate al loro perno centrale, ci parla di un tempo circolare.

È un tempo che “ritorna” su se stesso e dunque non legato spasmodicamente alla costrizione dell'unicità dell’istante.

Il tempo delle lancette poi, coi numeri schierati a girotondo e presenti in simultanea, è già tutto disteso e valutabile, contiene il prima, il dopo e l’adesso insieme, per cui si mostra più sincero e rassicurante: mette in gioco tutta la giornata, ma suggerisce anche quella di domani o di ieri, prospettando una continuità nella ripetizione.

Il display dell’ora a numeretti è al contrario più ansiogeno, perché i momenti segnalati passano implacabili comunicando una continua impressione di occasione perduta e mai più recuperabile.

Con uno scarto di fantasia metaforica notevole, queste considerazioni sono trasferibili sulle persone.

Ci sono tipi di persona a lancette, e tipi di persona a display numerato.

Con tutto il rispetto e la considerazione dell'importanza di avere nella vita entrambi i tipi umani, ho sempre preferito incontrare persone con un sorriso sulle labbra a suggerire la rasserenante passeggiata in tondo delle lancette.