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venerdì 30 ottobre 2015

Autunno rotolante

Procuratevi:
Una nottata di pioggia…
Un ampio “telo di nylon” ossimorico in termini…
Abbondanti goccioloni lasciati in ricordo….
Rade foglioline ingiallite…
Fantasia e mattitudine mattutina quanto basta…

Mettete il tutto a crogiolare lentamente nel paiolo dell’immaginazione…
Attendete alcuni minuti per la giusta cottura inventiva…

Sfornate infine:
Sfarzosi aggregati d’impreziosente trama metallifera fusa…
Colate d’amaranto caramellato…
Placche ecologiche di essenza mercuriale…
Oleosità idriche traslucide…
Le bolle mnemoniche per reggere l’impalcatura di ipotetici sogni…
L’anarchia conclamata di una banda di rivoltosi ex-cuscinetti a sfera…
I rimasugli rilucenti di una fresatura di idee…
Il set ideale per il vostro primo film di fantascienza da girare sul balcone di casa…






lunedì 18 novembre 2013

Laggiù nel Gillipixiland, terra di funghi e di chimere

 

Complici le recenti copiose piogge novembrine, nei prati di Gillipixiland si son messi a spuntare i tipici funghi di questa terra. I funghi di Gillipixland si differenziano dai funghi tradizionali per le loro dimensioni, molto prossime a quelle di un discreto gatto casalingo ben pasciuto.

Dei gatti hanno assunto anche le abitudini. Questi funghi amano infatti sdraiarsi al sole, soprattutto nel presente periodo dell’anno più avaro di raggi caldi. Rispetto ai funghi tradizionali, presentano un fondamentale vantaggio logistico. Non è necessario spingersi sulle ripide pendici collinari, per poterli rinvenire, e nemmeno addentrarsi nel folto di umbratili boschi montani. Sarà sufficiente atteggiare le labbra nella foggia tipica usualmente impostata per assestare un bacino alla morosa, levare con l’immaginazione l’ipotetica morosa di mezzo, dar di schiocco all’aria un paio di volte in forma di “mck-mck!!!”, ed ecco, in men che non si dica, un piccolo stuolo di funghi di Gillipixiland vi si struscerà ai garretti, in festoso segno di riconoscente baldanza.
 
 

Un’altra fondamentale caratteristica differenzia i funghi di Gillipixiland da quelli ordinariamente intesi. Si tratta di funghi da compagnia, boleti d’affezione. Niente a che vedere dunque con destini gastronomici o culinari che dir si voglia. Il fungo di Gillipixiland non finisce in padella, a meno che non sia per essere protagonista esso stesso, in prima persona funghesca e ladresca, di una memorabile sbafata. Nell’eventualità che un fungo di Gillipixiland riesca a nascere in casa, anziché la cucina, come proprio habitat naturale d’elezione prediligerà senz’altro ambienti più temperati da mollezze poltronesche, tipo il salotto, dove lo si potrà molto facilmente osservare mentre spunta fra i cuscini di un divano o nelle pieghe rigonfie di un morbido pouf.

Il nome scientifico del fungo di Gillipixiland è “micetus pelliccensis smiagolans”. A partire dalla diffusa conoscenza, fra i nativi del luogo, di questa denominazione ufficiale, non è raro tra l’altro udire di tanto in tanto i dottissimi abitanti di Gillipixiland, intenti a prodursi nell’erudito richiamo: «…Micetuuu!!! Sà, vèa chè…» (trad. «…Micetuuu!!! Orsù, vieni qui…»), in sostituzione del già illustrato, e ben più ordinario: “mck-mck!!!”.
 
 

Altri fenomeni singolari si succedono in queste giornate di novembre, in quella strana terra che va sotto il nome di Gillipixiland. Non solo i funghi son pelosi, ma pure i ramoscelli s’ingentiliscono in leggiadra rosea peluria, stillando pendule e grasse gocce. Mentre il cielo, stringendosi un po’ trova spazio anche in una piccola tinozza d’acqua piovana, ed un’antica secchia panciuta invidia un umile coperchio suo pari grado, mentre veste l’eleganza d’un cristallino improbabile specchio.

 




lunedì 5 novembre 2012

Il mantra del non, ovvero la tetta totale



Non mi sento bene
non mi sento male.

Non mi sento sostanziale
non mi sento irrilevante.

Non mi sento del mondo
non mi sento irreale.

Non mi sento immaginabile
non mi sento impensabile.

Non mi sento giovane
non mi sento vecchio.

Non mi sento felice
non mi sento senza gioia.

Non mi sento forte
non mi sento debole.

Non mi sento profondo
non mi sento superficiale.

Non mi sento acuto
non mi sento ottuso.

Non mi sento italiano
non mi sento americano.

Non mi sento in patria
non mi sento all'estero.

Non mi sento colto
non mi sento ignorante.

Non mi sento incolto
non mi sento seminato.

Non mi sento maschio
non mi sento femmina.

Non mi sento umano
non mi sento disumano.

Non mi sento bello
non mi sento brutto.

Non mi sento biondo
non mi sento moro.

Non mi sento superdotato
non mi sento poco attrezzato.

Non mi sento attivo
non mi sento passivo.

Non mi sento pratico
non mi sento teorico.

Non mi sento virtuoso
non mi sento vizioso.

Non mi sento pudico
non mi sento immorale.

Non mi sento potente
non mi sento impotente.

Non mi sento fottuto
non mi sento fottente.

Non mi sento eccitato
non mi sento de-erotizzato.

Non mi sento penetrante
non mi sento penetrato.

Non mi sento soffocato
non mi sento non respirato.

Non mi sento senza senso
non mi sento non sensuale.

Non mi sento stitico
non mi sento fluido.

Non mi sento spirituale
non mi sento fisico.

Non mi sento peloso
non mi sento glabro.

Non mi leggo
non mi sfoglio.

Non mi vesto
non mi spoglio.

Non mi sento grasso
non mi sento magro.

Non mi sento profumato
non mi sento puzzolente.

Non mi sento senza odore
non mi sento aromatizzato.

Non mi sento evaporato
non mi sento condensato.

Non mi sento sazio
non mi sento affamato.

Non mi sento consumatore
non mi sento consumato.

Non mi sento appagato
non mi sento gratuito.

Non mi sento utile
non mi sento superfluo.

Non mi sento ricco
non mi sento povero.

Non mi sento saggio
non mi sento stolto.

Non mi sento affascinante
non mi sento sgradevole.

Non mi sento compreso
non mi sento da comprendere.

Non mi sento sveglio
non mi sento addormentato.

Non mi sento a bordo
non mi sento a riva.

Non mi sento allenato
non mi sento fuori esercizio.

Non mi sento furbo
non mi sento stupido.

Non mi sento alto
non mi sento basso.

Non mi sento cotto
Non mi sento mangiato.

Non mi sento amato
non mi sento odiato.

Non mi sento solo
non mi sento insieme.

Non mi sottraggo
non mi addiziono.

Non mi divido
non mi moltiplico.

Non mi sento particolare
non mi sento universale.

Non mi sento degno di nota
non mi sento indegno di nota.

Non mi sento stonato
non mi sento senza nota.

Non mi sento un playboy
non mi sento uno sfigato.

Non mi sento presente
non mi sento passato.

Non mi sento di oggi
non mi sento di domani.

Non mi sento qualcuno
non mi sento nessuno.

Non mi sento “di” qualcuno
non mi sento “di” nessuno.

Non mi sento vero
non mi sento finto.

Non mi sento niente
non mi sento tutto.

Non mi sento esattamente me
non mi sento non-io.

Non mi sento
non mi assaggio nemmeno più.

martedì 9 ottobre 2012

Real estate


Ogni scritto destinato ad andarsi a posare sulla pagina bianca sembra quasi nascere di sua spontanea volontà. Osserviamo e viviamo fatti, leggiamo cose, dialoghiamo con persone, proviamo sensazioni: tutto questo materiale esistenziale viene distillato dalla mente che lo raffina in materiale concettuale. Da lì prende il via una sequela di rielaborazioni interiori che per la stragrande loro quantità si svolgono ad un livello inconscio. Ecco da dove deriva lo “stupore dell’idea nuova”, spesso protagonista delle argomentazioni di chi si confronti con la sfida della scrittura. Quasi sempre, la maggior parte delle idee che ritroveremo alla fine fissate nero su bianco, ci sembra di non averle mai possedute prima del momento di prendere in mano la penna o di mettersi davanti alla tastiera. La scrittura è capace di andarle a stanare laddove sono nascoste, negli angoli della mente che non sospettiamo nemmeno di possedere. Per questo ogni scritto da noi concepito ci appare spesso come dotato di volontà indipendente.

In questa prospettiva, il mio futile scritto odierno avrebbe voluto Lina-Wertmullerianamente intitolarsi: «Peripazzie lungo l’argine, ripassando a mente vocaboli greci, mentre carrettoni di letame industrializzano l’aria con post-modernizzante odore di vacca». Parendomi però eccessivamente esteso un simile titolo, mi sono accontentato di riassumere il tutto con una frase in inglese maccheronizzato.

«Real estate», nella mia accezione anarco-linguista, non ha infatti nulla a che fare con la triste espressione commerciale alla quale in effetti corrisponde in inglese. «Real estate» qui significa «la vera estate». La vera estate, per me, ci ha fatto visita soltanto nell’ultima quindicina di giorni, tra fine settembre ed inizio ottobre. Disconosco la dignità di estate a quel forno mal travestito da incubatrice di torture che sono state le interminabili giornate di agosto. L’estate deve presentare fra i propri ingredienti la gradevolezza, la fuggevolezza gioiosa e l’impressione di tempo sospeso. Niente di tutto questo mi è sembrato di percepire mentre uno stuolo di minchiosi giornalisti continuava a fracassarceli ripetendo che stava arrivando Caronte, e poi Lucifero, e poi la vacca porca in persona.

La mia «real estate» di questo scorcio d’autunno ha portato anche due elementi non immaginati solo fino ad un paio di mesetti fa: le camminate sull’argine ed il greco antico. Sull’argine ci sono sempre andato in bici, ma ho scoperto che a piedi, inopinatamente, la bellezza raddoppia. Domenica mattina scorsa, i due piaceri si sono fusi in uno: passeggiavo sull’argine nel pieno della ritrovata originalità estiva, ripetendo mentalmente i miei primi vocaboli greci stipati nella memoria. So di apparire stonato oltremodo rispetto alle convinzioni comuni diffuse riguardo alla consistenza di cosa rappresenti un piacere nella vita e cosa no. Non mi crederete dunque, ma vi garantisco che ripetere a mente, sussurrandole appena, parole greche imparate a memoria, mentre i piedi avanzano semi-automatici nel gradevole confronto col suolo, reca nell’animo uno dei diletti più futilmente profondi che si possano immaginare.

Per non dire poi del fatto che a Gillipixiland l’odore di vacca è un valore paesaggistico ed urbanistico aggiunto. Chiunque abbia abitato in un paesino di campagna ne conosce anche la familiare atmosfera olfattiva. I più disparati effluvi di varia natura agro-zootecnica sono all’ordine del giorno. A Gillipixiland, causa l’intensificazione produttiva degli ultimi decenni, questa caratteristica odorosa si è fatta vieppiù spavalda. L’assedio stallatico sempre più serrato, del quale son fatte oggetto le ravvicinate mura paesane, provoca spesso un rappuzzamento diffuso della stessa piazza e dei borghetti centrali attigui. Si possono ammirare allora scene crudamente ironiche, magari nel bel mezzo di qualche evento mondano, che pur nel piccolo centro Gillipixilandese talvolta viene organizzato. Giunte dalla città per l’appuntamento di gala, gran signore imbellettate ed elegantissime scendono dalle loro macchinone di lusso nella deliziosa piazzetta ed ecco subito che un’ondata pungente di odore di vacca è lì pronto a beffeggiarsi insidioso di quelle sofisticate narici.

Eppure l’odor di vacca lo farei rientrare nel novero delle puzze simpatiche. Certo, giusto giusto sentito di sfuggita ogni tanto, mica da farne la colonna olfattiva di una vita. Sarà per quel suo rimandare a sensazioni di vitalità, come fattore primario e protagonista fondamentale nel ciclo dell’eterno ritorno vegetale. Prendete ad esempio un altro tipo di puzza, questa volta di origine urbana: la puzza di diesel. Questa sì che è sommamente antipatica ed odiosa,  e molto triste, col suo carico venefico assai prossimo ad idee di irreversibili combustioni devastatrici. La puzza di vacca è invece allegra, rubiconda, ridanciana quasi, ma pur sempre densa di un suo carico misterico, come capita un po’ con tutte le puzze non prive di fascino.

Quello che non vi ho detto all’inizio è che, mentre ero intento nel mio ripasso dei primi rudimenti del caro idioma classico, posando un piede dietro l’altro sulla tappeto del suolo natio, parecchi carrettoni di letame, in un furioso via vai, si stavano avvicendando con cadenza forsennato proprio nei paraggi del mio erudito vagare. Da tre giorni o più andava avanti l’incessante andirivieni, per andare a spandere il prezioso nutrimento della terra, nei campi oltre la cintura arginale. Al ritmo di 3 o 4 carrettoni ogni mezz’ora, per intere giornate, fate un po’ voi il conto della mole abnorme del prodotto odorifero movimentato.

La meccanizzazione estesa di tutti i processi produttivi in agricoltura ha comportato due effetti estetici collaterali. Uno è dato appunto dall’amplificazione acuta dell’odore di vacca, per ovvie questioni d’incremento quantitativo.

L’altro consiste nella mutazione del paesaggio dovuta al diverso modo di confezionare fieno o paglia. Quando ero bambino, nei campi erano disseminate miriadi di piccole balle a parallelepipedo. Queste ispiravano l’idea di un momento di transizione tra la forza antropica direttamente applicata al lavoro ed i nuovi sistemi meccanici. La vecchia balla di fieno a cubetto bislungo, pur impacchettata grazie all’ausilio di un macchinario, era tuttavia sollevabile con forza motrice umana, coadiuvata da un antichissimo attrezzo, il forcone. Le sue fattezze limitate si proporzionavano forse meglio alle dimensioni degli altri elementi distribuiti per l’ambiente agricolo: alberi, cespugli, fossi, zolle di terra arata, piante di mais, distese di spighe di grano.

Ora ci sono i balloni cilindrici. Del tutto affidati all’energia meccanica, hanno tramutato i panorami agricoli in suggestivi sfondi da cartolina lunare. Vedere una delle nuove imballatrici in azione è un piccolo spettacolo. Lo strumento preposto, attaccato al seguito del trattore, risucchia pazientemente fieno o paglia con la minuziosità di una balena intenta a filtrare plancton attraverso i suoi fanoni. Quando il ventre metallico è sazio di cibo erboso, una sirena avverte il conducente, che arresta il trattore. Ne seguono alcuni minuti di rumorose digestioni meccaniche. Alla fine, una nuova esclamazione sonora annuncia la schiusa del portellone, dal quale, come da una enorme chioccia d’acciaio, fuoriesce l’enorme uovo vegetale, che si va ad adagiare sul suolo rasato, con felpati rimbalzi rotolanti.

Camminando, pensando, osservando, rielaborando mentalmente, ripetendo parole greche della prima declinazione, con le narici pervase dall’insistenza di un odore di vacca postmodernamente diffuso, ad un certo punto della mia passeggiata ho provato una vaga sensazione di estasi profana. Il desiderio non meglio precisato di divenire partecipe con ogni singolo atomo della mia persona al tutto che mi circondava. Una tensione all’annullamento della mia individualità come persona, deflagrata finalmente nell’infinitezza inafferrabile del cosmo.

Ovviamente sono state impressioni solo di pochi attimi e l’unico risultato ottenuto è stato ritrovarmi fra i piedi una strana tipologia di funghetti. Il gambo era molto esile e lungo, ricordava un filo di nylon, o qualcosa di vagamente attinente all’ambito elettrico La capoccia aveva le fattezze di una valvola o di uno spinotto similmente pseudo-elettrico. «...Toh...» è stata l’unica conclusione che ne ho saputo trarre, «...non solo l’odore di vacca e le balle di fieno: adesso anche i funghetti sono cambiati...».

venerdì 13 luglio 2012

Il dono della ghiandaia


Pur conservando imperterrita la propria inafferrabilità fotografica, la ghiandaia continua ad incrociare i suoi sentieri di uccelletto semisilvestre con i miei passi d’inusuale campagnolo. Già vi narrai in passato dei miei infruttuosi tentativi di fermare in una foto le fattezze del leggiadro volatile.

Finora non c’è stato verso. Quella vecchia e cara gazza vestita dalla festa si rivela sempre oltremodo fuggevole all’obiettivo. E forse anche per questo, s’intensifica la mia predilezione per questo uccellino, nata per due motivi fondamentali.

Forse quello più importante sta nella rarità delle sue apparizioni. La ghiandaia deve avere un agente molto in gamba che cura per lei tutti gli aspetti delle pubbliche relazioni. Non è come sua cugina, la gazza vera e propria, oppure come il merlo, o il passerotto, o gli storni caciaroni ed onnipresenti: sono uccellini simpatici, curiosi e belli da vedere anch’essi, ma loro li puoi ammirare sempre sul palcoscenico naturale, a far bella mostra di sé in qualsiasi momento ti venga la voglia di osservarli.

Le entrate in scena della ghiandaia sono invece sempre centellinate e ben dosate. Lei ti concede al massimo un paio di minuti in tutta una stagione, suddivisi magari in cinque o sei incursioni nel giardino o su qualche albero lì in giro. La ghiandaia fa un po’ come Mina nel mondo dello spettacolo, che da un certo momento in poi per il pubblico si è tramutata in pura voce. Allo stesso modo, le comparse della ghiandaia sono talmente fugaci ed impalpabili, che ti rimangono in mente più come fossero l’eco lunga di una melodia di canzone, che non vere e proprie sensazioni visive.


La ghiandaia mi piace poi per un motivo un po’ bizzarro. Ossia perché nell’insieme della sua livrea caffelatte, spiccano questi spruzzi di colori quasi innaturali o perlomeno inusuali se si pensa a come vanno vestiti di solito i più ordinari rappresentanti della fauna seriosa delle nostre zone. E’ come un impiegato tutto vestito a puntino, o un’elegante commessa di negozio con la sua giacchetta del tailleur marroncina, che ad un certo punto gli ha preso il ghiribizzo di guarnirsi con queste leggere strisce azzurre sulle maniche, ossia sulle ali.

E dire che quest’anno l’ho avvistata in tante occasioni, la cara Ghiandy. Anche più del solito: era in solitaria a volte, e in certi casi anche in accoppiata. Alcune volte in posizione favorevolissima per una foto: ma ovviamente non avevo mai la macchina sottomano. Che se poi corro in casa a munirmi di obiettivo, quando esco di nuovo, mi ha già bell’e salutato per la prossima canzone.

Sarà stato forse allora per rimarcare ulteriormente la mia inattendibilità fotografica, che uno dei giorni scorsi, la ghiandaia ha deposto per me un piccolo dono, sotto la pianta della magnolia. Visto che non ce la fai a beccarmi con l’obiettivo, si sarà detta fra sé e sé, ti lascio almeno questo ricordo. Una piuma piccina, scelta proprio fra quelle con le striature azzurre.



Ovviamente, tutta la sovrastruttura semi-romanzata è frutto di un’aggiunta di sceneggiatura gillipixiana. Ma è stato a suo modo un ritrovamento commovente, per me. La conferma di come la natura possa renderci familiari con questi micro-esercizi di gentilezza, se solo ci prendiamo la briga ogni tanto di stare in ascolto dei suoi piccoli cenni.

E mentre rimiravo ancora un po’ fra le dita la piccola, preziosa pepita faunistica che mi era capitato di rinvenire, alla fine sono stato colto da un pensiero leggermente più prosaico. Non sarà che la ghiandaia mi è cara perché anche lei, con quegli accenni velati di nerazzurro sulle ali, in fondo in fondo ha un cuore nostalgico da interista idealista?

lunedì 31 ottobre 2011

Specchi d’altro

Senza dubbio la vita è una dimensione di gran lunga sopravvalutata.

Il problema che di fatto sia l’unica unità di misura esistenziale a nostra disposizione, è tutto un altro discorso. Avendone tuttavia potuto contrattare a tempo debito le regole col sostegno di sindacati più influenti, si sarebbe riusciti a spuntare qualcosa di meglio.

Scivoliamo via lungo la prima decina d’anni, qualche mese più qualche mese meno, immersi in una sorta d’incanto entro il quale i confini del respirare e del meravigliarsi si confondono in labilissime sfumature. Scoccato l’undicesimo o il dodicesimo compleanno poi, tutto il resto del tempo lo trascorriamo a crogiolarci nello spasmodica bramosia di essere qualcun altro rispetto a chi siamo.

Di colpo, con la stessa stupita rapidità (o rapita stupidità, non cambia granché…) con la quale ci rendiamo conto di essere stati invasi dai peli nei più curiosi recessi del corpo, non vorremmo più essere noi.

Chi ha un’indole pacata e cortese, prende ad invidiare gli scavezzacolli. Chi è irruente ed immediato nei modi, spererebbe magari in maggiori ponderatezze, in una misura più controllata nel fare e nel dire. Ciascuno insomma, intorno agli albori di quella seconda decade della propria esistenza, si sente dentro alla propria identità come se vestisse un abito oltremodo sottotaglia. Tutti presi dal formicolio della stessa medesima urgenza di volerselo cavare di dosso. Anche il rischio di ritrovarci semplicemente nudi siamo disposti a correre, pur di non essere più quelli che siamo.

Questa fregatura si chiama adolescenza, una malanno che s’infiltra tanto profondamente dentro noi da non lasciarci guarire poi mai più fino in fondo.

Ricordo che la mia fame di diversità si manifestò ad un certo punto con risvolti particolarmente bizzarri. Nel momento che la si attraversa non ci si rende bene conto di cosa stia accadendo. Sono cose che si focalizzano meglio di seguito, una volta rielaborato l’uragano di sensazioni e di vibrazioni in cui si è capitati.

Quello che accadde, di fatto, fu che mi misi ad invidiare la cattiveria.

A scuola me la sono sempre cavata bene, anche se a dire il vero non mi sono mai ammazzato di fatica sui libri. O meglio, il mio impegno ha oscillato spesso tra momenti di intense impennate e altri periodi di più placide cavalcate al trotto leggero. La riflessività e la capacità d’introspezione non mi sono mai mancate. Forse era soprattutto grazie ad esse che nello studio la sfangavo con una certa agevolezza.

Il periodo in cui desiderai essere cattivo non durò a lungo. Anzi, volendo si può condensare in un episodio preciso, o in pochi episodi tutti collegati ad una vicenda comune. Nei pressi del luogo di ritrovo più frequentato dai ragazzini della mia età, c’era pure l’abitazione di una vecchia più bisbetica che cattiva, suonata al punto giusto da meritare piuttosto il compatimento anziché astio e malevolenza di ritorno.

Ma si sa, il cucciolo d’uomo in quel periodo della vita risulta spesso perfido ed irragionevolmente litigioso, tanto che pian piano, come una piccola valanga di eventi frammentari che si andarono sommando di giorno in giorno, andò a finire che scoppiò la guerra con “La Vecchia”. Un minimo screzio aveva portato ad una discussione, a sua volta ingrossata da altri scontri e così via, in un crescendo di dispetti, bravate, urla e sguaiataggini da entrambe le parti.

La mia genialità a scuola non era mai stata esagerata, come detto, però sufficiente da farmi rimanere al di fuori da tutto quel trambusto, in particolare per la gran pena provata e distribuita un po' su entrambe le parti contendenti. I ragazzi erano spietati ed ottusamente ostinati nella loro battaglia senza senso, mentre nemmeno “La Vecchia” aveva quei pochi grammi d'intelligenza necessari a capire che ignorando un paio di volte le provocazioni, avrebbe potuto smorzare senza tanta fatica la furia sgangherata di quei teppisti più stupidi che malvagi.

A gragnuole di fango dal basso, indirizzate contro le serrande, facevano seguito secchiate d'acqua calda distribuite dall'alto a sorpresa sulle truppe nemiche, fra alterni rumoreggiamenti di tapparelle calate di botto e rialzate altrettanto fragorosamente, a sottolineare la grandi manovre che “La Vecchia” metteva in atto scorrazzando di stanza in stanza, per sorprendere l'orda invadente appostata sotto l'una o l'altra finestra del primo piano in cui abitava.

Fu un pomeriggio di bruma autunnale, quello durante il quale invidiai la cattiveria e la stupidità degli altri ragazzi, indaffarati in quella pratica demenziale. Ero stufo della mia pacatezza, di essere posato e ragionevole. Desiderai diventare stupidamente spietato come loro, perché se nella loro incoscienza erano capaci di comportamenti simili, mi immaginavo che la lacerante tristezza dell'essere adolescenti non fosse ancora riuscita a penetrare le loro menti e i loro cuori. Come se la cattiveria avesse potuto ridonarmi l'incantata spensieratezza infantile appena perduta.

La mia invidia di concretò in un unico e poi mai più ripetuto attacco, sferrato contro la casa della “Vecchia”. Appostato dietro il riparo dell'edificio vicino, usato spesso come trincea per gli scontri, mi unii al piccolo esercito dell'idiozia, rasentando il muro con le spalle e sporgendomi giusto il tempo di scagliare, non ricordo più bene se una o due sassate, oppure manciate di terra fradicia contro la roccaforte “vecchiesca”.

La sensazione provata in quei pochi secondi la compresi fino in fondo solamente diversi anni dopo, quando mi capitò di vedere quel capolavoro del cinema che è «Full metal jacket». In una scena ambientata nella camerata degli allievi marines, una notte tutta la compagnia decide di compiere una missione punitiva per dare una svegliata al soldato “Palla di lardo”, che con il suo comportamento tragicamente goffo ed involontariamente sguaiato, sta procurando a tutti i soldati una serie di punizioni inferte dal tremendo sergente addestratore.

La scena è terribile, di una cattiveria inaudita, capace di rivangare nell'istintualità umana primordiale più remota, come spesso succede con certe suggestioni kubrickiane. Il povero “Palla di lardo” viene immobilizzato da alcuni commilitoni che lo “fasciano” contro la branda tenendolo fermo con diversi asciugamani passati trasversalmente da parte a parte del letto, chiudendogli in quel modo anche la bocca. Il resto della truppa, armato di saponette arrotolate in altri asciugamani, passa poi in rassegna lungo il giaciglio del malcapitato, assestando pesantissime frustate sul suo corpo inerme, dal quale si elevano lamenti strazianti.

L'ultimo della fila è il soldato “Joker”, colui che più di tutti si era preso a cuore il caso del soldato pasticcione “Palla di lardo”, cercando di aiutarlo a recuperare nell'addestramento e a non commettere più pericolosi e sguaiati errori. “Joker” esita pesantemente, preso nella morsa di una conflitto interiore fortissimo, ma poi, anche cedendo alle esortazioni di un altro soldato, sferra ripetuti colpi sul corpo ormai acciaccato di “Palla di lardo”, con una cattiveria ottusa che non conosce altra ragione che se stessa.

Pur nelle ovvie differenze di proporzioni epiche, la mia sassata scagliata contro la dimora della “Vecchia” era stata innescata da moventi simili a quelli del soldato “Joker” nel mazzolare “Palla di lardo”. Mi ero lasciato risucchiare dal “gregarismo” obnubilante, rifiutando di essere me stesso pur di trovare sollievo al mio disagio di vivere abbandonandomi senza riserve alla miopia collettiva.

Fortunatamente fu soltanto un episodio sporadico. Mi sentii immensamente stupido, quasi in tempo reale, ma di quella stupidità sana che fa comprendere l'inutilità della fuga da se stessi. Questo non fu il solo fatto che mi fece capire i meccanismi del diventare grandi, ma di certo quella volta andai un passo più vicino al rendermi conto di come la nostra indole vera, il nostro carattere più genuino, sono i soli luoghi al mondo dai quali non ci potremo allontanare mai.

Mettendo in conto le dovute sofferenze, ovvio.

mercoledì 9 febbraio 2011

La fiaccola sotto il “minèn”


"...And being alone
is the best way to be.
When I'm by myself it's
the best way to be.
When I'm all alone it's
the best way to be.
When I'm by myself
nobody else can say goodbye..."

Edie Brickell - 1988

*******

Io ci provo ad auto-persuadermi di essere un nativo italico. Poi però succede sempre qualche piccolo episodio che mi rammenta la mia vera condizione di indigeno Gillipixilandese.

Potrebbe sembrare questione di “snobismo al contrario”, di malsana rivincita dell’orgoglio campagnolistico nei confronti dell’ostile omologazione urbana, di iper-campanilismo patologico. Ma credetemi che non è nulla di tutto ciò. Il fenomeno si concreta su oggettive basi linguistiche e la lingua, si sa, non mente mai.

In un certo senso, la lingua è il più diretto “tratto d’unione” con la realtà di cui possiamo disporre. Le parole attraverso le quali raccontiamo le cose agli altri e a noi stessi, quando sono dette o pensate con cuore limpido ed occhio asciutto, assumono la valenza delle cose medesime chiamate in causa.

Non so se capita anche a voi, ma la sensazione che io provo soffermandomi talvolta ad assaporare le sillabe mentre si formano sotto il palato quando parlo le parole, oppure nel pensiero, quando le idee si condensano nei suoni del muto pronunciamento interiore, è quella di possedere direttamente in bocca la cosa nominata, oppure di avviluppare fra le volute cerebrali il significato concreto del termine pensato, senza passaggi intermedi fra me e la realtà esterna.

Certo, anche la presa sensoriale sulle cose è altrettanto potente. Toccare, vedere, annusare, gustare. Son tutte azioni che ci consentono una comunicazione molto forte con l’«essere» che sta fuori e dentro di noi.
Ma a mio parere, attraverso nessun altra prerogativa umana sappiamo possedere il mondo nella misura così intensa che ci è concesso di fare con la parola.
Sembrerà un’affermazione impropria, ma io credo che i sensi permettano comunicazione col mondo, mentre solo con le parole può avvenire una effettiva comunione con esso.

Va praticamente da sé che un “dispositivo esistenziale” così pregnante può attivarsi nella sua forma più genuina solamente attraverso la lingua che sentiamo come la più familiare, ovvero per il tramite del linguaggio maggiormente in grado di convogliare la nostra spontaneità più istintiva e diretta.

Mi riferisco, ad esempio, alla lingua che viene naturale usare per prima quando capita di sbottare in un’esclamazione quasi automatica o in espressioni scaturite da eventi improvvisi e inattesi (per riprendere un tema di alcuni articoli fa, mi viene in mente ad esempio una bella maledizione scagliata, guidando, alla volta di un altro automobilista particolarmente scorretto; oppure un colorito apprezzamento, umanamente non arginabile, che fuoriesce alla vista di un bellezza femminile particolarmente vistosa e prorompente…).

Per me questa lingua, che tra l’altro finisce anche per costituire una sorta di estroflessione della personalità più intima e sincera, è proprio il dialetto di Gillipixiland (…e con questo mi riaggancio finalmente a quanto dicevo in apertura).

Per cercare di precisare un po’ meglio il concetto con una piccola metafora, posso anche aggiungere che se il mio “Io” pensa i pensieri in italiano, il mio “Es” sente invece il mondo in dialetto.

Sono convinto di questo fatto ormai da un po’ di tempo, ma ultimamente sono incappato in un piccolo accadimento linguistico che me lo ha indirettamente confermato.

Alcuni giorni fa mi sono imbattuto nella parola “moggio”. Pur avendola sentita chissà quante volte, non mi ero mai domandato cosa significasse di preciso, forse per un’anomalia d’utilizzo che la caratterizza. Si tratta infatti di una parola arcaica quasi caduta in disuso, e tuttavia ricorrente con una certa frequenza in due sedi “letterarie” di tutto valore. In un caso, mi riferisco al Vangelo di Matteo («…Voi siete la luce del mondo; una città posta sopra un monte non può rimaner nascosta; e non si accende una lampada per metterla sotto il moggio; anzi la si mette sul candeliere ed ella fa lume a tutti quelli che sono in casa…»); nell’altro invece, parlo del titolo di una tragedia di Gabriele D’Annunzio, «La fiaccola sotto il moggio», per l’appunto.

Chissà come mai, dicevo, pur avendo sentito svariate volte la parola in questi due contesti, non mi sono mai posto il problema del significato, accontentandomi di qualche vago riferimento ad un qualche oggetto genericamente campagnolo.

Ed eccoci al punto del mio aneddoto: essendo venuto a sapere con precisione il senso del termine solo pochi giorni fa, nell’attimo in cui è accaduta la “rivelazione”, senza pensarci su troppo, mi è venuto spontaneo esclamare: «…Aaah….al minén!!!…» (semi-trad.: «…Aaah….il minén!!!…»). Non so se si è capito bene, ma in pratica quel che è successo è stato che mi son reso conto di conoscere già l’oggetto indicato con la parola “moggio”, solamente che a me constava soltanto nella corrispettiva forma dialettale gillipixilandese, “minén” appunto.

Il moggio è in pratica un secchio, solitamente di legno (perché utilizzato ormai decenni fa), che funzionava da misura per i cereali. Riempiendolo sino all’orlo di frumento o di granturco, e “rasando” l’eccedenza con una barra spianatrice, in modo da ottenere un livello precisamente orizzontale di chicchi e perfettamente a filo con il bordo, si era sicuri di avervi introdotto un peso esatto di cereale. In questo modo, se nel moggio pieno ci stavano ad esempio 10 chili giusti di frumento, se ne cacciavano 5 in un sacco e si otteneva così la quantità già pre-pesata di 50 kg.

A testimonianza del mio essere medievale dentro, dovete sapere che il moggio l’ho utilizzato ai tempi della mia adolescenza. All’epoca, si stendevano al sole su un’antica aia in cemento, gentilmente concessa in prestito da un contadino locale, i pochi quintali di granturco ottenuti da un piccolo appezzamento di terreno, per un’essiccazione fatta in casa e in economia. La misura finale del peso, al momento dell’insaccatura definitiva, veniva fatta appunto tramite un moggio, che a me però era stato detto chiamarsi “minén” (parola che nel mio dialetto s’interseca gentilmente anche con un altro significato più giocoso e leggiadro: “minén” in gillipixilandese vuol dire infatti anche “gattino”).

E’ molto curioso, dunque: per anni ho sentito parlare di “moggio”, senza sapere cosa fosse, e tuttavia avevo usato il “minén” forse altrettante volte. In pratica, possedevo nella mia mente una parola (“moggio”) priva del corrispettivo oggetto significato nel concreto, mentre usavo quell’oggetto stesso catalogato con la parola (“minén”) che per me da allora lo classifica più con più immediatezza fra le cose reali.


giovedì 30 dicembre 2010

Il discorso della pigna


Ad essere un campagnolo timido, con la voce bassa e la testa fra le nuvole, a volte ci si guadagna.

Ad esempio: avete presente quelle persone che quando imbastiscono un dialogo sono convinti di emanare dalla propria bocca le sentenze più sopraffine, le verità più incontestabili ed imprescindibili, quasi fossero novelli ciceroni o un Demostene redivivo?
Quelli che il verbo “ascoltare” lo hanno cancellato dal proprio vocabolario, se mai un tempo ne avevano colto il significato.
Quelli che scambiano il concetto di dialogo con una sbirciatina verbale all’indirizzo di un individuo fatto specchio, che poi sarebbe l’interlocutore, il cui compito è esclusivamente quello di riflettere le loro preziosissime parole…

Ecco, se sei un campagnolo timido, disponi della naturale difesa per stanare i peggiori fra questi individui. L’unica cosa da fare è cercare di inserirsi nel dialogo col proprio flebile tono vocale.

Se dall’altra parte vengono concessi spiragli attraverso cui poter introdurre anche qualche proprio ragionamento, vuol dire che ci troviamo di fronte ad una persona meritevole della nostra compagnia. In quel caso si sente la disponibilità al dialogo, sintomo di ben più vaste aperture d’animo della persona in questione.

Se invece il granitico muro della favella erige inesorabilmente la diga insormontabile dell’egocentrismo oratorio del tizio che ci troviamo di fronte, non resta altro che lasciar sfogare la marea, pensando fra sé e sé «…dai su, vecchio idiota, finisci alla svelta il tuo comizio…», e chi s’è visto s’è visto.

L’operazione riesce meglio al campagnolo spensierato “ipotonale” (ossia non dotato di timbro particolarmente stentoreo).
Nel primo caso infatti, se chi abbiamo di fronte è disposto a concedere ascolto persino ad un siffatto esemplare di bizzarra umanità, significa che è veramente persona degna di approfondimento amicale.
Nel secondo caso invece, il “blablatore” mono-direzionale impegnato ad infarcire il medesimo campagnolo con la sua sapienza suprema, non si accorgerà di nulla, visto il rintronamento causato nella sua scatola cranica dal concettoso tramestio senza via di fuga che ivi vi alberga.

Ma non era questo ciò di cui vi volevo parlare oggi. O meglio, la svagatezza campagnola c’entra sempre, ma applicata ad un altro tipo di discorso.
Il campagnolo sempre perso fra i suoi vacui pensieri infatti può anche godere del piacere degli stupori rurali, con molta più efficacia di quanto non capiti agli altri abitanti delle lande agricole.

Andando infatti sempre dietro al proprio peregrinare concettuale, il campagnolo fluttuante fra le idee finisce per non guardarsi troppo intorno, quando si aggira nel suo habitat campagnolesco. Così va a finire che un bel giorno, si accorge con meraviglia che su una pianta in giardino, ben fissata al suolo con le proprie radici da almeno 30 anni, si è manifestata una sorpresa vegetale per lui inedita.


«…Cosa sarà mai?...» si domanda con giocosa sospensione del giudizio il rannuvolato campagnolo, interrompendo per alcuni istanti il proprio naturale labirinteggiare nei meandri della propria bacata immaginazione. «…Possibile aver avuto sotto il naso tale espressività arborea tropicaleggiante e non essersene mai avveduti in tutto questo lasso di tempo? Si tratterà forse di uno sbango, di una sbabaya, di un frutto della pensione?».
Per essere bizzarra, la curiosa protrusione fruttifera in questione, è bizzarra senz’altro. Si può dire che sia dotata di squame, ma non squame qualunque: praticamente squame leggermente grassottelle ed uncinate. Quella piccola espettorazione di rossicci confetti che presenta sulla punta, suggerisce poi quasi un effetto speciale cinematografico studiato per un nuovissimo film di fantascienza prossimamente sugli schermi: «Alien contro i contrabbandieri di M&M’s».

«…Ma che frutto sarai mai, insomma…Sarà una noce di porco, sarà uno sbananas, oppure un magistrado? (Aahhahaah…teribbile questa!!!) …».

«…Ma no…» realizza dopo alcuni istanti lo stupefatto campagnolo, «…è semplicemente una pigna della cara e vecchia magnolia. Stai a vedere che pure io mi sono comportato con lei come fanno quei conversatori monodirezionali che criticavo in apertura: mi ha parlato per anni con questi suoi variopinti discorsi discreti, e io non l’ho mai ascoltata…».



sabato 20 febbraio 2010

From stables to stars...


«...Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori...», così recita un celeberrimo verso di Fabrizio De Andrè, e mai come in certe circostanze è vero il fatto che dalla prosa possono nascere sfocati barlumi di remota poesia.
Tipo, "mattinare pallido e assorto, assiso sul trono di ceramica affacciato sull'orto", e notare sullo sfondo del cielo bigio tardo-invernale, una foglia solinga appesa ai rami del fedele noce dietro casa.

«...Si sta come / d'autunno / sugli alberi / le foglie», soleva poetare un altro sommo, ma chissà se nessuno si è mai chiesto come si sta, da foglia, tutto l'inverno su un albero.
In fondo il ruolo della foglia autunnale è ben più glorioso e la sua figura è portata alla ribalta della cronaca vegetale, proprio nel momento in cui le luci del palcoscenico stagionale sono tutte puntate sulla Grande Caduta a Terra, e sontuosi tappeti dorati fanno bella mostra di sè esattamente quando ciascuno se li aspetta.

Ben altra cosa è rimanere appesi lassù, da soli, dopo che si è penato per giorni e giorni in vista del fatidico attimo del distacco, dopo che si sono viste tutte le amiche andare via, pensando e salutando insieme: «Ciao amica mia, ciao...verrà anche il mio momento...a presto...verrà anche il mio momento...», ma, minchia, quel momento, non vederlo arrivare mai...
E accorgersi che la propria livrea, prima dal fulvo ramato passata ad un giallo paglierino, ormai sta inesorabilmente cangiando verso le alienate tonalità della lignea cupezza, con Vendemmiaio, Brumaio e Frimale trascorsi invano.
Agognare il meritato macero, il desiderato amplesso con la zolla benigna, la copula sfibrante e liberatoria con la pastosità della terra sottostante, ma constatare sconsolatamente che anche Nevoso, coi suoi 10 sotto zero, Piovoso e Ventoso, con le loro spazzolate fradice, sono ormai passati, e quell'esile cravatta fibrosa non accenna a concedere la conferma definitiva della propria fragilità, bensì si abbarbica, si ostina a reggere un peso impercettibile ormai solo affamato di suolo, senza più desiderio residuo alcuno.

Con la preoccupazione aggiuntiva dell'appressarsi a questo punto addirittura di quello spavaldo di Germile, se non addirittura di Fiorile, che novelli recheranno con sè minuti boccioli sbarbatelli, chiassosamente scapezzolanti nella loro irruenza gemmata di ramo in rametto.
Eh, già, caro buon Ungaretti: la condizione di foglie, sugli alberi, d'autunno, potrebbe non essere alla fine la più drammatica da poter dipingere. Ancor più degno della nostra riflessiva misericordia forse può essere lo stato di foglia, solitaria, d'inverno su un ramo.




martedì 10 marzo 2009

Lo spirito del gonghista


“…Sincerità-ha-ha-hà
un elemento imprescindibile
Che fa una puzza incalcolabile
puntando alla gassosità…”

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Andar per pensieri è un passatempo divertente, che consiglio a tutti.
Va beh, c’è di meglio, intendiamoci.
Ma metti che uno (o una) si trovi momentaneamente a corto di libri; metti che si trovi senza un bel letto molleggiato e la sua donna (o il suo uomo) nei paraggi; senza un cinema, un ristorante, una trattoria, una bisca clandestina, una “sala tombola”, un’edicola, oppure senza un cantiere di lavori in corso in tutto il rione; ecco allora che, a patto che gli siano rimaste almeno un po’ di fantasia e di voglia di giocare, quel tale (o quella tale) può svagarsi con soddisfazione al modico prezzo di due neuroni, andando allo stato brado dietro i suoi pensieri, facendo associazioni bislacche fra idee e creandosi le sue “cause-effetto concettuali” fatte in casa.

La cosa bella poi, è che il vero “viandante per pensieri”, come usa nella miglior pratica maialesca, del suo materiale pensato non butta via proprio nulla: neanche una frenata ad una rotatoria alle porte della città, andando verso il lavoro.
Questa rotatoria sta su un lungo rettilineo principale, con una sola strada meno trafficata che si immette da sinistra. Son quelle rotatorie che di solito vai lungo senza badare troppo a chi sopraggiunge. Ossia, ci badi, ma un po’ con l’occhio fluttuante ed il piede passerino sull’acceleratore, perché tanto l’ultima precedenza che hai dato lì ti è successa 6 mesi fa.
Stamattina evidentemente erano scaduti i 6 mesi, perché un furgoncino verde si è arrotondato bel bello tutto a mancina, ed una frenata decisa (anche se non stridente) si è resa necessaria.
Ed ecco che due secondi dopo aver levato il piede dal freno, mi ha folgorato l’idea dell’«essenza del gonghista».
Ora non so se nella realtà dei fatti sia o si chiami veramente così (più in generale dev’essere il “percussionista”).
Fatto sta che nel mio immaginario il gonghista è quell’orchestrale che se ne sta per tutta la suonata buono buono col suo martelletto cotonato in mano, fedelmente a fianco della gran patacca bronzea penzolante. Non emette uno straccio di nota, non muove un sopraciglio, ma ad un certo punto, magari proprio sul finire della gran sviolinata, è chiamato a piazzare la sua stoccata sonora, precisa e implacabile come il mezzogiorno in una mensa aziendale.
Lo stesso che la mia frenata nella rotonda semi-rettilinea.
Ora, se ci pensate un attimo, l’«essenza del gonghista» è un’immagine che metaforizza niente male certi frangenti esistenziali.

Sbooonnnggg - Fine primo tempo




Sbooonnnggg - Secondo tempo

Continuando da qui in avanti ad andar di pensiero in pensiero, mi è venuto allora da ricapitolare tutte le volte in cui nella mia vita mi è toccato confrontarmi con lo spirito del gonghista.
Ho dovuto così constatare che in tante occasioni, invece di un gong di stentorea e roboante precisione, mi è successo di rilasciare un cacofonico “rintronìo” asincrono di stoviglie, come se avessi dato una mazzata sulla pignatta di rame della nonna.
Di certo è successo all’esame di maturità.
Un tema dovevo fare. E un’interrogazione. Mica domare un leone, dovevo.
Il milleduecento - ventiquattresimo tema e la settecento - quarantaduesima interrogazione, dopo una serie ininterrotta di sufficienze guadagnate nel corso ordinario della mia vista scolastica.
Ma invece di fare “gong”, mi è uscito uno “sfuff” ammaccato nel tema ed un timido “ding” nell’interrogazione.

Quelli come me sono stati spesso gonghisti anche e soprattutto nei contatti con le gentili rappresentanti del femmineo emisfero dell’umanità.
Le donne vanno matte per il gonghista. Anzi, si può forse dire che nel tipo umano del gonghista risieda il carattere ideale del loro uomo dei sogni.
Magari sei una bravissima persona, ti ammazzi di lavoro dieci ore al giorno in fonderia, sei giorni su sette, fai volontariato, sei stimato e ben voluto da chi ti conosce bene, aiuti le vecchiette ad attraversare sulle strisce, hai donato 100 quintali di sangue all’Avis.
Vedi la ragazza che ti piace in discoteca, e sei lì che ti arrovelli sulla frase ad effetto che potresti dirle per attaccare bottone, quando ti passa davanti un “interdetto” che ha pagato il biglietto d’entrata coi soldi truffati a suo nonno, ha parcheggiato in terza fila il suo SUV smarmittato “Euro meno 2” con il bollo scaduto, ed è fresco fresco reduce da una pisciata fiume nei cessi della disco senza essersi lavato le mani.
E’ lì che il losco individuo sfodera davanti alla tua sempre meno ipotizzata preda (sul cui sguardo vedi nel frattempo crescere l’equivalente di una dichiarazione di amore eterno verso quel greve paradigma personificato di «interdizione umana») una battuta sfavillante che è un colpo di gong di rara efficacia seduttiva, con un riverbero di siffatta malia e pienezza armonica che non si sentivano da quella volta in cui il gonghista imperiale Minch Su’on Li Gong diede l’estremo rintocco all’ultimo “Gong supremo” della dinastia Ming, tre tonnellate circolari di oro massiccio, da allora in poi trasferite nella collezione di corte come esclusivo pezzo da museo.
E a te a quel punto cosa rimane da fare? Solo ordinare il secondo Negroni, meditando sul vantaggio di poter continuare con pochissimi patemi d’animo a portare i tuoi corti calzini bianchi senza mai sollevare la tavoletta del water, tanto la dura verità è che gonghisti si nasce, non si diventa.



lunedì 9 marzo 2009

Quando avevo la lana sulla pelle (…e il cotone nelle orecchie)


Quando si è giovincelli, parecchio giovincelli, si hanno tante idee confuse.

Una di queste idee in particolare, credo sia comune a tutti i giovincelli, nessuno escluso. Ricordo di esserne stato affetto pure io, anche se in misura non gravissima.
Parlo del gregariato, del pecoronaggio, della mania emulativa, della gratificazione che credi di ricevere in cambio, dal fatto di sentirti parte di un gruppo.
Per le mie caratteristiche umane, ho sempre faticato a legare con la comitiva di turno: la squadretta di calcio, gli amici del corso di pattinaggio o quelli della briscola al bar, la compagnia dei più bulli della classe o quella dei secchioni, ecc. Da giovincelli si indulge facilmente alla stupidità: pur di aggregarsi, ci si “ammastella” ovunque, senza badare agli schieramenti in campo.
Per il mio campagnolismo poi, le cose si aggravarono quando iniziai le scuole superiori in città. Basti dire che quando i miei nuovi compagni di classe mi chiedevano da che parte saltavo fuori, io rispondevo gentilmente, ma non crediate fosse una sensazione piacevolissima vedere dipingersi sui loro visi uno stupore sconfinato, come se, invece di aver pronunciato il nome del mio remoto villaggetto, avessi citato una sperduta località dell’Africa Nera.
Tale e tanta era (ed è tutt’oggi) la notorietà goduta dal mio paesello fra gli amici cittadinotti.

Insomma, fin qui niente di nuovo, sto parlando di un’esperienza probabilmente familiare a tantissime persone.
La cosa che mi ha invece leggermente esaltato oggi, andando per pensieri, è stato considerare come allora non mi rendessi conto di quanto fossi fortunato.
Ma come? Avevo il privilegio di poter rimanere distinto da aggregazioni banalizzanti varie, e quasi quasi, pure me ne dispiacevo? Ma che fesso che ero.
Non solo: non avevo nemmeno capito che il mio passaggio in città aveva comportato effettivamente una promozione in grado. Il mio paese, per quelli di città, “non esisteva”: quale miglior occasione per cogliere appieno tutti i vantaggi di una “fu-mattia-pascal-izzazione” della mia identità sociale?
Ma i primi barlumi di consapevolezza iniziavano a farsi strada in me proprio a quell’epoca. Da allora infatti, ad ogni mio rinnovato ingresso in nuovi micro-consessi civili (la compagnia del militare, quella dell’università e altre), mi sono sempre preoccupato con sommo scrupolo di aggregarmi agli individui più rigorosamente reputati come “perdenti” dall’opinione comune.
Ben conscio del fatto che venire sconfitti per eccesso di singolarità, di contro ad una “visione media” (per non dire “mediocre”) delle cose del mondo, è la migliore vittoria.

Ed oggi, laddove sento puzza di emulazione, olezzo di gente in competizione aggregativa al fine quasi univoco di escludere altri, se posso e se sono in grado, son lieto di ritrovarmi con gran soddisfazione perdente, scartato e felice.



domenica 8 marzo 2009

In fuga dal fattore "C"


"...Prima io son piccolo io
tocca a me giocare con te

sono lo sceriffo io
...
Tu sta zitto sono il capo dei banditi
...
Sono lo sceriffo io
...
Ma su Furia si sta anche in tre..."


Furia cavallo del West
Mal, 1977

Ieri mi sono messo a spolverare il mio vecchio portapenne e l'accozzaglia di cancelleria accumulata negli anni.

Viviamo nell'epoca della velocità, sento dire dai tempi in cui ero ancora un bambino.
Ma questa velocità mi pare sia più una proiezione mentale, una trasposizione immaginata facendo leva sugli strumenti mediatici accomunati dal fattore "C".
Non sto parlando della vitamina, ma della terza lettera alfabetoide così com'è intesa nella nota e rivoluzionaria tiritera matematica E=MC2 (so che il "2", per significare "alla seconda", dovrebbe stare piccino lassù in alto, a penzoloni della C, ma non sapevo come si digita...purté pasensia...).

Il telegrafo e poi il telefono, la radio, la TV e dopo il pc, con internet suo fratello e suo zio facebook: hanno la luce dentro e da quando sono apparsi, al nostro pensiero non è sembrato vero di aver trovato finalmente "qualcuno" che potesse stare dietro alla sua rapidità.
La fregatura è che la nostra anima continua ad andare tuttora ai due all'ora, com'è sempre andata dai tempi dei nostri cari bisnonni con la clava.
E rimani spiazzato, disorientato, quando continui a riscoprire con ostinata ricorrenza che per costruire un'amicizia o un amore ci vogliono anni, per diventare bravo in un mestiere ci vuole una vita, e per saper apprezzare il mistero di un luogo forse nemmeno una vita può bastare.
Si crea allora uno iato ingannevole e lunghissimo fra certi obiettivi sperati e l'illusoria celerità con la quale ci sembra di poterli raggiungere.
Che per fortuna, la lezione un po' l'abbiamo imparata, ma quel senso lieve di frustrazione, di inadeguatezza, in fondo in fondo al cuore, rimane sempre.

In questo modo è salutare, lenitivo, esistenzialmente balsamico (...immagine a rischio, lo so, confondibile con l'aceto, ma la lascio lo stesso...), mettersi lì a volte e porsi un obiettivo a brevissima scadenza, una robina veloce e pratica per la quale non si deve impegnare nemmeno un neurone e della cui portata a termine siamo perfettamente sicuri.
E' così che mi sono perso allora con la mente, spolverando le vecchie matite, le biro, i portamine, le gomme, i righelli, i temperini ed i loro contenitori.
Questi micro-compiti in fuga dal fattore "C", è importante che siano di carattere strettamente e banalmente pratico, perchè è proprio lì, nella semplicissima concretezza diretta, che puoi tornare a misurare l'effettiva velocità ancestrale dell'anima.
Ancor meglio se c'è qualche elemento naturale a mettersi di mezzo.
Nel mio caso, casualmente sono entrati in ballo il vento e il sole: mi sono affacciato alla finestra spalancata, posando tutte le mie robine sul davanzale, e una brezza dall'intenso odore di primavera mi ha aiutato a disperdere tutta la polvere nella luce.
Voi direte che mi accontento davvero di poco e che ho avuto pure un'infanzia infelice, ma io vi garantisco ed insisto che in quei dieci minuti-un quarto d'ora che sono stato lì a scrollare i segni del tempo dai miei antichi ammennicoli scolastici, me la sono proprio goduta un mondo.
E nel farlo, pensavo al tempo che ci vorrà ancora perchè la polvere torni ad accumularsi su quegli oggetti con sufficiente copiosità, pregustando già il momento in cui dovrò tornare a rispazzarli.
Ma per quella non c'è fretta, mi sono detto: ad aspettare la polvere, io sono bravo.