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lunedì 6 maggio 2024

Toprofumi







Pierfiorpino de Burfaldi Spini Priori

Era un topino ghiotto perso di bei fiori

 

Decespugliava un’aiuola di iris e viole

Così che l’alito gli veniva color del sole

 

Quando baciava la baffuta cara morosa

Lei fluttuava da gran Giantopa ben giocosa

 

Divoravano insieme dolci sillabari

Fino a squittire poco dopo in versi binari

 

Il Rosicchia e la Giantopa

Viaggiaron tutta l’Europa

 

Prima tappa nella Spagna di dentro

Dove lui pasteggiò a sangria e rododendro

 

Fu passando anche dalla Francia di sotto

Che Pierfiorpino si ingollò fior di bergamotto

 

Quando arrivarono in Slovacchia orientale

Una cesta si sbafò di purpurea digitale

 

Di veleno dei fiori ne beveva a galloni

Perché era tutelato da 22 assicurazioni

 

Con gusto infatti in un soggiorno londinese

Senza una piega pappò oleandri per un mese

 

Nella Russia dei sovieti

Sbocconcellò dieci roseti

 

In Belgio si coprì di foruncoli

Esagerando coi ranuncoli

 

Di passaggio dalla Pannonia

Si fumò via chili di begonia

 

Sfiorando la punta di Gibilterra

Fagocitò di gerani un’ampia serra

 

Alla dolce casa un bel dì ci fu il ritorno

Fra sospiri odorosi di robinia e di viburno

 

E insufflando oggi a tutto fiato boccette di zagare e lillà

Vendono profumi marchio Giantopa in de Burfaldi Spa

 




 

domenica 17 marzo 2019

Che cosa ho imparato cantando in un coro


Cantando in un coro ho imparato che cantare è uno dei modi più belli di stare insieme agli altri.

Cantando in un coro ho imparato che non conta tanto l'importanza del coro: conta quanto senso di bellezza ci si riesce a trasmettere a vicenda.

Cantando in un coro ho imparato che anche se a volte stono un po', o non tengo il tempo, o non ho la voce abbastanza forte, ci sono gli altri a sostenerti, a metterci una pezza, a riempire le mancanze.

E se la difficoltà viene da parte di altri, ho imparato la soddisfazione di poter essere io di aiuto.

Cantando in un coro ho imparato la meraviglia di sentire la mia voce diventare una sola impalpabile nuvola, con altre dieci voci o più.

E vedere quasi la massa del suono che si alza nell’aria, e disegna uno sbuffo di gioia generale, andandosi a spalmare contro il soffitto e le pareti, come un affresco dipinto di calore umano e fiato.

Cantando in un coro ho imparato quella incredibile sensazione dell’imparare da zero una canzone tutti insieme.

E più ci si addentra nel mistero della melodia, più ci si sente uniti e si ha la gradevole e inspiegabile impressione, di conoscere un po' meglio se stessi e chi canta con te.

Cantando in un coro ho imparato che saper ridere in compagnia è una cosa molto seria, e la si raggiunge con l'esperienza e un po' di prove.

Cantando in un coro ho imparato che anche le voci che si sentono meno sono fondamentali come quelle più squillanti e voluminose.

Perché spesso le voci che si sentono meno introducono una sensibilità di sottofondo capace di guidare l’insieme delle voci.

Cantando in un coro ho imparato che il cammino da percorrere insieme è spesso molto più bello della meta da raggiungere.

Cantando in un coro ho avuto la conferma dell’importanza decisiva di ascoltare la voce degli altri.

E, stupore degli stupori, mi sono reso conto che tante volte, più la voce ascoltata è diversa dalla propria, più il risultato della loro fusione e sorprendente e ricco.

Cantando in un coro ho imparato che, va beh, è una gran soddisfazione riuscire a dire “io”, ma è assolutamente fantastico poter cantare “noi!”.

giovedì 28 febbraio 2019

In riva alle parole


Adesso che il Grande Fiume si prepara a indossare di nuovo il cappottino primaverile…sulle sue falde vellutate, scritte da salici amanuensi con le dita spoglie nel vento, e fra le tasche di pioppi, crespe di ramaglie ancora nude…si tornano a vedere capannelli di ex-giovanotti seduti a raccontarsi le loro pensionistiche memorie.

Reputo il fiume un “moltiplicatore di riti”, per cui son quasi certo che ciascuna piccola abitudine popolare di un paese, si rifletta più o meno uguale in tutti gli altri paesi affacciati sulla corrente.

È un gioco di specchi dei modi di fare quotidiani.

A ogni ansito d’ansa, a ogni nautica un minimo accogliente, a ogni natica fluviale formata dal capriccio delle pendenze idrauliche, ecco “accadere” puntuale e regolare, come la malinconia dell’una e dodici del pomeriggio, una ridotta compagnia di chiacchieratori anziani.

Parlano perlopiù con le voci rivolte alla sponda, non hanno tanto bisogno di guardarsi in faccia, le loro parole le dicono in buona parte all'acqua in movimento.

Sono fatti che valgono vite intere, a venir tirati in ballo.

Notti di turni in fabbrica…quella volta, sotto una volta soltanto di stelle, con la Palmira dietro un macchione…una razzia di ciliegioni finita con un bagno nella lanca…e com’erano buono i salumi di una tempo…le migliaia di ore trascorse in compagnia dell’aratro attaccato al trattore…e come cantavamo da giovani nelle osterie…

Con questa farina di parole s’infornano le pagnotte di racconti dei vecchi in riva al fiume.

E l'acqua, ce la mette l'umido che porta a valle.

E il lievito, le folate di brezza, ancora attardata a soffiare sulla coda all’inverno dalle erbe ingiallite.

Così le storie raccontate dai vecchi, si involano placide nel canale, e le parole di cui sono fatte si incontrano strada facendo.

Uno spizzico di racconto partito da una nautica, rimane incagliato più avanti, nel seguito di una storia pronunciata cento chilometri in là.

Il particolare di un fatto buffo si smarrisce dal resto della trama, e finisce per infilarsi in un episodio diverso, creando un racconto composito, alla fine nato dietro il riparo creativo di mille pioppi…

In questo modo, il fiato del fiume nel suo corso verso il mare si intepidisce di cento storie mescolate come un gran mazzo di carte, ognuna calata che era una briscola, ma rialzata a riva con la bizzarria di un inedito scartino.

E con la Palmira allora si mangiò pane e salame in fabbrica…i ciliegioni li regalavamo alla miglior voce intonata della compagnia…mentre nella lanca, calando il bilancino, venne a galla, non si sa in virtù di quale balla portentosa, un aratro intero…

Di questo s’impasta, l’aria del fiume, nel suo correre a valle. Del miscuglio di poesia delle storie dei vecchi, che da mille piccole ch’eran nate, una grande e unica ne sfociano, tra la salsedine e le spiagge…

mercoledì 14 novembre 2018

Dròch e i suoi fratelli


Chi vuol bene alla zia, ama anche l’etimologia!

Mi sono permesso di iniziare in modo scherzoso, per parlare di una disciplina che ho sempre trovato molto affascinante.

L’etimologia, appunto.

Come saprete, secondo la definizione ufficiale, si tratta della scienza impegnata nello studio dell’origine delle parole.

Per rendere meglio conto della bellezza della cosa, però, possiamo vedere l’etimologia come una sorta di attività d’indagine, indirizzata alla ricerca del cuore delle parole, del loro senso più intimo.

Dietro i modi di dire ci sono sempre dei modi di pensare. L’etimologia, in senso più ampio e complesso, consiste dunque nel ripercorrere a ritroso la lunga avventura del pensare umano, in ragione di come quest'ultimo si è dipanato sotto forma di parole.

Ad essere precisi, quando l’etimologia fa questo scatto di qualità, dovrebbe essere chiamata più propriamente “ermeneutica”.

Non è chiara l’origine di questo termine prezioso, traducibile con “arte dell’interpretazione”.

Ma per molti studiosi, nella parola “ermeneutica” sarebbe contenuto un evidente riferimento al dio greco Hermes, il messaggero degli dei, incaricato di fare da “traduttore” (per così dire) di quanto la divinità intendeva dire agli uomini.

Da qui deriva una straordinaria considerazione: nel nucleo più remoto delle parole, starebbe nascosta l’antica contrattazione giocata fra umano e divino nell’intento di scoprire e definire il senso del mondo.

Attenzione, questo non c'entra nulla con la fede o con le varie confessioni religiose.

Ha invece antropologicamente a che fare con il mistero dell’universo e della vita, che l’uomo primitivo, iniziando per le prime volte a nominare le cose, cercava in qualche modo di domare, contenere e forse sperava di dominare.

Non sarà un caso che, in tutt’altra tradizione culturale, quella ebraica, il vangelo di san Giovanni inizi niente meno che in questa maniera:
“…In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio…”.

Ma com'è che sono finito a parlare di tutti questi argomenti?

Vi farà ridere, ma in realtà volevo soltanto raccontarvi qualcosa riguardo a un buffo termine dialettale e su un piccolo esperimento ermeneutico che ho provato a praticare su tale parola.

La paroletta in questione me l’ha ricordata di recente un caro amico, ed è “dròch”.

Di solito compare in abbinamento al verbo “dare”, in espressioni tipo “dàgh un dròch” (letteralmente: “dagli un drocco”), e sta a indicare un’esortazione a svolgere un certo lavoro affrettando la conclusione, senza curarsi troppo dei dettagli o delle rifiniture.

La parola è curiosa e di per sé merita attenzione, ma senza conoscerne l’origine si rimane un po' come sul più bello di una storia, di cui non ci venga raccontato il seguito.

In mancanza di etimologie sicure (che col dialetto sono ancor più difficili da ricostruire), riguardo a “dròch” mi sono creato una mia piccola ipotesi.

Per assonanza, mi sono ricordato l'esistenza di un altro termine dialettale piuttosto strano: “drucà”.
Lo sentivo dire più che altro da bambino, spietatamente riferito a persone che, per un motivo o per l’altro, presentavano limitazioni fisiche tali da rendere difficili i movimenti.

“L’è drucà” voleva dunque dire “è malandato fisicamente”.

Qui l’aggancio alla possibile etimologia mi è sembrato più immediato. In una terra in cui è alquanto assodata la familiarità con la parola “rocca” e con tutte le guerresche operazioni medievali di assalto e tentativi di distruzione della medesima, mi è parso naturale vedere nascosto nel dialettale “drucà”, l’italiano “diroccato”.

Mi sono chiesto se fra “dròch” e “diroccato” poteva esserci un nesso.

Forse “dàgh un dròch” (“dagli un drocco”), tradotto alla lettera potrebbe funzionare meglio con “dagli un dirocco”?

Si riferirebbe a un modo di terminare le cose così sbrigativo e grossolano, simile a quanto si richiede nelle operazioni necessarie a diroccare una rocca?

Non lo so. Forse il tutto potrà suonare un po' forzato, ma a volte con l'etimologia e con l’ermeneutica, la cosa importante, più del risultato ottenuto, è il divertimento gustato lungo il percorso fatto.

Mi sento allora di consigliarvele. Se vi capita, frequentate l’ermeneutica, praticate sani esercizi di etimologia.

Sono attività buone per la mente e costano anche poco. Molto meno che drogarsi, ad esempio...

martedì 22 maggio 2018

Papaveri


Uno degli spettacoli più belli di questa stagione nelle nostre campagne è offerto da un umile fiore spontaneo: il papavero.

La cosa che mi lascia sempre stupefatto, ammirando i papaveri, è che si stagliano sul paesaggio e al tempo stesso ci si mischiano. Sono ben differenziati dal verde che perlopiù fa da sfondo, ma insieme mescolati, fusi con esso. Sembrano piccoli spot sparsi a caso con un evidenziatore, ma non si impongono, bensì si mostrano quasi preoccupati di dare risalto al contorno.

Non so se etimologicamente sia sensato, ma la parola inglese per dire papavero, “poppy”, contiene un'onomatopea molto azzeccata. Sembra proprio che facciano un suono così, quando li ammiri punteggiare un campo di grano ancora acerbo: pop, pop, pop…

In questa loro proprietà esplosiva sono aiutati dal lungo gambo mimetico, che evapora allo sguardo dell’osservatore già a soli pochi metri di distanza, lasciando alle vivide macchie purpuree la libertà di volare radenti al suolo, facendo quasi dimenticare la nozione di gravità terrestre.

Il papavero sa essere singolare e plurale, esprimendosi sempre al meglio. Non sai mai se sia più bello in gruppetti isolati di pochissimi, se non addirittura macchia solitaria, oppure nelle chiassose distese collettive alle quali sa anche unirsi.

A volte un campo istoriato di papaveri appare come una pagina scritta con particolari caratteri, e su quella pagina sembra quasi di leggere queste parole:

“…Gli uomini nascono eguali, ma nascono anche diversi…[…]... L'unicità dell’io non contraddice in alcun modo al principio dell'eguaglianza. La tesi che gli uomini nascono eguali implica che essi tutti condividono le stesse fondamentali qualità umane, che condividono il destino fondamentale degli esseri umani, che hanno tutti lo stesso inalienabile diritto alla libertà e alla felicità. Significa che il loro rapporto è un rapporto di solidarietà, non di dominio-sottomissione. Quel che il concetto di eguaglianza non significa è che tutti gli uomini siano identici…[…]…La libertà positiva implica anche il principio che non esiste un potere superiore a questo io individuale unico, che l’uomo è il centro e lo scopo della sua vita…[…]…Affermare che l’uomo non deve essere soggetto a qualcosa di superiore a lui non significa negare la libertà degli ideali…”.

Parole simili scrivono da secoli sui campi, i papaveri…fino a quando un grande pensatore come Erich Fromm, nel 1941, non venne colto dall’ispirazione di tradurle sulla pagina per gli uomini, nel suo saggio capolavoro “Fuga dalla libertà”.

sabato 1 dicembre 2012

Il fusibil prodigo


Narrai già in altre occasioni del mio rapporto, piuttosto conflittuale anziché no, con l’automobile, intesa sia come oggetto di uso quotidiano (meglio se mensile o annuale, per i miei gusti…), sia come distorto feticcio della modernità. I lettori più affezionati e di lunga data sapranno che per i miei spostamenti meccanizzati mi affido ai servigi di una normale “inutilitaria” targata 313 GT. 

GT non vuol dire Gran Turismo, bensì Gattopoli, la provincia in cui Gillipixiland si trova (la geografia completa di Gillipixiland sarebbe la seguente: Gillipixiland, provincia di Gattopoli, regione di Pigronia, repubblica indipendente della Smutandovia).

La 313 GT non è mai stata un fulmine di guerra. Fa dignitosamente il suo dovere di portarti dal punto A al punto B, concedendoti di seguito anche l’omologo privilegio di rispostarti a ritroso da B ad A, con sufficienti requisiti di comfort. E questo è quanto da un’automobile ci si dovrebbe attendere, a mio modesto parere. Non “…che sia una cosa venuta / dal cielo in terra a miracol mostrare…”, come molti illusoriamente invece si lasciano convincere che dovrebbe essere, in messianica disposizione d’animo.

Ad ogni modo, non va negato che dietro al moderno “fenomeno automobile” si celino non a caso infiniti misteri. Fra gli arcani motoristici più eclatanti c’è sicuramente la grave forma di “svalutatio precox” di cui soffre il prodotto automobilistico. Una vettura costa fior di quattrini all’atto dell’acquisto, da nuova. Ma basta non tantissimo tempo per farla deprezzare in misura vertiginosa. Tanto che ad un certo punto del processo di svilimento valutario, si arriva quasi agli estremi di essere costretti a sborsare di nuovo dei soldi pur di liberarsi dell’ormai inutile fardello. Nel corso del cammin di sua svalutazione, tuttavia, accade un ulteriore portento misterico. Se malauguratamente incappi nella necessità di dover riparare un guasto (rigorosamente fuori dal periodo di garanzia, ovvio…), con annessa sostituzione di qualche pezzo, ti accorgi con sommo stupore di come le “parti” del tuo mezzo non stiano seguendo più il destino del “tutto”. Beffardamente, loro sì, mantengono l’altissimo valore d’origine, anzi, riescono addirittura a sopravanzarlo di brutto, mentre la macchina nella sua totalità si declassa a precipizio. Tanto che, considerando una ipotetica sommatoria dei pezzi conteggiati ad un prezzo “da riparazione”, credo ne deriverebbe un valore molte volte superiore a quello sborsato al momento dell’acquisto del loro blocco intero, ossia dell’auto stessa.

In pratica, accade che i singoli fattori si ribellano alla loro rispettiva unità di riferimento, la parte non ubbidisce più al tutto, lasciandoti lì, fessacchiottisticamente basito, a non poter far altro che prenderne atto con “consumistica” rassegnazione. E col consumismo non si scherza, si sa. Lo puoi irridere, te ne puoi lagnare, puoi applicare piccoli accorgimenti difensivi, lo puoi persino sbeffeggiare, ma alla fine le sue leggi prevalgono e, più o meno consapevolmente, devi chinare il capo. E anche queste sono soddisfazioni.

A meno che non s’inneschino talvolta delle piccole aporie, degli inusitati mini-bachi insinuati nel sistema, i quali, pur non avendo la forza di trarti fuori dall’ingranaggio tritatutto, perlomeno possono recarti alcuni attimi di svagata micro-rivalsa. Inutile ai fini pratici, certo. Ma almeno recante lieve soddisfazione sotto il profilo poetico esistenziale.

Com’è capitato appunto a me con la 313 GT. Se GT non significa Gran Turismo ci sarà un motivo. Qualche piccola magagna, nel proprio panorama di fornitura del comfort viabilistico, la 313 GT non me la risparmia di certo. In particolare, ho scoperto qualche tempo che è debole di fiato. La ventolina che serve a fare aria calda d’inverno e fredda d’estate, dispone di quattro velocità. Sino al livello 3, la 313 GT può anche reggere, ma se ti azzardi a pretendere la gran sfiatata a quota 4, pufff!!! Si annulla finanche il benché minimo refolo d’aria.

Quando m’accadde per la prima volta di ritrovarmi al volante della 313 GT compassionevolmente  sfiatata, proprio in virtù dei ragionamenti poc’anzi elucubrati, mi preoccupai alquanto. Stai a vedere, mi dicevo, che adesso mi tocca cambiare la ventolina, pagandola a peso d’oro, neanche fosse un cilindro della De Soto di Howard Cunningham in Happy Days…

Invece no. Il difetto era meno grave del paventato. Di fatto, grazie anche alla cooperazione di un elettrauto onesto (e questo va rimarcato), si venne a scoprire che la ventolina poteva ancora reggere dignitosamente il colpo, ma andava semplicemente sostituito un piccolo fusibile. Fu il buon uomo stesso ad ammonirmi di non sforzare mai la ventolina oltre la velocità 3. E con 5 euro me la cavai.

Potete immaginare che dimenticarsi, guidando sopra pensiero, dell’inviolabilità suprema del grado 3 di soffiatura della ventolina, sia un attimo. Per cui in seguito è successo di nuovo: ho inavvertitamente sospinto la ventolina alla sommità estrema del cimento eolico, ritrovandomela puntualmente muta ancora una volta. Sono tornato dallo stesso elettrauto, il quale mi ha praticato il solito mini rappezzo del fusibile, segnalandomi stavolta che se avessi voluto ovviare in maniera risolutiva all’inghippo, avrei dovuto cambiare la ventolina, con esborso superiore ai 100 €. Come volevasi dimostrare. 

Ho detto che ci avrei fatto su un pensiero, e “messer lo conoscitor cortese di batteria et spinterogeni” stavolta non ha voluto nemmeno un centesimo, accennando al fatto che magari ci saremmo rivisti se mi fossi deciso a cambiare tutta la ventolina. Le cose non sono andate così. Pur avendo apprezzato al massimo l’onestà di quel rispettabilissimo lavoratore, un po’ per pigrizia, un po’ perché del grado 4 di sfiatate della 313 GT potevo anche benissimo fare a meno, non sono più tornato in quella officina. Ma lo sfiatamento della ventolina, per un'altra botta di sbadataggine, si è riproposto immancabile. Stavolta sono andato da un altro elettrauto, per vari motivi. Anche qui sono cascato bene: addirittura non ha voluto niente per il fusibile, reputando il tutto un’inezia di intervento che mi elargiva volentieri gratis. Ringraziando di cuore, me ne sono andato più soddisfatto che mai e quasi fiero della mia ventolina un po’ asmatica.

«…Alla fine avrai imparato la lezione, piantandola una buona volta di svalvolare smodatamente la ventolina fino a velocità 4?...», mi domanderete voi a questo punto. Mi piacerebbe rispondervi che sì, ormai l’ammaestramento m’è stato sufficiente, ed invece “sì e no” mi tocca dirvi. Un po’ perché non posso garantire di non incappare in futuro in altre disattenzioni, un po’ perché le vie delle ventoline deboli di bronchi sono davvero infinite. Lo sbiellamento ventilatorio si è infatti materializzato di nuovo pochi giorni fa. Per causa sempre mia, anche se non propriamente diretta, stavolta. Ho dovuto prestare la 313 GT a mio fratello, e la dimenticanza si è trasferita dall’atto puro del ruotare io di persona la rotella della ventolina, al fatto di non aver segnalato a lui quell’automobilistica fragilità polmonare. E zac, puntuale come un orologio svizzero, mio fratello ha messo la rotella a 4, e la ventolina si è ri-sfiatata. Terzo elettrauto e quarto fusibile: è andata bene nuovamente, molto gentilmente pure lui non ha voluto una ghinea per il suo nobil servigio.

E’ stato così che la buffa sequela di mini-vicissitudini para-consumistiche protratte nel tempo mi ha fatto riflettere. Assodato che prima o poi nello sfiatamento della ventolina ci si ricade (chissà, magari succederà in un’altra occasione che lascerò la macchina accesa con la portiera aperta ed un gatto salirà furtivamente, andando pigiare proprio la ventolina sulla velocità 4; oppure sarò preda di una scarica di tic compulsivi stile Charlot in «Tempi moderni», che mi costringeranno a ruotare la rotella dell’aria al massimo; oppure per mille altre mirabolanti cause inimmaginabili allo stato attuale…), ho allora pensato che se arriverò a far cambiare un 8mila o 9mila fusibili circa, da altrettante differenti officine di elettrauto, avendo la fortuna ogni volta di poter godere della gratuità, alla fine mi sarò ripagato l’intera 313 GT come fosse nuova, per il controvalore equivalente calcolato in fusibili. E se pur così facendo, il consumismo non lo avrò sconfitto, si saranno fatti ad ogni buon conto non pochi sorrisi.

mercoledì 8 febbraio 2012

L’opportunità di bambineggiare ancora



C’è un piccolo visitatore dei giardini che si presenta sempre con regolarità ogni inverno, ma soltanto quando si creano determinate circostanze: neve e freddo intenso. In questi giorni, le due condizioni si sono concretizzate in pieno e come da copione il grazioso mini-ospite è arrivato: un delicato rappresentante dell’allegra famigliola dei pettirossi, guizzante da par suo, fra un ramoscello imbiancato ed un arbusto intirizzito. A me è parso un esemplare solo, ma magari erano diversi di passaggio, però in momenti sfalsati. Chi lo sa. Mi sarebbe piaciuto fissarlo in una bella foto, ma non ne ho avuto il modo, sia perché è velocissimo e pressoché imprendibile nel ridotto recinto di un fotogramma, sia perché non importava poi più di tanto. Averlo potuto ammirare in quei fugaci attimi è stato già un piccolo incanto di per sé.

A parte il fatto che mi è sempre stato molto simpatico, anche per quella sua sagoma “pallottiforme”, che lo rende più aggraziato e “cartone-animatesco” rispetto ai comuni passerotti, non sarei nemmeno venuto qui a parlarvi del pettirosso oggi, se la sua tenera sortita non mi avesse suggerito altre riflessioni. 

Osservandolo, mi è venuta infatti alla mente, non so nemmeno come mai, quella leggenda indefinita, forse studiata anche a memoria all’epoca delle elementari sotto forma di poesia, secondo la quale la singolarità di quella “macchia” rossiccia anteriormente depositata sul piumaggio del piccolo “4 grammi” svolazzante, sarebbe da far risalire all’epoca della crocifissione di Gesù. Il “balzelloso” uccellino si sarebbe trovato nei paraggi del Golgota ed avvicinandosi alla croce, con i limitati mezzi uccelleschi messi a sua disposizione dalla natura, avrebbe tentato di alleviare le sofferenze del Cristo, non ricordo bene se cercando di svellere i chiodi, oppure di sollevare la dolorosa pressione delle spine calcate a corona sulla fronte. Le gocce di sangue avrebbero fatto il resto.

Non sarei venuto a parlarvi nemmeno di questo, se i miei pensieri si fossero conclusi tutti qui. La parte più significativa è giunta appena dopo, o quasi in contemporanea direi. Mentre mi sovveniva la levità di quell’ingenua antica leggenda, ho sentito infatti salire quasi all’unisono dentro di me la forza molesta del cinismo adulto nel frattempo acquisito, che mi imponeva praticamente in automatico di sorridere in misura piuttosto sarcastica di simili reminiscenze infantili.

Stavolta però, subito in successione, si è verificato un altro fenomeno particolare: lo scetticismo razionalizzante e semi-istintuale scattato in un primo momento, è stato a sua volta spazzato via da un piccolo moto di ribellione di segno contrario. Mi sono detto: «…Ma chi se ne frega?!?!?! Lasciati andare per un attimo! Anche se non è vero, si paga uguale. Guarda com’è simpatico ed elegante nei suo movimenti: anche se è una balla, è bello lo stesso, non dico crederci, ma almeno per un minuto concedersi allo smarrimento senza pretese, in quel territorio della mente dai confini così labili a delimitare il vero dal non vero…».

Non che me ne importasse di difendere in modo particolare quella leggenda, che tra l’altro anche da bambino non mi aveva mai esaltato più di tanto, così densa, come mi appariva pure allora, di ridondante e deamicisiana melensaggine. E nemmeno è mia intenzione di venire ad impiantare qui una crociata a favore del “credulonismo” più arrendevole, da qualsiasi fonte esso possa trarre ispirazione. 

Il mio sentire era di carattere più sottile e generale.

L’acquisizione di una maturità adulta è una conquista importante, “la” conquista per eccellenza direi, alla quale ciascuno tenta di pervenire lungo una serie molto lunga di tappe in crescendo della propria personalità (io sto ancora lottando parecchio in questo senso e per me la strada da fare è ancora parecchia, ma questo è un altro discorso…). Però, forse più spesso di quanto non crediamo, succede pure che lungo questo duro ed malagevole cammino, ci perdiamo per strada taluni ingredienti caratteriali che magari varrebbe invece la pena conservare, o perlomeno far evolvere in sintonia con le altre qualità acquisite nel tempo. In questo senso, non è detto che una sorta di “ponderata credulità” sia da considerare in ogni caso un disvalore. Quando si è imparato a tenere sempre ben presente la lezione fondamentale che ci spiega come il passo fra l’esser “creduli” ed il divenire invece dei “creduloni”, è minacciosamente molto breve, per il resto ci si può giostrare le cose “cum grano salis”. 

Elevando ancor più l’altitudine del discorso, ritengo che questa non meglio definibile “ponderata credulità” faccia parte in pianta stabile del corredo culturale dell’artista, per esempio, oppure dello scienziato impegnato in ricerche caratterizzate da una certa purezza concettuale particolarmente astratta (il cui prototipo più immediato che mi sovviene è senza dubbio l’immagine di Albert Einstein), o ancora del grande filosofo, e così via. In generale, questa “credulità nobilitata” può essere vista allora come una componente imprescindibile della creatività: essa risiede in quella capacità, non comune ma da tutti coltivabile, di lasciarsi attraversare da energie illusorie, senza farsi sopraffare da queste ultime. 

Non sempre le grandi utopie della storia hanno recato con sé conseguenze significative. Molte sono svanite nel nulla come una bolla di sapone. Ma le volte che qualcosa di notevole ne è derivato, senza dubbio “a monte” e nell’animo di chi quei sogni, anche strampalati, ha coltivato, c’era una cospicua dose di “credulità nobile”: di essa ogni utopia si è senza dubbio nutrita.

Ecco perché, alla vista di quel “mini-spiumettoso” rossiccio nel mio giardino, è stato bello non essermi accontentato della prima immediata repressione “cinicheggiante” che mi ha colto sul momento. Un po’ per tutte le riflessioni che vi ho raccontato. Un po’ per un’altra, a mio parere, importante considerazione che ne ho tratto. Se avessi dato retta al primissimo impulso di andarmene di là, magari a verificare le bollette del gas o a produrmi in simili “adultevoli” performance, invece di soffermarmi a considerare con maggiore gentilezza l’antica leggenda in questione, non ne sarebbe derivato l’agio di domandarmi qualcosa riguardo ad una possibile origine di quella mitologica credenza. 

Nell’ambito del vitale spirito di osservazione popolare, il pettirosso è stato molto probabilmente da sempre associato, per affinità dettata dal suo singolare comparire e comportarsi, a frangenti che avevano a che vedere con il senso della sofferenza in generale. Arriva quando c’è neve e tanto freddo, con la stagione più impervia, e di lì a supporre che sia spinto vicino alle case per via della penuria di cibo riscontrata nei suoi luoghi di dimora più consueti, ci vuole un attimo. Magari pure questa è un’ulteriore credenza scaturita a torto e forse non ha giustificazione “etologica” effettiva, ma poco importa ai fini del presente discorso. 

Quel che conta è stata la piccola epifania di significati che ne ho potuto trarre. L’associazione fra le semplici suggestioni scaturite da uno scenario naturale quotidiano e la dimensione più ampia del mistero del dolore del Cristo (che si creda o no: anche questo esula da quanto sto dicendo…) mi è parsa sfociare in una preziosità meditativa che in ogni caso valeva la pena di esplorare. A controprova del fatto che una giusta dose di “nobile credulità” non rappresenta, come a prima vista potrebbe sembrare, un laccio inutilmente tenuto collegato ad un passato da oltrepassare, bensì un elemento del carattere fondamentalmente sano ed utile ad integrare l’equilibrio auspicabile nell’atto del perseguire una propria maturità.

martedì 10 maggio 2011

Free as a bumblebee


Cari amici viandanti per pensieri, avevate mai sentito il detto «…Maggio, ronza l’ape nel foraggio…»?
No, eh? Per forza, è la prima volta che lo sento anche io…

Eppure per me la primavera in corso si sta rivelando ricca di coincidenze “apesche”, di piccoli episodi punteggiati dalla presenza di quegli spettacolari mini-amici ronzanti. Non è passato poi tanto tempo da quando vi ho raccontato del bombo e delle sue evoluzioni fra i fiori del ciliegio, che pochi giorni fa la pelliccevole portaerei in miniatura è tornata a farmi casualmente visita nel pieno della sua fiera buffezza giallo-nera.

E’ successo sabato pomeriggio.
Ma già in mattinata avevo avuto avvisaglie circa il fatto che si sarebbe trattato di una giornata all’insegna del leggiadro ronzar entomologico. Lungo il fossato che mi ritrovo dietro casa, c’è un arbusto al quale non daresti un centesimo per circa 350 giorni all’anno. Ma quando mette fuori i suoi fiorellini, si trasforma e soprattutto diventa una vera pacchia per le api. Me ne sono accorto passandoci di fianco appunto sabato mattina. Il ronzio era veramente spettacolare, sembrava creare una piacevole cappa sonora a protezione di tutta quella gran palla vegetale in fiore.

Sono immediatamente corso a prendere la macchina fotografica e seguendo l’esempio delle api che si rimpinzavano di polline a quattro palmenti, mi sono fatto anche io una gran scorpacciata di immagini. Era il paradiso del “bee watching”, su ogni fiore c’era un’ospite e non si sapeva proprio dove prendere: c’era l’imbarazzo della scelta, da tanti che erano i petali sui quali poter ravanare di obiettivo.

Vi riporto alcuni degli scatti più belli usciti da quella pantagruelica sessione fotografica, perché purtroppo l’evento culmine della giornata non sono riuscito a fermarlo con le immagini.
Purtroppo, ma anche per fortuna, perché in questo modo posso divertirmi ancor di più a raccontarvelo.


Sabato pomeriggio, mi sono ritrovato dunque nella serra di un fioraio che vende all’ingrosso. Non chiedetemi come mai sono andato a finire in quel posto. Unito alla notizia che posseggo un telefonino color rosa, questo fatto potrebbe far sorgere in voi strane supposizioni circa il mio conto. Ma soprassedendo su questi dettagli, rimane il fatto che me ne stavo lì ad ammirare sfaccendato alcuni graziosi fiorellini in vaso.

Non saprei dirvi il nome, perché come ben sapete, sono un campagnolo sgangheratamente inesperto. I nomi di piante e fiori, anche ammesso di averli sentiti qualche volta, difficilmente rimangono ancorati alla mia memoria. In questo senso, la mia ammirazione per la natura è proprio di un’immediatezza preistorica, perché anticipa le epoche delle classificazioni e delle assegnazioni di nomi e specie alla flora tutta.

Vi posso dire tuttavia che questi fiorellini somigliavano a tante piccole bocche. Li formava sostanzialmente una coppia di petali primari, incastonati uno sopra l’altro come due arrotondate labbra floreali. Già di per sé ce n’era abbastanza per rimanere ammirati da quel piccolo fenomeno di grazia e leggiadria. Ma il bello stava per venire di lì a pochi istanti.


Chi non mi sono visto infatti ronzare nei paraggi, giusto quel tanto per distrarmi dalla contemplazione floreale in corso? Era proprio lui, il mio caro e vecchio amico bombo, quella gran bombarda impellicciata in persona…

«…Mi sa che adesso ne vediamo delle belle…» ho pensato, «…quando c’è di mezzo quel gran bombarolo impeluriato, non sai mai cosa può accadere…».
E infatti lo vedo che con la sua consueta e simpatica goffaggine si mette a marcare stretto quel particolare fiore dalle labbra. Poi si avvicina sempre più e finisce per posarsi sul “labbro” inferiore.

E’ stato a quel punto che si è verificata la piccola meraviglia. Quando le zampette del bombo si sono posate sul petalo di sotto, la bocca del fiore è parsa animarsi di volontà propria. Le mascelle vegetali si sono gentilmente dischiuse, di modo che la bestiolina ha potuto calarsi a testa in giù dentro quel ghiotto calice.

Ovviamente, la dinamica effettiva della scena era stata dettata da un fenomeno molto più ragionevole, esattamente opposto all’apparente. Ossia, era stato il peso della ciccevole ape a causare la schiusa del pendulo petalo, ma tutto ciò rendeva forse ancor più affascinante l’evento. Sapere che fiore e insetto sono uniti da questa sorta di strana simbiosi gravitazionale, mi è parso altrettanto meraviglioso del vedere i petali inghiottire golosamente il proprio ospite.

Ho pensato ai secoli che ci avrà impiegato la natura per arrivare a stipulare questa sottilissima contrattazione di pesi. Chissà quante generazioni di bombi hanno dovuto cimentarsi con imprevisti ruzzoloni, slittate di zampe e cilecche vegetal-coitali, prima di riuscire a stabilire il contrappeso perfetto che rendesse possibile questo piccolo miracolo di equilibrismo entomologico.


La controprova l’ho avuta immediatamente dopo. Una volta levatasi di mezzo la ponderosa eleganza del bombo, è venuto il turno di una piccola ape comune. Anche lei si è posata sul labbro inferiore, ma niente di particolare ne è derivato. Non essendo pesante a sufficienza, la cuginetta mingherlina del bombo si è dovuta accontentare di suggere molto più ordinariamente in superficie. D’accordo, sempre un bel vedere, ma niente di paragonabile all’immensa goduria insita nelle ben più teatrali gesta bombonesche.


E le coincidenze erano destinate a non fermarsi a quel punto, perché l’altra sera, riprendendo casualmente in mano la mia vecchia e cara edizione di poesie di Emily Dickinson, sono incappato in questi versi, ai quali non avevo mai fatto caso prima, e grazie ai quali ho scoperto che “bombo” in inglese si dice con una paroluzza dalla simpatia giustamente soppesata sulla familiarità del buffo ronzatore: bumblebee.

Some things that fly there be –
Birds – Hours – the Bumblebee –
Of these no elegy.

Some things that stay there be –
Grief – Hills – Eternity –
Nor this behooveth me –

There are that resting, rise.
Can I expound the skies?
How still the Riddle lies!

(c. 1859)

Vi son cose che volano –
Uccelli, ore, il bombo:
Non è per queste l’elegia.

Vi son cose che restano –
Il dolore, i monti, l’Eterno.
Nemmeno queste a me si addicono.

Altre sostano e sorgono.
Posso spiegare i cieli?
Com’è immoto l’Enigma!



sabato 11 settembre 2010

Gocce di Verzèl n° 5…o dei pensieri del cavolo


“…Why should I care
If I have to cut my hair?...”
The Who - 1973

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Stamattina mi son detto: voglio superare me stesso! Qual è la cosa più inutile, oziosa, minoritaria, marginale, essenzialmente fondata sul nulla assoluto, di cui io possa scrivere?
Detto, fatto: sono i goccioloni sulle verze!
Se qualcuno mai riuscirà a parlare di un tema più vacuo di questo, beh, lo vorrei proprio conoscere. Perché in quel caso, signori miei, ci troveremo al cospetto di un genio supremo.

Il fenomeno dei super agglomerati idrici diffusi sulla superficie fogliare della “brassica oleracea” (per gli amici: “verza”; per i più intimi ancora: “cavolo”) mi affascina ormai da un po’ di tempo. Sempre in virtù della mia spiccata propensione alla socialità in genere, che mi porta ad entrare maggiormente in confidenza con una verza di quanto non riesca a fare con un umano, ho osservato spesso questa manifestazione della natura tanto inessenziale quanto ricca di una sua piccola dose di defilata spettacolarità.

L’evento si verifica di preferenza sulla verza giovane. Bisogna infatti essere ancora lontani dalla formazione del tipico bozzolo cavoloso della verza matura, ed il vegetale deve presentarsi con le sue ampie foglie verde cupo belle distese. In questa fase, i nostri esemplari offrono al cielo giuste giuste le fattezze di piccoli ombrelli bene aperti, pronti a ricevere l’alternanza vivifica di raggi solari e di scrosci piovani, che sono la benedizione del loro successivo arruffamento nel delizioso panetto a palla, di cui i buongustai vanno ghiotti.

Ed è proprio con la complicità della pioggia, che il piccolo portento di cui vi voglio parlare, si concretizza. Se si tratta di un bel temporale, tanto meglio, oppure credo che basti anche una bella rigorosa rugiada come si deve, ma fatto sta che dopo il suo confronto con una qualche circostanza acquea di rilievo, potete ammirare la vostra rigogliosa verza impreziosita da una spruzzata di meravigliosi goccioloni obesi.


Ora qui s’impone di riflettere sulla questione della goccia. La goccia in natura, la possiamo considerare come una sorta di chimera evanescente quanto mai. Di gocce ne parliamo spesso, soprattutto a livello metaforico, in tantissimi dei nostri ragionamenti quotidiani. Ma in effetti sono pochissime le circostanze in cui ci siamo ritrovati a poter osservare, con nostro ampio agio, una goccia d’acqua ben formata, fermata e stabilizzata nello spazio e nel tempo.
Per fare alcuni esempi, le gocce di pioggia sono innumerevoli e di mille fogge, ma non si possono guardare attentamente con la calma sufficiente, perché tempo che l’occhio le catturi, son già belle e che fracassate al suolo. Le gocce di sudore, altresì, sono più addomesticabili dall’occhio, ma complice la superficie cutanea, si sfaldano presto, si diramano nelle mille strade di rivoli dettati dalle curve e dalle pieghe del corpo, perdendo ad ogni mm. del loro cammino-scia sempre più volume e consistenza.

Ecco dunque che la verza si prefigura come validissimo alleato nella non comune impresa dell’osservazione delle altrimenti fuggevoli gocce acquee. E che signore gocce, mi viene da dire!
Tutto si gioca, da quanto ho capito, sulle proprietà speciali che può vantare proprio la superficie delle foglie. L’impermeabilità di cui la verza può andare fiera è qualcosa di eccezionale. Ho provato poi anche a simulare il fenomeno versando sopra al soggetto una scodella d’acqua, tanto per vedere cosa succedeva, ed ho potuto assistere alla nascita in diretta di decine e decine di gocce perfette. Peccato però che riproducendo artificialmente il meccanismo, le gocce non si fermino. Anzi, dovevate vederle: scorrono via rapide dal mantello verzale con la stessa celerità di un nugolo di impiegati ed operai pendolari scesi da un treno alla stazione Cadorna di Milano nell’ora di punta.

Non è così facile infatti per la massa acquea trovare appigli lungo il super sofisticato tessuto da cui è formata quella serica cute cavolesca, quella sorta di Verzetex (©) che dovrebbe essere oggetto di studio scientifico al fine si sostituire l’ormai obsoleto Goretex.
Per questo è ancor più stupefacente lo spettacolo che si presenta dopo una bella pioggia abbondante. Chissà quali equilibri si sono giocati fra verza e Giove Pluvio, chissà quali compromessi fra goccia e foglia, quali accordi segreti di attriti e scivolamenti si sono stabiliti per contratto naturale, tanto da fare addensare una sequela di goccioloni tali.

Sono gocce grasse e rigogliose quelle che potete ammirare, belle incurvate nel punto di contatto fra la foglia ed il loro perimetro di base, divenuto quasi una sorta di ampio piedone placido posato indolente sul verde. Sembrano perle di varie misure, eleganti nella loro superficie tesa quasi al limite dell’infrangersi in un rivoletto improvviso, che però viene tenuto in sospensione costante. S’imbevono della luce e te la rimandano amplificata, com’è proprio della loro natura di effimeri diamanti tondeggianti. Sono sensuali e donano allo sguardo una sotterranea soddisfazione gioiosa, come accade con tutti i fenomeni naturali ricchi di curve ed abbondanza.

La bellezza dei goccioloni verzali sta quindi tutta in questo gioco di sottilissimi equilibri fra aria, acqua e flora, in grado di dar vita ad un fascino precario nella sua pur circoscritta stabilità.
Il sole infatti presto esigerà il suo tributo, richiamando verso il cielo, con un graduale svaporare, la loro luce che gli appartiene. Ma nel frattempo forse qualche occhio sfaccendato, non avendo per sua fortuna impegni più impellenti da onorare, si sarà ben pasciuto di quella piccola e fugace meraviglia.

- Qui anche il mio sasso perfetto al 100% ha voluto dire la sua