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mercoledì 26 maggio 2010

La mano scrive, ma la mente non se ne avvede


Con le cosiddette «epifanie del lettore» già vi ho fatto «‘na capa tanta» in innumerevoli e ripetute situazioni bloghesche, declinando di volta in volta il concetto nelle sue più strambe varianti. Quello che non mi sarei mai aspettato tuttavia, era di incappare in una «epifania dello scrivente autoindotta».
Questo strano fenomeno si concretizza quando capita di scrivere una frase della cui “fonte d’ispirazione” sapremmo dire poco o nulla.
Proprio per questo motivo, una volta che rileggiamo il periodare da noi stessi prodotto, nel caso di esito felice, possiamo gustarlo con uno stupore distaccato, quasi fosse un’idea trasposta su carta da un'altra persona. Un po’ come quando s’informicola una mano o un piede: sono sempre roba nostra, ma percettivamente paiono quasi una mano o un piede attaccati ad un altro.

Una bagatella narrativa del genere, essendo in pratica involontaria, mi è capitata casualmente ieri mattina, commentando un egregio articolo della sempre brava Farlocca.
Nel suo scritto, Farly parla di quelle persone che nella vita tendono, più o meno di preferenza, a raggiungere gli obiettivi percorrendo regolarmente la strada più tortuosa per arrivare alla meta, dimostrando in questo modo quasi una sorta di “masochistico snobismo” verso le soluzioni lineari, piane, dirette.
La sensazione mi è ben nota, essendo io stesso da annoverare nella schiera dei “percorritor di miglia per fare due passi”.
Nel commento, volevo precisare una mia impressione: è vero che coloro che sono affetti da questa “sindrome della tortuosità” vivono forse con più fatica, ma è altrettanto vero che essi, con le loro continue deviazioni dal tracciato principale, possono essere considerati anche come i motori del cambiamento.
Sia ben chiaro, è solo una mia ipotesi.
Nasce dall’idea che chi si ritrova disperso, anche suo malgrado, per sentieri inizialmente non preventivati, non solo riesce ad osservare le cose da mille angolazioni ulteriori, ma immagazzinando e comparando fra di loro un numero molto più alto di informazioni casuali ed accidentali, può avere l’occasione di combinarle in modo originale, dando vita a nuovi modi di intendere la realtà.
Per farla corta, in sostanza volevo dire a Farly che se non ci fossero quegli zig-zagatori di linee rette, chissà, forse l’umanità si ritroverebbe ancora “indietro come la coda del maiale” (…colorito eufemismo dialettale, col quale a Gillipixiland si suole indicare l’arretratezza sociale e culturale).

Ed ecco cosa mi è uscito fuori:
«…senza individui che ri-problematizzano il mondo in senso creativo, forse saremmo ancora tutti nelle caverne stravaccati su un divano di pietra, a guardare i graffiti sul muro, cercando invano di cambiare canale…».

Ora, cari amici viandanti per pensieri, giuro che non so come questa immagine mi sia venuta in mente. Voglio dire, dove l’ho pescata, proprio non lo so.
E mi scuso anche per la narcisistica autocitazione, ma credetemi che non avrei tirato in ballo tutta questa tiritera, se la frase fosse stata “mia per davvero”.
O meglio, a rigore di logica teorica, si tratta di una frase mia, certo. Non vi voglio mica pigliare per i fondelli. Ma agli effetti pratici (ed è questo il punto che volevo sottolineare), è una frase che mi son sentito nelle mani ancor prima che la mente potesse rendersi ben conto di averla concepita.

Lo so, lo so che a questo punto starete pensando alla battuta finale di una celeberrima barzelletta anni ’70. Quella di quel tale che sparandole grossissime, racconta le sue strabilianti ed inverosimili gesta di guerra ad un amico, il quale, alla fine del racconto, ribatte: «…Ooohhh, che onore essere tuo amico…posso toccarti?...», lieve buffetto su una spalla: «…Ma vaffanculo!...».
Ma vi garantisco che non c’è intenzione auto-celebrativa in tutto ciò. Volevo solo mettere in rilievo questa faccenda delle idee illuminanti, che come dicevo prima, sembrano venire da chissà quale angolo ignoto della nostra sensibilità.

Ora, l’immagine in questione non sarà poi neanche quella gran geniata, ma mi sono accorto che più la rileggevo e più l’apprezzavo, ed anche la stessa Farly ne è stata favorevolmente impressionata).
Mi sembra bella per quel cortocircuito paradossale di sensi e di tempi, che innesca. Il cavernicolo è preso in qualità di rappresentante “proto-tipico” dell’alba dell’uomo, come simbolo di un’umanità che muove i primi passi. L’«Homo Televisivus Absolutus» tiene alta invece la bandiera dell’odierna deriva nell’ottusità mentale (…senza sfumature moralizzatrici: io per primo sono gravemente “televisionario”).
Fondendo i due estremi temporali con questo buffo chiasmo, ad incrociare i rispettivi oggetti caratterizzanti di pertinenza (il divano che si antichizza goffamente pietrificandosi, il graffito statico che si modernizza accampando improbabili pretese d’immagine dinamica e mutevole…), ne esce fuori uno stridore umoristico non meglio precisato fino in fondo, che proprio in questa indeterminatezza trova il suo valore aggiunto di significati possibili.

Un’immagine, una metafora efficaci, non debbono mai essere chiare fino in fondo, ma dovrebbero sempre dire, pur lasciando ampio spazio al “non detto”.
Ed è appunto in virtù di quel “non detto” che lo stesso autore della frase “non sa dire” fino in fondo l’origine della sua pensata. Non perché egli sia un fenomeno dunque (…se la frase è uscita da me, potete star certi dell’assoluta ordinarietà mentale della fonte…), ma perché la frase gli è stata come “suggerita” da una sorta di “nume” narrativo occulto, che è potenzialmente dentro ciascuno di noi.

E detto questo, adesso sì, d’accordo: potete anche toccarmi!



domenica 14 marzo 2010

Inspirare, sciespirare


Fra i passatempi e i passaspazi più soddisfacenti coi quali il viandante per pensieri si può dilettare, figura sicuramente il vagabondaggio concettuale inter-epocale. Trattasi di pratica non eccessivamente agevole né immediata, in quanto necessita di tante letture diverse, le più disparate e lontane fra di loro per genere, tematiche, atmosfere, ambientazioni. E non di sole letture vive l’uomo. Urge che sbocconcelli anche visioni di film, spettacoli teatrali, visite ai musei, con ogni altra pratica culturale sempre ben accetta ed auspicata.
Serve poi memoria, intuito, sensibilità e tanto occhio, per riuscire a cogliere il momento in cui il concetto ormai familiare perché già colto in una tale opera, si ripresenti sotto mutate spoglie in un’altra composizione, quasi del tutto dissimile nel sembiante, ma assolutamente affine nell’essenza comune che li affratella.
Oppure, il fenomeno può verificarsi in virtù di un meccanismo già noto ai latini come “bottam culi puram”.
Ecco, è di preferenza entro i termini di quest’ultima modalità che il mio vagabondaggio concettuale inter-epocale si materializza.
Ma l’importante non è tanto la strada per cui si perviene alla meta. La cosa che conta è il senso di bellezza che ne deriva, la soddisfazione delle sinapsi quando le due idee si fondono nell’amplesso del pensiero con sè medesimo, sentire i neuroni che fanno Giacomo Giacomo, l’anima che si contrae nell’immateriale orgasmo della coincidenza concettuale.
Ecco dunque cosa è scaturito dall’ultima mia esperienza di questo tipo. Riporto i due brani senza dire subito di cosa si tratti.
Ecco a voi il primo, sublime fraseggiar possente che sfidando l’eternità è giunto a toccare il mio cuore:

(*) «Spesso l'aspetto esterno
fa apparire le cose men che sono
in realtà. Dall'ornamento esterno
il mondo si lasciò sempre ingannare.
Nel mondo della legge,
quale causa, per quanto sporca e trista,
non saprà oscurar la sua natura,
se perorata da un fiorito accento?
Qual dannato peccato, in religione,
non saprà rendere sacro e legittimo
un portamento serio e dignitoso
che rechi a suo sostegno i sacri testi,
nascondendo così la sua nequizia
dietro un bell'ornamento?
Al mondo non c'è vizio sì smaccato
che non possa coprir la sua magagna
con qualche segno esterno di virtù.
Quanti codardi, dal cuore malfido
simili a tanti scalini di sabbia,
ostentan tuttavia sul loro mento
barbe degne d'un Ercole,
e cipiglio di Marte, ed a frugarli
hanno il fegato bianco come il latte:
gente cui basta il fumo del coraggio
per illudersi d'apparir temuti.
E la bellezza, ad osservarla bene,
scoprirete che può comprarsi a peso,
che là compie un prodigio di natura,
dove riesce a render più leggere
tutte quelle che più ne sono cariche.
E tali son quei riccioletti d'oro
attorcigliati come serpentelli
che fanno voluttuose capriole
al vento sopra una beltà apparente,
e sono molto spesso ritenuti
essere stati in cima a un'altra testa...
e il cranio che li crebbe è in un sepolcro.
L'ornamento così altro non è
che il malfido arenile d'un oceano
pieno d'insidie, come il bello scialle
di cui si vela una bellezza indiana;
in sostanza, la falsa verità
che i nostri astuti tempi metton su
per ingannare anche i più avveduti.
Perciò tu, oro lustro e sfavillante,
duro alimento a Mida, io non ti voglio.
Né te, pallido argento,
volgar mezzano d'ogni uman baratto
io sceglierò; ma te, ruvido piombo,
che minacci piuttosto che promettere,
te, la cui pallidezza
mi commuove più d'ogni bel discorso,
te io scelgo. E che gioia me ne venga!».

Ed ecco l’altra frase, l’amante concettuale che secoli ha atteso per potersi ricongiungere con l’amato appena descritto sopra:

(**) «…La comunicazione è l’opposto della conoscenza. E’ nemica delle idee perché le è essenziale dissolvere tutti i contenuti. L’alternativa è un modo di fare basato su memoria e immaginazione, su un disinteresse interessato che non fugge il mondo ma lo muove…».

Ed ora è tempo di svelar l’arcano e di stupire:
(*) Il primo brano era tratto dall’atto terzo, scena seconda, di «Il mercante di Venezia», (1597 ca.), William Shakespeare, eterno bardo che non necessità di presentazioni.
(**) Il secondo breve stralcio è contenuto invece in «Contro la comunicazione», (2004), Mario Perniola, docente di Estetica all’Università Tor Vergata di Roma.

*******

E per concludere, siccome a sciespirare c’ho preso gusto, vogliate gradire anche questa citazione bonus, sempre dal «Mercante». Non c’entra nulla con i temi suddetti, ma siccome i medesimi possono aver anche indotto un filo di scoramento nel lettore, serva questa coda poetica da zuccherino per aggiustarsi in bocca.

Lorenzo –
La luna splende chiara questa notte. Fu certo in una notte come questa, quando il vento baciava dolcemente gli alberi senza il minimo fruscio, fu certo in una notte come questa che Troilo scavalcò d'Ilio le mura ad esalare l'anima in sospiri verso le greche tende dove la sua Cressida si giaceva.

Gessica -
In una notte come questa Tisbe, mentre sfiorava con trepido passo i prati già coperti di rugiada, fuggì ad un tratto atterrita e discinta, avendo visto l'ombra del leone.

Lorenzo -
Didone, in una notte come questa stette alla riva del selvaggio mare, e, con un ramo di salice in mano, disperata gridò all'amor suo di tornare a Cartagine.

Gessica -
Medea, in una notte come questa, colse l'erbe stregate che dovevan ridar la giovinezza al suo suocero Esone.

Lorenzo -
In una notte come questa Gessica fuggì furtiva dal ricco giudeo per correr via da Venezia a Belmonte insieme ad uno squattrinato amante.

Gessica -
A lei, in una notte come questa, giurava amore il giovane Lorenzo, e le rapiva l'anima con molti voti e nessuno sincero.

Lorenzo -
E pure in una notte come questa la bella Gessica, piccola strega, calunniava il suo amore, d'infedeltà e lui la perdonava.

Gessica –
A seguitar con te in questo gioco delle notti storiche, io, son sicura, ti subisserei, se nessuno venisse a disturbarci; attenti, ecco, sento un passo d'uomo.

domenica 15 novembre 2009

Bergson sulla spiaggia


Quando una piccola illuminazione significante (leggi "epifania") ti si presenta con triplo salto concettuale, doppia coincidenza carpiata e coefficiente di difficoltà temporale 3.2, il normale stupore epifanico risulta ancor più acuito.

Solamente pochi giorni fa, avevo tirato in ballo un discorso riguardo gli attimi del nostro tempo, su come tendano a mutare paradossalmente in ricordo con una velocità che è superiore a qualsiasi possibilità da parte nostra di "presa concettuale dell'istante".
Non che avessi detto cose particolarmente originali. Sapevo che il tema è stato sviscerato dalla crema dei pensatori di tutti i tempi, fra i quali mi risultava anche Henri Bergson.
E fin qui tutto bene, regolare.

La cosa degna di nota (sempre nell'ottica di un sano "divertirsi con poco", s'intende) è invece un'altra.
Sto leggendo in questi giorni uno degli ultimi romanzi di Murakami Haruki, da parecchio tempo fra i miei beniamini narranti prediletti.
«Kafka sulla spiaggia» s'intitola.
Sono dunque lì che mi gusto la storia magistralmente giostrata dal buon Haruki, quando....in quale frase non ti vado ad incappare...

«...Il puro presente è il processo impercettibile in cui il passato avanza divorando il futuro. A dire il vero, ogni percezione è già ricordo...».

Inutile dire che ho fatto immantinente una capriola seduta stante (o meglio, coricata stante, perchè per la precisione si trattava di reading in bed).
Era esattamente quello che mi ero arrabattato a dire io! E la frase è proprio una citazione di Henri Bergson, da una delle sue opere fondamentali, «Materia e memoria».
Poco importa se uscendo dalla bocca del personaggio di «Kafka sulla spiaggia» che si produce nel dotto riferimento, una leggiadra e procace signorina, per un motivo che lascio scoprire a chi vorrà avventurarsi nella lettura, la frase risulta avere più o meno questo suono: Maheriae-memohia.
Ciò che importa è che ora mi è venuta una gran voglia di leggermi «Materia e memoria». Anche se so, cari amici viandanti per pensieri, che questo potrà suonare per voi come una grave minaccia.