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giovedì 16 maggio 2019

Trasecolar, ascoltando in loop CANZONE D’AMORE delle ORME, ottantasette volte di fila


Sciabolate a scarica, a infrangere a raffica, il gran collo di bottiglia dello champagne spaziotemporale, mentre l'immensità degli altri è solo uno scherzo da carezzare in superficie, che se ti sorprendi in ammirata contemplazione, ti risucchiano all’interno infiniti abissi d’irraggiungibili bellezze interiori altrui, e la vita è la più potente delle droghe, dà terribili assuefazioni, astinenze da crisi, smarrimenti ansiogeni sulla piazza dello spaccio emotivo, sino a non voler altro più che abitare in una canzone sola, soltanto in quella, intanto che una rullata di Michi Dei Rossi vale almeno tre secoli di letteratura, di sicuro il tre, quattro e cinquecento, e aver capito già tutto a nove anni, che esistere è troppo sconvolgente per essere vero, e solo in una canzone, certe volte, diventa sopportabile, perché gli anni 70 sono una malattia radiosa da cui è impossibile guarire, una nostalgia di “mai stato”, incontenibile dall’universo stesso…

domenica 24 febbraio 2019

Soffi di nulla


Respirare è il passatempo più praticato al mondo.
Smettendone la pratica infatti, smette anche di passare il tempo.
Potrebbe sembrare una battuta, ma mi sento in ogni caso di dare un avviso: non provateci a casa per verificare se è vero.
I respiri si muovono sia accarezzando un’andata, sia assecondando un ritorno. Occorre munirsi di biglietto per entrambe le tratte.
I respiri sono invisibili, eppure hanno anche mille forme e colori.
Il respiro di un’innamorata è color cielo di Provenza, alle 13 e 22 di una giornata d’inizio estate.
Il respiro di un innamorato è color rosa pantera, mentre fuori sta passando la corriera.
Quando questi due tipi di respiro hanno la buona sorte di potersi unire, mescolandosi, diventano color pigiatura d’aurore marine, in un aroma di salsedini frenetiche diffuso tutto in giro.
Il respiro, quando si veste con l’abito per le cerimonie ufficiali, diventa sospiro.
I sospiri di un matematico che si danna per dimostrare un teorema sono quadrati alla radice, ma poi volano alti e asintotici per x tendente a più infinito.
I sospiri di due amanti incagliati fra le umide secche della passione colorano l’aria di odori insospettabili, che fanno crescere un prato fra steli di fiato, su cui si adagia con mollezza la vasta schiena dei loro desideri.
Dietro al respiro si nasconde un piacevole inganno.
Sembra che l’intero lavoro lo facciano la bocca o il naso. Ma in realtà tutto è nascostamente azionato sotto la direzione invisibile di un muscolo discreto, il diaframma.
Il diaframma è un tizio che ha continuamente a che fare col cuore e con la pancia, passa dall'uno all’altra centinaia di volte al giorno, quindi è il massimo esperto di emozioni e sentimenti che possiate incontrate sulla piazza.
Il diaframma è un muscolo che si muove senza evidenza: nessuno meglio di lui poteva trattare con un materiale così leggero come il respiro.
Il respiro, quando si sente importante, sale a cavallo delle sillabe e dei suoni, così, lungo i propri soffi, trascina catene di parole, o note, o canzoni.
Il respiro, che è sempre ottimo modello di costanza, regolarità, discrezione, levità, elevazione, puntualità, senso del dovere e fedeltà alla freschezza, ha una rozza cugina confusionaria, inopportuna, asfittica, maldestramente saltuaria, retrograda frequentatrice di oscuri bassifondi.
Dato che si presenta sempre cominciando per “sc” e terminando in “eggia”, il respiro ormai la disconosce in pieno, e ci tiene da matti a non mescolarsi assolutamente con lei.

venerdì 21 dicembre 2018

Sei della Bassa se...


Sei della Bassa se non vedi il sole per nove settimane e mezzo, ma poi tra l’una e le due del pomeriggio di un giorno da cani, lui fa capolino per tre secondi netti tra la coltre di nubi nebbiose, elemosinandoti due raggi di compassione, gelidi come la tetta di una strega, che quasi ti sembra sentirlo sussurrare: “...Tieni, pezzente!…”…

E “commosso” da tanta benevolenza, ti sale dal profondo del cuore un moto di gratitudine interamente dedicato al dispettoso astro, che si concretizza in uno sconsolato bofonchiare dalle inequivocabili sonorità: “…Dìu ch’at végna’n càncar!...” (liberamente traducibile con: “…Che il Signore t'infligga la mala Pasqua…”).

Così, mentre torni a rassegnarti come sempre alle tue foschie esistenziali, nell’aria lattiginosa rimane ancora il tempo per cogliere uno strascico di risposta solare alla tua invettiva: “…Fai, fai pure il furbo…poi ci mettiamo a posto a ferragosto…che ti faccio sudare fin le unghie dei piedi…”…

mercoledì 28 novembre 2018

giovedì 22 novembre 2018

martedì 20 novembre 2018

At ghè ragiŏŋ…cù èt dét?




Un lomparuolo deploitava con molvico disbutto la clopitevole giumazione del flubbo.

Non essendo spignofoliato a siffatti speppaborghi sumilionici, costrinse il mappo godefratto a sperofognare il ghembo.

Non l’avesse mai sperofognato!

Ne derivarono sielli, mordibuffi, e spignoforiami gipici. Con l’aggravante di sumerfoli sgigoposbiali e mummarevoli sepischiagofici.

Per un intero scevolo fu esarbicato a lestofare bispoli, senza tener conto del magniloflumine esgarbuolo di emerganzità residua.

Chi la sieve la sbombi, dice il golpervio, che non si frubba il perscaruolo se non fuori di boriaccia.

E tutto il resto è pimfogioia…


giovedì 18 ottobre 2018

The long way hole


Per quel pertugio
Ch'è nostro rifugio
Architettiamo ogni sotterfugio
Diamo il via a una danza
Sotto alla panza
Spremendo l'ultima energia che avanza
Smaniamo di fretta
Ghermiamo una tetta
E ogni appiglio che ci diletta
Con simile stile
Sul fronte femminile
Si va anelando un buon badile
Ogni pensiero va a levitare
Che lasciar cose lì a penzolare
Diventa un lusso da evitare
È il perenne gioco
Ardente come un fuoco
Tanto a ciascuno il suo sembra poco
In ogni caso, sia come sia
A fare di due, una sola armonia
Conta alla fine la fantasia
L'equilibrio fluttua davanti instabile
Sembra talvolta un po' risibile
Ma riesce meglio chi è più abile
Eppure un flebile luminicino
Rimane anche al più meschino
Di ascoltare battere un cuore vicino

martedì 16 ottobre 2018

Liscia, gassata o surrealle?


Ci sono lunghi momenti che non è bello niente di quello che penso. Ogni singola idea sciapa e piatta, lo scivolare lungo il fiume a bordo d’un elucubrare divenuto chiatta, al contempo distratto dal lisciarsi indolente di una chiappa. La mente rimbomba allora di parole, suoni quasi inutili come aria da masticare. Ognuno crede di aver capito come funziona il mondo e sotto sotto lo vorrebbe andare a spiegare a ciascun altro. Quei poveretti…non sanno cosa si perdono! Ma è solo l’inganno dei mille intimi specchi a inebriarci dei suoi riverberati riflessi, e si rimane nella propria convinzione salda, rassicurante di preziosità, e disperante d’un incomunicabile nucleo. Ci si consola lasciando fluire echi interiori di un monologo cantilenante, familiare come un sapore masticato all’ennesimo biscichio.  Oh santi numi dell'autoconvinzione, ridonatemi presto l'immersione nella brulicante culla dell’obliante persuasione! Fatemi soggiornare, bello erotizzato, sul solatio terrapieno, alla gran sagra dei perdifiato. No, no, non sto parlando della pseudo gioia d’una diluita foia equivocata a scaccia-noia. Parlo di Eros l'eterno curioso, che per sapienza in ogni dove il naso vuole ficcare.  Il caro vecchio buon “non-sapere”, unico vero tesoro con gelosia da custodire. Avanti dunque miei gloriosi eroti! Si proceda armati soltanto di quanto andremo a scoprire. E pur muovendosi ad uno ad uno su mille sentieri a vicenda inconsapevoli di quelli altrui, ci rassicuri al nostro fianco l’alito ansante, goloso e caldo del vicino di cammino, anche lui (meglio se lei) rapito dal remoto lumicino dell’abbacinante mistero lontano.

venerdì 5 ottobre 2018

Shakespeare in cul


Permettete una volta tanto uno sfogo da illetterato puro. Più che uno sfogo, forse uno sfigo.

Si può dire che Shakespeare mi ha fatto incazzare?

Va beh, ormai l’ho detto…speriamo si potesse dire…

Per il poco che la conosco, adoro l’opera del genio di Strattofordo Sull’Avone.

Macbeth, Giulio Cesare, Re Lear, Sogno di una notte di mezz’estate, Il mercante di Venezia, Amleto, Le allegre comari di Windsor…tutto molto bello, me li sono letti con gran godimento intellettuale e divertimento vero.

Ero così curioso di esplorare un po' anche i sonetti del Bardo. Allora me li sono procurati.

E, d'accordo, anche qui gran qualità, versi eccelsi e maestria letteraria da vendere, però…dopo una quindicina di sonetti, il vecchio Willy è ancora lì che martella duro sempre sullo stesso argomento, ti frange proprio in mille minuzie il tegumento scrotale, a forza di dargli dentro di maglio con la storia che se non hai avuto un figlio la tua vita rimarrà per sempre inutile, sprofonderà nella dimenticanza, si seccherà come un frutto avvizzito, e così via.

Ora, va bene, caro Giacomino da Strattofordo, lo abbiamo capito, con un figlio era forse meglio. Ma vogliamo passare a dire qualcosa di diverso o continuiamo a crogiolarci nell’auto-fustigazione fino all'ultimo straccio di sonetto?

Confido che nel proseguire la lettura dei sonetti, cambierà anche la suonata, ma intanto questa peculiare insistenza mi ha fatto tornare alla mente un fatto alquanto molesto che mi succedeva da ragazzino.

Quando capitavano visite di parenti a casa, oppure si andava a nostra volta a trovare familiari più o meno lontani in geografico o in consanguineo senso, sbucava sempre fuori un simpaticone di uno zio, o una matronal-matriarcale di una zia, che immancabilmente mi rivolgeva la fatidica domanda: “…E tu…ce l’hai la morosina?...” (ndt: la fidanzatina).

Io che di fidanzatine ne trafficavo sempre ben poche, e che per soprammercato avevo anche la sfiga supplementare di essere uno sbarbatello gentile e rispettoso, dovevo ogni volta incassare lo scorno del celibato precoce, e abbozzando due bofonchiamenti indecifrabili, mi affossavo nel colpevole rossore, uscendone come il nipotino strambo della situazione.

Ma adesso che l'insistenza shakespeariana sul tema della progenie mancata mi ha fatto lievemente tracimare la bile, voglio prendermi una piccola vendetta a posteriori, anche riguardo a quella mini tortura subita nei giovanili anni del mio passato “sfigore”.

Capisco solo ora che l’esser stato un ragazzino educato, fu tutto un ozioso errore, una perdita di tempo. E solamente ora, anche grazie alla tangenziale circostanza shakespeariana, ho raggiunto l'illuminazione necessaria a capire la risposta che avrei dovuto dare: “…Caro zio, dolcissima zia: ma vattela a prendere nel culo, te e quella gran vacca della morosina!!!...”.

martedì 7 agosto 2018

Michelasso


Ma chi lo dice che andare a spasso
sia il mestiere di Michelasso,
che a tener sempre lo sguardo basso
non riusciva mai a vedere un casso?
Sarà stata forse una Gran Bretagna?
Oppur di Parigi la gran cuccagna?
Con lì nessun che la quistion dipana
non volli farla caprin di lana
poi scavalcandola in un sol passo
‘sta torre Eiffel del Gran Brecasso


martedì 24 luglio 2018

Riflessi in un occhio di merda


Se non fosse che anche l'ultimo degli stronzi ormai la conosce, questa mia riflessione avrebbe meritato di iniziare con la celeberrima frase di De André sui diamanti, i fiori e il letame.

Sì perché, camminavo sopra l'argine, sopra pensiero, quando per un pelo non finisco sopra un sontuosa cacca di cane.

Lieto della parziale deprivazione di quel pizzico di fortuna evitata, e non prima dei tre o quattro accidenti di rito scagliati all'inciviltà del degenere padrone dell’incolpevole cane, mi soffermo a notare un dettaglio assai curioso.

Sulla cilindriforme espressione retrospettiva canina, stavano adagiate infatti cinque o sei di quelle graziose e colorate piccole farfalle che solitamente vedo svolazzare e planare sopra altrettanto variopinti fiori o fra l’erbetta più fresca e verdeggiante.

Oh, portento! Mi sono detto…

Com'è che una creatura così aggraziata e leggiadra, si associa con tale liberalità al sozzume e alla bassezza palesi?

E dovevate vederle, come sottolineavano la bizzarra simbiosi con frementi battiti d’ala, neanche fossero posate sul più delicato e odoroso roseto del parco di Versailles!

Di sicuro una spiegazione eto-biologica del fenomeno ci sarà. Ma a me sono venute in mente soltanto quelle tre o quattro solite metafore filosfon-poeticastre.

Ho pensato senz’altro a tutto l’arco di pensiero occidentale che va da Eraclito a Hegel. A come la realtà debba essere per forza fatta di opposti, oppure non essere per niente.

Mi è sovvenuta la frase che si sente spesso dire, quella cioè riguardante il valore della diversità, e ho pensato: allora dev'essere proprio vera.

Ho riflettuto di nuovo sul già più volte frequentato e poi ancora rivisitato concetto di relatività (e non c’entra Einstein, o forse un pizzico sì…).

Che se quello che per noi è soltanto un rifiuto ripugnante, può divenire una risorsa, quando osservata da una diversa prospettiva del reale, beh allora tutto questo qualcosa vorrà dire.

Ho infine pensato che mi sarei dovuto scusare per l’immagine abbinata alle mie parole. La difficoltà di cogliere con uno scatto l'apice del trastullo “smerdaiolo” delle farfalline era massima.

Sembravano fare apposta a richiudere le ali a ogni mio clic, e i colori più belli li tenevano così celati, mostrando solo la livrea esterna, facilmente confondibile con la non esaltante tonalità cromatica su cui posavano.

Per dirla tutta poi, d’accordo, non ho una gran immagine personale da difendere ormai, ed è pur vero che sull’argine non passa così tanta gente, ma tutto sommato non mi sembrava proprio il massimo venir colto nell’atto di fotografare una merda.

venerdì 20 luglio 2018

A me mi piacciono


Le donne a me mi piacciono proprio, ma io non piaccio molto alle donne...la donna è un involucro morbido dal contenuto forte, che piange per un gattino triste ma sbrana un leone infuriato, la donna è liscia da accarezzare, ha tanti capelli, e peli solo nei posti più belli, non come l’uomo che ce li ha in faccia e nelle orecchie, la donna ha la voce più bella da ascoltare, è complicata da capire, si erge impervia come un mistero chiaro-lunare, la donna è già un profumo solo a dire “donna”, una donna, quando ti piace da matti, ti manda ai matti, ami soprattutto i suoi difetti, perché ti ha inoculato una pozione che ti rovescia gli occhi come cannocchiali di Galileo Galilei Galivoi Galinoi, la donna ci hanno scritto milioni di poesie, romanzi, dipinto quadri, composte sinfonie, canzoni, trasvolati oceani, domati draghi, evasi capitali, abbandonati Eden, paesi e buoi, ma la donna, nessuno ci ha mai capito molto, la donna è un suono che anche solo a dirlo alla muta la lingua fa festa, la donna quando ti ride a una stupidata che hai detto il cielo si apre dalla terra e nella fessura c'è scritto “fesso” e non sei mai stato più contento per te stesso, la donna è uno specchio riflesso in mille specchi, e se ti specchi vai in confusione, non sai più se vedi la donna o la tua ombra che balla la rumba, la donna è un puzzle che profumle, la donna metti che prendi il dizionario e tutte le parole dentro e le combini in miliardi di modi come tutti gli atomi dell’universo, ecco, non sei ancora riuscito a dire com'è la donna, la donna è la donna ma è anche non la donna, la donna ti fa volare senza aereo e ti lascia lì col bagaglio “in” mano, la donna è sentirsi sognati da un sogno, la donna è fatta in modo che ci sa fare con le parole, si spiega proprio bene, ma l’occhio cade sempre da un'altra parte che chissà come mai finisce spesso in “ette” o “ulo”…a me mi piace proprio tanto, anche se io alla donna mica piaccio molto…

venerdì 22 giugno 2018

Se fossi Sioux


Mi immagino di essere Sioux, nella tribù Lakota, laggiù, fra le sconfinate praterie lambite dall’imponenza del fiume Missouri…passo in rassegna col pensiero le ragazze più carine del villaggio e mi accorgo che le mie preferite sono:

- Puzzola di maggio
- Aurora sotto la coda
- Gemma di rugiada
- Natica orgogliosa
- Ascella muschiata
- Orsetta lavatrice
- Marmotta dei boschi
- Zampa
- Ciliegia brunita
- Quattro pesche e una rosa
- Alito di cielo
- Donnola danzante
- Fior di pancia
- Coniglia di velluto
- Due lune sul cuore
- Sorriso di more
- Orsa profumata
- Raggi di pelliccia
- Occhi di prato
- Primavera nel fiato
- Estate fra le mani
- Nube odorosa
- Lontra fra le brume
- Castoro sorridente
- Talpa delicata
- Silenzio sulle dita
- Criniera olente
- Ventre di piuma
- Brezza di petali
- Deretano in fiore
- Soffio
- Piccola coda
- Ciglia di cerva
- Succo di susina
- Mela che tramonta
- Quercia timida
- Orma di sole
- Goccia luminosa
- Due lamponi
- Guancia setosa
- Respiro d’ambra
- Aria
- Bufala giocosa
- Ombra nascosta
- Martora dal sottobosco
- Piccola canoa che doma i flutti
- Sorgente dei profumi
- Ombelico di miele
- Nuca selvatica
- Ali di ape
- Puledra sguaiata
- Fonte fra i fiori
- Sedere a plenilunio
- Vespa che bacia
- Gatta di casa
- Montagna
- Dolce foresta resinosa
- Calore sotto la tenda
- Prugna di luglio

Ci potete davvero contare, che mi piacerebbero queste ragazze…se fossi Sioux…
Parola di Sguardo di Ghiro!

lunedì 4 giugno 2018

Temporale inglacano


Listenna outsaido!
Raininga a lotto!
Le droppe heavyde
Reboundano sul ruffo
So farro avai
Thundereggia in the skai
Nel gàrdeno la grass
Si fa grín big and gross
Li birdini sopra i triis
Che twittano cips and cheese
Ol la cauntry è very fresh
Lukka come Marrakech
Summereggia rainingoso
Nel beghinno of thisso giuno
Noi si get quel che càm
Tant there is no madòn


Tema: Una cosa che ti fa davvero schifo

Tema: “Una cosa che ti fa davvero schifo”


Svolgimento (di Gianfiordino Sparagnulfi)

A casa mia mi fa un aschifo piccolo il mio fratellino, siccome acchè è proprio piccolo e fa tutte quelle aschiffezzine delli anneonati. Ma se lo devo propio dire, che mi fa un aschifo davvero grande, c'è il Grande Fratello di Barba Ratturso. Che uno che ci pensa bene, lè propio niorante come una zolfa di terra pena rata.

Io sarò niorante, mica li dico di no, ma almeno sono ancora abbambino. Che invece, se uno ancora che da dulto ti guarda ancora che il grande fratello, allora non cià più neanche una speransa di sniorantarsi maipiù. Rimarrà niorante piantato per terra come il palo della luce del Lenel.

Secondo a me, la più niorante della banda è propio la Barba Ratturso. Io ce lò il fratellino che fa aschifezzine, ma non lo dico neanche tanto ingiro. Che invece, la Barba Ratturso, con un fratello grande, che fa aschifo propio in grande, ma non te lovà mica a dire persino dentro nella televisione? Ma io dico che più niorante di così si sciòppa propio.

Il grande fratello è fatto in modo che più ne guardi più diventi niorante. Una familia che guarda il grande fratello, per farlo cià da essere già ben niorante. E alora dico: non ce nai già bastansa nioranti in casa che ne vuoi vedere anche delli altri in della televisione?

Che così, a tutti quelli che ci venga volia di guardare il grande fratello, mi viene volia di dirci: stai attento, che la nioransa lè na brutta bestia. Smorsa la televisione, che lè melio, e ascolta le fusa del gatto, che son più furbe.

Non so allora se mi ho spiegato bene: uno aschifo grande a me mi fa il grande fratello e a Barba Ratturso.

lunedì 28 maggio 2018

Il goffruto

Nella foto: il goffruto

Il goffruto è un animaletto che si ciba di gnospe.
Vivendo libero in natura, la sua dieta la decise preventivamente in base a scaltre considerazioni.

“...Non voglio che poi mi accusino di devastare i raccolti o di far danno ai frutteti…” aveva pensato per tempo il goffruto: mi metto a mangiare le gnospe e sfido chiunque a venirsi a lamentare.

Anche il nome tuttora usato per lui, il goffruto lo scelse con non poco “grano di sale”. Pensate che il suo consulente onomastico, Reese O’Fred Bruseghín D’Antan (già consigliori di zibellino, furetto e orsetto lavatore), gli aveva suggerito di scegliere un appellativo assai grazioso, tipo Sbirignino o Fuffardello. Ma il nostro eroe no, non era mica nato ieri (per cui oggi, non è nato l'altro ieri): sapeva benissimo che con un nome vezzeggiante avrebbe corso il rischio di diventare una mascotte petalosa, desiderata in tutte le case, dove sarebbe stato spupazzato da bambini sgheffoglianti di ogni età.

“…Mi chiamerò goffruto…” proclamò allora, sfido chiunque ad adottarmi con questo nomaccio.
Il goffruto poi non ha predatori naturali, perch la sua carne è piuttosto sgnoffressa al palato. Non è ricercato per la pelliccia, perché una volta ci avevano provato a trasformalo in cappotto, ma ogni capo di abbigliamento ricavato dalle sue pelli ha la malaugurata proprietà di far puzzare potentemente di sgobbione ogni uomo che lo indossi, e di seffalessa, ogni donna.

D’altra parte, è materialmente impossibile cacciare il goffruto: sulla mini criniera di pelame sgaburgico di cui dispone sul dorso, è cosparsa una speciale polverina erdofronica, capace di far scoppiare in mano i fucili ai cacciatori, mentre sulle zampette ha una potentissima colla di agnofrone, che fa rimbalzare le tagliole, sformandole come fossero di burro siviero.

Per non sentirsi contestare di essere una specie infestante, il goffruto si riproduce seguendo una perfetta pianificazione demografica. È l’unica bestiola del regno animale a disporre di un istituto di statistica, il Goffrustat, che monitora costantemente il numero preciso di goffrutini necessari a mantenere una popolazione equilibrata con le esigenze ambientali.

Il goffruto non teme di attraversare le strade, perché ha un suo meccanismo immunitario detto schivazzòn, in virtù del quale, all’avvicinarsi di un veicolo a meno di venti metri da lui, il suo corpo diviene insensibile agli urti. Per cui gli fanno un baffo persino tir, autotreni, muscle car, boing 747 (uguale a 18), carretti siciliani, portaerei, trolley, passeggini e motobiciclati furgonati con guida all’inglese.

In poche parole, per farla breve, il goffruto si appresta a dominare il mondo in un futuro non molto lontano, mentre noi non ce ne stiamo nemmeno accorgendo.

venerdì 25 maggio 2018

FanTalpolitica


L'invasione di talpe nel mio giardino prosegue imperterrita e flagellante. Se dal punto di vista pratico mi difendo un po' “scancherando” e spianando alla bell’e meglio i perniciosi montarozzi, mi capita invece di soccombere miseramente sul piano etico-grammaticale. Un paio di lenti d’intalpimento si frappongono davanti ai miei occhi e comincio a vedere la realtà tutta talpizzata.

La recente situazione talpolitica mi si è così ben confusa in mente. Alle talpazioni di marzo, si erano imposti i penta-talpati e la lega-talp, con talporanza relativa. C'è stata un'eternità di consultalpazioni, con gli altri gruppi talpitici in fermento. Silvio Talpusconi, il padrone di Talpa Italia, ha menato ben la talpa per l’aia, c'è chi dice per la gran strizza riguardo al conflitto di talperessi. Talpeo Renzi ha anche lui il suo daffare, perché fra i DemoTalpi la confusione è grande, fra istanze scissioniste di Massimo T’Alpema e Piertalpigi Bersani, e mille disaccordi interni.

Insomma, nel tira e talpa generale, a forza di andare fuori e dentro dal Talpinale, per ora si sono un po' attalpati Matteo Talpini e Giggino Di Talpaio.
Anche qui, essendo fra loro in sintonia come il Tàlpolo e l'acqua talpa, hanno questionato da matti prima di trovare un possibile Presidente del Talpiglio. Alla fine hanno indicato Giuseppe Talponte. Il presidente Sergio Talparella non è che ha fatto proprio i salti di gioia nella sala delle talpate. Ha detto, va beh, vediamo come si mette, ma scordatevi di uscire dall’unione eurotalpea e fate poco i talpizialisti sovranotalpici della domenica.

Sono sbucate le prime magagne, pare che Talponte abbia un po' taroccato il talpiculum, sostenendo esperienze alla New Talp University mai fatte. Apriti oh talpo!!! Già c'era gran talpicismo generale riguardo certe proposte, tipo la talp-tax, il reddito di talpadinanza, e adesso anche questa…
Poi si è aggiunta baraonda con le voci di un possibile ministero talponomico a Paolo Talpona, notoriamente critico verso la moneta unitalpica e nemico politalpico della Teutalponica Talpela Merkel.

Ora la palla dovrebbe passare a Montetalporio e Palazzo Talpama, dove talporevoli e senatalpi dovranno dire la loro. E dai che si ricomincia: coi franchi talpatori, le votazioni talpesi o talpete, e chi passa al gruppo talpo, e chi chiede la talpiducia…
La gente un po' confusa accende la talpisione, si affida alle talpatone di Enrico Talpana, segue Otto Ettalpo di Lilli Talpuber, il professor Massimo Talpari sempre intalpato nero, il talpemico Marco Talpaglio, le battute di Talpene Gnocchi, Talparò e Talpa pulita, mentre Michele Talporo parla del talporismo degli anni di talpiombo…

Alla fine l’unica talpezza rimane Talpusconi, che si ostina a proclamare intalperrito: Noi si mangia la lasagna, noi ci piace assai la fregna, evviva quella gran talpa della Mara Talpagna!

domenica 20 maggio 2018

La scalata

La scalata (Fat bottomed girls you make the rockin' world go round)

La scalata


La scalata (...leggendo"La ragazza di Bube", di Carlo Cassola...)

venerdì 18 maggio 2018

Astici


Un mondo non mi basta
Voglio mangiar più pasta
Avevo un amico rasta
Campione di salto con l'asta
Che sapeva quanto dista
L'ideale comunista
Mise tutto in una cesta
Di volata corse ad Asti
Presentò la merce all’asta
Col guadagno in una busta
Della lepre seguendo l’usta
S'imbatté in una gran festa
Ci si ficcò con lancia in resta
Fra belle dame e vini a fusti
Senza dire ancora basta
Prima d'aver i calcagni frusti
Non temete che codesta
Si riveli una storia mesta
Son soltanto vaccate miste
Ognuna sparsa per mille piste