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domenica 24 giugno 2018

Sur-parole


Tante volte, leggendo un bel libro, ci si imbatte in una frase di una bellezza tanto illuminante da procurarci un piccolo sussulto interiore, una delicata sur-place di stupore, che proprio come succede ai ciclisti su pista, induce a una esitazione estasiata.

Ma cosa dire allora quando su seicento pagine e passa, è un’unica, singolarissima e isolata parola a stagliarsi limpida nel suo cristallino potere ammaliante?

A me è successo leggendo un tomo di non trascurabile “tomitudine”: “I Vicerè” di Federico De Roberto. La storia abbraccia le tardo ottocentesche vicissitudini della nobile famiglia siciliana degli Uzeda. Tra i personaggi, c'è uno strambo zio, Don Eugenio, con strampalate velleità da archeologo, che pretenderebbe di aver individuato una nuova Pompei ai piedi dell’Etna, a suo avviso meritevole di indifferibili interventi di scavo.

E qui giunge la preziosa e ultra-inusitata parola, che nella sua rarità e nel sottile marchingegno etimologico da cui è sostenuta, mi ha donato un senso di meraviglia simile a quello provato tempo fa nell’ammirare le funamboliche trappole allestite da Will Coyote per il beffardo Bip-Bip, o da Silvestro per la petulante Titti.

Ecco cosa scrive don Eugenio, a titolo di una sua relazione da inviare alle autorità preposte:
“…Intorno la convenienza di essere intrapreso il discavo della Sicola Pompei […] sepolta nell’anno di grazia 1669 dalle ignivome lave…” e ZAC!!!

Eccola lì la piccola gemma lessicale: niente meno che “ignivome” sono per don Eugenio le lave. Sono sputa fuoco, o meglio “vomita fuoco”, dal latino “Ignis” più “vomere”, ossia “vomitare” appunto.

Ignivomo, “vomita-fuoco”: che termine assurdamente ed elitariamente strano.

Si potrebbe quasi rispolverare riguardo a certi tromboneschi personaggi pubblici odierni, che davvero vomitano spesso e volentieri il fuoco dell’insensatezza su tutto e su tutti.

O forse no. Forse in quel caso , più che di discorsi “ignivomi”, bisognerebbe parlare di proclami “idiozi-vomi”.

venerdì 25 maggio 2018

Mara e Bube


Incanti zen da “La ragazza di Bube” – Carlo Cassola (1960):

…[Bube e Mara] Si erano seduti sulla proda. Ai loro piedi, un’ape svolazzava intorno a un cespo di minuscoli fiori azzurri.
<<Lo sai che ho un alveare?>> disse Mara.
<<Sì, ho visto l'arnia vicino al forno.>>
<<Quando sono in giro per i campi e vedo un'ape, mi domando sempre: “Sarà una delle mie?”. Una volta, un'ape, ho cercato di seguirla. Sul serio: le sarò stata dietro un’ora almeno. Ma quando si fu rimpinzata volò via alta e non la vidi più.>>
<<Questa qui non è certo tua.>>
<<Eh, no>> ammise Mara ridendo. <<Non può essere venuta così lontana. Quanto sarà lontano di qui il mio paese?>>
<<Mah. Un trenta chilometri.>>…

sabato 22 febbraio 2014

Per un “arf!” di Pluto

 L'«epifanista» più fantasioso sa trarre spunti d'illuminazione anche da fonti letterarie «bassolocate». Persino i fumetti più popolari possono riservare in questo senso gradite sorprese.

Ogni tanto mi piace acquistare un albo di Topolino, così, forse per rinverdire i fasti della mia bambinitudine. Mi ero allontanato da questa saltuaria usanza, a causa di un'infelice rilegatura che negli ultimi tempi ai giornalini di Topolino veniva affibbiata. Con questo tipo di confezionamento del volumetto, quando lo si apre per sfogliarlo, nel punto dell'attaccatura dei fogli si forma una sorta di fisarmonica di pieghe ostili, che rende sgradevole la lettura delle vignette più interne.

Non ho mai capito come una grande casa editrice possa passare sopra così alla leggera ad un evidente difetto del proprio prodotto talmente sfacciato. Lo stesso infelice destino hanno subito i giornalini di Diabolik. Ogni tanto mi piacerebbe prendere ancora qualcuno anche di quelli, ma la medesima magagna delle pagine mal rattrappite mi frena regolarmente e desisto. Per me è una specie di insulto al lettore, è come se un venditore di moto ti consegnasse uno scooter con le ruote quadrate, non so, una roba del genere. E' come se l'imbianchino pagato profumatamente ti tinteggiasse le pareti pattuite sbattendoci direttamente contro secchiate di colore.

Ecco dunque che vedendo alcuni giorni fa un bel volumetto di Topolino in edicola, una raccolta di storie del passato, tutta ben rilegata come ai vecchi tempi, con le pagine che si sfogliano belle lineari e piane che è una meraviglia, non me lo sono lasciato scappare.

La cosa ancor più bella è stata che, ad un certo punto di una gradevole storia del 2002, ho rinvenuto un'epifania del lettore in grado di farmi riflettere su temi di levatura non del tutto trascurabile. L'episodio s'intitola «Pippo, Pluto e il calcio-quiz». In estrema sintesi “criptata” (per non togliere a nessuno il piacere della lettura), la storia è questa: a Pippo capita di essere concorrente ad un quiz televisivo. Trattandosi di Pippo, le cose vanno ovviamente in maniera più che stramba. In qualche modo si giunge alla domanda finale da 100mila dollari. Con il contributo semi-involontario di Pluto, Pippo risponde correttamente, ma per un cavillo del regolamento, pur venendo riconosciuta la validità della risposta, non gli viene assegnato il compenso in denaro.

E' a questo punto che arrivano i tre riquadri disegnati, che mi hanno colmato di meraviglia fumettistica. Uscendo dagli studi televisivi, Topolino dice a Pippo (scrivo in stampato maiuscolo, perché è così che parlano i personaggi dei fumetti): «...NON SEMBRI MOLTO DISPIACIUTO DI NON AVER VINTO I CENTOMILA DOLLARI...».

Pippo risponde: «...TANTO NON AVREI SAPUTO CHE COSA FARNE! HO GIÀ TUTTO QUELLO CHE MI SERVE!...A ME INTERESSAVA DIMOSTRARE LA MIA COMPETENZA...E GRAZIE A PLUTO CE L'HO FATTA, RISPONDENDO ALLA DOMANDA FINALE!...».

E infine, meravigliosa chiosa conclusiva di Pluto: «...ARF!...».

Sarà incredibile a dirsi, ma questi brevissimi e semplicissimi stralci di dialogo fra un cane ed un topo antropomorfizzati, con quella stramba postilla posta a suggello del discorso dal loro cane regolarmente congelato nel suo zoomorfismo d'origine, sono stati capaci di regalarmi momenti fuggevoli di lieve poesia svagata. Trovo anche che siano parole di strettissima attualità. I personaggi di Topolino rappresentano un po' tipi umani inglobati in fogge di simpatiche bestiole gradevolmente caricaturali. Il “tipo” di Pippo è il sempliciotto con la testa perennemente fra le nuvole, l'ingenuotto non privo di una propria saggezza di vita. In queste sue parole apparentemente banali, si celano infatti sprazzi di sapienza profondissima.

Pippo non ha bisogno di centomila dollari, perché ha già tutto quello che a lui serve. Tutto l'opposto della mentalità preminente nelle zucche dei principali responsabili dell'attuale situazione di crisi. Con questo non voglio indicare la strada di un “sempliciottismo” pauperistico assoluto e di un'indifferenza per le mete ambiziose, come sicura soluzione di tutti i mali. L'identità delle società funziona un po' come le identità dei singoli individuo: servono tantissime componenti diverse per ottenere un cocktail caratteriale di un certo valore. Con la sola ingenuità di Pippo probabilmente si va poco lontano, sono necessari anche la lucidità e la scaltrezza di Topolino, l'ambizione e l'arrivismo di Paperone e Rockerduck, la cocciutaggine di Paperino.

Ma oggi come oggi, in questo periodo storico particolare, forse ci troviamo in un frangente epocale che necessita in modo specifico di più Pippi e meno Paperoni. L'ossessione per la ricchezza fine a se stessa, l'ansia per l'incameramento selvaggio di grana sonante, la patologica spinta al rimpinguarsi le tasche “ad sfondamentum”, sono tutti atteggiamenti che fanno il male di molti e l'illusoria felicità di pochi. Più pippità e meno paperonezza dunque, sono gli ingredienti che servono. Uniti alla sapienza profonda di riuscire ad apprezzare l'inestimabile valore contenuto in un «arf!» di Pluto.


lunedì 29 agosto 2011

Gillipixlight shadow


Già in diverse occasioni ho cercato di spiegare questo vezzo narrativo, a partire dal quale lo spazio del mio blog risulta essere un territorio identitario pressoché esclusivo di Gillipixel, mio alter-ego molto ego e poco alter, piuttosto che uno spazio effettivo dedicato al “me stesso reale”.

Vi ho già fatto due orchidee tante sulle ragioni di questa scelta. Ne ricordo qui rapidamente solo un paio, quelle fondamentali. Primo: del “me stesso reale” ne ho già abbastanza le palle piene nella vita concreta, per l’appunto, per andarlo a scomodare più di tanto anche in questa sede. Secondo: il me stesso scritto è molto diverso da quello reale, per cui rischierei in ogni caso di fallire nello scopo. In uno spazio fatto di parole, tanto vale dare le precedenza alla propria identità narrativa.

In alcune sparute occasioni, tuttavia, mi è stato chiesto qualcosa riguardo a chi sono e a cosa faccio, o se magari avessi potuto mettere un’immagine di me. Ora, nella piena consapevolezza che la curiosità inappagata di quei cari amici di blog non li ha costretti ad approvvigionamenti smodati di Tavor per ritrovare il sonno perduto, né ha in alcun modo influito sul giusto equilibrio del loro appetito, nondimeno mi è sembrato di aver individuato la parte di me adatta ad essere mostrata, senza scalfire in alcun modo l’integrità del personaggio Gillipixiano.

Mi riferisco alla mia ombra. In fondo la mia ombra e Gillipixel sono parenti stretti. Innanzitutto, li accomuna il fatto di essere entità parallele. In secondo luogo, Gillipixel e la mia ombra sono entrambi molto più affascinanti di me.

Laddove io sono goffo e maldestro nel mostrarmi, la mia ombra è invece slanciata ed elegante, filiforme per certi tratti. Sa presentarsi in società senza farsi troppi problemi, non è appesantita dalle mie timidezze. Lei ha ben più chiari i significati della vita, senza farsi la miriade di crucci dei quali è capace il mio animo titubante.
Se c’è il sole, è segno che il tempo di farsi vivi è giunto, mentre se c’è nuvolo, sa altrettanto bene che non ne varrà la pena. Non ci sono tante vie di mezzo o mediazioni, per la mia ombra: di volta in volta lei è o non è. Fine della storia.

In una bella e, per dirla tutta, molto triste e crudelissima fiaba di Hans Christian Andersen, un filosofo un bel giorno viene abbandonato dalla propria ombra. Questa se ne va per il mondo ad insaputa del suo padrone originario, lasciando l’uomo orfano della sua “propaggine semi-oscurante”, consolato solo da un piccolo simulacro umbratile sostitutivo, ricresciuto nel frattempo. Dopo diversi anni, l’ombra si ripresenta al filosofo in versione “umanizzata”. Grazie alla sua condizione di ombra, ha potuto vedere e conoscere tutto, è diventata ricca ed importante. La fiaba si conclude amaramente, con l’ombra che assorbe lentamente la personalità del vecchio padrone, sostituendolo in tutto e per tutto.

Senza arrivare alle drammatiche conseguenze della favola di Andersen (che a uno gli viene da toccarsi gli zebedei e dire: «…Minchia! Se questa era una fiaba, figuriamoci le tragedie…»), a volte sarebbe bello poter mandare la propria ombra in nostra rappresentanza. Giusto nelle occasione in cui ci sono da sbrigare gli aspetti più noiosi della vita. Pensate che bello: mentre la nostra ombra si prende la briga di sobbarcarsi la fila in posta, di andare in ufficio, di intrattenere rapporti sociali con scocciatori, noi si potrebbe stare serenamente a casa, a leggere un libro, a scrivere, a nutrirsi di nettare e ambrosia o a fare l’amore (magari con un’ombra a sua volta mandata da qualcun altro che non ci teneva più di tanto…ma che importa? Mica bisogna andare troppo per il sottile in queste cose).

Sono certo che la mia ombra se la caverebbe in modo molto più brillante di me, in tutte quelle attività pratiche, lasciandmi soltanto la gradevole incombenza di dover essere niente più che un Gillipixel in libertà. Purché la faccenda non assuma i toni che la fiaba anderseniana introduce dal momento in cui il filosofo e la sua vecchia ombra si ritrovarono. Ve ne riporto un piccolo assaggio, tanto per darvi un’idea e mettervi in guarda in ogni caso dalla vostra ombra.

Sono passati tanti anni e l’ombra bussa alla porta del filosofo. Lo stupore dell’uomo è immenso ed egli inizia a tempestare il buon vecchio alone tenebroso di mille domande. Il filosofo, molto familiarmente ed ingenuamente, si rivolge all’ombra dandole del “tu”. Sentite un po’ come gli risponde quella puzzona impunita:

«…”E poi, cosa hai visto?” chiese il filosofo. “Ho visto tutto, ora glielo racconterò, ma non è per superbia mi creda, libero come sono e con la mia cultura, per non parlare della mia buona posizione, e delle mie splendide condizioni finanziarie, desidererei proprio che mi desse del lei!”. “Le chiedo scusa”, disse subito il filosofo, “è una vecchia abitudine che non riesco a levarmi. Lei ha tutte le ragioni! Me ne ricorderò! Ma ora mi racconti tutto quello che ha visto!”...».

L’ombra
Hans Christian Andersen – 1847

Insomma, cari amici viandanti per pensieri, poi non venitemi a dire che non vi avevo avvertito. Guardatevi bene dal dare troppa confidenza alla vostra ombra, datele sempre del “lei” e tenetevela ben stretta e docile sotto i piedi (…e di tanto in tanto, concedetevi pure il lusso di fare la pipì all’aperto sotto il sole, tanto per farle capire chi comanda…).

domenica 17 aprile 2011

Te la do io la favola!


Quando si ha poca voglia di scrivere, va praticamente da sé che anche la predisposizione alla lettura non sia poi così abbondante. Anzi, forse è meglio dire che di preciso non si sa bene quale delle due svogliatezze nasca prima dell’altra.

Una faccenda del genere mi è successa nell’ultimo periodo e devo dire che non si è ancora esaurita del tutto. Tuttavia, il mio massimo di astinenza assoluta dalla parola scritta può durare a dire tanto una giornata, due quando si esagera. Poi, anche a costo di avere a disposizione come materiale di lettura solamente le etichette dell’acqua minerale, mi ritorna il bisogno di nutrirmi di parole.

In quei casi però prediligo un ritorno blando alle emozioni concettuali convogliate dalle sillabe messe nero su bianco su di una pagina. I gialli, ad esempio, sono una buonissima soluzione in questo senso. Quello di cui si ha bisogno, più che altro, è una storia pura, ben architettata e ben narrata. Su consiglio di una cara amica, mi è successo infatti di leggere un buon giallo italiano, intitolato «Odore di chiuso» scritto da un giovane autore, Marco Malvaldi, e ne ho tratto buona soddisfazione. Era il libro giusto, al momento giusto.

In generale, per queste fasi poco “leggerecce”, la regola della “storia pura”, del racconto senza troppi fronzoli filosofici o riflessioni esistenziali, rimane sempre valida, qualunque sia l’ambito letterario scelto, giallo o non giallo che sia. Avendo in casa un classicone della letteratura per ragazzi, che da tempo desideravo affrontare, mi sono detto allora che anche un simile testo era l’ideale per i miei scopi del momento, di lettore a ranghi ridotti.

Ed eccomi lì con il mio libro in mano, bello e che immerso nella lettura. Non vi rivelo per il momento il titolo, strafamoso, perché ritengo che fare così giovi all’economia del mio articoletto.
Sulle prime insomma, tutto bene. La storia, arcinota perché sentita raccontare mille volte in mille salse, scorreva liscia. Conoscevo benissimo le vicende in questione, ma non le avevo mai lette nella versione originale, e questo era, fra gli altri, uno dei motivi principali d’interesse che mi avevano spinto a questa lettura.

Poi, ad un bel momento, ecco che incontro il seguente passo (portate pazienza, mantengo ancora il mistero sul titolo, sempre che non abbiate già intuito di cosa si tratta, e sostituisco con “xy” gli indizi più evidenti):
«…”Ho capito” disse allora un di loro “bisogna impiccarlo! Impicchiamolo!”. “Impicchiamolo” ripeté l’altro. Detto fatto, gli legarono le mani dietro le spalle e, passatogli un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta la Quercia grande. Poi si posero là, seduti sull’erba, aspettando che facesse l’ultimo sgambetto: ma il “xy” dopo tre ore, aveva sempre gli occhi aperti, la bocca chiusa e sgambettava. Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a “xy” e gli dissero: “Addio a domani. Quando torneremo qui, si spera che ci farai la garbatezza di farti trovare bell’e morto e con la bocca spalancata”…».

Lì per lì non ci ho fatto caso più di tanto, non mi sembrava un passaggio eccessivamente truculento, con tutto quello che si può leggere in giro…ma dopo pochi secondi, ho fatto mente locale e mi sono ricordato: «..Ma minchia!!! Ma questo sarebbe un libro per ragazzi! Eccheccacchio! Roba che quasi quasi a Stephen King gli fa un baffo (...proprio per non dire una pippa)…».

Non vi nascondo insomma la mia perplessità nell’affrontare questo brano del racconto. Mi ero avvicinato a questo testo con in mente gli infiniti elogi sentiti più volte proclamare nei suoi confronti. Ne avevo sentito parlare sempre come di uno dei capolavori assoluti della letteratura per l’infanzia ed ora provavo un senso innegabile di stonatura. Sono stato addirittura tentato di mollare la lettura. Va beh che non sarà giusto nemmeno far crescere i bambini nella “bambagiosa” e “cotoniera” illusione che tutto il mondo e la vita siano soltanto un tripudio senza fine di rose e fiori, ma neanche farli partire in quarta così, con una bella impiccagione grassa grassa, mi sembrava il massimo della salute psico-esistenzial-affettiva.

Per fortuna, tuttavia, che talvolta la perseveranza paga. Non sempre, ma qualche volta sì. Ho così deciso di tenere duro, seguitando ad addentrarmi fra le pagine, e cammin facendo mi è parso di riuscire a calarmi meglio nella logica narrativa di quelle apparenti spietatezze gratuite.

Sì, perché l’episodio dell’impiccagione non era l’unico saggio di frastornante ferocia rintracciabile nel corso della narrazione. Al nostro povero protagonista, andando avanti, ne capitano ancora di cotte e di crude, robe da richiamare alla mente, con spontaneità immediata, la mitica esclamazione inserita da Andrea Mingardi nel suo celeberrimo capolavoro, “Delone”: «…Sòcmél! Che crudeltà mentale…».

Ed è stata proprio l’esagerazione incalzante degli episodi che pagina dopo pagina si susseguivano con ferocia fuori scala, che mi ha fatto scattare la molla di una possibile comprensione, o perlomeno di una mia plausibile interpretazione. Le disavventure nelle quali incappa il personaggio sono infatti tali e tanto grosse, che alla fine il lettore approda nel rassicurante territorio del “non senso”. In questa prospettiva, la genialità dell’autore precorre in un qualche modo lo spirito dei moderni cartoon, anticipa l’essenza di Willy Coyote, di Tom e Jerry, di Silvestro e Bugs Bunny, capaci di passare sotto una pressa o di uscire dalla centrifuga della lavatrice, solo un po’ buffamente malconci, ma altresì in grado di ripresentarsi perfettamente in forma, smacchiati e stirati come nuovi, nella scena successiva, grazie ad una semplice sgrullatina liberatoria.

E tutto ciò, in una prospettiva di senso più ampia, dove ci può condurre?
Può condurre ad una sotterranea esortazione rivolta dallo scrittore all’indirizzo dei giovani lettori, che nelle debordanti peripezie del loro beniamino sulla carta, potranno cogliere l’imbeccata pedagogico-poetica in grado di farli riflettere sulle durezze dell’esperienza umana, aprendo possibilità immense alla forza vitale che percorre i nostri giorni, raffigurata come quasi sempre in grado di oltrepassare persino le situazioni più disperanti, anche a costo di ricorrere all’ausilio di massicce dosi d’ironia ed alla accettazione, sempre posta sullo sfondo, di un vago e generalizzato senso dell’assurdo.

Certo, l’opera in questione possederà poi le altre mille sfumature interpretative ad essa attribuite dalla critica nei tanti anni in cui è stata letta e fatta oggetto di esegesi, ma io, molto umilmente, ho creduto di scorgerci anche questo marginale risvolto significante.
L’avrò pensata giusta? L’avrò pensata sbagliata? Boh!!!

Due cose però credo di averle capite.
Le sconfitte della vita, anche quelle apparentemente più definitive ed irreparabili, in realtà rappresentano praticamente sempre l’altra faccia di una sorta di resurrezione che ci attende dietro il prossimo angolo.
L’altra cosa è che quando incapperò di nuovo in una fase di stanca nella mia carriera di lettore, potrò passare direttamente e senza remore a sfogliare qualche racconto di Edgar Allan Poe o di Howard Phillips Lovecraft, che non mi sbaglierò di molto.

Ah…quasi dimenticavo: il personaggio del mio libro (e per derivazione logica anche il titolo del medesimo…) era ovviamente Pinocchio, di Carlo Lorenzini, detto Collodi.

martedì 28 dicembre 2010

A pesca di venustà linguistica


Amare il linguaggio significa sapersi mettere in ascolto delle sue sfumature più sottili. Non è sempre una questione di facile accessibilità, ma le volte che mi accade di pigliare all’amo un dettaglio linguistico non banale, una sottigliezza espressiva non immediatamente evidente, provo sensazioni di gioia diffusa e profonda.

In quei frangenti si afferra veramente una soddisfazione non paragonabile a nessun’altra inclinazione gratificante dell’animo. Per riprendere una cara metafora già visitata in altre occasioni, quello che mi capita è percepire il linguaggio come vero e proprio prolungamento (o “protesi”, con termine forse meno elegante…) non solo del nostro spirito, ma addirittura del corpo stesso. Nella parola veramente possiamo sentirci completati, come entità fisiche e come esseri dotati di personalità.
E alla stessa maniera che capita quando perveniamo alla consapevolezza di una qualità fino a quel momento ignorata del nostro corpo, oppure ad un pregevole risvolto del nostro animo ancora inesplorato, anche le scoperte linguistiche sono altresì ricche di potente carica rivelatrice.

Nei giorni scorsi, è tornata a visitare i miei pensieri un’espressione brevissima, ma a mio avviso fra le più affascinanti mai plasmate a partire dal materiale linguistico. Ve ne ho già parlato, ma mi piace ogni tanto rispolverarla (e mai verbo sarebbe più indicato al caso...), anche perché stavolta mi si è rivelata, fra le sue pieghe semantiche, una piccola, esaltante epifania.
Si tratta più precisamente del titolo di un libro, in inglese, e proprio lo scarto espressivo afferrabile fra la versione originale e la sua traduzione italiana, ha fornito il motivo scatenante della mia piccola gioia intellettuale.

Il libro in questione è una celeberrima opera del romanziere americano John Fante. Sto ritardando ancora un po’ l’attimo di riportare il titolo per iscritto su questa pagina elettronica, proprio come si fa quando si tiene in sospeso l’approdo ad un ineffabile godimento, perché spesso l’attesa della bellezza promessa sa recare con sé un dolce tormento capace di adagiarsi, nelle nostre aspettative, in gradevole amplesso con la prospettiva dell’appagamento finale. Alla fine tuttavia si giunge sempre all’acme del piacere, e così sarà anche stavolta.
Dunque il titolo del romanzo a cui sto pensando è…«Ask the dust».

Ask the dust…provate a pronunciare queste tre piccole paroline, se vi va. Fatelo sottovoce, sussurrandole, oppure anche scandendole per bene, con un tono ed un volume più corposi.
Non avete quasi l’impressione che il cuore, prendendo a braccetto la mente, si metta a fare l’amore con i suoni carezzevoli sgorganti dalla vostra lingua e dal palato, invitando nel contempo alla festa anche l’udito, dando adito alla delizia globale in cui vi ritrovate avvolti?

Per sfiorare queste piccole estasi linguistiche non è poi necessario che l’oggetto del nostro stupore sia portatore di significati strettamente gioiosi o leggeri. Il caso che vi sto sottoponendo ci conforta esattamente in questo senso.

«Ask the dust»…«Chiedi alla polvere».

Non è propriamente un’espressione rassicurante. Evoca scenari di tribolazione interiore, panorami di smarrimento, di impoverimento spirituale. Evoca la sete, la secchezza della bocca, triviale ostacolo allo stesso atto del pronunziare parole per chiedere.

Come mai mi permetto dunque di affermare che si tratta di un’espressione portatrice di qualità estetico-linguistiche appaganti?
Proprio perché quella di cui sto parlando, quella a cui si mira con questo tipo di atteggiamento verso la “parola”, è una dimensione alta dell’anima. E’ la dimensione che può permettersi di guardare alle cose della vita col distacco dell’estasi. In altre parole, è la dimensione della bellezza linguistica pura, non contaminata dai contrattempi e dalle bassezze del vivere spicciolo. Non che lingua e vita siano due capitoli separati, ma esiste un territorio sublimato del linguaggio, dove ciò che diventa primario è la perfetta corrispondenza fra volontà significante ed effetto espressivo ottenuto. Questa è la sola bellezza che conta in un simile modo di considerare il linguaggio.

Accennavo prima al fatto che la piccola epifania riservatami in questo caso dal beneamato titolo del romanzo di John Fante, è stata scatenata dal confronto fra l’originale e la traduzione italiana.

«Ask the dust»…«Chiedi alla polvere».
A parte l'ovvio fatto che nella traduzione se ne va inevitabilmente perduta la secca e frusciante sonorità dell'originale, è stato un piccolo dettaglio grammaticale a rimarcare lo stupore. Conosco ovviamente questa regola linguistica inglese da non so quanto tempo, ma chissà perché solamente in forza del titolo del romanzo “fantesco”, m'è venuto da apprezzarne in modo particolare la magica bellezza soggiacente.

Sto parlando del fatto che in inglese il verbo “ask” (“chiedere”) non regge la preposizione. In inglese non si dice «chiedere qualcosa “a” qualcuno», ma semmai un cosa tipo «interpellare qualcuno per qualcosa»” («Ask someone for something»).

La differenza è sottile, ma merita tutto il nostro stupore. «Ask someone» (invece di «chiedere “a” qualcuno») mette sullo stesso piano di dignità il richiedente e l'interrogato. Non c'è quella sensazione di distanza e di separazione introdotta, a seconda del caso, dalle preposizioni “a, al, agli, alle,...ecc.”. Forse si tratta solo di una mia vacua suggestione, ma questa cosa, per quel che riguarda il mio modo d'intenderla, innesca anche una valorizzazione ulteriore dell'atto dell'ascoltare.

Nel «domandare qualcuno» («Ask someone»), io ci leggo una maggiore predisposizione a voler stabilire un grado di empatia superiore con ciò che mi sarà risposto, più di quanto non accada invece quando si «domanda “a” qualcuno».

Il nostro uso della preposizione crea una cesura fra i dialoganti, laddove invece la forma inglese li mette subito sulla medesima lunghezza d'onda. In questo senso, «Ask the dust» rende quasi l'idea che il “richiedente”, non solo si produca in un'interrogazione figurata della polvere, ma che di polvere abbai intrisa la bocca stessa. Allo stesso modo, quando una persona pone una domanda in inglese, è mossa da un'intenzionalità di immedesimazione completa con colui al quale il quesito è rivolto. In quella formulazione priva di preposizione si cela una speranza di sentire l'altro dentro di sé (e su questo dettaglio, i più goliardici si astengano da battutacce, please...).

Io che sono un conversatore alquanto scarso, talvolta sogno (non in senso figurato, ma proprio nel sonno...) di avere dialoghi stupendi con persone frequentate anche comunemente, però con le quali non riesco mai a colloquiare in misura soddisfacente nella realtà.

Poche volte nella vita da sveglio ho provato una sintonia di discussione con qualcuno come in occasione di quelle chiacchierate oniricamente simulate. In quelle circostanze verbal-ronfatorie, sento me stesso e l'interlocutore fusi insieme nei significati delle parole che pronunziamo.

Ecco, non saprei spiegarvi come, ma sono quasi certo che il dialogo perfetto, del tipo scaturito in queste parallele esperienze del mondo dei sogni, ha esattamente la stessa natura di un dialogo intessuto nello spirito del domandare alla maniera inglese, quella che si manifesta nella magica e compenetrante formula dell'«asking someone».



sabato 15 maggio 2010

Ultimo tanga a Gillipixiland


Qualche tempo fa vi dissi che dopo aver affrontato l’impegnativo ed entusiasmante doppio tomo di William Shirer, «Storia del Terzo Reich», per un po’ mi sarei tenuto lontano da letture particolarmente lunghe. Mantenendo infatti fede al mio tradizionale e rigorosissimo senso della coerenza, di lì a poco mi sono addentrato nei perigliosi meandri narrativi della “Recherche” proustiana (fra i quali, a dire il vero, per il momento mi sono un po’ smarrito…).
Pochi giorni or sono, per ribadire con decisione la logica stringente delle mie scelte, ho poi pensato bene di buttarmi sulla lettura di un agile “pamphlet”: «Anna Karenina» (…di Lev Tolstoj, ma cosa ve lo dico a fare?...).

A parte tutto questo, quando ti appresti ad affrontare un libro così ponderoso, speri di farlo nelle migliori condizioni di comfort possibili. E’ come per una lunga escursione in montagna: mica ti metti per il sentiero con i tacchi a spillo ed il tanga di carta vetrata, se appena c’è la maniera…
Scegliere un’edizione consona all’impegno, in questi casi non è dunque un dettaglio.
Ma con «Anna Karenina», è proprio qui che l’asino gillipixiano è miseramente cascato.

Preciso che non citerò i nomi effettivi delle case editrici in questione, perché non voglio imbarcarmi in nessuna forma di pubblicità, né di spubblicità. Userò solo due nomignoli sostitutivi, con radice etimologicamente “sinonimata” e desinenza vicendevolmente scambiata, così i più fantasiosi potranno dilettarsi ad indovinare (…un po’ come succedeva con la dolce Euchessina, pensata per i bambini buoni, mentre quelli cattivi, va beh: che spingessero pure!…sempre per non fare pubblicità…).
Basterà addentrarsi in una piccola esegesi della “radice” del primo nome, ed usare la desinenza del secondo, e viceversa.

L’edizione di «Anna Karenina» che avevo in casa è della “Nettanti”. Me l’ero procurata anni fa, senza l’intenzione di leggermela subito. Con questi classiconi russi è un po’ come con le bottiglie di liquore: te li metti in casa e poi capita sempre l’occasione buona per stappare. Già all’epoca però, mi accorsi che si era trattato di un acquisto improvvido: la copia che avevo pescato era difettosa, perché appena dopo la copertina, dove uno si aspetta tutte le paginette introduttive col titolo interno, il traduttore, l’anno d’edizione, il titolo originale, ecc., c’era il vuoto. Il libro iniziava ex abrupto dall’introduzione.

La cosa mi aveva innervosito, spingendomi con ancor più fermezza a lasciar perdere temporaneamente la lettura del discreto tometto tolstojano, che è stato così ad invecchiare fra i miei libri, fino ad arrivare, come accennavo sopra, ad alcuni giorni fa, quando mi ha preso la voglia di stappare quella buona bottiglia di liquore narrativo russo.

Ogni libro ha il suo momento nella vita di un lettore, e sentivo che era venuto il momento giusto tra me ed «Anna Karenina». Non mi sbagliavo, perché fin dalle prime pagine ho assaporato subito la bellezza che gronda da quelle pagine.
Ma…c’era un grosso “ma”.
La mancanza delle pagine iniziali non era il solo difetto della mia edizione “Nettanti”.
Di man in mano che mi addentravo nella storia, mi accorgevo di un fatto a dir poco fastidioso, che rischiava di tramutare il piacere della lettura in uno stracciamento di maroni e fiotti di nervosismo come piovesse.
I caratteri di stampa erano così mal impressi ed a tratti addirittura monchi, da rendere la mia impresa di lettore una vera e propria pena. La sensazione era proprio quella menzionata prima, dell’indossare un tanga in pura carta vetrata, e nemmeno di quella a grana fine.
La cosa volendo ancor più odiosa, al di là delle parole prive di piccole porzioni di lettere o di interi caratteri, era lo scempio che la macchina tipografica aveva fatto delle virgole: in moltissimi casi erano prive del piedino, tanto da confondersi con i punti. Per cui non si capiva dove finiva il periodo, oppure in certi casi pensavi finisse due volte nel giro di pochissime sillabe, però non vedendo poi la maiuscola ci capivi ancor meno, e ci voleva la pazienza ogni volta di interpretare se si trattasse di un punto o di una virgola, o di qualche altro segno di punteggiatura.
Credetemi cari amici viandanti per pensieri, una roba da sbattere il libro contro il muro.

Così, dopo una cinquantina di pagine di questo strazio, facendo violenza alla mia parsimonia campagnola che mi avrebbe indotto a sopportare il dolore pur di non concedermi il lusso di due copie dello stesso libro in casa, me ne sono andato in libreria e mi sono accattato l’edizione “Bendatori” (interpreta la “radice” ed usa la desinenza della prima edizione fittizia).
Fin dalla prima analisi sommaria, ero ben contento della mia nuova acquisizione: qui le lettere erano ben impresse, le pagine dell’«ante-libro» c’erano tutte, ma soprattutto le virgole erano virgole e i punti erano punti, siano lodati i sacri Numi del Ciclostile!
Nemmeno a dirlo, mi sono così buttato a capofitto nella nuova edizione “Bendatori”.

C’era tuttavia una cosa piacevole che mi ricordavo dal primo abbozzo di lettura con l’altra versione: il fatto di aver colto subito di che pasta sia fatta la poetica di Tolstoj.
A dirla in “rozzese” puro, il vecchio Leone è in realtà piuttosto un raffinatissimo segugio da tartufo psicologico. Possiede una capacità straordinaria di cogliere certe sfumature sottilissime del reale, o meglio, di come la realtà si “compone” nella mente umana. E’ questa la sua magia principale: far emergere il pensato dal concreto, le idee dalle cose così come la sensibilità umana le sa intendere. Nel mondo tolstojano, non c’è soluzione di continuità fra spiritualità e materia: dalla prima scaturisce la seconda, nell’atto stesso di percepirla, non meno di quanto la seconda informi la prima, col suo straripamento di dati sensoriali.

Ci sono brani su brani di «Anna Karenina» (per quel che ne ho letto finora) che potrei citare ad esempio di questo essenziale tratto del narrato tolstojano, ma uno fra tutti, con la sua bizzarra marginalità ed insospettabilità, mi aveva colpito già dalla prima lettura sulla prima edizione frulla-pallesca.
La scena è presto detta: due dei protagonisti della vicenda, Stepan Arkadevic (fratello della Karenina) e Konstantin Levin, si recano insieme al ristorante. Ed ecco come Stepan, habitué del locale, viene accolto da un cameriere tartaro che indica alla coppia il tavolo:

«…”Per di qua, Eccellenza, s’accomodi. Qui sua Eccellenza non sarà disturbata” disse un vecchio tartaro ossequioso, slavato in viso e con le anche così carnose che le falde del suo frac non potevano stare accostate…».

Questa è la traduzione dell’edizione “Nettanti”, la nervosifera con virgolopenia diffusa.
Sarò strano io, ma in queste poche parole ci ho trovato un tasso di genialità altissimo. Più precisamente è stato quel particolare delle falde del frac che non potevano stare accostate a causa delle anche carnose, a regalarmi lo stupore narrativo.
Beh, ditemi che sono ancor più stonato, ma trovo questa immagine di una “evocatività” estrema. In quel minimo dettaglio mi è parso quasi di poter leggere l’intera biografia del vecchio cameriere tartaro: ci ho letto la sua infanzia di goffo bimbo spesso preso in giro dagli amichetti, la sua decisione di fare il cameriere come lavoro di ripiego per ovviare alla sua scarsa valentia fisica, oppure per il motivo esattamente opposto, ossia come rivalsa sociale nell’affrancamento dalle fatiche più basse; e poi ci ho letto ancora il successo agguantato “a metà” in quel tentativo di rivincita sociale, perché pur riuscendo a diventare cameriere, lo ha fatto senza essere in grado di scrollarsi di dosso la propria scompostezza naturale, che trova riflesso nelle sue movenze “paperesche” particolarmente evocative del servilismo caratteriale corrispettivo.

Non appena ho avuto in mano la nuova edizione “Bendatori”, mi sono naturalmente precipitato a confrontare com’era riportato il mio passo prediletto e…ecco cosa ho scoperto:

«…”Di qua, vostra eccellenza, prego, qui non vi disturberanno, vostra eccellenza” diceva un vecchio tartaro incanutito, con il bacino largo e le falde del frac aperte, che si era appiccicato loro in modo particolare…»

Aaarrrgh! Ovvove! Della pinguinesca identità caratteriale del cameriere tartaro non c’era più nemmeno la benché minima traccia. L’espressione potentissima di quelle «…anche così carnose…», vero e proprio “motore immobile” dell’impossibile congiungimento secondo le regole dell’eleganza delle falde del frac, era stata banalizzata con un insignificante «…bacino largo…». L’effetto strabiliante della frase secondo la prima versione, diviene nella seconda quello sconsolante di un bicchiere di un vino pregiato maldestramente annacquato.
Per di più quel «…che si era appiccicato loro in modo particolare…» comparso dal nulla nella seconda traduzione, mi ha fatto dubitare circa l’aleatorietà delle scelte dei traduttori: erano proprio due frasi diversissime.

Dopo esser stato parzialmente risarcito dalla seconda edizione, con la curiosa nota che informava del fatto che i tartari venivano preferiti nella mansione di camerieri anche in quanto musulmani, e come tali interdetti dalle tentazioni della vodka, non ho osato andare oltre nel confrontare altri brani, per non dovermi render conto che mi sarebbe toccato leggermi da cima a fondo il gran tomo tolstojano per due volte.

Quale morale si può chiamare in causa dunque a suggello di questa faceta avventura di lettore?
Forse solamente questa: chi lascia la mutanda vecchia per la nuova, sa dove non si scartavetra più, ma non sa quale “bolletta” si ritrova.

(ndt: “bolletta” = termine dialettale usato a Gillipixiland e dintorni, che sta ad indicare talune macchie di non meglio precisata origine, individuabili talvolta in determinate e prevedibili porzioni dei capi d’abbigliamento intimo, volgarmente detti mutande).



domenica 29 marzo 2009

L'uomo della collina ha detto


Ritorno sul concetto di "epifania del lettore", che mi è molto caro ed al quale ho dedicato diversi scritti qui su, in diverse varianti e con diverse modalità, dettate di volta in volta dallo stato d'animo del momento e da come minchia mi pigliava.
E' stato anche l'argomento di inaugurazione di codesto blog frattaglioso, nel lontano giugno 2008.
Ci ritorno perchè ho scoperto che l'epifania del lettore, quando ti succede, non solo può procurare un sommo piacere misto ad un senso di "illuminazione".
Non solo può trasmetterti la sensazione che ti sia appena stato rivelato un pensiero che avevi già da sempre nella mente ma al quale non eri mai riuscito a dare una forma precisa.
Non solo tutto questo, insomma.
Ma ho scoperto pure che l'epifania del lettore può darti la misura della tua limitatezza espressiva.
Mi è successo leggendo un passo del bellissimo libro di James Hillman, "Il codice dell'anima".
Fra le sue pagine ho scovato l'epifania del lettore più intensa in rapporto alla concisione di parole con la quale è espressa: solamente 2 termini.

Ora, io mi sono diverse volte arrabattato per cercare di cogliere le distorsioni del modello consumistico che ci permea le vite.
Non ho badato a spese dandoci dentro di ironia, di prese per i fondelli, di strali umoristici scoccati contro ipermercati, outlet, automobili, passioni insensate come il tifo sportivo portato ai suoi più folli estremi, stili di vita coatti e così via.
Ho sbeffeggiato Grandi Fratelli, Fattorie e Talpe assortite, Marie de Filippi e Filippi de Maria.
Ho stigmatizzato il conformismo mercificatore di esistenze, l'esasperazione produttivistica, la folle ed insensata accelerazione temporale applicata a tutti gli ambiti della vita.
Ma ogni volta, invece di sentirmi come uno che coglie nel segno il significato da trasmettere, alla fine mi sono sentito come un cagnetto tignoso avvoltolato nella polvere, intento a mordere ringhiosamente l'illusione di un osso succulento che si rivelava invece poco più di un bastone rinsecchito.
Se lo avessi saputo che tutta quella roba si poteva dire con due parole, le avrei dette subito.
Ma c'è stato bisogno di leggere "Il codice dell'anima", perchè altrimenti io non sarei io e James Hillman non sarebbe lui.
C'era bisogno insomma dell'uomo della collina per sapere che bastava dire:

"...iperattiva passività..."

Il codice dell'anima
James Hillman - 1996



mercoledì 18 marzo 2009

Un colpo solo!


«…Come tutti gli scansafatiche, anche io volevo scrivere, ma i miei primi sforzi fallirono miseramente…».

What Am I Doing Here?
Bruce Chatwin - 1989

Ci sono scrittori che posseggono una grazia sintetica superiore.
Bruce Chatwin è uno di loro.
Ritrovandomi ad essere un "prolissoide" narrativo qual io sono, apprezzo simili maestri in modo particolare. Chi meglio di un assetato disperso nel deserto potrebbe infatti decantare la bontà di una sorsata d’acqua pura?
Pur non riuscendo a fare più di tanto per ovviare all’inconveniente, mi rendo conto che il mio barocchismo scribacchiatorio deriva dall’esser io spesso afflitto da ansia argomentativa.
Il grande narratore potrà anche essere la persona più insicura del mondo nella vita reale, ma quando prende in mano la penna è più freddo e spietato di un killer di professione.
Con questo non sto dicendo che il gran maestro di sintesi non sappia trattar di sentimento e di profondità emotive.
Tutt’altro.
La sua freddezza non riguarda i contenuti, che potrebbero essere i più passionali e caldi che siete capaci di immaginare.
No, non è di questo che vado cianciando.
L’impassibilità, lo scolpitore di frasi la sa invece applicare alla perfezione quando maneggia il mezzo espressivo.
Lo scrittore di razza prende in mano le parole con la sicurezza del sicario: dopo essersi appostato nel luogo ideale per colpire, si mette ad assemblare vite per vite, bulloncino per dadino, del suo fucile di precisione narrativa, fino a posizionarci in cima un cannocchiale ultra-preciso, mirando dentro al quale alla fine, di fronte allo stupefatto lettore, esplode la sua frase asciutta ed essenzialmente compiuta in se stessa, che una virgola in più o una in meno avrebbero comunque stonato.
A me succede un po’ tutt’altra cosa.
Assomiglio piuttosto al vecchio Lee Harvey Oswald, quel maledetto 22 novembre del 1963.
A volte mi apposto nel luogo sbagliato (leggi: prendo su l'argomento dalla parte sbagliata) e non mi accorgo che c’è una telecamera di sicurezza puntata proprio lì: gli sbirri (leggi: “lettori scafati”) dalla centrale operativa già mi vedono in pieno, prevedendo le mie intenzioni.
Allora mi agito, e per farmi capire che non mi appresto a sparare una cazzata, ma solo possibilmente una frase decente, mi metto a far premesse su distinguo, antefatti su ante-considerazioni, incisi precauzionali su ipotetiche giustificative.
Va a finire che nel montare il mio fucilino, per il timore di non aver detto mai a sufficienza, mi prende l’assillo di infognare concetti su concetti in ogni frase, un bullone mi casca nel tombino, ad una vite si frusta il filetto e la lente del cannocchiale si annebbia col fiatone che mi coglie tenendo in sospeso una frase chilometrica come questa.
Il narratore cristallino ha invece di bello che, tu abbia capito o no quello che intendeva dire, tu abbia colto o no la sua poetica, lui proprio se ne fotte.
Non nel senso che fa le cose a caso.
No, no.
Ma proprio perché è talmente sicuro della bellezza auto-sufficiente di quanto egli ha scritto che non si degna nemmeno di perdere un secondo ad abbassarsi a ragionare su questioni di infima lega come l’efficacia comunicativa o qualsivoglia altra forma di “captatio benevolentiae” scrittoria.

Quello che lui ha scritto semplicemente “è”.
Rifulge di vita narrativa interiore propria.
E non ci sono altre palle che tengano.


domenica 28 settembre 2008

Every breath you take...

(Foto di Gillipixel)

“…Un romanzo non è un'allegoria […] E' l'esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. E' così che si legge un romanzo: come se fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare. Ricordate solo questo...“.

Leggere Lolita a Teheran” - Azar Nafisi (2003)

Avvicinandosi alla lettura di un’opera narrativa di qualità artistica elevata, capita di imbattersi in passaggi chiave che riescono a suscitare in noi una sorta di rivelazione interiore, che partecipa al tempo stesso del senso dello stupore e di quello della conferma. E’ come se di colpo venisse fatta luce su un aspetto della vita del quale, pur essendoci sempre resi conto, possedevamo dentro di noi una consapevolezza più intuita che definita, fatta di soli tasselli sparsi e frammenti disordinati. Il pregio del grande narratore risiede nella capacità di saper dar forma a queste verità sotterranee, incorniciandole in una storia che contemporaneamente possiede sia il dono dell’evidenza universale, sia la presa diretta sulla fugacità del vissuto particolare, riuscendo in questo modo a non smarrire l’efficacia del contatto più intimo con i significati dell’esistenza umana, colta quasi come sospesa sui momenti stessi del suo compiersi