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lunedì 17 novembre 2014

Sentir la mancanza del sentirsi mancanti


Da non so più quanto tempo ormai, mi succede un piccolo fatto. Si tratta più che altro di un vezzo, un diversivo estemporaneo semi-involontario, quasi un tic. Magari son lì, intento in qualche impalpabile cosetta della più svariata natura (scrivere, leggere, pensare, fantasticare, immaginare o altre attività inattive del genere) e zac! Ecco che mi viene voglia di guardare l’orologio. Non ci sarebbe niente di strano, se non il fatto che la cosa capita spesso e volentieri quelle volte in cui sapere l’orario non mi serve proprio a niente.

Ma l’aspetto ancor più insolito è un altro. Non passano che pochi attimi da quando ho consultato il display del cellulare (nella mia modalità attuale di controllare l’ora, dato che non son solito portare l’orologio al polso), e già mi sono scordato in pieno che ore sono. Proprio non c‘è verso: l’ho vista una manciata di secondi fa, ma non so assolutamente l’ora.

La cosa mi è successa per tanto tempo, ma solo di recente mi è venuto da chiedermi come mai. Che cosa vuol dire questa necessità quasi inconscia di voler sapere l’orario, resa ancor più effimera e volatile dall’immediato oblio che l’accompagna? Non ho saputo darmi spiegazioni precise e circostanziate, a simili quesiti. Però in proposito, mi hanno accarezzato la mente alcuni vaghi lampi d’intuizione, che mi sono parsi interessanti. 

Una prima suggestione (molto mitologico-fanta-leggendaria, me ne rendo conto, ma che non mi vergogno a spiattellare qui senza pudore) consiste nell’ipotesi che la nostra natura, per sua “costituzione ontologica”, non sia fatta per manifestarsi ed esplicarsi nel tempo. Il tempo è sì un abito che ci sentiamo cucito addosso secondo una taglia perfettamente studiata dal Grande Sarto Universale, ossia dalla realtà stessa in cui siamo calati. Ma questo vestito, pur essendo anche esaltante per molti aspetti, è a tratti costrittivo, imprigionante, quasi soffocante.

Anche senza voler scomodare i grandi filoni di pensiero della gloriosa tradizione, sia occidentale che orientale (penso in primis a Platone e al Buddha), questo sospetto indiziariamente subodorato secondo cui il nostro essere deriverebbe dalla “atemporalità” e ad essa sarebbe destinato a ritornare, non può fare a meno di affacciarsi alla nostra sensibilità. Il “non-tempo”, la brama di non essere nel tempo, sono fattori che rechiamo dentro di noi, come impronte genetiche immateriali. Ecco perché troviamo la massima soddisfazione in tutte quelle espressioni della vita che son capaci di ravvivare questa propensione latente celata nel nostro profondo. La musica o l’arte in genere, per esempio. Ma anche altre “attività” per lo più “non finalizzate”, come possono essere innamorarsi (e se appena c’è modo poi, fare l’amore), lasciarsi andare alla contemplazione, alla meditazione, star lì, semplicemente respirare ed esserci, grattarsi la pancia, annusarsi un’ascella, dormire magari, e così via. Si tratta, in tutti questi casi, di “mezzi di trasporto fuori dal tempo”.

Ma forse questa spiegazione non è completa, né sufficiente, per coprire tutto il senso del mio guardare l’ora per scordandomela subito appresso. Guardare l’orologio per dimenticare immediatamente il suo responso, è forse, come ho detto, sintomo di una sotterranea fame di atemporalità. Ma se è vero che la nostra essenza è in parte composta da questo anelito ad essere ri-partoriti al di fuori del tempo, per altri aspetti non possiamo negare la nostra natura di esseri perennemente “mancanti” (inteso sia in senso attivo, ossia persone “che mancano”, in quanto sempre separati da un’agognata pienezza; ma anche e soprattutto in direzione passiva, nel senso di individui “ai quali manca”, che provano il sentimento della mancanza di qualcosa). 

Nella mancanza viviamo immersi, in essa sguazza il nostro intimo. Portando un po’ agli estremi il concetto, potremmo quasi dire che di mancanza si nutre la nostra esistenza stessa. Viviamo per ciò che ci manca. Lì è nascosta la molla esistenziale più attiva e mobilitante che possiamo immaginare. Ciò che abbiamo perde in un batter d’occhio tutta la sua importanza e il suo valore, se non ci fosse sempre sullo sfondo ciò che ci manca, a fare da orizzonte essenziale costante. Così allora forse si spiega, secondo altri aspetti, il mio adocchiare invano l’orario. E’ per assaporare un vago sapore imprecisato del tempo, che ogni tanto mi ritrovo a consultare gratuitamente l’orologio. Lo faccio per sentire ribadita la mia indefinita natura di entità “mancante”, che meglio non può essere espressa se non dal senso del tempo, con tutte le sue golose promesse da gran dottore capace di curare le mancanze future.

Ovviamente, tra le due spiegazione sussiste un’ovvia contraddizione. Guardo l’orologio invano, perché voglio star fuori dal tempo? Oppure perché nella sensazione della temporalità pura, mi ci voglio sentire calato? 

Per tutte e due le cose. 

Ecco perché la vita è così affascinante, ma tormentosa insieme. Ecco perché siamo assetati senza sosta di un’acqua che mai ci può dissetare. Siamo di continuo attirati dentro al vortice maliardo del tempo, ma aneliamo anche a sfuggire da esso. Siamo fatti di questa incredibile contraddizione. La accogliamo in noi inspirando, ci scorre in tutto il corpo, nelle vene, e poi la ributtiamo fuori di nuovo, insieme al fiato.

E’ tutto questo che mi passa attraverso, quando controllo l’orario e subito dopo mi scordo di che ore sono: il profondo sentimento della mancanza di sentirmi mancante.


domenica 27 gennaio 2013

La confraternita dell’etilometro


Quello che un poeta non dovrebbe mai azzardarsi a fare, è spiegare una sua poesia. I miei vantaggi in merito sono però due: primo, non sono un poeta, ma soltanto un membro onorario della confraternita dell’etilometro. Secondo: quella che mi accingo ad analizzare non è affatto una poesia, bensì il semplice prodotto di mie divagazioni para-filoso-folleggianti.

Ecco dunque spiegato come io possa permettermi di dire due parole su una recente mia composizione, senza timore di infrangere l’aurea legge della poesia testé accennata. Anzi, a volte i “non poeti” hanno quasi il dovere di illuminare meglio le proprie intenzionalità espressive, per fugare il velato sospetto, che sempre li perseguita, di soggiacere ad un certo malvezzo in virtù del quale le loro parole potrebbero essere state tirate semplicemente a casaccio con la fionda contro il foglio bianco. Mi piacerebbe invece cercare di illustrare, se non proprio un preciso percorso interpretativo, perlomeno un vago tracciato evocativo pertinente alle mie frasi.

Riporto la composizione, per una più agevole sinossi (minchia, come parlo difficile oggi…):

Distillati d’attimi

Distillati d’attimi,
oltre non vorremmo osare.

La durata è sgomento,
il non tempo odora di per sempre.

A mezz’aria nella clessidra
     il granello di sabbia
                 so-
               spen-
                de
            lo spirito
in ammirazione frenante.

E’ gravosa
l’impalpabile discesa,
come di masso
al cui silente tonfo mai s’intende prestar fede.

Vestendo la glabra pelliccia
d’animali tracimanti l’incompiuto,
c’avvinazziamo del vero assenzio
sublimato dalle nostre essenze.

Vattene, tempo, fuori dai peli,
ma non diseredarci
del tuo marchio senza veli.

*******

Tutta la poesiola è intessuta intorno all’ambiguità del tempo e della percezione di esso, e gioca sulle paradossalità emozionali ed affettive che senza sosta ci procura il nostro essere ineluttabilmente immersi nel flusso temporale. “Distillati d’attimi” è riferito proprio a quelle porzioni di tempo che più ci gratificano e che sono sempre così rare e repentine, rispetto al “mare magnum” cronologico fatto invece perlopiù di momenti banali, noiosi, lunghi, insignificanti, ordinari, angoscianti anche, a volte. L’immagine del “distillare” il tempo vuole appunto suggerire un’ideale operazione di estrazione del meglio che il tempo ci può offrire: goccia a goccia, filtrato con l’alambicco.

Gli attimi sono “distillati” nei fugaci frangenti di un bacio, nell’esaltazione fulminea che ci sa regalare la vicinanza della persona o delle persone amate, nel rapimento estatico procurato dalle emanazioni di senso provenienti da un’opera d’arte o dall’immersione in uno scenario naturale particolarmente “totalizzante”. E così via. “Oltre non vorremmo osare” è già una constatazione di paradosso e di inevitabilità: vorremmo sempre rimanere sospesi dentro quegli attimi distillati, ma ci rendiamo benissimo conto di come la loro stessa preziosità sia funzionale alla medesima fugacità che recano con sé.

“La durata è sgomento, / il non tempo odora di per sempre”: qui ribadisco, o perfeziono, la suggestione di prima. Il tempo durevole, prolungato, esteso, le ore senza fine apparente del quotidiano comune, ci paiono spesso un ostacolo insormontabile, e desidereremmo dimorare sempre nell’illusorio “non tempo” degli attimi distillati. Per meglio rendere la suggestione, mi è sembrato bello inserire questo riferimento evocativo ad un non meglio immaginato “odore di per sempre”. Ulteriore contraddizione nel paradosso: “per sempre” è nel medesimo tempo espressione che spaventa, agognata, ma anche frutto potenziale di repulsione.


Nel blocchetto successivo di “versi”, introduco una sorta di trucchetto da mestierante poetastro saltimbanco. Dopo “The bomb”, la composizione in cui Gregory Corso richiamava graficamente la sagoma del fungo atomico tramite “andate a capo” ed impaginazione dei versi calibrate ad hoc, simili stratagemmi andrebbero banditi per eccesso di imitazione. Ma non ho saputo resistere. Il mio ben più modesto disegno risultante dal gioco delle righe, suggerisce blandamente la silhouette della clessidra a cui si fa riferimento appunto nel testo. Per accentuare l’effetto, ho voluto spezzare la parola risultata centrale, “so-spen-de”, a rendere ancor meglio l’immagine del granello di sabbia che la nostra “ammirazione frenante” vorrebbe si fermasse indefinitamente a mezz’aria, a decretare il “non tempo” dei tanto agognati “distillati d’attimi”.

“E’ gravosa / l’impalpabile discesa, / come di masso / al cui silente tonfo mai s’intende prestar fede”: quel granello tuttavia prima o poi deve cadere. Ed anche se ci può apparire eterno e sommante incorporeo il lasso di attimi della sua sospensione, alla fine è questo che si rivela essere: un masso che cade pesantemente nello smarrimento che segue l’orgasmo, nel lunedì che segue la tregua del week-end, nelle urgenze pratiche del vivere che spazzano via ogni poeticità. E ad ogni rinnovarsi dell’estasi riscoperta negli attimi distillati, riprendiamo ad illuderci che stavolta no, il tonfo non ci sarà, non gli vogliamo “prestar fede”: eppure il granello non manca mai di tornare a toccare il fondo della clessidra, con la sua pesantezza ci sorprende senza tregua, di una sorpresa amara, ma al tempo stesso così familiare ed usata.

“Vestendo la glabra pelliccia / d’animali tracimanti l’incompiuto, / c’avvinazziamo del vero assenzio / sublimato dalle nostre essenze”. Ecco, qui lo ammetto senza problemi: gli ultimi due blocchetti di versi sono quelli più esoterici e sfuggenti, e io stesso fatico un po’ a chiarirli. L’idea era quella di richiamare la dualità che sempre sussiste nell’uomo, la distonia, incerti casi, innescata fra la sua inestirpabile componente animale da una parte, e la sua essenza civilizzata, dall’altra. Tutto ciò mi è sembrato che affiorasse bene attraverso l’immagine di una “glabra pelliccia” che ogni donna o uomo si porterebbe addosso, una pelliccia paradossalmente senza peli, perché partecipa sia dell’animalità, sia della nostra componente civilizzata.

“Animali tracimanti l’incompiuto” è senza dubbio il passo più oscuro. “L’incompiuto” starebbe a significare esattamente la nostra incapacità di approdare ad una compiutezza nella comprensione del tempo. Il tempo ci affascina, ci trascina nel suo turbine, ci ubriaca, non possiamo sottrarci ad esso, ma non lo capiremo mai: in questo tentativo di svelarne il mistero, mettiamo in gioco tutte le nostre facoltà, gli istinti animali uniti alle raffinatezze logico-razionali, ma l’unico risultato finale sta nel nostro tracimare una impotente incomprensione.

“C’avvinazziamo del vero assenzio / sublimato dalle nostre essenze”: qui mi è piaciuto giocare con la sonorità delle parole “assenzio” ed “essenze”. Il tempo è una componente radicale della nostra essenza di uomini: ci è connaturato. L’effetto che a volte ci procura è quello di una vera e propria ubriacatura: è vertiginoso nelle sue contraddizioni, e come presi nel gorgo dei fumi dell’alcol, talvolta ci addentriamo nei suoi misteri.


Concludo infine con un’invocazione, un po’ ironica e volutamente contraddittoria: “Vattene, tempo, fuori dai peli, / ma non diseredarci / del tuo marchio senza veli”. E’ forse quello che ciascuno vorrebbe: non soggiacere più al dominio del tempo (“Vattene, tempo”). Però al tempo stesso, la richiesta è molto pesante e pericolosa da fare: non volere più il tempo significa anche non volere più la vita, significa affacciarsi alla Grande Incognita di ciò che sta oltre il tempo. Quello che ne risulta dunque alla fine, è un’invettiva un po’ infantile e senza senso, un desiderare una cosa ed il suo opposto, un richiesta rivolta al tempo di lasciarci in pace, ma, per carità, di non abbandonarci (“non diseredarci”), di non allontanare da noi il suo marchio senza veli, ossia la condizione temporale che è parte così lampante ed evidente della nostra essenza di uomini. “Fuori dai peli” è un piccolo calembour per richiamare l’espressione “fuori dai piedi”, riecheggiando nel contempo il riferimento alla pelliccia introdotta nelle frasi precedenti. Il marchio del tempo è “senza veli”, sia in riferimento alla sua evidenza estrema, sia perché questa allocuzione suggerisce l’impotenza della nostra “nudità conoscitiva” di fronte al tempo che ci segna indelebilmente.

Se alla fine, a dispetto di questa mia piccola auto-esegesi, ciascun lettore che avrà avuto la pazienza di leggersela, continuerà ad ogni modo a sostenere: boh, sarà, ma io ci avevo capito tutt’altre cose…beh, ne sarò ancor più lieto, perché vorrà dire che si tratta di una composizione aperta alla multi-significazione e non mono-direzionata su un binario interpretativo unico.

sabato 1 dicembre 2012

Il fusibil prodigo


Narrai già in altre occasioni del mio rapporto, piuttosto conflittuale anziché no, con l’automobile, intesa sia come oggetto di uso quotidiano (meglio se mensile o annuale, per i miei gusti…), sia come distorto feticcio della modernità. I lettori più affezionati e di lunga data sapranno che per i miei spostamenti meccanizzati mi affido ai servigi di una normale “inutilitaria” targata 313 GT. 

GT non vuol dire Gran Turismo, bensì Gattopoli, la provincia in cui Gillipixiland si trova (la geografia completa di Gillipixiland sarebbe la seguente: Gillipixiland, provincia di Gattopoli, regione di Pigronia, repubblica indipendente della Smutandovia).

La 313 GT non è mai stata un fulmine di guerra. Fa dignitosamente il suo dovere di portarti dal punto A al punto B, concedendoti di seguito anche l’omologo privilegio di rispostarti a ritroso da B ad A, con sufficienti requisiti di comfort. E questo è quanto da un’automobile ci si dovrebbe attendere, a mio modesto parere. Non “…che sia una cosa venuta / dal cielo in terra a miracol mostrare…”, come molti illusoriamente invece si lasciano convincere che dovrebbe essere, in messianica disposizione d’animo.

Ad ogni modo, non va negato che dietro al moderno “fenomeno automobile” si celino non a caso infiniti misteri. Fra gli arcani motoristici più eclatanti c’è sicuramente la grave forma di “svalutatio precox” di cui soffre il prodotto automobilistico. Una vettura costa fior di quattrini all’atto dell’acquisto, da nuova. Ma basta non tantissimo tempo per farla deprezzare in misura vertiginosa. Tanto che ad un certo punto del processo di svilimento valutario, si arriva quasi agli estremi di essere costretti a sborsare di nuovo dei soldi pur di liberarsi dell’ormai inutile fardello. Nel corso del cammin di sua svalutazione, tuttavia, accade un ulteriore portento misterico. Se malauguratamente incappi nella necessità di dover riparare un guasto (rigorosamente fuori dal periodo di garanzia, ovvio…), con annessa sostituzione di qualche pezzo, ti accorgi con sommo stupore di come le “parti” del tuo mezzo non stiano seguendo più il destino del “tutto”. Beffardamente, loro sì, mantengono l’altissimo valore d’origine, anzi, riescono addirittura a sopravanzarlo di brutto, mentre la macchina nella sua totalità si declassa a precipizio. Tanto che, considerando una ipotetica sommatoria dei pezzi conteggiati ad un prezzo “da riparazione”, credo ne deriverebbe un valore molte volte superiore a quello sborsato al momento dell’acquisto del loro blocco intero, ossia dell’auto stessa.

In pratica, accade che i singoli fattori si ribellano alla loro rispettiva unità di riferimento, la parte non ubbidisce più al tutto, lasciandoti lì, fessacchiottisticamente basito, a non poter far altro che prenderne atto con “consumistica” rassegnazione. E col consumismo non si scherza, si sa. Lo puoi irridere, te ne puoi lagnare, puoi applicare piccoli accorgimenti difensivi, lo puoi persino sbeffeggiare, ma alla fine le sue leggi prevalgono e, più o meno consapevolmente, devi chinare il capo. E anche queste sono soddisfazioni.

A meno che non s’inneschino talvolta delle piccole aporie, degli inusitati mini-bachi insinuati nel sistema, i quali, pur non avendo la forza di trarti fuori dall’ingranaggio tritatutto, perlomeno possono recarti alcuni attimi di svagata micro-rivalsa. Inutile ai fini pratici, certo. Ma almeno recante lieve soddisfazione sotto il profilo poetico esistenziale.

Com’è capitato appunto a me con la 313 GT. Se GT non significa Gran Turismo ci sarà un motivo. Qualche piccola magagna, nel proprio panorama di fornitura del comfort viabilistico, la 313 GT non me la risparmia di certo. In particolare, ho scoperto qualche tempo che è debole di fiato. La ventolina che serve a fare aria calda d’inverno e fredda d’estate, dispone di quattro velocità. Sino al livello 3, la 313 GT può anche reggere, ma se ti azzardi a pretendere la gran sfiatata a quota 4, pufff!!! Si annulla finanche il benché minimo refolo d’aria.

Quando m’accadde per la prima volta di ritrovarmi al volante della 313 GT compassionevolmente  sfiatata, proprio in virtù dei ragionamenti poc’anzi elucubrati, mi preoccupai alquanto. Stai a vedere, mi dicevo, che adesso mi tocca cambiare la ventolina, pagandola a peso d’oro, neanche fosse un cilindro della De Soto di Howard Cunningham in Happy Days…

Invece no. Il difetto era meno grave del paventato. Di fatto, grazie anche alla cooperazione di un elettrauto onesto (e questo va rimarcato), si venne a scoprire che la ventolina poteva ancora reggere dignitosamente il colpo, ma andava semplicemente sostituito un piccolo fusibile. Fu il buon uomo stesso ad ammonirmi di non sforzare mai la ventolina oltre la velocità 3. E con 5 euro me la cavai.

Potete immaginare che dimenticarsi, guidando sopra pensiero, dell’inviolabilità suprema del grado 3 di soffiatura della ventolina, sia un attimo. Per cui in seguito è successo di nuovo: ho inavvertitamente sospinto la ventolina alla sommità estrema del cimento eolico, ritrovandomela puntualmente muta ancora una volta. Sono tornato dallo stesso elettrauto, il quale mi ha praticato il solito mini rappezzo del fusibile, segnalandomi stavolta che se avessi voluto ovviare in maniera risolutiva all’inghippo, avrei dovuto cambiare la ventolina, con esborso superiore ai 100 €. Come volevasi dimostrare. 

Ho detto che ci avrei fatto su un pensiero, e “messer lo conoscitor cortese di batteria et spinterogeni” stavolta non ha voluto nemmeno un centesimo, accennando al fatto che magari ci saremmo rivisti se mi fossi deciso a cambiare tutta la ventolina. Le cose non sono andate così. Pur avendo apprezzato al massimo l’onestà di quel rispettabilissimo lavoratore, un po’ per pigrizia, un po’ perché del grado 4 di sfiatate della 313 GT potevo anche benissimo fare a meno, non sono più tornato in quella officina. Ma lo sfiatamento della ventolina, per un'altra botta di sbadataggine, si è riproposto immancabile. Stavolta sono andato da un altro elettrauto, per vari motivi. Anche qui sono cascato bene: addirittura non ha voluto niente per il fusibile, reputando il tutto un’inezia di intervento che mi elargiva volentieri gratis. Ringraziando di cuore, me ne sono andato più soddisfatto che mai e quasi fiero della mia ventolina un po’ asmatica.

«…Alla fine avrai imparato la lezione, piantandola una buona volta di svalvolare smodatamente la ventolina fino a velocità 4?...», mi domanderete voi a questo punto. Mi piacerebbe rispondervi che sì, ormai l’ammaestramento m’è stato sufficiente, ed invece “sì e no” mi tocca dirvi. Un po’ perché non posso garantire di non incappare in futuro in altre disattenzioni, un po’ perché le vie delle ventoline deboli di bronchi sono davvero infinite. Lo sbiellamento ventilatorio si è infatti materializzato di nuovo pochi giorni fa. Per causa sempre mia, anche se non propriamente diretta, stavolta. Ho dovuto prestare la 313 GT a mio fratello, e la dimenticanza si è trasferita dall’atto puro del ruotare io di persona la rotella della ventolina, al fatto di non aver segnalato a lui quell’automobilistica fragilità polmonare. E zac, puntuale come un orologio svizzero, mio fratello ha messo la rotella a 4, e la ventolina si è ri-sfiatata. Terzo elettrauto e quarto fusibile: è andata bene nuovamente, molto gentilmente pure lui non ha voluto una ghinea per il suo nobil servigio.

E’ stato così che la buffa sequela di mini-vicissitudini para-consumistiche protratte nel tempo mi ha fatto riflettere. Assodato che prima o poi nello sfiatamento della ventolina ci si ricade (chissà, magari succederà in un’altra occasione che lascerò la macchina accesa con la portiera aperta ed un gatto salirà furtivamente, andando pigiare proprio la ventolina sulla velocità 4; oppure sarò preda di una scarica di tic compulsivi stile Charlot in «Tempi moderni», che mi costringeranno a ruotare la rotella dell’aria al massimo; oppure per mille altre mirabolanti cause inimmaginabili allo stato attuale…), ho allora pensato che se arriverò a far cambiare un 8mila o 9mila fusibili circa, da altrettante differenti officine di elettrauto, avendo la fortuna ogni volta di poter godere della gratuità, alla fine mi sarò ripagato l’intera 313 GT come fosse nuova, per il controvalore equivalente calcolato in fusibili. E se pur così facendo, il consumismo non lo avrò sconfitto, si saranno fatti ad ogni buon conto non pochi sorrisi.

martedì 14 febbraio 2012

Made in Chirmany




Da gran cultore dell’«Inutile» qual io sono, non manco mai di spaziare negli ambiti della gratuità anche più impensata. Uno dei miei terreni di sfogo più fertili in questo senso è sempre stato quello degli ammennicoli vari di cancelleria: biro dalle forme strane, pastelli di ogni materiale, gomme spuzzettose e così via. Nel corso di tutta la carriera scolastica, mi hanno sempre appassionato certi dettagli, negli strumenti di lavoro studenteschi, quasi esclusivamente legati ad un aspetto estetico puro. 

Più erano inutili, più mi solleticavano la fantasia. 

Fra i miei sogni di bambino c’è sicuramente sempre stato il “matitone rosso-blu”. Avete presente? Non è niente di particolare: un normale lapis di legno, però di sezione doppia o tripla rispetto ad una matita comune. Al posto della mina grigia, poi, a fare da materiale scrivente, c’è un’anima di impasto blu da una parte, e rosso all’altra estremità. La cosa che mi ha sempre affascinato di questo matitone sono innanzitutto le sue dimensioni fumettistiche, tanto che, per dire, lo vedresti benissimo in mano a Paperoga, mentre è in giro nei vicoletti di Paperopoli a prendere appunti per scrivere un articolo sul «Papersera».

E poi, l’aspetto più bambinescamente intenso della sua bicolorità sta nel fatto che non solo con agevole gioco di dita puoi passare, in men che non si dica, dal lasciare segni blu all’imbrattare il foglio di rosso. Ma soprattutto, la cosa magica è che la punta si fa da tutti e due gli estremi. Sembra un dettaglio banalmente scontato, ma se siete stati davvero bambini, non faticherete a capire che non è così. Perché, tra l’altro, se bambini siete veramente stati, non vi sarà nemmeno sfuggito l’enigma degli enigmi che da sempre “in-legna” l’essenza stessa del “matitone rosso-blu”: avendo cura di tener bene temperata la bi-punta all’unisono e con una certa regolarità, dov’è che s’incontreranno le due anime bicolor del matitone?

Come tanti miei sogni tuttavia, anche quello del “matitone rosso-blu” è rimasto per anni in sospeso, irrisolto. Poi, crescendo, l’innamoramento matitonesco mi era un po’ passato e quasi non ci pensavo più. Finché un giorno di non tanto tempo fa, quando ormai i miei sogni avrebbero dovuto essere strutturati attorno a questioni ben più articolate, all’uscita di un negozio, credo fosse una libreria, mi pare a Milano, proprio nei pressi della cassa (il più periglioso luogo per subire ferali agguati da parte degli acquisti futili…), c’era un bussolotto ricolmo di fantastici “matitoni rosso-blu”. 

Non ho resistito e subito me ne sono preso senz’altro uno: non era nemmeno di quelli ordinari, ma proprio un matitone di gran lusso, della Faber-Castell e tutto, fatto in Germania. Una roba che, ad averla avuta da bambino, pur continuando demis-roussos-ianamente a ricordare a me stesso “…profeta non sarò…”, perlomeno però sarei forse potuto diventare un adulto migliore.

La questione è che con il “matitone rosso-blu”, se ad un certo punto vuoi continuare ad usarlo, ti serve il “temperone”, altro fantastico fronzolo inutilitario della nostra infanzia. Il “temperone” è un temperino a due fori: uno per le matite borghesi ed un altro pertugio “king size” atto ad accogliere quel gran ganzo di un super-dotato del matitone. Per farla breve, avevo già un “temperone”, ma non trovandolo più, mi sono deciso ad andarne a comprare un altro, ora che dispongo della piena padronanza dei miei sogni infantili.

Ed è stato una volta avuto in mano il mio nuovo “temperone” che, alla buon ora, mi sono imbattuto nella questione di cui vi volevo parlare oggi. Guardato dalla parte delle due piccole lame, anche questo nuovo “temperone” mi si è presentato nella sua piena fierezza teutonica: due bei “Made in Germany” campeggiavano infatti per il lungo dei piccoli piattini taglienti. Una sfumatura di dubbio non meglio precisata mi strisciava tuttavia nel sottoscala della mente. Solo col senno di poi ho capito che m’insospettiva il fatto del “Made in Germany” raddoppiato. C’era bisogno di ripeterlo, non bastava scritto una volta sola?


Il motivo l’ho scoperto solo vivendo, e girando il “temperone” dalla parte del suo retro: proprio in calce alla cassetta metallica, c’era infatti scritto il solito, questa volta più che mai sconsolante, “Made in China”. La scoperta mi ha stupito e recato un po’ di tristezza al tempo stesso.


Ora, se c’è un sommo ignorante economico a questo mondo, beh, state certi che quello sono proprio io, e dunque, invece di parlare, non dovrei far altro che andare a letto e coprirmi su bene. Non fate caso allora a quel che dirò: dal punto di vista della teoria economica, saranno senz’altro degli strafalcioni indicibili. 

Però, sarò padrone di dire che questa bi-faccialità di provenienze commerciali mi ha intristito? Mi ha fatto pensare al tanto osannato “Mercato”, facendomelo apparire ancor più come un arengo cialtronesco talmente pidocchioso, da costringere ormai chi vi opera, a produrre anche una cazzata così banale come può essere un umilissimo “temperone” (cinque pezzi cinque in totale di assemblaggio…), stiracchiando micragnosamente sul prezzo di ogni minimissimo dettaglio, pur di far risultare una strabollita fava di infinitesimale margine di profitto in più. 

Di certo non sarà stato così, però mi sono immaginato ipotetici tristi scenari imbastiti intorno a nobilissime lotte sindacali, miseramente perdute nel nome della delocalizzazione: facciamo le lame in Germania, ma le cassettine no, quelle le sanno fare meglio e meno care i cinesi. E magari (spero di no, ma come scenario ipotizzato nell’attuale panorama delirante, sarebbe del tutto plausibile…), sulla base di questo giochino hanno anche perso il posto dei lavoratori.

Sulla scia di questi pensieri sconsolanti, mi sono rituffato poi un attimo ancora nel mio vagheggiare dietro ragionamenti semi-bambineschi, domandandomi come la prenderà il mio “matitone rosso-blu”, questa faccenda del lasciarsi temperare da un articolo di così oriunda e bislacca fattura. 

Alla fine però, colto di nuovo da un accesso di real-politik de ‘sta cippa, mi è sovvenuto il quesito più beffardo di tutti: ma se le lamette le fanno in Germania e la cassettina in Cina, dove stra-minchia le faranno le due viti? 

mercoledì 4 gennaio 2012

Di quella pira l’orrendondello



Per imparare a capire il proprio corpo, o per cercare di addentrarsi almeno un po’ nei suoi misteri, ritengo possa essere non del tutto privo di utilità, riuscire ad approfondire i concetti della Geografia. E anche se sulle prime potrà non apparire così lampante ed immediato, esattamente per il medesimo motivo, né più né meno, dopo un po’ di anni mi sto accorgendo di essermi riconciliato con la lettura di Pirandello. Agguanterete forse una pagliuzza di comprensione in più riguardo a queste mie affermazioni, se aggiungo che solo adesso mi rendo anche conto di come questa riappacificazione  col maestro siciliano si sia andata dipanando, sotterranea nel tempo, in parallelo alla riconciliazione con la lettura del mio corpo.

Che cosa c’entra la geografia? Che cosa c’entra il corpo? Ma soprattutto, per dirla appunto con estrema coerenza linguistica, che minchia c’entra Pirandello? Se avete due minuti di tempo e due quintali di pazienza, proverò a spiegarmi meglio.

Tutto ebbe inizio diversi anni fa, non ricordo bene se durante una vacanza estiva, fra un giugno ed un settembre del liceo, oppure in un altro momento del mio cammino di studioso in corso di fioritura. Quello che ricordo di certo è che ero uno sbarbatello brufoloso, allampanato più di un lampione in stile liberty, con un fisico secco come il deserto del Tartari e di gran lunga più leggero del peso della mia anima. C’erano forse in ballo le mitiche letture per le vacanze, croce e delizia di ogni studente. Fatto sta che un bel giorno mi ritrovai fra le mani «Uno, nessuno e centomila».

Ora, per l’adolescenza ci siamo passati tutti. Ciascuno conosce perfettamente le mille battaglie psicologiche che tocca ingaggiare con la percezione della propria fisicità, in quel periodo della vita (per fortuna, in molti aspetti anche parecchio esaltanti ed affascinanti, queste “battaglie”, va detto…). Si sa benissimo insomma che se il senso di inadeguatezza fisica fosse convertibile in valuta pregiata, in pochissimi mancherebbero di diventare ricchi sfondati fin già da ragazzini (si ritengano esclusi dalla presente considerazione Ken, Barbie e Big Jim, se per caso fossero incappati nella lettura del presente scritto…). Voglio dire: è proprio a quell’età che il corpo si impone in maniera evidente ed impetuosa al nostro senso di auto-considerazione, e nove volte su dieci la faccenda non è mai fonte di grandi consolazioni.

Prendi un siffatto scenario esistenziale, sbattici dentro «Uno, nessuno e centomila», e avresti fatto meno danno a gettare una granata in una polveriera. Non dico che ne derivasse esattamente una tragedia. Ma abbastanza devastante, nel mio caso, sì: lo fu. Pur rendendomi conto fin da allora di trovarmi di fronte ad un capolavoro narrativo, della storia pirandelliana mi “sconvolse” soprattutto l’atteggiamento spietatamente introspettivo del protagonista, che prendeva le mosse giusto da un’indagine intorno alle proprie semi-impercettibili anomalie fisiche.

Un giorno scopriva su di sé un insospettato neo, prima di quel momento mai preso in considerazione. Il giorno dopo notava una beffarda asimmetria, intromettersi nel confronto fra due arti, o fra due parti del corpo, normalmente reputabili come perfetta replica l’uno dell’altro. Un’altra volta ancora, toccandosi in altre zone, sbugiardava l’inaspettata ed inusuale conformazione di un osso sottostante, sbalorditiva e spiazzante sorpresa rispetto a come se l’era invece sempre morfologicamente immaginata lui. Naturalmente, non sono certo della fedeltà letterale di queste citazioni, visto il lunghissimo tempo trascorso dalla lettura: valgano tuttavia come richiamo del clima narrativo da me assorbito all’epoca durante la conturbante lettura.

Quello che ricordo perfettamente è che dovetti interrompere quella lettura “per eccesso di tormento”. Solo nel prosieguo dell'iter di studi, acquisii la consapevolezza di come quella prima fase del romanzo, nelle intenzioni poetiche di Pirandello, altro non fosse che un minimo prodromo a successive e ben più complesse contorsioni identitarie, nella cui rete il protagonista sarebbe rimasto impastoiato. Per me quelle poche pagine bastavano così, ed avanzavano pure. Complice un malefico gioco di specchi, cominciai ad accorgermi ad esempio che uno dei profili del mio volto era notevolmente diverso dall'altro. Da lì prese il via una spietata spedizione esplorativa dei territori del mio corpo, che progressivamente si andava costellando della posa di una miriade di bandierine di insoddisfazione, piantate di volta in volta in un nuovo piccolo difetto, o presunto tale, che andavo scoprendo su di me.

Fortuna che la vita è proprio un puzzle (questa la potete scrivere sul muro del cesso all'autogrill, la prossima volta che fate un giro in autostrada: vi concedo il copyright...). Le tesserine ti vengono consegnate a casaccio, spesso sono quelle che meno ti servono, e per di più ti arrivano nel momento sbagliato. Magari la tesserina che ti occorrerebbe disperatamente in un determinato punto dell'esistenza, ti arriva solamente molto più tardi, dopo che sei rimasto  anni a credere che quel buco nella figura ci dovesse essere per forza, che era giusto e naturale così.

Una piccola tesserina a me venne consegnata diversi anni dopo, sempre in ambito scolastico, sebbene più avanzato, stavolta. Sto parlando, come anticipato, di una nuova consapevolezza geografica. Non dico che allora, questa nozione mi fosse immediatamente di aiuto nel cammino di riconsiderazione del rapporto col mio corpo. In mezzo e successivamente c'è stata un'altra infinità di passaggi, di esperienze, di crescite dal punto di vista culturale, spirituale, umano.

Adesso però mi sento di dirlo: potrà suonare ridicolo, ma anche quel modo più raffinato e complesso di concepire la geografia, ebbe un suo arcano senso in tutto il processo di auto-raffinazione operato sul bilancio soppesato fra la mia interiorità e la mia esteriorità. La definizione cruciale per me fu la seguente: «...una carta geografica è la metafora dei rapporti di potere in atto nella porzione di territorio rappresentato...». Anche qui cito a memoria, quindi la precisione letterale va un po a farsi benedire, ma quello che m'interessa è il senso del concetto, il suo midollo. Depuro addirittura la frase della sua seconda parte, nella quale i più smaliziati non avranno faticato a cogliere sfumature d'impronta smaccatamente marxista. Questo risvolto non m'interessa, in sede delle presenti elucubrazioni.

Il passo fondamentale, quello che più mi sta a cuore, è invece questo: «...una carta geografica è una metafora...». Nessuno è talmente ingenuo e sprovveduto da credere che una carta geografica rechi con sé pretese di corrispondenza realistica rispetto alle cose concrete rappresentate. Tutti bene o male sappiamo che si tratta di una idealizzazione, di un'astrazione.

Ma dicendo che è una metafora, si dice molto, ma molto di più. Mappare una carta non significa soltanto riportare oggetti, semplicemente e quantitativamente scalati in piccolo. Si frappone invece il valore aggiunto dell'interpretazione, o forse meglio, dell'interpretabilità. Tutto si gioca nel “taglio” che il cartografo sceglie di assegnare alla sua rappresentazione, “taglio” nel quale è già insita la volontà di raccontarci certi aspetti del mondo, trascurandone magari tanti altri.

Col corpo succede qualcosa di affine. Esso si presta preferibilmente ad una lettura “aperta”, non riduttiva. Non è una pedissequa riproduzione in scala dei valori della nostra personalità, rispettosa soltanto di banali rapporti topologici, preoccupata di riportare le giuste relazioni fra aree, angoli, lunghezze, e nulla più. Il corpo è la nostra carta geografica e come tale è metafora del nostro essere. Le sue specificazioni materiali raccontano molto di più di quello che un'immediata e superficiale presa d'atto della nostra fisicità può volerci dare ad intendere. Nell'ottica di questa contorta ma fascinosa significazione, ciascun corpo ed ogni parte di esso sono belli, in quanto metafora di una propria complessità sottostante. E' proprio nella sua “difettosità”, nel suo sottrarsi alle regolarizzazioni dettate dall'astrazione, che si cela la sua forza metaforica, l'energia in grado di dare adito a significati ulteriori, oltre a quelli strettamente quantitativi.

In virtù di tutte queste considerazioni, a distanza di anni sono tornato a leggere Pirandello con serenità e passione, ad apprezzare da matti la sua prosa costruita come una raffinatissima architettura, a lasciare che le sue tematiche, del tutto incapaci di concedere il benché minimo sconto alle più crude evidenze della vita, compenetrino la mia sensibilità e diventino parte del mio corredo culturale.

Non ce l'ho più con lui per avermi assestato all'epoca quella mazzata esistenziale nel fiore della mia giovinezza. Si trattò soltanto del momento sbagliato di ricevere quella tesserina, tutto qui. Ma prima o dopo dovevo riceverla e col senno di poi, posso dire: meglio averla ricevuta da una mente eccelsa come quella di Pirandello, che magari in altri modi più ordinari.

E sempre nell'ambito di tutta questa sequela di riflessioni, ecco infine spiegato come mai, anche con tutti i suoi difetti, magagne, inestetismi ed asimmetrie, anzi forse proprio in forza di essi, trovo che, dopo un così lungo cammino interiore, oggi a suo modo il mio corpo, rifulgendo nel pieno di tutta la sua possanza metaforica ai miei occhi comprensibile soltanto ora, sia bellissimo.

domenica 11 settembre 2011

Gilli Pixelfredi

«…My future is so bright...
I gotta wear sunglasses...»

Letto stamane su una maglietta
indossata da una leggiadra signorina -

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Mi è scappato piuttosto da ridere nei giorni scorsi, incappando in un curioso articoletto, recante uno di quei periodici sbalordimenti parascientifici grazie ai quali, secondo i giornali, l’«ingonzimento» delle capacità critiche del lettore medio sarebbe garantito al limone.

Se non vi va di sbarbarvi per intero il testo linkato, vi agevolo io una breve sintesi del succo dell’articolo, secondo il quale in sostanza l’uomo con l’anulare di lunghezza pari o maggiore dell’indice, sarebbe un gran maschio, un virilone schianta-tope che non ce ne rimane più per nessuno, un tizio dal carattere aggressivo che tende ad imporsi sugli altri, un bellimbusto sprizzante testosterone da tutti i pori, per di più portato per le materie scientifiche e per certi sport. Insomma, un super sessualoide semi-sgarbato e preferibilmente mal sbarbato (questa l’ho messa più che altro perché mi piaceva fare rima…).

Ma qual è stato il motivo preciso di tanta ilarità, vi domanderete voi. D’accordo, la notizia ha quel tono un po’ surreal-balneare, ideale per passare quei cinque minuti quotidiani di pura inutilità cerebrale, pressoché indispensabili soprattutto in occasione di un fine estate, con tutto il magone delle vacanze terminate da smaltire. Ma di simili proclami sui giornali ne leggiamo sempre più a bizzeffe, dovremmo esserci abituati, non fa più nemmeno tanto ridere.

Infatti. Il motivo più vero della buffezza intrinseca lo potrete capire soltanto dando un’occhiata alla seguente foto:


Non so se si è capito, ma trattasi della mia mano.
Ora, se c’è qualcuno al mondo abbastanza lontano dal quadro caratteriale dipinto dall’articolo, credo di essere proprio io. Tralascio il capitolo sessuale, sia perché non mi va adesso di attivare l’opzione “parental advisor” al mio blog per così poco, sia per via del fatto che non c’è tantissimo da dire. Nel senso che su quel versante credo di navigare fra le onde della più completa normalità, ossia, come qualsiasi maschio italico medio, sono possessore del mio bel chiodo fisso perennemente inchiavardato su certi pensieri sagomati a patata, ma niente di più particolare.

E’ sul capitolo aggressività tuttavia che le più adipose risate vanno a sprecarsi. Dal momento che stiamo trattando di argomenti scientifici, mi avvarrò anche io di uno strumento rigorosamente scientifico: la scala di Mollik. Con questa unità di misura, si determina il grado di aggressività di un individuo. La graduazione funziona in senso inversamente proporzionale, per cui, se all’apice della scala, proprio sul massimo piolo indicato con valore 10, trova posto un quantitativo di impetuosità pari a quello del presentatore Vincenzo Mollica, per andare a ritrovare certi tizi come Chuck Norris o Steven Seagal, dobbiamo scendere fino ai valori intorno ad 1 o 0,5.

Ecco, cari amici viandanti per pensieri, dovete sapere che misurato sulla scala di Mollik, il mio personale gradiente di aggressività si attesta intorno ad un valore di 9,8 circa, un gradino sotto al bradipo che fa 9,9, e una tacca sopra al gatto di marmo, lui bello stabile a quota 9,75. Allo stesso Schopenhauer, mi avesse conosciuto, sarebbero sorti non pochi dubbi sulla sua tesi riguardante la “volontà” pervadente il mondo e calata fra le pieghe delle specificazioni umane allo scopo di mantenere attiva la procrastinazione della specie.

Per quanto mi riguarda, stavolta i giocondi rappresentanti del pensiero scientifico hanno toppato mica poco. Queste ricerche saranno anche simpatiche per spenderci un attimo di divertimento sul giornale, ma alla fine cosa mi rappresentano? Forse nascono come corollario curioso di indagini più vaste, in mezzo alle quali il “banalizzatore” giornalistico va a rovistare soltanto per racimolare le piccole briciole del clamore e della bizzarria.

Non lo so, ma di fatto possono rappresentare anche una deformante fonte di indizi sballati e fuorvianti. Prendi ad esempio la giovin donzella che, confidando nel responso sperimentale, si porti a casa l’aitante amico dotato di anularone bello esteso. Lei è lì bella soddisfatta e già si pregusta estatici momenti di festa dei sensi, quando, venendo al dunque, si ritrova invece in compagnia magari di un teorico del platonismo più estremo, aggressivo come il dolce Tenerone di “drive-in-esca” memoria.

Questa storia dell’anulare lungo mi ricorda, e nemmeno tanto vagamente, certe leggende secondo le quali un naso prominente nel maschio sarebbe promessa di ben più allettanti prominenze nascoste, oppure la parallela legge «indice-pollice», che a seconda di come li si guarda (posizionando la mano “a pistola”, oppure ad indice alzato), denoterebbero nell’uomo la medesima proporzionalità inversa fra misure palesi e misure occulte.

Insomma, cari amici scienziati, io direi una cosa: voi avrete fatto tutte le prove e i rilievi sperimentali del caso, non sto a discutere, mica è di mia competenza, ma andiamoci in ogni modo cauti.

Solo su un dato, vi devo tuttavia rendere atto. Fra le varie propensioni denotate dall’anulare sviluppato, ci sarebbe anche una certa tendenza all’alcolismo. Ecco, beh, insomma…per quanto riguarda il tema, ammetto che nel mio caso ci avete azzeccato abbastanza.

domenica 13 marzo 2011

Arrivederci ieri


Riflettevo su di un’idea banalissima, ma fondamentale: la nostra identità è costruita per larghissima parte anche sulle cose percepite attraverso la visione. Con “identità” intendo tutto l’insieme di fattori esistenziali che prendiamo in considerazione nel momento in cui pensiamo al concetto di “io”, di “me stesso”.

L'identità come coscienza di sé, insomma, ha una larghissima componente visiva.

Io sono anche l’ambiente in cui mi muovo, sono le persone che frequento, le strade che percorro. Io sono anche il paesaggio che mi circonda, gli alberi, i fiori, gli edifici, sono i fiumi, i monti, il cielo. E tutti questi elementi sono a loro volta convogliati per larga parte verso me attraverso lo stimolo visivo da essi proiettato.

Fin qui nulla di speciale, sono considerazioni che vi poteva fare anche il primo fesso che incontravate per strada. Oggi, seppur virtualmente, vi è toccato d’incontrare me su questa strada telematica, così la parte del fesso la faccio io .

L’aspetto curioso del ragionamento tuttavia è sbucato fuori nel momento in cui ho pensato al “bianco e nero”. Con sommo stupore misto a freddo acume professorale, mi è venuto allora spontaneo prorompere fra me e me con la più classica delle esclamazioni accademiche: «…Minchia!!!...» mi sono detto, «…ma il bianco e nero non è sempre esistito...».

Il mondo è irrimediabilmente colorato e, in virtù del più puzzone dei paradossi, ci sono voluti secoli per arrivare a vederlo in bianco e nero. Ditemi voi se questa non è una bizzarria bella e buona, una stranezza degna di due innocue riflessioni e tre sapide fregnacce da riportare su “andarperpensieri”.

Più riflettevo sullo strano caso, più gli elementi anomali della mia breve indagine interiore si accumulavano. Sì, perché da una parte le sensazioni e le suggestioni legate al bianco e nero le associamo quasi spontaneamente ad un qualcosa che appartiene al passato. Un filmato, una foto in bianco e nero, da un punto di vista della pura “linea estetico-cronologica”, li consideriamo come soggetti che “vengono prima” rispetto ai corrispettivi omologhi colorati, perfezionati soltanto in una seconda fase.
Eppure per l’uomo, prima dell’invenzione di quel vecchio zio della fotografia vera e propria che andava sotto il nome di dagherrotipo, sarebbe stato del tutto inconcepibile ed innaturale vedere la realtà deprivata delle proprie specificazioni cromatiche.

Forte della convinzione che nella vita non è tanto importante trovare delle risposte, bensì sia ben più divertente e stimolante porsi delle domande, mi sono ritrovato a sguazzare in questo delicato dubbio: ma allora, il bianco e nero è una caratteristica che è giusto abbinare ad un sensazione di passato oppure appartiene più alla modernità?

La fotografia ed il cinema sono stati fenomenali strumenti di innovazione zampillati dalla ricerca dell’uomo per fare un passo avanti verso la modernità e tuttavia, per le iniziali limitazioni tecniche, questo passo avanti era obbligato ad essere mosso a partire da una rinuncia non da poco.
I colori andavano momentaneamente perduti, scivolavano via da addosso alle cose, rimanendo di pertinenza effettiva di queste ultime ed innescando nello stesso tempo un senso di connaturata nostalgia inseparabile dalle nuove immagini riproducibili

Il nuovo modo di “immaginare” in bianco e nero nasceva dunque portandosi appresso fin da subito una propria nostalgia interna per i colori abbandonati. Facendo un passo verso il “domani”, ci si ritrovava in qualche modo intrisi di “ieri”.

Certo, va anche precisato un aspetto importantissimo del discorso. Non è che con l’introduzione della fotografia, e del cinema poi, l’umanità veniva catapultata ex-abrupto, come se si partisse da una “fase zero” concettuale, nella dimensione del bianco e nero. Il “terreno estetico” in questo senso era stato precedentemente dissodato ben bene da diversi altri strumenti della riproducibilità per immagine. A replicare un mondo privo di colori ci avevano già pensato tecniche d’incisione e di stampa fra le più disparate (acquaforte, serigrafia, puntasecca, xilografia e così via, che fa pure rima…).

L’idea della riproduzione di soggetti privati della loro originaria cromia era stato patrimonio concettuale anche di altre espressioni artistiche “più dirette”, come la tecnica del carboncino, solo per fare un esempio banale, o altri modi di dipingere o “lasciare segni” ancor più primitivi (per banalizzare ancor di più, penso anche ai graffiti preistorici).

In aggiunta a tutto questo, si può menzionare la potente spallata inferta alla questione da un altro involontario evento che lentamente, nei secoli, si era insinuato fra le pieghe dei meccanismi estetici verso i quali l’uomo è sensibile. Parlo dell’idea di «classicità», una delle categorie fondamentali di tutta la “storia estetica umana”, che si è andata stranamente formando intorno ad un’erronea convinzione.

Quando pensiamo al termine “classico” in ambito artistico, non è difficile associarlo semi-automaticamente a scenari di rinuncia del colore: la candida plasticità delle state di Fidia o Prassitele, il fascino marmoreo dei templi dell'antica Grecia, ecc.
La cosa curiosa sta nel fatto che tutto ciò si fonda su di un equivoco capace di suscitare quasi il sorriso.
Quelle opere si sono infatti fatte largo fra i secoli per giungere sino a noi sulla scia di un clamoroso fraintendimento, perché in origine erano completamente colorate ed è stato solamente in virtù della beffarda mano del tempo, che ce le siamo ritrovate restituite nude nel loro biancore chiaroscurale.

Insomma, anche se ora per pura mia ignoranza in materia non mi vengono in mente esempi più illuminanti, è fuori di dubbio che il bianco e nero non è nato con la fotografia, né col cinema. Eppure la deprivazione cromatica non era probabilmente mai stata recepita in misura così netta e “tranciante”, come dal momento in cui quelle due tecniche a noi ormai più che familiari furono introdotte.

La novità delle prime foto e dei primi film ha sfiorato così efficacemente l'illusorietà di una riproduzione realistica da sottolineare in maniera mai prima sperimentata l'assenza di una delle componenti più potenti di quell'illusione, com'era quella del colore.
Ogni volta che l'uomo, prima dell'avvento della foto e del filmato, si era armato dell'intenzione di riprodurre per immagini la realtà, si era preoccupato per prima cosa dei colori, essi erano stati il suo pensiero più immediato. Ora, ecco che arrivavano invece queste due nuove tecniche capaci di imitare il mondo in una strabiliante maniera mai vista prima, ma che si perdevano per strada un ingrediente così basilare della loro magia.

E per aggiungere ancora solamente una piccola impressione personale estemporanea, non sarà allora un caso che quando sento una persona di 60 o 70 anni o più raccontare un aneddoto della propria gioventù, alla mia immaginazione viene spontaneo fabbricarsi degli ideali fotogrammi mentali in bianco e nero delle vicende ascoltate.

Chissà, forse è proprio in forza di tutte queste loro componenti storico-culturali che la foto o il fotogramma in bianco e nero ci affascinano tuttora così tanto. Forse è per quella loro tendenza a canzonarci con la temporalità illogica in essi contenuta fin dall'attimo in cui sono stati inventati, che ci sono sempre apparsi velati di un'aura di enigma.
Forse è perché ancora oggi, di fronte ad un immagine o ad un filmato in bianco e nero non sappiamo mai deciderci bene se siano sempre moderni benché poco attuali, oppure sempre attuali benché poco moderni.

Forse sarà un po' per tutti questi motivi, ma non venitelo a chiedere a me. Parafrasando infatti il poeta, seppur in tono molto più modesto, come già vi accennavo prima, «...io di risposte non ne ho, io faccio solo uòkk-enn-uòll...».


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martedì 1 marzo 2011

Un Gilly, due compari e un pollo


«…Sotto il ponte di Baracca
c’è Pierin che fa la cacca,
il dottore la misura,
la misura trentatre,
stare sotto tocca a te…»

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Vi capita mai di essere visitati dal «Genio»?
Non vi succede di sentirvi talvolta abitati da un’«energia numinosa» della cui origine precisa non sapreste rendere propriamente conto? E le volte che tutto ciò si verifica, non vi pare di assaporare una sensazione simile allo scoordinamento di movenze del quale siamo facile preda quando, armeggiando col rasoio di fronte allo specchio, tentiamo di levare i peluzzi sopra ed intorno alle orecchie? (a dire il vero, la prima metafora che mi era balzata alla mente era ben più dozzinale, e “scurrilozza” anziché no: trattava degli spaesamenti onanistici che l’inusitato impiego dell’arto sinistro cagiona nella risposta propriocettiva generale del solingo cultore destrorso del “fai da te”…per fortuna però che di questa metafora alla fine non se n’è fatto nulla…).

Ma andiamo per gradi e freniamo il “fregnacciometro”.

Se ho esordito così oggi, è stato naturalmente per raccontarvi di come il «Genio» in effetti mi venga di tanto in tanto a visitare, cosa che mi è successa anche di recente. Con questo non intendo certo millantare di essere io quel tizio che trova di botto una lineare spiegazione al teorema di Riemann, oppure che se ne viene fuori con una nuova teoria capace di far cigolare di meno tutta la baracca economica e politica globale.

Se un po’ mi conoscete ormai, saprete che non sono certo il tipo da vantarsi più di tanto di proprie presunte doti. Anzi, ciò che tendo a fare di preferenza è semmai pendere alquanto dal lato dell’autoflagellazione. L’abbinamento tra me ed il «Genio» ha dunque ben altra intenzionalità di significati.

Dobbiamo infatti intenderci su cosa si vuol dire con il termine «Genio». Usando questa “paroletta” mi riferisco a quelle circostanze in cui ci sembra di agire (oppure, ancor più frequentemente, di parlare) mossi da una volontà esterna. Il fenomeno si concretizza molto più facilmente nell’ambito del linguaggio, o perlomeno in questo senso è più agevole cogliere esempi immediati, ed è proprio di un caso simile che vi voglio raccontare.

Ecco dunque come il «Genio» è venuto a farmi visita.
In ufficio sono circondato dalle postazioni di tre o quattro colleghi, per cui diventa pressoché spontaneo scambiare ogni tanto una chiacchiera. Il collega sulla mia sinistra, non ricordo più nell’ambito di quale ragionamento, mi stava parlando di un certo ponte. Intendo proprio un ponte vero, reale, uno di quei manufatti eretti all’uopo di oltrepassare fiumi, o impedimenti orografici simili, senza bagnarsi i piedi.

Il collega sulla mia destra, che non disdegna l’estemporanea facezia, cogliendo al balzo la palla del discorso, ha attirato la mia attenzione e mi fa: «…Gillipix…il ponte di Baracca!...».
Al che io, con reazione istintuale “semi-pavloviano”, non ho potuto fare a meno di fargli eco a tono, proseguendo nel seguente modo: «…Sotto il ponte di Baracca, c’è Pierin che fa la cacca…».
Per inserirsi nello scherzoso scambio d’opinioni, a quel punto un’altra collega mi dice: «…Ma la conosci?...».

Ora, chiedere a me se conosco «Sotto il ponte di Baracca» sarebbe stato come domandare a Cartesio se sapeva cosa fossero le ascisse e le ordinate. Nella mitologia demenzial-bambinesca anni ’70 ci sono praticamente nato in mezzo, me ne sono nutrito fin dalla più tenera età, l’ho respirata nell’aria della mia infanzia. Fra il “fantasma formaggino” ed un “…ci sono un tedesco, un francese, un americano e un italiano…”, buona e fondamentale parte del mio humus culturale si è plasmato.

In particolare, i sublimi versi di «Sotto il ponte di Baracca» li ricordo utilizzati in giocose conte per stabilire chi dovesse “stare sotto” a nascondino o in altre simili competizioni bambineggianti.
Per correttezza esegetica va aggiunto che esisteva pure una versione ulteriormente “trasgressiva”. Invece di terminare con la tradizionale chiusa «…stare sotto tocca a te…», questa trasposizione estrema si accomiatava dall’ultimo “contato” beffeggiandolo con l’epilogo a sorpresa: «…un bell’asino sei te…».

Tutta l’atmosfera scherzosa in ufficio si era andata dunque condensando intorno a siffatti stimoli dai contorni “proust-ianeggianti”. Sarà stato forse anche per questo che il «Genio» ha avuto ancora una volta modo di esprimersi attraverso di me.

Ci tengo a ribadire però: se parlo di «Genio» in associazione alla mia persona, non lo faccio assolutamente per accreditarmi nessunissima credenziale di genialità. Non è questo ciò che intendo. Anzi, proprio il fatto di essere io solitamente un parlatore tutt’altro che geniale, rappresenta la conferma del mio discorso. Raramente ho la battuta pronta, sono impacciato dialetticamente. Insomma nelle conversazioni non spicco certo per brillantezza.

Ecco perché mi pare di poter dire con ancor più giustificata cognizione di causa, che la risposta da me data all’imbeccata della collega, anche per la straordinaria rapidità con la quale mi è sgorgata alle labbra, non è stata in fin dei conti opera mia, ma del «Genio» che mi ha furtivamente visitato.

«…Sotto il ponte di Baracca, c’è Pierin che fa la cacca…» ho fatto per l’appunto io.
«…Ma la conosci?...» ha ribattuto la collega.
Ed io ancora, con la celerità di mezzo battito di ciglia, ho allora sentenziato: «…Certo che la conosco: l’ho portata alla maturità!...».



martedì 1 febbraio 2011

Lurido luddismo ludico (e poco lucido...)


Si vede che non avevo proprio una rifulgente mazza da fare, perché mi son messo a domandarmi cose non propriamente classificabili fra le questioni cruciali ai fini della sopravvivenza quotidiana.

Ad esempio, pensavo: le attitudini, le “disposizioni interne”, i sentimenti, ce li ritroviamo di preferenza a serpeggiare in seno anche senza averli evocati o auspicati in modo particolare? Ci zompano in corpo anche senza esserci calati in una certa “propensione d’animo” che ne agevoli l’insorgere più o meno spontaneo, oppure la razionalità, la logica e una certa dimensione di controllo, una sorta di “governo dell’anima”, possono anch’essi recitare la propria parte nel grande circo dell’emotività umana?

E siccome evidentemente continuavo a non trovare faccende più importanti da combinare, mi son sorpreso a seguitare nel mio delirante vaniloquio interiore, convenendo con me stesso che forse alla fine poco o nulla è cambiato dai tempi del buon Omero, da quando i suoi eroi erano mossi interiormente dalle loro proprie pulsioni, dall’epoca in cui la “responsabilità personale” e i significati delle scelte umane erano concetti così labili che si preferiva chiamarli di volta in volta col nome di uno degli innumerevoli dèi a disposizione.

La palla passava ad Apollo, se magari si sentiva l’impellenza di costruire una casetta con tutti i crismi estetici al loro giusto posto, oppure di cimentarsi con un distico elegiaco, o con una lettera da vergare all'indirizzo della fidanzata.
Il tema era invece condotto da Atena, se l’intenzione era quella di svicolare la gabella sul transito dei muli, passando per la porta d'accesso alla polis.
Oppure, per non subire uno smacco, era tutta colpa di Bacco, se si veniva colti da una gran sete con proterva secchezza delle fauci annessa, e conseguente malcelato desiderio smodato di andarle a placare copiosamente alla “Taverna dei ludi ginnici” (ellenico esercizio antesignano del moderno “Bar sport”).
E ancora, era l'era di Eros, se ad esempio s'incappava nell’eventualità di occasionali allupamenti cagionati per via, dalla visione di leggiadre “scosciature” agevolate da donzelle abbigliate con mini-peplo inguinale (molto di moda ai tempi della “swinging Atene” periclea).

D’altra parte, non son mica cose che m’invento io:

«...In Omero gli dèi promuovono ogni mutamento...[...] Due azioni si svolgono parallele: l'una nel mondo superiore degli dèi, l'altra sulla terra, e tutto ciò che succede quaggiù avviene per determinazione degli dèi.
L'azione umana non ha alcun inizio effettivo ed indipendente; quello che viene stabilito e compiuto è decisione e opera degli dèi. E, poiché l'azione umana non ha in sé il suo principio, essa non ha nemmeno una fine propria.
Soltanto gli dèi agiscono in modo da raggiungere quello che si sono proposti; e se anche il dio non può portare a compimento ogni cosa, e se a Zeus, per esempio, non è concesso di salvare dalla morte il figlio Sarpédone, o se Afrodite viene addirittura ferita in battaglia, ad essi rimane pur sempre risparmiato il dolore degli uomini, destinati a morire. Questa superiore vita degli dèi conferisce un senso proprio all'esistenza terrena... ».

La cultura greca – le origini del pensiero europeo
Bruno Snell - 1963

Certo, qualche dettaglio deve essere cambiato da allora.
Oggi sarebbe probabilmente un po' dura giustificare una succosa evasione fiscale addossando ogni addebito alle astuzie della buona e cara Pallade (per gli amici, sempre Atena...), anziché al ribaldo commercialista, sagace complice di taroccamenti contabili. Risulterebbe altresì alquanto fantasioso alleggerire tutto il fardello di un'edificazione balorda e sbilenca dalle strette spalle di un architetto pacchiano o di un ingegnere svalvolato, per farla pesare tutta su quelle di Apollo, magari solo perché una sera, contravvenendo al proprio usuale equilibrio, si era concesso un'uscita bevereccia proprio con suo cugino Bacco.

Tuttavia, sono ormai quasi convinto di avere appurato che sussista ancora una dimensione dell'umano agire e sentire, nell'ambito della quale si palesa con somma evidenza il persistere di una qualche azione numinosa a tutt'oggi operante fra di noi.
Sto parlando del mondo dell'automobile, e per diretta conseguenza, “de la ispecie de li automobilisti”, residenti naturali del Pianeta Motore.

Da dove questa impressione derivi, è presto detto.
Molto semplicemente, sono io che ho la sensazione di vivere in prima persona questo fenomeno di “attraversamento numinoso del sé”, io stesso, quando sono alla guida di un’auto, che mi sento tramutare in un’umana striscia pedonale, calpestata avanti e indietro da una volontà agita in altra sede superiore.

Dico questo perché, normalmente, non credo di andare molto lontano dal vero, definendomi un tipo di persona mite e pacata. Eppure, dovete sapere che questo modo di classificarmi viene a cadere clamorosamente nei frangenti autocircolatori. Poche situazioni al mondo riescono a farmi sentire veramente preda di un volere esterno, quanto sono in grado di farlo un volante fra le mani e un acceleratore sotto il piede destro.

L’intero fenomeno dell’automobile costringe a moti dell’animo del tutto estranei all’indole più genuina della persona coinvolta. C’è il posato padre di famiglia che si esalta, sbomballa e diventa uno spericolato scavezzacolo, perennemente in equilibrio sul filo dell’infrazione del codice penale; c’è l’indefesso lavoratore, sempre ligio e scrupoloso, che rilancia tutte le proprie frustrazioni sull’asfalto; e così via.
Io invece, da par mio, modestamente tiro accidenti a destra e a manca, maledico l’automobile e gli automobilisti, sfondando la barriera del suono della contraddizione, nel trovarmi io stesso ad impersonare il ruolo di automobilista in quei medesimi momenti.

Insomma: moti d’ira immotivata, attivati in virtù di un autolesionismo che malamente camuffa un effettivo auto-maledizionsimo di fondo, perché cacciando accidenti a destra e a manca all’indirizzo di un’ideale figura di automobilista tipo, come io faccio mentre guido, è anche e soprattutto verso me stesso che invoco quegli auguri al negativo. Se non si può parlare in questo caso di un intervento puro del numinoso e dell’irrazionale, non saprei dire in quale altra circostanza se ne possa parlare…

E se la sconfinata fantasia degli antichi greci prosperasse ancora come ai bei tempi, mi piace immaginare che l’addetto fra gli dèi preposto allo smistamento delle sorti automobilistiche, oggi si sarebbe chiamato Sfinterogeno. Un po’ per assonanza col noto ammennicolo motoristico che sta sotto al cofano, un po’ per commistione terminologica con il relativo forame posto in funzione di sfogo posteriore nel corpo umano, a sua volta antropomorficamente evocante una marmitta biologica.

Dunque, cari amici viandanti per pensieri, la prossima volta che guidando l’auto, vi sentirete presi nel vortice di comportamenti che non riconoscete propriamente vostri e che vi parranno scaturire da una volontà a voi aliena, niente paura: sarà semplicemente il buon vecchio Sfinterogeno ad aver afferrato il volante. Non azzardatevi a contraddirlo e lasciate correre, che tanto lui fa sempre di testa propria, anche considerando il suo vezzo di ragionar di preferenza col tubo di scappamento...



sabato 22 gennaio 2011

Scusa, ma rimango sfigato


Aaahhh…l’ammmòreee!
Bello, vero?
Le farfalle nello stomaco, i sospiri, la smania di rivedersi, i batticuore.
Il corpo, l’anima e la persona tutta dell’altro (…o dell’altra) come incarnazione pura della nostra fibrillazione sensuale, come interpretazione più genuina della nostra bramosia di fusione in una completezza fisica e spirituale di ordine superiore…

Tutto molto bello, già.
Ognuno si augura di provare e riprovare il più possibile nella vita sensazioni di questo tipo, continuando sempre a sperare che quando capitano, durino il più possibile, siano intense, travolgenti.
Bello, bello…ma!…però c’è un ma…
Oppure: però!…ma c’è un però…

Questi “ma” e questi “però” sono spesso introdotti dal mondo dell’«espressività massiva» (e mi scuso infinitamente per l’infelice termine, ma non sapevo come altro dire per indicare il più sinteticamente possibile il fenomeno). Col nauseabondo binomio «espressività massiva», intendo tutto quel coacervo di parole, quel flusso di concetti, suggestioni verbali, sonore ed emotive che ogni giorno ci vengono sparate addosso dalla tele, dalla radio, dai giornali, dal web e poi anche dai discorsi della gente sentiti in giro, che spesso amplificano, riverberano, riecheggiano ogni cosa sentita scaturire da quelle fonti multimediali.

Per tagliarla corta e riprendere il tema dell’amore, quello che volevo dire è che da queste sorgenti di inondazione concettuale, si sentono spesso sgorgare frasi o affermazioni che ti fanno spesso rivalutare alla grande la “sfiga” (qui intesa non certo come colorito sinonimo di “sfortuna”, quella non è rivalutabile in nessun modo, ma invece con la leggera accezione mitigata del termine, nel senso di condizione di “singolarità affettiva”, o “indipendenza del cuore”, più o meno volontarie).

Un eclatante esempio di questa bizzarria comunicativa, m’è capitato di sentirlo recentemente alla tele, in ambito pubblicitario (e dove sennò?). Lo spot in questione reclamizzava un sito internet di “incontri sentimentali”, quelli che una volta si chiamavano “agenzie matrimoniali”. Ai tempi, nell’immaginario comune, questi servizi erano probabilmente pensati più come territorio di frequentazione riservata ad ometti di mezza età, poco piacenti, super introversi, col parrucchino o il riporto retto da etti di brillantina, il giacchettone di fustagno a quadrati grossi, ai quali facevano da contraltare fra la clientela femminile, certe squadrate zitellone passate di cottura, con un accenno di baffetti ed abbigliate di un monolitico tailleur, inviolabile come l’armatura di “El Cid Campeador”.

Oggi no, oggi è tutto molto più “gggiovane” e dinamico. Intendiamoci, non sto facendo la solita manfrina di quanto erano belli i cari tempi andati e di “…come si stava meglio quando si stava peggio, signora mia…”. Non sarò certo io a rinnegare internet, sarebbe un po’ come sputare nel piatto in cui scrivo, perché se oggi ho la possibilità di tenere un blog e di fare tante altre cose interessanti, lo debbo a questo mezzo qui.

Non è questo dunque il punto. Ben vengano tutti gli strumenti che facilitano l’incontro fra le persone che hanno desiderio di incontrarsi, e fra questi internet è senza dubbio il più potente. Ma con questo, non è detto che uno poi non rimanga libero di criticare come gli pare e sollevare le proprie obiezioni quando lo ritiene giusto.
Il passaggio che mi ha messo un po’ tristezza in tutto lo spot, è stato infatti quando ho sentito pronunciare una frase più o meno di questo tenore: «…Iscriviti a “Incontra-Socializza e Amoreggia” (nome di fantasia per il sito, se non s’era capito…): il sito che vanta 300 coppie di innamorati al giorno…». Ecco, è stato lì che tutta la faccenda mi ha leggermente intristito. Non dico che ho rivalutato le vecchie agenzie di incontri di un tempo, e le relative zitellone con fiatella e latifondo coltivato a mais incorporati, ma poco c’è mancato.

Lo so, sono dettagli, si dirà.
Nel mare magnum delle cazzate sfornate dalla pubblicità ogni minuto di ogni giorno, sottilizzare su un’affermazione simile è come lamentarsi della puzza di una cacca di mosca, nel bel mezzo di una stalla di mille mucche (quando mi ci metto di puntiglio a voler creare metafore raffinate, non ci sono storie: ci riesco proprio…).

Ma quello che di fatto mi ha messo tristezza è stata la luce sotto cui la questione veniva posta, trasformando il tutto in una sorta di “innamoramentificio” programmato scientificamente nei tempi e nelle rese di produzione. La faccenda mi si è subito ammantata di una vaga aura di “taylorismo affettivo”, che mi ha smontato non poco il possibile quadro idilliaco delle persone eventualmente coinvolte nelle opportunità di incontri offerte dal sito.

Mi sono apparsi come calati in una sorta di “catena di montaggio dell’innamoramento”, in una chapliniana trafila in stile «Tempi moderni», un grosso macchinone con un imbuto da una parte, atto a risucchiare materiale umano grezzo e portatore sano di sfiga, che opportunamente trattato e macinato lungo un percorso di ingranaggi, “strizzatori sensoriali”, “emulsionatori emotivi”, veniva alla fine sputato fuori da un altro dispositivo, posizionato alla fine del grande apparato meccanico, che sfornava coppiette tutte belle confezionate di innamoramento fresco di stampo.

Ora farò un’altra affermazione per la quale so già di meritare l’abbonamento a vita a «Pane e volpe» (prestigiosa rivista mensile di prese per il culo e canzonature), ma fatto sta che a mio parere il “grande gioco dell’amore e dei sentimenti” è così stupendo ed avvincente anche perché (e bisogna aggiungere “purtroppo”, ma ad esser coerenti, non se ne può fare a meno), anche perché, dicevo, contempla la prospettiva del “due di picche”. Già, proprio così: tocca dire che una cosa potenzialmente stupenda, è tale anche in virtù dei suoi aspetti rischiosi, dei suoi eventuali risvolti meno felici. E questo non per il gusto masochistico di farsi del male gratuitamente.
No, no. Lo si deve dire invece perché tale è la realtà.
La realtà è fatta così, non ci possiamo fare nulla, è come un muro che a cozzarci contro la testa sperando di trarne godimento, risponde con estrema coerenza ripagandoci regolarmente con un grande bozzo violaceo sulla fronte.

Prima di chiudere, ci tengo a ribadire ancora: la mia non voleva essere assolutamente una critica a queste opportunità via rete di trovare l’anima gemella, né a nessun altra via tecnologica e moderna possibile, perché tutte hanno la stessa dignità di qualsiasi altra strada uno possa intraprendere. Le vie dell’amore sono infinite, e dunque anche queste sono più che lecite e dignitose.
Il mio appunto era piuttosto rivolto, come in tante altre occasioni ho fatto, ad un uso infelice del linguaggio. Quando le parole vengono usate male, si finisce sempre col maltrattare la realtà. E qualcuno lo può anche dire.

Altrimenti va a finire che, di fronte a certi slogan maldestri, incautamente tesi a far passare l’amore alla stregua della stipula di un contratto assicurativo, viene voglia di parafrase uno scrittore che si è occupato spesso dei modi moderni dell’innamoramento. E laddove egli titolava «Scusa ma ti chiamo amore», oppure «Scusa ma ti voglio sposare», ci si sente di rispondere, con liberatorio impeto: «…Scusa, ma rimango sfigato…».


sabato 15 gennaio 2011

Di donne, gatti, asini, api e wombati


Se dovessi fare una classifica estetica degli esseri viventi, fra quelli che più o meno conosco un po’, metterei al primo posto la donna e al secondo il gatto.

Cioè, no, precisiamo un momento, piano nelle curve: non è che voglio inaugurare questo 2011 con la gaffe del decennio. Mica sto mettendo sullo stesso piano esseri umani e bestiole. Parlo solo dei più svariati modi che la bellezza ha di concretizzarsi nel mondo. In questa ottica sì che la donna ed il gatto possono venire affiancati, senza timore di peccare di irriverenze di sorta. O almeno credo.

Facciamo attenzione peraltro al termine “estetico”, che non ha nulla a che vedere con giudizi di carattere superficiale, o di merito esclusivo riguardante la pura immagine. Al contrario, la considerazione “estetica” di una qualsiasi entità vivente, costituisce la forma più completa di presa in esame di quel fenomeno della vita.

E’ “estetico” il corpo altrettanto quanto lo può essere lo spirito, anzi, i criteri di “esteticità” sono forse quelli che meglio sanno coprire l’intera gamma delle specificazioni vitali di una qualsivoglia manifestazione dell’esistenza. L’estetica correttamente intesa è insomma una cosa seria, in quanto dimensione in grado di coniugare forma e sostanza in una sintesi perfettamente bilanciata fra gli apporti della prima ed i contributi della seconda.
Mica roba da copertine patinate con tanto di divistici urletti senza costrutto, quindi.

La donna sta al primo posto, per ovvie ragioni naturali. Non c’è gara, non c’è nemmeno confronto, né discussione: che ci crediate o no, la donna è la creatura più bella dell’universo. No, ecco…ferma un attimo ancora: intendevo “che ci crediate o no” al fatto della creazione. Per il resto, mi sembra siamo grosso modo tutti d’accordo.
A meno che uno non abbia proprio in uggia la vita medesima (il che è del tutto legittimo, ben inteso), si converrà infatti che la donna è la culla della vitalità fatta persona. Non c’è niente di paragonabile alla bellezza che da una donna si può sprigionare.

Eccolo, lo sapevo, rapido ed invisibile si leva alto nell’aria il coro di sbeffeggio del lettore cinico e scafato: «…Buuuh!!! Büfùn!!! Ma va a dà via i pé!!! Non sei altro che un “arruffianatore” semiprofessionale, un “blanditore” di femminili adesioni, un “captatore” della muliebre benevolenza!!!...».

Ora, come sempre, non nego che tutto sia possibile. Ma lasciatemi aggiungere a mia discolpa che essendo io molto più competente riguardo al secondo soggetto in classifica, ossia il gatto, sono in qualche modo più autorizzato a parlare della donna come osservatore esterno, e come tale un po’ più al di sopra delle parti.
No, eh? Va beh, io c’ho provato…

Dicevo ad ogni modo che la donna è mistero, è forza gravitazionale di affetti e passioni, è motore di ardori, è scrigno di tolleranza e d’amore. Basti ricordare che la sua figura ha mosso uno degli eventi più gloriosi della storia dell’umanità, la guerra di Troia (ecco, sempre voi, sbeffeggiatori di prima: occhio che vi sento, con le vostre battutacce…), che a sua volta ha dato origine ad uno dei poemi fondanti di tutta la nostra cultura, l’Iliade. La donna è quel profondo e magnetico “altrove” spirituale, di fronte al quale, leggenda vuole che anche la forza indagatrice dello stesso Sigmund Freud, dopo una vita spesa a studiare l’argomento, si sia dichiarata sconfitta e pur contenta (almeno immagino io…).

La donna irraggia insomma uno dei fascini fra i fascini più intensi della vita, quel supremo enigma sempre così magnetico che mai ti sai spiegare fino in fondo, ed in virtù del quale ad una serata a cena con Monica Bellucci, io preferirei di gran lunga un pomeriggio a merenda con Cecilia Dazzi.

Secondo viene il gatto.
Il gatto per me è tutto ciò che condensa una sorta di mio alter ego animale, diverse volte ne ho già parlato. Non nel senso che io equivalga ad un gatto fra gli umani, la mia goffaggine generale non mi consentirebbe di dire una cosa simile.
Ma nel senso che la “dimensione gatto” la sento come uno stato di grazia esistenziale particolarmente mirabile.
Il gatto è un essere intensamente “estetico”, perché tutto in lui, dal carattere, alle movenze, all'arcano dei suoi occhi, parla assolutamente il linguaggio dell'eleganza, della classe e dell'ineffabilità.

Fin qui, come dicevo, il mio ordine di preferenze spazia fra esseri coi quali più o meno ho avuto a che fare, da uomo a donna oppure da uomo a palla di pelo (sempre del gatto parlo...). Ma la classifica, inopinatamente prosegue, a partire dal terzo posto, con altri “individui” che mi sono pressoché ignoti nelle relazioni dirette.

Sul terzo gradino del podio, si attesta infatti una bestiola che non è certo una rarità tropicale, ma che conosco relativamente poco, e nondimeno esercita su di me un fascino singolare: l'asino.
L'asino è la più ordinaria e dimessa fra le bestioline, non gli daresti un euro bucato in quanto a charme e capacità di accattivarsi simpatie, ma il fatto è che lui ti frega con con un'occhiata.

Lo sguardo dell'asino, almeno per me, è un condensato di tenerezza che difficilmente trova uguali in qualsivoglia altro fenomeno vivente. E' una voragine di empatia, ti risucchia dentro i suoi sconfinati territori di umiltà e mitezza, prima ancora che tu ti sia reso conto di come abbia fatto.
Per di più l'asino ha quell'aspetto da cugino minore del cavallo, che lo rende ancor meno pretenzioso, ancor più affabile e confidenziale. È più ridotto al garrese e con quelle sue zampe un po' ad “x” sembra dichiarare con fierezza la propria appartenenza alla classe impiegatizia medio-bassa del regno animale, fatto che me lo fa apprezzare ancora di più.

Stupidamente si dà dell'asino ad una persona, presumendo di recarle un'offesa. Quanto a me, datemi pure dell'asino: non mi farete che piacere.

Proseguendo, sul quarto livello del podio (si perché, questo mio, è un podio a cinque posti), viene subito dopo l'ape, giocandosela con l'asino alla breve distanza di un'incollatura (che sia poi collo d'ape o di asino, si può scegliere...).
Anche l'ape la conosco poco, forse più attraverso fotografie o filmati che non dal vivo, oppure per qualche sporadica puntura sotto un piede che, chissà perché, ricordo molto meglio di una foto. L'ape è un condensato di potenza ed ingegno, forse l'animaletto che meglio esprime in natura l'ottimale rapporto fra dimensioni ridotte ed efficienza.

L'ape è una piccola bomba atomica di operosità, pochi grammi di esplosiva energia vitale concentrata in un micro pacchetto peloso, ronzante ed in preda ad un moto perpetuo.
Mi contraddico forse dicendo di essere sensibile al fascino di una bestiolina iper-efficiente come l'ape, dopo aver detto che fra i miei preferiti c'è pure quel gran pigrone del gatto? Può darsi, ma ho ormai deciso che questo scritto non deve essere per forza coerente, quindi l'ape può continuare a piacermi un sacco.

Per attenuare lievemente il senso di contraddizione, posso però aggiungere che nella grande famiglia delle api e degli “apoidi”, se devo dire proprio il mio prediletto, questi è il bombo, per quella sua mole più cicciottella e peluriosa, che lo rende una sorta di messaggero lento e svagato.
Ad ogni modo, che sia ape o che sia bombo, questi esserini minuscoli sono immensamente ricchi di fascino non fosse altro per il fatto che rendono possibile la vita sopra la terra.

Non è ben chiaro se Albert Einstein abbia mai pronunciato la celebre frase «...Se un giorno le api dovessero scomparire, all'uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita...», oppure se essa sia stata leggendariamente attribuita al grande fisico. Fatto sta che in questa affermazione c'è tanto di vero, perché l'ape è la tessitrice primaria dell'infinita trama delle impollinazioni, è lo strumento attraverso cui milioni di piante e fiori, fanno l'amore e si perpetuano sulla terra.

Vedete dunque che ce n'è più che a sufficienza di ragioni per contraddirsi ed apprezzare il gatto insieme all'ape.

Ed infine, come direbbero gli inglesi, “lasto ma non listo”, quinto classificato, viene il wombato. Con lui proprio non ho mai avuto il benché minimo contatto, perché o si è stati in Australia o lo si è visto solo in foto o film. Il fascino “wombatesco” è stato per me una rivelazione piuttosto recente, non lo conoscevo molto ed ho imparato ad apprezzarlo ultimamente sul web.
Il wombato possiede la malia della stranezza e dell'improbabilità di tante bestioline australiane: è un mezzo orsetto, è un mezzo maialino, è un mezzo koala, è un mezzo cangurino, ma allo stesso tempo non è nessuno di questi altri suoi cugini, bensì ha una propria personalità unica e definita. In tutto questo, trovo irresistibile il suo magnetismo “pelouchesco”. Per me il wombato, nel regno animale, è l'amministratore delegato ad honorem della ditta Trudy.

Vedendo poi di recente un documentario alla tele, ho saputo su di lui una cosa sorprendente: dal momento che vive in tane sotterranee da lui medesimo allestite, il wombato è uno scavatore eccezionale. Facendo le debite proporzioni, è una piccola macchina di spostamento terra di gran lunga più potente di una mastodontica ruspa Caterpillar o Komatsu.
Il caro Womby non è dunque tutto pelliccia e distintivo come lascerebbe ingannevolmente pensare il suo aspetto da bonaccione: a suo modo è un duro e quando c'è da menar le zampette, solleva un polverone impressionante.
Ho dunque anche in questo caso i miei buoni motivi perché buon quinto venga per me il wombato.

Insomma, cari amici viandanti per pensieri, per concludere questo ozioso ed inconcludente articoletto, chiedendo venia se magari oggi vi ho annoiato più del solito, non mi resta altro che convenire con me stesso che il giorno in cui m'imbatterò in una donna capace di ammaliarmi col suo sguardo da asina, dimostrandosi pigra ed elegante come un gatto, ma nel contempo operosa ed energica come un'ape, e con un pizzico di morbidezza decisa da wombato nel fisico e nei modi di fare, avrò probabilmente incontrato la donna della mia vita.