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mercoledì 29 agosto 2018

Windows vista


Come il protagonista delle “Notti bianche” dostoevskiane, anche a me piace un sacco osservare le case, camminando. Che poi questo, per la proprietà transitiva, mi accomuni a lui anche in fatto di destini sentimentali, è un altro discorso (velato invito a leggere il bellissimo “Le notti bianche”, per capire cosa intendo).

Le case, gli edifici in generale, sono una più o meno consapevole metafora del corpo.

La porta di ingresso principale costituisce una sorta di bocca-sesso (e non serve scomodare Freud per ricordare quali potenti parentele simboliche sussistano fra queste due parti anatomiche). La casa ha un orifizio allegoricamente escretore, che è l’uscita di servizio, ha una struttura assimilabile all’apparato scheletrico, ha una pelle nei muri esterni, ha circolazioni interne di varia natura, elettrica, fluida, calorica.

Entrando in un edificio, possiamo sentirci di volta in volta come un cibo che verrà digerito e dopo espulso, un contro-sesso che feconderà l’ambiente interno, un pensiero, un emozione vivente all’interno di un organismo.

Ma il dettaglio che ultimamente mi sta appassionando di più si concentra nelle finestre.

Voglio dire, provate a camminare, e isolate da tutto il contesto paesaggistico-edilizio quel micro-mondo che si viene a formare nella vostra considerazione quando questa consente di esistere esclusivamente all’insieme di finestre tutte intorno. Ne deriverà una curiosa sensazione, che non mi faccio scrupolo a definire di benessere.

La finestra è un vuoto che mette in comunicazione due vuoti. Lascia entrare luce, cielo, nuvolo, aria, ossigeno, suoni, voci, richiami, canti d’uccellini, latrati, clacson, e fa uscire fiati, flati, sospiri, sguardi, parole, chiacchiere, odori, malinconie, gioie, entusiasmi e ristagni dell’animo. La finestra è un “sospeso” e come tale non può non eccitare l’immaginario dell’uomo, essere desiderante per antonomasia, creatura perennemente anelante all’altro da qui e da ora.

L’interno e l’esterno si baciano mettendo in comune una sola bocca: la finestra. Dalla finestra non si può uscire o entrare fisicamente, ma solo idealmente, con i sensi operanti sulle distanze: vista, odorato, udito. La finestra è allora un inno all’astrazione.

Le finestre sono giocose e strane, perché ce ne sono di mille forme: basse, alte, smilze, “bombute”, allineate, sfalsate, quadre, a rettangolo, tonde, a unghia di vamp, “tapparellute”, “impostate”, “gratificate”, coi vetri in altrettanti tagli, fogge e sfumature.

Prendete dunque in esame la totalità delle finestre abbracciabili con lo sguardo da una determinate posizione, fate finta che non esista altro, e vi troverete calati in una sorprendente arlecchinata del mondo.

Non dico che in questo modo risolverete i vostri problemi. Ma almeno per un attimo li avrete messi fra una ideale parentesi fatta di tanti stipiti, davanzali e architravi dell’immaginazione.

venerdì 11 maggio 2018

Oasi zero


A furia di incappare in sequele di zero, di immergermi in zero, di mescolarmi a zero, di sbattere contro zero, di ingurgitare zero, di sputare zero, di sudare zero, di annusare zero, di puzzare di zero, di profumare allo zero, di toccare zero, di parlare con zero, di ascoltare zero, di subire zero, di battagliare con zero, di bestemmiare lo zero, di vincere su zero, di perdere da zero, di fondermi con zero, di discutere di zero con zero, di scoreggiare nuvolette di zero, di sbaragliare eserciti a zero, di metaforizzare gli zero, di oscillare in equilibrio su zero, di salmodiare lo zero, di preterintenzionare zero, di fraintendere zero, di surrogare con zero…

…Mi sono messo con l’animo dispiegato “a per” (a X), e mi è sembrato di intuire che l’unico modo di avere a che fare con zero, sia porsi in moltiplicazione con lui, per risultare di matematica conseguenza sovrapposti a, intercambiabili con, e circonfusi di lui.

(Me X 0) = 0…

“…io x zero, sono uguale a zero…”: è tutto ciò che occorre sapere.

Lo zero che non è il nulla, ma l'abbacinante orizzonte lungo il quale confinano l'essere e l’esistere, facendosi vicendevole scambio di luce e ombra. Il territorio dove solo possono trovare un senso condiviso, l’anelito a scomparire e la pervicacia nel persistere.

Vi sembra illogico tutto questo? Com'è allora che mettendovi a fianco uno, due, tre, quattro, cinque, sei zeri, da uno che eravate, diventate dieci, cento, mille, diecimila, centomila, un milione?

giovedì 1 dicembre 2011

It never rains in Gillipixiland, but girls don’t they warn ya


Ma cosa ci posso fare se fra le prerogative in me più radicate c’è anche quella di riuscire a cogliere spesso in contemporanea lo schifo ed il sublime della vita?
E dire che in generale, questo mio ultimo periodo lo si potrebbe sottotitolare con la seguente perla di ottimismo: «…Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro sicuramente avrebbe affondato la sua barca...».

Parola di Emil Cioran.
Minchia!

Eppure oggi mi è capitato di conoscere una bella persona. Una donna. No, no…cosa andate a pensare…non ci sono in ballo implicazioni di nessun tipo. E’ stato solo un bell’incontro, accaduto giusto per il gusto di vedermi con una persona interessante. E tornando a casa in macchina, l’autoradio me lo ha confermato: «…non piove mai a Gillipixiland, ma il fatto è che le ragazze non ti avvisano…».

sabato 13 dicembre 2008

Mini-illuminazioni

(Foto di Gillipixel)

Non so se capita pure a voi. A me ogni tanto succede. Sono lì intento a badare ad azioni quotidiane che non esigerebbero particolare impegno meditativo, quei piccoli gesti banali che ripeti quasi in automatico, e di colpo la mia attenzione isola un dettaglio dal contesto, una "virgola" nel paesaggio, un elemento piccolo nella mia porzione di campo visivo del momento, capace di far scattare in me una sorta di "mini-illuminazione".
E' curioso quando succede questo fatto, perchè la sensazione è simile a quella provata di fronte a quelle sequenze usate dai registi che con il linguaggio cinematografico intendano trasmettere l'idea del viaggio nel tempo, non so se avete presente.
La "mini-iluminazione" è così: un misto di senso di vertigine, al tempo stesso rassicurante e col gusto della sfida mentale; un senso di viaggiare molto forte, pur rimanendo dove si è in quell'istante; un senso di precipitare risucchiati dalla forza di gravità riflessiva, con le stesse modalità dei "tuffi nel vuoto" dei sogni, ma il tutto pervaso da un'atmosfera emotiva ben più piacevole.
Mi è successo l'altro giorno. Guidavo verso l'ufficio, e stavo prendendo su la solita curvetta, del solito svincolo, alle solite porte, della solita città in cui lavoro. Faceva ancora buio, perchè partendo io dalla profonda campagna per arrivare in orario, è così che succede in questa stagione.
Lo svincoletto fa una piccola salita ed i fari, radendo l'asfalto sino al ciglio erboso, hanno illuminato un'erbaccia. L'effetto di per sè è stato anche cinematografico, volendo, tra giochi di luci ed ombre, di fari e lampioni, asfalto lucido di pioggia e silhouette di guard-rail snodate sul buio.
Ma era pur sempre un'erbaccia, lo stelo inelegante di una pianticella selvatica che con le sue tre fogliette striminzite si ergeva una trentina di cm. più alta del tappetino di erba gatta verde -catrame che di solito correda i cigli stradali.
La "mini-iluminazione", così come mi è scattata, ha avuto subito un sapore intenso di dignità. Un'erbaccia insignificante mi stava trasmettendo parecchia poesia. Se ne stava lì serena, pur essendole capitato chissà come di crescere in quel posto infelice, ricevendo le sferzate d'acqua sollevate dagli pneumatici dei veicoli, ma trasmettendo in ogni modo anche un senso di paradossale fermezza instabile.
Poi la "mini-iluminazione" si è espansa e ramificata, intruffolandosi lungo direttirci di senso parallele a considerazioni sui destini umani. Quella piccola "pianticella-guard-rail" è nata lì forse per il capriccio del vento, che un giorno ha fatto volare il suo seme fino a quella piccola fetta di terreno. Forse è stato invece per il ghiribizzo di un uccellino, che si è ritrovata con le radici affondate ai bordi dell'asfalto.
Succede anche agli uomini. Il seme del nostro esistere è volato un giorno da qualche parte, provenendo da chissà dove o anche da nessun dove, e siamo nati in Italia o in Africa o in America, musulmani o cattolici o ebrei. Siamo nati in una famiglia abbastanza benestante, oppure povera, tradizionalista o progressista.
Nella vita dobbiamo subire le frustate d'acqua e polvere sollevata dalle gomme degli eventi, oppure gli agi di una serra temperata e soleggiata sempre nel giusto grado.
Una sola cosa però accomuna tutti, erbacce, fiori pregiati, piante secolari o steli d'erba, uomini e donne diseredati, o fortunati, ricchi o poveri, sapienti o ignoranti: la dignità insita nella sfida rappresentata dal vivere di ciascuno.