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giovedì 11 aprile 2013

Ma disegna come mangi!



Al di là delle varie strade che la nostra mente imbocca quando pensa, s’interroga, si confronta con la dimensione creativa nel suo farsi, al di là delle particolari specificazioni di linguaggio in quei casi intraprese, esiste, celata nella nostra essenza di esseri raziocinanti e senzienti, un substrato comune, capace di legare insieme tutte le diverse forme espressive di volta in volta messe in atto?

D’accordo, mi rendo conto di averla presa su per un verso eccessivamente intellettualardo…e si sa: tanto va l’intellettualardo, che ci lascia…ehm, diamoci un contegno. Dunque, cerco di porre in forma diversa la questione, circoscrivendola in tal modo: quando scriviamo e quando disegniamo, ci affidiamo a meccanismi mentali affini?

Ecco, non saprei rispondervi con certezza, ma un qualcosa di simile mi pare di averlo constatato dedicandomi alla realizzazione di qualche disegnetto, da abbinare ad alcuni miei scritti del passato. L'idea è quella (chissà quando, chissà se mai, magari un domani) di ricavarne una pubblicazioncella. In questo ipotetico libricino mi piacerebbe inserire una ventina di racconti, realizzati nel corso del tempo per il mio blog. Per ogni storiella (tutte scelte rigorosamente fra le più surreali), ho creato appunto una relativa immagine di “commento integrativo”, nel senso che ho cercato di illustrare lo spirito del racconto, magari arricchendolo con ingredienti figurativi non direttamente connessi a quanto si narra nel testo, ma pur sempre sintonizzati con l'atmosfera delle vicende tratteggiate.

Realizzando questi disegni, che inevitabilmente presentano venature fortemente surreali (dovendosi accordare a storie già strambe di per se stesse), mi sono accorto appunto di come il pensare finalizzato alla scrittura, risulti notevolmente imparentato al pensare finalizzato al disegno. Avendo io realizzato sia le storie, un po' di tempo fa, ed ora i disegni (pur sempre avvalendomi delle mie rudimentali capacità di disegnatore), ho provato nelle due circostanze sensazioni fra loro molto simili, tanto che mi è parso, durante il confezionamento di questi bozzetti grafici, di rivivere il “divertimento mentale” provato in occasione della scrittura dei testi relativi.

Insomma, ho capito che l'«andar per pensieri linguistico» ha molto a che vedere con l'«andar per pensieri grafico-illustrativo». La stessa gioia liberatoria di abbandonarsi alla follia di certi percorsi mentali quanto mai avulsi da esigenze strettamente razionali e logiche (nel limite della decenza, del “rispetto intellettuale” e di un minimo di comprensibilità, ovvio), la si può assaporare sia scrivendo, sia disegnando.

Questa affinità fra il pensare scritto e quello disegnato (per quanto sia faccenda piuttosto sfuggente) posso cercare di descriverla un po' con l'esempio del buffo disegno da me realizzato a commento di un vecchio raccontino, intitolato la «La topa di Munchausen». Per non sobbarcare l'onere di andarsi a rileggere tutto il testo a chi non ne avesse voglia, riassumo per sommi capi in cosa consisteva il tema di quella lontana storiella. All'epoca avevo acquistato appunto una “topa”: così viene familiarmente chiamato con espressione dialettale, dalle mie parti, il tipico colbacco in stile russo.

Quel copricapo, alquanto inusuale ed eccessivo per le mie latitudini, nella scala di valori dell'utilità immediata, occupava sicuramente una delle posizioni più basse, e mi offrì lo spunto per scrivere alcune divertite considerazioni riguardanti il meccanismo consumistico, spesso basato appunto sulla molla del “desiderare l'inutile”. Nel tempo stesso, tuttavia, non era mia intenzione avventurarmi in un'invettiva apocalittica e totalizzante contro la società dei consumi. La cosa, sostenuta da me che sono a mia volta un innegabile prodotto esistenziale di quella stessa società (già solo il computer su cui sto scrivendo ed il web usato per diffondere le mie parole, basterebbero a ricordamelo), sarebbe suonata piuttosto ipocrita, fasulla, e decisamente improntata ad un atteggiamento inutilmente manicheo. Le degenerazioni del consumismo sono soltanto la faccia offuscata di una medaglia che sull'altro suo verso riporta anche cose buone che vanno sotto il nome di benessere, prosperità, progresso materiale.

Riflettendo appunto su questi aspetti, mi venne allora in mente la figura del barone di Munchausen (protagonista di un'opera dello scrittore del Settecento tedesco, Rudolph Erich Raspe), il quale, fra le tante guasconate da lui raccontate, sosteneva di essersi cavato fuori da una palude in cui stava sprofondando, tirandosi da solo per il suo stesso codino. Mi sembrava l'immagine perfetta per metaforizzare l'atteggiamento del “critico apocalittico” del consumismo, ossia di colui che pretende di stigmatizzare, senza se e senza ma, tutta la complessità di un'epoca storica nella quale egli stesso ha vissuto e sta vivendo in pieno.

Questo era il succo introduttivo del mio testo, che poi evolveva in una faceta storiella, ispirata appunto più da un atteggiamento di ironico disincanto, che non dalla stroncatura dura e pura.

Nell'immagine che ho realizzato per quel raccontino, si vede invece come ho “trasposto” quei contenuti scritti, in contenuti disegnati. Ovviamente, come si potrà capire, non si è trattato di una semplice ed automatica “traduzione”. Il “fulcro iconografico” del disegno ruota sempre attorno alla presenza della “topa” (il colbacco), con tanto di riferimento al barone di Munchausen, rievocato attraverso un guanto, impegnato nella fatidica ed assurda operazione di tirarsi su da sé. Ma poi, per rendere l'idea di certe cavillosità assurde connesse al mondo dei consumi, di certe sue travolgenti illogicità, mi sono affidato ad altri spunti.
 


In pratica, mentre realizzavo il disegno, stava accadendo graficamente ciò che in precedenza era linguisticamente successo, quando confezionavo il testo. Quelle volte che mi metto a scrivere “andando per pensieri”, parto sempre da un’idea vaga e non meglio definita. Col tempo ho imparato che non ci si deve scoraggiare, né tale indefinitezza deve far paura più di tanto. La cosa da fare è invece molto semplice ed immediata: mettersi davanti alla tastiera (o magari prendere la penna in mano) e iniziare a scrivere. Dapprima si parte con in testa il solo nucleo dell’idea di base, ed anche se non è ancora ben definita, l’importante è iniziare a sminuzzarla per iscritto, a sgrossarla come fa lo scultore col blocco del suo materiale da lavorare. Mentre ci si addentra in questa operazione, ci si accorge di un piccolo miracolo: scrivendo, nascono nuove idee. E lo stesso mentre si crea un’immagine: disegnando, nascono nuove idee.

Ecco dunque che a partire dal primo abbozzo grafico della “topa” col guanto pseudo-settecentesco, che da sé si tira su, mi è scattata la molla mentale per andare a rendere ironicamente in immagine l’allegorica idea di certe perverse insensatezze introdotte da una “visione consumistica della realtà”. Mi piaceva far figurare la cosa rievocando quei buffi marchingegni che compaiono a volte nei cartoni animati, e dei quali Gatto Silvestro o Willy il Coyote sono gran “cerimonieri” ed esperti progettisti.

Il guanto è allora a sua volta infilato in una sorta di leva basculante, alla cui estremità è legato un filo che prende tutto a scorrere lungo una sequenza di pulegge, volani, carrucole, l’ultima delle quali termina con un fiammifero rotante come sua propaggine estrema, il quale è mosso dalla sgangherata forza cinetica di tutto il meccanismo. Il fiammifero viene colto proprio nell’attimo in cui il moto circolare ad esso impresso dall’ultima puleggia, lo costringe ad andarsi a sfregare contro un apposito piattello dal dorso “sgrattevole” e “scartavetrante”. Lo “sbraccio” della fiammella innescata dallo strusciamento è poi calcolato in modo da andare a lambire la miccia di una bomba (anch’essa resa nel modo “cartone-animatamente” più evocativo). La bomba è con gran sarcasmo calata a metà in una, “absit iniuria verbis”, tazza del cesso, lasciando così intuire le conseguenze non certo esaltanti che deriveranno dalla molto probabile deflagrazione.

La parte “pregiata” di tutta la composizione tuttavia, sta nel fatto che alla fine non si capisce bene se tutto questo assurdo movimento sia innescato in alto, dall’impercettibile sventolio nell’aria di quel cartellino richiamante una vaga allusione al mondo consumistico (la particolare deformazione dell’espressione nella versione “Li saldi”, si comprende poi leggendo il racconto), oppure se tutta la dinamica derivi “motu proprio” dall’abbrivio del guanto.

Insomma, cari amici viandanti per pensieri, per concludere: vi pare o non vi pare anche questa, seppur sul versante grafico stavolta, una gran gillipixata?


sabato 22 dicembre 2012

Cerniere di colore


Vita
rupe di prismi
non com-penetranti.

Rarefatti contatti concessi
lungo sentieri vicinali multitonali
regno esclusivo d’amplessi.

Sul confine il terreno comune
unico anelito alla fusione.

D’impossibile soltanto mai sazio
impattando l’esistenziale dazio.

Arduo traversar la frontiera
porto franco d’emozioni verso sera.

Sistema sproporzionale
con sbarramento alla tedesca
per ogni bacio alla francese.

mercoledì 12 dicembre 2012

Nasenziale


Naso, odore.
Nasino, profumo.
Nasetto, fragranza.
Nasone, puzza.
Narici, aroma.
Nari, olezzo.

Froge, effluvio.
Annusar zaffate,
snasare tanfi,
fiutare miasmi,
sniffar fetori.
Aromi d’amore
ad odor del vero.

Adorare odorandosi.
Odorare adorandosi.

Nel polmone d’aria intriso, l’odore
va e il consenso conquista del cuore,
di sé il flusso impregnando purpureo,
nutrimento di corpo marmoreo.

Senza menzogna, pregna d’odori,
soffia dentro la vita ch’è fuori.

N…on
A…biurare
S…ogni
O…scuri

A…ppurerai
N…uovi
N…itori
U…scendo
S…ilente
A…lla
R…adura
E…strema

sabato 3 novembre 2012

La soluzione aguzza il problema


Uno squarcio nel cupo del velo,
abbaglio di appiglio.

Trama compromessa
tirando qualunque filo.

Uscire al di sopra del velo,
districarsi dalla trama.

Per non scoprire con la cura
il peggior volto di quella paura.

giovedì 25 ottobre 2012

Stillicidio a valore medio


Consapevoli a diversi livelli,
suonando un piano dai tasti molli.

Unghie a cubo
non sanno graffiare.

Spessori di ieri,
sottigliezze di domani.

Amore, sudore,
Umore, odore.

Secreti spirituali
fra i
segreti corporali.

Stillicidio a valore medio
su
composizione di stagione.

sabato 20 ottobre 2012

Epocali struzzature



Ormai ridotti a sfinteri appesi,
non già più crateri accesi.

Con lo struzzo mal comune,
digerire e non veder lume.

Che sia questo gaudio a mezzo
è di moda dire un vezzo.

Evacuati dalla Storia
Brancoliamo senza gloria.

Non badiamo più ai miasmi
con olfatto da fantasmi.

Ma dentro noi è ancor quel bambino
con lo sguardo e il naso fino.

Forse per salvarci è il solo
concedendogli di nuovo il volo.


lunedì 15 ottobre 2012

Bussola del caos


Camminavo per una via del centro cittadino, quando sono incappato in una cartoleria un po’ vecchio stile. Sbirciando nella vetrina, ho notato un matitone straordinario. Mi ha affascinato per le sue dimensioni fumettistiche, con una mina esagerata e l’impugnabilità abnorme a mo’ di manico di badile. Ma l’incanto vero è nato osservando meglio il numerillo posto agli antipodi della punta, quello che indica la pastosità della mina. Leggendolo, non credevo ai miei occhi : 8B?!?!?!

Anche chi, come me, non ha un'esperienza da premio Nobel delle matite, sa che la lettera “B” in fatto di mine sta ad indicare il grado di morbidezza della mescola di grafite impiegata, mentre con la “H” si classificano le matite a tratto duro.

Nella mia carriera di appassionato di matite, fino ad oggi mi ero avventurato soltanto agli estremi di morbidezza di una 5B. Già questa era super malleabile, tanto che, al tracciamento di ogni riga, il segno sembrava ti si sciogliesse sotto le dita. Quasi un pezzo di carboncino. Chissà cosa dev'essere allora la 8B, mi sono detto: una specie di pongo limaccioso al posto della mina...

In realtà, provandola dopo a casa, mi sono accorto che questa 8B non è della tenerezza esagerata che mi aspettavo, anche se pur sempre molto soddisfacente al contatto col foglio e foriera di gradevoli sensazioni grafiche. Ho iniziato a tracciare alcuni segni sul primo pezzo di carta capitato sotto mano e mi sono ricordato di un antico vezzo, praticato con maggior frequenza anni fa, ossia la pratica del lasciarsi catturare dalle piccole forme che semi-inconsciamente vanno scaturendo da sotto le dita.

Dopo un po' di scarabocchi, mi sono detto: perché non far nascere da questa cosa una rubrichetta su «Andarperpensieri»? Pensiero fugace e figure immaginate si sposano molto bene, soprattutto se non si lascia troppo  tempo alla ragionevolezza ed alla riflessività, di interferire intorno al senso dei segni tracciati sul foglio. Ho poi rispolverato anche dei vecchi ma ancora validi pastelli, accorgendomi che le figure risultavano più efficaci se corredate di colorazioni altrettanto spontanee e nate dalla fantasia senza interposta ragione. Le mie capacità di disegnatore sono alquanto primitive e rozze, quindi non ci si deve aspettare niente di talentuoso o di esteticamente rilevante. Sono solo “pre-pensieri” di un pensatore banale, messi iconograficamente su carta con i notevoli limiti grafici che ben rispecchiano le altrettanto circoscritte capacità riflessive a disposizione della medesima mente.

Il disegno con cui inauguro oggi la rubrichetta (che sarà denominata «Inconscio grafico»), a posteriori l'ho intitolato «Bussola del caos». Di volta in volta, commenterò i disegnetti prodotti con alcune possibili interpretazioni delle forme che ne sono derivate, oppure con una composizione simil-poetica di frasi altrettanto libere.


«Bussola del caos» non a caso si caratterizza per l'impostazione ripartita a croce. Nel quadrante in basso a sinistra, maldestramente s'impone il richiamo ad un disorientato fallimorfismo inverso. Credo che la mia mente, in questo modo, abbia voluto far cenno al diffuso e mal riposto senso di maschilismo, imperante al di sopra dell'attuale realtà. Prepotenza virile malintesa che pretende di imporsi con la propria presunta capacità razionalizzante. E' un tipo di forza che sbaglia completamente ruolo e bersaglio, rivelandosi alla fine una forma di debolezza: compete, calpesta, americanizza malamente la vita, riduce tutto alla superficie delle cose. Insegue una direzione fallace, affidandosi ad una guida cerebrale che rivela sotto sotto la propria vera essenza “non pensante” vegetale. Da questo ceppo virile, non nascono infatti nuove e rigenerate genuinità vitali, bensì soltanto sterili e claustrofobiche sagome geometriche, capaci di esprimere esclusivamente il loro mutismo esistenziale, attraverso il fumetto senza parole sbuffante da uno spigolo del cubo semi-ombreggiato.

Insomma, come inizio di rubrica, vi sembra abbastanza folle o dite che potevo fare di più?