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venerdì 22 gennaio 2016

Niki e Vito


Da un po’ di tempo mi frulla in mente il sospetto che dentro di noi convivano due spiritelli contrapposti. O meglio, ferma un momento. Dire “dentro di noi”, è forse un azzardo ipotetico eccessivo. Mi correggo, allora: facciamo “dentro di me”. Perché nel salotto della testa degli altri, non posso certo permettermi di andare a sindacare.

Ci sono insomma queste due entità, questi folletti, gnomi, nanetti esistenziali, elfi della personalità, che si contendono a modo loro la quotidiana partita dei miei pensieri. 

Uno dei due folletti, è in realtà una piccola folla, ossia una folletta (Ah – ah – ah! Ho fatto la battuta, ho fatto…!). Ma la battuta è gratuita fino a un certo punto. Questa folletta infatti vale da sola una quantità numerosa di individui. Il suo nome è Niki, detta la Vitalista. Perlomeno è così che la chiamano, in giro per le piazze neuronali e nei sobborghi sinaptici più frequentati. Niki la Vitalista è un personaggio simpatico. Innanzitutto è femminile. Ama la fantasia, le cose creative. Trova sempre qualcosa da inventare, e anche nei momenti di maggiore piattezza, se proprio non le viene nemmeno un’idea, si reinventa la concezione stessa dell’inventare.

Niki è lunare, istintuale, emotiva (oppure istintiva ed “emotuale”: Oh – oh – oh! Ma come sono spiritoso oggi…). Niki, per istinto appunto, si fida più delle sensazioni. Si immerge nel tempo, infilandolo sempre dalla parte in cui esso tende a una leggera follia. Niki crede nell’empatia, nell’utopia della fusione fra gli animi delle persone. Per lei lo scorrere del tempo è ciclico, sa che le cose hanno un inizio, finiscono e poi si rigenerano. Non si scoraggia troppo dunque quando il suo scoppiettante biplano dell’umore sta veleggiando a quote davvero molto basse. Perché sa che arriverà sempre il momento di un nuovo colpo di cloche, in grado di riportare il velivolo alle altezze rarefatte della serena consapevolezza di sé. 

In virtù di tutto ciò, Niki adora confrontarsi con l’andirivieni alternante del binomio fame-sazietà. Per dirla in senso più ampio, Niki desidera desiderare. Sa inoltre che il gioco dei piaceri ha regole ben precise: se non le conosci e non stai alle regole del gioco, il gioco ti demolisce. Niki ha allora imparato nel tempo un particolare tipo di saggezza della sensualità. L’eccesso va schivato come una trappola esiziale, ma altrettanto pericoloso è il rifiuto della soddisfazione dei sensi. Niki può permettersi di spingersi diretta a contemplare il nocciolo accecante del piacere, perché da tempo si è costruita gli occhiali da sole adatti a non farsi male agli occhi.

C’è poi quello “scassa” di Vito, l’altro folletto. Sì, Vito il Nichilista. Spiace dirlo. E non per fare del razzismo di genere: sarei un fesso, altrimenti, a parlare male della mia stessa categoria di appartenenza (va beh, forse lo so in ogni caso, in generale, fesso). Spiace dirlo, insomma, ma Vito è maschio. Per dirla in termini brutali, Vito certe volte non vorrebbe nemmeno esistere (da qui il suo nomignolo: il Nichilista). Vito vuole vedere tutte le cose alla luce del sole. Per lui i conti “devono” tornare per forza. Va in crisi quando qualche ingranaggio, anche pur minuscolo, si inceppa. E’ un precisino ansioso che ve lo raccomando. Nei suoi momenti peggiori, diventa persino un misto fra il bigotto e il saputello, che non gli si può stare proprio accanto. Se le cose non funzionano a dovere, per Vito è tutto da scartare. Da qui la sua propensione ricorrente a voler buttare tutto, se stesso compreso, nel gran pentolone nulla. Per Vito il tempo scorre come su una linea: è progressivo, niente ritorna mai. Una volta passata, ogni cosa si può solamente rimpiangerla e provare nostalgia per lei, per sempre. Vito è introiettato dentro di sé. Tende un po’ al solitario. Rimugina un sacco e prima di passare all’azione…anzi, è difficile persino ricordarsi l’ultima volta in cui è passato all’azione.

Non ha però solo difetti, Vito il Nichilista. Per esempio, aiuta Niki la Vitalista, quando a lei sfugge un po’ di mano la situazione. Quante volte l’ha riportata a casa un po’ alticcia, coprendole la bocca con una mano, perché lei avrebbe voluto cantare a squarciagola nei vicoli affollati del comparto cerebrale in cui si gestiscono la compitezza e la serietà del comportamento. Possiamo dire questo: Vito ha molti difetti, ma anche questo unico pregio di portata più vasta, e piuttosto importante. E’ stato lui infatti che ha insegnato a Niki la saggezza delle emozioni.

Insieme fanno dunque una coppia di vicendevole completamento reciproco. Niki la Vitalista e Vito il Nichilista: e non ci sarebbe altro da aggiungere, insomma. Se non un’ultima cosa: ancora non ho capito chi sia quel terzo misterioso folletto che si prende briga di andare a raccontare tutti questi fattacci miei. E’ un tizio alquanto grafomane. Proprio non riesce a lasciare in pace quella benedetta tastiera. Mai che si facesse una carrettata di affaracci suoi…ma se lo becco…


giovedì 12 febbraio 2015

Bang ultra-passerottici



Conoscevo un tipo che di mestiere faceva il tangentista. Disegnava tangenti, non è che le pagasse o le riscuotesse. Questo mio amico aveva messo su un piccolo laboratorio in centro città, il “Cream-Tangerine”. Chi si ritrovava in casa, per dire, una circonferenza, o un ellissi, o una parabola, e avesse avuto bisogno di tracciarvi accanto una tangente, non doveva fare altro che andare al “Cream-Tangerine” e farsela disegnare. La sua specialità erano le tangenti alle sfere e le duplici tangenti iperboliche in confezione regalo.

Il mio amico si vergognava un po’ a svolgere una professione dall’aura così altisonante negli ambienti che contano («…il tangentista!…») e ad essere nel frattempo così onesto (i suoi prezzi erano tra l’altro davvero modici). Allora, per mettersi a posto la coscienza, aveva preso l’abitudine di risolvere le parole crociate andando a sbirciare tutto su google. In questo modo si sentiva più sereno: praticava sì una forma di slealtà, ma la più gratuita ed innocua che si fosse mai vista, potendo continuare nel frattempo a portare alto il nome dei tangentisti dall’indole geometrica e non pecuniaria.

Sono famose poi le bombette di piume. Beh, famose…parliamone. Il fenomeno si verifica di rado, ma quelle poche volte, non passa inosservato. Si sente un improvviso boato contro i vetri della finestra, SBANG!!!, si sobbalza sulla sedia mentre il proprio subconscio, con una rapidità che va molto al di sotto della soglia di attenzione, si domanda: «…E che miiinchia è?!?!?…». Novantanove volte su cento è un uccellino un po’ rimbambito che non conosce l’esistenza di un materiale chiamato “vetro” o forse non ha ben chiaro il concetto di impenetrabilità dei corpi, anche nei casi di trasparenza conclamata.

Quasi mai si riesce a sapere che tipo di uccellino fosse. Il più delle volte rimane solo il ricordo di quel piccolo botto senza causa, o al massimo c’è un segno non meglio identificato sopra al vetro, una specie di sgommatina gentile. Solo di rado capita invece di rinvenire sul luogo del misfatto rumoroso, una qualche traccia. Possono essere anche otto piume otto, di numero, minuscole, sul davanzale.


Il mistero intorno all’identità del mini-volatile rimane, ma a quel punto si può anche essere colti dall’impellente necessità di correre ad attaccarsi a internet, per raccontare di amici immaginari che facevano mestieri inesistenti, cercando di compensare l’insoddisfazione calata nell’animo a causa dello shock da anonimato sonoro appena subito.

giovedì 1 gennaio 2015

L’anticamera dei sogni a spicchi d’arancio


Il modo ottimale per trascorrere l’ultimo dell’anno, a mio avviso è quello di poter stare insieme alla persona amata. Nell’impossibilità eventuale, la seconda opzione è di poter trascorrere qualche ora con alcuni amici cari. Se per una serie di motivi non si può realizzare nessuna delle prime due alternative, rimane solo una terza scelta dignitosa: andarsene a letto. Ed è quello che ho fatto ieri sera.

In queste circostanze, ci si sforza di raccomandare a se stessi che, sì, va beh, dai, la sera dell’ultimo dell’anno è pur sempre un sempre una sera come le altre. Ma alla fine non è mai così: che tu sia in compagnia o da solo, quella dell’ultimo non è mai una sera come le altre. Il punto è che a rimanere da soli, ci se ne rendo conto di più: la differenza è tutta lì.

Me ne stavo leggendo qualcosa sotto le coperte, infagottato nel mio dispositivo invernale brevettato di lettura. I botti di qualcun altro si sono messi a fracassare il buio di fuori. I botti per me, soprattutto quelli di Capodanno, sono un po’ come il tempo per Sant’Agostino. Se non me ne parli, nemmeno io ti dico niente, ma se mi chiedi dove andrebbero infilati, ti rispondo tirando in ballo innominabili sfinteri dei molesti acquirenti dei medesimi. Sottintendendo che dopo averli colà introdotti, si rende praticamente doveroso dar fuoco alla miccia.

Il fragore di quelle flatulenze emesse da minorati mentali (in una parola: “petardi”) mi ha distratto un attimo dalla lettura. Ho posato il libro sul petto, ho portato le mani agli occhi, sfregando delicatamente le palpebre chiuse. E’ bello concedersi questo gesto, centellinandolo ogni tanto per non renderlo scontato. Mi piace osservare lo sfavillio di stelline che si forma lungo la cupa superficie globosa sotto-palpebrale, mentre un senso di distensione para-sensuale si diffonde per tutto il corpo. Poi le mani si sono aperte, allargandosi alla faccia e impugnando praticamente tutta la testa, che così accolta tra i palmi mi ha rievocato qualcosa di molto familiare, benché lontano negli anni. In questo modo, migliaia, se non milioni di volte, ho tenuto fra le mani il pallone da basket.

Chi non ha mai giocato a pallacanestro forse non potrà capire, ma è stata una specie di rivelazione. Solo in quell’attimo ho capito che in ogni partita di basket giocata, per ogni tiro fatto, per ogni palleggio, insomma per ogni gesto cestistico compiuto nei tanti anni in cui ho amato questo sport, non tenevo fra le mani la beneamata palla a spicchi, bensì la mia testa. Il senso zen del basket, ma anche di tutti gli altri sport probabilmente, mi si è svelato. E non solo di tutti gli sport: forse persino il significato di ogni azione intensa nel senso più generale. 

Ricordo infatti che proprio l’azione di gioco, in particolare nel basket, riusciva al meglio quando la testa traslocava al di fuori di sé e prendeva dimora nel pallone per rimbalzare ed essere manipolato, nelle braccia per palleggiare o passare o tirare, nelle mani, nelle gambe e nei piedi per scegliere sul campo le traiettorie più indicate o per danzare al ritmo del palleggio. Meno si pensava e meglio si agiva. 

Intanto i botti hanno continuato ancora un po’, e io mi sono gustato questa piccola scoperta, ho palleggiato immaginariamente con la mia testa, ho tirato a canestro, da 5 o 6 metri, la mia distanza preferita. Ed anche se suona molto bizzarro, la testa rimbalzava lieta sul piano di gioco e poi contro il tabellone, oppure frusciava precisa nella retina del canestro, passava dalla carezza di una mano all’altra. In un modo alternativo di volersi un po’ bene con la fantasia. Al posto della testa avevo il salutare “vuoto” che occorreva, e per alcuni momenti tutto è stato perfetto così. 

Poi ho spento la luce, mi sono girato sul fianco per accogliere il sonno, riflettendo sul fatto che una serata trascorsa con la persona amata sarebbe stata “forse” un po’ meglio. Ad avercela, la persona amata. E poi, l’ultimissimo pensiero che mi ha colto prima di addormentarmi, con ampio sollievo vanziniano, è stato: «…e anche questo ultimo dell’anno se lo sémo levati dalle palle!...».


mercoledì 11 dicembre 2013

Ermeneutica pronta consegna


La prossima volta che vedo i miei amici, devo ricordarmi di proporre loro un affare. Mi chiedevo se fossero interessati a mettersi su in società con me, per una piccola attività di smercio d'ermeneutica al dettaglio. Dopo il crollo delle grandi ideologie ed il barcollare delle tradizionali credenze; dopo che si sono tarlati anche i più solidi comò e le cassettiere secolari, “interpretare” è divenuta la moderna parola d'ordine. Nella verità ormai ci sperano in pochi. Tutt'al più ci si accontenta di interpretare. Interpretare i fatti, interpretare gli altri, interpretare le cose, interpretare le esperienze. In una parola: interpretare la vita.

Ermes era uno dei più autorevoli fra gli abitanti dell'Olimpo greco. Fra le tante prerogative da lui possedute, forse la più importante consisteva nel suo ruolo di messaggero degli dei. Ermes faceva da tramite fra gli dei e gli uomini, era latore delle sentenze divine presso gli umani. L'aspetto magico di questo dettaglio del mito (i miti sono tra le fonti di stupore più potenti mai scaturite dall'animo degli uomini, e nei loro significati più intensi risiede sempre un barlume di straniante paradosso), stava nel fatto che Ermes non conosceva il senso dei messaggi da lui trasportati. In pratica, Ermes era un vero e proprio trasportatore di “materiale da interpretare”. Oppure, guardando la questione per il verso opposto, si può anche dedurre quanto segue: Ermes ci consegna un malloppo enigmatico, e dunque tutto ciò che nella vita è incomprensibile, o difficilmente afferrabile, sembra provenire dagli dei, ossia presentarsi a noi ammantato di un'ineffabile aura extra-umana. Proviene dagli dei quindi l'arte, provengono dagli dei gli innamoramenti, proviene dagli dei tutta la bellezza che non ci sappiamo spiegare, ma che in qualche modo ci arrabattiamo ad interpretare. Provengono dagli dei anche le cose, per usare un eufemismo, meno piacevoli? In una prospettiva ellenistico-mitologica, pare proprio di sì.

L'ermeneutica, in quanto “arte dell'interpretazione”, affonda le proprie radici filologiche in tutta questa affascinante tradizione.

Si fa presto però a dire “interpretare”. La gente ha sempre meno tempo, è subissata da un gran daffare, non può permettersi di stare lì a riflettere troppo, è chiamata ad agire con tempestività, e così spesso si butta alla cieca, tira a bocciare riguardo all'esistenziale sentiero da imboccare.

Ed ecco allora che entra in scena la mia società: la «Premiata Ermeneuticheria Ermete». La P.E.E. sarà specializzata in interpretazioni di ogni tipo. Interpretare, come mi sembra di aver già ampiamente chiarito, non significa affatto spacciare verità. Il cliente, in questo senso, alla P.E.E. sarà ampiamente tutelato. Acquistando tranci d'ermeneutica alla P.E.E., non si ritornerà a casa con nessuna convinzione assoluta in tasca. I nostri prodotti si distingueranno per croccantezza argomentativa e freschezza degli ingredienti concettuali utilizzati. Ma son saranno sofisticati con tossici coloranti all'essenza di sicumera, estratti dalla mala pianta dell'infallibilità.

Nel vasto campionario di articoli della P.E.E., si potranno scegliere sicuramente i gusti classici, tipo l'ermeneutica alle quattro consapevolezze, il saggione ripieno, l'interpretazione dello chef, e la gran esegesi gratinata sul forno analitico. La P.E.E. sarà in grado di garantire anche il servizio di consegna a domicilio «speedy-Ermete». I nostri incaricati, a bordo dei loro scooter riconoscibili dalle alette sulla marmitta, con una modica aggiunta al prezzo del prodotto ermeneutico ordinato per telefono o via mail, porteranno direttamente a casa del cliente, la sua interpretazione ancora bella calda.

Sì, mi pare un'idea imprenditoriale coi fiocchi. Devo proprio dirlo ai miei amici, la prossima volta che li vedo...ma soprattutto: ma che amici c'ho?!?!?


giovedì 28 novembre 2013

Orme

 

Orme vuote, orme slavate.
Orme tipografiche,
orme inchiostrate.


Orme di Remo fra le more.
Orme orfane d’un’«a» per far l’amore.


Enorme fra le orme,
l’improntitudine all’impronta.


Orme sgrammaticate,
impronte di te ch’«or»-giungono a «me»,
orme di me ch’«impron»-vengono a «te».


Orme linguistiche
di lingue ormai ormeggiate.


Orme che vanno ovunque.
Orme ignare del loro andare.


Orme parlanti
su frasi ormeggianti.


Un giorno le mie orme
m’hanno abbandonato
e per l’America son partite.


Impossibile inseguirle,
alla frontiera senz’orme
non lasciavano passare.
Invano ho loro gridato:
«…Ormeeeeeeeeeee!!!...».
«…Impronteeeeeeee!!!...».
 
                                        
 
                              Scrivere
                               vuol dire
                                lasciare orme.
                                A chi legge, il compito
                                di ricostruire un cammino.
La profondità delle cose dette,
l’evidenza del tempo trascorso.
Tutto questo nelle orme si legge,
finché il vento o l’insipienza
non passano a cancellare.
Ora devo aggiungere
qualche parola, per
completare la forma
del piede: ecco, così mi
pare che possa andare.
Manca ancora il tallone,
 eccolo, arriva, più bello e
spazioso di quello
d’Achille l’eroico
in persona.



martedì 5 febbraio 2013

Mate-matti da legare: la favola delle persone-numero



Gabriella Tre e Massimo Due un bel giorno andarono e si moltiplicarono. Invertirono più volte l'ordine dei fattori, ma il prodotto ovviamente non cambiò, e dopo nove mesi nacque Pierino Sei. 

Quando divenne abbastanza grandicello per capire, Pierino Sei cominciò ad apprezzare molto le favole raccontante dai nonni, i quali erano naturalmente tutti multipli di Pierino. Nonno Pino Trentasei era specialista nelle fiabe d’avventura. In particolare, sapeva narrare fantasmagoriche peripezie di elevamenti al quadrato, sfuggiti alle perigliose insidie un tempo nascoste nei meandri di  fameliche equazioni a base di numeri radicali. Nonno Pino Trentasei aveva trascorso la vita a fare il boscaiolo, e poi a tempo perso l’odontoiatra, mestieri in cui non a caso eccelleva nella fase di estrazione delle radici. 

Nonna Letizia Quarantotto coi suoi racconti sapeva invece infondere in Pierino quella sottile vena rivoluzionaria che sotto sotto aleggiava un po’ in tutta la famiglia. Nonna Letizia Quarantotto ricordava con piacere i bei tempi quando faceva il diavolo a quattro insieme alle sue amiche di gioventù, Erminia Sessantotto, Palmira Settantasette e Raffaella Quindici-Diciotto. 

In proficua alternanza emotiva, trascorrendo il suo tempo infante in sospensione fra atmosfere di rilassatezza tradizionalista, e ben più arrembanti moti dell’animo futuristici e trasformazionali, Pierino Sei cresceva e andava acquisendo con armonia una sana ed algebrica costituzione. 

Come accade un po’ nella vita di ciascuno, all’epoca dei primi bagliori adolescenziali, Pierino Sei iniziò ad addentrarsi nel mistero dei numeri negativi. Intravedeva qualcosa, attraversando i primi ignoti retroscena della vita, anche se gli algoritmi più complessi non gli apparivano ancora molto chiari. Subodorava meccanismi relazionali cruciali, riguardanti l’importanza fondamentale dell’operazione messa in mezzo fra due individui-numero. La cifra che ci si ritrova ad essere è indubbiamente la base della nostra identità, ma ancor più significativo nelle dinamiche del vivere è il “segno” che si frappone fra sé e gli altri numeri-persone. L’adolescenza è appunto la fase della propria esistenza in cui dolori e gioie cominciano ad assumere una fisionomia numerica ben precisa, e si amalgamano in un mix di sapori cifrati inebrianti e vertiginosi. Fu esattamente in quell’epoca che Pierino Sei imparò ad apprezzare la dolcezza del moltiplicare, la problematicità del dividere, l’ottusità a volte drammatica del sottrarre, la generosità sognante dell’addizionare.

La scoperta di queste prime aperture verso le dinamiche di un attivo relazionarsi numerale, convinse Pierino Sei anche di una ulteriore inequivocabile verità: un numero fermo è destinato a rimanere sempre imprigionato nella sua quantità originale. Per diventare più grande, un numero deve potersi muovere, deve saper andare incontro alle operazioni, e non attendere che i “più”, i “per”, i “meno” e i “diviso” lo vengano a cercare. Ecco perché, non appena arrivò il momento buono, Pierino Sei diede la patente e si procurò la sua prima automobile.

Ovviamente, nella sua condizione di matricola universitaria, Pierino Sei non solo non poteva permettersi una vettura nuova, ma nemmeno una usata. Ecco perché dovette ripiegare su una vettura abusata. Dopo aver passato in rassegna diversi residuati motoristici, l’unico ferro vecchio che si attagliasse economicamente alle sue tasche fu infatti una vetustissima “Gigia Sprint” Morbo-Diesel, assai glorioso veicolo sportivo nei suoi anni migliori, ma ridotta ad imbolsita veterana della sgommata, ormai da tempo immemore. Il suo tachimetro segnava oltre ottocentomila chilometri, col fortissimo sospetto, per di più, che fosse stato già azzerato varie volte. Eppure in qualche modo, per Pierino Sei la Gigia Sprint fu fondamentale nell’aiuto a divenire un numero adulto.

La Gigia Sprint era una cara vecchietta motoristica e necessitava di parecchie cure. Pierino Sei, profondendosi continuamente in questa sollecita assistenza, finì per imparare il vero senso delle operazioni algebriche fra numeri-persona. Ma questo si verificò pian piano, nel tempo lento durante il quale Pierino Sei ebbe modo di conoscere la Gigia Sprint in tutti i suoi risvolti meccanico-esistenziali.

La Gigia Sprint aveva il tartaro al radiatore. Questo le provocava indebolimenti notevoli a certi baffetti metallici messi a fregio del suo musetto, che erano il vero e proprio marchio estetico della sua casa automobilistica, come una chiostra di fanoni da vecchia balena della strada, quale un tempo era stata. Pierino Sei per questo la conduceva regolarmente dal suo “meccanico dentista” di fiducia, Secondo Sette Carie, che ovviava con attenzione alla debolezza della Gigia Sprint, ridonandole, per quanto possibile, un nuovo sorriso smagliante. A partire da questa attenzione superficiale, Pierino Sei si abituò ad ascoltare la Gigia Sprint in ogni sua magagna. 

Fossero stati solo i baffetti, infatti.

La Gigia Sprint soffriva spesso anche di problemi d’erezione ai pistoni. Per questo malanno, Pierino Sei si rivolgeva di preferenza ad un suo vecchio e caro zio, esperto in elevamenti di potenza, lo zio Rodolfo Sette alla Quinta. Su consiglio di quest’ultimo, Pierino Sei faceva spesso giretti con la Gigia Sprint sul limitare di alcuni caratteristici boschetti metalliferi, dove si potevano rinvenire particolari tipi di erbe meccanizzate. Da queste essenze turbo-vegetali, Pierino Sei ricava degli speciali decotti minerali, da aggiungere all’olio della Gigia Sprint. In questo modo, non solo le favoriva un rinvigorimento delle capacità d’impennata del suo contenuto cilindrico, ma aiutava anche la sua circolazione, altrettanto debilitata, tenendole regolata nel contempo pure la pressione ed alleviandole i fastidi causati dall’artrite ai cerchioni, che similmente affliggeva quella decana dell’asfalto.

Più Pierino Sei conosceva la Gigia Sprint, più poteva permettersi di entrare in confidenza con lei, spingendosi persino alla comprensione delle sue indisposizioni più arcane. La Gigia Sprint era una vecchia signora e ci teneva alle sue delicatezze meccanico-femminili, ma quando capì che il valore della fiducia reciproca con Pierino Sei aveva raggiunto ormai livelli da competizione motoristica, non gli negò nemmeno la condivisione dei suoi crucci più intimi. La Gigia Sprint soffriva dunque di emorroidi al tubo di scappamento e Pierino Sei fu lieto, nonché onorato, di poterla aiutare anche in questa sua difficoltà meccanica. Questa volta si affidò all’esperienza di un insigne luminare teutonico, il dottor Otto Von Büsen der Skarikèn, e sotto l’intervento delle sue delicate mani, gli smarmittamenti della Gigia Sprint poterono ritrovare tutta la propria rombante e smotorante possanza.

Passavano intanto i mesi, e girando con la Gigia Sprint di qua e di là, Pierino Sei conosceva gente-numerica nuova. Soprattutto ragazze-cifra, naturalmente. Come spesso capita, Pierino Sei non riusciva a cogliere appieno il senso di quanto andava sperimentando, mentre si addentrava in questi frangenti del suo vivere. Il significato dei momenti vissuti, lo si comprende sempre con più chiarezza dopo, in fase di consuntivo, quando si possono osservare quelle porzioni di esistenza trascorsa, con il distacco e l’elevazione dello sguardo, che ci consentono di dominarli dall’alto nella completezza panoramica della sagoma e in tutte le loro sfumature.

Pierino Sei conobbe allora alcune ragazze e dapprima si lasciò abbagliare da quanto in loro c’era di più sfavillante sulla superficie. Frequentò Pamela Sessantanove e, non che negasse in seguito di aver trascorso anche attimi molto intensi con lei, ma non c’era complessità matematica da condividere in quell’amicizia. Lo stesso successe con Marina Settantasette, un’altra amica conosciuta in quel periodo di frequenti vagabondaggi al volante della Gigia Sprint. Era la nipotina di Palmira Settantasette, la rivoluzionaria amica di Nonna Letizia Quarantotto, e si esibiva come soubrette nel corpo di ballo di un piccolo teatro in cui si rappresentavano spettacoli leggeri di varietà. Nella giovane rampolla di casa Settantasette però, ogni afflato sovvertitore si era ormai affievolito, e la doppia abbinata numerica in lei, lontana ormai dal rievocare una fatidica annata di sommovimenti culturali e sociali, rimandava al ben più domestico riferimento della tombola: «...77, le gambe delle donne...». 

Varie altre conoscenze femminili si accavallarono durante quel condensato periodo della vita di Pierino Sei. Come ad esempio l’esuberante Elsa Ottomilioniedue. Una cara ragazza, sì, ma votata più all’attenzione per i fattori quantitativi, che non ad una sensibilità per quanto vi è di non misurabile nell’accadere del mondo. Pierino Sei non disprezzava dunque l’amicizia di queste persone-numero femminee così proficuamente conosciute. Grazie a ciascuna di loro, la vita si svelò a lui sicuramente attraverso suoi nuovi interessanti aspetti. Ma, semplicemente, con loro, non trovava completezza matematica.

Nel frattempo, la confidenza, l’affiatamento e la sintonia con la Gigia Sprint crescevano piano, col passare lento di quei mesi, ricchi di apertura algebrica verso il mondo. E, stranezza delle stranezze a dirsi, proprio grazie a quel girovagare sempre attento ed in ascolto delle imperfezioni della Gigia Sprint, Pierino Sei giunse a capire che quando un segno di operazione si frappone fra due individui-numero, s’innesta fra di loro un travaso di vita vicendevole. Ad azione corrisponde reazione altrui, laddove l’agire, suscitando la risposta dell’altro, si rivela al contempo atto di auto-edificazione della propria personalità. E’ un edificare se stessi attraverso la persona-numero con cui ci si ritrova a svolgere operazioni insieme.

Così, fra una ripulitura di tartaro e l’altra ai baffetti della Gigia Sprint, Pierino Sei, recandosi un bel mattino nello studio del fidato “meccanico dentista” Secondo Sette Carie, venne accolto dalla sua assistente e segretaria, Enrica Diciotto. Il dottore si era dovuto assentare per qualche minuto, e Pierino Sei ebbe modo di scambiare quattro parole con la gentile signorina. Una curiosa energia si mise in vibrazione inopinatamente fin da subito fra i due giovani. Il primo a stupirsene fu proprio Pierino Sei: diciotto non gli era mai sembrato un numero particolarmente significativo, eppure si sentiva fortemente attratto dalla personalità numerica di quella ragazza-bocciolo di donna in fiore.

Per un po’ non ci pensò più. Ma da quella volta, ad ogni nuova occasione in cui la Gigia Sprint necessitava di una rifilata ai suoi fanoni di vetusta balena a quattro ruote, Pierino Sei faceva in modo di fermarsi un po’ di tempo a chiacchierare con l’ormai familiare Enrica Diciotto. Di modo che, quasi senza rendersene conto, lentamente il Sei ed il Diciotto scoprirono, nel proprio approcciarsi discreto, un gran numero di affinità algebriche e matematiche. Pierino Sei, dividendosi in Enrica Diciotto, diventava un di più rispetto a ciò che lui già era di per se stesso, trovando una fusione perfetta nelle parti di lei. Enrica e Pierino condividevano tanti interessi e tanto sentire comune, a partire dai vari loro sottomultipli. 

Frequentandosi con sempre maggiore assiduità, a volte sommandosi, a volte sottraendosi, Enrica Diciotto e Pierino Sei constatavano come insieme erano sempre capaci di dar vita ad altrettanti numeri in attinenza molto stretta con se stessi (18 + 6 = 24 ; 18 - 6 = 12). Un vero stupore affettivo li travolse poi quando realizzarono il piccolo prodigio che s’innescava nell’attimo in cui provarono a moltiplicarsi: la grazia di lei, nel risultato, era riverberata dalla elegante decorazione simmetrica interposta da un armonico “zero” separatore (18 x 6 = 108).

La conoscenza reciproca maturò matematicamente a dovere, fino al punto in cui Enrica Diciotto e Pierino Sei appurarono di avere trovato l’una nell’altro la combinazione numerica precisa della propria vita. Pierino Sei completò felicemente gli studi, proseguendo poi la carriera universitaria, ed ora ha un bell’impiego come ricercatore di numeri dopo la virgola del p. “Pi Greco” vale “3 virgola 14”. Dopo parecchi altri numeri, in fondo in fondo, adesso vale anche un “virgola Pierino” in più.

Enrica Diciotto, grazie anche allo stimolo numerico in lei instillato dall’affetto cifrato di Pierino Sei, ha invece abbandonato quell’impiego temporaneo dal dottor Sette Carie, riprendendo l’università e laureandosi in Scienze della Tutela Numerica. Nel suo studio di restauro di antichi numeri impolverati dall’incomprensione matematica del tempo, da allora svolge con molto zelo e soddisfazione questa nobilitante attività professionale.

E come da miglior tradizione favolistica, vissero algebricamente felici e contanti.


martedì 29 gennaio 2013

Disfonie post-moderne


Dal basso della mia introversione (spesso e volentieri sfociante in una reticenza assai poco lusinghiera), ammiro molto le persone che possono permettersi di affermare: «…Io dico sempre ciò che penso…». Tuttavia, sempre riguardo ai medesimi individui, mi sono pure spesso trovato a considerare: «…Non è che siete costretti ad affliggerci sempre ed in ogni modo, anche quelle volte in cui per la mente vi passa un’emerita stronzata...».

Ciononostante, in qualche particolare frangente, anche a me capita di sentirmi per qualche attimo permeato dal sacro fuoco dell’assoluta lealtà e schiettezza dialettica. In quelle occasioni, adattando il proclama su misura, la dichiarazione d’intenti che mi sento di enunciare, si riduce ad un più circoscritto: «…Io racconto sempre ciò che penso…».

Da uno di questi rari attimi in me così transitori, nasce lo spunto della storia che mi accingo a narrare.

Con un mio amico, tempo fa, accarezzammo il sogno di mettere in piedi un’impresa di nostra concezione e creazione. L’idea di fondo l’attingemmo dall’enorme bacino di potenzialità imprenditoriali messe a disposizione dalle cosiddette energie da fonti rinnovabili. Il fenomeno naturale in questione è misconosciuto ai più, ma non sfugge di certo al maschio medio portatore sano di ventre villoso. Forse infatti non tutti lo sanno, ma nell’incavo discreto dell’anfratto ombelicale di questi esemplari dell’umana specie, tende a formarsi periodicamente una pallottolina di lanugine dalle indecifrabili origini.

Le interpretazioni scientifiche in merito parlano di un agglomerato di pagliuzze di lana, proprio lì depositate a seguito dello sfregamento innescato fra le pelurie virili e la trama della maglietta della salute, invernale o estiva che sia, e dunque raffinate nonché selezionate da questa sorta di ecologico e spontaneo setaccio raccoglitore e concentratore.

Secondo la vulgata popolare, più poetica e leggendaria, le misteriose palline seriche sarebbero invece originate per partenogenesi a partire dalla stessa spiritualità immatura del maschio medesimo, rappresentando esse l’espressione tangibile di una sua fanciullaggine protratta oltremodo e sconfinante inopinatamente nei territori che spetterebbero ormai con maggior pertinenza all’età adulta. Un inusitato genere di manna, insomma, prodotto bislacco della non maturazione caratteriale. Un frutto maturato dall’immaturità.

Fosse come fosse, il mio amico ed io, da appassionati cultori della contemplazione ombelicale quali siam sempre stati, ci ritrovavamo con puntualità infallibile a dover rilevare la presenza di queste sferette di tessuto grezzo gentilmente deposte nei nostri rispettivi micro-marsupi setolosi. E fosse stato per qualche episodio isolato di per sé, probabilmente mai ci sarebbe scattata in mente la molla imprenditoriale. Quello che tuttavia ci instradò decisamente verso il sentiero della velleità produttiva, furono proprio l’insistenza e la portata quantitativa del fenomeno. Le soffici palline, anche quando scacciate dalla loro sede con igienistica minuzia, si riformavano sempre puntuali ed infallibili nel giro di due o tre giorni, moderne arabe fenici, e testimoni inequivocabili del “peter-panesimo” diffuso che imperversa sopra i cieli di questi nostri tempi post-moderni.


Fu a quel punto che la lampadina della “politica del fare” si accese luminosissima nell’anticamera della nostra immaginazione creativa: invece di scartare di volta in volta il prodotto peloso interno lordo (pregiatissimo PPIL), quasi fosse un ospite molesto, perché non accoglierlo come gradito pensionante nell’irsuta saletta del nostro hotel a cinque setole? Valutando quantità, frequenza delle visite e qualità della materia prima estratta, calcolammo che nel giro di poco tempo si sarebbe potuta impiantare una produzione stabile di materassi, cuscini e piumini. E anche se non avremmo potuto avvalerci della denominazione di “piumino d’oca”, forse di quella “di cinghiale” sì.

Sulle ali di simili fantasticherie, i miraggi del successo si misero a macinare vorticosi dentro le nostre fantasie foderate di pelliccia. Ci vedevamo già manager rampanti alla testa del più grande impero produttivo mondiale di pregiatissimo cachemire ombelicale. Ci figuravamo ricchi sfondati e mollemente appisolati nell’appagamento pecuniario, cullati fra due guanciali imbottiti di pura lana ecologica direttamente estratta da maschio umano setoloso.

Ma non avevamo fatto i conti con la dura realtà.

I primi ostacoli fra noi e la nostra apoteosi imprenditoriale iniziarono a frapporsi per questioni strettamente linguistiche. Un fenomeno che si manifesti nell’ambito del “reale” senza il supporto di una specifica denominazione propria, rischia quasi sempre di finire per non esistere. E così toccò in sorte alla nostra creazione produttiva “in nuce”. L’oggetto del nostro fare non aveva un nome e non poté avere nemmeno una sua esistenza.

Ci recammo dapprima alla camera di commercio per registrarci, al fine di poter avviare l’attività effettiva. Di fronte ai nostri tentennamenti, manifestati nel tentativo di far comprendere la portata rivoluzionaria di questa nuova frontiera produttiva, che tuttavia non sapevamo meglio circoscrivere entro una definizione precisa, gli impiegati addetti ai vari impicci burocratici bocciarono sonoramente i nostri intenti. Sempre per carenza di denominazioni, venimmo poi a sapere che non esisteva nemmeno un albo professionale dei produttori e trasformatori di palline ombelicali grezze, al quale potersi iscrivere. Informandoci poi nei più esclusivi ambienti pubblicitari e del marketing, con nostro sommo rammarico scoprimmo che, anche una volta raggiunto eventualmente un minimo di evidenza d’immagine con il marchio della nostra ditta, difficilmente saremmo stati invitati a tener banco nei talk-show televisivi, o intervistati dai giornali, per pontificare intorno alle strategie imprenditoriali più arrembanti, o per proporre una nostra ricetta di uscita dalla morsa della crisi.

Il “vulnus” fatale, quello in grado di assestare la mazzata decisiva alle nostre ambizioni, eravamo tuttavia destinati a ritrovarcelo proprio in seno, neanche tanto nascosto, in forma di contraddizione in termini annidata nella natura stessa del nostro essere imprenditori nascenti in misura così inusuale. Consultandoci con un insigne economista, fra i maggiori esperti mondiali di finanza ricreativa, ci venne posto innanzi il più classico degli “uovi” di Colombo. «…E’ un ambiente durissimo, cari ragazzi…» ci ammonì il luminare, un caro vecchietto che si era fatto un certo gruzzolo commerciando nel settore delle sferette di mollica, appallottolate fra pollice ed indice sorbendo i suoi caffè di fine pranzo. E aggiunse: «…Vi sconsiglio fortemente di avventurarvi in questa impresa, perché in quella jungla sopravvive solo chi, come minimo, ha quattro dita di peli sullo stomaco!…».

La sentenza, nella sua nitidezza fulminante, si rivelò esiziale e scrisse la parola fine sopra ogni ulteriore capitolo concernente le nostre più scriteriate speranza. Di peli sullo stomaco, noi un po’ ne avevamo, certo, ma il nostro lieve vello para-post-puberale non poteva certo rivaleggiare con certe lussureggianti savane rivenibili sulle protuberanti panze di taluni squali mondiali dell’imprenditoria. Quelli sì che erano veri e propri macchinari infernali per la produzione iper-intensiva di palline ombelicali. Non avremmo potuto sostenere la concorrenza, saremmo stati schiacciati, come timidi batuffoli investiti da abnormi slavine di lana.

Qualche volta, quando incontro il mio amico, chiacchieriamo ancora con nostalgia dei bei tempi in cui abbiamo rischiato di diventare imprenditori. Ci fa un po’ rabbia pensare a tutta quell’energia da fonti rinnovabili ombelicali che da allora è andata perduta, e continua tuttora a venir sprecata. Ci fa pensare alla corrente dei fulmini, dissipata invano nell’etere, oppure al fiato di tanti idioti, fatto filtrare senza scopo attraverso le loro rispettive chiostre dentali. Alla fine però, ripensandoci bene, conveniamo sempre tutti e due che è andata meglio così. Dell’imprenditore, non potevamo avere né la mente, né il cuore. Al limite, solo un po’ d’ombelico velatamente peloso.

sabato 26 gennaio 2013

Distillati d’attimi



Distillati d’attimi,
oltre non vorremmo osare.

La durata è sgomento,
il non tempo odora di per sempre.

A mezz’aria nella clessidra
     il granello di sabbia
                  so-
                spen-
                 de
            lo spirito
in ammirazione frenante.

E’ gravosa
l’impalpabile discesa,
come di masso
al cui silente tonfo mai s’intende prestar fede.

Vestendo la glabra pelliccia
d’animali tracimanti l’incompiuto,
c’avvinazziamo del vero assenzio
sublimato dalle nostre essenze.

Vattene, tempo, fuori dai peli,
ma non diseredarci
del tuo marchio senza veli.



sabato 19 gennaio 2013

Chiasmi socio-etologico-comportamentali


In attesa, quando ritorneranno, di riprendere a seguire il filo di pensieri più elevati e forniti di maggiore velocità concettuale, continuo a trattare le mie questioncelle scaturite raso terra, da elucubrazioni mosse un passo dopo l’altro, in sintonia con le mie camminate campagnolesche.

Ci sono diversi tipi di passeggiatori, ma una delle classificazioni più peculiari si potrebbe impostare sulla seguente distinzione: quelli che camminano tenendo lo sguardo sull’orizzonte, e quelli procedono con gli occhi fissi a terra. A seconda dell’umore di giornata o della situazione meteo al contorno, io appartengo a fasi alterne un po’ a tutte e due le categorie. L’errore da non commettere consiste nel giudicare più degna e più nobile l’una opzione rispetto all’altra. Si possono far scaturire riflessioni di pregio sia praticando una camminata alla cane Fido Milleossequi (ossia: occhi modestamente rivolti in basso), sia producendosi in quella alla Lupo Impavidus de Lupacci (ossia: sguardo fiero a vagliare l’orizzonte nella sua estensione).

Il suolo ed il cielo sono entrambi ottimi narratori.


E’ stato proprio spostandomi a piedi in modalità “ground detector”, che mi sono accorto di una fatterello curioso. Chiamarlo fatterello è assai riduttivo, perché dietro si celano risvolti alquanto sbalorditivi, a ben guardare. Ma quando ci va di mezzo una “poeticizzazione” della realtà, ai miei occhi tutto s’ingentilisce e dunque è soprattutto per questo che mi viene da vezzeggiare il fenomeno con la parola “fatterello”. In pratica, allungando un passo dopo l’altro sull’asfalto che solitamente ospita le mie passeggiate, mi sono accorto della presenza cospicua di gusci di noce frantumati, quasi sempre vuoti, e tutti rigorosamente dislocati sopra la nera striscia bituminosa, oppure spostati pochi centimetri giù da essa.

Quale arcano si celava dietro questo curioso stillicidio “nocivo”? [Piccolo inciso: è bello virgolettare una parola quando se ne stiracchia la forma, per farla meglio aderire al senso che le si vuole conferire (come ho fatto sopra con “poeticizzazione”), ma forse ancor più bello è virgolettare una parola pur lasciandola intatta nella sua forma ufficiale, solo perché se ne altera ironicamente il significato (come ho fatto qui con “nocivo”)].

A cosa era dovuto insomma tutto quel profluvio di involucri di gherigli smarriti sull’asfalto? Non avessi già sentito parlare di questo piccolo “artificio naturale”, la mia curiosità sarebbe rimasta insoddisfatta. Ma si dà il fatto che, non ricordo bene proveniente da dove, mi era giunta già all’orecchio questa notiziola sfiziosa. La discreta semina di noci fracassate sull’asfalto altro non è che il risultato di una sorprendente capacità d’apprendimento della quale sanno dar prova alcuni uccellini. Non saprei dire di preciso se si tratti di gazze, corvi, cornacchie, ghiandaie o di altri pennuti: più probabilmente sono i rappresentanti di una di queste famigliole ornitologiche, oppure di qualche altra, ma fatto sta che con il tempo, questi ingegnosi spiumettanti hanno capito che l’asfalto è duro, e facendovi cadere sopra, con un po’ di precisione e da una discreta quota, l’altrimenti non scalfibile oggetto dei loro desideri mangerecci, si ottiene di far funzionare la strada come un efficiente schiaccianoci. Quello che poi a loro resta da fare, dopo l’impatto, è solo di planare giù e sbafarsi il contenuto dello scrigno in siffatta maniera spalancato.


Fin qui, si potrà obiettare che si tratta in fondo in fondo di un fenomeno da poco. Non nego di possedere in discrete dosi una certa capacità di divertirmi con poco, quindi magari la mia opinione ed il mio stupore in merito potranno probabilmente venir reputati esagerati. Per completezza va allora detto che, nel prosieguo delle mie peregrinazioni, la parte “andarperpensierosa” veramente sorprendente è giunta solo in seguito, quando m’è accaduto di comparare quella strabiliante usanza pennuta, con un patetico scimmiottamento messo in atto riguardo alla medesima, da quei miserabili degli umani. Sempre adagiata sull’asfalto, poco lontana da alcuni gusci di noce, dapprima ho notato infatti una tesserina magnetica di quelle in uso in un parcheggio a pagamento della città. Chissà quale tipo di apprendimento avrà voluto mettere in pratica, mi sono domandato, quel poveraccio che l’ha scagliata a gran velocità dal finestrino della sua auto. Sarà ritornato poi forse indietro per verificare se, da tesserina ormai scaduta, si era tramutata in abbonamento a vita valido per il medesimo parcheggio?

Proseguendo, vedo un accendino di plastica, anch’esso abbandonato al medesimo destino riservato ai resti del lauto pranzo dei pennuti. Si sarà trattato in questo caso di un irrazionale tentativo da parte di un altro guidatore di sfruttare l’abbrivio della sua vettura per far scaturire dall’impatto una bizzarra strategia per smettere di fumare?

Continuando a camminare, seguitavo a rinvenire altri oggetti abbandonati e scagliati presumibilmente sull’asfalto sempre sfruttando lo slancio automobilistico. Alla fine ho gettato la spugna dell’interpretazione: mi sono reso conto di capire molto meglio le intenzioni dei nostri amici pennuti, che non quelle dei miei simili a due gambe. E, finora non mi è fortunatamente mai successo, ma non oso pensare quale ipotetica strategia mi capiterà di dedurre mentalmente, la volta che m’imbatterò in un portafoglio vuoto o addirittura in un preservativo usato.

mercoledì 26 dicembre 2012

Piovono Gillipixel”s”


Avete presente quelli che fanno brutti sogni per aver visto un film dell’orrore? Beh, io stamattina, nel ronfiveglia, ho surclassato chiunque in stramberia. Ho fatto un sogno meravigliabondo per aver visto ieri sera in tele «Piovono polpette»!

Come faccio ad essere sicuro che sussista un nesso causa-effetto fra le due cose? Ma ci mancherebbe altro che ne fossi sicuro! Però lo so. Si è trattato più di una affinità di strutture estetiche, che non di un vero e proprio riecheggiamento per temi. Il mio sogno, pur non ricalcando in niente la trama del film (a parte forse qualche dettaglio…), era tuttavia intessuto di un’aura “Piovonopolpettesca” di fondo.

Tanto per dirvene una, nel mio sogno potevo volare. E’ una situazione che ricorre spesso nelle mie scorribande oniriche. A volte posso fare salti spropositati e mi libro iper-zompettante nel cielo, sospinto soltanto dalla semplice gioia di farlo, con conseguenti atterraggi morbidi, e una volta giù, sono subito pronto di nuovo a ribalzare in alto. Posso fare semplicemente leva sull’aria con le palme delle mani, ed incredulo di contentezza, mi elevo, mi elevo, mi elevo. In altri sogni invece, volo proprio: mi innalzo, plano, posso fare virate ampie, mentre sotto tutto scorre in landscapevole distesa. Al riguardo, lo zampino di «Piovono polpette» un po’ c’è: nel film, è tutto un su e giù di oggetti alimentari che vagano nell’aere ed il finale è incentrato su un’ascesa al cielo per andare a disinnescare il beffardo uragano di cibo causato dal candido inventore, protagonista del film.

Solitamente, quando un mio sogno mette in gioco capacità non contemplate nel repertorio delle umane prerogative in stato di veglia, mi s’innescano paralleli e stranissimi meccanismi di incredulità paragiustificative a raffica. In parole povere, pur essendo immerso in quegli attimi nel mio Es più profondo, e tacendo nel contempo tutto l’Io nella sua interezza, quest’ultimo riesce pur sempre a fare capolino, per guastare un po’ le feste. Allora una vocina di sottofondo, molto fioca, ma sufficientemente chiara per farsi sentire, mi sussurra da dietro le quinte del mio inconscio: «...Ma no, Gillipix, non è possibile: gli uomini non volano, sei chiaramente dentro ad un sogno...». Cosa che mi fa dibattere a più riprese in un’alternanza di stati di consapevolezza ad assetto variabile: d’accordo sto sognando, mi dico anche, ma è così realistico che non m’importa se non si può. E vado avanti di questo passo, continuamente retro-considerando nel sottoscala del godimento estetico inconsapevole del momento, mentre le vicende del sogno si dipanano irrefrenabili.

Nel caso del sogno “Piovonopolpettoso”, la vocina mi avvertiva sempre, ma io la fregavo. Volavo, sì, ma ciò accadeva in virtù di un velivolo non meglio specificato. Mi trovavo pur sempre nella giurisdizione del mio Es e, si sa, pur potendo intervenire in qualche modo, l’Io si lascia fregare facilmente, in quei territori. Insomma, volavo con sotto il culo una qualche macchina, ed al mio Io questo bastava. Volavo sopra belle architetture, le vedevo molto chiaramente. Erano palazzi alti, o distese di casette: tutto così vero. Era una grande città, era Milano. Era una Milano ideale, anche se ad un certo punto, ho circumnavigato il Pirellone, bello e imponente come non lo avevo mai visto dal vero (e questo passo dovrebbe bastarvi, se avevate ancora dubbi che la fonte d’ispirazione sia stata veramente «Piovono polpette»…).

Ho volato a lungo, apprezzando il panorama dall’alto, stavo bene, in una varietà strabiliante di cambiamenti del paesaggio, fino a quando mi sono ritrovato fra periferia e campagna, dove qualcuno mi invitava a planare a terra. Era un ragazzo, un giovane uomo, una persona cara, anche se non lo conoscevo. Ho accettato l’invito alla discesa e mi sono adagiato in un campo, non so bene se arato o cosa, ma in ogni caso un campo di nuda terra. Non faccio a tempo a consultarmi col mio amico, che passa una signora, una simpatica vecchietta, in sella ad una bici che lasciava vistose tracce con le gomme sulla terra molliccia, e pedalando di gran lena, bofonchiava mozziconi di frasette in dialetto milanese: «…Uhè…cùme se fa? Sé pöl nò andà avanti inscì…» o cose buffe di questo tipo.

Sulla scia dei bofonchiamenti vetero-meneghini, il mio nuovo amico mi invita ad entrare in una piccola palestra, attrezzata per il gioco della pallacanestro. Lì dentro, è un po’ come all’interno del castello di gelatina di «Piovono polpette». Provo a prendere un pallone da basket, di vari che vedo in una cesta, ma quando li tocco mutano forma, e se provo a palleggiare, rimbalzano senza logica, sfuggono di qua e di là con anarchico moto. Stranamente, la cosa non mi dà fastidio, anzi, sento che sotto sotto, una logica ci deve essere, anche se, insieme alla palla, io non riesco ad afferrarla, ma sono contento così. La presenza dell’amico è gradevole, nella palestra si sta bene, compaiono anche altri individui, pure loro sconosciuti, ma sempre persone care, come in fondo sono quasi tutti i personaggi che si susseguono nelle vicende di un cartoon.

Poi d’un tratto mi sveglio. Constato con piacere di ricordare per sommi capi gli eventi sognati e rivado col gusto della memoria vigile ai tratti salienti di quelle buffe situazioni. Intanto penso che, pur essendo questo uno dei sogni meno strani che abbia mai fatto, potrei raccontarlo ai miei cari amici viandanti per pensieri. E prima di abbandonare le coltri ed il mondo dell’indefinitezza orizzontale per una nuova giornata in verticale, mi sorprende subitanea un’ulteriore riflessione: «...Minchia, la devo smettere una buona volta di guardare questi film impegnati!...».

Ma soprattutto, subito a ruota, l'interrogativo più inquietante mi coglie: «...Se dopo aver visto “Piovono polpette”, mi sono sognato di piovere io stesso dal cielo, vorrà forse dire che nel mio intimo mi reputo sostanzialmente una polpetta?...».


martedì 14 febbraio 2012

Made in Chirmany




Da gran cultore dell’«Inutile» qual io sono, non manco mai di spaziare negli ambiti della gratuità anche più impensata. Uno dei miei terreni di sfogo più fertili in questo senso è sempre stato quello degli ammennicoli vari di cancelleria: biro dalle forme strane, pastelli di ogni materiale, gomme spuzzettose e così via. Nel corso di tutta la carriera scolastica, mi hanno sempre appassionato certi dettagli, negli strumenti di lavoro studenteschi, quasi esclusivamente legati ad un aspetto estetico puro. 

Più erano inutili, più mi solleticavano la fantasia. 

Fra i miei sogni di bambino c’è sicuramente sempre stato il “matitone rosso-blu”. Avete presente? Non è niente di particolare: un normale lapis di legno, però di sezione doppia o tripla rispetto ad una matita comune. Al posto della mina grigia, poi, a fare da materiale scrivente, c’è un’anima di impasto blu da una parte, e rosso all’altra estremità. La cosa che mi ha sempre affascinato di questo matitone sono innanzitutto le sue dimensioni fumettistiche, tanto che, per dire, lo vedresti benissimo in mano a Paperoga, mentre è in giro nei vicoletti di Paperopoli a prendere appunti per scrivere un articolo sul «Papersera».

E poi, l’aspetto più bambinescamente intenso della sua bicolorità sta nel fatto che non solo con agevole gioco di dita puoi passare, in men che non si dica, dal lasciare segni blu all’imbrattare il foglio di rosso. Ma soprattutto, la cosa magica è che la punta si fa da tutti e due gli estremi. Sembra un dettaglio banalmente scontato, ma se siete stati davvero bambini, non faticherete a capire che non è così. Perché, tra l’altro, se bambini siete veramente stati, non vi sarà nemmeno sfuggito l’enigma degli enigmi che da sempre “in-legna” l’essenza stessa del “matitone rosso-blu”: avendo cura di tener bene temperata la bi-punta all’unisono e con una certa regolarità, dov’è che s’incontreranno le due anime bicolor del matitone?

Come tanti miei sogni tuttavia, anche quello del “matitone rosso-blu” è rimasto per anni in sospeso, irrisolto. Poi, crescendo, l’innamoramento matitonesco mi era un po’ passato e quasi non ci pensavo più. Finché un giorno di non tanto tempo fa, quando ormai i miei sogni avrebbero dovuto essere strutturati attorno a questioni ben più articolate, all’uscita di un negozio, credo fosse una libreria, mi pare a Milano, proprio nei pressi della cassa (il più periglioso luogo per subire ferali agguati da parte degli acquisti futili…), c’era un bussolotto ricolmo di fantastici “matitoni rosso-blu”. 

Non ho resistito e subito me ne sono preso senz’altro uno: non era nemmeno di quelli ordinari, ma proprio un matitone di gran lusso, della Faber-Castell e tutto, fatto in Germania. Una roba che, ad averla avuta da bambino, pur continuando demis-roussos-ianamente a ricordare a me stesso “…profeta non sarò…”, perlomeno però sarei forse potuto diventare un adulto migliore.

La questione è che con il “matitone rosso-blu”, se ad un certo punto vuoi continuare ad usarlo, ti serve il “temperone”, altro fantastico fronzolo inutilitario della nostra infanzia. Il “temperone” è un temperino a due fori: uno per le matite borghesi ed un altro pertugio “king size” atto ad accogliere quel gran ganzo di un super-dotato del matitone. Per farla breve, avevo già un “temperone”, ma non trovandolo più, mi sono deciso ad andarne a comprare un altro, ora che dispongo della piena padronanza dei miei sogni infantili.

Ed è stato una volta avuto in mano il mio nuovo “temperone” che, alla buon ora, mi sono imbattuto nella questione di cui vi volevo parlare oggi. Guardato dalla parte delle due piccole lame, anche questo nuovo “temperone” mi si è presentato nella sua piena fierezza teutonica: due bei “Made in Germany” campeggiavano infatti per il lungo dei piccoli piattini taglienti. Una sfumatura di dubbio non meglio precisata mi strisciava tuttavia nel sottoscala della mente. Solo col senno di poi ho capito che m’insospettiva il fatto del “Made in Germany” raddoppiato. C’era bisogno di ripeterlo, non bastava scritto una volta sola?


Il motivo l’ho scoperto solo vivendo, e girando il “temperone” dalla parte del suo retro: proprio in calce alla cassetta metallica, c’era infatti scritto il solito, questa volta più che mai sconsolante, “Made in China”. La scoperta mi ha stupito e recato un po’ di tristezza al tempo stesso.


Ora, se c’è un sommo ignorante economico a questo mondo, beh, state certi che quello sono proprio io, e dunque, invece di parlare, non dovrei far altro che andare a letto e coprirmi su bene. Non fate caso allora a quel che dirò: dal punto di vista della teoria economica, saranno senz’altro degli strafalcioni indicibili. 

Però, sarò padrone di dire che questa bi-faccialità di provenienze commerciali mi ha intristito? Mi ha fatto pensare al tanto osannato “Mercato”, facendomelo apparire ancor più come un arengo cialtronesco talmente pidocchioso, da costringere ormai chi vi opera, a produrre anche una cazzata così banale come può essere un umilissimo “temperone” (cinque pezzi cinque in totale di assemblaggio…), stiracchiando micragnosamente sul prezzo di ogni minimissimo dettaglio, pur di far risultare una strabollita fava di infinitesimale margine di profitto in più. 

Di certo non sarà stato così, però mi sono immaginato ipotetici tristi scenari imbastiti intorno a nobilissime lotte sindacali, miseramente perdute nel nome della delocalizzazione: facciamo le lame in Germania, ma le cassettine no, quelle le sanno fare meglio e meno care i cinesi. E magari (spero di no, ma come scenario ipotizzato nell’attuale panorama delirante, sarebbe del tutto plausibile…), sulla base di questo giochino hanno anche perso il posto dei lavoratori.

Sulla scia di questi pensieri sconsolanti, mi sono rituffato poi un attimo ancora nel mio vagheggiare dietro ragionamenti semi-bambineschi, domandandomi come la prenderà il mio “matitone rosso-blu”, questa faccenda del lasciarsi temperare da un articolo di così oriunda e bislacca fattura. 

Alla fine però, colto di nuovo da un accesso di real-politik de ‘sta cippa, mi è sovvenuto il quesito più beffardo di tutti: ma se le lamette le fanno in Germania e la cassettina in Cina, dove stra-minchia le faranno le due viti? 

venerdì 3 febbraio 2012

Questa sera vegeto di mio




Questa sera non esco.
Non che le altre volte faccia diverso.
Ma stasera, più ungarettianamente
del solito, me ne sto con le quattro
capriole di pixel della tele.

Il Paese è stretto nella morsa del gelo,
dicono, stronzeggiando dalla medesima
per tutto il giorno, quei quattro
immorsatori degli zebedi pubblici.

Un messaggio ronza dal cell:
è Naomi! Se credo, il suo jet
privato mi aspetta al primo
aeroporto utile, per una serata
con lei, a Parigi o Saint Cagnolè sur Mer.

«…No, Nao, grazie, No…»,
per stavolta
scandinavigo al timone del mio
divano e poi,
perdona se te lo dico,
ma per meno di una Meryl Streep
non mi sarei proprio scomodato,
stasera.

Stasera
vegeto di mio.
Fra tocchi detective sotto l’elastico
procrastino l’improrogabilità
della specie umana,
e l’inutilitar
m’è dolce in questa pozza.

giovedì 26 gennaio 2012

Gillipix is coming out



Cari amici viandanti per pensieri, non so se ve ne siete accorti, ma la foto con cui apro l’odierno articoletto ritrae un tizio a voi molto noto. 

Come, non mi avete riconosciuto? 

Mais oui, ces’t moi, it’s me, “…a són mè…”, “...sónghè ijè...”.

Sono io: quella vecchia pellaccia di un Gillipixel, ripreso ai tempi in cui aveva appena iniziato a zampettare in autonomia. Come si evince in maniera lampante dall’immagine (quella che avvinghio con strabiliante padronanza di mezzi è una mia vicinetta di casa dell'epoca), fin da allora si palesava già in tutta la sua evidenza l’agevole propensione alla “playboyosità” a me connaturata, attitudine che avrebbe di seguito contrassegnato tutto il successivo fluire dei miei anni. Peccato che col tempo, sarebbe intervenuto un fattore linguisticamente deprivante: il “play” sarebbe decaduto, perdendosi irrimediabilmente per strada, lasciando posto solo ad un’esclusiva “boyosità”. Ma prendendola per di qui, si andrebbe a finire tutto su un altro discorso.

La cosa che mi sono sempre domandato invece è un'altra: dove sono andati a finire i noi stessi del passato? D'accordo: ogni individuo è, in teoria, un essere unico, con una sua identità definita, tratti caratteriali precisi, personalità più meno stabilita, conclusa e “conchiusa”, e così via. Eppure, ogni individuo è al tempo stesso anche una sintesi di infiniti “sé”, un essere che per ogni secondo della vita vissuta è stato di volta in volta una persona nuova, gradualmente mutata in un fisico diverso e probabilmente anche in un animo mutato, attimo dopo attimo, sommatoria umana di infinitesimali diversificazioni accumulate per impercettibile stillicidio cronologico. Se non ci va di esagerare troppo, diciamo pure per ogni minuto, o per ogni ora, o per ogni giorno. Sta di fatto che ognuno cambia incessantemente, pur rimanendo continuamente se stesso. 

Non è nient'altro che l'eterno mistero del tempo, considerato, se si vuole, da un gillipixevole punto di vista. Perché se è lecito, seppur piuttosto fantasioso ed utopico, interrogarsi su dove siano andati a finire i “noi stessi passati”, è altrettanto “sgangherevolmente” fascinoso domandarsi dove minchia se ne stiano rintanati in questo momento i noi stessi di domani. 

In un interessantissimo articolo letto recentemente sull'inserto domenicale del “Sole 24 Ore”, a firma di Carlo Rovelli, si dice che il concetto di tempo di fatto scaturisce in noi da una limitazione, da una magagna, da una circoscritta capacità operativa insita nelle umane possibilità di prendere contezza del reale, di percepire la realtà intorno. Di fatto, il tempo preso “di per sè”, considerato come entità oggettivamente isolabile nei confini del reale, nessuno è mai riuscito “vederlo” o ad indicare “dove si trovi” effettivamente. Del tempo ne possiamo parlare solo “di seconda mano”, “per sentito dire”, esclusivamente in relazione a nostre esperienze: il sole ha fatto un certo tratto di cielo e diciamo che sono passate un tot di ore; le lancette hanno coperto un data porzione di cerchio, la sabbia è calata di una precisa quantità da una vaschetta all'altra della clessidra, e concordiamo sul fatto che è trascorso un determinato lasso di tempo, e via di questo passo. Però, come dice benissimo Carlo Rovelli: «...non vediamo mai “il vero tempo”. Vediamo solo oggetti che si muovono...».

Quando lo estrapoliamo completamente da un contesto di confronto e commisurazione “esperienziale”, riguardo al tempo non sappiamo più dire la benché minima lussureggiate e stra-beata fava. Considerando  dunque questa strettissima parentela consustanziale che intercorre fra tempo (sempre a braccetto col suo cugino “spazio”) ed esperienza, giustamente fin dai tempi di Kant si cominciò a dire che il tempo e lo spazio sono categorie connaturate alle modalità specifiche di cui l'uomo dispone per poter ricevere input conoscitivi da quella fonte di dati che va sotto il nome di “realtà”. In parole povere, le nostre proprietà intellettive (da “intelligere”, “leggere dentro”...faccio un po' di ermeneutica campagnolesca...) sono impostate in modalità “spazio-temporale”, capiscono solo la lingua dello “spazio-tempo”.

Fin qui tutto bene, se ci accontentassimo di seguitare a fare il nido in ambito tardo-settecentesco, con le nostre belle parrucche bianche ben calcate sulle orecchie, ciprie a chili per coprire il fatto di essersi lavati poco, braghe al ginocchio e candide calze ad “impolpacciarci” il sembiante, e piena soddisfazione fiduciosa nutrita nei confronti del kantiano metro di misura del mondo. 

Anche Kant si era arreso alla indimostrabilità dell'esistenza del tempo osservabile “di per sé”, isolabile nella sua oggettività. Non per questo tuttavia aveva smesso di aggrapparsi a quell'intuizione di fondo in grado di farci supporre, con un ragionevole margine di sicurezza, che il tempo da qualche parte deve pur esistere, anche se noi, da umani limitati, ne possiamo appurare l'effettività soltanto deducendola “di rimbalzo”, sulla base di “indizi terzi”.

A rimestare le carte in tavola, ci ha pensato tuttavia nel corso del '900 la fisica quantistica, la branca della scienza che ci ha condotto fin oltre le soglie dell'infinitamente piccolo. Rovelli cita una tesi sbalorditiva esposta nel 1967 da un fisico americano, Bryce DeWitt, secondo il quale, e ve la dico proprio nel linguaggio gillipixico più “bovinese” di cui sono capace, quando si comincia a confrontarsi con dimensioni spaziali infinitesimali, l'esistenza del tempo non sarebbe più necessario postularla. In parole ancor più semplici: il tempo nel microcosmo non serve, non sarebbe necessario al fine di spiegare la realtà per come essa si manifesta a quelle “ridottissi - missi - missi- missime” scale. 

Un aspetto ancor più affascinante a corroborare la validità dello studio in questione, viene da  un'equazione formulata a corredo della tesi da DeWitt, capace di descrivere matematicamente certi fenomeni infinitesimali facendo appunto a meno della variabile “t”. Nel “mini-micro-infinit-cosmo” in pratica i conti tornano anche senza il tempo.

Accogliendo il fluire di simili riflessioni ed abbandonandomi ad un senso di andar-per-spensieratezza assoluto, mi sono ritrovato poi a ricordare una bella storia di Isaac Asimov letta tempo addietro, che ben si riaggancia al mio assunto iniziale riguardo agli innumerevoli “sé” che ciascuno di noi si ritrova sparsi qua e là un po' lungo tutta la propria direttrice cronologica. L'azione si dipanava in un lontano futuro, ovviamente, e l'eroe di turno era l'agente di una sorta di polizia spazio-temporale che disponeva della possibilità di fare avanti ed indietro lungo il tempo, per andare a stanare in ogni epoca criminali e birbaccioni cosmici di ogni risma. 

Il passaggio che mi lasciò dentro un fascino incredibile capitò nel punto del libro in cui, dopo un bel po' che la vicenda era bella e che inoltrata, al nostro caro agente girovago dimensionale, in una delle sue scorribande nel passato effettuate per motivi di lavoro, capitava di incontrare il sé stesso che era stato tempo prima, esattamente alla data in cui era stato catapultato per la sua missione.

Questo sbalorditivo intreccio fantascientifico mi fulminò letteralmente la fantasia. Tenetevi pronti e allacciate le cinture di sicurezza, perché ciò che leggerete fra poco rischia di farvi cappottare sulla vostra sedia per il superamento del muro del suono del surrealismo. Cosa credete infatti che ci avrei fatto io, con il “me stesso passato”, se mi fosse toccato in sorte d'incontrarlo in quei termini? 

Sempre che l'incontro si fosse verificato (ma questo è talmente ovvio che quasi non andrebbe detto...) con un “me stesso passato” sufficientemente maturo e già in grado di comprendere il valore ed il senso di quanto sto per dire, ecco, io semplicemente, con quel “me stesso passato”, ci avrei fatto l'amore.

Piano nelle curve però, chiarisco una cosa. Non sto parlando di una mia repentina conversione alla tendenza omoerotica. Con tutto il rispetto per le tendenze sessuali di ciascuno, e con il massimo dispregio per qualsiasi atteggiamento omofobo immaginabile, non posso negare di essere nato eterosessuale. Mi è toccato di essere così e ne prendo serenamente atto, come andrebbe fatto verso la sessualità di ciascuno, sempre fatta salva la tutela, la salvaguardia, della libertà di tutti, “condicio sine qua non” per iniziare ogni tipo di discorso in merito.

Non è quello il punto dunque. E la motivazione nemmeno va ricercata nell'ambito della dimensione autoerotica. Niente di tutto questo. La molla del fare l'amore con un “se stesso passato” va invece ricercata tutta su di un piano “ipsoerotico”, dal latino “ipse, ipsa, ipsum” (nei tre generi maschile, femminile e neutro) che sta per  “se stesso”, il “propriamente sé”. 

Nell'autoerotismo c'è una persona sola, che scaturisce da una mente sola più un fisico solo (sempre ammesso e non concesso, che le due dimensioni siano separabili). In un ipotizzato e fanta-umanistico “ipsoerotismo”, ci sono invece due corpi e due menti che tuttavia al tempo stesso sono anche portatori delle rispettive unicità. E' la condizione perfetta del superamento della limitazione kantiana di percezione del tempo.

Due “se stessi” cronologicamente sfasabili e sfasati che si ritrovassero nell'eventualità di uno scambio d'intimità, darebbero vita alla perfezione del meccanismo amoroso. L'uno (o l'una) saprebbe perfettamente quello che l'altro (o l'altra) si aspetta di ricevere e di poter offrire. Ogni mossa sarebbe quella giusta, ogni gusto azzeccato, il tempismo rispettato al millesimo di secondo, l'intesa impeccabile.

Non “omo” dunque, l'attrazione fra omologhi; e nemmeno “auto”, dedizione fisica esclusiva ad un unico “sé”, bensì “ispso”, lo scambio sensuoso fra due “se stessi” scaturiti in romanzata e duplicata univocità da questa fantascientifica ipotesi “utopizzante”.

Si potrebbe obiettare che imboccando questo cammino, si perderebbero per strada fondamentali  valori aggiunti, quali quello del corteggiamento, ad esempio, insieme al correlato piacere della sorpresa nello “scoprire” il diverso nell'altro. L'appunto potrebbe anche essere vero, ma non del tutto. Il “se stesso passato” è infatti anche per buona parte individuo dimenticato dal “se stesso attuale”, mentre si può dire che quest'ultimo rappresenti praticamente un'incognita per il primo. Il gioco della seduzione sarebbe in questo modo salvo, con il pregio ulteriore di non contemplare quasi mai l'opzione del rifiuto (salvo casi eccezionali di estremissima auto-disistima).

In questo senso si concreta allora l'odierno outing gillipixiano: eterosessuale, se considerato sotto risvolti del reale confezionati in carta da pacchi kantiana, tutti belli incasellati nella loro spazio-temporalità d'ordinanza; “ipsosessuale” invece, se proiettato nella “asimoviana” eventualità di uno “sparigliamento” del sé in una serie di molteplici “se stessi” scaturiti dallo rimescolio dell'immenso mazzo di carte dell'apparato cronologico.

So che i più staranno a questo punto pensando: «...Eccolo là! E' andato, ci siamo giocati il Gillipix. Stavolta è proprio partito via di melone senza più speranza.. Peccato, non era neanche un tizio così antipatico, finché è durato...». 

Ma so anche che i migliori di voi, se ormai un po' vi conosco, cari amici viandanti per pensieri, tra una riflessione e l'altra di siffatto tenore, si saranno anche lasciati un momento andare, assestando bacini ed abbracci all'aria tutta intorno, nella malcelata speranza di riuscire ad abbrancare un qualche “sé” recente, rimasto per sbaglio impigliato e sospeso nelle maglie fantasiose di una spazio-temporalità adattata su misura della propria sete di fantastico.