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giovedì 24 maggio 2012

Potrei stupirvi con le mezze stagioni!



Mai dare per scontata la propria superiorità verbale. E nemmeno il proprio istinto argomentativo. La nemesi storico-linguistica, sempre sotterraneamente in agguato, nel momento più inatteso potrebbe sempre calarci fra capo e collo la decisiva mazziata dialettica sbugiardatrice.

Mi trovavo nei giorni scorsi al “Gillipixiland – Villic & Bifolk – Store”, il mini-marketino locale, l’Essecorta di noi campagnoli, per fare alcuni acquisti. Dopo aver zompato curiosando fra gli scaffali, mi apprestavo ad accodarmi alla piccola serpentina di persone in attesa di pagare. Quand’ecco che colgo, dietro di me, uno scampolo di chiacchiera fra una cliente, attardatasi nel reparto frutta e verdura, e la signora addetta a pere, mele, insalata e compagnia bella verdeggiante.

Dissertavano del tempo, argomento di per sé già alquanto ambivalente, perché passibile di essere portatore sia di altissimi concetti, sia delle banalità più fruste e bisunte. Dopo aver alquanto cincischiato intorno al fondamentale punto dell’estrema variabilità meteorologica di questo maggio un po’ pazzerello, non passa un minuto che la signora acquirente cala il carico da 11 delle frasi fatte, l’asso di denari delle futilità stampate in serie, la quintessenza del mezzostagionismo applicato: «…Sì, guarda, è una roba da matti: non si sa mai come vestirsi…».

Se fra gli articoli della mia spesa ci fossero state delle uova, all’udire quella perla di mediocricidio colposo aggravato da futili motivi, mi sarebbero senz’altro cadute a terra per assonanza geometrica, insieme ad un altro paio di accessori sferoidali, normalmente recati con sé dal comune maschio cavalcante un comune cavallo di pantaloni, che “metaforicamente” mi sono caduti a terra “per davvero”.

A metà tra l’indignato per gioco ed il divertito, ho proseguito il mio codeggiar verso la cassa, sorridendo tra me e me di cotanto sfoggio di sublimità pescata nel miglior repertorio del dialogar stantio.

Mal linguistico me ne incolse!

Venuto il mio turno di sborsare il corrispettivo “euristico” per gli articoli asportati, al vedere che la cifra dovuta terminava con alcuni spiccioli finali, il mio amico cassiere mi ha chiesto se per caso avessi potuto facilitargli le cose con un po’ di metallo monetoso di rincalzo. Per agevolare il tondo-cifraggio del resto, mi sono messo dunque a scartabellare nel portafogli, alla ricerca degli occorrenti Talebani, le monetine da 5, 2 e un centesimo di euro, così soprannominate da un’altra signora di Gillipixiland (questa sì a suo modo geniale dicitrice), perché come i guerriglieri Afgani appunto, si rintanano sempre talmente bene negli anfratti più misteriosi del borsello, che quando le cerchi non le trovi mai.

L’amico mio cassiere non aveva osato sperare in tanto dettaglio spicciolo da parte mia, tutt’al più la sua richiesta era rivolta ad un euro intero, che tappasse alla bene meglio la frattura matematico-monetaria. E’ stato a quel punto che, quasi senza pensare a cosa stavo dicendo, gli ho propinato una delle frasi fra le più rafferme ed avariate immaginabili. Estraendo dal borsello l’esatto importo in Talebani utile a coprire con precisione la piccola stonatura di rotti contenuta nella cifra dovuta, ho infatti ottusamente sentenziato: «…Potrei stupirti con effetti speciali…».

E nell’attimo stesso in cui maldestramente rievocavo quel ritrito slogan, ripescato direttamente dal peggio del repertorio pubblicitario anni ’80 (la decade di massima esaltazione della futilità al potere), la luce della ripicca linguistica mi si è accesa dentro luminosa e beffarda: di presunzione espressiva avevo ferito, ma della stessa moneta ero poi stato ripagato (con me stesso come protagonista unico e “facente caso” esclusivo a tutta la dinamica, essendo io avvezzo e da sempre e sensibile alla pratica del divertirsi con poco).

sabato 12 maggio 2012

People spotting



Quando vado a visitare un museo, una mostra, un’esposizione temporanea o permanente che sia, ho sempre modo di veder messa in rilievo la mia ignoranza.

Un po’ perché quasi sempre mi ritrovo a vagare fra le opere conoscendo poco dell’artista in questione, del suo periodo storico, del discorso in cui si inserisce la sua poetica e così via (ma se è per questo, sono in buona compagnia, dato che la stessa condizione riguarda il 97% dei visitatori museali medi attuali, stando ad una ricerca da me recentemente commissionata alla società demoscopica GillipIxtat). E nemmeno so dire bene come mai mi si sia fissata in testa questa distorta convinzione di equiparare la visita museale alla visione cinematografica, per la quale, sì, l’ignoranza rispetto alla trama è un pregio di cui armarsi preventivamente.

Ma poi soprattutto, finisco per sentirmi insipiente fra le opere, perché sono soggetto, pressoché regolarmente, ad un curioso fenomeno di “fuga dell’attenzione”.

Dopo alcuni minuti, svanita l’iniziale ondata di curiosità per il tema in esposizione, mi accorgo che l’interesse, dapprima posato prevalentemente sulle superfici dipinte o sui rilievi scultorei, si mette a vagare altrove, andando a zonzo per le sale e finendo per appiccicarsi addosso alle persone.

La fluente vivezza umana finisce sempre per prevalere sulla fissità semi-eterna delle opere. Ignoranza dunque nel senso propriamente radicale della parola: mi metto quasi ad ignorare i quadri e vengo risucchiato nel turbinio di esistenzialità diffusa per le stanze museali.

Mi sono interrogato spesso intorno a questa propensione ed ho riflettuto in particolare riguardo a come essa si possa conciliare con la mia asocialità di fondo. Gli aspetti sono molteplici. Non ultima, la constatazione paradossale che mi viene da fare, secondo la quale l’asocialità potrebbe essere anche vista come una forma preziosa di riverenza per l’«umano». O perlomeno, un certo tipo di asocialità, quella più bonaria che non contempla pensieri malvagi nei confronti del prossimo. Un asociale, secondo questo assunto, sarebbe un tizio che «patisce» così tanto la presenza dell’«altro», da non riuscire ad assorbirne se non piccole dosi per volta. E le modalità di “dosaggio umano” proprie della scorribanda museale si prefigurano esattamente nei termini giusti per soddisfare questo necessità di sorbire essenza centellinata di gente, infuso d’umanità filtrato a trama minuta.

Ma perché proprio il bagno di folla museale, e non, per esempio, quello del centro commerciale o della semplice strada urbana brulicante di bipedi pensanti? Certo, il museo non è l’unico ed esclusivo luogo in cui praticare con profitto il “people spotting”. Lo si può fare con soddisfazione anche in molti altri ambienti, ma al museo risulta essere un’esperienza particolare. Lì le persone si aggirano recando in sé una disposizione d’animo preziosa, un’apertura acuita verso la bellezza: in quei frangenti, sono veri e propri forzieri vaganti di pensieri preziosi, col coperchio sollevato nell’atto di lasciare adito al venir colmati di stupore culturale.

D’accordo, fra i tanti ci capiterà in mezzo anche la donnetta di una certa età, coinvolta suo malgrado nella gita delle pentole, che ammirando in apparenza il più sublime dei Piero della Francesca, si sta in realtà crucciando fra sé e sé per il ritorno molesto di quel fastidioso dolore ad un callo. Oppure il ragazzotto in gita scolastica, tutto mentalmente preso dai suoi progetti di darsi da fare al meglio con la compagna di classe più carina, mentre gli ineffabili giochi tonali di un Kandinsky gli impressionano invano la retina.

Scremata tuttavia questa porzione di visitatori museali dal pensiero alieno (anch’essi pur sempre altamente degni di considerazione antropo-curioso-logica), resta l’insieme degli “ammuseati” a grandi linee reputabili come ortodossi, o quasi. Non fa difetto poi al ragionamento il fatto che fra questi ortodossi o presunti tali, si ritrovino anche tizi come me, già a loro volta rapiti fra i flutti del loro cogitare misto artistico-antropologico. Il “people spotting” museale non presuppone infatti la completa estraniazione rispetto alle opere in mostra, ma al contrario, si nutre proprio della dialettica suddivisione d’interesse, equamente ripartito fra opere ed umanità contemplante. Condizioni ancor più consone a questa forma di osmosi esistenziale si possono riscontrare nelle sale di lettura delle biblioteche. Qui il confronto individuale di ciascuno col suo libro rende particolarmente prezioso il distillato di pensosità brulicante di cui l’aria viene permeata. Peccato però che in biblioteca le entità umane siano statiche, mentre nel museo hanno il vantaggio di distribuirsi dinamicamente per gli spazi, agevolando al meglio la considerazione visiva ed il variegato rapporto con l’altrui fisicità, messa a disposizione con le modalità rarefatte della pura presenza semovente e meditante.

Osservare semplicemente la gente, liberi dall’urgenza di sentirsi in qualche modo chiamati a doverci avere a che fare in misura più dettagliata e diretta (magari col dialogo vero e proprio…), è dunque pratica assai gratificante per l’asociale virtuoso.

E forse non è un caso che questa via privilegiata al divertirsi con poco, venga esaltata nell’ambiente museale. La ritualità prevista dalla visita; l’esigenza supposta di un certo grado di concentrazione e di silenzio; la presenza delle opere stesse, così cariche di indicibile malia; lo stesso aspetto “faticoso” del passare in rassegna opere d’arte, insito nel duplice compito di macinare metri e metri coi piedi e al contempo filtrare nozioni su nozioni con la mente, oppure suggestioni su suggestioni con la pancia e con la sensibilità: sono tutti fattori che rendono l’umanità museale un soggetto particolarmente degno di nota nella pratica del “people spotting”.

Queste idee mi sono sempre parse poco più che balzane gillipixate, fino a quando non vidi alla tele un bel documentario dedicato alla troppo breve vita di Keith Haring, lo sfavillante quanto sfortunato artista americano, divenuto famoso nel mondo grazie al brulichio fascinoso e all’universalismo fumettistico dei suoi omini stilizzati. Lo stesso Haring dichiarò in un’intervista qualcosa di simile alle impressioni museali che ho cercato di tratteggiare oggi. Anche nel caso delle sue visite a mostre ed esposizioni, l’interesse migrava gradualmente ed inevitabilmente dalle opere alle persone presenti nelle sale. Magari non accadeva propriamente per “asocialismo”, ma in ogni caso gli accadeva.

Il “magnetismo animale” delle vite vive e visitanti, messo a contatto con la nobilitazione ideale dei valori esistenziali celata nelle opere d’arte, dà adito ad un confronto polare fra due espressioni del reale che si nutrono a vicenda.

E’ come se quei lampi di sospensione sublimata dell’essenza vitale, colti attraverso le opere, causassero sgomento e desiderio di rifugiarsi nella rassicurazione che il flusso attivo della vita stessa, presente nei visitatori, è pur sempre capace di arrecare con il suo costante moto cronologico. Mentre nel frattempo, è come se la sgusciante presenza umana decantata nella sua turistica fuggevolezza, avesse a sua volta necessità di sentirsi poggiare su fondamenta di significati stabili, meno precari, che nelle opere si presume di rinvenire. Nella duplice sete per una forma viva e pulsante dell’«essere», e per una forma dell’«essere» fissata nei suoi sub-intuiti “valori eterni”.

E se non mi sono spiegato molto bene, non crucciatevi oltremodo, cari amici viandanti per pensieri, perché ovviamente tutto questo va preso nello spirito del più puro divertirsi con poco.




giovedì 14 luglio 2011

From house watcher to platonic-porn-star


A parte il carezzatore e grattinista professionale di gatti, oppure l’attore porno-platonico (e dopo vi spiego cos’è), fra i mestieri che più mi piacerebbe fare da grande c’è anche l’«osservatore itinerante di case». Sempre per via del discorso che non ritengo per nulla di essere diventato ancora grande.

Gustarsi la vista di case ed edifici di vario genere mentre ci si muove in mezzo ad una città o si “serpentineggia” lungo i flussi ambientali di un paesaggio, è attività molto gratificante in ordine alla sua proprietà evocativa.

Sono convinto che nei primi anni della propria vita, ciascun essere umano riceva una sorta di “imprinting” architettonico dalle case nelle quali si ritrova a vivere il suo tempo. Ci sono dei dettagli, delle particolarità, talune componenti specifiche degli ambienti in cui si dipanano le fasi cruciali della nostra formazione personale, che si fondono così indissolubilmente a certe sensazioni e percezioni profondamente assorbite da fonti di altra natura, tanto da formare un substrato inconscio che ci accompagna poi per tutti gli anni a venire (uhm…forse il discorso non suona proprio così nuovo. Marcel Proust: chi era costui?).

Una componente fondamentale del mestiere di «osservatore itinerante di case» (se regolarmente iscritto all’albo dei professionisti del “divertirsi con poco”), è la velocità con la quale ci si muove entro il panorama del proprio osservatorio. In questo senso, si determinano tre tipologie di «osservatori itineranti di case»: l’appiedato, il “biciclettato” e il motorizzato (quest’ultimo anche nella fondamentale variante del “trenizzato”).

L’osservazione di case praticata muovendosi a piedi è paragonabile alla lettura di un lungo romanzo, magari di quelli ottocenteschi, belli “tomeschi” e ricchi di personaggi a fiume. Lo scenario ideale in questo caso è l’ambiente urbano. Il profilo di un balcone si staglia in fondo all’imbuto visivo di un borghetto; una certa decorazione incornicia una sequenza di finestre; attraverso un portone semichiuso, la penombra misteriosa lascia intravedere l’antro di un giardinetto tutto verzure, sprizzante cure amorevoli da ogni ordinata fogliolina.

I dettagli si sommano fra di loro, mescolandosi a suggestioni interiori, delle quali nemmeno sapremmo rendere conto in termini espliciti e diretti, vaghe impressioni rimaste chissà come appiccicate a quelle fattezze edili, magari già viste in forme analoghe, chissà quando e chissà dove, in chissà quali altre occasioni, fino a quando nei nostro pensieri prende vita un racconto non lineare, ampio, nel quale è bello lasciarsi trascinare, quasi smarrendosi in esso.

Osservare le case muovendosi in bicicletta è invece una prerogativa più strettamente “campagnolesca”. Non solo per il fatto che in città, distraendoti quel filo più del dovuto, corri il non trascurabile rischio di venir arrotato senza tanti complimenti. Ma soprattutto per le fondamentali implicazioni legate alla velocità. Pur essendo ridotta nel caso della bici, questa è già sufficiente per far esigere spazi più ampi alla “degustazione architettonica” e per trasformare l’osservazione di case in una sorta di ben più snella lettura di racconto. C’è meno tempo per attardarsi sui dettagli, bisogna essere più selettivi nel coglierli, il motivo conduttore della storia deve imporsi con più celerità ed evidenza, ed inevitabilmente il senso del nostro “assorbire forme” passa proprio dai modi ampi e dilatati del romanzo, a quelli nervosi, scattanti, del racconto.

C’è poi l’osservatore di case motorizzato. Qui l’assorbimento di fogge architettoniche ha la proprietà di evocare effetti mnemonici e suggestivi a raffica. L’osservazione di case praticata su mezzi ad alta velocità può veramente concretizzarsi in una scorpacciata di emozioni non comune. La cosa assume poi tratti ancor più peculiari nel caso del treno, per via della linearità del moto e della possibilità di inquadrare lo scenario degustato entro la cornice stabile di un finestrino ampio. In treno, osservazione e pensiero scorrono dapprima su due flussi paralleli indisturbati e, lasciandosi gradatamente andare, ci si accorge che dopo un po’ quei flussi si sono fusi, sempre a patto di non farci caso più di tanto, per non far svanire l’incanto. Quasi inutile precisare che se a piedi era un romanzo e in bici un racconto, con questa ultima modalità di movimento elevato, l’osservazione di case si trasforma nella visione di un film.

I dettagli architettonici che sanno suscitare in me ricordi profondissimi e remoti sono una miriade. In modo particolare, sono sensibile alle case diroccate, ma non saprei dirvi bene perché. Le case mezze crollate, quelle dove rimane in piedi qualche mozzicone di muro, oppure con le pareti ancora piuttosto integre, ma con grandi sbrecciature. Forse il fascino che, promanando da esse, finisce per catturarmi sta nel loro essere situate ormai in una dimensione che va “oltre il dolore e l’affanno umano”. Immagino le generazioni che vi hanno abitato, le mille gioie e preoccupazioni che hanno albergato fra quelle mura, e che un tempo furono sentimenti immensi, talvolta anche sconvolgenti, all’apparenza insormontabili persino. E comparo tutto questo alla quiete odierna di quei mattoni ormai saggi, ormai familiari ad ogni evento, ormai scafati dal tempo, per averne viste di tutti i colori, sotto ogni clima.

Non deve stupire il fatto che dei muri cadenti possano fornire materiale utile per l’osservatore di case. Egli sa che non deve aspettarsi solamente sensazioni edulcorate o rassicuranti. Deve farsi trovare pronto a leggere negli oggetti della propria contemplazione, non solo gli aspetti piacevoli, ma anche la “durezza del vivere”. In ogni caso, il suo occhio deve rivolgersi sempre con estrema sincerità d’animo a muri, tetti, strade e compagnia architettonica bella, che di volta in volta si appresta a rimirare. Questa è l’unica e primaria regola deontologica alla quale lo scrupoloso osservatore di case deve attenersi.

Un altro dettaglio architettonico per me molto fascinoso, ma della cui origine suggestiva vi so rendere conto ancor di meno, sono quegli altissimi monocoli di finestra oblunghi e verticali, che da un certo periodo in poi (diciamo metà ‘900, anche se non sono di certo un’invenzione, né una novità di quel secolo) si è cominciato a posizionare sulla parete che fiancheggia esternamente il vano delle scale di casette, condomini, o ville. Queste finestrature allungate in elevazione mi hanno sempre trasmesso un’idea di possibilità, l’eventualità di poter avere “accesso spirituale” alla casa che su cui sono appiccicate. Sono come degli spaccati ideali, anche se poi di fatto non lasciano intravedere nulla dell’interno. La forza evocativa di queste alte finestre dev’essere anche legata al loro parallelismo con la scala, che a sua volta rappresenta una sorta di sonda d’esplorazione verticale di tutto l’«umore» dell’edificio.

Ma troppo ci sarebbe da dire, cari amici viandanti per pensieri, sulle sfumature edili dalle quali un appassionato osservatore di case può lasciarsi trasportare con sommo diletto. Tante e tali, che faremmo notte. Non mi rimane dunque che chiudere qui il discorso ed augurare per adesso buonanotte ai suonatori.

Ah, no, scusate…quasi dimenticavo. Vi avevo promesso d’illustrarvi in cosa consiste la professione dell’attore porno-platonico. Il genere cinematografico in questione non è ancora noto, attualmente. Entrerà in voga grosso modo verso la metà del presente secolo. Questi film, a dispetto della loro definizione, fanno dell’assenza totale del sesso esplicito, la propria forza narrativa. Nei film porno-platonici il sesso è assolutamente implicito. I protagonisti sono persone pressoché normali, coi loro sani appetiti ed istinti. Per la loro inveterata ed inguaribile ritrosia e timidezza, tuttavia, non riescono mai a battere chiodo. I protagonisti si rincorrono, si cercano, si desiderano anche parecchio, ma per un motivo o per l’altro il loro desiderio rimane sempre potenziale ed inespresso. Le storie sono così continuamente attraversate da una tensione erotica fortissima, che mai si concretizza, mai è portata a compimento.

Ma perché definirli anche con la parola “porno”? Perché come nei film pornografici tradizionali, anche in quelli platonici sono raffigurati accadimenti del tutto irreali o perlomeno altamente improbabili in un’ambientazione che ambisca ad avere una minima parvenza di verosimiglianza.

O no?

sabato 15 agosto 2009

Ferragosto nichilista


Ciao ragazzi,
Vi dicevo ieri che il Ferragosto mi butta un po' giù, ma che avevo imparato a parare il colpo...
Uhm...la giornata di oggi mi ha un po' smentito.
All'inizio l'avevo presa su piuttosto male, ma poi passando a dare un'occhiata al sempre egregio blog di Galatea, ho letto un bellissimo brano che mi ha fatto andar per pensieri ed ho finito per tirarmi su di morale scrivendo di nichilismo...
Mi è venuto fuori un commento piuttosto lungo, e ho pensato di riportarvelo qui di seguito.

***

Dal momento che quando mi vengono a dire che una cosa “bisogna” farla, mi scatta dentro un giramento di sfere che piuttosto che fare quella specifica cosa, andrei in ginocchio da casa mia al Polo (Nord o Sud, a scelta); e siccome che ho sentito dire oggi al tg5 che dalla costa alle cime montuose il verbo è uno solo: “divertirsi”…ecco, oggi piuttosto che divertirmi (tanto più se me lo viene a dire il tg5), mi voglio rompere le balle ben bene e parlare di nichilismo.

Premetto che ho letto con grande piacere il tuo bellissimo brano, Galatea (quando una persona è nata per scrivere, non ci sono storie! Sapresti raccontare la lista della spesa facendo provare comunque sensazioni di bellezza...grande!!!), e ne condivido la sostanza.
Mi è piaciuto soprattutto quando dici che affidarsi alla ragione vuol dire sostenere uno strumento di confronto con la realtà consapevoli di tutte le sue debolezze, ma consapevoli anche che di meglio non abbiamo a disposizione. Questo è il passo fondamentale del tuo brano e nessuna contro-tesi lo potrà mai confutare.
Volevo tuttavia portare un paio di spunti di riflessione in più, anche per sapere il tuo punto di vista in merito.
Una prima cosa che mi viene da dire riguarda le questioni indimostrabili, come è appunto l'esistenza o no di Dio. Ciò che mi viene da dire su questo è che di fronte ad ogni questione indimostrabile non si può fare a meno di porsi con un atteggiamento di fede. Sia che si neghi l'esistenza di Dio, sia che la si affermi, entrambe le tesi necessitano di una scelta fatta su basi indimostrabili, non razionali né “razionalizzabili”.
So che questo ragionamento ha un suo lato debole: è piuttosto contraddittorio in effetti, o perlomeno problematico, sostenere che chi non crede in Dio dovrebbe fornire la dimostrazione di una “inesistenza”. In realtà l'obiezione è di notevole portata, ma per attutirla un po' mi verrebbe da ribattere che una sorta di aspirazione verso l'eterno, verso l'infinità dell'essere, si può considerare pressoché connaturata all'essenza umana.
So che quanto sostengo è ancora più debole, ma in proposito mi viene in mente ad esempio lo stato di trasporto che si prova quando si ama, oppure quando si gode di un'opera d'arte, o ancor più quando si possiede il dono di crearla addirittura un'opera d'arte. Non sono tutti questi indizi che fanno subodorare, sperare, anelare alla possibilità di un superamento della nostra finitezza in questo mondo, ad un possibile travalicamento della nostra mortalità?
A questo punto, tornando a quanto dicevo sopra, dire se questa eternità intuita sia plausibile o no, è questione di fede, qualunque sia una delle due posizioni possibili per cui si opta.
Ma il punto importante, e qui ritorno a cose che hai detto anche tu Galatea, è che qualsiasi delle due posizioni uno scelga, dovrebbe, per così dire, “farsela bastare” senza andare ad aggredire chi la pensa in modo opposto.

Una seconda cosa riguarda proprio la parola “nichilismo”. Se uno analizza con calma il termine nudo e crudo, ossia osservando l'esatta sua radice, si accorge che di per sé non è quella parolaccia come taluni vorrebbero far credere. Deriva dal latino “nihil”, ossia “niente”, “nulla”, lo sa persino un ignorante come me.
In questo senso sì, penso che chi crede che con la morte la nostra esperienza si concluda definitivamente, sia un nichilista. Ma proprio nel senso stretto del termine e senza fare tutte quelle menate scandalistiche, tirando in ballo assurdi paragoni col nazismo e vaccate simili.
Il nichilista è semplicemente, e letteralmente, colui che crede che un giorno dal nostro stato di “essere” passeremo ad uno stato di “nulla”. E qui sorge il “piccolo” dubbio se sostenere questo sia razionale e filosoficamente coerente.
Parmenide (e mica un ignorante come me, si badi bene) sosteneva che il passaggio dall'essere al nulla è un concetto filosoficamente insostenibile. Con le stesse categorie di pensiero, si può bollare di inconsistenza anche l'altro capo della questione, ossia quello di una eventuale creazione: così come l'essere non può mutarsi in nulla, altrettanto assurdo è sostenere che l'essere sia derivato dal nulla, ossia sia stato creato. A rigore filosofico, l'essere non sarebbe un'entità quantitativa una tantum, che in un momento c'è, in un altro momento non c'è, in un posto esiste, nell'altro esiste meno. L'essere è tutto, ed è presente dappertutto e per sempre, ossia è eterno.
Queste tra l'altro sono anche le basi (anche se da me riportate un po' “cagnescamente”) del pensiero di uno dei più grandi filosofi contemporanei, Emanuele Severino.

Insomma, tutto qui, Galatea. Volevo solo portare questo mio piccolo contributo alla questione, ma soprattutto sono fiero di non aver seguito il “verbo” del tg5, e di certo mi sono divertito a scrivere queste righe, ma non nel modo che dicevano loro!

sabato 25 luglio 2009

Costruiti di desiderio


Quando mi succede di leggere brani di libri provenienti da fonti molto differenti fra di loro, magari concepiti in epoche lontanissime l'una dall'altra, da autori appartenenti a contesti storici del tutto estranei, e che tuttavia recano in sè una straordinaria affinità concettuale, quasi fossero stati scritti dalla medesima persona, ci rimango di stucco dal godimento estetico ed intellettivo che me ne deriva.

La cosa più formidabile è quando il fenomeno si verifica in seguito ad una piccola indagine personale su libri diversi.
Ma non è male neppure quando questa magica "epifania del lettore trasversale" viene regalata da un bel testo che già ad adocchiarlo sullo scaffale della libreria irradiava bellezza, pur standosene ancora a pagine perfettamente chiuse.

Il libro in questione è stavolta «Passioni d'oriente - Eros ed emozioni in India e Tibet», a cura di Giuliano Boccali e Raffaele Torella (Piccola Biblioteca Einaudi - Scienze religiose e antropologiche - 2007).

Bando subito agli equivoci: niente a che vedere con pecorecci "kamasutri" da spiaggia o pruriginose trasposizioni banalizzanti, stile scollacciati film LinoBanfeggianti anni '70 (...con tutto il rispetto per il simpaticissimo Lino Banfi e per quel gran pezzo dell'Ubalda: che si mantenga sempre tutta nuda e tutta calda!!!).

Questo libro è invece un complesso, articolato e dottissimo studio (suddiviso in alcuni brevi saggi) su aspetti delle filosofie orientali che hanno approfondito il rapporto dell'uomo con l'importante capitolo esistenziale rappresentato dal desiderio, dalle passioni e dalla emotività.
Condizione "sine qua non" per il verificarsi di una "epifania del lettore trasversale" è che i concetti messi in gioco dai due brani a confronto posseggano una certa dignità culturale.
Forse è superfluo precisarlo nel caso di questo libro.
Ma per dire, se mi capitasse di leggere su "Novella 2000" che quest'anno in spiaggia senza le infradito sei assolutamente "out" e mi imbattessi poi nel medesimo "concetto" su "Cronaca vera", ecco, non è che proverei tutta quella gran esaltazione epifanica.

Il concetto di cui parlo è invece un super-concetto di lusso, roba da leccarsi i baffi del pensiero. Deriva da diverse opere del periodo classico del "tantrismo hindu" (epoca grosso modo compresa fra il III ed il X secolo ed anche oltre) e sostiene che il "pacchetto esistenziale" riassumibile indicativamente nel "trittico" «Passione-Emozione-Attaccamento» (condensato dal termine indiano rāga) si manifesti essenzialmente come forza che si propaga dall'interno della spiritualità dell'individuo.
La sostanza del nostro rapporto di desiderio con le cose nel mondo, non sarebbe dunque insita "quantitativamente" in tali cose, ma dipenderebbero "qualitativamente" da un'energia interiore che in qualche modo in noi è insediata.
Una sorta di piccola rivoluzione copernicana rispetto alla visione occidentale comune sul medesimo tema, che si rivolge solitamente al "potere" attrattivo dell'«altro da sè» come alla forza effettivamente attiva nella dinamica del "desiderare".

Sentite allora cosa si dice in questo bel passaggio del libro citato:

«...Non è il piacere che direttamente muove rāga («Passione-Emozione-Attaccamento»), dice acutamente il Matangapārameśvarāgama, ma è rāga-corazza che crea il piacere nei confronti del particolare oggetto verso cui si rivolge...[...]...il rāga risiede nelle profondità del soggetto e non negli oggetti...[...].
Dunque, anche rāga («Passione-Emozione-Attaccamento») come vidyā («Conoscenza»), è una realtà insieme elementare e complessa, tanto più ardua da definire tanto più intimamente si annida nella struttura profonda dell'io. Facciamoci aiutare in questo difficile compito da alcune penetranti considerazioni di Abhinavagupta nel suo magnum opus, il Tantrāloka...[...].
L'universo, dice il grande maestro kashmiro, è stato creato appunto per soddisfare le anime nelle quali una frenesia, una febbrile smania di fruizioni è stata suscitata. Questa sottile frenesia (lilokā) non ha oggetto, è per così dire uno "strato desiderante", uno stato di infinita appassionata aspettazione, e, di conseguenza, un pensarsi imperfetti, una sorta di nescienza. Essa è la "macchia" primordiale (mala), che si manifesta come la disposizione ad assumere future limitazioni...».

E state un po' sentire adesso cosa mi verrà a dire alcuni secoli dopo il buon Baruch Spinoza nella sua «Etica» (sempre citato in «Passioni d'oriente - Eros ed emozioni in India e Tibet»):

«...Verso nessuna forza ci sforziamo, nessuna cosa vogliamo, appetiamo e desideriamo perchè la giudichiamo buona; ma, al contrario, noi giudichiamo buona qualche cosa perchè ci sforziamo verso di essa, la vogliamo, l'appetiamo e la desideriamo...».

Ora non so cosa ne dite voi...ma non è mirabolante?


giovedì 23 aprile 2009

Un “tuffo nel cuore dei cieli dell’odore”


Il vero viandante per pensieri si contraddistingue tra le altre cose per il fatto di divertirsi veramente con poco.
Ma quando dico “con poco”, non immaginate nemmeno “quanto” poco. Praticamente con nulla.
Ho sempre avuto un debole per gli odori.
E “pur non avendo mai brillato come playboy” (mi si passi l’eufemismo spudorato), ho sempre avuto un debole anche per le donne.
Oh…le donne non piacciono mica solo ai dongiovanni. Anzi, forse sono proprio i Fracchia ad apprezzarle di più, perché una goccia di pioggia che cade nel Sahara fa molto più rumore di un acquazzone scrosciante sui verdi prati d’Irlanda. E non so se mi sono spiegato.
Basta dunque il classico “due più due” per arguire che ho sempre avuto un debole per l’odore delle donne. Ecco, detta così, suona alquanto “bestialis”, ma lasciatemi spiegare due cose.
Il “divertirsi con poco” in questione, avrete arguito anche questo, si pratica con maggior piacere con il ritorno delle belle giornate di sole.
Non si deve fare niente di più che passeggiare lungo un stradina del centro storico cittadino, respirare, e dunque annusare. Poi si sa, certi borghi sono stretti ed i marciapiedi si rifanno a medievaleggianti modi d’intendere la prossemica. Sono “genio-localmente” concepiti per far scaturire un senso della vicinanza fisica che privilegia un aspetto più pubblico e collettivo.
Allora metti che arriva su una ragazza, putacaso anche carina: la condivisione ravvicinata dello spazio calpestabile è cosa quasi obbligata.
A questo punto, potrà sembrare che la cosa si colori con i particolari tratti dell’invadenza e della maleducazione. Ma uno non lo fa mica apposta. Anche volendo, non lo può evitare.
Per rispetto, io ci ho provato anche a trattenere il fiato al profilarsi in lontananza di una gentile sagoma femminea.
Ma già ve l’ho detto: sulla soglia di casa non c’ho mica il codazzo di donne, lì pronte a forzare l’uscio per trascinarmi all’altare. Ci manca soltanto che quando ne incrocio una, lei mi veda arrancare al suo cospetto bello cianotico e col respiro che mi esce dalle orecchie, e stai sicuro che faccio colpo.

Mischia!!! Quante parentesi mi si aprono nella zucca quando scrivo! (…”mischia” sarebbe la versione di “minchia” secondo word).

Adesso ad esempio mi scappa una riflessione sull’odore in quanto elemento di definizione della personalità sensoriale di un individuo. Se ci pensate un attimo, poche parti del nostro fisico sono più “nude” del nostro odore. Nel senso che nel corpo c’è poco di così esposto come l’odore, di così in balia dell’appropriazione da parte degli altri.
L’odore in una persona è ancor più nudo della nudità stessa, perché quest’ultima è pur sempre più facilmente occultabile con i vestiti.
Mentre l’odore non riesci a nasconderlo se non a costo di immersioni in assetto costante in barili di acque di colonia o essenze profumate. Che poi anche questa rimane un’illusione, perché il naso è di una sincerità disarmante e sa andare a scovare, sotto i mille infingimenti sovrapposti attraverso un profumo posticcio, la vera base dell’odore della persona. Per quanto tu faccia, l'odore te lo può portare via chiunque.
Dirò di più: il naso proprio non sa mentire.
Infatti, per dire: se di fronte al miserando spettacolo offerto dall’architettura finto-disneyana di uno di quegli outlet tanto di moda, per quanto gliene frega ai vostri occhi potreste anche azzardare un timido e quasi scusabile: “…beh…carina…”.
O ancora, se incappando sonoramente in una pessima melodia di terz’ordine, non avendo un particolare pallino per la musica, per quanto gliene frega ai vostri orecchi potrebbe sfuggirvi un incauto ma comprensibile: “…mah…a me non dispiace…”.
Ma andateglielo a raccontare voi al vostro naso: provate ad entrare ad occhi chiusi in una stalla che ospita una cinquantina di belle floride mucche e giurare e spergiurare alle vostre narici che state passeggiando in un prato fiorito con aiuole di lillà olezzanti sulla vostra sinistra e bersò di glicine che rispondono aulenti da destra.

Ma tornando al “divertirsi con poco” in questione, mi piace immaginare che nel dialetto Lakota, qualche sciamano burlone avrebbe chiamato questo gioco il “tuffo nel cuore dei cieli dell’odore”.

Un odore di biondo, di saponetta delicata e di “interno dacia” affondata nel mare d’erba senza confini della taiga: ecco di cosa odorava il cielo che mi ha rapito il naso l’altro giorno passeggiando in un borghetto, lungo l’impalpabile scia fluitata a flutti da una chioma fluente, adagiata nel modo più elegante sopra un metro ed ottanta centimetri circa di ragazzona dai lineamenti slavi.
E’ stato così che la parte più bella del gioco che stavo costruendo, mi ha colto all’improvviso: quel “profum-odore” mi aveva talmente toccato nel profondo con la sua melodica olfattività, che mi è venuto da pensare a cosa sarebbe stata una possibile mia vita insieme a lei, tutta racchiusa in quell’essenza.
Sarei stato un ingegnere minerario nella Russia sovietica, ci saremmo sposati a Kiev, con viaggio di nozze in Kamtchacka. Ogni sera, dopo una giornata lavorativa intensa, sarei tornato alla nostra dacia, dove lei mi avrebbe aspettato per poter fare una dolce passeggiata insieme dopocena, dove il profumo della brezza risalente dai prati si sarebbe mescolata a quello di lei. Poi la perestrojka mi avrebbe aperto gli occhi…
…rendendomi chiaro il fatto che il borghetto stava volgendo al suo termine ed il grande viale trafficato della circonvallazione si appressava. E siccome una potenziale macchinata nelle costole non è cosa da annusare a cuor leggero, i miei pensieri si sono prosaicamente dissipati nell’impegno di badare a strisce pedonali, automobili e simili dozzinali inezie.

venerdì 17 aprile 2009

E tutt’ d’èn tratto, il coro!!!


Lo status di pendolare provoca uno strazio agli zebedei non indifferente. Ma c’è da dire tuttavia che questa condizione, guardandola da un differente punto di vista, ti regala anche qualche mezz’oretta giornaliera in più per osservare il mondo.
Stamattina ad esempio, son stato colto da sommo stupore guidando.
Ad un certo punto del mio percorso quotidiano, c’è una curvetta piuttosto secca, di quelle che a non farle piano potresti anche essere assunto seduta stante dall’ANAS in qualità di “fossi-mensore” (leggi “misuratore di fossi”).
In questo contesto guidatorio, sia per la prospettiva sia per la velocità, c’è modo di osservare con comodo un praticello, che quasi non sai più bene dove finisce il cofano e dove comincia l’erba.
Ora, giusto ieri quel grazioso fazzoletto verde lo avevo visto scorrere alla mia sinistra tutto ammantato di fiorellini gialli.
E stamattina…mo vàca d’un porco…eccolo lì che mi sorpassa a destra tutto puntinato di vaporose pallette di pelo vegetale.
Anche ad un campagnolo scarso come me, la prima idea che è venuta alla mente è stata: “Ah già …tarassaco ….dente di leone …dandelion …già, non ci avevo pensato ieri…”.
C’è voluto un attimo per riprendermi dallo smisurato orgoglio scatenato nell’animo dal mio geniale acume botanico, ma subito dopo mi ha folgorato un altro pensiero.
E il pensiero era che quando la natura si mette a cantare in coro così, non so come mai, ma mi esalto da matti.
Voglio dire, forse non mi sono spiegato bene: i fiorellini tarassacosi in quel prato non sono mica due o tre.
Parlo di una gran sfiorellata imperiale di alcune migliaia di esemplari. Tanto che nei giorni scorsi avevo anche fatto un pensierino se prendere su la macchina fotografica ed immortalare quella gran rasoiata di giallo sopra al suo soffice fondo verdeggiante.
Ma tutti in una notte sola, all’unisono, come condotti da un direttore d’orchestra, mi hanno fatto questa beffa stupenda: si sono impallottiti a piumino dal primo all’ultimo, e nel campetto non c’era più nemmeno una virgola di giallo.
Chissà, magari a qualche leprotto svagato che zonzava da quelle parti per rimorchiare nottetempo la sua leprotta dei sogni, sarà successo di assistere in diretta all’attimo esatto dell’impiumaggio.
Il Gran Capo Fiore del campo, nonno e patriarca di tutta il cuccuzzaro fiorito, ad un certo punto, come il grande Carlo Dapporto in quel vecchio Carosello della “Pasta del capitano”, avrà esclamato in dentedileonese: “…E tutt’ d’èn tratto, il coro!!!...”, e sotto la sua pancia il leprotto stupito avrà sentito di colpo il piacevole solletichio dei pallini piumosi neonati.
Così poi ho ripensato anche alle volte che nel cielo si vede uno stormo abbastanza consistente di uccellini o bipedi volanti anche un po’ più grossini, tipo anatre o simili, e alla magia che scatenano quando li vedi fare quegli scarti infiniti, virando bruscamente con movimento repentino e perfettamente corale, “come un sol uccello”. Perché il paragone con la cabrata dei denti di leone tutti insieme verso la modalità piuminesca mi sembrava quasi lo stesso fenomeno tradotto in linguaggio floreale.
E poi ho pensato anche che se un botanico esperto leggerà queste poche righe, gli verrà da dire: “…Toh, è arrivato lui…er Linneo de’ noantri…è sceso dal pero con ‘na secchiata d’acqua calda e c’è venuto a dire sta gran novità sul tarassaco…”.
Ma il punto è proprio questo, riflettevo ancora: l’importanza di saperci guardare intorno, essere curiosi, osservare le piccole cose, soprattutto quelle della natura. Una sensibilità che abbiamo un po’ perso e che bisognerebbe cercare di tornare a coltivare….va beh, sempre stando attenti al fosso, s’intende.

Tutt’appossc-to…e anche per oggi: that’s all folks!!!...e compreso nel prezzo, beccatevi pure queste pietre rotolanti d’annata, che guarda caso cadevano proprio a fagi-u-olo.


venerdì 13 marzo 2009

If the wind were colors / And if the air could speak



«...Ben ritrovati cari amici di "Radio OrsoAsociale", sono sempre io, il vostro DJ Scaracchione e questo è il nostro nuovo appuntamento con le dediche in diretta...chi abbiamo in linea?...»
«... Ciao caro Scarra ... ehm ... o devo chiamarti Chione? ... sono Orsetto42 ...»
«... Ciao vecchia suola!!! Come te la passi? ... è un po' che non ci si sente ...se non sbaglio, dai tempi del tuo pre-pensionamento spirituale ...»
«... Eh, sì ...ehm, già ... avevo appena finito la terza asilo nido ... bei tempi, già ... ehm...»
«... Allora, evacua subito la tua dedica!!! ...»
«... Ehm, ecco ... io ... insomma ... ecco ... ehm ... volevo dedicare, Uéndel Giii, una fantastica canzone degli Ar. I. Em., prima di tutto a me stesso e poi a tutti i miei pochi lettori che hanno lasciato un commento e infine, ma non ultimi, a tutti i miei pochi lettori che non hanno mai commentato ... volevo solo dire che vi voglio bene a tutti...e a'fangùl'a'gramattica!!! ..."

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"...That's when Wendell Gee takes a tug
Upon the string that held the line of trees
Behind the house he lived in
He was reared to give respect
But somewhere down the line he chose
To whistle as the wind blows
Whistle as the wind blows with me

He had a dream one night
That the tree had lost its middle
So he built a trunk of chicken wire
To try to hold it up
But the wire, the wire turned to lizard skin
And when he climbed inside
There wasn't even time to say
Goodbye to Wendell Gee
So whistle as the wind blows
Whistle as the wind blows with me

There wasn't even time to say
Goodbye to Wendell Gee
So whistle as the wind blows
Whistle as the wind blows with me
If the wind were colors
And if the air could speak
Then whistle as the wind blows
Whistle as the wind blows..."

Wendell Gee
R.E.M. - 1985


P.S.: I due versi evidenziati in grassetto, a mio modesto parere, sono così belli che quando la canzone giunge a quel punto, mi vien voglia di bestemmiare dall'estasi estetica e dalla felicità...va mo' làh!!! :-)
E per chi la volesse risentire visivamente micificata, eccovi accontentati: