Visualizzazione post con etichetta Fraseggi sul nulla all'ennesima potenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fraseggi sul nulla all'ennesima potenza. Mostra tutti i post

martedì 29 settembre 2015

Standing on stage


Una giusta riserva di “ignoranza relativa” può essere sempre garanzia di stupori a venire. Nel senso: non sapere certe cose, può avere i suoi vantaggi. Perché quando poi ne vieni a conoscenza, la soddisfazione ti ripaga.

La conferma di questa regoletta irregolare l’ho avuta grazie alla lettura del “Tom Jones” (1749) di Henry Fielding (1707-1754). Ad un certo punto della narrazione l’autore illustra un’etimologia che ogni buon studente (o ex-studente) di liceo classico dovrebbe conoscere normalmente. Non la conoscevo, dalla qual cosa si deduce come minimo che non ho fatto il Classico. Mi riferisco alla parola “ipocrita”. Deriva da “üpokrites” o “hypokrites” (traslittero in qualche modo, per evitare di scrivere imprecisioni), che in greco antico aveva già il significato odierno, ma, molto più in continuità con la sostanza del reale, voleva dire in primis “attore”.

Il fatto che in origine il termine significasse le due cose (attore e ipocrita), ma è poi andato perdendo la sua accezione neutra, per mantenere solo quella negativa, fa pensare. Forse per i greci era sottintesa una maggiore naturalità nel dato di fatto che nella vita tutti recitiamo, senza che questo debba comportare nessuna implicazione deteriore. Assumiamo dei ruoli, vestiamo panni confezionati dalle circostanze sociali, dalle vicissitudini biografiche e così via: entro i limiti di una certa considerazione, non c’è nulla di negativo, fa parte della natura umana.

E’ strano che tutto ciò fosse linguisticamente quasi scontato per i greci, mentre per noi la nozione si è andata camuffando dietro la cortina della negatività. In fondo, i greci avevano meno occasioni (seppur di qualità elevatissima, con il teatro che in pratica loro stessi hanno inventato) di confrontarsi con la dimensione recitata vera e propria. Oggi noi invece siamo sempre immersi nell’habitat recitativo: con la tv, coi film, le letture di ogni tipo, e negli ultimi anni soprattutto con internet, supremo ambiente di “trasposizione altra” di se stessi. 

Se faccio un attimo mente locale al mio comportamento quotidiano, mi sento immerso di continuo in un film. Recito anche senza volere. Ogni azione che compio, la percepisco sempre come parte di una trama generale. Il tutto avviene spesso inconsciamente. Ma non solo. Il tutto assume anche una sua caratterizzazione estetica precisa. Si agisce come se il senso dell’inquadratura, dei tempi, del ritmo, e così via, ci sovrastassero di continuo influenzando le nostre decisioni e i nostri gesti. Ci muoviamo con una telecamera e un regista interiori, sempre incollati all’animo, attenti alle nostre mosse, pronti a dare il ciak, a decretare il “buona la prima”, o a far ripetere la sequenza. 

Il rischio che ne deriva è quello di mal sopportare i tempi morti, di annoiarsi quando la storia sembra non procedere, di sentirsi fuori dal copione quando non si coglie il senso di quanto accade. Per fortuna negli anni ho assunto massicce dosi di antidoto per questi inconvenienti. Ho imparato ad apprezzare i film, i romanzi o i racconti nei quali succede poco o nulla. E posso così evitare, nella mia recita personale, di considerare salti di continuità, quelle parti che invece sono un tutt’uno indissolubile con la trama generale.


lunedì 28 aprile 2014

Scommessa con l’ignoto


Certe volte vale la pena affrontare libri ostici. Sia quando sono raccomandati da una tradizione di sapienza assodata, sia nel caso di autori meno noti, ma che si distinguano per una loro certa qual forma di “oltranzismo” intellettuale. 

La lettura, in quei casi, spaventa e disorienta, ci si capisce poco, si è costretti a combattere di continuo contro un vago scoramento in sottofondo. La stizza derivata dall’ardua comprensione e la forte tentazione di abbandonare sono sempre dietro l'angolo. Le righe vanno lette e rilette più volte, per riuscire a carpire perlomeno piccoli lampi di senso qua e là. Ma poi, se il libro è davvero “custode di profondità”, in qualche modo ti ripaga. Insomma, conviene affidarsi ogni tanto ad un autore che sa “spingersi oltre”.

Nella vita, conoscendo persone di ogni tipo, carattere ed indole, mi è successo molte volte di incasellarle inconsciamente in due generalissime categorie umane: ci sono coloro che affrontano le cose con sguardo filosofico, e coloro che sono esenti da tale sguardo. Naturalmente è più probabile che sia dotato di sguardo filosofico chi ha effettivamente affrontato lo studio della filosofia a scuola. Ma questa non è una condizione rigorosamente necessaria a tutti i costi. 

E' buona cosa aggiungere poi che questa classificazione non va intesa come riferimento a due compartimenti stagni. Come spesso accade, è difficile che un individuo rientri completamente nelle caratteristiche di un “tipo distintivo” precisamente definito. La realtà funziona più per sfumature, che non per nette separazioni fra bianco e nero. Non ci saranno dunque “ciechi filosofici completi” da una parte, e “vedenti filosofici assoluti”, dall'altra. Sarà opportuno invece parlare, di caso in caso, di “miopia filosofica”, di “presbiopia filosofica”, di “astigmatismo filosofico”, oppure di “lungimiranza filosofica a tratti offuscata da nubi e nebbie”, e così via.

Un bellissimo condensato di definizioni riguardanti cosa significhi possedere uno sguardo filosofico sul mondo, l'ho rinvenuta in un libro molto ostico (tra l'altro da me già citato la scorsa volta), ma altrettanto soddisfacente e “nutriente”. Il libro in questione è “Terminologia filosofica”, di Theodor W. Adorno (edizione, nella fattispecie, Einaudi, del 2007), una raccolta di lezioni universitarie tenute agli allievi di Francoforte fra il 1962 ed il 1963. Nella sua lezione numero 11, intitolata “Filosofia e saggezza”, Adorno afferma:

«...La filosofia può essere addirittura definita come un atteggiamento che cerca, per quanto può, di spezzare l’universale contesto di accecamento; secondo questa interpretazione – che in nuce si trova già in Eraclito – la filosofia è resistenza contro l’opinione costituita, che si identifica in larga misura con la colpa universale...[...]...nella misura in cui la filosofia rappresenta effettivamente la resistenza intellettuale organizzata, essa è opposizione contro le convenzioni e i clichés che sono coniati dalla società. Un individuo che non ha mai provato disgusto per quello che tutti pensano e tutti dicono, per quello che gli è messo davanti senza che l’abbia chiesto, un soggetto simile non può giungere alla filosofia. Bisogna vedere la costrizione, l’ingiustizia e la menzogna che stanno dietro l’ovvietà, bisogna vedere come certi modi individuali di comportamento che considerati isolatamente appaiono giusti e ragionevoli meritino invece valutazione completamente diversa se considerati nel tutto sociale a cui appartengono. Bisogna far luce sul contesto di accecamento, come si sono sforzati di fare Eraclito nell’antichità e Schopenhauer nella filosofia moderna. La filosofia è resistenza contro tutti i clichés, che è diventata consapevole…».

Ci sono, in queste poche righe, alcune espressioni che rifulgono di una potenza estrema, straordinari “poli di condensazione significativa”. Ho riportato tutto il passo, per ovvi motivi di completezza, ma i punti in cui l'intensità si esprime nel suo fulgore massimo, sono secondo me ben precisi, ed offrono uno spettacolo intellettuale mirabile, nell'evidenza dell'isolamento:

«...spezzare l’universale contesto di accecamento...»;

«...resistenza contro l’opinione costituita, che si identifica in larga misura con la colpa universale...»;

«...resistenza intellettuale organizzata...»;

«...opposizione contro le convenzioni e i clichés che sono coniati dalla società...»;

«...Un individuo che non ha mai provato disgusto per quello che tutti pensano e tutti dicono, per quello che gli è messo davanti senza che l’abbia chiesto, un soggetto simile non può giungere alla filosofia...»;

«...la costrizione, l’ingiustizia e la menzogna che stanno dietro l’ovvietà...».

Guardandosi intorno, ci si rende conto di come invece l'accecamento e l'ovvietà prevalgano. La “passività intellettuale organizzata” è preferita dai più. Mentre si è fatto fortissimo il “senso di colpa universale” che attanaglia, come una camicia di forza esistenziale, il soggetto al quale capiti, per i più disparati motivi, di ritrovarsi deragliato dagli standard di vita (materiali, ma soprattutto riguardanti lo “status sociale”) dettati dall'opinione costituita.

Gioverebbe alla realtà quella particolare incoscienza-coraggio (che solo uno sguardo filosofico sul mondo sa fornire) di spingersi alle più elevate quote del pensiero. Sospettare sempre di quello che ci è “messo davanti senza che lo abbiamo chiesto”. In poche parole, servirebbe più capacità di saper guardare alle cose con “sguardo filosofico”, nell'accezione complessa di questa espressione suggerita da Adorno (che non si esaurisce alla mia breve citazione, ma è estesa per tutto il bellissimo tomo da cui l'ho estrapolata).


lunedì 11 marzo 2013

Gli ideogrammi e il pero per pomo antropologico


L’eccessiva reiterazione comunicativa rischia a volte di inflazionare la stessa bontà del messaggio originariamente presente in quanto s’intendeva trasmettere. Siamo quotidianamente bombardati da una miriade di stimoli informativi e questo stillicidio di sollecitazioni culturali ripetute e ribadite in tutte le salse, è addirittura in grado in taluni casi di logorare anche il concetto più nobile, anche la citazione più raffinata, anche l’immagine più stimolante.

Mi è venuto da fare simili riflessioni l’altra sera, 8 marzo. Una storica conduttrice di varietà satirici di successo era ospite di un altrettanto noto programma tv, dove si discuteva della condizione della donna e, di riflesso, anche della più generale situazione di crisi socio-economico-culturale generalizzata, in cui ci ritroviamo tutti calati fino al collo, ad arrancare.

Preciso che valuto positivamente la figura di questo personaggio, mi è sempre risultata simpatica, apprezzo la sua arguzia, l’intelligenza, il suo senso dell’ironia ed il garbo nel fare il proprio mestiere in tv. Tuttavia, non ho potuto fare a meno di provare un leggero moto di repulsione, quando la stessa se n’è uscita con una suggestione culturale, di per sé pregevolissima, ma sentita ormai tante volte, da risultare insapore e slavata come un brodo di carne fatto con un solo dado per 100 ettolitri d’acqua.

Il riferimento culturale richiamato, di suo è pregiatissimo e non mi sento di biasimare la brava conduttrice tv per averlo tirato in ballo. Forse sono io a fare troppo lo schizzinoso. Ma quello che mi interessa mettere in rilievo è piuttosto la potenza “banalizzatrice” del mezzo comunicativo. Quando questo viene esasperato a livelli di amplificazione quantitativa esagerata, esso è capace di rovinare persino la pur alta qualità culturale di ciò che si sta trasmettendo. La ridondanza, in questo ambito, davvero riesce a tramutare in ghiande anche le migliori perle per porci (non so se l’immagine fila più di tanto, ma ormai che così m’è uscita, tale la lascio).

Parlando della crisi, dunque, la simpatica conduttrice televisiva ha citato l’ormai visitata e rivisitata questione dell’ideogramma cinese utilizzato per esprimere appunto il concetto legato alla parola “crisi”. La grafia di questo segno, in quella complicatissima selva orientale di “simboli-parola-immagine”, risulta essere non a caso affine alla struttura grafica utilizzata per indicare anche la parola “opportunità”. Questo è bellissimo, è molto stimolante da un punto di vista culturale: in ogni crisi si nasconderebbe dunque sempre anche l’appiglio relativo per il proprio riscatto. Una crisi, ci dice l’antichissima tradizione cinese, non sarebbe altro che il versante opposto della medaglia sul cui retro sono impresse tutte le occasioni favorevoli a disposizione per trarci fuori da quella crisi medesima. Tutto dipenderebbe da come si osserva la realtà: da un certo punto di vista è “crisi”, ma rigirando lo sguardo in modo adeguato, essa risulta essere “occasione da cogliere”.

Ora, va tutto bene: magnifico, ripeto.

E so anche che non tutti saranno a conoscenza di tale perla culturale, ma io questa storia l’ho già sentita ripetere un sacco di volte, e quando anche l’ottima conduttrice è andata a rispolverarla, invece di un moto di soddisfatta ponderazione interiore, l’unico pensiero che mi è balzato fulmineo alla mente, pur continuando a voler sempre bene a quel caro personaggio tv, è stato: «…Ma va a dà via al cül, tè e i Cinèès!...» (ometto la traduzione per manifesta evidenza semantica).

Così con altrettanta subitaneità, qualche attimo dopo, considerato il picco d’inflazione sfiorato ormai da talune immagini antropologico-culturali evocate nei più svariati consessi comunicativi (per ricordarne solo un’altra, al limite della leggenda metropolitana antartica: gli eschimesi hanno 20 o passa parole differenti per indicare le varie sfumature di bianco della neve), ho pensato che fosse giunto il momento di creare almeno qualche nuovo ideogramma, ancora non usurato. Li metto a disposizione di qualsiasi oratore tv o comunicatore in genere, per le loro citazioni di antropologia spicciola. Non saranno ovviamente cinesi, questi ideogrammi, ma apparterranno ad una lingua immaginaria, il Gillipixilandese Mandarancio (contorta derivazione del più noto “Mandarino”), una forma antica di dialetto cino-gillipixiano, abbandonata ormai secoli fa, per eccesso di surrealismo presente nelle sue forme e significati.

Dunque, tra i numerosi suoi evocativi ideogrammi, i parlanti Gillipixilandese Mandarancio vanno particolarmente fieri di un simbolo grafico a loro molto caro: si tratta del celeberrimo ideogramma usato per esprimere il concetto di “fortuna”. Sono pochi a sapere infatti che in Gillipixilandese Mandarancio, l’ideogramma di “fortuna” è praticamente identico a quello indicante un’azione, riassumibile nella perifrasi “pestare una merda di cane”. Tanto che l’augurio derivante, il classico nostro “…buona fortuna…”, in Gillipixilandese Mandarancio risulta così suonare: “…Buone merde di cane pestate…” (toh, una faceta curiosità, che vi segnalo: il correttore di word mi sottolinea la parola “merda” come un errore: forse che i programmatori di word sono ancora all’oscuro del misterioso concetto?).

Altro pregiatissimo ideogramma in Gillipixilandese Mandarancio, è quello utilizzato per raffigurare il concetto di “…auto schiantata contro un platano…”. In questo caso, la grafia connessa all’espressione è strettamente apparentata con la sua consimile frase “…assicuratore con le tasche gonfie…”.

Altro esempio: in Gillipixilandese Mandarancio, quando si vuole rendere in ideogramma il concetto di “…martellata sul pollicione…”, ci si serve di un costrutto di segni molto somigliante a quello indicante l’altrettanto complessa idea di “…bestemmiatore fantasioso…”.

Ancora: il Gillipixilandese Mandarancio solo leggermente distingue la propria grafia, quando si tratta di indicare il concetto maschile di “…sabato pomeriggio libero…”, insieme al suo omologo al femminile. Questo è proprio un caso sorprendente, perché praticamente con gli stessi identici tratti, vengono espressi sia l’idea  del “…semi-comatoso poltrire sul divano davanti alla tele…” (nell’accezione pertinente all’uomo), sia il concetto di  “…4 ore filate all’Ikea…” (nell’accezione che compete alla donna).

Altre interessanti bivalenze si possono poi rinvenire fra gli ideogrammi della tradizione Gillipixilandese Mandarancia. Uno dei più oscuri, tuttora oggetto di dispute etimologiche clamorose fra i più dotti esegeti, è l’ideogramma che con lievi sfumature grafiche sta ad indicare sia l’espressione “…occhio di bue…”, sia l’apparentemente assai lontana idea di “…ultras di calcio…”.

Insomma, questi sono soltanto alcuni fulgidi esempi di ideogrammi tratti dal repertorio millenario della lingua Gillipixilandese Mandarancia, ma all’occorrenza se ne potrebbero citare a decine. Li offro gratuitamente, in uso a chiunque si trovi a dover sostenere prove comunicative, al fine di poter sfoggiare una maggiore varietà concettuale, evitando così di incagliarsi nelle secche del più pernicioso inflazionamento culturale. Quando anche questi si saranno frustati per l’eccessivo utilizzo, citofonatemi pure, ore pasti: vedrò di sfornarne di nuovi, freschi e croccanti.


venerdì 31 agosto 2012

Squarci d’indicibile



Cari amici viandanti per pensieri, oggi rivolterò un po’ la frittata di certe idee già rimestate in altre occasioni. Questo blog sta diventando vecchio, io sto diventando vecchio, quindi spero vorrete perdonare alcuni lievi segnali di rintronamento senile.

Cercherò di spiegare (o capire con voi…) come la “sindrome del rockettaro” possa influire sulla tendenza ad osservare il mondo artisticamente. «…Strataboing e’mmminchia’hai’dett…!?!?!?...» mi pare quasi di sentire risuonare nell’aria l’onomatopeico moto di stupore del povero lettore molestato.

Chi è “rockettaro” nell’intimo, almeno nel senso che voglio mettere in rilievo qui, potrà forse capire meglio. Il “rockettaro” è un tipo dallo stupore e dagli entusiasmi facili, fugaci, lampanti. Con questo non voglio dire che il “rockettaro” sia un sempliciotto dalla bocca buona, capace di accontentarsi di emozioni spicciole a buon mercato. No, è invece a partire dalla stessa essenza del rock che si manifesta il fenomeno, da questa musica in grado di dare adito a fiammate emotive tanto intense quanto rapide, subitanee. Il rock trasmette confidenza col meccanismo dell’eruzione di sensazioni, fuoriuscite di lava emotiva affioranti dall’indifferenziato di tutto ciò che è “il resto” (“…the west is the best…get here, and we’ll do the rest…”). Può trattarsi di un riff di chitarra, di un frammento particolarmente significativo racchiuso in una frase melodica, di un incontro-scontro nei suoni delle parole cantate: non importa la causa, di fatto la canzone rock possiede questa proprietà di saper dare l’innesco a queste illuminazioni emotive brucianti, che si elevano come un picco energetico fortissimo, e con la stessa fulmineità con cui sono giunte, tornano a nascondersi nel magma dell’indeterminato.

C’è una frase fra le tante memorabili contenute nei dialoghi di «Apocalypse now» che mi è sempre rimasta particolarmente impressa. La trama è arcinota: l’ufficiale interpretato da Martin Sheen viene incaricato di risalire il fiume con una piccola pattuglia di soldati, per andare a stanare e disinnescare la follia del colonnello Kurz-Marlon Brando. Ad un certo punto, per descrivere il tipo di soldati che gli erano stati messi a disposizione per la spedizione, riguardo ad alcuni, l’ufficiale-Martin Sheen parla di “ragazzini fanatici del rock’n’roll”. Più che un giudizio sprezzante (come magari potrebbe suonare in apparenza), io ho sempre letto in questa frase la sintesi del carattere di quei giovani soldati: dei tipi “dallo stupore e dagli entusiasmi facili”, come ho appunto scritto sopra, dunque particolarmente esposti al pericolo in una missione terribile come quella da affrontare lungo quel fiume intriso di crudeltà e di insania mentale.

Essere “ragazzini fanatici del rock’n’roll” nell’animo, non comporta però nessun pericolo se si mette in relazione questo atteggiamento con la propensione a vedere artisticamente il mondo. La realtà ci si presenta incessantemente come un flusso ininterrotto, pluridimensionale  ed onnipresente di impulsi, emozioni, sensazioni, impressioni. Attraverso tutti i canali sensoriali e sensibili di cui possiamo disporre, una marea di dati fluisce verso di noi in ogni istante. Questa mole di dati la sappiamo interpretare, sulla base dell’esperienza, però essa ci si pone dinnanzi come il sipario di una superficie illusoria (il “velo di Maya”, lo chiama Schopenhauer, rielaborando il suo pensiero alla luce della tradizione indiana), che ammanta la nostra percezione del mondo delle apparenti forme assunte dalle cose. Questo velo è oltremodo ingannevole, facendo leva sulla forza dell’ovvietà e dell’immediatezza.

L’animo da ragazzini fanatici del rock consente, in qualche epifanica circostanza introdotta da un particolare stato di “grazia sensitiva”, di squarciare per brevissimi tratti questo velo, cogliendo le subitanee disposizioni che talvolta tendono ad assumere le tessere stesse con le quali il “mosaico del velo” è composto. Può trattarsi di una scena vista migliaia di volte, ma che per quell’attimo e poi più ci si mostra sotto una luce particolare. Gli oggetti quotidiani, arci-noti, si dispongono per pochissimi istanti secondo un disegno compositivo che sa sintonizzarsi con misteriosi significati nascosti nel nostro inconscio. Oppure, è l’espressione di una persona cara, un sorriso familiare di fronte al quale siamo stati già infinite altre volte, un gesto, un atteggiamento, che ci si profilano innanzi con espressività del tutto nuova, trasmettendoci una vibrazione empatica particolarmente intensa ed ineffabile con l’individuo in questione.

In quelle occasioni una verità ci si rivela, anche se non sapremmo definirla, imbrigliarla, circoscriverla. In quelle occasioni, abbiamo visto il mondo artisticamente. E la cosa più affascinante sta nel fatto che a tutti è concesso questo privilegio. Non bisogna per forza essere artisti, per riuscire a cogliere il mondo artisticamente. Anche se poi, solo gli artisti hanno l’ulteriore dote di saper convogliare quei bagliori di verità intraviste, nei mezzi e nelle forme capaci di rispecchiarli e ritrasmetterli in qualche modo: in un dipinto, in una scultura, una canzone, un film e così via.

martedì 10 aprile 2012

Curiosare è vedere. Vedere è comporre. Comporre è porsi in armonia


Cari amici viandanti per pensieri, già in diverse occasioni ho cercato di addentrarmi insieme a voi fra le fresche e misteriose frasche dell’enigmatico mondo dell’arte. Fra le cento-e-passa-mila definizioni che si potrebbero formulare per cercare di circoscrivere il senso più intimo del fenomeno artistico, oggi ve ne propongo una molto sintetica, quasi tascabile: l’arte è il tentativo di far affiorare l’invisibile dall’infinito repertorio del visibile.

Il vantaggio di questa definizione, a mio avviso, sta nella sua validità sovra-storica e trans-epocale. Potrete prendere in considerazione gli artisti fra loro più lontani nel tempo e nello spazio, da Fidia a Picasso, da Piero della Francesca a Munch, da Edward Hopper a Pipilotti Rist (non me la sono inventata, esiste davvero: è una simpatica mattacchiona artistica elvetica), potrete far riferimento ad ogni stile, tecnica, corrente, scuola, tendenza, e così via, ma alla fine il risultato non cambierà: la definizione rimarrà valida.

Cosa s’intende con «visibile» e cosa invece con «invisibile»? Il «visibile» è la totalità del materiale percettivo che ci investe in qualità di esseri sensibili. L’«invisibile» è invece costituito dai significati che ci sembra di cogliere o che ci sforziamo di attribuire al «visibile», è la “logica umana” entro cui incaselliamo i fenomeni al fine di poterci muovere in mezzo ad essi.

Si può affermare che il «visibile» abbia un’origine oggettiva (come dato di fatto reale, “vero di per sé”), mentre l’«invisibile» sia sempre un prodotto dell’interpretazione dell’uomo, una creazione della mente e del sentimento? Questa è una delle questioni capitali intorno alla quale la filosofia si dibatte da secoli e non sarò certo io a dirimerla oggi.

Indipendentemente da dove si posizioni il confine tra “dato oggettivo” ed “interpretazione”, sta di fatto che la nostra realtà di umani senzienti funziona così: il mondo ci invia continuamente un’infinità di stimoli, mentre la nostra sensibilità umana si dà da fare per codificare quella porzione di “segni” che è in grado di decifrare e che si rivelano utili ai propri scopi esistenziali. Un simile “codice di segni” varia per gradi di complessità, a seconda dello scopo esistenziale in gioco: di base, può essere connesso alla pura sopravvivenza (questo compete anche alle piante e agli animali: anche essi, a loro modo, interpretano i segni del mondo per mantenersi in vita), passando poi via via attraverso interpretazioni sempre più raffinate, sino a raggiungere le finalità più sublimate che hanno quasi sempre a che vedere con la ricerca del “Bello”, della “verità insita nella bellezza”.



Le vette della bellezza vanno ricercate molto spesso ad altitudini vertiginose. E solamente un occhio interpretativo particolarmente predisposto è in grado di spingersi fin lassù. E’ questo che sa fare l’occhio dell’artista: interpreta i segni del mondo ad altissimi livelli, stanando significati nascosti e molto ardui da decodificare per la sensibilità comune dei più. Per questo motivo, dicevo prima che la definizione citata è un sempreverde delle definizioni: svelare l’arcano nei segni del mondo è sempre stato compito degli artisti e sempre lo sarà, al di là di tutti gli altri scopi accessori intervenuti nelle diverse epoche (intenti celebrativi, ideologici, teologici, agiografici, e così via).

Da questa definizione, si può dedurre un criterio molto semplice, ma efficace, che ci faccia da guida ogni volta che ci ritroviamo a considerare un’opera d’arte. Basterà domandarsi: qual è la porzione di «invisibile» che l’artista è riuscito a far affiorare con la sua opera? La risposta poi non risulterà mai altrettanto agevole, ma sarà ad ogni modo un buon punto da cui partire.

Tanto più che a mio avviso esiste un modo facilmente disponibile a chiunque per poter esercitare, seppure a livelli iper-amatoriali e principianteschi, una minima sensibilità nel cavar fuori porzioni d’«invisibile» dal «visibile». Questo strumento è la fotografia (ed in particolare quella digitale). Non sto parlando di diventare artisti della fotocamera, virtuosi dell’immagine scattata, né tanto meno sto millantando sgangherate pretese di essere io stesso in grado di sfiorare quei sublimati regni espressivi, a me purtroppo interdetti.

Parlo invece dell’umile e minimale porsi di fronte alla questione dell’esecuzione di una foto. Anche il fotografo fra i più squinternati (categoria entro la quale fieramente mi classifico), per quanto risicate siano le sue nozioni tecniche, ogni volta che esegue uno scatto, si deve confrontare con il problema di interpretare una porzione di realtà. Non fosse altro per il banalissimo fatto che deve scegliere un’inquadratura, ossia discriminare cosa far vedere da cosa escludere.



La logica stessa del fotografare, per quanto uno sia infimamente foto-cagnevole, non concede di sottrarsi al compito di cavar fuori porzioni d’«invisibile» dal «visibile». Quel “taglio” del mondo dato dalla specifica inquadratura scelta, prima di quello scatto (per quanto brutto e malfatto), non esisteva. Da quel gradino minimale e brutale, verso le quote più elevate della scala di raffinazione, tutto è migliorabile e perfettibile. Dall’originario e fondante atto di tagliare fuori la parte di mondo che non c’interessa con la nostra inquadratura, si passa a sempre più sottili considerazioni dei soggetti che si vogliono fare entrare nel campo di visuale, sino alla ricerca di strutture di significati visivi sempre più nobilitati, come la ricerca di particolari equilibri o contrasti di luce, di colori, di forme, e così via. L’inquadratura è il gesto elementare, il nucleo originario “monocellulare” imprescindibile, a partire dal quale i significati dell’atto di fare fotografie possono essere vieppiù incrementati in quanto a complessità e profondità di implicazioni, sino a dare vita ad un “organismo fotografico” molto articolato.

I risultati eccelsi, alla fine, saranno prerogativa soltanto di pochi eletti, ascrivibili nella ristretta cerchia del “cliccatori artistici”. Ma i fondamenti di base del meccanismo sono accessibili a tutti. Quello che interessa qui non è un invito a diventare artisti affermati, ma è sottolineare come l’atto di scattare foto rappresenti un ottimo strumento di auto-educazione al senso della bellezza. Stimola ad essere curiosi, ad osservare le cose con più attenzione, per cogliere strutture compositive non banali. E da qui spinge a portare alla luce costruzioni armoniche di forme altrimenti destinate a scorrere “invisibilmente” nell’anonimato indistinto del mare magnum degli impulsi “visibili”.

In più, tutto questo, oltre ad essere fonte di dilettevole miglioramento della propria sensibilità formale, può fornire buoni argomenti di confronto con l’arte in generale, consentendoci di dire qualcosa di nostro di fronte a qualsivoglia opera, di qualsiasi epoca ed artista.


martedì 31 maggio 2011

Mnemo-appigli all’odor di Scandinavia


Sissel Tolaas.
Da oggi, l’affascinante signora titolare di questo nome dalle sonorità smaccatamente scandive, diventa uno dei miei beniamini cultural-scientifich-esistenziali. Sissel è una delle più esperte studiose al mondo di odori. Lavora per l’industria profumiera, ma studia odori ed essenze anche da un punto di vista antropologico, culturale, ed in ordine alle loro valenze, implicazioni e significati sociali, approfondendo fra l’altro uno degli oggetti della grande rimozione della modernità (sia in senso letterale, sia soprattutto nelle sue implicazioni psicologiche…), ossia gli odori dei corpi di uomini e donne.

Da sempre sono affascinato dall’universo degli odori e reputo l’olfatto, nella sua apparente rozzezza, il più misterioso e fatato dei sensi, quello in grado di suscitare “gamme di impressioni umane” fra le più sfumate e variegate, forse perché come nessuno degli altri cinque (i sensi sono sei, almeno: vista, udito, tatto, gusto, odorato e propriocezione) sa coprire ed interpretare i significati della “paradossalità”, tratto essenziale del nostro vivere.

Per chi ha letto lo straordinario e stranissimo (detto nel senso più lusinghiero del termine…) romanzo di Patrick Süskind, «Il profumo», diremo insomma che la signora Sissel Tolaas è il moderno Jean Baptiste Grenouille, un Mozart delle essenze olfattive che sta realizzando studi molto interessanti su questa affascinante prerogativa umana ed animale ad un tempo.

Ma non era di Sissel Tolaas in particolare che volevo parlare oggi, bensì di un paio di idee che mi sono balenate alla mente oggi per strada, mentre, fermo al semaforo aspettando il verde, cercavo di ricordare quel suo nome un po’ inusuale, letto solo poche ore prima da qualche parte su internet. Come ho già detto in altri articoletti, oltre che agli odori, ai profumi ed a mille altre cose, la mia meraviglia è spesso dedicata anche ai meccanismi secondo i quali la nostra mente richiama le parole dal magazzino della memoria.

Quello che mi pare di aver capito, armeggiando mnemonicamente fra le sillabe del nome “Sissel Tolaas”, è che quando cerchiamo di immagazzinare una nuova parola poco familiare, scatta in noi un meccanismo inconscio che appiccica a quel termine inedito dei piccoli segnali di riconoscimento, dei tratti “intermediari di familiarità”, che mediano gradualmente il nostro sforzo di ricordare un suono assolutamente nuovo, per il tramite di altre caratteristiche a noi già note e ben consolidate nel nostro patrimonio di conoscenze.

In pratica, si tratta di una sorta di “post-it”, attaccati sopra la parola nuova, o sopra alcune sue parti, che ci forniscono indizi utili per andarla a ritrovare. Oppure, per tornare metaforicamente al tema con cui ho aperto, sono come tracce di odore concettuale che lasciamo sopra le parole, strusciandoci contro di esse nel momento in cui le impariamo, e la cui scia possiamo tornare ad odorare in seguito per orientarci nel loro rinvenimento.

Ma com’è stato che questa caratteristica funzionale della memoria mi si è manifestata nel caso del nome “Sissel Tolaas”? Ecco, leggendo alcune cose di lei su internet, ho pensato che fosse un nome da tenere a mente per il futuro. Magari un giorno potrà interessarmi leggere qualche suo libro, se ne usciranno. In genere non ho tanta memoria per i nomi, mi scivolano via piuttosto facilmente, soprattutto quelli stranieri. Così ho pensato che se questo lo volevo ricordare, dovevo costruirmi qualche abbinamento. Un po’ come ho detto prima.

D’accordo, confesso, e mi vergogno pure un po’, che l'artificio mnemonico adottato a livello conscio per immagazzinare il nome, era dei più grossolanamente pecorecci pensabili. Trattandosi per di più di una donna, aggiungere una “l” a quel goliardico lemma dialettale così naturalmente connesso alla femminilità, come può essere il termine “sisse”, era gioco piuttosto agevole. Col cognome invece la cosa si presentava leggermente più articolata e preso nel frattempo da altre occupazioni, ho lasciato perdere.

Tutta la cosa mi è poi sovvenuta alcune ore dopo, fermo al semaforo appunto, come vi dicevo. Sissel lo ricordavo, ma il cognome non mi veniva più. Ed è stato lì che mi sono accorto di come il mio meccanismo della memoria avesse applicato un utile post-it a tutta la faccenda, senza che la mia volontà ci mettesse lo zampino. Stando ad un primo indizio vago, mi sembrava che ci fosse di mezzo la parola “attrezzo” in inglese, “tool”. Però il promemoria decisivo stava nel fatto della assoluta mancanza della fastidiosa “disparità fra scritto e pronunciato”.

Con le parole straniere in genere, e con quelle inglesi in particolare, questo è un fattore molto importante per me. Quando devo memorizzarne una, ci si mette sempre di mezzo la sensazione sgradevole della differenza fra ciò che è scritto, come correttamente va pronunciato, e come invece tenderemmo a pronunciarlo seguendo lo spontaneo istinto di italianizzare i suoni.

In questo caso, è stato il sollievo dato dall’assenza di un simile fastidio, che mi ha agevolato nel rintracciare l’inizio del cognome in questione, e poi il resto è venuto da solo. In pratica, non solo avevo memorizzato del tutto inconsciamente che la parola “tool” poteva essere un valido appiglio, ma per di più l'avevo qualitativamente resa efficace marcandola con la depurazione della difficoltosa disparità fra scrittura e pronuncia.

Insomma, cari amici, forse quest’oggi non avrò trattato tematiche strettamente cruciali per la sopravvivenza del genere umano, e nemmeno sono troppo sicuro di essermi spiegato poi così bene, ma l’importante è tenersi visti e continuare a razzolare fra i pensieri con giocondità.

giovedì 17 marzo 2011

Come fu che andando per graffiti rimanemmo graffitati


«…Pur con gl’infiniti suoi difetti, evviva l’Italia, per Dio!!!...»

Gillipixel17 marzo 2011

*******

Tutti abbiamo presente la magia sprigionata dall’atto di mettersi a leggere un nuovo libro.

Parlo di quel senso di iniziazione assoluta e sempre rinnovata che ogni volta ci fa sentire come dinnanzi allo spalancarsi di un’inedita avventura, tutta da assaporare proiettandola fra i territori di un mondo mentale ed emotivo “a venire”, ma sul momento ancora completamente sconosciuto.

Prendiamo in mano il nostro bel volumetto, lo soppesiamo, ci lasciamo accarezzare i polpastrelli dalla consistenza della copertina e dal “ruvidìo” della risacca zigrinata che possiamo far schiumeggiare a tenere ondate a partire dalle tre estremità scoperte delle pagine. Poi passiamo ad aprire l’intonso mistero lì racchiuso, con un gesto non molto dissimile dal fatidico disvelamento di una nudità fino ad un attimo prima rimasta celata dietro il dolce tormento di un succulento desiderio.

Magari ci affondiamo pure il naso, fra le pagine, colmandoci le narici di quello stupore necessario a rimanere ancora un attimo in sospeso, a rimandare ancora per qualche istante il piacere vero e proprio della lettura.

Poi finalmente possiamo “metterci in bocca” l’incipit, farlo nostro pronunciando mentalmente le parole che lo compongono. E, certo, ogni parte di un libro bello ci sarà cara, ma forse mai più, durante la lettura di tutto il resto delle frasi in esso contenute, riusciremo ad assaporare una “sensazione di possibilità” simile.

La consapevolezza così forte di uno stato in cui “tutto potrebbe ancora essere”.

In poche parole, la percezione di una dimensione di libertà d’animo così sconfinata.

Se nel momento di iniziare la sfida con una nuova lettura, tutte queste impressioni, pur nella confusione raffazzonata con cui ho tentato di riportarle, si presentano di tale vivida portata, non ho mai dimenticato quanto esse risultassero di molte volte amplificate ai tempi della scuola, allorché si trattava di affrontare “in duello” addirittura un’intera nuova materia.

Le prime pagine del libro di una materia nuova, lette nei primi giorni di un inizio anno scolastico: una delle sensazioni di libertà più forti mai provate in tutta la vita.

Se si trattava di matematica, potenzialmente e a pieno diritto tu potevi sentirti “ancora e già” un matematico con tutti i crismi. Lo stesso nel caso della fisica, o della geometria, o del latino, della storia. Le vere difficoltà sarebbero giunte successivamente e per il momento non ce ne fregava poi un granché. Per intanto, potevamo ancora darci del tu con l’autore, trattarlo alla pari, che la complessità da lui introdotta era ancora alla nostra portata, più che abbordabile.

Le maledizioni e gli accidenti erano ancora ben là da venire, sarebbero arrivati in seguito, andando sul difficile di ciascuna disciplina, ma quella sarebbe stata un’altra storia, da pensarci dopo…

In particolare, questo fascino da “iniziato culturale” l’ho sempre sentito in modo molto intenso affrontando una materia che sarebbe divenuta poi a me molto cara, la storia dell’arte (e, portate pazienza, ma quanto scritto finora era solamente una faloppa introduzione: da qui in avanti, passo a dire ciò che effettivamente volevo raccontare oggi…).

Praticamente tutti i manuali di storia dell’arte iniziavano (ed iniziano tuttora) con le pitture rupestri preistoriche. C'erano sempre le foto di quei tre o quattro “bisontini” stilizzati sulla parete di una grotta, quelle piccole mandrie di alci o cervi riassunti in alcuni “stecchini neri” tracciati a carbone, e il testo c’informava che nella mente dei nostri remoti antenati quelle raffigurazioni di animaletti avevano il valore di una sorta di magica appropriazione della realtà stessa: nel graffito, nostro nonno del pleistocene credeva che ci fosse dentro la bestiola vera e propria, in ciccia e pelliccia .

Noi leggevamo e prendevamo la faccenda per buona, anche senza capirci dentro più di tanto. Cosa importava, infatti? Era ancora l’epoca in cui all’Argan potevamo dare del tu come ad un vecchio zio, godendoci per il momento la nostra beata incoscienza di saputelli confinati fra quelle prime pagine e fra quei primi giorni di scuola. E chiudendo di fretta il testo, correvamo di filata al campetto per dare due calci al pallone o fare qualche tiro a canestro: ci avremmo pensato più tardi a preoccuparci, una volta giunti più o meno all’altezza dei bizantini o del periodo gotico.

Solo in seguito però mi sono reso conto, o perlomeno, così mi pare di aver capito (e in particolare mi è venuto da rifletterci proprio stamattina…sempre per via del fatto di non avere una strabeata fava di meglio a cui pensare…), che iniziare una storia dell’arte dai graffiti rupestri significa in qualche modo “prendere su” il discorso nel punto in cui è già iniziato da un bel po’ di tempo.

Nel tentativo di ristabilire in qualche modo le proporzioni storio-socio-cultural-etno-grafiche, credo che si debba andare a scavare molto più a fondo per trovare il primo mattone dell’edificio della conoscenza e di un primo abbozzo di consapevolezza estetica, riportandolo al momento dell’acquisizione da parte dell’uomo dell’atto del “significare”. Ora, l’uso di termini precisi, quando ci si addentra nella complessità di questi temi è sempre problematico. Parlo di “momento dell’acquisizione” per capirci velocemente, ma è normale che si sarà trattato di secoli se non di millenni di tempo.

Quale fu il “quid differenziale” che consentì all’uomo di distaccarsi dalla dimensione animale esclusiva in cui aveva sguazzato fino a pochi minuti prima? Come avvenne che il nostro lontanissimo bisnonno si cavò fuori dallo stato di natura, cominciando ad essere anche individuo di cultura?

Quando fu insomma che l’uomo divenne tale, mettendo nell’armadio la pelliccia animalesca per indossare i panni di una completa coscienza di sé e del suo “essere nel mondo”, portandosi a casa (con una sorta di “paghi uno prendi due” preistorico) anche il senso della irrimediabile finitezza insita nella propria condizione?

Per cercare di rispondere a queste domande “facili facili”, è utile a mio parere introdurre a questo punto una similitudine (tanto per fare ancora un po’ più di casino, che non ce n’era già abbastanza…).

L’uomo iniziò a poter essere chiamato veramente “uomo” dal momento in cui (e si parla sempre di momenti lunghi millenni, intendiamoci…) si addentrò sempre più nella paradossale illusione di riuscire ad essere un “possessore posseduto”. E questo momento ha coinciso con l’acquisizione della facoltà, della capacità, della consapevolezza, di saper “significare” le cose.

Quando l’uomo capisce che un “segno” è in grado di fare le veci della “cosa” significata, egli sente di poter in qualche maniera possedere il mondo. Ma si tratta pur sempre di un possesso paradossale, perché elevandosi al di sopra della natura attraverso i segni, l’uomo non può evitare di continuare ad essere parte di quella stessa natura.

Il “segno” non potrà mai essere un’etichetta appiccicata alla sua “cosa” di pertinenza, bensì “segno” e “cosa” nominata rimangono per sempre un unicum inscindibile. Il primordiale atto del significare umano (che ci portiamo ancora appresso tale e quale ancora oggi, come millenaria eredità fondativa del nostro essere “animali culturali”) può essere visto come un sostanziale atto sospeso a metà fra l’eroico ed il disperato, compiuto da un essere nel tentativo di innalzarsi, di cavarsi fuori, da un senso di realtà nella quale è invece irrimediabilmente ed inevitabilmente sempre immerso.

Sintetizzando proprio alla “bruto boia”: la cultura è illusione di possesso del mondo, che a sua volta continua sotto sotto a possedere noi.

Nella speranza di essere più chiaro (ma nella quasi certezza di non riuscirci), introduco ora la similitudine cui facevo cenno poco fa.

Vi rallegri almeno il fatto che questo mio metaforizzare si servirà di immagini tratte dall’ambito dell’amore fisico, del “fare all’ammòòre”. Quando si parla di pratiche erotiche o di accoppiamenti carnali che dir sì voglia, mi ha sempre incuriosito, causandomi anche qualche sorriso, lo strano vezzo di dire secondo il quale in quei dilettevoli frangenti sarebbe l’uomo a “possedere” la donna.

Adesso, non è certo questa la sede adatta per agevolare certi ripassi circa il funzionamento della “meccanica erotica”, ma se fate un attimo mente locale, concentrandovi proprio sul dettaglio anatomico più direttamente interessato, non potrete far altro che arrendervi ad una certa evidenza geometrica dei fatti.

Quando una sagoma cilindrica viene inghiottita da una cavità modellata più o meno nelle misure opportune ad accoglierla (d’accordo, c’è sempre anche chi lamenta fastidiose incompatibilità dimensionali, ma questo è un altro ragionamento…), l’ultima cosa che mi sembra di poter dire è che quel cilindro sta “possedendo” il proprio ricettacolo.

Sarebbe un po’ come scavare nel suolo un bel buco delle dimensioni giuste per accogliere il mio braccio, infilarcelo poi dentro fino all’ascella, e sostenere che sto “possedendo” la Terra.

Sarebbe come immaginare di essere presi nel pungo di un gigante dalle mani enormi il giusto per agguantarci alla perfezione, e sostenere di stare “possedendo” quel gigante stesso.

Sarebbe come essere uno dei tanti animali preistorici, mettersi un bel giorno a nominare la “cose” del mondo abbinandole a dei “segni” corrispondenti, e con quel primigenio atto culturale, pretendere di stare “possedendo” il mondo stesso, esigendo per di più, da quel momento in poi, di venir chiamato “uomo”.

Forse questa mia metafora introduce un’operazione ermeneutica troppo stiracchiata lungo i millenni, un funambolismo filologico-esistenziale troppo esagerato, per poter essere attendibile, coprendo un lasso di tempo che va dalla preistoria fino a noi. Un po’ come succede quando si pela “a spirale” una mela col coltello e difficilmente si riesce a cavarsela, nel percorso dal picciolo al fondo, con una sola striscia di buccia intatta.

Nonostante tutto però non ci costa nulla seguire la suggestione in virtù della quale in simili ragionamenti risieda il nucleo del “mistero di senso” celato nelle bestiole raffigurate attraverso le pitture rupestri: l’uomo era ormai divenuto uomo, ossia un illuso “possessore posseduto”, del mondo e dal mondo.

Per confondere ulteriormente le acque, mi sai concessa una citazione:

«…Immaginiamo di ritagliare dal giornale di oggi la fotografia della nostra diva o del nostro giocatore preferiti. Ci farebbe piacere prendere un ago e trapassar loro gli occhi? Sarebbe per noi altrettanto indifferente che bucare un qualunque altro punto del giornale? Credo di no.

Benché a mente lucida mi renda benissimo conto che un simile gesto contro il ritratto non può fare il minimo male al mio amico o al mio eroe, tuttavia, all'idea di compierlo, avverto una vaga ripugnanza. Sopravvive, chissà dove, l'assurda sensazione che ciò che viene fatto al ritratto viene fatto alla persona che esso rappresenta...».

"La storia dell'arte" - E.H. Gombrich - 1950

Ma come ho già accennato sopra, sono convinto che tutto ebbe inizio molto prima delle pitture rupestri. A quel punto l’uomo era già un esperto “significatore”, era un creatore di segni già bello e che scafato.

Tutto deve essere invece cominciato un bel giorno (anche questo durato dei secoli, suppongo sempre io…) di un bel po’ di tempo addietro. L’uomo non si poteva ancora definire tale, essendo uno dei tanti animali esistenti all’epoca: per il momento era ancora “tutto grugniti ed istintivo” (minchia, questa è terribile: che Brian De Palma abbia misericordia di me!...).

Doveva essersi satollato copiosamente di frutti succosi e dolcissime acque di ruscello quel giorno, il nostro bis-miliardis-nonno, tanto che nel giro di non tanti minuti lo aveva colto un’urgenza di alleggerirsi dei liquidi eccedenti. Dietro le fresche frasche si era così accomodato a fare due generosi zampilli, quando si avvide di come la bizzarria del caso, complice l’irrequietezza particolarmente possente del proprio sciabordio inguinale, aveva disegnato sulla rena una curiosa sagoma.

Gli ricordava vagamente un qualcosa visto da qualche parte, un albero, una collinetta, un fiore, una foglia, un insetto o un’altra bestia, e la mente gli corse allora ad una simile esperienza avuta osservando le nubi assumere sotto la forza plasmante della brezza mille forme cangianti, anch’esse riecheggianti cose diverse, viste nel mondo.

Saranno passati poi molti altri giorni (sempre di quei giorni millenari là…), e un bel pomeriggio, sempre lui, l’uomo, dopo aver trascorso diversi quarti d’ora in lieta compagnia della propria femmina, dilettandosi in faccende di cilindri e corrispettive cavità, si era magari ritrovato a cincischiare distratto col dito sul polveroso suolo, all’imboccatura della sua caverna.

Gli erano bastati allora pochi attimi (anche questi durati non meno di qualche lustro, in ogni caso…), giusto il tempo necessario a riaversi dalla sbornia sensuale, per accorgersi di come le tracce della punta del dito, strisciata sull’abbondante pulviscolo sul quale adagiava il preistorico deretano, continuamente cancellabili e ricreabili, non facevano altro che comportarsi alla stregua delle nubi nel cielo o delle proprie imprevedibilità corporali.

Con una differenza fondamentale, però: in questo caso non erano più l’aleatorietà degli esiti grafici di una pisciata o il capriccio del vento a reggere le redini del gioco. Questa volta era il suo dito a dettare le regole, guidato da ciò che, nel contempo, l'uomo andava in quel modo gradualmente conoscendo come “il proprio pensiero”.

Se ne sarà accorto a quei tempi, il nostro beneamato bis-miliardis-nonno che si stava avventurando in una faccenda parecchio intricata, un guazzabuglio dove ci si addentrava per possedere, ma se ne usciva in qualche modo anche posseduti?

Sinceramente non credo che gliene fregasse poi tanto, perché era ancora alle prime pagine nella lettura del grande libro dell'uomo, ed a quei tempi era troppo preso dall'assaporarne l'incipit.


lunedì 1 novembre 2010

Ooopppsss…mi son parlato addosso


“…Solo tu - Topolin! - puoi capir - Topolin!
i mille e mille sogni di un bambin, TO-PO-LIN!...”

******

Oggi mi piacerebbe scrivere qualcosa sul mio scrivere, e chiedo anticipatamente venia per l’apparente involuzione narcisistica che potrà trapelare da tutto ciò. In realtà spero che alla fine la cosa risulti solo un pretesto per parlare delle modalità dello scrivere in generale.

Che idea mi sono fatto, nel tempo di sua esistenza, di questo mio blog? Che minchia di entità narrativa sarà mai? Cosa è scaturito dalla mia scrittura, articolo dopo articolo, molte volte anche a dispetto della mia stessa volontà?

La migliore definizione per questo blog, insieme alla migliore risposta a queste oziose domande, credo possa essere la seguente: «Andarperpensieri» è un “romanzo esploso”.
Mi par già di udire i miei cari amici viandanti per pensieri, rassicurarmi all’unisono su questo punto: «…E ti credo: da uno scoppiato come te, cos’altro ne poteva venir fuori?...».
Anche questo è vero, ma lasciatemi spiegare un attimo cosa intendo con la mia definizione.

La forma “romanzesca” è probabilmente la più possente «entità ibrida artistico-espressiva» concepita dalla modernità (per chi volesse approfondire l’argomento, suggerisco due testi fondamentali, a mio modesto parere: «L’arte del romanzo» di Milan Kundera – 1986, e «Apocalittici e integrati» di Umberto Eco – 1964).
Componenti costitutive essenziali del romanzo sono: la sua capacità di trattare temi “universali” a partire da vicende “particolari”; la sua prioritaria finalità tesa a mettere in luce aspetti inediti riguardo ai significati del vivere e del mondo; il suo far leva sullo strumento dell’ironia e del dubbio come imprescindibili chiavi di volta dell’indagine esistenziale (non a caso Kundera fissa nel «Don Chisciotte» di Cervantes e nel «Gargantua e Pantagruele» di Rabelais, le due stelle polari di riferimento dell’epopea del romanzo moderno).

Detto questo però, andrebbe messa in conto un’altra fondamentale condizione “sine qua non”, senza la quale, di fronte ad una certa opera letteraria, non si può affermare di trovarsi in presenza di un romanzo: l’ambiente della “finzione” nella quale l’opera è calata.
Sotto questo aspetto, nell’atto del “romanzare” possiamo rivenire talune componenti essenziali del “meccanismo del gioco” e di quello del “rituale”.
L’ambiente del romanzo, pur trattando della vita, si dispone parallelamente alla vita. E’ un territorio esistenziale immaginato, entro il quale si fingono “vite possibili” nel tentativo di capire qualcosa di più delle vite reali.
In quell’ambito si possono svolgere tutti gli eventi potenziali concessi dalle regole pattuite fra scrittore e lettore, regole che solitamente si formano nel corso della narrazione e, conseguentemente, si consolidano nella lettura.

Le regole del gioco romanzesco sono solitamente imperniate intorno a due fulcri principali: il grado di inverosimiglianza che le vicende narrate possono azzardare, e il ruolo operato dalla “visione” del narratore.
Il narratore è il giocatore privilegiato, lui conosce la vicenda e decide come narrarla: in prima o terza persona; con quali modalità stilistiche; esponendo i fatti dalla prospettiva di un “Dio super partes” che può penetrare nell’animo di tutti i protagonisti, oppure da un livello più “umano” a cui sono concesse cognizioni solo parziali degli eventi e delle “sensazioni” destinate ad entrare in scena, ecc.

Insomma, intorno a queste regole ci può essere anche grande flessibilità, ma una volta fissate, esse si condensano nel particolare “rituale” che quella particolare opera viene a quel punto a costituire. Cerco di farmi capire meglio, con un esempio stupidissimo.
Prendiamo ad esempio una pietra miliare della “storia del romanzo”: «Il processo» di Franz Kafka. Immaginiamo che nel mezzo di una delle innumerevoli descrizioni tragico-grottesche delle vicende del povero Joseph K., il buon Franz K. se ne fosse uscito con una frase del tipo: «…adesso scusami, caro lettore, me ne vado un attimo in cucina a farmi un tè, e solo dopo riprendiamo il racconto…».

Nella “logica romanzesca” pattuita per quella particolare opera, questo non sarebbe stato possibile. Non perché le regole del romanzo siano così restrittive da escludere il colloquio diretto fra autore e lettore (anzi, questo stratagemma è stato usato con eccellenti risultati da tantissimi altri narratori), ma perché in questo precipuo caso, questa eventualità non era contemplata fra le regole ludico-narrative “contrattate”.
Se Kafka si fosse lasciando andare a tale mossa narrativa non prestabilita, avrebbe “spezzato il rito”, avrebbe scardinato la “struttura cerimoniale” pattuita col lettore.

A volte mi capita, dopo aver letto tre o quattro romanzi dietro fila, di sentire la necessità di passare ad un libro di divulgazione scientifica o di cronaca giornalistica, oppure ad un saggio storico, per dire.
Questo succede perché mi prende quasi un senso di asfissia, determinato dal ruolo “sacral-sacerdotale” di cui è investito ogni autore che si metta a scrivere con intento romanzesco. Sento come il bisogno di dare uno scrollone a quell’«invasato», per farlo uscire dal suo corto-circuito visionario, invocandone una momentanea sosta nel mondo dell’«espressività più diretta». Ee appellandomi allora alle antiche formule rituali indicate per siffatti scopi, mi par quasi di sentirmi, mentre idealmente lo supplico: «…Veh, frena Ugo! Vieni giù dal pero…parla un po’ come mangi, va mo’ là…».

Ecco dunque, cari amici viandanti per pensieri, che, per tornare molto umilmente all’assunto iniziale di questo sproloquio, forse adesso è un millimetro più chiaro cosa intendevo definendo cotesto blog come una sorta di “romanzo esploso”.

Ferme restando le debite proporzioni e distanze abissali fra i romanzi veri e questo guazzabuglio prosastico, si tratta pur sempre di un “romanzo esploso” perché del romanzo condivide la finalità, ossia cerca di dire cose sulla vita e sul mondo. Lo fa in forme abbondantemente debitrici alle dimensioni dell’umorismo e del dubbio sistematico.
Ma lo fa altresì uscendo ed entrando continuamente dal “rito”, disarticolando continuamente la struttura generale di una narrazione che di fatto alla fine non sussiste.

Gillipixel è in parte me e, per altrettanta grande parte, è anche “non me”. Qui si mischia autobiografia con immaginazione, e il tutto va a sua volta a confondersi grazie ad ampi sconfinamenti nel surreale. Certi giorni m’improvviso saggista, per poi tornare a fare il “narratore de’ noantri”, mutando successivamente ancora in uno “pseudo-sociologo de’ sta cippa”.
Salgo e scendo costantemente dal palcoscenico, vesto e poi smetto ripetutamente maschere e costumi, sono di volta in volta personaggio ed attore, tanto che alla fine, ciò che ne risulta è proprio quello che ho tentato di spiegarvi un po’ a fatica oggi: un “romanzo esploso”.



sabato 9 ottobre 2010

Pure thinking


«…In sooth I know not why I am so sad…»
“The merchant of Venice”
William Shakespeare – 1597

*******

Esiste una dimensione del pensiero così svincolata da “terminazioni espressive concrete” da poter essere definita “pura”?
«…Minchia, oggi cominciamo proprio con una domandina facile facile, e soprattutto se ne sentiva proprio un bisogno della malora…» commenteranno con la loro consueta sopportazione i miei cari amici viandanti per pensieri.

Ma torniamo a bocce ferme, e cerchiamo di capirci.

Diverse volte ho tirato in ballo la stupefacente celerità con la quale tutto il nostro apparato “mental- concettuale-elaborante” ci assiste nei frangenti in cui parliamo. E’ un’idea sulla quale di tanto in tanto ritorno, perché non finisce mai di causarmi meraviglia: se ci “auto-osserviamo” quando pronunciamo una frase, anche di una certa complessità, possiamo constatarlo benissimo.
I tempi in gioco sono strettissimi, e non lasciano margine ad una sequenza di elaborazioni, bensì solamente ad una quasi perfetta simultaneità: pensare la frase e pronunciarla sono praticamente un tutt’uno, dal punto di vista dei tempi. O perlomeno, sussiste solo uno scarto infinitesimale.

Rimuginando sopra a tutto ciò, mi è venuto da pensare a questa faccenda del pensiero puro. Ora, fate attenzione, perché non vi garantisco fino in fondo di non essere in procinto di rifilarvi una solenne serie di vaccate.

Se quando parlo, le parole escono dalla bocca praticamente in simultanea con l’atto del pensare, questo non vuole forse dire che il pensiero possiede un proprio riservato raggio d’azione entro il quale può operare senza agganci con qualsivoglia strumento espressivo concreto?

Uhm…no, eh?
State già digitando sul vostro cellulare il numero della neuro, meditando tra l’altro di suggerire agli infermieri di portarsi dietro una camicia di forza di quelle buone? Come darvi torto…
Cerco allora di prendere su il ragionamento entrando da un’altra porta, per vedere se per questa volta riesco ad evitare il ricovero…

Quando pronunciamo una frase, il nostro “elaboratore” non ha bisogno di spendere il tempo materiale che teoricamente potremmo attenderci per la scelta dei termini, per il loro corretto ordinamento, per il loro inserimento all’interno delle necessarie regole sintattiche, grammaticali, semantiche del discorso. “Pensato” e “detto”, vengono invece praticamente insieme (poi dipende anche dalle abilità oratorie di ciascuno, certo…).

Mi piace dunque immaginare che l’elaborazione vera e propri avvenga in una “stanzetta a parte”, dove il pensiero gira velocissimo e a suo piacimento, svincolato da strumenti “tangibili e materiali”. Se il nostro “Intel-Zuc Scentrino 2.0” fosse costretto per forza a muoversi “per parole”, i tempi risultanti di attesa per l’uscita dei suoni dalla bocca sarebbero più lunghi.
Invece parrebbe esistere un livello del pensiero che non può permettersi di perdere tempo ad usare strumenti di nessun tipo: lui elabora in perfetta purezza e le parole ci si appiccicano “in automatico”.

«…Sì, va beh…» risuona ancora a questo punto il coro greco dei pazienti lettori di siffatta tragedia, «…ma perché hai deciso di venirci ad infliggere questo supplizio proprio a noi, quest’oggi? Non potevi andartene a bere i tuoi soliti tre o quattro bianchini all’osteria, come sei solito fare?…».

Anche questo rimprovero mi trova disarmato, lo ammetto.
Ma il perché di tutto è forse a sua volta connesso al fatto che il mio delirante “menare-il-can-per-l’aia” intorno alla suggestione del “pensiero puro”, mi si è ulteriormente complicato frullandosi al discorso delle modalità di certe espressioni artistiche.

Se questo fantomatico “pensiero puro” esiste veramente, esso possiederà ampie parti difficilmente comunicabili. Infatti, solo laddove riesce ad agganciarsi ad elementi espressivi condivisi dai comunicanti, c’è effettivo scambio di informazioni e di significati fra questi ultimi. Tutto il resto è regno della poesia e dell’arte in generale, che rappresentano quell’anelito interiore teso alla trasmissione dell’incomunicabile. L’arte è il tentativo più nobile di trattare il “pensiero puro”, mai realizzato dall’uomo

Tutto questo, per arrivare finalmente a parlare della musica (in particolare, la parte strumentale di essa) e dell’arte moderna non figurativa.
Della musica (intesa nel suo più ampio “spettro”, nessun genere escluso), mi ha sempre incuriosito un fatto: fra le arti è quella che forse più di tutte riesce a raccontare l’indicibile, servendosi di una dimensione espressiva quasi totalmente svincolata da fenomeni naturali e da un codice precisamente stabilito per convenzione.

I suoni che la musica utilizza non hanno nulla a che vedere con qualsivoglia suono (o rumore) reperibile nella quotidianità. E lasciamo da parte la fondamentale eccezione della voce, che tuttavia, anch’essa, nel canto assume modalità tutte proprie. Il suono di un violino, di un piano, di una tromba, non ricreano nessun suono naturale conosciuto, se non per vaghissime similitudini (tipo il vento, o il tuono, o la pioggia, che so io…).

Anche il linguaggio, le parole, si obietterà, sono svincolate dal “materiale realistico”, non sono fatte di suoni naturali.
Questo è pure vero, ma le parole comportano un’operazione preventiva di accordo contrattuale ben preciso fra i parlanti. Ossia fanno parte di un codice esatto entro il quale ci si è messi tutti d’accordo che “cane” vuol dire quel simpatico animaletto che fa le feste e scodinzola al padrone, e “gatto” quell’altro similmente simpatico e palla-pelosetto, che però si fa un po’ più i cavoli suoi.
Nella musica invece, non c’è contratto preciso sui significati ed il vincolo con le sonorità reali è, come detto, labilissimo.

Un ambito artistico in cui invece è fondamentale l’utilizzo di veicoli espressivi tratti direttamente dal repertorio concreto della realtà, è quello delle arti figurative e “rappresentative” in genere, particolarmente pittura e scultura. Esse, nella loro accezione tradizionale, hanno sempre parlato attraverso il linguaggio fornito dalle forme della natura, corpi, oggetti veri.
Ora, l’arte “non-figurativa” ha tentato di spezzare tale vincolo secolare, praticando in questo senso una sorta di avvicinamento alle forme di espressione pura della musica.

Musica ed arti non figurative sono dunque forme espressive che, da quando esistono, si sono sempre candidate come perfetti veicoli della parte del pensiero “più pura”, di cui andavo cianciando in apertura.
Quello che dobbiamo constatare però è che se la musica, da secoli riesce mirabilmente nel suo intento, ossia parlare perfettamente alle menti e ai cuori proprio in virtù del suo distacco dal mondo, non lo stesso può dirsi delle arti non figurative. Il loro abbandono del rassicurante terreno del realismo, le ha rese infide e sospette al pubblico.
Ma come mai questo sia accaduto, non ve lo saprei proprio spiegare e forse sarà oggetto di future riflessioni.

«…In verità non so perché sono così triste…» dice Antonio in apertura del “Mercante di Venezia”, mentre io gli faccio eco, in chiusura di questo mio ennesimo delirio: «…In verità non so perché mi faccio questi pipponi mentali…».



sabato 21 agosto 2010

aifargonroP <------


Oggi si parla di pornografia.
«Oooh làh!» mi par quasi di sentire esclamare all'unisono i miei quattro lettori, «...finalmente qualcosa d'interessante su questo blog...».
No, no, scusate, non volevo creare false aspettative. Non si narreranno qui le vicissitudini di capitoni in bella vista divorati da famelici passeracei, non è del porno comunemente inteso che mi accingo a discettare, ma di un significato della parola “pornografia” più sottile e sfumato, quasi metaforico.

Come si definirebbe ordunque la pornografia, stando a questa novella gilipixiana accezione? Ecco, suonerebbe grosso modo così: la pornografia è l'atteggiamento deliberato di rifiuto delle complessità sotterranee della vita.
La pornografia porta tutti gli aspetti della vita in superficie, dando origine ad una dittatura del banale, ad una supremazia della semplificazione, ad una falsificazione sostanziale della realtà.
Ma non è tutto qui. Quanto detto rappresenta solo la metà della “torta pornografica” come io la intendo.
Il resto delle fette consiste in una riduzione del mondo a stimolo puro: la pornografia è sollecitazione di appetiti fini a se stessi, titillazione assoluta, è una full-immersion nella dimensione pavloviana più radicale.

E ancora: come ogni torta che si rispetti, anche questa ha la sua brava candelina sopra. Quindi aggiungo che è prettamente pornografica la tendenza all'appiattimento della vita sui suoi soli significati quantitativi.
Pornografia è la vita un tanto al chilo, e un animo normalmente sensibile non può non sentire che c'è qualcosa che stona, non può non subodorare l'inganno.

In questo senso, risulta quasi accidentale che in un film pornografico, ad esempio, si faccia gran dispiegamento palese di fave, patate ed altri articoli d'ortofrutta pronti al pinzimonio più sfrenato. Le componenti fondamentali della “pornograficità” stanno a mio parere invece nei significati che ho cercato di raffazzonare qui sopra, tanto che alla fine la gran parata di genitali risulta quasi la cosa più innocua e, per paradosso, pudica.

Ma come mai mi è passato per la capa di parlare di questa roba?
Perché a questo punto, sempre ammesso che la mia definizione sia valida, mi sembra di poter dire che è possibile imbattersi frequentemente in forme espressive pornografiche malcelate, più di quanto non si pensi.
Proprio perché le braghe espressive rimangono rigorosamente non calate, ma le intenzione sono spesso le più denudate del mondo.

Recentemente sono incappato in un sito fra i cui vari banner figurava anche un simpatico specchietto per le allodole, che mi è parso subito intriso per bene di discrete dosi di pornografia nella forma sopra annoverata.
Sotto le sembianze di una finta chat, era riportato un finto dialogo, già semi-iniziato su questi toni:

“...Ciao, ci sei?
Chattiamo?
Sono sicura che abbiamo molte cose in comune...”.

Direte che esagero, ma per me questa è pornografia velata (ripeto: sempre nel senso che ho cercato di dire prima).

Non c'è nessuna barriera all'immediata conoscenza personale, reciproca e completa. Laddove, fra le durezze del mondo reale, ci son coppie che hanno vissuto per decenni gomito a gomito, giorno dopo giorno, con lui e lei che dopo tutto quel tempo non sono ancora ben sicuri di conoscere forse nemmeno un centimetro della vera, più intima essenza della personalità dell'altro, qui invece siamo già “amiconi veri”.
Lo siamo da subito, lo siamo da sempre.
All'epoca del mito dell'androgino, stando alle promesse di questa chat, eravamo noi due ad essere attaccati, siamo noi due che Apollo divise di netto con la sua spada, ricucendoci alla bene meglio dalla parte degli ombelichi. Per ricongiungerci non ci resta che entrare a piè pari nella alchimia irresistibile di questa chat.

“...Ciao, ci sei? Chattiamo?...”.
“...Ciao, dove vai? Parliamo?...”
Ma a chi? Ma dove? Ma quando mai succede una cosa così per strada, in un bar, su un autobus?
“...Sono sicura che abbiamo molte cose in comune...”, sì, sì, ne sono sicuro anche io: in Comune abbiamo tutti e due il certificato di residenza e lo stato di famiglia in carta libera.
E' la realtà che viene pretesa essere esattamente come quella d'un film porno, dove due persone sconosciute fino a quel momento passano dal bere un drink insieme alla reciproca ispezione gineco-andro-logica, in 2 minuti e 19 secondi netti.

Forse son cose che vedo solo io, cosa volete che vi dica, forse sono allucinazioni causate dalla coda di calura tardo estiva, ma credo che intorno a noi ci sia molto di pornografico, nel senso che ho spiegato.

Per dire: un altro esempio di un simile “pornografismo” in senso lato l'ho riscontrai in un ambito del tutto insospettabile, ossia nel film “The passion” di Mel Gibson.
Quando vidi il film, non me ne resi conto subito: non mi convinceva fino in fondo, c'era qualcosa che non quadrava, ma non riuscivo a spiegarmi cosa fosse.
Poi capii, o almeno credo.
Qual era in fin dei conti la tesi del film? Gesù ha sofferto tanto, per espiare le colpe dell'umanità. E fin qui niente di strano, si tratta né più né meno di uno dei messaggi basilari del Cristianesimo.
Ma poi il passaggio “pornografizzante” era questo: siccome Gesù ha sofferto tanto, noi lo dobbiamo fare vedere, concentrandoci sull'aspetto quantitativo di quella sofferenza.
In pratica, la questione della fede veniva misurata da quel film proprio con la bilancia: quanto più ti faccio vedere la violenza e la possanza delle mazzate inferte a Gesù, tanto meno puoi esimerti dal credere.
Con buona pace di diversi secoli di arte sacra, di quegli sprovveduti di Giotto, Michelangelo, Beato Angelico e Raffaello, della delicatezza di Pasolini o di altri registi che si sono confrontati con il mistero della figura di Cristo e della questione religiosa.

Cosa rimane infatti nel film di Gibson della pluricententenaria storia della riflessione su questi temi? Solo la totalizzante titillazione di meccanismi emotivi estremi, e nulla più...al pari dell'ortofrutta messa in esposizione sugli scaffali d'un film porno.

Va' buono, cari amici viandanti per pensieri, anche per oggi mi pare di aver forzato concetti a sufficienza e quindi vi saluto: see you soon!



lunedì 5 aprile 2010

Considerazioni fuor dalle mode sul tempo e le sue code

Arabeschi sottocoperta

In genere, sono un tipo abbastanza rassegnato riguardo allo scorrere del tempo.
Più che rassegnato, direi sereno. Meglio ancora: una sorta di oscillazione tra il rassegnato ed il sereno. O forse, né rassegnato, né sereno sono i termini adatti.
Diciamo che il più delle volte osservo il fenomeno dello scorrere del tempo con atteggiamento stupefatto, misto a punte di meraviglia.
Certo, non dico di essere esente dalla preoccupazione suprema che è propria di ogni essere umano, l’angoscia assoluta cagionata dal traguardo misterico posto a compimento di tutto il nostro percorso esistenziale, altrimenti noto con il poco simpatico nome di «emme-o-erre-ti-e».
Non potrei definirmi umano, se altrimenti fosse. Dopo Heidegger, con il suo «essere per la morte», sappiamo che tutto quanto è celato dietro quella parola, così poco simpatica da pronunciare nonché da pensare, lo possiamo in pratica considerare come il fine stesso del vivere.
Ma raramente mi sorprendo a considerare ad alta voce, come da tanti sento fare: «…Ah, se potessi avere quindici anni di meno…se potessi tornare indietro!...». Moti di potente nostalgia per epoche ormai sfumate della mia vita, mi colgono talvolta senza difesa alcuna, e di fronte ad essi mi sento completamente impotente, questo lo ammetto.

Prismatici vapori urbani

Ma attraversando ogni età trascorsa del mio vivere, e calandomi in ogni nuova che mi è dato di guadare, non mi sono mai sentito né mai mi sento fino in fondo di appartenere a nessuna di queste “epoche”, ed al contempo ho sempre capito e capisco che quello “era” ed “è” il momento da vivere propriamente nel periodo in cui mi veniva e mi viene dato.
La cosa, come si può arguire, è parecchio contraddittoria in me.
Perché da bambino non mi sono mai sentito fino in fondo tale, e nemmeno, divenuto adulto, la musica è cambiata di tanto. Sono stato di volta in volta un infante adulto, un bambino già saggio, e poi un ragazzo anziano, un giovanotto attempato, ed ancora un giovane uomo piuttosto infantile, ma difficilmente c’è stata sintonia fra il mio vivere effettivo spirituale ed i miei estremi anagrafici.
Più che altro, mi sono sempre sentito come il viaggiatore di questo buffo autobus cronologico costituito dal mio corpo e dalla mia mente, sempre più occupato dalla curiosità di sbirciare la varietà dei panorami scorrere lungo i finestrini, che non dal pensiero di capire nelle vicinanze di quale fermata mi trovassi nei diversi momenti.

Un crepuscolo dei miei

Il mio carissimo professore di storia dell’arte del liceo, una delle persone a cui debbo di più per quanto riguarda l’educazione estetica che mi ritrovo, una volta ci rivelò una sorta di sua fissazione riguardante la faccenda del dormire. Vero e proprio cultore di un vitalismo intenso, appassionato ma al tempo stesso equilibrato, paragonabile forse solo ad una certa visione della vita propria degli antichi etruschi, ci raccontò il suo cruccio a proposito del tempo che si spreca durante il sonno. Non che la cosa lo facesse impazzire, perché era pur sempre persona dalla notevole stabilità filosofica. Ma quel pacato e lieve tormento lo faceva meditare. Il tempo del sonno lui lo reputava un tempo perduto, rubato al tempo vero delle attività consapevoli e vissute con piena intensità durante le ore di veglia.
Ecco, questo argomento fu uno dei pochi intorno ai quali non mi trovai in sintonia con il mio caro prof.
Per me, i momenti di ozio, di inattività, di meditazione statica (talvolta persino quelli di noia), sono altrettanto fondamentali al vivere quanto le fasi di frenesia, di urgenza creativa, di intensità affettiva. Ed il sonno non può affatto esulare da questa regola. Il momento di mettersi sotto le coperte, io lo vivo il più delle volte come l’atto di infilarsi nell’abitacolo di un mirabolante mezzo di trasporto, che mi promette viaggi fascinosi e ricchissimi nelle sfumature di paesaggi ed orizzonti. Lì dentro so che sognerò, vivrò sensazioni, emozioni, vibrazioni spirituali, non meno coinvolgenti di quelle provate durante la vita vigile.

Leggendo "La grande rapina al treno"
un gelido pomeriggio d'inverno

E’ in tutto questo confuso insieme di fattori che risiede dunque il modo secondo il quale ritengo di possedere una considerazione del tempo piuttosto fuori moda. Il mio concetto di atteggiamento verso il tempo si potrebbe condensare in una propensione ad adattarsi alle forme del reale.
Per questo, non mi andrebbe più di tanto di tornare indietro, nonostante tutto ed anche a dispetto dei lancinanti attacchi di nostalgia che talvolta mi colgono a tradimento come ladri piombati nottetempo nella casa della mia anima. Non mi andrebbe perché ogni tempo vissuto è stato legato ad una sua propria specifica fatica di vivere, che non mi sentirei di riaffrontare una seconda volta. Non mi andrebbe di cedere una quota di anni accumulati, perché posseggono il valore di pregiate gemme d’esperienza fatte affiorare con sforzo intenso dalla grezza pietra della profondissima miniera dei minuti e delle ore trascorsi.

Urban balloon

E fin qui, più o meno tutto bene. Il discorso è farraginoso ma uno straccio di coerenza ce lo si trova anche fuori, volendo. Però poi affiorano dei sintomi, dai quali puoi desumere che in realtà, a livello inconscio, quello che “cova sotto”, insieme a tutte le cose che ho detto, è anche una fottuta paura dello scorrere del tempo.
Uno di questi sintomi evidenti, immerso nella più manifesta dubbiosità della sua fuggevolezza, è forse dato dalla frenesia fotografica. La passione per le foto è cosa che per quanto mi riguarda risale a tempo immemore. Ma questa potenziata “perversione” che la intreccia in maniera così incalzante alle valenze del fluire temporale, è stata introdotta dalla informatizzazione degli strumenti fotografici.
La disponibilità potenziale di fare scatti all’infinito da una parte, e lo stillicidio dei secondi dall’altra, si sono andati pressoché sovrapponendo con una continuità dimensionale sbalorditiva. Questo fenomeno tuttavia non ha fatto altro che acuire il senso della vaporosità imprendibile dell’«attimo».
Il tempo scorre inafferrabile, e la nuova capacità messa a disposizione dalla tecnologia di catturarne sempre più fotogrammi, non è altro che un’illusione amplificata, non fa altro che acuire la sostanziale fuggevolezza che si cela nella sua essenza più intima.
Capita dunque che durante le giornate, mi imbatta di sovente in una scena che vorrei fermare. Dettagli insignificanti, a volte, piccole inezie notate fra le più svariate fonti visive, che però mi muovono dentro qualcosa, mi commuovono ricordi di cose mai vissute uguali, ma allo stesso tempo da sempre note al mio cuore, e che affannosamente cerco di fermare, magari con la scarsissima qualità di ripresa del telefonino.
Sono immagini di precario valore fotografico, che probabilmente posseggono un vago barlume di significato solo per me stesso, ma che proprio per questo sono testimoni della incomunicabilità che affratella ed assorella tutti gli uomini e le donne, immersi come sono fino al collo in questo immenso mistero che è il tempo delle proprie vite.
E mi rendo conto di quanto tutto ciò sia così disperatamente regolare, tutto più che angosciosamente normale.

Il mio amico Egon Schiele

Così alla fine mi consolo, pensando che ogni cosa torna: nessuno ci ha mai capito una mazza, del tempo, e anche io continuo a farlo, sprofondato nella mia beata, angustiata, elettrizzata, limpida e paludosa ignoranza cronologica.