venerdì 26 luglio 2013
La società degli informaccioni
martedì 10 agosto 2010
La roba

Arriverei lì in un battibaleno per i convenevoli di rito: «...Permette? Mi presento, so' er sòr Gillipixel: ignorante in economia, summa cum laude!!!...».
Prendete dunque, se volete, quanto sto per scrivere come una serie di candide frescacce di un ingenuo. So che ci siete abituati, perché è così per ogni cosa che scrivo, ma ogni tanto è bello anche ricordarlo.
Tutto è iniziato dalla delusione cagionata da un prezzo troppo basso. Siamo a questo paradosso ormai. Vai in un negozio, che ti serve “una roba”, e in testa ti fai un piccolo preventivo, un'aspettativa di quanto pensi di spendere. Anche se si tratta di un articolo di minimo valore, è un meccanismo che viene spontaneo, tutte le volte.
Ora, da che mondo era mondo, succedeva così: giungevi nella bottega e quasi regolarmente trovavi un prezzo più alto di quello che credevi. Era quasi nella logica umana e delle cose.
E invece no, stavolta è stato l'opposto: il prezzo era molto più basso di quanto pensassi e la faccenda, invece di rincuorarmi, mi ha messo addosso un po' di mestizia. Si trattava di uno di quegli aggeggi per l'auto, quei parasole in pellicola d'alluminio, per il parabrezza (in pellicola di vetro, questo...ehehehehe, battutona!).
Avevo ipotizzato una decina di euro. E invece ne hanno voluti solo tre. Ovviamente era “made in China”.
Si obietterà: e che? Hai pagato poco e ti lamenti pure? Ma no, non è questo il punto. Non sono certo il tipo che ama sbattere via i soldi, e tanto meno scialare per il puro gusto di farlo. E' che questo non mi sembra più nella logica umana e delle cose.
Delle cose, o anche della “roba”. Prima non ho usato a caso questo piccolo vocabolo così denso di sfumature, nella nostra bella lingua italiana. Nella mia confusione mentale, questa parolina mischia insieme reminiscenze verghiane (nel senso di Giovanni Verga) con remote eco delle teorie di Marx.
Non ho mai avuto uno spiccato fiuto per il realismo materialistico, anzi, per mia natura tendo di preferenza a perdermi fra le nuvole di un mondo di elucubrazioni tutte mie, fumose e poco concrete. In altre parole, Pindaro ed io ci serviamo spesso della stessa compagnia aerea.
Ma il mio “pindareggiare” non è così pervasivo da farmi perdere di vista l'importanza della “roba”.
La “roba” è il nostro mondo, in fin dei conti.
Tutte le cose che ci circondano, a partire dai piccoli utensili quotidiani più immediati (le posate, per fare un esempio banale, oppure tutti gli aggeggi per l'igiene personale, o gli oggetti non direttamente utili a scopi pratici, ma carichi di valenze affettive, e così via...), per arrivare agli artefatti più complessi e riccamente carichi di un alto “valore intellettivo e tecnico aggiunto”(il pc che avete dinnanzi, la casa che vi accoglie in questo momento, la vostra bici, il vostro scooter, la vostra auto, ecc.), tutte le cose che ci circondano, dicevo, non solo ci circondano, ma sono in qualche modo parte di noi stessi e della nostra identità, sono “significati diffusi” nello spazio e nel tempo della nostra esistenza.
In questa prospettiva, mi sento di poter dire che alla “roba” bisogna voler bene. Non mi si fraintenda, il riferimento non è ad una sorta di neo-feticismo, di morbosità paranoide, da rivolgere verso le cose. No, quel che intendo invece è che portare rispetto alle cose equivale al portare rispetto alla nostra esistenza stessa. Sto parlando di una sorta di “ecologia delle cose”.
Ma cosa c'entra tutto questo con dei parasole per auto schivati quasi per miracolo, mentre me li tiravano dietro, tanto erano a buon mercato?
Credo che c'entri qualcosa, perché fra i vari aspetti che conseguono a questa globale “cinesizzazione” dell'economia, a mio avviso si affaccia anche questa conseguenza umiliante: il venir meno del rispetto per la “roba”.
Non che nei decenni addietro questa tendenza fosse sconosciuta, anzi.
Il meccanismo dell'usa e getta, soprattutto quando in combutta con la strategia dell'obsolescenza programmata (tanto per citare solo due fra le più clamorose “distorsioni” della modernità), mica lo avevano inventati i cinesi.
Ma la “cinesizzazione” economica del mondo mi pare che abbia dato un'accelerata vertiginosa verso il baratro della completa mancanza di rispetto per la “roba”. Non so se succede solo a me, ma mi è capitato a volte di acquistare roba rigorosamente “made in China” e di provare la sensazione di aver comprato direttamente già un rifiuto. Certo, mi riferisco a quei particolari articoli a prezzi stracciatissimi, tipo, una volta, un paio di guanti da pochi euro, che non tenevano il freddo per niente e dopo una settimana cominciavano già a cedere clamorosamente nelle cuciture, tanto da essere praticamente già pronti per la pattumiera dopo soli pochi giorni di utilizzo.
Dice: ma non comprare cinese. Eh, va beh, faccio il possibile, ma è una parola con l'invasione che si profila.
Che poi uno (e qui entrano in scena stralci dispersi delle mie confuse nozioni marxiane), pensando a tutta questa valanga di merci a prezzi così irrisori che sommerge il pianeta, riflette anche su quanto poco sia tenuta in conto la dignità umana dei milioni di individui coinvolti nella produzione di questa “roba” ingiuriosamente svilita.
E viene pure in mente che allora tutto si gioca esattamente lì, nel valore del lavoro, della mano d'opera, ossia, ancora una volta, il nodo cruciale ruota attorno all'esistenza umana.
Si ha la sensazione che il “non rispetto” della dignità umana che produce, si rifletta alla fine nella dignità perduta di questa “roba” inflazionata, che sembra non esigere più nemmeno una minima parte del rispetto un tempo richiesto a chi la utilizzava.
Cose prodotte pagando pochissimo il lavoro, sono vendute a pochissimo, ma l'uomo è completamente sparito, da un capo all'altro di questa degradante sequela di “non rispetto”.
L'amore per il fare, completamente spazzato via, è precisamente rispecchiato dal disamore finale per la “roba” stessa che non vale più nulla.
Certo, lo stesso discorso valeva e vale pure per un paio di scarpe da ginnastica pagate 200 euro nel negozio ganzo e alla moda: sempre gente pagata niente c'è dietro!
Fatto sta che alla fine, ti vien da sbottare: «...Ma minchia, quel gran barbone di Treviri! E mica c'aveva tutti i torti...».
Ma forse questi sono pensieri e meccanismi troppo grandi, per le sgangherate dissertazioni d'un modesto viandante per pensieri. Nel nostro piccolo tuttavia, una cosa possiamo probabilmente ancora fare: cercare di volere bene alla nostra “roba”, pensando sempre che non è mai un'entità del tutto inerte e neutrale, ma significa sempre anche vita viva di donne e uomini.
venerdì 19 settembre 2008
Gentili eccezioni
Nel posto in cui lavoro (non sto a dire dove e cosa sia, tanto non cambia nulla ai fini dei pensieri ai quali voglio andare dietro oggi) sono impiegate anche diverse persone con limitazioni fisiche o mentali varie, in base alla relativa legge che obbliga all’assunzione di una percentuale di disabili proporzionata al numero dei lavoratori della ditta o ente in questione (ma pure questo non è il discorso che voglio affrontare). Già ci sarebbero buoni spunti per riflettere sul motivo per cui io stesso mi ritrovo a lavorare lì, ma anche qui finirei per divagare.
La considerazione che mi interessa è un’altra. Queste persone svolgono i loro compiti con diligenza ed impegno, ma naturalmente a volte si trovano più in difficoltà e questo magari causa qualche perdita di tempo fuori programma ai cosiddetti “normali”, che devono intervenire e metterci una pezza (…andrebbe poi verificato chi e cosa siano mai ‘sti “normali”).
Se uno analizzasse la cosa in termini quantitativi (parlo di un ipotetico “soggetto analizzatore” diverso da me stesso, perché l’analisi quantitativa decisamente non è fra le mie specialità), non esiterebbe a definire il fenomeno come un intralcio all’efficienza generale di quel posto di lavoro (e qui vi arriva la conferma definitiva circa il fatto che l’ipotetico “soggetto analizzatore” non potrei decisamente essere io, dato che non è di certo mio costume perdere il sonno preoccupandomi dell’efficienza dei posti di lavoro).
Da un punto di vista qualitativo tuttavia, il quadro cambia decisamente in senso favorevole. Chi è costretto a staccare dal proprio compito per questi piccoli momenti di assistenza si ritrova più o meno costretto ad entrare in una dimensione psicologica particolare: deve fare i conti con il senso del limite e della comprensione. Non parlo ovviamente di un atteggiamento pietistico, che qui non c’entra niente. Intendo invece dire che chi è chiamato a “supplire” deve fare uno sforzo per capire dov’è il “confine” dell’abilità dell’altro e calarsi nel suo modo di vedere le cose.
Sul momento, fra i meno pazienti, possono nascere anche “micro-incazzature” malcelate, oppure in un secondo tempo, moti di ironia un po’ crudele scambiata dietro alle spalle. Certo, non sono mica qui a raccontarvi il seguito di Alice nel suo paese delle meraviglie.
Ma l’effetto più importante che ne deriva è che alla fine tutto l’ambiente di lavoro risulta ingentilito. Queste persone, anche semplicemente con la loro presenza, introducono una nota di delicatezza, che si riverbera in termini di serenità su tutti quelli che lavorano lì.
Una bella conferma del fatto che due più due non fa quasi mai quattro.


