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lunedì 27 aprile 2015

3 - Fisica maccheronica – La teoria del “no-vimento”


Nell’ambito del nostro corso di fisica maccheronica, passiamo oggi a illustrare la terza lezione del ciclo. Il tema oggi trattato si pone in qualche modo in forma di corollario rispetto alla dissertazione riguardante le “particelle ombrello”, considerate la scorsa volta nell’ambito del fenomeno della “salamanza corpuscolare”.

Le “particelle ombrello” hanno posto dei fortissimi dubbi riguardo all’esistenza del movimento (dobbiamo tenere sempre presente uno degli assiomi della fisica maccheronica, che così recita: “…la fisica maccheronica non ha certezze, ma solo dubbi…”). La teoria che esponiamo oggi, detta del “no-vimento”, affronta la medesima questione del moto dei corpi, ponendola in dubbio tuttavia da un altro punto di vista.

Sappiamo che per concepire il movimento, in genere è necessario contemplare un oggetto in mutamento di posizione, rispetto a punti di riferimento supposti come fermi. Gli elettroni ruotano intorno a nucleo dell’atomo. Un insieme di nuclei atomici più le loro orbite forma un oggetto, che si muove rispetto allo scenario fermo costituito da altri atomi tutti intorno (ad esempio: i nuclei degli atomi del mio mignolo coi loro elettroni si muovono, quando me lo infilo su per il naso, mentre la narice è pensata come ferma). Un satellite ruota intorno al suo pianeta, che in quella porzione di spazio considerata, è ritenuto fermo. Ma basta ampliare lo sfondo di riferimento, ed ecco che anche il pianeta si muove rispetto ad una stella presa come elemento fisso. Questa a sua volta diventa mobile se si rapporta al centro fisso della sua galassia. E ancora, anche la galassia non è ferma, nel contesto generale dell’universo. 

Dinnanzi a tutta questa sarabanda di moti e punti fermi, allo scrupoloso fisico maccheronico viene da domandarsi: alla fine cosa si muove e cosa sta fermo? Sia procedendo verso l’infinitamente piccolo, sia avventurandosi sul versante opposto di pertinenza degli ambiti dell’infinitamente grande, la dinamica si gioca in una corsa ad inseguire lo scenario fisso di riferimento minuscolo, (oppure macroscopico), per poter giustificare il movimento degli elementi posti su un gradino dimensionale più in alto (o più basso). Senza riferirlo al suo nucleo, è difficile dire che l’elettrone si muova, così come senza porla nello scenario dell’universo, è difficile dire che la galassia si muova. Ma il nucleo e l’universo (intesi come scenari finali), si muovono o sono fermi?

Questo inseguimento di un punto fisso di riferimento, in direzione del microscopico così come del macroscopico, approda mai ad una “entità ferma” finale? La fisica maccheronica considera le due risposte e perviene ad un’unica conclusione. 

Mettiamo che la risposa sia no. Il punto fisso supremo non è concepibile, né nell’infinitamente piccolo, né nell’infinitamente grande. A questo punto, l’opinione comune ne dedurrebbe che ogni cosa è di conseguenza in perenne movimento. La fisica maccheronica invece conclude tutto il contrario: non essendo possibile rintracciare mai un punto di riferimento di partenza nel microscopico e uno di approdo nel macroscopico, ne deriva che tutti i movimenti universali sono illusori. 

Allo stesso modo, se la risposta è sì, ossia se è possibile pervenire ad un punto fisso, fermo, stabile, di riferimento nel microscopico così come nel macroscopico, non c’è ugualmente movimento, perché in questo caso l’universo (o cosa per esso), ultimo baluardo dell’infinitamente grande, starebbe fermo; parimenti il nucleo dell’atomo (o cosa per esso), ultimo baluardo dell’infinitamente piccolo, starebbe fermo. E se l’universo è fermo, e lo sono anche gli atomi, scusate l’espressione, ma sorge spontaneo porsi un domanda che di solito, in casi simili, noi fisici maccheronici siamo soliti fare: ma allora, che minchia stiamo ancora qua a discutere?

Come si vede, entrambe le risposte corroborano la teoria dell’assenza di movimento o “no-vimento”.

Si conclude così anche questa breve lezione di fisica maccheronica, nella quale abbiamo ribadito ancora una volta la presunta inesistenza del movimento. Prima di salutarvi però, voglio rammentare ai più ferventi sostenitori di questa branca della fisica, anche un piccolo insegnamento di sociologia impropria, presentato sotto forma di interrogativo pedagogico: abbiamo “dimostrato” già in due casi che il movimento non esiste, non vi sembra di poter dire ormai che anche la dimensione della fretta è un concetto fin troppo sopravvalutato?


martedì 17 febbraio 2015

2 - Fisica maccheronica – Le particelle ombrello, o della salamanza corpuscolare


Per la seconda lezione di fisica maccheronica parleremo oggi dell’illusorietà dello scorrere del tempo e della “conseguente-precedente” apparenza del movimento nello spazio. Come sappiamo, sia la lunghissima tradizione filosofica occidentale, sia quella orientale, si sono occupate ampiamente del tema dello spazio-tempo. Possiamo dire che esso rappresenti la questione fondamentale di ogni filosofia o visione del mondo e della vita, proprio perché in qualche modo è l’argomento che sta a monte di tutto il resto. Lo spazio-tempo è il contenitore di tutto ciò che è reale: se non si parte chiarendo la natura del contenitore, difficilmente si potrà iniziare a parlare del contenuto.

La questione è anche una delle più appassionanti e strane proposte dalla filosofia. Ci viene detto che una delle cose più evidenti, anzi di fatto la realtà costitutiva per eccellenza di tutto ciò che ci riguarda, ossia il tempo, in realtà non esiste. Come si spiega la bizzarria di questo affascinante paradosso?

Limitandomi a fare alcuni cenni solo alla tradizione filosofica di casa nostra (quella orientale non la conosco abbastanza per potermi esprimere), il primo nome che viene alla mente a tal proposito è quello di Parmenide. Fu lui ad inaugurare la lunga dissertazione intorno alla paradossalità del divenire. Il concetto del trascorrere del tempo, implica che una parte dell’essere passi dal nulla all’esistenza e ritorni poi ancora al nulla. Si capisce subito (o quasi) che questo, dal punto di vista filosofico, è un assurdo. L’«essere» non può che esser sempre stato. Dal “nulla” non può provenire “un qualcosa” (a meno ce non si introduca il discorso della “fede” in una creazione, ma lì si esce dalla giurisdizione del filosofare). Allo stesso modo, “un qualcosa” non può ritornare ad un presunto “nulla”. A rigor di puntiglio filosofico, dunque, l’essere è eterno e immutabile.

Come si fa allora a far quagliare (se mi è concesso tale raffinato tecnicismo filosofico) tutto questo con il divenire, con lo scorrere del tempo, che invece ci appare così assillante, concreto e manifesto? Tutta la storia della filosofia, dopo Parmenide, si è arrabattata nel cercare di indagare il gran mistero del tempo, facendone la sua questione cardine. A partire da Platone, per spiegare la cosa, si è fatto grosso modo leva su una sorta di illusorietà della dimensione spazio-temporale: il tempo scorrerebbe soltanto nell’ambito della nostra limitata possibilità di averne contezza, ma sotto sotto, sarebbe solamente l’involucro esterno di un’essenza di fatto eterna. Molto bello, al proposito, questo passo del “Timeo” platonico, citato da Umberto Galimberti sul suo “Psiche e techne” (Feltrinelli – 1999):

«…Essendo la natura Vivente eterna, non era possibile adattarla perfettamente a ciò che è generato. Allora il Padre generatore pensò di produrre un’immagine mobile dell’eternità e, mentre costituisce l’ordine del cielo, dell’eternità che permane nell’unità, fa un’immagine eterna che produce secondo il numero, che è appunto quella che noi abbiamo chiamato tempo […] l’“era” e il “sarà” sono forme generate del tempo, che non ci accorgiamo di riferire all’essere eterno in modo non corretto. Infatti diciamo che “era”, “è”, “sarà”; invece ad esso, secondo il vero ragionamento, solamente, l’“è” si addice…».

La parola chiave è qui “immagine mobile dell’eternità”: questo sarebbe il tempo, nella suggestiva formula di Platone.

Poi di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, sono venuti tanti altri pensatori, fra i quali soprattutto Kant, che ci ha spiegato come il tempo sia connaturato al nostro “apparato conoscitivo”. Vediamo il mondo in modalità “spazio-temporale”, perché la nostra coscienza, per così dire, indossa costantemente un paio di occhiali dotati di lenti “spazio-temporali”, e mai se li può levare.

Anche Schopenhauer, in seguito, mutuando un’immagine dalla sapienza indiana, ci ha spiegato che il Tutto reale, di fronte agli occhi della nostra consapevolezza, sta costantemente avvolto dal “velo di Maya”, ossia una cortina di illusorietà, in grado di farci vedere intorno a noi soltanto un continuo divenire.

L’argomento è stato insomma sviscerato e indagato a dovere, ma lo straniamento dell’uomo della strada, alla fin fine, rimane tutto: com’è possibile sostenere che tutto sia eterno, mentre noi facciamo quotidianamente i conti con secondi, minuti, ore, giorni e blandizie simili?

Il dipartimento di fisica maccheronica di Gillipixiland azzarda in merito una sua umile ipotesi. Come si concretizzerebbe dunque questa illusorietà del tempo che scorre e delle cose che si trasformano, se, come ci hanno spiegato sin dai tempi di Parmenide, non ha senso dire che una cosa passi dal nulla all’essere e viceversa? Stando a quanto congetturato da noi fisici maccheronici, la spiegazione andrebbe ricercata nelle cosiddette “particelle ombrello”, responsabili del fenomeno della “salamanza corpuscolare”.

Un esempio può essere utile per illustrare il concetto. Quando muoviamo una mano nell’aria, siamo sempre stati abituati a pensare gli atomi che compongono la mano, spostarsi dalla loro posizione originaria, e andare a occupare lo spazio prima fatto solo di atomi di aria. Il movimento (e insieme ad esso il tempo, giacché il movimento, e dunque il divenire, sono l’essenza dello spazio-tempo), lo abbiamo sempre spiegato come una porzione di atomi (esempio quelli della mano) che va a sostituire un’altra porzione (esempio quelli dell’aria), nello spazio. 

La fisica maccheronica introduce tuttavia l’idea di “particella ombrello”. Si tratta delle più infinitesime quantità di «essere» eterno, immobile e immutabile, le quali, quando avviene il movimento, non cambiano posizione, ma solamente aspetto. Tornando al nostro esempio: non sono gli atomi della mano che spostano quelli dell’aria. E’ invece l’immagine degli atomi d’aria che assume l’immagine di atomi della mano (e viceversa), mentre la loro essenza intima rimane sempre la medesima. Sarebbe dunque solo questione di cambiamento di immagine, ma tutto rimarrebbe di fatto fermo. Non è l’atomo della mano, che prende il posto di quello dell’aria: l’atomo della mano assume soltanto l’immagine di quello dell’aria (e viceversa), ma entrambi rimangono sempre se stessi.

Questi mattoncini di base dell’«essere» eterno sono stati denominati “particelle ombrello” sempre sulla base di una congettura maccheronica. Si pensa infatti che nell’atto di mutare d’immagine, per offrire l’illusione del movimento nello spazio (a cui consegue l’illusione dello scorrere temporale), le particelle posseggano la proprietà di cacciare fuori dal loro infinitesimale corpuscolo, un paio di braccine, le quali, proprio nell’istante della mutazione d’immagine, si profondono nel più classico gesto dell’ombrello. E siccome nella vulgata gillipixilndese, il gesto dell’ombrello è conosciuto anche con l’espressione “fare un salame”, in omaggio alla terra della fisica maccheronica, tale fenomeno è stato denominato in seconda battuta come “salamanza corpuscolare”.

Si conclude così anche questa lezione di fisica maccheronica, la fisica divertente per grandi e piccini, che pur non essendo vera, fa ritornare tutti un po’ bambini.

domenica 8 febbraio 2015

1 - Fisica maccheronica - Il principio di infondatezza di Gillipixelberg


Inizia oggi un ciclo di lezioni di “Fisica maccheronica narrativamente dimostrata”. Questo ciclo, non so ancora quante ruote avrà. Magari solamente questa qui di oggi, riducendosi dunque a un monociclo. Ad ogni modo, si vedrà.

La fisica maccheronica ha poco o nulla a che vedere con la fisica scientificamente dimostrata. Per cui, come nella migliore tradizione dei programmi tv più pericolosi, prima d’iniziare è d’obbligo un avvertimento: non provateci a casa, potreste andare incontro a cocenti delusioni, scompensi psichici, allucinazioni, gomito del tennista, occhio di pernice, salto della quaglia, abbacchio a scottadito, risi, bisi e crisi.

L’argomento che illustro in questa prima lezione è il “Principio d’infondatezza di Gillipixelberg”, anche noto come “Relazione gillipixonica universale”. Tutti sanno che la materia di cui l’universo è costituito si compone di particelle infinitamente piccole. Da principio, i Greci le chiamarono atomi, ossia “indivisibili”. Si pensava infatti che sotto una data dimensione non si potesse scendere: erano quelli i mattoncini di base del Tutto. In epoca moderna s’è scoperto che non era vero. C’erano particelle più piccole: elettroni, protoni, neutroni, e poi quark, neutrini, bosoni e così via. 

Attualmente la corsa a setacciare la forma di puntino materico più minuscolo dell’universo è ancora in pieno svolgimento. Ma vi posso già preannunciare come andrà a finire: si scoprirà che la particella più piccola è il Gillipixone. Al che, uno scettico a tempo debito si domanderà: va beh, ma se divido in due un Gillipixone, cosa ottengo? Semplice: niente. O anche, come si usa dire nell’ambiente di noi fisici maccheronici: una stralodata fava, una benemerita cippa, una supersonica minchia.

Infatti il Gillipixone vale per me che mi chiamo Gillipixel. Per chi si chiama Paolo, la particella infinitesimale invalicabile sarà il “Paolone”. Per Roberta, sarà il Robertone. Per Gigi, il Gigione. E via dicendo. In pratica, l’«one» personale di pertinenza individuale, è costituito dal quanto minimale di coscienza di sé. L’infinitesima parte del nostro essere che riusciamo a concepire: è quello il mattoncino più piccolo del Tutto. Scendendo al di sotto, niente ha più senso, perché non ci siamo più noi. Se non ci sono io, per me non c’è percezione di nulla, quindi nulla esiste più. Ecco dunque che al di sotto del Gillipixone, personalmente non posso andare. E lo stesso discorso è dimostrabile per ogni coscienza.

Tuttavia, ai fini della presente trattazione, per comodità espositiva, continueremo a chiamare “atomo” una porzione sufficientemente piccola della “materia universale”. Prendiamo il caso di due atomi del nostro piede: essi sono in relazione fra loro. Una forma di “energia di connessione significante” tiene in comunicazione questi due atomi e fa in modo che, nel loro piccolo di competenza, essi contribuiscano a dare realtà a quell’ente conosciuto come “piede”. Pensiamo ora sempre ad un atomo del piede, ma mettiamolo in relazione stavolta con uno della testa. Anche qui ci sarà un flusso di “energia significante” intercorrente fra i due. Seppur più flebile, esisterà in ogni caso: insieme quei due atomi collaboreranno nel definire il significato dell’ente chiamato “corpo” o “persona” a cui quel piede e quella testa appartengono. Portando poi il ragionamento alle sue possibilità ultime, immaginiamo adesso sempre due atomi, ma posizionati stavolta rispettivamente ai due capi opposti dell’universo (ammesso che l’universo abbia estremi, ma diciamo due punti remotissimi): il flusso di “energia significante” che mette in comunicazione questi due atomi, sarà in questo caso nullo? Ma assolutamente no! Per quanto infinitamente e quasi inconcepibilmente piccolo, ci sarà pur sempre un filo di significato che tiene insieme quei due atomi agli antipodi universali, altrimenti verrebbe meno il concetto stesso di universo.

Ecco dunque dimostrato il “Principio di infondatezza di Gillipixelberg”. I singoli enti della realtà così come sono comunemente intesi (per esempio: un cavallo, un parlamentare, una bella donna, l’aliquota dell’IRPEF, i peli delle ascelle, l’alito cattivo, e così via) hanno un significato di comodo dettato dalla nostra limitatezza percettiva e concettuale. Sono soltanto circoscrizioni, raccoglimenti ai fini pratici, di atomi. In altre parole, i singoli enti della realtà sono infondati. O per meglio dire, non sono più fondati di tanti altri che potremmo ipotizzare.

Ne deriva che il principio apre grandi prospettive non solo a livello della fisica maccheronica, ma anche sul piano sociale, dell’autostima universale, della considerazione di sé e del “ri-apprezzamento identitario post-individuale”. Si dia infatti l’esempio del tipico sfigato medio: la sua posizione di “ente limitato dalla sfiga”, viene riveduta e rivalutata in grande stile, se solo si pensa che qualche atomo del suo essere è in inevitabile (seppur molto fioca e lontana) “connessione significante” con qualche atomo del corpo e della personalità di Salma Hayek o di Naomi Campbell. Altrettanto dicasi per il caso di un individuo che per i motivi più vari (vuoi pigrizia, vuoi scarsità di mezzi, vuoi altre cose) ambirebbe a viaggiare, ma non lo fa: ecco che una manciata di atomi della sua mente sono indissolubilmente saldati, nel “flusso significativo” che li connette, con gli atomi dei granelli di sabbia di una spiaggia alle Maldive, o con quelli di una trave della Torre Eiffel, o degli spruzzi delle cascate del Niagara. Frantumando gli enti tradizionali e riedificandone di nuovi, derivati da combinazioni inedite di atomi nell’universo, si spariglia il “Tutto Significativo” in aggiornate e più sfolgoranti determinazioni concettuali e di elementi della realtà mai pensati in precedenza.

Prima di concludere, per completare il “Principio di infondatezza di Gillipixelberg”, manca solo un piccolo tassello: la relativa formula. Se indichiamo con U l’insieme degli atomi dell’universo e con F la “costante di forza frantumatrice concettuale globale”, otteniamo la seguente espressione:

U∙F = Fa

dove Fa sta per “Frazionamento dell’anonimato”. 

E per oggi, con le lezioni di fisica maccheronica è tutto.