sabato 18 luglio 2009

One froggy life


Credo proprio di soffrire di una stramba sindrome. Il sospetto mi è venuto ripensando ad un vecchio, ma geniale cartone della Warner Brothers: «One froggy evening». Tanto che la chiamerei proprio la sindrome del «ranocchio canterino occulto». Il cartone fa più o meno così:

Sigla…Merrie Melodies…papparapapppa…tziriti-tziriti-tzirititit…..tarazzazzattattààà!!!…
C’è questo operaio edile un po’ infelice e molto al verde (almeno così pare dal suo aspetto), che sta lavorando alla demolizione di un edificio. Non si vede nessun’altro in giro, e nel corso dello “smontaggio” dei mattoni l’omino è arrivato alla vecchia “prima pietra” della casa, posata con tanto di dedica nel lontano Ottocento. Dall’interno della vetusta pietra angolare, sbuca fuori un ranocchio, sguardo abulico, occhio vitreo e palpebra a mezz’asta. La gracidante bestiola non fa in tempo a scorgere l’omino che subito si produce in un’esibizione canora da rimanere di stucco, stile Broadway anni d’oro (che poi chissà che anni sono…).
Non solo: lo zompante animaletto accompagna pure la sua stessa voce tenorile con una danza alla Fred Astaire dei ranocchi, tip-tappando, facendo roteare il suo elegante bastone da passeggio e giostrandosi fra le dita un elegante cappello a cilindro.
Negli occhi dell’omino subito s’illumina il bramoso bagliore del business, con uno sfavillio di simbolini di dollaro che scorrono a rullo sopra il futuro immaginato del ranocchio eroe della ribalta. Infila il batrace superstar in una scatolina e corre di filato da un impresario teatrale.
Ritroviamo adesso l’omino nell’ufficio dell’uomo di spettacolo, che magnifica le doti del suo protetto, rimasto momentaneamente nell’anticamera a prodursi in solitaria nel meglio dei frizzi e lazzi più in voga nel repertorio della rivista. Viene il momento di fare le presentazioni: l’omino spalanca la porta sul corridoio per agevolare lo stupore dell’impresario e…tah-dah!!!...niente, zero, il ranocchio come per incanto si è afflosciato e re-imbolsito alla grande.
A questo punto lo spettatore capisce la botta di genio di tutta la storia: il ranocchio è per l’appunto una sorta di genietto incorporato alla sua lampada, ma il solo desiderio che possa esaudire è quello di far incacchiare l’omino, dimostrando tutta la sua fenomenalità esclusivamente in presenza del suo nuovo padrone.
L‘omino le proverà tutte, fino all’esasperazione, ma non riuscirà mai a sfatare l’incanto beffardo: il ranocchio non canta e non balla in presenza di altri umani che non siano l’omino.
Fino al buffo finale che non vi svelo per non rovinarvi ulteriormente la visione.
Sì perché c’ho pure l’apposito link (dirlo prima sembrava brutto, eh?...) e ora che, con pazienza in fibra di carbonio, vi siete sorbita la mia versione raccontata del cartoon, lo potete vedere (con anche diverse notiziole curiose in merito al piccolo capolavoro animato) facendo un giretto da queste parti:

http://www.tvblog.it/post/14399/classic-cartoons-one-froggy-evening

Veniamo dunque a questa specie di sindrome del «ranocchio canterino occulto», dalla quale mi pare di essere affetto da tempo.
Nella fattispecie mia personale, il ranocchio si manifesta nelle maniere più svariate e sottili.
Spesso mi sembra di portarmelo appresso. Sta dentro di me, il ranocchio, connaturato a tanti miei risvolti esistenziali.
Il primo grande dubbio in merito (anche se allora il mitico cartoon non lo avevo ancora visto), mi venne che ero ancora bambino, per un episodio banale.
Con una truppa di piccoli amici del paese, venimmo arruolati più o meno volontariamente al corso di nuoto in città.
Prima lezione: il maestro (un energumeno terzo-reich-alizzante, finito per sbaglio a fare l’istruttore di nuoto per bambini, solo perché il suo modulo di arruolamento per la Legione Straniera era stato male interpretato) mi chiede di fargli vedere come me la cavavo in acqua.
Io che fino ad allora non avevo conosciuto bacini idrici più ampi della mia vasca da bagno, consapevole della mia insipienza natatoria, azzardo un paio di bracciate e sgambate.
Stupore supremo del kaiser-meister: «Eccezionale!» mi fa, «…hai un talento naturale per il nuoto…movimenti perfetti…».
Oh, ci credete se vi dico che da quel momento sono diventato la più grossa schiappa di tutto il cuccuzzaro dei bambini sguazzanti? Da lì in poi non ho imbroccato più una bracciata: il ranocchio occulto della mia bravura di nuotatore era stato scoperto, e si era deciso a rimanere bello ed ostinato invisibile al mondo.
Un’altra manifestazione conclamata di «occultismo ranocchiale» mi capitò all’esame di maturità. Prova di italiano: non avevo mai preso un’insufficienza in 5 anni di scuola superiore, anzi, pur non essendo il più bravo di tutti a scrivere, nella mia classe me la cavavo più che bene.
Arriva il fatidico giorno per far maturare “Il Tema” e…puff!!! Il mio ranocchio narrativo pensa bene di mostrarsi bolso e sfiatato come un brocco a fine carriera, procurandomi un mediocrissimo cinque come voto.
Ma dove la mia sindrome del «ranocchio canterino occulto» si rivela in tutto il suo fulgore è nella relazione conflittuale da me spesso vissuta, fra la “dimensione scritta” delle mie modalità di esistere da un lato, e quella parlata, dall’altro.
“Me scritto” e “me parlato” sono due perfetti estranei.
Ora, non so di preciso che impressione io riesca a trasmettere a chi mi legge qui su, e voi non potete apprezzare la differenza, avendomi solamente letto. Ma vi posso garantire che se qualche barlume di interesse qua e là nella mia espressione scritta lo avete potuto trovare, non esistereste a definire il mio modo di comunicare a voce e di presentarmi parlando, una vera e propria pizza solenne.
Al punto che, di recente, una cara amica (non molto propensa all’uso di perifrasi quando deve dirti una cosa), dopo aver letto un mio breve e semi-buffoneggiante brano, si è sentita di dirmi: «…ma perché sei così simpatico quando scrivi?...».
E lì io non l’ho fatto, perché la spiegazione sarebbe stata troppo lunga, ma avrei voluto risponderle: «Eh…cara la mia ragazza…non venirlo a dire a me…prenditela col mio “ranocchio canterino occulto”…».

lunedì 13 luglio 2009

Una certa gattitudine


C’è un tema che mi sta particolarmente a cuore. Finora però ho sempre esitato ad affrontarlo.
Dire “un tema” è riduttivo. In effetti si tratta di una delle mie passioni più care: i gatti.
A parte alcuni accenni qua e là ed un piccolo scritto che toccava solo tangenzialmente l’argomento felino, ho sempre tentennato a “dire di mici” per il timore di non riuscire a rendere giustizia con le parole a tutti i significati che mi sentirei di esprimere in merito.
Non so nemmeno se adesso è arrivato il momento giusto. Sia come sia, oggi parlo di gatti. Alcuni pensieri sparsi, niente di che, ma mi va di parlarne.

I gatti per me non sono semplici animali. Non fraintendetemi, non vi sto propinando uno di quei deliri di estremismo animalista nei meandri dei quali il senso delle proporzioni si smarrisce bellamente.
Molto più “semplicemente”, dico invece che i gatti sono un’identità parallela, una “dimensione specchio” che da un po’ di tempo accompagna la mia vita.
Non è una cosa facile da descrivere. Potrei dire allora che in presenza di un gatto provo un senso di sintonizzazione di energie fra la mia persona e la sua pelliccevole aura.
Il mio sguardo è calamitato inevitabilmente dalla misura perfetta delle sue mosse. La mia vista ed i suoi movimenti si sposano esattamente sui confini di un velo di stile del quale si finisce per non riconoscere più l’inizio, né la conclusione.
Il gatto scolpisce eleganza intorno a sé semplicemente muovendosi. Come Michelangelo era in grado di vedere la futura grazia delle sue creazioni sublimi ancora imprigionata nel blocco di marmo, così il gatto sa anticipare intorno a sé tutta l’aria che sarà necessario fendere per dar vita alle sue movenze elegantissime.

In particolare, ai tempi della mia strascicata adolescenza, questa simbiosi felina raggiunse picchi di intensità tali che la mamma ad un certo punto, tra il serio e il faceto, si disse preoccupata di quelle contemplazioni che mi conducevano nei territori a me solo noti dell’estasi pelliccifera.
Temeva che mi trasformassi in una sorta di «Birdy» in versione felina, una specie di “Catty”, che ne so, pronto da un momento all’altro a zompettare fuori in giardino per andarmi a rifilare gli unghioli contro la corteccia del cigliegione.
Un’altra cosa che mi viene da dire sui gatti può sembrare la più estemporanea e fuori contesto possibile, ma in realtà è fondamentale e riguarda la loro buffa seriosità.
In ogni gatto si cela un piccolo Buster Keaton del mondo animale.
Naturalmente queste immagini sono solo degli spasmi metaforici che tentano di dire, ma non fanno altro che testimoniare l’indicibilità di questo importante capitolo micesco.
Le conseguenze emozionali della seria buffezza del micio non trovano paragoni fra le altre dimensioni sperimentabili dal sentire umano. E’ un senso di gioia che nasce come per esplodere in una risata, ma sfocia nei termini di uno stupore muto, arrovesciato su di un sorriso che non può che essere rivolto all’interno di se stessi.
Un sorriso che sente tutta l’inutilità e l’inadeguatezza dell’esporsi al mondo, perché nessun sorriso saprebbe render conto della magica laboriosità messa in gioco dal nostro amico micio, mentre intesse nell’aria beffe dal sapore autorevole, portatrici ad un tempo degli estremi di una saggezza millenaria e della freschezza ingenua dei versi di un neonato.
E nei dettagli di una mossa gattesca, talvolta mi è parso di cogliere un barlume di vero, quasi che stessi sentendo l’amico micio raccontarmi, a forza di passatine di zampa dietro l’orecchio, stiracchiate ed eccelse ronfate in pose plastiche, di come la vita possa essere grandiosa ed effimera nel contempo, gloriosa e beffarda, il tutto però sempre con grande classe.

Ecco, lo sapevo che non sarei riuscito a dire tanto sul gatto, e soprattutto con un minimo di ordine e comprensibilità. Il gatto è per me un pensiero troppo elevato e che sento troppo.
Ma quello che ho cercato di dire sono stati quei pochi tratti che mi sembravano essenziali per definire il mio modo di sentire la felinità.

sabato 11 luglio 2009

Al garsòn con la spèńa in d'al fianch

Ragazzi, non mi viene uno straccio di idea in questi giorni...niente, nada, nix, tabula rasa.
Pazienza...in attesa che qualche pensiero mi torni a casa offrendomi il supporto per buttar giù due righe, vogliate gradire questo classico del buon umore
(...a parte le facezie: questa è una grande canzone!!!...)

mercoledì 8 luglio 2009

Yesterday don't matter if it's gone

Stasera volevo andar per pensieri, ma non ne ho trovato le forze.
L'unica cosa che mi è passata per la mente è stata questa:



...perchè Capitan Harlock è un dogma di fede e non si può discutere e poi perchè a volte penso che forse mi piacerebbe tornare bambino. Ma dopo due secondi mi ravvedo e mi dico che non ne varebbe la pena, perchè "yesterday don't matter if it's gone"

domenica 5 luglio 2009

L'oblio nei muscoli


«...I bambini erano davvero come i cani? Potevano penetrare i segreti altrui, conoscere le persone per istinto?...
[...]...I bambini sono più sensitivi degli adulti. La vita di un bambino si svolge interiormente più di quanto non si creda. Un bambino può distillare in un solo istante tutta una gamma di esperienze di cui non ha neppure una conoscenza precisa. L'antropologia ce lo spiega in parte. Ma non ci dice molto, perchè sono troppo grandi le lacune della conoscenza umana che devono essere colmate dalle supposizioni.
La prima cosa che si insegna a un bambino è l'infallibilità e la necessità del precetto, e al momento in cui il bambino sarebbe abbastanza grande per arricchire le nostre conoscenze sulla psiche, ha dimenticato tutto.
L'anima cambia pelle ogni anno come fanno i serpenti. Non si possono rievocare emozioni provate un anno prima: ci si ricorda solo che una certa emozione era associata a un fatto fisico ben determinato.
Ma tutto ciò che resta ora è una specie di fantasma di felicità, un rimpianto indistinto e senza significato. L'esperienza: perchè dovremmo imparare la saggezza dall'esperienza? Solo i muscoli ricordano, e ci vuole un esercizio ripetuto all'infinito per insegnar qualcosa a un muscolo...»

"Zanzare"
William Faulkner - 1927

Ci sono concetti, idee, pensieri, sensazioni, intuizioni vagamente abbozzate nella mente, che ti capita di inseguire lungo gli anni, senza mai riuscire a riordinare quel flusso di "pensato" in un disegno di sintesi riassuntivo e coerente.
Poi incappi in un brano come questo e ritrovi tutto quel coacervo di sensazioni concettuali che schioccano nello spazio brevissimo di poche frasi, come condensate sulla punta della frusta di un sapientissimo domatore di significati esistenziali.
Non è mai una spiegazione in senso stretto quella che se ne ricava. E' solo un ritratto più vivo e più completo, dipinto in una forma unica ed irripetibile, non traducibile con parole sostitutive, pena la perdita della grazia sospesa che quel disegno reca con sè.

Qui Faulkner coglie in pieno il paradosso di come la formazione dell'esperienza di ciascuno si fondi inevitabilmente anche sull'atto del dimenticare. La nostra primordiale sapienza di bambini la perdiamo per strada e dopo che ne siamo sgusciati fuori, di lei ci rimane poco più di un bozzolo rinsecchito, come capita alla farfalla che osserva il suo vecchio abito da crisalide.
Stupenda è l'intuizione del fatto che della fanciullezza permangano sensazioni "muscolari", una volta inevitabilmente svanita l'essenza vera del "sentire bambino".

Dovessi tentare di spiegare ciò che nella mia percezione personale di adulto rimane come sensazione primaria dei ricordi della mia bambinità, indicherei la diversa percezione del tempo provata nelle due diverse età.
Paragonerei allora il "vivere nel tempo" ad una cavalcata in groppa ad un cavallo.
Da bambino sentivo che fra me ed il cavallo del tempo non c'era quasi differenza, eravamo un essere solo e non c'era nemmeno la sella a frapporsi nel contatto diretto.
Crescendo ho visto e sentito il cavallo del tempo precisarsi sotto di me sempre più distinto e delineato. Si stava trasformando in un essere "altro", esterno da me, mentre sella, briglie e altri finimenti si formavano nel frattempo a rimarcare ancor più nettamente la dualità intervenuta.


sabato 4 luglio 2009

And the murderer is...

Ciao ragazzi!
Già più volte ho dato dimostrazione in questa sede di saper eccellere in misura egregia nella nobile arte del fraseggio sul nulla. Oggi però mi volevo superare, tentando il record mondiale di infrangimento del muro del suono del niente puro.

***

Dunque...ho sentito dire da qualcuno in tv che ogni libro fondamentalmente reca in sè la struttura del giallo, seguendo in sostanza i meccanismi primari di tale genere letterario.
Questo non nei termini di un'affinità in senso stretto con l'arte di Rex Stout ed Ellery Queen, bensì nel nome di una parentela che accomuna ogni opera scritta intorno ad un nucleo di mistero in senso lato, che lentamente viene disvelato nel corso della narrazione-trattazione-disquisizione condotta dall'autore del libro.
Per farla breve, in ogni libro si cela l'«assassino».
Non importa l'argomento affrontato, non importa con quale tecnica, non importa in quale fra i generi del "raccontare" comunemente codificati lo scrivente intenda collocarsi (romanzo, saggio, racconto, articolo di giornale, trattazione scientifica, memoriale, componimento poetico, ecc.).
Chiunque si metta di fronte alla pagina bianca per trasmettere significati attraverso la parola scritta, lo fa nell'ottica di condurre il lettore lungo la lenta scoperta di un piccolo nucleo di sorpresa, nella prospettiva di un cammino che culminerà con lo scoprimento di un arcano angolo di stupore pregiato.
A ben vedere tutto questo è anche assimilabile al "concetto" di strip tease.
Lo scrittore è anche in un certo qual modo un esibizionista e si diverte un mondo a togliersi di dosso velo dopo velo, indumento dopo indumento, concedendo il più ampio agio alle movenze eleganti del proprio argomentare, giocando col lettore a lasciar intravedere, sino a portarlo al coinvolgimento totalizzante finale, alla manifestazione di una nudità concettuale condivisa alla luce del sole della comprensione.
Ogni atto del raccontare implica dunque, in senso figurato, sia indagini che smutandamenti.


Nel caso particolare della mia presente affabulazione, l'indiziato principale l'ho trovato stamattina nell'orto.
Un grosso fiore di un blu quasi artificiale, tendente al viola metallico, vispo di sottili petali a stelo, tanti e dritti come capitava solo sulla chioma di Johnny Rotten ai tempi d'oro. Guardandolo, mi veniva da considerare come faccia strano a volte ritrovarsi sotto gli occhi una cosa che si presenta nella sua forma meno usuale.
Per di più se il suo aspetto meno noto è assai più bello ed affascinante di quello affermato come il più comune.
Chissà, per tanti magari anche il sembiante più generico di questa pianta, legato alla fase in cui il suo frutto è maturo, avrà poco da dire. Io stesso ho sempre associato di più il suo nome a vaghi ricordi di bambino, a non meglio precisate battaglie contro il logorio della vita moderna, a quello stranissimo Carosello che vedeva protagonista un Ernesto Calindri assiso al limitare dell'esagerato traffico cittadino, mentre sorseggiava un bicchierino del ritemprante elisir in questione.
E non solo mi domandavo quale aspetto preciso avesse quel tanto decantato frutto dal quale l'essenza liquorosa era tratta, ma nella mia campagnolità fanciullesca ci rimanevo di sasso e non riuscivo a capire come fosse possibile gustarsi in santa pace un goccetto stando a pochi metri da quella moltitudine motorizzata, io che fino ad allora non avevo mai visto più di 5 macchine tutte in una volta sola, e per giunta con sommo mio turbamento, un pomeriggio afoso di luglio sulla provinciale.
Oggi il testimone pubblicitario è passato di mano ed un po' più prosaicamente tutta la faccenda è divenuta l'ennesima Storia Tesa di quel mattacchione di Elio, ma all'epoca dei miei incanti bambineschi quell'ortaggio si vedeva poco anche dall'ortolano. Nemmeno da lui certi "esotismi" erano ancora sbarcati.
Ma ormai l'incanto dell'ignoto è roba dei tempi andati e quel frutto mi si presenta adesso addirittura sotto casa, per giunta sfoggiando i vari passaggi di tutte le sue forme mutevoli, compresa quella meno nota, ma più graziosa e sfavillante.
Lo si era capito subito insomma. Questo non era tanto un giallo alla Agatha Christie, ma piuttosto un appressarsi al colpevole alla maniera dell'ispettore Maigret, indagando sugli aspetti psicologici e sul vissuto del maggiore indiziato, per coglierlo in fallo, sorpreso fra i risvolti più nascosti delle sue magagne affettive.
E il colpevole stavolta ha un solo, semplice nome: carciofo.



Lo so, lo so, avete perfettamente ragione: stavolta vi ho propinato un fraseggio sul nulla veramente scandaloso, eccessivo...però, se ci pensate su bene, da quale altra parte avreste potuto leggere una storia gialla nella quale i panni dell'assassino sono vestiti dal carciofo?
Come dite?
Cosa stanno mormorando i più discoli dei miei lettori assiepati negli ultimi banchi laggiù in fondo?
Mi accusate di aver lasciato cadere a metà strada la similitudine dello spogliarello, per non arrivare ad ammettere che a fine storia mi sono inevitabilmente ritrovato col carciofo di fuori?
Ahi, ahi, ahi!!! Com'è dura e pungente la verità quando te la ritrovi nuda fra i piedi...


mercoledì 1 luglio 2009

Principessa Poison De' li Veleni Prince

Non so se è più colpa del deserto melodico-creativo che acquista sempre più metri nel territorio odierno della musica pop, oppure se sia semplicemente dovuto al fatto che andando su con gli anni la capacità di assimilare novità si affievolisce, lasciando posto solamente alla matusalemmaggine incipiente in me.
Fatto sta che sempre meno canzoni nuove colpiscono il mio stupore di questi tempi. Però talvolta succede ancora, e quando succede è sempre la stessa sensazione di quando ero bambino e poi ragazzino: mi sento in sintonia con l'«adesso» e pienamente figlio del mio tempo, un tempo del quale per altri versi non sono sempre così entusiasta.