Ricordando ai più audaci, ai più sprezzanti del pericolo caduta massi sui maroni, che, per chi ancora non avesse avuto il “piacere”, appena sotto ci sarebbe da leggere un mio sfavillante scritto ancora caldo caldo, non potevo nel frattempo esimermi dal fare gli auguri di un Ferragosto sereno a tutti voi cari amici viandanti per pensieri.
Come forse già saprete, Ferragosto e Capodanno, per dirla alla maniera di un mio vecchio amico bolognese, mi stanno simpatici come un gatto attaccato alla borsa. E non credo si riferisse a Wall Street e dintorni. Però ormai mi sono affezionato a questo periodico sottolineare i finali e le mezzerie dell'anno insieme a voi, e la cosa mi fa bene all'animo.
Ma soprattutto è sempre più un piacere per me, e un privilegio, scrivere per voi. E ancora una volta vi ringrazio per essere miei fedeli, o anche solo occasionali, lettori e viandanti per pensieri in mia compagnia.
E anche correndo il rischio di essere ripetitivo, vi rinnovo l'invito-auspicio che più mi sta a cuore, valido per i giorni festivi, per i feriali, per i prefestivi, per ogni giorno, otto giorni alla settimana: per Ferragosto, fate all'amore, con una donna, con un uomo, o anche da soli!
E per chi vuole, la lettura continua appena sotto... :-)
A leggere certe fregnacce che scrivo qui su, uno potrebbe farsi una mezza idea di me, come di un intellettualoide filosofardo dalle spiccate velleità snobistico-elitarie, nonché di un culturalante auto-abbindolato da presunti esoterismi gratuiti, e sommamente inpuzzettato sotto il naso. E può anche darsi che sia così. Però per dimostrarvi che anche io, nella scalata all'imponente vetta dell'interesse culturale, so approdare talvolta a certe quote meno elevate ed impervie, a certi alpeggi di mezza quota più rassicuranti ed accessibili, vi basti sapere che mi sono appena letto «Il giro del mondo in ottanta giorni», di Jules Verne.
Arrivato all'ultima pagina, dopo essermi gustato fino in fondo la bellezza del racconto, poteva succedere che mi astenessi dall'andare a fracassare le fricassee ai miei cari amici viandanti per pensieri, proprio prendendo spunto da quel libro?
Non poteva.
Dopo aver rimuginato un po' sulla faccenda dei “prodotti culturali” cosiddetti “alti”, contrapponibili a quelli cosiddetti “bassi”, dopo aver menato il cane concettuale per l'aia mentale riguardo alla creatività più o meno “impegnata” o “disimpegnata”, eccomi dunque qui a ragionare ancora una volta sugli elementi formali e sostanziali di un libro che fanno scattare in me la molla della “sintonia estetica” con quell'opera stampata medesima.
Tradotto dal Gillipixese stretto all'italiano: quali sono gli ingredienti che un libro deve contenere per piacermi? Già in altre occasioni ho affrontato l'argomento da diverse angolazioni, ma oggi la metto giù in questo modo: un libro alla fine risulta piacermi se possiede intelligenza, passione, onestà, ironia e autoironia. In altre parole, se da uno scritto traspira evidente la presenza di mente, cuore, fegato, pancia e genitali, ebbene, per mio conto quello è un testo “nobile”.
Mente - intelligenza. Il libro deve farti sentire che l'autore non si è accontentato. Si deve assaporare il fatto che sui propri temi e sul modo di trasmetterli, ci ha lavorato su, è andato a fondo, non ha preso per buona la prima soluzione, ma ha scavato, costruito, limato l'eccesso e colmato il vuoto. Ha sondato, ha esplorato, ha aperto la mente a infinite possibilità, ha lasciato le porte spalancate allo stupore e alla curiosità. Si è poi premurato di passarti un materiale creativo del quale ha provato e riprovato l'efficacia; come un cuoco della parola, ha assaggiato le sue pietanze innumerevoli volte, le ha scartate se era il caso, e cucinate di nuovo, sino a riuscire a trovare la sintesi migliore dei sapori. Ancora: l'autore deve aver agito come un dirigente di azienda che sa coordinare al meglio i propri dipendenti non sulla base di un autoritarismo di facciata, ma perché conosce alla perfezione il ruolo e i compiti di ciascuno, dal più alto impiegato al più umile operaio, e sa come orchestrarli insieme. La cosa curiosa però è che, se fatto come si deve, a testo definitivo, tutto il lavorio non traspare sulla superficie del narrato, la quale anzi risulta leggera ed aggraziata, agevole e carezzevole, come a passare la mano su di un tessuto in seta.
Cuore – passione. Gli argomenti che lo scrittore affronta devono essere molto importanti per lui. La dico meglio: questa è l'impressione che si deve cogliere leggendo. Che ci teneva in modo particolare a raccontarci quelle cose e che lo ha fatto con gli strumenti espressivi migliori che è riuscito mettere in gioco, con il solo obiettivo finale, in pratica, di farci sentire il medesimo trasporto da lui provato per i temi raccontati. Lo scrittore lo dobbiamo sentire alla fine quasi come un caro amico che si confida con noi, che ci apre il cuore, per l'appunto, e ne trae fuori quello che di più bello egli crede debba esserci riservato.
Fegato – onestà. Forse in questo caso l'immagine risulta leggermente fuorviante, perché il fegato è tradizionalmente abbinato piuttosto alle doti di coraggio. Ma se mi è concesso di forzare leggermente l'immagine, mi andava di abbinare fegato e onestà, perché mi sembra di poter dire che non si può essere leali senza anche una buona dose di coraggio. Lo scrittore in questo senso deve possedere il coraggio della lealtà in due direzioni. Primo, verso se stesso: non deve mai pretendere di andare oltre i limiti del proprio talento, deve sempre cercare di dare il massimo nell'ambito delle sue capacità, e solo così potrà dar vita ad esiti degni di nota. Secondo, verso il lettore: non c'è a mio avviso atto di slealtà verso il lettore più subdolo e fastidioso dell'«artificio sentimentale», lo sfruttamento dell'emozione e del sentimento fini a se stessi per provocare facili effetti. Ecco che così forse si chiarisce meglio il mio abbinamento fra fegato ed onestà, perché la ricerca del “facile effetto” è nel contempo atto di slealtà e di codardia narrativa, e lo scrittore leale deve evitare come la peste il “facile effetto” fine a se stesso.
Ironia e autoironia - pancia e genitali. La pancia, con tutte le sue colorite funzioni e gli stravaganti frangenti che provoca ed evoca, è un promemoria che ci portiamo appresso per mai dimenticare che la vita è anche parecchio buffa, e che saperne ridere, quando è il momento, è solo sintomo di saggezza. I genitali invece non saremmo quasi degni di portarli appresso a noi, ogni giorno in mezzo alle gambe, se fra le pieghe del senso d'onnipotenza che talvolta sanno ispirare, non fossimo capaci di scorgere anche l'ineffabile incombenza di una comicità inevitabile. A colei o a colui che non sa fare anche un sorriso guardandosi in mezzo alle gambe, probabilmente sfuggiranno per sempre certi significati della vita e dell'essere donne e uomini nel senso più completo del termine. Un libro privo d'ironia e autoironia fa proprio questo: innanzitutto nega di avere una pancia, con tutti gli annessi e connessi, e poi si guarda fra le gambe, non trovandoci mai e poi mai nessun motivo al mondo per sentire affiorare sulle labbra il non senso liberatorio di un sorriso.
Dice: sì, va beh, ma non dovevi parlarci di Verne, «Il giro del mondo in ottanta giorni»? Lo ammetto, cari amici viandanti per pensieri, ho divagato, ma in modo innocuo, un po' come quell'ubriacone che rincasando spesso ad orari indegni, soleva ribattere ai rimbrotti della moglie: «Mia cara, io rientro sempre presto, ma poi inciampo mille volte lungo le scale...e così...guarda lì dove si perde del tempo...».
Ad ogni modo, del «Giro del mondo in ottanta giorni» spero di aver modo di parlarvi ancora. Per il momento chiudo dicendo che tutto questo ragionamento, almeno ad una conclusione mi ha portato. Ossia che forse è inutile interrogarsi sull'impegno o sul disimpegno di un'opera letteraria, sul suo appartenere alla cultura “bassa” o a quella “alta”. La questione è secondaria, sotto certi aspetti, perché quando ci si rende conto che un'opera ha mente, cuore, fegato, pancia e genitali, ci si può ritenere fortunati di leggerla e soddisfatti nel definirla “nobile”. Come senz'altro mi sento di fare con «Il giro del mondo in ottanta giorni», di Jules Verne: un libro dalla disimpegnata nobiltà.
«...Rovistando fra il perfido ghiaietto e l'erbaccia arcigna, vi rinvenni solo soletto un piccolo cucciolo di pigna...».
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“Aprile è il più crudele dei mesi”, ci metteva in guardia T.S. Elliot. Ed anche se poi non ce l'ha mai detto altrettanto chiaramente, son certo che anche lui s'era accorto che agosto è invece il più ingannevole. Se giugno e luglio sono un po' come “i mesi del villaggio”, per atmosfere ed aspettative goderecce di cui sono carichi, agosto è la domenica dei mesi. Agosto ha un sapore post-orgasmico ed è un frutto troppo maturo. Ha ancora la buccia bella tesa e in questo modo salva le apparenze, ma sotto, la polpa è già un po' fradicia e foriera del rivivificante marcimonio tardo estivo, che aprirà le porte ai letarghi autunnali e alle loro germinazioni sotterranee.
Per la tribù Lakota (“Popolo degli Uomini” - Pellerossa nativi americani) Agosto era “la luna in cui le ciliege diventano nere”, e detto questo potrei anche smettere di scrivere qui, perché quando la bellezza del dire è perfetta, nessuno dovrebbe osare più turbarla con altre parole.
«...Divine am I inside and out, and I make holy whatever I touch or am touch'd from. The scent of these arm-pits aroma finer than prayer, This head more than churches, bibles, and all the creeds..».
«...Sono divino all'interno e all'esterno, e santifico ogni cosa che tocco o da cui sono toccato. L'odore di queste ascelle è un aroma più soave delle preghiere, E questa testa vale più delle chiese, e delle bibbie, più di tutte le fedi...».
“Song of Myself – Leaves of grass” Walt Withman – 1855
Agosto è anche il mese che fa la muta degli odori. Me ne sono ricordato stamattina, sempre con la mia zappa in mano, sul sentierino ghiaiato, constatando come “the scent of these arm-pits” non risultasse poi così tanto “aroma finer” di un bel niente. Agosto ha un odore dolciastro e camuffato, ricorda quelle dame o quei cicisbei seicento-settecenteschi che si sommergevano di ciprie, unguenti e belletti aulenti, ricacciando le proprie puzze sotto la coltre di vesti e palandrane, come la polvere sotto al tappeto (ah...per la cronaca, io, finito di zappettare, mi sono lavato, eh...).
Ma prima di lavarmi, fra la siepe e il sentierino, ho fatto in tempo a veder sbucare una pigna bambina. Chissà, pure lei un tempo avrà sperato, ancora aggrappata a “mamma Pina”, di diventare un giorno capostipite di una progenie di maestosi pini, ma ha poi incontrato l'agosto della sua vita, e si è dovuta limitare a lasciar sfiorire la sua bellezza, giungendo a smuovere solo l'immaginazione d'uno sfaccendato zappatore per sentieri.
Così ho pensato di donare alla pignetta un piccolo risarcimento estetico: l'ho posata in mezzo al fulgore cromatico floreale, tanto che nella composizione risultante si faticava a capire chi riceveva grazia e chi la donava.
E fra un fotogramma e l'altro, un pensiero mi ha folgorato, palese palese: «...Ah Gillipì ma che sta' a fa'? Ah Gillipì ma che sta' a dì?...'Na pigna è 'na pigna...e agosto è solo un mese!...».
Se un giorno vi andasse di conoscere un tizio che di economia ne capisce esattamente una lussureggiante fava, non dovreste far altro che farmi un fischio e dirmelo. Arriverei lì in un battibaleno per i convenevoli di rito: «...Permette? Mi presento, so' er sòr Gillipixel: ignorante in economia, summa cum laude!!!...».
Prendete dunque, se volete, quanto sto per scrivere come una serie di candide frescacce di un ingenuo. So che ci siete abituati, perché è così per ogni cosa che scrivo, ma ogni tanto è bello anche ricordarlo.
Tutto è iniziato dalla delusione cagionata da un prezzo troppo basso. Siamo a questo paradosso ormai. Vai in un negozio, che ti serve “una roba”, e in testa ti fai un piccolo preventivo, un'aspettativa di quanto pensi di spendere. Anche se si tratta di un articolo di minimo valore, è un meccanismo che viene spontaneo, tutte le volte. Ora, da che mondo era mondo, succedeva così: giungevi nella bottega e quasi regolarmente trovavi un prezzo più alto di quello che credevi. Era quasi nella logica umana e delle cose.
E invece no, stavolta è stato l'opposto: il prezzo era molto più basso di quanto pensassi e la faccenda, invece di rincuorarmi, mi ha messo addosso un po' di mestizia. Si trattava di uno di quegli aggeggi per l'auto, quei parasole in pellicola d'alluminio, per il parabrezza (in pellicola di vetro, questo...ehehehehe, battutona!). Avevo ipotizzato una decina di euro. E invece ne hanno voluti solo tre. Ovviamente era “made in China”. Si obietterà: e che? Hai pagato poco e ti lamenti pure? Ma no, non è questo il punto. Non sono certo il tipo che ama sbattere via i soldi, e tanto meno scialare per il puro gusto di farlo. E' che questo non mi sembra più nella logica umana e delle cose.
Delle cose, o anche della “roba”. Prima non ho usato a caso questo piccolo vocabolo così denso di sfumature, nella nostra bella lingua italiana. Nella mia confusione mentale, questa parolina mischia insieme reminiscenze verghiane (nel senso di Giovanni Verga) con remote eco delle teorie di Marx.
Non ho mai avuto uno spiccato fiuto per il realismo materialistico, anzi, per mia natura tendo di preferenza a perdermi fra le nuvole di un mondo di elucubrazioni tutte mie, fumose e poco concrete. In altre parole, Pindaro ed io ci serviamo spesso della stessa compagnia aerea. Ma il mio “pindareggiare” non è così pervasivo da farmi perdere di vista l'importanza della “roba”.
La “roba” è il nostro mondo, in fin dei conti. Tutte le cose che ci circondano, a partire dai piccoli utensili quotidiani più immediati (le posate, per fare un esempio banale, oppure tutti gli aggeggi per l'igiene personale, o gli oggetti non direttamente utili a scopi pratici, ma carichi di valenze affettive, e così via...), per arrivare agli artefatti più complessi e riccamente carichi di un alto “valore intellettivo e tecnico aggiunto”(il pc che avete dinnanzi, la casa che vi accoglie in questo momento, la vostra bici, il vostro scooter, la vostra auto, ecc.), tutte le cose che ci circondano, dicevo, non solo ci circondano, ma sono in qualche modo parte di noi stessi e della nostra identità, sono “significati diffusi” nello spazio e nel tempo della nostra esistenza. In questa prospettiva, mi sento di poter dire che alla “roba” bisogna voler bene. Non mi si fraintenda, il riferimento non è ad una sorta di neo-feticismo, di morbosità paranoide, da rivolgere verso le cose. No, quel che intendo invece è che portare rispetto alle cose equivale al portare rispetto alla nostra esistenza stessa. Sto parlando di una sorta di “ecologia delle cose”.
Ma cosa c'entra tutto questo con dei parasole per auto schivati quasi per miracolo, mentre me li tiravano dietro, tanto erano a buon mercato? Credo che c'entri qualcosa, perché fra i vari aspetti che conseguono a questa globale “cinesizzazione” dell'economia, a mio avviso si affaccia anche questa conseguenza umiliante: il venir meno del rispetto per la “roba”.
Non che nei decenni addietro questa tendenza fosse sconosciuta, anzi. Il meccanismo dell'usa e getta, soprattutto quando in combutta con la strategia dell'obsolescenza programmata (tanto per citare solo due fra le più clamorose “distorsioni” della modernità), mica lo avevano inventati i cinesi.
Ma la “cinesizzazione” economica del mondo mi pare che abbia dato un'accelerata vertiginosa verso il baratro della completa mancanza di rispetto per la “roba”. Non so se succede solo a me, ma mi è capitato a volte di acquistare roba rigorosamente “made in China” e di provare la sensazione di aver comprato direttamente già un rifiuto. Certo, mi riferisco a quei particolari articoli a prezzi stracciatissimi, tipo, una volta, un paio di guanti da pochi euro, che non tenevano il freddo per niente e dopo una settimana cominciavano già a cedere clamorosamente nelle cuciture, tanto da essere praticamente già pronti per la pattumiera dopo soli pochi giorni di utilizzo.
Dice: ma non comprare cinese. Eh, va beh, faccio il possibile, ma è una parola con l'invasione che si profila. Che poi uno (e qui entrano in scena stralci dispersi delle mie confuse nozioni marxiane), pensando a tutta questa valanga di merci a prezzi così irrisori che sommerge il pianeta, riflette anche su quanto poco sia tenuta in conto la dignità umana dei milioni di individui coinvolti nella produzione di questa “roba” ingiuriosamente svilita. E viene pure in mente che allora tutto si gioca esattamente lì, nel valore del lavoro, della mano d'opera, ossia, ancora una volta, il nodo cruciale ruota attorno all'esistenza umana. Si ha la sensazione che il “non rispetto” della dignità umana che produce, si rifletta alla fine nella dignità perduta di questa “roba” inflazionata, che sembra non esigere più nemmeno una minima parte del rispetto un tempo richiesto a chi la utilizzava. Cose prodotte pagando pochissimo il lavoro, sono vendute a pochissimo, ma l'uomo è completamente sparito, da un capo all'altro di questa degradante sequela di “non rispetto”. L'amore per il fare, completamente spazzato via, è precisamente rispecchiato dal disamore finale per la “roba” stessa che non vale più nulla. Certo, lo stesso discorso valeva e vale pure per un paio di scarpe da ginnastica pagate 200 euro nel negozio ganzo e alla moda: sempre gente pagata niente c'è dietro! Fatto sta che alla fine, ti vien da sbottare: «...Ma minchia, quel gran barbone di Treviri! E mica c'aveva tutti i torti...».
Ma forse questi sono pensieri e meccanismi troppo grandi, per le sgangherate dissertazioni d'un modesto viandante per pensieri. Nel nostro piccolo tuttavia, una cosa possiamo probabilmente ancora fare: cercare di volere bene alla nostra “roba”, pensando sempre che non è mai un'entità del tutto inerte e neutrale, ma significa sempre anche vita viva di donne e uomini.
Oggi faccio un tuffo nel fatuo. Oggi mi immergo nel vacuo. Oggi praticamente evacuo. Ossia faccio il mio outing personalizzato. Niente di clamoroso, s'intende, né da confondere con cose ben più serie, verso le quali non vorrei mai mancare di rispetto. Il mio outing è pecoreccio e un po' strambo, e suona più o meno così: a me la Belen, con rispetto parlando, mi fa un po' schifo!
Eccolo, eccolo, lo sapevo che a questo punto si sarebbe levato inesorabile come una cambiale il coro imperituro dei miei cari amici viandanti per pensieri, che all'unisono, equiparandomi a Brancher, con voce ferma inneggiano: «...Ah Gillipì, ma va' a caghèr!!!...».
Lo so, lo so, è sottinteso che sto parlando in via del tutto teorica, teoricissima. E quando mai!...Anche solo a pensare di riuscire a sfiorare l'unghia del dito d'un piede di una topa siderale del genere, per uno come me, nemmeno 423 reincarnazioni sarebbero sufficienti. Lo so, non c'è bisogno d'infierire così.
Ma proprio qui casca l'asino consumistico. Gli occhi ce li ho pure io per vedere che è una donna molto bella. In teoria. Perché in pratica, per sommo di paradosso, tutto il gonfiaggio d'immagine ed il senso del fasullo che sta dietro a questa donna, mi risulta talmente nauseabondo e fetido, da farmi sembrare una schifezza persino tale e tanta venustà femminile. E' più forte di me, quando la vedo mi soffoca l'associazione d'idee col sotto vuoto spinto mentale di Fabrizio Corona e Christian De Sica. «...Fidanzata d'Italia..» continuano a definirla sui giornali e in tele. Ma sarà la fidanzata tua, coatto giornalista di scuderia, imbolsito, labirintico mono-scrivente “per inerzia” (tanto per citare il gran maestro “Skiantato”, di cui riporto in seguito una celeberrima melodia).
Così, finalmente lo posso dire a tutti con fierezza: a me mi piace la Licia Colò! Cento Belen, non fanno un grammo della femminilità della Licia.
Mi piacciono il suo garbo, la sua delicatezza e la sua discrezione. Non c'è neanche il rischio che diventi fidanzata d'Italia, perché è bell'e che sposata, ma parafrasando una famosa battuta di un capolavoro della cinematografia di tutti i tempi («Grease», ehehehe), sono certo che con lei sapresti cosa fare anche nelle rimanenti 23 ore e mezza della giornata.
«...What really knocks me out is a book that, when you’re all done reading it, you wish the author that wrote it was a terrific friend of yours and you could call him up whenever you felt like it...»
«...Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira...»
“The Catcher in the rye” J. D. Salinger - 1945
Ho già citato in altre occasioni questo bel passo di Salinger, perché è uno dei miei prediletti e poi perché se esistesse un mestiere chiamato «Citatore del giovane Holden», sarebbe il mestiere che mi piacerebbe fare nella vita. Ma stavolta rinnovo la citazione perché il brano mi è tornato alla mente, per contrasto, in questi giorni di lettura di un altro romanzo americano.
Per contrasto: perché se da una parte la freschezza e l’immediatezza di Salinger sono agli occhi del lettore una meraviglia di sintesi che pare fluire dalla logica della realtà stessa, con la medesima naturalezza di una mela nello scaturire dal suo fiore, nel caso del romanzo che dicevo invece, mi è toccato di incappare in dialoghi così legnosi e stucchevoli, frutto di una “artefazione” così fastidiosa, che non so cosa mi abbia trattenuto dallo sbattere il libro contro il muro.
Se mi sono trattenuto forse è stato solo per il fatto che alla fine, paradossalmente, rimane comunque un buon libro, e la lettura sta proseguendo anche con buona soddisfazione da parte mia. Non rivelerò il nome del romanzo in questione, e riporterò di seguito i brani incriminati “criptandoli” in qualche modo. Non ho autorità alcuna per stroncare un libro, non è ciò che mi interessa: «…chi siamo noi per dire chi è Caino e chi è Abele?...», sentenziava il buffo avvocato difensore radiofonico interpretato da Fiorello, ma soprattutto «…Chi siamo noi per dire chi è Dolce e chi è Gabbana?...». E poi, come vedrete, i miei presupposti critici sono talmente labili e singolari che probabilmente alla fine, quello messo dialetticamente peggio risulterò ancora una volta io.
Quello che mi piaceva fare qui oggi è invece rendere semplicemente conto di un fenomeno narrativo, in qualche modo anch’esso legato al brano di Salinger. Quando infatti mi imbatto in certi passaggi irritanti come quelli che vi citerò poi, ecco come vedrei bene rivisitata la frase del vecchio Holden Caulfield:
«...Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo prendere a bastonate tutte le volte che ti gira...».
Ora vi riporto i promessi brani “cripati” e poi mi direte voi se la brama “bastonatoria” non vi chiama urgente e impetuosa dal vostro intimo. Chiamerò con F1 e F2 i due personaggi femminili che parlano nei diversi brani, con M1 e M2 quelli maschili, e con G la famiglia citata. State un po’ a sentire:
«...”Questo terreno è di vostra proprietà?” chiese M1. “Sì” disse F1. “Abbiamo provato a venderlo, ma non lo vuol nessuno”. “Quanti ettari sono?”. “Non so. Un mucchio, credo. Un centinaio. E prima erano ancora di più, quando i G erano proprietari della miniera”. “Quando l’hanno venduta?”. “Non lo so. Negli anni Cinquanta, credo, ma non sono sicura”. “E’ ancora attiva?”. “No”, disse F1 “è chiusa da secoli”. “Cosa produceva?” “Bauxite”. “Che roba è?”. “Non so, serve a fare l’alluminio”. “Queste cose sono un mistero per me”. “Anche per me” disse F1....».
Ecco, cari amici viandanti per pensieri, sarò fissato io, ma giunti al passaggio della bauxite, non vi è quasi parso di sentire i polpastrelli che già carezzavano con voluttà una nodosa verga di rovere, vogliosa oltremodo di andarsi a schiantare, in prima ideale istanza, sulla schiena dei due personaggi dialoganti, ed in seconda concreta convocazione sulle terga dello scrittore medesimo?
Per la Suprema Minchia Onnipotente che tutto vede e a tutto provvede, ma nemmeno io so di preciso cosa sia la bauxite, ma non per questo mi metto a parlarne come fosse un ammasso di merda radioattiva! Tanto per far vedere che te sei uno snob e non ti abbassi nemmeno, a trattare di certi dettagli prosaici della vita...Ma vedi un po' di andartene a “hahare”, vai!...per dirla in italiano dantesco.
Per non parlare poi di questi altri irritanti scambi di battute. F2 si reca da M2 per parlargli e capita in casa sua inaspettatamente:
«...”Sì,” disse F2 “ma posso tornare in un momento più opportuno se crede”. “No, sono disperatamente libero per il resto della mia vita”, disse M2. “Ora va benissimo...”...».
Ah M2, ah coso! Che niente niente è arrivato er Lawrence Olivier de noantri? Ma calati le braghe pure te e vai dietro 'na siepe a concimare le aiuole, vai, vai che ci sono già i due di prima...
E ancora, è sempre M2 che ci fa strabiliare, sorprendendo F2 con questa impareggiabile battuta da antologia della comicità mondiale:
«...F2 lo seguì nella sala. “Vuole bere qualcosa? Qualcosa di freddo? Qualcosa di caldo? Qualcosa di tiepido?...”...».
Ah – ah – ah...e m'hai fatto proprio sbellicare, m'hai fatto, orpo d'un bove illuminista! Ma lo sai che c'hai talento, caro M2? Ho sentito che si sono liberati dei posti a Zelig, perché non vai a fare un provino?
Insomma, cari amici viandanti per pensieri, ad un certo punto della lettura del romanzo mi sono domandato: ma perché uno scrittore corre il rischio di rovinare un libro per altri versi anche bello, con simili perle di irritabilità narrativa? Anche ammettendo che la cosa sia voluta, per creare intorno a certi personaggi una qual aura di antipatia, non saprei dire se il gioco vale la candela romanzesca.
Ripeto, non ho voluto dire per filo e per segno di quale romanzo preciso si trattasse, un po' «...per lo buonismo mio che nol consente...»; un po' perché immaginando quante bastonate vorreste darmi voi quando leggete certi miei spropositi qui su, è già per me un enorme lusso la possibilità di sollevare umilmente tali appunti. Ma soprattutto anche perché il medesimo libro in questione è poi capace di riservarti brani come quello che segue, facendosi perdonare ampiamente le caga...ehm, le irritanti frasi riportate prima:
«...A volte penso che si nasca con una scorta limitata di emozioni. Da bambina, se mi capitava di fare un viaggio per nave, pensavo ai viveri, all'acqua, alle scorte immagazzinate da qualche parte, con l'ansia che potessero esaurirsi; ogni giorno la nave diventava sempre più leggera, il cibo passava attraverso di noi e veniva scaricato nell'oceano. E la nave saliva sempre più a galla perché era sempre più vuota. Pensavo che crescere fosse una cosa simile: un progressivo svuotamento. Che gli adulti fossero sbrigativi e cattivi perché le loro emozioni erano state consumate. E la ritenevo una cosa buona da perseguire...».
Se la nostra nazione fosse una democrazia di senso compiuto, la sua Costituzione dovrebbe iniziare così: Articolo 1: «L’Italia è una repubblica fondata sulla possibilità di non vedere anima viva prima delle undici di mattina». Badate che ho scritto “possibilità”, non diritto, né dovere. Semplicemente dovrebbe essere garantita a ciascuno la facoltà di poter scegliere di non vedere nessuno prima del ripristino completo di una dignitosa presentabilità “post-dormitoria”.
Il ritorno dal mondo del sonno è una faccenda seria. Dormire vuol dire anche un po’ addentrarsi in una sorta di metamorfosi di noi stessi. Siamo degli “altri”, quando dormiamo, la nostra identità normalmente riconosciuta viene meno, per lasciare spazio ad un’altra più misteriosa, intima, remota rispetto alle dimensioni della fase di veglia. E sul corpo, soprattutto sul viso, le tracce di questa metamorfosi rimangono visibili, ma molto più indelebili sono i segni lasciati dentro l’animo, dal sonno.
Dando come sottinteso che si considerino solo casi di “normo-dormitori” (lasciando dunque in sospeso il discorso per chi ha disturbi ad accedere a quel regno così importante per le umane distribuzioni d’energia vitale), si può dire che il sonno è l’altra metà di noi. E’ un concetto così bizzarro che solitamente non ci si pensa, ma ogni volta che incontriamo una persona dovremmo sempre ricordare che in qualche modo l’essere che ci troviamo dinnanzi è incompleto, è dimezzato, perché l’altro fondamentale 50% di sé l’ha lasciato nel suo letto, la mattina quando si è svincolato dall’abbraccio di Morfeo. Il “sé” addormentato è fragile ed indifeso, è la nostra identità messa fra parentesi, è il nostro spirito uscito per qualche ora dalla vita per addentrarsi in un ignoto che anche agli occhi della scienza conserva tuttora mille ed una sfumatura ancora inspiegate. L’atto dell’addormentarsi livella l’umanità: da un bastardo figlio di mignotta trapela il medesimo candore di una brava persona, quando sono immersi nel sonno.
Stare in presenza di una persona non ancora ben sveglia, specularmente al presentarsi per forza di cose non ancora ben svegli agli altri (fenomeno che capita a ciascuno, quasi tutti i giorni, entrando nel posto di lavoro, a scuola, sul treno, sul bus, ecc.), sono atti di profanazione dell’epilogo di un rito sacro che dovrebbe essere di pertinenza esclusiva dell’intimità del singolo. Per dirla in termini assai più prosaici, è un po’ come cacciare fuori a calci un tizio dal cesso, con ancora le braghe e le mutande calate a mezza gamba.
L’eventualità di vedersi con ancora i segni del sonno siglati sul corpo e nell’animo, dovrebbe essere prerogativa solo degli amanti, perché solo la vastità dell’amore o la vertiginosa magia di una profondissima passione fisica e spirituale, contemplano il lusso di riuscire a ritrovare bellezza anche nella vulnerabilità dell’altro e nell’effrazione dei suoi pudori. Già l’amicizia, in questo senso, si rivela “leggermente più impotente”: vedere l’amico o farsi vedere dall’amico coi postumi del sonno indosso, mette un po’ a disagio, crea imbarazzo, oppure può fare anche malinconia, per il disinganno che soggiace al constatare disvelata la “delicatezza aggredibile” di una personalità che si pensava più integra, più tetragona ed inattaccabile.
Per questo, una democrazia moderna che a testa alta intendesse chiamarsi tale, dovrebbe garantire ad ognuno la possibilità di ritrovarsi attorniato solo da gente perfettamente sveglia, agli orari debiti.
Dovrebbe garantite tutto ciò…se solo non fosse che questa era soltanto un’altra stravagante favola raccolta andando per pensieri…
QUESTO BLOG E' FELICEMENTE IMMUNE DAL "PIUTTOSTO CHE"UTILIZZATO (SBAGLIANDO) COME SINONIMO DI "OPPURE"
Gemellaggi e altre Gillipixate...
Cari lettori di andarperpensieri,
Vi ricordo che quasi tutti i venerdì, questo mia variegata paginetta si gemella con il caro blog amico di Kika, la quale vi riveste con grande maestria i soggetti femminili di quadri storici, mentre il vecchio Gillipix indaga fra i volti della modernità, alla ricerca di insospettate somiglianze fisiognomiche. Tutto questo in:
«...Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo...»
Montale (...E' u' Genio) ---
«Vivere? Lo facciano per noi i nostri domestici.»
Villiers De L'Isle Adam ---
«Come tutti gli scansafatiche, anche io volevo scrivere...».
Bruce Chatwin - "What am I doing here" --- «Tempo fa ero indeciso, ma ora non ne sono più così sicuro» Boscoe Pertwee - XVIII secolo
--- «Non mi sono mai pentito di essermi sempre pentito» - Gillipixel - XXI secolo
I CATTOLICI SONO ATEI
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Secondo me la cosa peggiore che può capitare a un essere umano è non essere
religioso. Sono serio. Credere in un dio benevolo, una giustizia
ultraterrena, ...
About me
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Eccomi nel mio studio a Sanremo.
Ma facciamo due passi indietro...
Mi sono formata come pittrice negli anni 90 all'Accademia Balbo di
Bordighera sot...
Parole, alberi e un libro nuovo
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Se mi avete vista al lavoro in laboratori con grandi e piccoli in questi
anni, avrete sicuramente giocato con me al gioco del “petit onze”, quella
che io c...
CONFITEOR #6
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perché dove non arriva la sfiga...arrivo io!
Perché io lo so che la casa è lo specchio di chi la abita e che il nostro
pianeta è la più grande casa.
E a...
Confusion
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Altri dubbi sulla tecnologia.
Se un Blogger non scrive per diverso tempo ,si deve capire che ha dei
motivi personali anche gravi di salute per non pot...
L'auto disciplina
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E’ da un po’ che ci penso mentre osservo le persone , poche in verità,
andare in giro per le strade della mia cittadina. Qualcuno è avvolto in una
sciarp...
UNDICI
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*Giovanni Segantini*,* L’angelo della vita*. Olio su tela. 1894. Galleria
d’Arte Moderna, Milano
11 come le parole piccine che ti sussurro all'orecchio a...
Gelo
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Buon anno nuovo a tutti.
Propositi del 1 gennaio: leggere e acquistare nuovi asciugamani.
Cose concretizzate il 2 gennaio: presi libri nuovi e asciugamani.
L...
Un saluto ad Andrea Camilleri
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Non basta leggere, bisognerebbe anche capire.
Ma capire è un lusso che non tutti possono permettersi.
(da *Segnali di fumo*)
SPELACCHIO
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Il Vero, unico e solo spelacchio è Lui, tutto il resto sono misere
imitazioni:-) Chi meglio di Spelacchio rappresenta questo nostro tempo di
vita intensa f...
Comunicazione di servizio
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Come avrete notato ormai da due anni e più il blog soffre. Scrivo poco, più
per dovere forse, e non mi sento stimolata.
Ho cercato un'altra modalità per rip...
L’UOMO RAGNO NERO
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Ho a che fare quotidianamente con ragazzi immigrati perché insegno loro
l’italiano. Sono richiedenti asilo, rifugiati, in attesa di permesso di
soggiorno...
Our souls at night
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Some books just happen with such an impeccable timing. I've hidden Our
souls at night by Kent Haruf in a corner of my mind for months and started
it when...
...disegni
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"Cos'è disegnare? Come ci si arriva?
E' l'atto di aprirsi un passaggio attraverso un muro di ferro invisibile
che sembra trovarsi tra ciò che ci si sent...
TEMPI MODERNI
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Qualche tempo fa è venuto nel mio studio un bimbo che voleva fare lezioni
di disegno, accompagnato dalla sorellina e dalla mamma.
G. ha otto anni e le...
UNA SERATA CON THE INVASION A FORLI’
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Altro appuntamento con il nostro The Invasion – A Coypumentary sabato 8
ottobre a Forlì (FC), in via Hercolani 5, alle ore 19:30. “Nutrie: tutta
un’altra s...
Valentine Cats ♥
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martha stewart
Oh ciao, rieccomi... Oggi con dei bei gatti valentiniani, domani finalmente
con un outfit veloce... e poi torno anche a dirvi tutto il res...
Rimpinzati, ma di baxciut saziami
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La principessa *Galaeld* era ghiotta di *accorns*. Ne ordinò un quintale a
mastro *Eribowit*, il quale così la omaggiava, dall’ingresso della sua
botte...
PERDONATELA
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In chat con V.
*"Ho mangiato quattordici Ferrero Rocher, ora che mi succede?"*
*"Come minimo passerai la nottata in bagno..."*
*"Cioè?"*
*"Ma come quattordic...
Perché è qui?
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*Le parole sono tante, troppe, affollano il cervello, non vogliono uscire,
perché è qui? ti manca il tuo amore peloso, doveva essere una vacanza, solo
soff...
L’ameba mangia-cervello
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Qui
http://lorologiaiomiope-national-geographic.blogautore.espresso.repubblica.it/
(uff, devo riuscire a scoprire come si fanno i redirect)
Privilegi
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Non cè malumore al mondo che un paio di scarpe nuove non possano
cancellare. La percentuale di miglioramenteo è direttamente proporzionale
all'altezza del ...
Dell'educazione del pargolo italiano
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Vado maturando il sospetto che tanti difetti dell'italiano medio nei suoi
rapporti con la politica abbiano la loro origine nella matrice educativa
ricevuta...
Lilith o Eva?
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LILITH ED EVA
In principio Dio creò il cielo e la terra e poi Adamo ed Eva .eh no!Pare
che nella tradizione ebraica la prima donna di Adamo non fu Eva ma ...
Chiuso
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Il 24 maggio di 3 anni fa, in una sera da nulla facenti, il mio amico maus
mi ha insegnato ad usare blogspot. E' cominciata lì questa avventura web.
Come t...
Open that damn car door, Harvey
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[image: Image Hosted by ImageShack.us]
Io uso Second Life per fare quello che nella mia vita vera non posso
proprio: volare come un uccello, costruire edi...
La fine arrivò un venerdì mattina di fine gennaio.
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Senza esplosioni o clamori. Così come arrivano le cose peggiori:
silenziosamente. La Nation Wide Bank smise semplicemente di rispondere alle
telefonate d...