domenica 15 gennaio 2012

Codazzo emotivo



Ogni opera frutto della creatività umana che sia indirizzata alla diffusione di particolari contenuti e significati, attraverso l’utilizzo dei canali espressivi più diversi, può essere vista anche come un “dispositivo” atto ad innescare emozioni. La propensione è di volta in volta variamente graduata, a seconda della maggiore o minore “intenzionalità artistica” insita nell’opera. Di fatto tuttavia una ricerca dell’emozione suscitata è sempre presente.

L'ho presa su un po' alla larga e concettuosa, ma nella sostanza ho detto una roba abbastanza scontata. Quando l'uomo si mette in comunicazione coi propri simili servendosi di un linguaggio, qualunque esso sia, non può fare a meno di metterci dentro un pizzico di emotività, pur anche minimo, ma sempre imprescindibile. Anche nel congegnare il più asettico dei saggi scientifici, tanto per fare un esempio estremo, l'autore si premura di escogitare un'architettura espositiva che possa giungere al lettore in maniera piana e lineare, che non s'incagli contro il limite della sua disponibilità a comprendere, ecc.

Non sono di certo il più indicato a discettare di temi simili, ma anche solo ripensando alla mia modesta esperienza scolastica, mi sento di dire che addirittura la matematica può rivelarsi fonte di emozioni molto intense. E non mi riferisco solo alla fifa di beccarsi un 4 in pagella. La bellezza nella costruzione logica di certi teoremi di geometria, me la ricordo ancora oggi molto favorevolmente, con entusiasmo analogo serbato all'epoca alle migliori poesie.

Lo stesso “Tractatus logico-philosophicus” di Wittgenstein, il capolavoro dei capolavori per quel che concerne la ricerca di un'oggettività assoluta nell'ambito delle potenzialità del linguaggio stesso, rimane pur sempre uno scritto capace di trasmettere un rimarchevole coinvolgimento estetico, in forza della propria eleganza compositiva e strutturale.

Figuriamoci cosa succede poi quando abbiamo a che fare con opere nate direttamente con l'intento di stuzzicare, in misura pressoché pura, le riserve emotive del destinatario. Come nel caso di tanti film, per esempio.

Fin qui insomma non vi ho detto granché di nuovo. Una cosa curiosa però, da me appurata qualche sera fa in modo più lampante di quanto mi fossi mai reso conto prima, è che può anche succedere di essere presi dentro una “scia emotiva a strascico”, per così dire. Capita magari di vedere un film in grado di emozionare in modo notevole e subito a seguire di immergersi fra i flutti evocativi di un'altra pellicola, per poi passare ancora appena dopo alle suggestioni di un libro, tanto che alla fine ci si ritrova scombussolati in un piacevole smarrimento entro il quale si stenta ad assegnare a ciascun territorio emotivo esplorato la paternità effettiva.

La serata l'avevo iniziata con un film di “pancia pura”, intitolato «Nella rete del serial killer». Stando ai criteri da me medesimo definiti alcune puntate fa, si è trattato di un film “onesto”, se si eccettuano alcune sbavature di gusto e qualche pecca nella risoluzione finale della trama. Il suo obiettivo principale era suscitare tensione nello spettatore, inquietudine, paura ed amenità simili. Non sarà certo un capolavoro del genere (solo pensando ad Hitchcock o a Kubrick, ogni paragone crolla miseramente), ma di fatto un buon prodotto di artigianato filmico sì, lo possiamo considerare tale. In ogni caso, quel che importa nell'economia del presente discorso è che di adrenalina se ne manda giù durante la visione, indubbiamente.

Il serial killer in questione è un pazzoide che impianta tutto un marchingegno online, in modo da trasmettere al mondo intero l'agonia delle sue vittime via web. Non solo. Fa anche in modo che i metodi di uccisione di volta in volta messi in atto, tutti basati sul criterio di un incremento graduale del supplizio inflitto, risultino accelerati in proporzione al numero di persone connesse al suo perverso sito. Già di per sé l'idea è sufficientemente malvagia e degna di una mente diabolica fortemente malata. Se poi ci si aggiunge il fatto che narrativamente è giostrata abbastanza bene (pur con alcune magagne qua e là, come detto), è del tutto giustificato dire che alla fine ci si ritrova ad osservare i titoli di coda con una buona dose di farcitura emotiva in corpo.

Ora, sono certo che nessuno di voi ne avrà mai sentito parlare, perché mi sto inventando la cosa esattamente in questo momento, ma dovete sapere che esiste un'unità di misura della “farcitura emotiva”. Si tratta del “dreammone”, quantificabile nella ragione di un lascito emotivo depositato nell'animo equivalente all'esito postumo di un sogno di media intensità. Se ci fate caso, al di là della “idiotezza” del mio metaforizzare, dopo aver goduto della lettura di un libro o di un film particolarmente coinvolgenti, ci si sente come reduci da un sogno. Ed è vera anche la controprova: se un sogno non ci ha regalato emozioni degne di nota, svanisce al risveglio, così come la storia di un libro o di un film, quando si richiudono le pagine, si esce dalla sala o si spegne la tele.

Questo film, «Nella rete del serial killer», di “dreammoni”me ne aveva lasciati dentro parecchi. Me ne sono reso conto quando, non pago della scorpacciata emotiva, ho voluto nicchiare ancora un po' prima di recarmi a letto, ed ho fatto partire il dvd di uno stupendo cartone animato del maestro giapponese Hayao Miyazaki: «La città incantata». Le opere di Miyazaki mi lasciano sempre leggermente perplesso, stranito, ma assolutamente mai indifferente. Di lui avevo già visto «Il castello errante di Howl». Innanzitutto, la ricercatezza surreale delle storie è la prima cosa che colpisce, e poi s'impone la bellezza delle immagini. Nel film in questione, «La città incantata», la storia è più bizzarra ed evocativa che mai e addentrandosi nelle vicende, ci si accorge che il tema conduttore s'impernia fondamentalmente attorno alle paure infantili. Non che sia palesemente dichiarato, ma lo si subodora, te lo senti filtrare per la pelle.

Qui viene il punto curioso del mio scrivere di oggi. Mentre mi calavo nelle nuove atmosfere di Miyazaki, sentivo che il substrato di “dreammoni” depositato fra le pieghe della mia sensibilità dalla visione di «Nella rete del serial killer», continuava a lavorare sotterraneo, macinava ancora “quanti” emotivi. Le sensazioni risultanti erano parecchio originali: una sommatoria non meglio definita di spunti emotivi, uno smarrimento fra contraddittorie sensazioni, che tuttavia, non so in virtù di quali insolite alchimie, sembravano compensarsi a vicenda, amalgamarsi con profitto, distribuirsi con ordine fra i ranghi della mia capacità ricettiva delle gradazioni dell'animo. Le paure infantili erano rinfocolate dal soffio potente delle terrorizzanti situazioni adulte visionate nel primo film. L'irrazionale, il tremendo, il terrificante, il terrorizzante, si saldavano armonicamente all'ignoto, all'inesplorato ed al senso calamitante che con regolarità accompagna queste due ultime dimensioni. La poetica della seconda opera, insomma, si nutriva del sottofondo sensazionale depositato dalla prima, innalzando in me questo strano edificio di reazioni interiori.

E non era mica finita lì. Quando ho sentito risuonare internamente il tipico richiamo biologico all'odor di legno norvegese, «...it's time for bed...» (questa la capiranno solo i beatlesiani più incalliti...), è proprio lì che mi sono recato: a letto, appunto. Ma non c'è sonno che si possa chiamare tale, per me, se non è preceduto dalla lettura di alcune pagine. Ho allora inforcato il tometto che va per la maggiore in questo periodo sul mio comodino, «Tutti i racconti western» di Elmore Leonard, per arrivare ad accorgermi che il lavorio di sensazioni in me continuava imperterrito, con code ancora ben evidenti.

Non c'è nulla di meno trasognato, di più realistico, di queste asciutte vicende della gloriosa frontiera americana. Eppure, contagiate dalla scia di significati lasciata dalle altre due opere, le atmosfere che dalle righe mi giungevano alle pupille riverberavano echi di terrori atavici, rifrangenze di rimbombi surreali, indefinitezze identitarie disorientanti. Cos'era successo? Gli input emotivi di tre diverse suggestioni più o meno “artistiche” erano entrati in risonanza fra di loro nel mio animo, dando vita ad un reciproco incrementarsi a vicenda.

Poi finalmente, con vostro estremo sollievo, ho spento la luce, mi son girato sul fianco prediletto e ho imboccato la strada della “ronfa”, già bello e che pronto per il mondo dei sogni, farcito com'ero di “dreammoni”, tal quale un panzerotto ripieno di mozzarella thriller, pomodoro favolistico e origano western.

lunedì 9 gennaio 2012

Un pomeriggio gualdrapputo


 
Chi passa abbastanza spesso da queste parti e perde qualche minuto a leggere, avrà ormai capito che ho un “forte” debole per il linguaggio turgido e rigoglioso, ridondante, straboccante, anche se volendo, e sforzandomi un po’, saprei scrivere in maniera più asciutta e stringata.

Non a caso, sono convinto che questo sia anche un po’ il principale “pregio-difetto” della mia prosa. Può piacere o fare schifo, ma è così che mi viene naturale e spontaneo scrivere. Ho discettato spesso intorno all’atto dello scrivere per come lo reputo io, ossia uno strumento fenomenale a disposizione di ciascuno per elevarsi a vette di libertà inaudita. Se tale è quindi l’unico obiettivo del mio scrivere, non avrebbe senso farlo altrimenti da come maggiormente mi aggrada. Addirittura, e vi sarete accorti anche di questo, quando non trovo le parole che ritengo adatte al concetto, all’emozione, alla sfumatura di realtà giusta da trasmettere al lettore, vuoi per carenza del vocabolario italico, vuoi, il più delle volte, per ignoranza personale, mi forgio da me stesso strampalati termini ritagliati su misura.

Ho avuto una conferma della mia predilezione per le parole rigonfie, sensuose e, spesso e volentieri, inventate, giusto qualche pomeriggio addietro. Col favore di queste giornate d’inverno mal camuffato, miti come la languida mammellona pendula di una burrosa matrona, quest’anno ho anticipato a dismisura la mia prima uscita stagionale sull’argine, per una passeggiata in bici di chilometraggio discreto. Rasentando della mia gommosa duplice presenza il verde impellicciamento posto a guarnire le pendici del manufatto fluviale, vellicavo dunque col pedale quei quattro ciuffi d’erbetta ante-smeraldina. Sotto le carezze pur sempre brinose di un venticello traverso, sbadigliavano quei riccioli erbosi il proprio stupore per l’ingannevole risveglio primevo così presto giunto, pacatamente protestando essi ciuffetti, nel medesimo tempo, alla volta dello sbilanciamento stagionale, a suon di battiti di loro ciglia, qua e là ancora giallognolamente chiazzate di cisposità vegetali.

Il frizzore eucaliptico dell’aria frigorifera tutt’attorno, filtrando pungente per lo spalancato accesso alle nari arrese, mi pneumava con vigoria l’antro polmonare, fatto per l’occasione caverna vasta di polari echi respiratori, immensi ed ultra-umani. Al tocco occasionale di un qualche polpastrello indagatore, la muscolatura delle cosce dichiarava intero il proprio sofferto godimento, tratto con avidità suggendo nutrimento cinetico direttamente dalle circolari movenze imposte con ineluttabile logica dalla legge pedalatoria. Addirittura, complici le sferzate di tramontana ibernizzante, nel mezzo esatto del cammin di nostro corpo, mi ritrovai per una rimpicciolita virilità oscura, che la diritta confidenza con le usate dimensioni era smarrita.

Mi trovavo grosso modo ancora allacciato a quella serica divagazione mentale, interpostasi ad un certo punto lungo il flessuoso nastro a fiocco del mio tempo, quando lo sguardo mi cade sul piccolo ricovero equino che s’incontra ad una certa altezza dell’escursione biciclica sull’argine. Quattro o cinque animali, reduci a loro volta da una salubre trottata, si beavano placidi sotto le attenzioni ristoratici delle due signore gerenti dell’animalesco albergo in questione. Un paio di quelle eleganti bestie si sottoponevano di buon grado alle sapienti ed amorevoli strigliate delle padrone, mentre gli altri individui della ridotta mandria attendevano pazientemente il proprio turno, guatando tutto in giro e spargendo qua e là le tipiche loro occhiate boscose, mentre rilasciavano dai possenti corpi una fumiggine aromatica d’intenso afrore cavallesco, le ampie froge interamente spalancate ad accogliere il mondo in respirata foggia.

E’ stato in quell’attimo preciso che l’epifania verbale ha preso possesso di me, commischiandosi quale linfa semantica al liquore più intimo del mio essere linguistico. Affondando nella piena palude della mia suprema insipienza ippica, mi sono messo a recitare internamente una sorta di tiritera composta da termini arcani semi-travisati, uditi in chissà quale piega della lontananza d’un tempo ormai svaporato con lo scolorimento degli anni. «…Quello è senza dubbio un roano, l’altro uno stallone bajo, e ancora là, ecco la maestosa giumenta dalla rilucente livrea morellata…» pensavo con vigore, sicuramente centrando meno la realtà che se avessi assegnato alle medesime bestie tonalità a pois e gradazioni cromatiche psichedeliche.

Ma poi ancora, notando alcuni dei cavalli in attesa della razione di coccole pomeridiana, mansuetamente supini alla protezione offerta lungo tutto il dorso da un qualche rustico panno, ecco che sono stato illuminato dal termine cruciale: «…Gualdrapputo!...». Esattamente lì, e in nessun altro anfratto linguistico diverso da lì, risiedeva il senso più fondamentale della cavallità trasudante dagli eleganti corpi: nell’essere essi profondamente ed intensamente “gualdrapputi”!!!

«…Gualdrapputo!...» mi sono messo allora a dire sottovoce a tutti gli oggetti, cose più o meno animate, che incontravo seguitando il mio pedalare. «…Gualdrapputo!...» dicevo al boschetto di pioppi, «…gualdrapputo!...» al misterioso casolare abbandonato in golena, «…gualdrapputo!...» al fatato sottobosco di felci ospite ad ogni ora del radente incanto di una luce che immancabilmente pare provenire da un “nessun dove” solare o lunare. «…E gualdrapputa anche a te!...» piccola lepre delle familiari steppe, che sempre fuggi in lontananza, ma mai riesci a sottrarti alla tua ineluttabile “gualdrapputitudine”.

La parola mi usciva pastosa dalla bocca, come un bacio tumido e salivoso concesso ed al contempo carpito all’atmosfera tutta con coinvolgimento e fervore estremi, assaporando in modo particolare il rugiadoso aroma di quella doppia “ppu”, sputata di gusto contro il nucleo pieno dell’inutilità concettuale più limpida.

«…Gualdrapputo, gualdrapputo, gualdrapputo!...» non mi stancavo di reiterare quel mio mantra rurale di pura invenzione. E non ho smesso fino a quando, rientrando a casa e constatando l’ulteriore riduzione dimensionale cagionata dai più intimi intirizzimenti termici, non mi sono sentito sufficientemente fiero della mia spropositata stoltezza esistenziale.


domenica 8 gennaio 2012

Ala ad ala con gli asini (Seconda parte)


«...And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure - the privilege is mine...».
There is a light that never goes out” – The Smiths - 1986

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Si parlava dunque la scorsa volta della potenziale “presa per il culo” celata dietro certe creazioni cinematografiche, massime nel caso di film narranti “grosse palle”. Una conferma puntuale riguardo al fenomeno l’ho avuta alcune sere fa, alla visione del secondo episodio della saga Bruce Willisiana raggruppabile sotto il generico sottotitolo di “Die Hard” (o “Die Harder”, non importa). Si tratta di una pellicola vecchiotta, ma non l’avevo mai vista prima (col senno di poi, mi viene da aggiungere: e meno male…). Il titolo preciso è “58 minuti per morire - Die Harder”. Ero curioso di addentrarmi in questo secondo capitolo della storia, perché conoscevo già il primo, “Trappola di cristallo”, un film questo che una volta visto, se avessi avuto lì davanti il regista, mi sarebbe venuto da dirgli: «…Minchia, sei un grande: mi hai fatto credere per un paio d’ore che gli asini volano. E anche se, svanito l’ultimo fotogramma, rimango pur sempre convinto che non volino, è stato bello lasciarsi raccontare da te che lo possano fare…».

Di tutt’altro tono, le frasi che vorresti dire al regista della seconda puntata della “serie”, “58 minuti per morire - Die Harder”. Un tono talmente sopra le righe che, per amor di moderazione e di ripulsa verso lo sproloquio, è meglio lasciarlo appunto dove si trova: sopra le righe. E dire che le premesse per una bellissima storia di asini volanti, nella prima mezz’oretta di film, ci sarebbero tutte. Un drappello di birbaccioni internazionali, tutti fuorusciti più o meno malvagiamente dai ranghi di un qualche esercito regolare, mette in scacco nel periodo natalizio l’aeroporto civile di Washington (o era New York? Anche qui, non importa…), proprio mentre il “Brussone Willis” nazionale è lì in attesa della mogliettina in arrivo su un volo proveniente dall’altro capo degli States, ingrifato come pochi, tra l’altro, per via dell’astinenza arretrata di coccole e “smici-mici” accumulata sotto le lenzuola. E poi, ciliegina sulla torta, proprio per non farci mancare nulla, una minacciosa bufera di neve sta pure imperversando su tutta la regione circostante.

I birbaccioni fanno sul serio: isolano le comunicazioni tra aeroporto e velivoli in arrivo, assumendo essi stessi il monopolio radio, per fare il bello e il cattivo tempo sull’andamento del traffico aereo. L’obiettivo immediato è far atterrare con modalità a loro favorevoli, un non meglio precisato generale ribelle sudamericano, custodito dalle autorità e in transito per Washington (o era New York?...), sotto scorta a sua volta dell’esercito (quello dei buoni però). L’obiettivo globale dei birbaccioni (da quello che ne ho capito io…) è sovvertire l’ordine costituito, assumere il potere nel mondo, imponendo un regime dittatoriale dei “migliori”, che faccia finalmente piazza pulita degli scoreggiatori anonimi e del terribile flagello degli attaccatori di cicche sotto i tavolini dei bar (queste due ultime facezie sono ovviamente “licenze idiotiche” mie…).

Come dicevo già, gli ingredienti ideali per farne scaturire un eccelso film di grosse palle ci sono tutti, ma non dovranno passare ancora troppe scene, perché ci si accorga di come tutta la baracca della trama si metta a scricchiolare in modo pauroso, fino ad implodere nel fragoroso collasso di una vaccata senza eguali. Una prima avvisaglia clamorosa si ha quando il generale in arrivo sul suo jet sotto scorta militare, decide la sortita per dirottare di persona l’aero che lo trasporta. Un simile passaggio della trama non sarebbe stato un ostacolo per un regista “gran pallonaro” esperto. Ma questo qui invece ti imbastisce una sequenza che, se non temessi di peccare di lesa maestà artistica, definirei degna di Totò e Peppino.

Quando il senso del comico invade il senso del “pallonaresco”, per quel film è la fine. Cosa combina in sostanza il terribile generale? Dopo aver eliminato, strozzandolo, il militare addetto alla sua custodia, ingaggia una colluttazione coi piloti in cabina di pilotaggio, con tanto di spari e tutto. Li fa fuori tutti e due, ovviamente, perché, minino che si richieda ad un generale sudamericano ribelle, sa perfettamente cavarsela con una cloche d’aereo fra le mani. E’ a questo punto tuttavia che casca l’asino volante del regista. Non pago, vuole strafare, gioca l’asso di briscola della gran palla siderale e ne paga subito le conseguenze farsesche. Durante lo scontro a fuoco, infatti, su uno dei parabrezza (non so se sull’aereo si chiamano così…) si è formata una vistosa falla, causata proprio da un proiettile.

Ora, se c’è un ignorante supremo in materie aeronautiche o fluidodinamiche, quello sono esattamente io. Tuttavia, dal poco che so, mi risulta che un velivolo di quel tipo, pensato per volare negli strati più alti dell’atmosfera, una volta compromessa la pressurizzazione interna, comincia ad avere serissimi problemi a rimanere su. E forse questo, in un’ottica prettamente “pallonaresca”, sarebbe stato anche un ostacolo oltrepassabile. Ma la perla “boiosa” più eclatante deve ancora venire: infatti, non solo il generale porta a terra l’aereo, in quelle condizioni così critiche, dando prova della stessa padronanza del mezzo che avrebbe sfoderato in sella al triciclo di suo nonno, ma si pappa pure tutto il resto del viaggio con un esagerato botto d’aria che gli sfiata impietoso contro la faccia e tutto il busto, “venticello” che filtra dal mastodontico foro sul parabrezza.

Caro amico regista, anche a volersi appellare al buon nome della migliore tradizione “pallonara”, ti confesso che questo mi è sembrato esageratamente troppo. E il fatto è che non era nemmeno tutto. Una volta posati i carrelli al suolo, ci si accorge, non solo che al generale non è venuta una paresi carpiata con triplo avvitamento del volto all’indietro (grado di complicazione sanitaria 8½), come sarebbe successo a qualsiasi altro comune mortale. Non solo se la cava spazzolandosi dalle maniche della giacca qualche fiocco di neve birbantello e un po’ di brina birichina, tornando così subito in perfetta forma e abbondantemente disponibile ad affrontare nuove e sempre più esaltanti “birbaccionate”. Non bastano insomma queste tremende sbandate nel periglioso territorio dello “svaccamento” più totale. Per sommo sgangheramento nel più disastroso naufragio“pallonaresco”, si scopre pure che il generale, fino a quel momento rimasto un po’ in penombra, è interpretato da Franco Nero!!!

Confesso che a quel punto la tentazione di cambiare canale o di andarmene addirittura a letto di filato, è stata molto forte. Però ho resistito, pensando: «…Ti voglio dare un’altra possibilità, regista. Vai così, fammi sognare ancora!...». Ma lui no, testardo. Non ancora contento di quella sesquipedale castroneria, ci si è messo proprio d’impegno per fare deflagrare definitivamente il benché minimo senso del pudore e del rispetto per l’intelligenza del suo pubblico. E lo ha fatto andando a minare alla base, con potenti cariche di “dinamite del risibile”, proprio il fulcro della storia.

Uno dei passaggi cruciali e più avvincenti della trama stava appunto nell’idea di “isolamento radio” degli aerei in attesa di atterraggio. I birbaccioni, dal canto loro, sono dei tecnici delle comunicazioni coi controfiocchi e mettono in serissima difficoltà tutti gli addetti della torre di controllo, persino i più esperti, con anni e anni di servizio sul groppone. Questa era una buona carta narrativa e infatti ci tiene ben in sospeso per una mezz’ora iniziale di film. A questo si aggiunge poi anche un onesto colpo di scena, quando il più anziano ed esperto tecnico dell’aeroporto, dopo non pochi rovelli mentali e facendo ricorso a tutte le sue più estreme risorse di vecchia volpe delle onde radio, escogita una contromossa micidiale che ribalta la situazione: ora sono i birbaccioni a cadere nell’illusione di ingannare gli aerei in volo, mentre la torre di controllo può parlare, non udita dai dirottatori, con tutti i piloti.

Adesso, non so se dalla mia esposizione raffazzonata si è capito qualcosa, ma non preoccupatevi, perché anche questo importa relativamente poco. Quel che importa invece ve lo dico subito e senza perdere altro tempo. In tutto questo sofisticato valzer di mosse e contromosse tecnologiche raffinatissime, roba da 3 lauree più master al “Massachusetts Institute of Technology”, cosa non si viene a scoprire di lì a poco? Si viene a scoprire che a bordo dell’aereo su cui viaggia la mogliettina del “Brussone” nazionale, C’E’ UN TELEFONO!!!! E per di più, un cronista rompiglione lo utilizza persino per impiantare una diretta tv e raccontare a mezza America cosa sta succedendo.

Lì non ho più resistito e mi sono visto costretto a bollare quel film come definitivamente balordo, sin nelle profondità più intime del suo midollo di celluloide. Una controprova inconfutabile al mio giudizio l’ho avuta quando mi sono accorto che il più grande moto di stupore e di suspense riservato da quel film, era in fin dei conti consistito nell’insolito ticchettio riecheggiante ad un certo punto della visione dalla superficie del pavimento della mia camera: era il suono delle mie palle, cadute miseramente a terra per eccesso di sconforto estetico. Alla fine, per curiosità e con non poca fatica, ho voluto vederlo finire, il film. Ma tutto il resto della storia non ha portato altro che una misera conferma alla mia ormai sancita convinzione. Una slavina di stupidità, ingrossatasi via via al ritmo di un’escalation imbarazzante, fino ad andarsi ad infrangere fragorosamente contro l’invettiva nei riguardi del regista, che immagino sia scaturita spontaneamente dalle labbra di qualsiasi spettatore con ancora un minimo di amor proprio in corpo: «…Ma vai a prendere per il culo qualcun altro!...».

sabato 7 gennaio 2012

Il cinema ala ad ala con gli asini (Prima parte)


«...The hours to the sunrise creep, but I don't care
There is no hope for any sleep if you're not here
In another city, in another bed you're sleeping
So won't you come and visit me when I'm dreaming...»
Bedroom eyes” – Dum dum girls - 2011

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 Come a tante altre persone nel mondo, anche a me piace un sacco il cinema. Non mi reputo un esperto e nemmeno potrei pretendere di esserlo. Semplicemente, trovo bello annoverare anche questo interesse fra le mie passioni, perché ritengo che possa offrire, non solo uno stupendo modo di trascorrere il tempo (e fosse tutto qui, si ridurrebbe a poca cosa), ma soprattutto importanti opportunità di crescita culturale, di ampliamento degli orizzonti mentali, di raffinamento della proprio saggezza affettiva e spirituale.

Detto questo, se per caso mi domandaste quale genere di film preferisco, risponderei che non lo so. La classificazione entro un qualche genere, certo, ha la sua importanza. Ma la reputo questione del tutto accessoria ad un altro tipo di catalogazione, ben più decisiva. L’unica suddivisione che mi sta a cuore veramente è infatti quella che stabilisce se si tratti di un film bello o di un film brutto. So che detta così, potrà apparire una di quelle solite frasette sibilline e un po’ stupide, sparate lì tanto per il gusto di lasciare il lettore stupefatto dal quel sotterraneo sentore all’aroma di “dico tutto e niente”.

Un minimo di motivazione ve la devo, dunque. A mio parere, ci troviamo di fronte ad un film bello, quando, nell’intenzionalità e negli esiti dell’operato dei suoi artefici (dall’ultimo umile battitore di ciak, su su, sino al regista o alla stella di turno), sussistono questi tre requisiti: passione nel racconto, onestà intellettuale nel raccontare e relative competenze narrative e tecniche proporzionate alla complessità di quanto s’intende raccontare. Se queste tre componenti, o anche solo una o due di esse, non sono riscontrabili nella pellicola, oppure sono presenti in misura scarsa o con notevoli lacune, ecco che si può cominciare a parlare di film brutto, nelle più svariate gradazioni del termine.

Ecco allora com’è possibile spiegare la superabilità del discorso dei generi. Ed ecco introdotta anche una significativa postilla al medesimo discorso: possiamo trovare film belli in tutti i generi, ma soprattutto a tutti i livelli qualitativi considerati. Ovviamente, va sempre salvaguardata la valutazione del “grado assoluto di artisticità”. Una commediola spensierata e intrisa di disimpegno totale, non può essere paragonata, in quanto a grado di bellezza, ad un capolavoro di qualche maestro della cinematografia. Ciò non toglie tuttavia, che possiamo giudicare entrambe le pellicole, ciascuna secondo le “proporzioni estetiche” che le competono, a proprio modo “bella”.

In questo senso, non trovo nulla di scandaloso nel dire, ad esempio, che “Trappola in alto mare” (con quel gran caciottaro di Steven Seagal) e “Film bianco” di Krzysztof  Kieslowski, sono entrambi film belli. Ferma restando, e lo ripeto senza mai stancarmi, l’imprescindibile distinzione che ci ricorda come il primo sia di fatto un filmetto ed invece il secondo un capolavoro. Tutto sta nel non perdere mai di vista il bilancio fra “pretese” ed “esiti”. “Film bianco” si propone di dar vita ad un’indagine esistenziale e poetica di particolare spessore, e riesce perfettamente nell’intento. La pellicola con Seagal vuole invece molto semplicemente far passare allo spettatore due ore di divertimento, infarcite di onesti colpi di scena e suspence, il tutto intessuto intorno alla nobilissima arte del raccontare grosse palle, ma con intelligenza e non senza una discreta dose di ironia. Anche questo film sa tener fede al proprio “capitolato d’appalto”, ed è proprio in questa ottica (e solo in questa ottica), che possiamo definire entrambi i film belli e capaci di arrecare, pur nei diversi gradi di complessità cui si è fatto cenno, una forma di “godimento estetico” per lo spettatore.

Badate bene, non ho usato l’espressione “arte del raccontare grosse palle” in senso dispregiativo o snobistico. Tutt’altro. Parlavo invece molto seriamente. Su questa capacità si gioca infatti tutta la potenziale portata di bellezza derivabile dalla visione di quell’infinita serie di film d’azione, che in estrema sintesi potremmo classificare sotto la voce “americanate”. Raccontare grosse palle, soprattutto in quell’ambito, è davvero un’arte. Quando il regista di una di queste pellicole viene a raccontarmi che gli asini volano, non me la prendo pregiudizialmente, proprio per nulla. Anzi: se riesce a farlo in modo elegante, intelligente, arguto, se sa architettare una storia affascinante al punto da farmi arrivare vicino all’illusione di poter credere anche enormità simili, non posso che esserne contento e felicitarmi con lui, ringraziarlo addirittura per il regalo che mi ha confezionato con la sua sapienza artigiana di narratore.

Le note dolenti si cominciano invece ad orecchiare quando il film pretende sì di raccontarmi che gli asini volano, ma lo fa affidandosi a mezzi così strampalati, così beffardamente maldestri, così scopertamente stupidi, da sortire alla fine in un racconto raffazzonato, privo della benché minima dignità, sfilacciato, fiacco, goffamente incoerente, bolso come l’ultimo e più scarso ronzino della scuderia. Ecco, è esattamente in questi casi che, non solo riconosco, ovviamente, la lampante bruttezza del film, non solo provo irritazione, fastidio e repulsione per l’opera in questione, ma addirittura (se mi si passa un termine tecnico correntemente in uso nel vocabolario dei più autorevoli critici cinematografici) mi sento preso bellamente per il culo.

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(…constatando che il presente articoletto mi si sta allungando oltremodo, ho deciso di chiudere qui l’intervento di oggi e di rimandarvi ad una seconda puntata. Grazie per l’attenzione and…see you later Alligator…)
 

mercoledì 4 gennaio 2012

Di quella pira l’orrendondello



Per imparare a capire il proprio corpo, o per cercare di addentrarsi almeno un po’ nei suoi misteri, ritengo possa essere non del tutto privo di utilità, riuscire ad approfondire i concetti della Geografia. E anche se sulle prime potrà non apparire così lampante ed immediato, esattamente per il medesimo motivo, né più né meno, dopo un po’ di anni mi sto accorgendo di essermi riconciliato con la lettura di Pirandello. Agguanterete forse una pagliuzza di comprensione in più riguardo a queste mie affermazioni, se aggiungo che solo adesso mi rendo anche conto di come questa riappacificazione  col maestro siciliano si sia andata dipanando, sotterranea nel tempo, in parallelo alla riconciliazione con la lettura del mio corpo.

Che cosa c’entra la geografia? Che cosa c’entra il corpo? Ma soprattutto, per dirla appunto con estrema coerenza linguistica, che minchia c’entra Pirandello? Se avete due minuti di tempo e due quintali di pazienza, proverò a spiegarmi meglio.

Tutto ebbe inizio diversi anni fa, non ricordo bene se durante una vacanza estiva, fra un giugno ed un settembre del liceo, oppure in un altro momento del mio cammino di studioso in corso di fioritura. Quello che ricordo di certo è che ero uno sbarbatello brufoloso, allampanato più di un lampione in stile liberty, con un fisico secco come il deserto del Tartari e di gran lunga più leggero del peso della mia anima. C’erano forse in ballo le mitiche letture per le vacanze, croce e delizia di ogni studente. Fatto sta che un bel giorno mi ritrovai fra le mani «Uno, nessuno e centomila».

Ora, per l’adolescenza ci siamo passati tutti. Ciascuno conosce perfettamente le mille battaglie psicologiche che tocca ingaggiare con la percezione della propria fisicità, in quel periodo della vita (per fortuna, in molti aspetti anche parecchio esaltanti ed affascinanti, queste “battaglie”, va detto…). Si sa benissimo insomma che se il senso di inadeguatezza fisica fosse convertibile in valuta pregiata, in pochissimi mancherebbero di diventare ricchi sfondati fin già da ragazzini (si ritengano esclusi dalla presente considerazione Ken, Barbie e Big Jim, se per caso fossero incappati nella lettura del presente scritto…). Voglio dire: è proprio a quell’età che il corpo si impone in maniera evidente ed impetuosa al nostro senso di auto-considerazione, e nove volte su dieci la faccenda non è mai fonte di grandi consolazioni.

Prendi un siffatto scenario esistenziale, sbattici dentro «Uno, nessuno e centomila», e avresti fatto meno danno a gettare una granata in una polveriera. Non dico che ne derivasse esattamente una tragedia. Ma abbastanza devastante, nel mio caso, sì: lo fu. Pur rendendomi conto fin da allora di trovarmi di fronte ad un capolavoro narrativo, della storia pirandelliana mi “sconvolse” soprattutto l’atteggiamento spietatamente introspettivo del protagonista, che prendeva le mosse giusto da un’indagine intorno alle proprie semi-impercettibili anomalie fisiche.

Un giorno scopriva su di sé un insospettato neo, prima di quel momento mai preso in considerazione. Il giorno dopo notava una beffarda asimmetria, intromettersi nel confronto fra due arti, o fra due parti del corpo, normalmente reputabili come perfetta replica l’uno dell’altro. Un’altra volta ancora, toccandosi in altre zone, sbugiardava l’inaspettata ed inusuale conformazione di un osso sottostante, sbalorditiva e spiazzante sorpresa rispetto a come se l’era invece sempre morfologicamente immaginata lui. Naturalmente, non sono certo della fedeltà letterale di queste citazioni, visto il lunghissimo tempo trascorso dalla lettura: valgano tuttavia come richiamo del clima narrativo da me assorbito all’epoca durante la conturbante lettura.

Quello che ricordo perfettamente è che dovetti interrompere quella lettura “per eccesso di tormento”. Solo nel prosieguo dell'iter di studi, acquisii la consapevolezza di come quella prima fase del romanzo, nelle intenzioni poetiche di Pirandello, altro non fosse che un minimo prodromo a successive e ben più complesse contorsioni identitarie, nella cui rete il protagonista sarebbe rimasto impastoiato. Per me quelle poche pagine bastavano così, ed avanzavano pure. Complice un malefico gioco di specchi, cominciai ad accorgermi ad esempio che uno dei profili del mio volto era notevolmente diverso dall'altro. Da lì prese il via una spietata spedizione esplorativa dei territori del mio corpo, che progressivamente si andava costellando della posa di una miriade di bandierine di insoddisfazione, piantate di volta in volta in un nuovo piccolo difetto, o presunto tale, che andavo scoprendo su di me.

Fortuna che la vita è proprio un puzzle (questa la potete scrivere sul muro del cesso all'autogrill, la prossima volta che fate un giro in autostrada: vi concedo il copyright...). Le tesserine ti vengono consegnate a casaccio, spesso sono quelle che meno ti servono, e per di più ti arrivano nel momento sbagliato. Magari la tesserina che ti occorrerebbe disperatamente in un determinato punto dell'esistenza, ti arriva solamente molto più tardi, dopo che sei rimasto  anni a credere che quel buco nella figura ci dovesse essere per forza, che era giusto e naturale così.

Una piccola tesserina a me venne consegnata diversi anni dopo, sempre in ambito scolastico, sebbene più avanzato, stavolta. Sto parlando, come anticipato, di una nuova consapevolezza geografica. Non dico che allora, questa nozione mi fosse immediatamente di aiuto nel cammino di riconsiderazione del rapporto col mio corpo. In mezzo e successivamente c'è stata un'altra infinità di passaggi, di esperienze, di crescite dal punto di vista culturale, spirituale, umano.

Adesso però mi sento di dirlo: potrà suonare ridicolo, ma anche quel modo più raffinato e complesso di concepire la geografia, ebbe un suo arcano senso in tutto il processo di auto-raffinazione operato sul bilancio soppesato fra la mia interiorità e la mia esteriorità. La definizione cruciale per me fu la seguente: «...una carta geografica è la metafora dei rapporti di potere in atto nella porzione di territorio rappresentato...». Anche qui cito a memoria, quindi la precisione letterale va un po a farsi benedire, ma quello che m'interessa è il senso del concetto, il suo midollo. Depuro addirittura la frase della sua seconda parte, nella quale i più smaliziati non avranno faticato a cogliere sfumature d'impronta smaccatamente marxista. Questo risvolto non m'interessa, in sede delle presenti elucubrazioni.

Il passo fondamentale, quello che più mi sta a cuore, è invece questo: «...una carta geografica è una metafora...». Nessuno è talmente ingenuo e sprovveduto da credere che una carta geografica rechi con sé pretese di corrispondenza realistica rispetto alle cose concrete rappresentate. Tutti bene o male sappiamo che si tratta di una idealizzazione, di un'astrazione.

Ma dicendo che è una metafora, si dice molto, ma molto di più. Mappare una carta non significa soltanto riportare oggetti, semplicemente e quantitativamente scalati in piccolo. Si frappone invece il valore aggiunto dell'interpretazione, o forse meglio, dell'interpretabilità. Tutto si gioca nel “taglio” che il cartografo sceglie di assegnare alla sua rappresentazione, “taglio” nel quale è già insita la volontà di raccontarci certi aspetti del mondo, trascurandone magari tanti altri.

Col corpo succede qualcosa di affine. Esso si presta preferibilmente ad una lettura “aperta”, non riduttiva. Non è una pedissequa riproduzione in scala dei valori della nostra personalità, rispettosa soltanto di banali rapporti topologici, preoccupata di riportare le giuste relazioni fra aree, angoli, lunghezze, e nulla più. Il corpo è la nostra carta geografica e come tale è metafora del nostro essere. Le sue specificazioni materiali raccontano molto di più di quello che un'immediata e superficiale presa d'atto della nostra fisicità può volerci dare ad intendere. Nell'ottica di questa contorta ma fascinosa significazione, ciascun corpo ed ogni parte di esso sono belli, in quanto metafora di una propria complessità sottostante. E' proprio nella sua “difettosità”, nel suo sottrarsi alle regolarizzazioni dettate dall'astrazione, che si cela la sua forza metaforica, l'energia in grado di dare adito a significati ulteriori, oltre a quelli strettamente quantitativi.

In virtù di tutte queste considerazioni, a distanza di anni sono tornato a leggere Pirandello con serenità e passione, ad apprezzare da matti la sua prosa costruita come una raffinatissima architettura, a lasciare che le sue tematiche, del tutto incapaci di concedere il benché minimo sconto alle più crude evidenze della vita, compenetrino la mia sensibilità e diventino parte del mio corredo culturale.

Non ce l'ho più con lui per avermi assestato all'epoca quella mazzata esistenziale nel fiore della mia giovinezza. Si trattò soltanto del momento sbagliato di ricevere quella tesserina, tutto qui. Ma prima o dopo dovevo riceverla e col senno di poi, posso dire: meglio averla ricevuta da una mente eccelsa come quella di Pirandello, che magari in altri modi più ordinari.

E sempre nell'ambito di tutta questa sequela di riflessioni, ecco infine spiegato come mai, anche con tutti i suoi difetti, magagne, inestetismi ed asimmetrie, anzi forse proprio in forza di essi, trovo che, dopo un così lungo cammino interiore, oggi a suo modo il mio corpo, rifulgendo nel pieno di tutta la sua possanza metaforica ai miei occhi comprensibile soltanto ora, sia bellissimo.

martedì 3 gennaio 2012

Spiritus Mundi



«…Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori…» ci ricorda coi suoi bellissimi versi Fabrizio De Andrè. Mai come stamattina, mi sono reso conto dell’evidenza di questa poetica verità. Ovviamente, è successo percorrendo le mie usuali vie bizzarre alla poesia, ma ad ogni modo è successo.

C’è un momento delle mie mattinate, immediatamente al seguito di un altro momento magari preferibilmente non nominabile (ma molto liberatorio…), in cui le finestre del mio bagno necessitano palesemente di essere spalancate. Da alcuni giorni, mi sono accorto che se l’operazione viene fatta presenziandovi personalmente (intendo la seconda operazione, dello spalancamento, non la precedente, quella “innominabile”: lì ci devi essere per forza, non puoi delegare a nessuno…), ecco, mi sono accorto, dicevo, che quegli attimi divengono parte di una sorta di rito di riconciliazione con la natura circostante, con l'opportunità di trarne il beneficio di sensazioni notevoli. E, dettaglio non trascurabile, così facendo, lo scopo pratico dello “stratagemma spalancatorio” si ottiene anche molto più agevolmente.

Dopo la prima “liberazione” infatti, quella più ponderosa e gravitazionale praticata seduta stante, aprire proprio completamente finestre e controfinestre isolanti, stando lì alcuni minuti in piedi di fronte all'aria pura che s'insinua spavalda e gelida, come fosse estate, riserva un senso di affrancamento dalle “catene fisiche” ancor più intenso e significativo. In qualche modo, deve giocare una parte importante anche la faccenda del passaggio posturale, da seduti ad in piedi, nel rendere il senso di elevazione della sequenza di gesti vieppiù denso di risvolti emotivi.

In particolare, è proprio nell'attimo preciso dello spalancamento che la gratificazione esistenziale si auto-sottolinea in misura così colma di deciso coinvolgimento. Si sente proprio l'immenso della purezza atmosferica universale introdursi con rimarchevole velocità e pienezza dentro la stanza, avventandosi come un enorme drago catartico, inflessibile paladino della giustizia odorosa, sulla meschina “grevità” aromatica di cui l'ambiente era stato da noi momentaneamente e troppo umanamente saturato.

Questa mattina però, a tutto ciò si è andato ad aggiungere un ulteriore elemento poetizzante, un piccolo ma graziosissimo fenomeno della natura che, proprio in virtù del dipanarsi delle sue dinamiche (come scoprirete fra poco), ha aggiunto al senso di innalzamento insito nella mia cerimonia purificatoria “depuzzante” quotidiana, rinnovati elementi di preziosità estetica.

Dovete sapere che la finestra del mio bagno si affaccia sui campi aperti, via via spaziando sino alla placida corona dell'argine maestro, un cento metri più in là. Non sarà un panorama da cartolina patinata, ma in fatto di questioni accessorie ad una sobria e parca meditazione, vi garantisco che può dire la sua alla grande. Il piccolo episodio mi ha anche rammentato l'altissima considerazione che sarebbe sempre opportuno mantenere viva riguardo all'attenzione per i dettagli. Trascurandola, rischiamo di perderci tante cose belle che ci accadono intorno, magari sottigliezze anche minimali, che per nostra eccessiva superficialità, rimangono mimetizzate nel grande capitolo delle faccende quotidiane date per scontato, ma che invece tali non sono per nulla.

Di fatto è successo che ho potuto ammirare, per alcuni lunghi minuti, uno stupendo saggio di “Spirito Santo”. Non so se sapete di cosa si tratta. E' una particolare tecnica di volo adottata da certi  rapaci di taglia ridotta (nel mio caso era forse un falchetto...), quando si apprestano a cacciare le loro piccole prede, topolini o altre minuscole bestiole, acquattate fra l'erbetta di un campo o sul limitare di un fosso. Non è uno spettacolo ammirabile tanto frequentemente, soprattutto nei casi di un osservazione casuale ed estemporanea com'è stata la mia. Ma se vi capitasse di osservarlo, converrete senz'altro con me che di spettacolo vero e proprio si tratta.

In pratica, l'uccello in questione, con un sapiente, elegantissimo ed atletico gioco di ali, rimane sospeso in aria, ad un'altezza che si aggira intorno alla sessantina di metri (o almeno questa è stata la mia impressione, ma potrei anche sbagliarmi di qualche centimetro...). Se ne sta lassù, nella fissità elegante di quel volo librato, in quella magistrale sospensione altimetricamente e planimetricamente fissata con gran meticolosità, somigliando quasi ad un umano messo in croce, di una crocefissione però del tutto priva di sofferenza, anzi, paradossalmente ricchissima di grazia e di leggadria nelle movenze. Il curioso nome, “Spirito Santo”, affibbiato a questa tecnica aviatoria dei volatili, fa appunto riferimento a come viene spesso rappresentata nell'iconografia classica cristiana la figura della terza persona della Trinità: una colomba fissa in cielo in una postura molto simile a quella che vi ho raccontato.

Poi di botto, dopo aver passato al setaccio visivo tutto il panorama sottostante, lo “Spirito santiere” in questione repentino decide e piomba al suolo, in una planata così vertiginosa da fare invidia ai jet supersonici più all'avanguardia. Si “infratta” per un po' fra gli steli d'erba, indaga, rovista, scompiglia, e se per caso la sortita è risultata infruttuosa, ritorna su di nuovo, rapidissimo, libero, maestoso, imprendibile, a ripetere ancora la sua superba esibizione nell'artistico stallo ornitologico, metà grande ginnasta del volo e metà espertissimo danzatore del nobile corpo di ballo del Teatro del Cielo.

Il bello poi è che stamattina, per me, quel grandioso ballerino aviario così felicemente incappato fra le lasche maglie della mia attenzione, ha offerto ripetutamente diversi bis della sua performance. Me lo sono potuto ammirare e rimirare più volte, affacciato sul freddo nebbioso mattutino, mentre i peggiori vapori della mia personalità si annullavano giustamente nell'immenso e puro morso atmosferico, facendo ritorno alla sconfinata dispersione degli elementi, dai quali il giorno prima erano misteriosamente giunti a me.

E pur lieto di non pensare a nulla in quei preziosi attimi di estasi naturalistica, non ho potuto tuttavia evitare di ritornare e riflettere furtivamente per alcuni secondi alle celeberrime parole di De Andrè, sentendomi molto fiero di essere stato io, per una volta, il fornitore ufficiale del “poetico” substrato fertile sopra il quale, idealmente, ha potuto sbocciare stamattina quel soave florilegio di movenze “uccellesche”.


lunedì 2 gennaio 2012

Io ballo da solo


«...With the birds I'll share
this lonely view...».
Scar Tissue - Red Hot Cili Peppers - 1999

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Ve l’ho già raccontato altre volte, mi pare. Il fatto è che io difficilmente rido per i motivi degli altri. Non so come mai sono riuscito fuori così strano. Ho la tendenza a sentirmi spesso sulla riva opposta rispetto a tutti, o quasi tutti. Badate, non voglio fare lo snob o il “raro”. Sono ben consapevole della mia condizione di “bastardo qualsiasi”, e se c’è un tizio ordinario e banale al mondo, nella vita quotidiana, quello sono proprio io.

Metti che ero ad una festa, le “non tante” a cui sono andato. Gli altri magari si divertivano, per dire. Io invece, dopo aver setacciato, dalla varia umanità diffusa nella stanza, la persona più scarsamente “alla moda” disponibile, mi mettevo in un angolo con lui, o con lei, a scuoterci di dosso la frivolezza. In altre situazioni invece, quando la festa denotava quasi da subito una riuscita non esattamente felice (…capita), era proprio la volta buona che mi veniva da fare il matto, sparare boiate surreali, in perfetta distonia con quella cacofonica atmosfera festaiola mal riuscita.

Al liceo, ultimo anno, facemmo una gita a Vienna. C’era un nostro amico, genialoide nelle materie umanistiche, anche gran compagnone quando voleva (faceva imitazioni straordinarie e molto buffe dei professori…), ma che di fatto venne in qualche maniera lievemente emarginato. La sua eccentricità, a lungo andare, era stata bollata dalla “mediezza” del clima sociale di classe, come “non alla moda”.

Per farla breve, una volta in albergo a Vienna, ci sono da dividere le stanze, tra le quali anche una singola. Indovinate a chi toccò in sorte il solingo ricettacolo, dopo aver tirato le ideali pagliuzze dei semi-accordi clandestini fra usuali vicini di banco e piccoli clan trasversali interclassisti. Ma all’eccentrico amico in questione, ovvio. In questo modo, venne tagliato fuori da tutti gli aspetti goliardici della gita: scherzi notturni fra camerate, idiotesche prodezze per ingraziarsi la simpatia delle ragazze (nella malcelata speranza di combinare qualcosa, sempre regolarmente andata buca…), telefonate fra le stanze, e tutto il “caciaroso” armamentario “gitesco” usuale, insomma.

Risultato: la prima notte, delle tre o quattro in programma, la passo senza chiudere occhio, rompendomi anche notevolmente le palle di quel divertimento che non sentivo per nulla mio, tanto era forzato e stiracchiato al limite di un imperativo da coatti della risata a tutti i costi. Con conseguente giornata appresso, da me trascorsa a deambulare come uno zombie per le vie della grande capitale di Cacania (cit. Robert Musil), perdendomi la bellezza di tante cose, datal’eccessiva distrazione imposta dalla sonnolenza.

Così mi viene l’idea: ma insomma, abbiamo in classe un gran campione della giocosità amicale e lo teniamo relegato in quella stanzetta isolante, mentre si mette nella partita un brocco sociale come il sottoscritto. Non ci ho pensato su un minuto e la sera dopo, ho proposto all’amico di fare cambio posto-letto. La gita è proseguita benone, l’amico inizialmente reietto è stato reintegrato nei ranghi, traendone peraltro un discreto giovamento sul piano del ripristino della relazione con tutta la classe, mentre io, staccato il telefono, mi sono fatto delle eccelse ronfate viennesi così armoniche, che se fosse passato di lì uno dei fratelli Strauss, ci avrebbe senz’altro ricamato sopra lo spunto per un valzer memorabile.

Tutto questo per dire, insomma, che tendenzialmente mi fanno ridere cose solo mie. Ci devo trovare dentro la stranezza, la contraddizione sottile, la stonatura strisciante della vita, per riuscire a farmi prendere dalla molla del comico. Al cinema, le volte che si è a vedere, mettiamo, una pellicola brillante, difficilmente mi unisco al coro delle risate della platea, quando piovono giù massive. La cosa buffa è che mi guardo anche bene dal suscitare sospetto nei vicini di posto, e simulo sorrisi di copertura, perché un po’ mi vergogno della mia eccentricità comica. La risata sonora però non la so simulare, per cui potrei essere sbugiardato in ogni momento per offesa al comune senso del comico.

Capita poi quella scena secondaria, quel dettaglio che nessuno se lo fila, e mi puoi vedere lì mezzo piegato sullo schienale, mentre cerco di reprimere i moti convulsi, rido di dentro, solitario ed esclusivo eroe disperso nel deserto dell’assenza di ilarità altrui.

Una delle volte che risi più irrefrenabilmente nella mia vita, ero ancora un ragazzino, e probabilmente il motivo scatenante non avrebbe fatto ridere nemmeno uno “sghignazzone” professionista abituale, sollecitato sotto le piante dei piedi con mille piume.

Con mio fratello, antico sodale di risate nostrane, ascoltavamo la radio. Incappammo in un canale che trasmetteva brani classici, Radio3 credo fosse, sempre che all’epoca esistesse già. Tra un brano e l’altro, lo speaker serioso, annunciò una cosa tipo: «…Abbiamo trasmesso un pezzo da “L’italiana in Algeri”, di Gioacchino Rossigni. A seguire, dello stesso autore, una romanza tratta da “Un turco in Italia”…». Lo scatto della catapulta comica si giocò in un attimo veloce come il lampo: si udì una valanga convulsiva strozzata nella voce dell’annunciatore, che preso da raptus ridente si era evidentemente buttato a testa bassa sotto il microfono, non abbastanza rapido tuttavia da non lasciare dietro sé una inconfondibile eco di sghignazzata repressa. Poi solo il silenzio, per lunghi eterni secondi.

Io e mio fratello ridemmo come due fessi matricolati: «… “L’italiana in Algeri”…“Un turco in Italia”…BWHAHAHRAHAHAH!!!...». Ma non era tanto quella candida constatazione di lirico ed involontario scambio diplomatico internazionale tra due opere, che ci faceva schiantare. Era invece il fatto che non c’è nulla di più risibile di un tizio che diventa verde dalle risate trattenute. Perché immagini tutte le volte che è successo a te. Quando magari in una situazione seriosa, se non tragica, una distonia esistenziale si è insinuata così vigliaccamente alle porte della tua fantasia, tanto che mai come in quei momenti ti è sembrato così “buffonicamente” insensato essere vivo ed umano.