mercoledì 8 febbraio 2012

L’opportunità di bambineggiare ancora



C’è un piccolo visitatore dei giardini che si presenta sempre con regolarità ogni inverno, ma soltanto quando si creano determinate circostanze: neve e freddo intenso. In questi giorni, le due condizioni si sono concretizzate in pieno e come da copione il grazioso mini-ospite è arrivato: un delicato rappresentante dell’allegra famigliola dei pettirossi, guizzante da par suo, fra un ramoscello imbiancato ed un arbusto intirizzito. A me è parso un esemplare solo, ma magari erano diversi di passaggio, però in momenti sfalsati. Chi lo sa. Mi sarebbe piaciuto fissarlo in una bella foto, ma non ne ho avuto il modo, sia perché è velocissimo e pressoché imprendibile nel ridotto recinto di un fotogramma, sia perché non importava poi più di tanto. Averlo potuto ammirare in quei fugaci attimi è stato già un piccolo incanto di per sé.

A parte il fatto che mi è sempre stato molto simpatico, anche per quella sua sagoma “pallottiforme”, che lo rende più aggraziato e “cartone-animatesco” rispetto ai comuni passerotti, non sarei nemmeno venuto qui a parlarvi del pettirosso oggi, se la sua tenera sortita non mi avesse suggerito altre riflessioni. 

Osservandolo, mi è venuta infatti alla mente, non so nemmeno come mai, quella leggenda indefinita, forse studiata anche a memoria all’epoca delle elementari sotto forma di poesia, secondo la quale la singolarità di quella “macchia” rossiccia anteriormente depositata sul piumaggio del piccolo “4 grammi” svolazzante, sarebbe da far risalire all’epoca della crocifissione di Gesù. Il “balzelloso” uccellino si sarebbe trovato nei paraggi del Golgota ed avvicinandosi alla croce, con i limitati mezzi uccelleschi messi a sua disposizione dalla natura, avrebbe tentato di alleviare le sofferenze del Cristo, non ricordo bene se cercando di svellere i chiodi, oppure di sollevare la dolorosa pressione delle spine calcate a corona sulla fronte. Le gocce di sangue avrebbero fatto il resto.

Non sarei venuto a parlarvi nemmeno di questo, se i miei pensieri si fossero conclusi tutti qui. La parte più significativa è giunta appena dopo, o quasi in contemporanea direi. Mentre mi sovveniva la levità di quell’ingenua antica leggenda, ho sentito infatti salire quasi all’unisono dentro di me la forza molesta del cinismo adulto nel frattempo acquisito, che mi imponeva praticamente in automatico di sorridere in misura piuttosto sarcastica di simili reminiscenze infantili.

Stavolta però, subito in successione, si è verificato un altro fenomeno particolare: lo scetticismo razionalizzante e semi-istintuale scattato in un primo momento, è stato a sua volta spazzato via da un piccolo moto di ribellione di segno contrario. Mi sono detto: «…Ma chi se ne frega?!?!?! Lasciati andare per un attimo! Anche se non è vero, si paga uguale. Guarda com’è simpatico ed elegante nei suo movimenti: anche se è una balla, è bello lo stesso, non dico crederci, ma almeno per un minuto concedersi allo smarrimento senza pretese, in quel territorio della mente dai confini così labili a delimitare il vero dal non vero…».

Non che me ne importasse di difendere in modo particolare quella leggenda, che tra l’altro anche da bambino non mi aveva mai esaltato più di tanto, così densa, come mi appariva pure allora, di ridondante e deamicisiana melensaggine. E nemmeno è mia intenzione di venire ad impiantare qui una crociata a favore del “credulonismo” più arrendevole, da qualsiasi fonte esso possa trarre ispirazione. 

Il mio sentire era di carattere più sottile e generale.

L’acquisizione di una maturità adulta è una conquista importante, “la” conquista per eccellenza direi, alla quale ciascuno tenta di pervenire lungo una serie molto lunga di tappe in crescendo della propria personalità (io sto ancora lottando parecchio in questo senso e per me la strada da fare è ancora parecchia, ma questo è un altro discorso…). Però, forse più spesso di quanto non crediamo, succede pure che lungo questo duro ed malagevole cammino, ci perdiamo per strada taluni ingredienti caratteriali che magari varrebbe invece la pena conservare, o perlomeno far evolvere in sintonia con le altre qualità acquisite nel tempo. In questo senso, non è detto che una sorta di “ponderata credulità” sia da considerare in ogni caso un disvalore. Quando si è imparato a tenere sempre ben presente la lezione fondamentale che ci spiega come il passo fra l’esser “creduli” ed il divenire invece dei “creduloni”, è minacciosamente molto breve, per il resto ci si può giostrare le cose “cum grano salis”. 

Elevando ancor più l’altitudine del discorso, ritengo che questa non meglio definibile “ponderata credulità” faccia parte in pianta stabile del corredo culturale dell’artista, per esempio, oppure dello scienziato impegnato in ricerche caratterizzate da una certa purezza concettuale particolarmente astratta (il cui prototipo più immediato che mi sovviene è senza dubbio l’immagine di Albert Einstein), o ancora del grande filosofo, e così via. In generale, questa “credulità nobilitata” può essere vista allora come una componente imprescindibile della creatività: essa risiede in quella capacità, non comune ma da tutti coltivabile, di lasciarsi attraversare da energie illusorie, senza farsi sopraffare da queste ultime. 

Non sempre le grandi utopie della storia hanno recato con sé conseguenze significative. Molte sono svanite nel nulla come una bolla di sapone. Ma le volte che qualcosa di notevole ne è derivato, senza dubbio “a monte” e nell’animo di chi quei sogni, anche strampalati, ha coltivato, c’era una cospicua dose di “credulità nobile”: di essa ogni utopia si è senza dubbio nutrita.

Ecco perché, alla vista di quel “mini-spiumettoso” rossiccio nel mio giardino, è stato bello non essermi accontentato della prima immediata repressione “cinicheggiante” che mi ha colto sul momento. Un po’ per tutte le riflessioni che vi ho raccontato. Un po’ per un’altra, a mio parere, importante considerazione che ne ho tratto. Se avessi dato retta al primissimo impulso di andarmene di là, magari a verificare le bollette del gas o a produrmi in simili “adultevoli” performance, invece di soffermarmi a considerare con maggiore gentilezza l’antica leggenda in questione, non ne sarebbe derivato l’agio di domandarmi qualcosa riguardo ad una possibile origine di quella mitologica credenza. 

Nell’ambito del vitale spirito di osservazione popolare, il pettirosso è stato molto probabilmente da sempre associato, per affinità dettata dal suo singolare comparire e comportarsi, a frangenti che avevano a che vedere con il senso della sofferenza in generale. Arriva quando c’è neve e tanto freddo, con la stagione più impervia, e di lì a supporre che sia spinto vicino alle case per via della penuria di cibo riscontrata nei suoi luoghi di dimora più consueti, ci vuole un attimo. Magari pure questa è un’ulteriore credenza scaturita a torto e forse non ha giustificazione “etologica” effettiva, ma poco importa ai fini del presente discorso. 

Quel che conta è stata la piccola epifania di significati che ne ho potuto trarre. L’associazione fra le semplici suggestioni scaturite da uno scenario naturale quotidiano e la dimensione più ampia del mistero del dolore del Cristo (che si creda o no: anche questo esula da quanto sto dicendo…) mi è parsa sfociare in una preziosità meditativa che in ogni caso valeva la pena di esplorare. A controprova del fatto che una giusta dose di “nobile credulità” non rappresenta, come a prima vista potrebbe sembrare, un laccio inutilmente tenuto collegato ad un passato da oltrepassare, bensì un elemento del carattere fondamentalmente sano ed utile ad integrare l’equilibrio auspicabile nell’atto del perseguire una propria maturità.

venerdì 3 febbraio 2012

Questa sera vegeto di mio




Questa sera non esco.
Non che le altre volte faccia diverso.
Ma stasera, più ungarettianamente
del solito, me ne sto con le quattro
capriole di pixel della tele.

Il Paese è stretto nella morsa del gelo,
dicono, stronzeggiando dalla medesima
per tutto il giorno, quei quattro
immorsatori degli zebedi pubblici.

Un messaggio ronza dal cell:
è Naomi! Se credo, il suo jet
privato mi aspetta al primo
aeroporto utile, per una serata
con lei, a Parigi o Saint Cagnolè sur Mer.

«…No, Nao, grazie, No…»,
per stavolta
scandinavigo al timone del mio
divano e poi,
perdona se te lo dico,
ma per meno di una Meryl Streep
non mi sarei proprio scomodato,
stasera.

Stasera
vegeto di mio.
Fra tocchi detective sotto l’elastico
procrastino l’improrogabilità
della specie umana,
e l’inutilitar
m’è dolce in questa pozza.

martedì 31 gennaio 2012

Red Cross shooting




«...Dicono che un freddo simile non si registrava
da almeno 50 anni. Di certo, da oltre 50 anni
non si vedevano in giro "sprovvedutacci" di un
calibro così esagerato come certi giornalisti d'oggi...».

*******

Amici, portate pazienza, ma oggi mi piacerebbe produrmi in una estemporanea attività di “sparo sulla Croce Rossa”. So che trattasi di disciplina sportiva assolutamente poco nobile, anzi, alquanto disdicevole, se proprio la si vuol dire tutta. Da fonti certe, ho poi appreso che anche il Comitato Olimpico si è categoricamente rifiutato di ammetterla nel novero delle specialità agonistiche da esso contemplate. Lo “sparo sulla Croce Rossa” rappresenta quasi l’emblema dall’antisportività e della scorrettezza. Come potrebbe dunque pretendere di vedersi concesso il diritto di stazionare in ottima compagnia sotto l’ecumenica ombra dei fatidici Cinque Cerchi?

Però è altrettanto vero che questo gioco viene diffusamente praticato a livello amatoriale nelle più subdole e cavillose sedi. Il motivo di tanto seguito di praticanti è presto detto: nel farlo, ci si diverte.

La mia “Croce Rossa” odierna saranno i giornalisti. Criticarli è divenuto uno sport ormai talmente scontato, quasi superfluo e diffuso fin anche fra le più piccole società amatoriali iscritte ai campionati minori di «”Discutitori” da bar», che non ne deriva più nemmeno uno straccio, non dico di gloria, ma neanche di merito nel continuare ad insistere. Se un residuo di “motivazione-giutificazione” rimane allora, esso va ricercato in quel briciolo d’amor proprio per il senso critico che ciascuno dovrebbe pur sempre continuare a nutrire.

Ma tosto veniamo alla sparatoria del caso. Chi per sentito dire e chi per sentito vibrare (come nel mio caso), tutti avrete saputo delle scosse di terremoto che hanno colpito nei giorni scorsi l’orlo settentrionale (proprio dalle parti alte della coscia) di quella vecchia, ma a noi carissima ciofèca dello stivalone italico. Passano solo alcune manciate di attimi ed è già pronta con un collegamento in diretta sul posto la brava inviata di un telegiornale (non vi dirò qual era, ma a definirlo tale bisogna fare veramente uno sforzo di fantasia e mentire spudoratamente a se stessi...).

Quale posto? Con estremo fiuto per l' indagine e sagacia per lo “spirito informativo” supremo, viene scelto un luogo altamente consono a fornire un riflesso scientifico ed oggettivo degli strascichi emotivi succeduti all'accadimento tellurico appena verificatosi: la strada di fronte ad una scuola. La scena che si presenta denota fin da subito il clima di fedele rappresentatività dello spaccato sociale in cui è quasi d'obbligo veder inserito il protagonista dello scampato pericolo.

Da una parte, ragazzini brufolosi allo stato brado lungo la via e straboccanti testosterone da ogni poro, che si spintonano, fanno le corna a quello davanti, giocano a “paghi la mossa”, fingendo di assestare una botta al basso ventre del migliore amico, fermando tuttavia l'affondo ad un solo cm. dalla zip dei jeans altrui. Sull'altro fronte, uno stuolo di “bimbe-minkia” tutte “intamarrate” di zainetti alla moda, sobrie truccature discretamente dosate sul viso con paletta e secchiello, piercing a volontà come fossero tutte le nipotine del fabbro ferraio del circondario.

La brava inviata, interpella una ragazzina. La prima dichiarazione della simpatica brufolosotta si perde in un profluvio disarticolato di “...cioè...”, “...è scoppiato il panico...”, “...no...cioè”, “...la prof ci diceva di fare così...”, “...il bidello gridava di fare cosà...”. Ma è stato a quel punto che il colpo di genio dell'inviata si è innalzato altissimo per andare ad occupare un gradino di privilegio nell'empireo del giornalismo mondiale di tutti i tempi, suggellando “in singolar quesito” una delle più acute e profonde interviste mai soppesate in precedenza da orecchio umano. Una domanda che di colpo ha fatto apparire anche quella ragazzina, al confronto con l'intervistatrice, come una vetta eccelsa del sapere, una rappresentante indiscussa dei più alti consessi culturali.

Non potevo credere alle mie orecchie infatti, quando ho sentito, ve lo giuro, uscire dalla bocca di quella sedicente giornalista, la seguente, sesquipedale genialata: «...Che emozione hai provato?...».

Nooo...nooo!!! “...Che emozione hai provato...” nooo!!! Chiedile tutto, ma non quella cosa lì!!! Ormai è umanamente inaccettabile. Pensavo fosse ormai stato definitivamente fissato il criterio minimo di civiltà in virtù del quale, se un giornalista si azzarda ancora a chiedere ad un intervistato la moralmente “desertifica” domanda “...che emozione hai provato...”, dovrebbe essere radiato dall'albo con disonore sommo, stracciamento del notes di fronte a tutta la redazione e spezzatura della penna da parte del direttore.

Invece no. Ancora oggi, dopo tanti anni ormai, ci tocca continuare sconsolatamente a mandar giù e fare buon orecchio a cattivo prosatore, rassegnandoci a sentir dire, chissà fino a quale remoto futuro, che la gente “...in preda al panico si è riversata in strada...”, “...i feriti sono stati estratti dalle lamiere contorte...”, “...le cause del sinistro sono ancora al vaglio delle autorità competenti, che hanno anche effettuato i rilievo del caso...”.

Ah...e ovviamente “...che è stata aperta un'inchiesta per far luce sull'accaduto...”.


domenica 29 gennaio 2012

Andarperpensieri come “segnavia”



Mi sono imbattuto recentemente in un brano di un autorevole testo, fra le cui righe mi è parso d’intravedere un’argomentazione perfetta per conferire fondamenti culturali di pregio a codesto mio blog “andarperpensieroso”. Finalmente, anche questo ameno opificio di vaccate potrà dire di possedere il proprio autorevole e nobile retroterra filosofico.

Più o meno…

Chi mi legge con un po’ di assiduità, saprà benissimo che di tanto in tanto amo introdurre, ad intervallare la sequela torrenziale degli scritti “nullificanti” da me propinati a manetta, alcuni momenti di riflessione, nell’ambito dei quali m’interrogo proprio sul senso e sull’opportunità di un simile mio atteggiamento di sostanziale “disimpegno”. La domanda classica standard che rivolgo a me stesso ad ogni nuova occasione concessa a quelle parentesi di “sospensione narrativa”, immaginando che dubbi molto simili assalgano in contemporanea anche il lettore, è la seguente: ma come, con tutti i problemi che affliggono l’umanità ed il mondo, tu non trovi niente di meglio da fare che parlare di arte, di poesia, di letteratura, di piccolezze campagnole, oppure di introspezioni personali minimali, di sguardi interiori “iper-individualizzanti”, facezie assortite ed annidate a vario titolo fra gli anfratti più bizzarri del montaliano “male di vivere”?

Raramente mi occupo di attualità, di politica, di problematiche sociali, se non quando mi succede di sfiorarle, raggiungendole provenendo dai sentieri più contorti della mia gratuita deriva concettuale. Come giustificazione, ho sostenuto in diverse occasioni una mia personale tesi in merito. Il disimpegno non è necessariamente sinonimo di vacuità. Nel mio modo di affrontare gli argomenti, anche quando apparentemente sono i più futili e marginali possibili, credo di riuscire ogni volta ad introdurre scintille di stimolo culturale degne di considerazione. Ma questo è sempre stato sostenuto soprattutto da me che, non solo non sono una voce qualificata, ma nemmeno, nella fattispecie, la più chiara fonte di obiettività.

Ecco allora che, puntuale come il sorgere di un’alba di miele sopra la scogliera brulicante di amanti, sorpresi dal bagliore novello ancora tutti indaffarati nei loro “cincischievoli” ed intimi baratti di tenerezze, a mio sostegno è giunto il fulgore di un’epifania del lettore fra le più intense e profonde mai sperimentate.

Il notevolissimo “libretto” in questione s’intitola «La selvaggia chiarezza – Scritti su Heidegger» (Edizione Adelphi – 2011) e ne è autore Franco Volpi, forse il più grande, attento e sensibile traduttore italiano dell’opera del filosofo tedesco, da quanto ho appreso proprio approcciando questo testo. La parte del libro che “entra in collisione”, interferisce in qualche modo con le mie ragioni bloghesche, s’incontra quando Volpi parla della reciproca e fertile influenza intercorsa fra Martin Heideggher ed un altro altissimo pensatore teutonico, Ernst Jünger.

Entrambi i filosofi affondano le radici del proprio pensiero nel terreno delle “conquiste speculative” dovute all’opera di Nietzsche, a sua volta debitore delle basi poste precedentemente da un altro grande, Arthur Schopenhauer. In particolare, il concetto chiave è quello della “volontà di potenza” di cui la realtà è portatrice. Con la complessa costruzione concettuale che va sotto il nome sintetico di “volontà di potenza”, prima Schopenhauer (1788-1860), poi Nietzsche (1844-1900) e di seguito anche Heideggher (1889-1976) insieme a Ernst Jünger (1895-1998), indicano ciò che per loro si celerebbe dietro le ragioni più profonde dell’essenza della realtà: una forza universale cieca e sorda alle esigenze esistenziali dell’uomo, che si auto-procrastina e si autoalimenta bruciando esclusivamente delle proprie ragioni e delle proprie logiche interne.

Inoltrandoci ancor più nelle profondità di questa rarefattisma atmosfera concettuale, e tenendoci sempre a braccetto con le quattro eccelse menti summenzionate, s’incontrano nuove sorprese. Cosa ne è stato, negli ultimi secoli e poi in particolare nei decenni scorsi a noi più vicini, di questo nostro mondo sempre più sottoposto alle sferzate della “volontà di potenza”?

Finché la foglia di fico delle grandi ideologie e delle fedi di vario genere ha tenuto, l’uomo rinveniva in qualche modo in esse un rifugio, uno strumento di difesa dal senso di angoscia annichilente che può cogliere colui che si ritrovi privo di un orizzonte di “senso” in grado di fare da bussola per il proprio cammino esistenziale. Quando però anche l’elastico di quella mutanda, che già da lungo tempo denunciava la sua minacciosa mollezza, ha alla fine ceduto irreparabilmente (crollo del muro di Berlino come "lupus in fabula" più clamoroso), l’uomo si è accorto con estremo smarrimento di essere completamente nudo. Era giunto ad un passo dal baratro vertiginoso del “nulla”, dall’assoluta mancanza di significati e valori eventualmente rintracciabili nell’atto del vivere. Questo esito sconfortante la nostra cara banda di filosofi sopra citati lo chiama “nichilismo moderno”.

Non vi appaiano troppo fumose e lunari queste teorie che mi sono arrabattato a sintetizzare alla bene meglio. Se l’impressione è quella, la causa va ricercata senz’altro nella mia narrazione non sufficientemente accurata. Ma lasciate che vi faccia solo alcuni esempi concreti come contro-verifica della pregnanza effettiva di quella “diagnosi della realtà”.

Per dirne solo qualcuna: ripensando a ciò che ho scritto riguardo alla “volontà di potenza”, vi dice nulla ad esempio un eventuale abbinamento mentale fra quel tema e lo strapotere mondiale dei meccanismi finanziari, che ormai stanno praticamente cancellando le volontà dei popoli e come un moloch ingordo passano ogni giorno sempre più avidamente sopra le nostre dignità di persone, sacrificandole sull’altare delle loro logiche interne, unica legge universale ad essi nota e degna di venir rispettata?

La “volontà di potenza” trova la sua espressione più determinata nello strumento della “tecnica”, la più grande sovrastruttura storica del nostro tempo, anch’essa dimensione immensa di superamento delle ragioni umane, nel nome di un logica sua interna completamente avulsa ormai dai significati di cui l’uomo avrebbe invece eventualmente sete. Quante persone fanno un lavoro del quale non comprendono alla fine il senso? Quante sentono di vivere in base a ritmi che nulla hanno a che vedere con quelli di cui semmai la propria umanità necessiterebbe? Quanti percepiscono la propria vita ed il mondo in cui sono immersi sempre più al pari di meccanismi perfettamente oliati e funzionanti (in virtù del sempre più raffinato perfezionamento “tecnico”), accorgendosi tuttavia al tempo stesso di non rappresentare, di quel meccanismo, nemmeno il minimo ingranaggio, nemmeno una piccola vite, nulla di nulla?

Questo è il nichilismo di cui i nostri cari filosofi tedeschi hanno parlato talvolta in maniera micidialmente profetica. Ma sentite ora cosa ci racconta Franco Volpi, nel libro cui facevo cenno in apertura, riguardo alle ricette ipotizzate da Jünger, in parallelo dialettico con Hiedegger, per tentare di porre degli argini alla dilagante invasione del nichilismo contemporaneo. E poi ditemi se tutto questo non vi suona curiosamente, anche se un po’ vagamente, “andarperpensieroso” (nel senso del luogo bloghesco qui presente…).

Ecco i brani epifanici più intensi:

«…Jünger prospetta […] la possibilità di un baluardo interiore – contro gli appelli delle chiese, contro la minaccia del Leviatano, contro i sistemi dell’organizzazione -, e raccomanda un atteggiamento di resistenza che permetta di conservare, nel deserto che cresce del nichilismo, qualche oasi di libertà. Queste oasi – la morte, l’eros, l’amicizia, l’arte – nelle quali può fiorire quello che Jünger chiama la “terra selvaggia” (Wildnis), custodiscono il territorio vergine dell’interiorità, in cui l’individuo, corazzandosi contro ogni attacco, riesce a mantenere l’equilibrio e a resistere al risucchio del nichilismo…».

Jünger, in sintonia con Heiddegger, individua in due precise categorie umane, “pensatori” e “poeti”, i nuovi “eroi” contemporanei, primari protagonisti attivi nella creazione di simili “oasi”:

«…Come in quest’epoca la poesia autentica si muove nelle prossimità del niente, parimenti nel campo dello spirito ogni sicurezza si fa problematica, si sgretolano le costruzioni delle filosofie barocche e il pensiero va in cerca di nuovi appigli […]. Il comune carattere sperimentale di pensiero e poesia corrisponde in modo essenziale alla situazione epocale nel nostro tempo. In questo senso Jünger è solidale con la tesi heideggeriana della “viaticità” del pensiero, del suo essere continuamente “in cammino”, per “sentieri interrotti”, del suo orientarsi come “segnavia” …».

«…In prossimità del niente…» avete letto bene, proprio così. Vi viene in mente qualcosa che sia situato più “in prossimità del niente” di questo mio blog sempre proteso, a suon di fraseggi sul nulla, alla difesa dei residui di bellezza eventualmente rintracciabili fra le pieghe del reale?

Il pensatore ed il poeta, dicono dunque Heiddegger e Jünger, ma io vi aggiungerei a questo punto anche una terza figura: il “viandante per pensieri”.

giovedì 26 gennaio 2012

Gillipix is coming out



Cari amici viandanti per pensieri, non so se ve ne siete accorti, ma la foto con cui apro l’odierno articoletto ritrae un tizio a voi molto noto. 

Come, non mi avete riconosciuto? 

Mais oui, ces’t moi, it’s me, “…a són mè…”, “...sónghè ijè...”.

Sono io: quella vecchia pellaccia di un Gillipixel, ripreso ai tempi in cui aveva appena iniziato a zampettare in autonomia. Come si evince in maniera lampante dall’immagine (quella che avvinghio con strabiliante padronanza di mezzi è una mia vicinetta di casa dell'epoca), fin da allora si palesava già in tutta la sua evidenza l’agevole propensione alla “playboyosità” a me connaturata, attitudine che avrebbe di seguito contrassegnato tutto il successivo fluire dei miei anni. Peccato che col tempo, sarebbe intervenuto un fattore linguisticamente deprivante: il “play” sarebbe decaduto, perdendosi irrimediabilmente per strada, lasciando posto solo ad un’esclusiva “boyosità”. Ma prendendola per di qui, si andrebbe a finire tutto su un altro discorso.

La cosa che mi sono sempre domandato invece è un'altra: dove sono andati a finire i noi stessi del passato? D'accordo: ogni individuo è, in teoria, un essere unico, con una sua identità definita, tratti caratteriali precisi, personalità più meno stabilita, conclusa e “conchiusa”, e così via. Eppure, ogni individuo è al tempo stesso anche una sintesi di infiniti “sé”, un essere che per ogni secondo della vita vissuta è stato di volta in volta una persona nuova, gradualmente mutata in un fisico diverso e probabilmente anche in un animo mutato, attimo dopo attimo, sommatoria umana di infinitesimali diversificazioni accumulate per impercettibile stillicidio cronologico. Se non ci va di esagerare troppo, diciamo pure per ogni minuto, o per ogni ora, o per ogni giorno. Sta di fatto che ognuno cambia incessantemente, pur rimanendo continuamente se stesso. 

Non è nient'altro che l'eterno mistero del tempo, considerato, se si vuole, da un gillipixevole punto di vista. Perché se è lecito, seppur piuttosto fantasioso ed utopico, interrogarsi su dove siano andati a finire i “noi stessi passati”, è altrettanto “sgangherevolmente” fascinoso domandarsi dove minchia se ne stiano rintanati in questo momento i noi stessi di domani. 

In un interessantissimo articolo letto recentemente sull'inserto domenicale del “Sole 24 Ore”, a firma di Carlo Rovelli, si dice che il concetto di tempo di fatto scaturisce in noi da una limitazione, da una magagna, da una circoscritta capacità operativa insita nelle umane possibilità di prendere contezza del reale, di percepire la realtà intorno. Di fatto, il tempo preso “di per sè”, considerato come entità oggettivamente isolabile nei confini del reale, nessuno è mai riuscito “vederlo” o ad indicare “dove si trovi” effettivamente. Del tempo ne possiamo parlare solo “di seconda mano”, “per sentito dire”, esclusivamente in relazione a nostre esperienze: il sole ha fatto un certo tratto di cielo e diciamo che sono passate un tot di ore; le lancette hanno coperto un data porzione di cerchio, la sabbia è calata di una precisa quantità da una vaschetta all'altra della clessidra, e concordiamo sul fatto che è trascorso un determinato lasso di tempo, e via di questo passo. Però, come dice benissimo Carlo Rovelli: «...non vediamo mai “il vero tempo”. Vediamo solo oggetti che si muovono...».

Quando lo estrapoliamo completamente da un contesto di confronto e commisurazione “esperienziale”, riguardo al tempo non sappiamo più dire la benché minima lussureggiate e stra-beata fava. Considerando  dunque questa strettissima parentela consustanziale che intercorre fra tempo (sempre a braccetto col suo cugino “spazio”) ed esperienza, giustamente fin dai tempi di Kant si cominciò a dire che il tempo e lo spazio sono categorie connaturate alle modalità specifiche di cui l'uomo dispone per poter ricevere input conoscitivi da quella fonte di dati che va sotto il nome di “realtà”. In parole povere, le nostre proprietà intellettive (da “intelligere”, “leggere dentro”...faccio un po' di ermeneutica campagnolesca...) sono impostate in modalità “spazio-temporale”, capiscono solo la lingua dello “spazio-tempo”.

Fin qui tutto bene, se ci accontentassimo di seguitare a fare il nido in ambito tardo-settecentesco, con le nostre belle parrucche bianche ben calcate sulle orecchie, ciprie a chili per coprire il fatto di essersi lavati poco, braghe al ginocchio e candide calze ad “impolpacciarci” il sembiante, e piena soddisfazione fiduciosa nutrita nei confronti del kantiano metro di misura del mondo. 

Anche Kant si era arreso alla indimostrabilità dell'esistenza del tempo osservabile “di per sé”, isolabile nella sua oggettività. Non per questo tuttavia aveva smesso di aggrapparsi a quell'intuizione di fondo in grado di farci supporre, con un ragionevole margine di sicurezza, che il tempo da qualche parte deve pur esistere, anche se noi, da umani limitati, ne possiamo appurare l'effettività soltanto deducendola “di rimbalzo”, sulla base di “indizi terzi”.

A rimestare le carte in tavola, ci ha pensato tuttavia nel corso del '900 la fisica quantistica, la branca della scienza che ci ha condotto fin oltre le soglie dell'infinitamente piccolo. Rovelli cita una tesi sbalorditiva esposta nel 1967 da un fisico americano, Bryce DeWitt, secondo il quale, e ve la dico proprio nel linguaggio gillipixico più “bovinese” di cui sono capace, quando si comincia a confrontarsi con dimensioni spaziali infinitesimali, l'esistenza del tempo non sarebbe più necessario postularla. In parole ancor più semplici: il tempo nel microcosmo non serve, non sarebbe necessario al fine di spiegare la realtà per come essa si manifesta a quelle “ridottissi - missi - missi- missime” scale. 

Un aspetto ancor più affascinante a corroborare la validità dello studio in questione, viene da  un'equazione formulata a corredo della tesi da DeWitt, capace di descrivere matematicamente certi fenomeni infinitesimali facendo appunto a meno della variabile “t”. Nel “mini-micro-infinit-cosmo” in pratica i conti tornano anche senza il tempo.

Accogliendo il fluire di simili riflessioni ed abbandonandomi ad un senso di andar-per-spensieratezza assoluto, mi sono ritrovato poi a ricordare una bella storia di Isaac Asimov letta tempo addietro, che ben si riaggancia al mio assunto iniziale riguardo agli innumerevoli “sé” che ciascuno di noi si ritrova sparsi qua e là un po' lungo tutta la propria direttrice cronologica. L'azione si dipanava in un lontano futuro, ovviamente, e l'eroe di turno era l'agente di una sorta di polizia spazio-temporale che disponeva della possibilità di fare avanti ed indietro lungo il tempo, per andare a stanare in ogni epoca criminali e birbaccioni cosmici di ogni risma. 

Il passaggio che mi lasciò dentro un fascino incredibile capitò nel punto del libro in cui, dopo un bel po' che la vicenda era bella e che inoltrata, al nostro caro agente girovago dimensionale, in una delle sue scorribande nel passato effettuate per motivi di lavoro, capitava di incontrare il sé stesso che era stato tempo prima, esattamente alla data in cui era stato catapultato per la sua missione.

Questo sbalorditivo intreccio fantascientifico mi fulminò letteralmente la fantasia. Tenetevi pronti e allacciate le cinture di sicurezza, perché ciò che leggerete fra poco rischia di farvi cappottare sulla vostra sedia per il superamento del muro del suono del surrealismo. Cosa credete infatti che ci avrei fatto io, con il “me stesso passato”, se mi fosse toccato in sorte d'incontrarlo in quei termini? 

Sempre che l'incontro si fosse verificato (ma questo è talmente ovvio che quasi non andrebbe detto...) con un “me stesso passato” sufficientemente maturo e già in grado di comprendere il valore ed il senso di quanto sto per dire, ecco, io semplicemente, con quel “me stesso passato”, ci avrei fatto l'amore.

Piano nelle curve però, chiarisco una cosa. Non sto parlando di una mia repentina conversione alla tendenza omoerotica. Con tutto il rispetto per le tendenze sessuali di ciascuno, e con il massimo dispregio per qualsiasi atteggiamento omofobo immaginabile, non posso negare di essere nato eterosessuale. Mi è toccato di essere così e ne prendo serenamente atto, come andrebbe fatto verso la sessualità di ciascuno, sempre fatta salva la tutela, la salvaguardia, della libertà di tutti, “condicio sine qua non” per iniziare ogni tipo di discorso in merito.

Non è quello il punto dunque. E la motivazione nemmeno va ricercata nell'ambito della dimensione autoerotica. Niente di tutto questo. La molla del fare l'amore con un “se stesso passato” va invece ricercata tutta su di un piano “ipsoerotico”, dal latino “ipse, ipsa, ipsum” (nei tre generi maschile, femminile e neutro) che sta per  “se stesso”, il “propriamente sé”. 

Nell'autoerotismo c'è una persona sola, che scaturisce da una mente sola più un fisico solo (sempre ammesso e non concesso, che le due dimensioni siano separabili). In un ipotizzato e fanta-umanistico “ipsoerotismo”, ci sono invece due corpi e due menti che tuttavia al tempo stesso sono anche portatori delle rispettive unicità. E' la condizione perfetta del superamento della limitazione kantiana di percezione del tempo.

Due “se stessi” cronologicamente sfasabili e sfasati che si ritrovassero nell'eventualità di uno scambio d'intimità, darebbero vita alla perfezione del meccanismo amoroso. L'uno (o l'una) saprebbe perfettamente quello che l'altro (o l'altra) si aspetta di ricevere e di poter offrire. Ogni mossa sarebbe quella giusta, ogni gusto azzeccato, il tempismo rispettato al millesimo di secondo, l'intesa impeccabile.

Non “omo” dunque, l'attrazione fra omologhi; e nemmeno “auto”, dedizione fisica esclusiva ad un unico “sé”, bensì “ispso”, lo scambio sensuoso fra due “se stessi” scaturiti in romanzata e duplicata univocità da questa fantascientifica ipotesi “utopizzante”.

Si potrebbe obiettare che imboccando questo cammino, si perderebbero per strada fondamentali  valori aggiunti, quali quello del corteggiamento, ad esempio, insieme al correlato piacere della sorpresa nello “scoprire” il diverso nell'altro. L'appunto potrebbe anche essere vero, ma non del tutto. Il “se stesso passato” è infatti anche per buona parte individuo dimenticato dal “se stesso attuale”, mentre si può dire che quest'ultimo rappresenti praticamente un'incognita per il primo. Il gioco della seduzione sarebbe in questo modo salvo, con il pregio ulteriore di non contemplare quasi mai l'opzione del rifiuto (salvo casi eccezionali di estremissima auto-disistima).

In questo senso si concreta allora l'odierno outing gillipixiano: eterosessuale, se considerato sotto risvolti del reale confezionati in carta da pacchi kantiana, tutti belli incasellati nella loro spazio-temporalità d'ordinanza; “ipsosessuale” invece, se proiettato nella “asimoviana” eventualità di uno “sparigliamento” del sé in una serie di molteplici “se stessi” scaturiti dallo rimescolio dell'immenso mazzo di carte dell'apparato cronologico.

So che i più staranno a questo punto pensando: «...Eccolo là! E' andato, ci siamo giocati il Gillipix. Stavolta è proprio partito via di melone senza più speranza.. Peccato, non era neanche un tizio così antipatico, finché è durato...». 

Ma so anche che i migliori di voi, se ormai un po' vi conosco, cari amici viandanti per pensieri, tra una riflessione e l'altra di siffatto tenore, si saranno anche lasciati un momento andare, assestando bacini ed abbracci all'aria tutta intorno, nella malcelata speranza di riuscire ad abbrancare un qualche “sé” recente, rimasto per sbaglio impigliato e sospeso nelle maglie fantasiose di una spazio-temporalità adattata su misura della propria sete di fantastico.

domenica 22 gennaio 2012

Restaurant “Chez Gillipì”: nouvelle cousine mais ancien stronsè


Lamentarsi troppo dell’epoca in cui si è nati non è mai sintomo di eccessiva saggezza. Non foss’altro che per due semplici motivi.

La prima considerazione è tanto banale da creare quasi sconcerto: a ciascuno è stato assegnato il proprio tempo ed è in quello che gli tocca vivere. Potrà immaginare di compiere continue ed irrequiete capriole cosmiche, fantasmagoriche piroette trans-dimensionali, instancabili avvitamenti carpiati crono-centrifughi, ma alla fine dovrà sempre rassegnarsi a mettere il cuore in pace: dal proprio tempo non si fugge, sempre lì ci ritroviamo piazzati, e non ci sono “sacramentate” che tengano.

La seconda motivazione deriva a stretto giro di ragionamento dalla prima: siccome dal proprio tempo non si può evadere, tanto vale sfruttare al meglio le opportunità che esso ci presenta, concentrarsi su quelle, lasciando perdere il più possibile le magagne e le faccende che non funzionano tanto bene.

Fin qui tutto a posto, dunque: le esigenze della razionalità e del buonsenso sarebbero salve e noi ci sentiremmo con la coscienza in ordine. Resta però il fatto che prendere un po’ in giro il proprio tempo è anche operazione parecchio divertente e quindi, ogni tanto, non fa male piazzare un calcio in culo alla ragionevolezza e lasciarsi andare ad un sano sbeffeggiamento auto-epocale.

Una delle più perniciose propensioni involutive da un punto di vista culturale introdotte dagli anni recenti, è la malsana tendenza ad edulcorare la realtà per mezzo di una sua verbale “eufemistificazione” (Squili, se sei in ascolto, spero tu sia fiero di me per questo funambolismo semantico degno dei tuoi migliori...). Si creano di continuo bizzarri sostituti linguistici con la malsana e subdola pretesa di smussare aspetti meno gradevoli del vivere, oppure assecondando la patetica volontà di investire di complessità nobilitante talune circostanze del mondo di fatto irrimediabilmente semplici e lineari.

Ecco allora che il linearissimo “spazzino”, fino a qualche anno fa verbalmente giustificabile con chiarezza ed immediatezza degne di un teorema pitagorico (in gillipixilandese è addirittura euclideo: “spasòn”), di colpo si è tramutato nel mefitico “operatore ecologico”. La cara e vecchia scuola, fosse essa “materna”, “elementare”, “media” o “superiore”, è stata orribilmente sfigurata dal burocratese più petulante e “palazzochigico”: “primaria”, “di primo grado”, “secondaria”, “dell'infanzia”...ma va a dà via i ciàp!!!

Per non parlare del settore mangereccio. Uno degli ambiti dell'umana comunicazione più duramente colpiti dal flagello linguistico “edulcorante” è proprio quello dei menù nei ristoranti o trattorie che dir si voglia. Ormai nessun livello è più risparmiato, anzi, si registra una tendenza al regresso sempre più marcata su tutti i piani dell'italico ristorare. Ora, io non è che sono un frequentatore così assiduo di “mangiatoie” extra-domestiche, ma non ci vuole molto ad accorgersi del fenomeno. Se ci avete fatto un po' caso, è tutto un florilegio di vezzeggiativi, diminutivi, “abbellitivi”, “semi-scoreggiativi” sintattici, da farteli quasi immaginare tutti là dietro in cucina, uniti in combutta per tentare la sortita di serviti uno scarpone bollito, cercando di farti bere che si tratta di tenerissimo stracotto bovino.

E poi, al di là delle più svariate forme di “sottodimensionamento” delle parole, al fine di dotarle di una maggior “grazia pretesa”, si sprecano i possessivi o gli specificativi esaltativi della proprietà privata: “il nostro” vino, “la nostra” zuppa inglese, il brodone sapido di verdurine “della casa”, la frittatina “del casale” e così via. Mai una volta che, così, per la soddisfazione di cambiare un po', ti portano un piatto dalla casa di fronte: tutti in casa loro, ce li hanno sempre!

Non venite dunque poi a lamentarvi con me, non ditemi che non vi avevo avvertito, se fra qualche tempo, dopo esservi comodamente seduti al vostro posto cortesemente indicato dal cameriere, magari in piacevolissima compagnia, sfogliando la carta delle portate, vi ritroverete  a leggere simili eccellenze di fatuità mentale:

- I nostri antipasti frammisti al fiorfior di salumeria:

Il salamotto grimaldelloso della Val Viappiona adiagiato in letto matrimoniale dell'ordine della giardiniera con striature cangianti di balsamo d'aceto

Cubetti maltagliati di Mortadello della casa insapiditi al sapor selvatico malsaporito

Cartevelinità al proscutello di maialetto Smugo infioccardate da sbocciolature di burro da mungitura manuale con antico metodo del tiratetta vellutativo

- I nostri primi dalla fresca riserva pastiera di Nonna Mattarella:

Maltrattati all'uovo con bordure di besciamellità agli spinaci nani cavolfiorati in rugiada di vino fatuo

Spaghettini al capel di Venere inforforiti di parmigiano-cagliaritano con arricciature d'origanetto a canne mozze

Crespellonze della casa impaludate in alluvionale contornatura  vegetale alle spontaneità di bosco

- I secondi del nostro chef Charlì Mariòn de la Place Concorde:

Piallature di salmoncello pescato al balzo con carpitura da zampa d'orso bruno, in salamoia delle isole Smargiasse e rabbuiatura di salse

Medaglioni di vitellino slattato metodo Montessori percolati in purea di primizie di campo

- La nostra carta dei dolci di Zia Adalmanza:

Tiramigiù alla giavanese rammendato con contrappunti vaniglinati al fior d'agrume

Pannicella ricotta del mastro casaro in pioggia caramellata

Cremetta del vicolo ingiallognolita con spruzzature di mentuzza dell'erba del vicino

- Gran digestivo finale della casa:

Il Purgone di Nonno Rimbambino all'essenza di petali di sturabuso inodorito con frescosità di stagione

giovedì 19 gennaio 2012

Cyrano de Gilleràc



Il raccontare attraverso “storie di finzione” si può dire forse la più antica fra le forme espressive e comunicative. Il perfetto antenato primordiale di questa propensione umana lo ritroviamo nelle forme del mito. Nel mito si riassume il nucleo di senso più puro ed originario insito nell'atto del “narrare”.

Eppure stupisce il fatto che l'essenza di questa modalità di scambio culturale, sociale, sentimentale e spirituale fra gli umani, non solo non sia mai passata di moda, ma acquisti sempre più fascino, magnetismo, profondità, anche in un’epoca come la nostra, così ricca di conquiste tecnologiche avanzatissime, satura di consapevolezza scientifica “positiva”, all’apparenza largamente acquisita ed archiviata come patrimonio assodato di verità riposte alla luce del sole della ragione.

La sete di indagine esistenziale è dunque a tal punto inestinguibile? E come mai essa ritrova un habitat a sé così confacente proprio nell’ambito della dimensione narrativa?

Il mondo dei romanzi e dei racconti ci attrae in maniera così intensa, perché in esso possiamo riconoscere tratti della nostra personalità, messi a nudo dalla sapienza del narratore in forma mai conosciuta prima così limpida e chiara. In pratica, siamo calamitati dalle “storie” perché in esse ci riconosciamo. E’ questa la “molla egocentrica” primaria che fa scattare il marchingegno.

Per di più, questo riconoscersi nelle “storie” presenta un ulteriore ingrediente di seduzione.

Nei racconti, nei romanzi, nelle opere “narrative” in genere, non riconosciamo noi stessi attraverso l’oggettivo fermo immagine di una fotografia. Non è un’asettica scheda descrittiva quella che rinviene dall’incantesimo della dimensione narrata. In virtù dello stratagemma innescato dall’autore, mentre finge di  veder vivere i suoi personaggi, ciò che invece riconosciamo in quell’ambito sono “parti della nostra personalità” sorprese dal vivo, mentre fluiscono nel tempo e compartecipano allo scorrimento esistenziale negli istanti del suo farsi.

Ho scritto “parti della nostra personalità”, perché difficilmente accade di riconoscersi totalmente in un solo personaggio compiuto. L’interiorità di ciascun individuo è faccenda molto complessa e lo stesso può dirsi dell’architettura di certe opere narrative. L’incontro di due complessità difficilmente può dunque risolversi in forme lineari. Ecco perché molto spesso l’identificazione, il moto di empatia, non rimane circoscritto ad un personaggio definito, ma si accavalla, si interseca, si contamina, nei e dei lineamenti di più personaggi di un’opera.

Non solo. A volte ci si accorge pure che certi tratti di personaggi a noi giunti dalle profondità dell’universo narrativo, si amalgamano, si contagiano nella re-invenzione reciproca, si nutrono vicendevolmente della rispettiva deformazione, per dare vita ad inedite forme di auto-identificazione.

E' stato forse percorrendo queste contorte strade, dunque, che Cyrano e Cristiano si sono inusitatamente confusi in me. Fusi insieme, nel confondersi.

Com’è arcinoto, nell’opera di Edmond Rostand, Cyrano e Cristiano incarnano una dualità virile ideale, beffardamente scissa da una sorte burlona. Da una parte Cyrano: l’animo nobile, coraggioso, libero fino agli estremi confini concessi da una personalità che mai conosce orizzonte troppo vasto da non lasciare ogni volta rinnovato adito al desiderio di spingersi oltre. Sul versante opposto, Cristiano: un individuo tutto sommato mediocre, di fatto privo di qualità interiori degne di nota, buono, ma goffo nell’animo e nei modi di fare.

Il prezioso tesoro della sensibilità di Cyrano è tuttavia imprigionato con sardonico intervento del destino nello sgraziato forziere di quel suo buffo sembiante, al quale fa da coronamento più sarcastico che mai un naso abnorme sino a rasentare il grottesco. Mentre la vacuità e l’insipienza di Cristiano possono contare su di un “abito fisico” sfavillante, su un aspetto esteriore aggraziato, elegante, su di una leggiadria virile esemplare nel corpo. Cyrano e Cristiano sembrano dunque impersonare un uomo ingiustamente scisso alla nascita in due personalità e due aspetti. Ciò che possiede l’uno, completerebbe superbamente l’altro. Ciò che manca a ciascuno li rende esseri limitati, individui esistenzialmente zoppi.

Celeberrima è la scena in cui i due provano in qualche modo a fondersi in un “unico”, recitando, sotto il balcone di Rossana, la donna da entrambi amata, versi forgiati nella penombra da Cyrano, ma declamati in piena luce da Cristiano.

Dopo aver letto le vicende di Cyrano e Cristiano alcuni anni fa, e rimeditato in merito tante volte nel corso del tempo, mi sono gradualmente reso conto di come i due personaggi, sempre in forza della magica mutevolezza trasmissibile attraverso la dimensione narrativa, si erano finalmente riconciliati in una sola persona.

Quella persona credo di essere io.

Non che la cosa presenti un tale rilievo, da venirvela a raccontare qui, oggi. Se un certo interesse può risiedere nell'esposizione di una simile esperienza personale, è rintracciabile sempre in un'ottica d'indagine riguardante il fenomeno narrativo e culturale.

Com'è che mi sono ritrovato a riconoscermi in una sorta di fusione maldefinita di Cyrano e Cristiano? Per fortuna, il fenomeno non si è verificato nelle modalità letterali che ci si sarebbe potuto aspettare. Il mio aspetto esteriore non ha niente delle deformità cyraniane e nemmeno delle eccezionalità estetiche di Cristiano. Credo di essere né troppo bello, né troppo brutto. Niente mi impedirebbe dunque di sortire in una riuscita sul piano “sociale” più che soddisfacente, magari riuscendo a sfiorare anche punte di brillante affermazione, se non di successo.

Il differenziale cyranesco si gioca invece tutto ad un livello interiore.

La goffaggine di Cristiano me la ritrovo sempre fra i piedi in questa fondamentale attitudine “anti-recitativa” che accompagna tutti i miei modi di fare con la gente. Non ho la battuta pronta, nel confronto dialettico risulto spesso deficitario, non so accompagnare il mio dire con modi accattivanti, né tanto meno convincenti. Il mio forte è ascoltare, mentre arranco nell'arte del farmi ascoltare. La mia presenza in un ambiente, in modo particolare se le persone presenti sono in discreto numero, difficilmente s'impone, è sempre flebile e delicata, scarsamente assertiva.

Ecco dunque dove tutta la mia immedesimazione nel personaggio di Cristiano principalmente si manifesta: in questa insufficiente “perizia sociale”, in questa insipienza nel rapporto con gli altri, una dimensione per me spesso fonte di difficoltà. Anche se molte volte, paradossalmente proprio in virtù di queste “eccezionalità” a loro modo preziose, le soddisfazioni risultano altrettanto copiose, spesso manifestandosi in forma di insospettabili mini-diamanti rinvenuti nella grande miniera della sensibilità umana, mia ed altrui.

E che fine ha fatto in tutto questo discorso la figura di Cyrano? Se non si nasconde dietro il mio naso (per altro di discrete dimensioni, ma non tali da far rivivere con sufficiente fedeltà l'abnorme sembiante dell'impavido spadaccino poeta), in quale altro anfratto della mia personalità è rimasto impigliato? La risposta è presto detta. Anzi, l'avete avuta sotto gli occhi ogni volta che vi siete imbattuti a leggere un mio sgangherato articoletto, un raccontino bislacco pubblicato qui sul blog, oppure uno dei miei innumerevoli e debordanti fraseggi sul nulla.

Cyrano, per quanto mi riguarda, abita nella mia scrittura. Solo in quella dimensione mi sento di possedere  propriamente ed interamente una nobiltà d'animo capace di trattare in punta di fioretto e di florilegio linguistico qualsivoglia confronto dialettico e, per estensione, sociale. Solo scrivendo posso gustare appieno di un senso di libertà sconfinata che non teme gli ostacoli frapposti dalle convenzioni e,  pur sempre nel limite delle umane possibilità, non teme nemmeno restrizioni esistenziali di sorta.

E' nella disgraziata grazia della scrittura che rimane impigliata la mia aspirazione ad elevarmi, a salire più in alto, ad affermare la mia interiorità più bella, a librarmi in cielo vestito di una personalità compiuta ed elegante. E' nella piacevole e dorata “prigionia” della scrittura che si condensa tutta l'ambivalente identificazione che mi pare di scorgere con la contraddittoria dualità Cyrano-Cristiano. Solamente coi piedi ben saldi su quel piedistallo dalle fondamenta poggiate sopra sillabe e proposizioni, podio ideale limitante ma ad un tempo foriero di potenzialità infinite, riesco a sferrare stoccate e fendenti che non conoscono rivali, colpi leggeri, quanto possono essere i pochi milligrammi di una manciata di pixel, e pur sempre pesanti dell'intensità di cui soltanto un'anima nuda sa essere capace.