venerdì 22 marzo 2013

In fra mezzo fisico e spirito



Quante volte capita di pensare: «…Ah, se l’avessi scoperta prima, questa cosa…». Ma poi a ben vedere, ci si accorge di come esista un momento necessario ed opportuno per ogni faccenda, e si tende così a persuadersi della superfluità dell’iniziale rimpianto. Questo, giusto per non scomodare il celeberrimo passo del libro di Qohelet, o Ecclesiaste che dir si voglia: «…Ogni cosa ha il suo momento, ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo: Tempo di nascere e tempo di morire / Tempo di piantare e tempo di sradicare / Tempo di uccidere e tempo di curare…».

Gli accadimenti, le circostanze, le consapevolezze, i fatti e gli oggetti ci scorrono davanti, magari riproponendosi più volte a distanza di tempo, e chissà per quale misteriosa alchimia, in una data occasione li sappiamo comprendere apprezzare e fare nostri, mentre, in tutte le altre congiunture precedenti, li avevamo ignorati, se non addirittura screditati.

Ci si domanderà: ma cosa sarà successo di talmente sensazionale da far ricorso ad una così pretenziosa premessa? Beh, niente di che, a dire il vero. Ho semplicemente scoperto la superiorità sensorial-spirituale delle ciabatte infradito. Mi sono messo a frequentarle durante la scorsa estate, e da allora il pedonale idillio non si è ancora interrotto. Nemmeno gli ostacoli invernali delle calze hanno saputo interrompere il flusso positivo di energetico scambio che sono riuscito ad intessere con queste propaggini corporali umili, ma così dense di significazioni muscolo-epidermico-digitali.

Con l’approssimarsi dell’autunno, ero già fortemente preoccupato di doverle abbandonare in una scatola, in attesa di poterle inforcare di nuovo col ritorno dei primi tepori primaverili. E invece no. Non mi andava di separarmi da quella confortevole sensazione di pinzamento che ti sanno regalare, e così ho trovato la soluzione senza quasi nemmeno pensarla. Le infradito si portano benissimo anche con le calze, basta shiftare leggermente indietro queste ultime nella zona calcagno, in modo da concedere agio alla stoffa in punta di farsi golfo all’innesco fra “pòlluce ed ìnduce”. E così mi sono fatto tutto il mio bell’inverno infraditato e contento.

Infradito è meglio, per tanti motivi.

Innanzitutto l’infradito rimarca in modo pregevole il continuo dialogo sussistente fra consapevolezza del piede e consapevolezza corporale in generale. Il fenomeno è così noto e consueto, da passare quasi inosservato: quando ci muoviamo, camminiamo, arrestiamo il passo, oppure facciamo uno scarto per cambiare direzione, e così via, il piede dialoga continuamente col resto del corpo. Anche solamente per mantenere l’equilibrio stando fermi in piedi (e non è un caso che si usi l’espressione “in piedi”, pensateci…), attiviamo tutto uno scambio di informazioni propriocettive, per lo più inconsapevoli, fra il nostro “centro direzionale” fisico superiore, e quella lontana sua propaggine posta in vicinanza del suolo. Sono tantissime le informazioni con feedback in andata e ritorno, contrabbandate tra zone alte e periferia inferiore: magari l’alluce fa una piccola pressione per meglio distribuire i pesi delle braccia, che si sono per un attimo protratte in avanti; oppure le altre quattro dita accolgono altri movimenti del busto, con una piccola ondata di assestamenti assorbita lungo la propria raggiera; o ancora, la pianta si distende ampia per favorire l’assorbimento di una lunga falcata della gamba; e mille altre casistiche varie.

Cavalcando la ciabatta infradito, tutto il colloquio corpo-piede si affina e si arricchisce. Il piede sente la sua voce farsi più autorevole, ancorato com’è al delizioso tormento del piccolo piolo alloggiato fra il ditone ed il suo vicino. Per parte sua invece, il corpo si gusta con amplificato agio la maggior chiarezza dei segnali che provengono dalle sue propaggini basse. In sostanza è un parlarsi più franco e meglio definito, fra piede e corpo, quando sono le infradito a fare da interpreti.

La sensazione che per il neofita di questa ciabatta può ingannevolmente apparire di fastidio e di intrusione, con un breve periodo di rodaggio e di abitudine, volge in una gradevolezza e in un interessante senso di presenza. Anzi, è proprio una simile ambivalenza del sentire, un misto fra stimolo incessante e rassicurante conferma, che alla fine si apprezza di più nell’uso di questi semplici calzari. Il piede mastica di continuo il suo medesimo sentir se stesso.

Ma poi, oltre a questi aspetti, o forse proprio in approfondimento di questi aspetti, la ciabatta infradito introduce a mio avviso anche una vicinanza più prossima con una non meglio definibile sensazione di “sensuosità” diffusa. Non voglio esagerare, e infatti non ho parlato di sensualità in senso proprio. “Sensuosità” mi sembra termine più adeguato per indicare una sorta di piacevolezza fisica trasmessa dall’infradito, un tipo di sensualità più “laica” e meno sacrale di quella strettamente intesa.

Chissà se tutte le mie considerazioni c’entrano qualcosa col fatto che questo tipo di calzature, anche nell’immaginario comune, sono spesso associate alla figura di saggi e uomini di carisma orientali. Se penso alle infradito, mi vengono in mente fieri samurai, ieratici bonzi, illuminati monaci sprofondati nel trasporto meditativo più intenso, eleganti maestri delle più atletiche arti marziali, seducenti geishe ticchettanti a passetti rapidi sul tatami.

E dato che ho esagerato sin dall'inizio, introducendo il mio strano discorso di oggi con una forse troppo nobile citazione, soprattutto se confrontata con la pochezza del mio dire, mi affido sempre alla medesima fonte per completare la suggestione. Sempre nel libro dell’Ecclesiaste, ricercando il noto brano da riportare con precisione letterale in apertura, e poi sleggiucchiando oltre, ho trovato anche questo stupendo passaggio: «…Ciò che è già stato, è; ciò che sarà, già da tempo è accaduto. Dio riporta sempre ciò che è scomparso…».

Non lo conoscevo, ma a questo punto sono grato alle mie infradito, se girovagando per i pensieri da esse stimolati, sono giunto sino a questa perla di misterica saggezza. Mi lascio un po' cullare dalla stranezza culturale che mi fa cogliere una certa affinità fra il sapore orientaleggiante di questa citazione ed il riferimento alla predilezione dei saggi delle terre del sol levante per le ciabatte infradito.

La ciclicità temporale non è una categoria filosofico-teologica così usuale per le pagine della Bibbia. Eppure in questa frase del libro dell’Ecclesiaste, essa è suggerita in maniera piuttosto lampante. E sempre andando dietro alle mie imbizzarrite elucubrazioni, colgo insieme una certa espressione di ciclicità insita anche nelle umili dinamiche innescate dalle ciabatte infradito. E' forse proprio quello che esse sanno mettere in moto, quando le portiamo: una ciclicità piede-corpo, un continuo (se non proprio eterno) ritorno, un rimando fra parti del corpo che si mettono in armonia fra loro, parlandosi, interrogandosi e rispondendosi.

Ora, ritengo che considerazioni molto simili a queste introdotte riguardo alle valenze sensorial-significanti di pertinenza delle ciabatte infradito, si potrebbero fare magari, per somiglianza anatomico-percettiva, anche per quanto concerne l’uso del tanga o del perizoma. Ma essendo quello un territorio tematico alquanto delicato, mi accontento qui di aver stimolato la riflessione e concedo la gentile incombenza di sviscerare la variante, a chiunque si senta più ferrato di me, modesto pensatore coi piedi, nel discettare, “prosit” iniuria verbis, di emerite questioni da culo.

sabato 16 marzo 2013

Il mio paese




Il mio paese a me mi piace
perché non conta una minchia.

Non l’ha mia contata
e mai la conterà.

Il mio paese a me mi piace
perché, vivendoci, puoi permetterti
di non contare una minchia
e nessuno ci fa caso.

Il mio paese a me mi piace
perché è esattamente
uno di quei posti in
cui la gente dice:
«…Ma qui non c’è niente…».

Il mio paese a me mi piace
perché nonostante la gente,
a me mi pare che
ci sia anche troppo.

Il mio paese a me mi piace
perché per quanto succedano
nel mondo cose gravi
o meravigliose
puoi sempre andare un attimo
dietro casa, e con lo sguardo
pulito rivolto verso l’argine,
farti una bella pisciata per
spazzare ogni pensiero.

Il mio paese a me mi piace
perché se sei povero
o se sei ricco,
la differenza si nota
meno che altrove.

Il mio paese a me mi piace
perché ti sembra di stare
spesso altrove,
anche se rimani sempre qui.

Il mio paese a me mi piace
anche perché a voi
non ve ne potrà
fregare una suprema fava.


lunedì 11 marzo 2013

Gli ideogrammi e il pero per pomo antropologico


L’eccessiva reiterazione comunicativa rischia a volte di inflazionare la stessa bontà del messaggio originariamente presente in quanto s’intendeva trasmettere. Siamo quotidianamente bombardati da una miriade di stimoli informativi e questo stillicidio di sollecitazioni culturali ripetute e ribadite in tutte le salse, è addirittura in grado in taluni casi di logorare anche il concetto più nobile, anche la citazione più raffinata, anche l’immagine più stimolante.

Mi è venuto da fare simili riflessioni l’altra sera, 8 marzo. Una storica conduttrice di varietà satirici di successo era ospite di un altrettanto noto programma tv, dove si discuteva della condizione della donna e, di riflesso, anche della più generale situazione di crisi socio-economico-culturale generalizzata, in cui ci ritroviamo tutti calati fino al collo, ad arrancare.

Preciso che valuto positivamente la figura di questo personaggio, mi è sempre risultata simpatica, apprezzo la sua arguzia, l’intelligenza, il suo senso dell’ironia ed il garbo nel fare il proprio mestiere in tv. Tuttavia, non ho potuto fare a meno di provare un leggero moto di repulsione, quando la stessa se n’è uscita con una suggestione culturale, di per sé pregevolissima, ma sentita ormai tante volte, da risultare insapore e slavata come un brodo di carne fatto con un solo dado per 100 ettolitri d’acqua.

Il riferimento culturale richiamato, di suo è pregiatissimo e non mi sento di biasimare la brava conduttrice tv per averlo tirato in ballo. Forse sono io a fare troppo lo schizzinoso. Ma quello che mi interessa mettere in rilievo è piuttosto la potenza “banalizzatrice” del mezzo comunicativo. Quando questo viene esasperato a livelli di amplificazione quantitativa esagerata, esso è capace di rovinare persino la pur alta qualità culturale di ciò che si sta trasmettendo. La ridondanza, in questo ambito, davvero riesce a tramutare in ghiande anche le migliori perle per porci (non so se l’immagine fila più di tanto, ma ormai che così m’è uscita, tale la lascio).

Parlando della crisi, dunque, la simpatica conduttrice televisiva ha citato l’ormai visitata e rivisitata questione dell’ideogramma cinese utilizzato per esprimere appunto il concetto legato alla parola “crisi”. La grafia di questo segno, in quella complicatissima selva orientale di “simboli-parola-immagine”, risulta essere non a caso affine alla struttura grafica utilizzata per indicare anche la parola “opportunità”. Questo è bellissimo, è molto stimolante da un punto di vista culturale: in ogni crisi si nasconderebbe dunque sempre anche l’appiglio relativo per il proprio riscatto. Una crisi, ci dice l’antichissima tradizione cinese, non sarebbe altro che il versante opposto della medaglia sul cui retro sono impresse tutte le occasioni favorevoli a disposizione per trarci fuori da quella crisi medesima. Tutto dipenderebbe da come si osserva la realtà: da un certo punto di vista è “crisi”, ma rigirando lo sguardo in modo adeguato, essa risulta essere “occasione da cogliere”.

Ora, va tutto bene: magnifico, ripeto.

E so anche che non tutti saranno a conoscenza di tale perla culturale, ma io questa storia l’ho già sentita ripetere un sacco di volte, e quando anche l’ottima conduttrice è andata a rispolverarla, invece di un moto di soddisfatta ponderazione interiore, l’unico pensiero che mi è balzato fulmineo alla mente, pur continuando a voler sempre bene a quel caro personaggio tv, è stato: «…Ma va a dà via al cül, tè e i Cinèès!...» (ometto la traduzione per manifesta evidenza semantica).

Così con altrettanta subitaneità, qualche attimo dopo, considerato il picco d’inflazione sfiorato ormai da talune immagini antropologico-culturali evocate nei più svariati consessi comunicativi (per ricordarne solo un’altra, al limite della leggenda metropolitana antartica: gli eschimesi hanno 20 o passa parole differenti per indicare le varie sfumature di bianco della neve), ho pensato che fosse giunto il momento di creare almeno qualche nuovo ideogramma, ancora non usurato. Li metto a disposizione di qualsiasi oratore tv o comunicatore in genere, per le loro citazioni di antropologia spicciola. Non saranno ovviamente cinesi, questi ideogrammi, ma apparterranno ad una lingua immaginaria, il Gillipixilandese Mandarancio (contorta derivazione del più noto “Mandarino”), una forma antica di dialetto cino-gillipixiano, abbandonata ormai secoli fa, per eccesso di surrealismo presente nelle sue forme e significati.

Dunque, tra i numerosi suoi evocativi ideogrammi, i parlanti Gillipixilandese Mandarancio vanno particolarmente fieri di un simbolo grafico a loro molto caro: si tratta del celeberrimo ideogramma usato per esprimere il concetto di “fortuna”. Sono pochi a sapere infatti che in Gillipixilandese Mandarancio, l’ideogramma di “fortuna” è praticamente identico a quello indicante un’azione, riassumibile nella perifrasi “pestare una merda di cane”. Tanto che l’augurio derivante, il classico nostro “…buona fortuna…”, in Gillipixilandese Mandarancio risulta così suonare: “…Buone merde di cane pestate…” (toh, una faceta curiosità, che vi segnalo: il correttore di word mi sottolinea la parola “merda” come un errore: forse che i programmatori di word sono ancora all’oscuro del misterioso concetto?).

Altro pregiatissimo ideogramma in Gillipixilandese Mandarancio, è quello utilizzato per raffigurare il concetto di “…auto schiantata contro un platano…”. In questo caso, la grafia connessa all’espressione è strettamente apparentata con la sua consimile frase “…assicuratore con le tasche gonfie…”.

Altro esempio: in Gillipixilandese Mandarancio, quando si vuole rendere in ideogramma il concetto di “…martellata sul pollicione…”, ci si serve di un costrutto di segni molto somigliante a quello indicante l’altrettanto complessa idea di “…bestemmiatore fantasioso…”.

Ancora: il Gillipixilandese Mandarancio solo leggermente distingue la propria grafia, quando si tratta di indicare il concetto maschile di “…sabato pomeriggio libero…”, insieme al suo omologo al femminile. Questo è proprio un caso sorprendente, perché praticamente con gli stessi identici tratti, vengono espressi sia l’idea  del “…semi-comatoso poltrire sul divano davanti alla tele…” (nell’accezione pertinente all’uomo), sia il concetto di  “…4 ore filate all’Ikea…” (nell’accezione che compete alla donna).

Altre interessanti bivalenze si possono poi rinvenire fra gli ideogrammi della tradizione Gillipixilandese Mandarancia. Uno dei più oscuri, tuttora oggetto di dispute etimologiche clamorose fra i più dotti esegeti, è l’ideogramma che con lievi sfumature grafiche sta ad indicare sia l’espressione “…occhio di bue…”, sia l’apparentemente assai lontana idea di “…ultras di calcio…”.

Insomma, questi sono soltanto alcuni fulgidi esempi di ideogrammi tratti dal repertorio millenario della lingua Gillipixilandese Mandarancia, ma all’occorrenza se ne potrebbero citare a decine. Li offro gratuitamente, in uso a chiunque si trovi a dover sostenere prove comunicative, al fine di poter sfoggiare una maggiore varietà concettuale, evitando così di incagliarsi nelle secche del più pernicioso inflazionamento culturale. Quando anche questi si saranno frustati per l’eccessivo utilizzo, citofonatemi pure, ore pasti: vedrò di sfornarne di nuovi, freschi e croccanti.


domenica 3 marzo 2013

Piccolo blog antico, ovvero tutto ormai è barzelletta



Dialogo fra un “cittadino n° 1” dell'anno 1976 ed il suo amico, “cittadino n° 2”:

Cittadino n° 1:
- Ci scommetti che fra circa 37 anni, il destino dell'Italia sarà nelle mani di un cabarettista?
Cittadino n° 2:
- Ma vai a cagare, va, te e chi non ti ci manda!

*******

Da tanto, troppo tempo ti trascuro, caro piccolo mio blog antico. Non temere, non ho alcuna intenzione di abbandonarti senza guinzaglio lungo un’autostrada digitale, alla mercé di lettori distratti ed ipercinetici. Non ti darò in pasto alla twitterizzazione delle menti. Continuerai ad essere un luogo della lettura misurata, dove ci si prende tutto il tempo che si vuole per calarsi nelle parole. Questo spazio del dire rimane e rimarrà sempre caldamente indicato a chi ha del tempo da perdere. Proprio per questo, anche io mi sono preso i miei tempi, nel frattempo.

E scusa se salto di pelo in fresca, ma tra l'altro, non so se te ne sei accorto, ne sono successe di cose nell'ultimo periodo durante il quale ci siamo sentiti poco. Io prestavo servizio come scrutatore, nel mentre che l'Italia veniva rivoltata come un pedalino. Si sono vissute e si continuano a vivere giornate molto surreali. Era il Papa che ha ammonito i crucchi a non fare troppo i furbi, o il presidente della Repubblica che sarà eletto in conclave?

Un flashback retro-lampante, nella sua tautologica evidenza, mi s'impone alla mente. Dev'essere stata l'estate del 1986...già. Trascorrevo le vacanze in un'amena località marina della riviera toscana. La doppia settimanata di periodo feriale preventivato si srotolava  nel normale tran tran vacanziero, tra spiaggia, bagni e scottanti letture sotto l'ombrellone (fu quell'anno che crogiolai la mia intera persona fra gli orridi socio-politici del «1984» orweliano).

Mentre passeggiavo con mio fratello un bel giorno sul lungomare, un'allettante locandina attirò la nostra attenzione. Nella “verzeggiante” pineta del piccolo abitato balneare, era in programma lo spettacolo di un giovane cabarettista, all'epoca già assurto con sommo riconoscimento di pubblico ai clamori della ribalta artistica. Non ci pensammo un attimo ad aderire all'iniziativa. Quel comico ci stava proprio simpatico, con la sua espressività diretta ed suoi modi sferzanti di mettere sotto la spada di Damocle dell'ironia, comportamenti, virtù e vizi quotidiani dell'italica turba.

L'esibizione non tradì le aspettative. Mio fratello ed io assaporammo proprio di gusto quella luminosa dimostrazione d'istrionismo sapiente. Tanto che ricordo ancora una delle mille gag introdotte nel suo monologo dal faceto mattatore. Parlava di quando si viene invitati ad una festa, con tutti gli annessi e connessi involontariamente comici che si possono innescare. Tra le mille boiate menzionate, non so proprio come mai, mi rimane impresso il riferimento alla dinamica dei bicchieri di plastica, usati appunto nel corso delle feste. Il tuo, lo posi sempre nel posto più strano e bizzarro, di modo che la posizione inusuale ti faccia da promemoria infallibile, per ritrovarlo intonso da sbavate estranee. Ma con regolarità svizzera, intervengono poi i più buffi fattori depistanti che ti fanno calare nel disorientamento “bicchierale” più assoluto. Capita magari che il tuo cilindretto di plastica, te lo ritrovi assediato da un'altra mezza dozzina di suoi simili, posati lì intorno, esattamente nel tuo stranissimo inequivocabile punto, da altri astutissimi invitati. Oppure, capita che nella baraonda festosa, scordi completamente l'ubicazione del tuo indimenticabile posizionamento. Di fatto, alla fine della festa, ogni invitato si ritrova a mettere in pista almeno una decina di bicchieri a testa, sperduto sulla sommità dell'incertezza dubbiosa del non riconoscere più la paternità delle “ciucciate” inferte ai bordi di tutti quelli già disseminati in ogni angolo dell'ambiente festaiolo...

Ma perché mi ricordo questi dettagli realmente appartenuti all'economia concreta del divertimento di quella lontana serata, ed invece non riesco ricordare un altro piccolo fatterello che, sempre sotto gli aghi aromatici di quella piacevole pineta mutata per una sera in goliardico anfiteatro, avrebbe dovuto succedere, ma non successe effettivamente mai? Che scherzi fa a volte, la memoria. Un vecchietto gentile, di quei tipici omini toscani su d'età, un po' burberi ma dal cuore d'oro, avrebbe dovuto passarmi a fianco, nella bolgia degli spettatori ridanciani, sussurrando con fare oracolare all'orecchio degli astanti più prossimi: «...Ghignate, ghignate, oh bischeri...ma la battuta più bella de 'sto spettacolo, gli autori se la son proprio scordata ne la penna, Maremma tautologica...e allora eccovela servita su un bel cabaret futuristico: fra 'na saccocciata d'anni, il destino dell'Italia sarà proprio nelle mani de 'sto scapigliato 'nventore di risate...».

Ma il burbero-bonario vecchietto toscano quella sera non passò e nemmeno disse mai nulla.

Sì, perché quel comico, di chiome ne ha sempre avute da vendere, e si appassionava al suo stesso parlare, com'è giusto che sia, stillava sudore traslucido, copioso, altrettanto quanto il profluvio della sua loquela. Da allora, non ha cambiato molto il suo stile: le chiome sono sempre le stesse, un po' ingrigite, e di sudore ne spende ancora molto. Però ha cambiato l'obiettivo delle sue argomentazioni. Si sono fatte via via più impegnate. I temi si son politicizzati e sociologicizzati. E forse oggi non ha più tanto senso domandarci com'è che l'Italia sia finita per dipendere dalle mani di un comico. Probabilmente l'unica risposta sta nel fatto che l'Italia non è altro che un paese da barzelletta. E' una grossa, unica, pervasiva barzelletta, con 60 milioni di protagonisti, che siamo tutti noi, italici aborigeni.

Ma...si badi bene. Non è tanto l'autocommiserazione che mi sento di invocare, con queste mie considerazioni all'apparenza un po' velate da un retrogusto apocalittico sbracato. No, non è questo il  sentire che mi sento d'esprimere. Piuttosto, sto pensando invece ad un sottile sapore di speranza, che mi auguro titilli l'animo di molti, in questo difficile passaggio della nostra gloriosa storia patria. E' spropositatamente strano ed esageratamente paradossale a dirsi, ma se siamo un paese da barzelletta, due devono essere i motivi ad indurci a non smarrirci.

Il primo motivo, è molto generale, e valido in ogni circostanza dell'umano considerare. Se la nostra essenza è la barzelletta, allora sarà inutile ribellarci alla nostra essenza. Meglio, molto meglio, è assecondarla. Ne potranno venire molti più benefici che non dal fatto di pensarci, con millantata malafede, personaggi di una trama narrativamente più seria o seriosa. Non saremo mai protagonisti di un poliziesco all'americana, o di una piece esistenzialista francese. I nostri orizzonti caratteriali rimangono Pierino, il fantasma formaggino, o al massimo certe combriccole composte da un francese, un tedesco, un inglese, che non a caso son sempre lì ad aspettare un italiano.

Il secondo motivo: la comicità è uno dei tratti più nobili che la natura umana sappia esprimere. L'ironia e l'auto-ironica considerazione di sé, sono privilegio delle grandi, antiche, stanche, scafate, nobili, baroccheggianti o tardo-manieristiche civiltà. Hai visto mai che noi, popolo italico del 2013, essendo ormai giunti a sfiorare persino certe dimensioni da barzelletta, non siamo infinitamente più avanti di tutti gli altri della zona euro?

mercoledì 13 febbraio 2013

Sottofondo piumato



Il nostro apparato uditivo (intendendo con questi due termini non soltanto il semplice orecchio, bensì tutto l'armamentario che va dal padiglione esterno, passando per tutte le trombettine e gli amplificatori interni, sino alla cabina di regia del cervello) è capace di un portento strepitoso. Ognuno di noi l'ha sperimentato, ma si tratta di un fenomeno talmente sottile e sfuggente, che difficilmente si trova il modo di apprezzarlo in pieno.

Si può dire anche di più. Questa piccola magia, in qualche modo, fa proprio della inafferrabilità, la sua caratteristica principale. Nel senso: esso può avere luogo esattamente in virtù del fatto che non ci accorgiamo del suo accadere.  Ecco spiegate ancor meglio, dunque, le difficoltà che s'incontrano nel renderci conto di esso. Lo possiamo infatti ricostruire solo col senno di poi, facendo mente locale a quanto accaduto pochi istanti prima. Ma se tentiamo di coglierlo sul fatto, negli attimi stessi del suo verificarsi, è nella stessa sua natura svanire immancabilmente.

Vi illustro per sommi capi a cosa mi sto riferendo, con un esempio. Capita magari di trovarsi in un ambiente rumoroso, mettiamo sia un bar, affollato di persone, che parlano un po' tutte fra loro a gruppetti, seduti ai tavolini. Si aggiungano i rumori di tazzine di caffè sballottate, il gorgoglio dello spruzzatore che sbollenta i cappuccini, ordinazioni ripetute a voce alta dai baristi, echi del traffico dall'esterno, ecc. L'interlocutore col quale stiamo seduti al tavolino è una persona cara, un amico, e teniamo parecchio alla sua compagnia, così come siamo molto interessati a quanto sta dicendo, lo ascoltiamo proprio di gusto.

Ecco allora che, proprio con un contorno fatto da simili condizioni, il prodigio si può compiere: la porzione del nostro cervello addetta allo smistamento degli stimoli sonori, fa in modo di procurarci una temporanea, e per fortuna più che reversibile, forma di sordità selettiva. In quegli attimi, sentiamo solo la voce dell'amico interlocutore, mentre tutto il brusio di fondo si tacita, scompare ai nostri orecchi. Si tratta di una forma di assistenza che il cervello offre alla nostra capacità di concentrarci sui suoni per noi più importanti in quei momenti, ossia le cose dette dall'interlocutore.

Come dicevo, è impossibile cogliere il fenomeno nel suo compiersi, perché al solo cercare di afferrarlo, ecco che le voci di sottofondo riemergono più che evidenti in tutto il loro volume effettivo. Lo si può solo intuire, ricostruendolo a posteriori. Se vi capita una situazione analoga, provate a farlo. Nel suo genere, è una piccola  meraviglia che sbalordisce.

Ma non era strettamente di questo mini miracolo uditivo che volevo scrivere oggi, per quanto sia interessante e magico. Esso mi è tornato alla mente, in similitudine ad una presenza costante negli attimi della nostra quotidianità spicciola, che spesso segue dinamiche del tutto analoghe a quelle innescate dalla sordità selettiva di cui sopra.



Mi riferisco alla presenza degli uccellini nelle nostre città e, ancor più, nei paesi o nei piccoli centri. Così come il brusio cancellato selettivamente dal cervello, anche gli uccellini sono una sorta di costante vagamente afferrata nel corso delle nostre giornate. Loro ci sono sempre, sonoramente o visivamente. A differenza del rumorio in un bar, tuttavia, sembrano quasi sparire, non per l'eventuale molestia causata, bensì per una specie di eccesso di familiarità del loro esserci.

A volte, per accorgerci che “c'erano” anche mentre noi eravamo concentrati nel compiere qualche azione, dobbiamo proprio far caso a loro. Allora sembrano riemergere alla nostra considerazione visiva o uditiva, ma al contrario dell'effetto del brusio in un bar, il loro tornare a galla è sempre grazioso e piacevole. Sono un vero e proprio dono del cielo.

Di più. Se pensiamo al cielo come ad un'apparecchiata di tessuto leggerissimo, i voli degli uccellini sono le cuciture, la trama che sa tenere assieme l'azzurro e tutte le sfumature di colore assunte nei momenti della giornata dalla volta dell'aria che ci sovrasta. Hanno mille fogge e mille livree, piccolin-piccini, o più grandi-svolazzoni, sono innumerevoli le loro diverse famiglie, ma è bello immaginarli come un un'unica entità planante, compatta e fusa insieme nel nobile popolo dei pennuti padroni del vento.

Anche negli ambienti apparentemente a loro più ostili, ad esempio le grandi città affollate e trafficatissime, sanno scovare un ritaglio utile alla loro dimensione di gentili abitanti dell'aria. Per dire, mi è capitato di ammirare uccellini graziosissimi persino in posti molto inospitali di Milano. Anche il più ordinario di loro, il passerotto, possiede una simpatia dal plastico dinamismo, dispensata gratuitamente ed in grande misura a chiunque abbia due secondi per fermarsi ad ammirarla.

Quando mi capita di poterne fermare qualcuno in uno scatto fotografico, è sempre una bella soddisfazione. Se si tratta poi di un esemplare insolito, è ancor più bello. Come questo pallottino spiumazzoso variegato, che son riuscito a cogliere alcuni giorni fa, mentre si accingeva a sbafarsi qualche becchettata di una vetusta mela, ancora appesa ad un ramo, insolita reduce dagli splendori autunnali. Non è purtroppo una gran notizia per loro, ma quando il freddo si fa più pungente, la ricerca del cibo spinge certe tipologie più preziose di uccellini ad avvicinarsi alle case. Si possono allora ammirare certi piccoli capolavori faunistici, vere e proprie magnificenze condensate in trentasette grammi e mezzo di piume, ossicini ed elegante maestria aviatoria. Viene da domandarsi se non sia uno spreco, un simile sfavillio di colori sfoggiato da questi corpicini piumati, più indicati forse per grandi occasioni pennute di gran gala, che non per le grige lande delle mie parti. Domande oziose, sicuramente...

Sono anche molto guizzanti, come piccole saette, per cui l'eventualità di coglierli in foto è assai rara. Per questo l'immagine non è un granché, anche nel ritaglio che ho tentato per un goffo ingrandimento. Ma non importa. Quel che conta è sapere che gli uccellini ci sono sempre. Persino  quando non li pensiamo, loro volano ad ogni modo un po' anche per noi.

[PICCOLA NOTA GIULIVA DELL'ULTIMO MOMENTO: Ho scoperto che il piumottello in questione è una cinciallegra, il che mi rende ancor più contento di aver scritto quanto sopra].


martedì 5 febbraio 2013

Mate-matti da legare: la favola delle persone-numero



Gabriella Tre e Massimo Due un bel giorno andarono e si moltiplicarono. Invertirono più volte l'ordine dei fattori, ma il prodotto ovviamente non cambiò, e dopo nove mesi nacque Pierino Sei. 

Quando divenne abbastanza grandicello per capire, Pierino Sei cominciò ad apprezzare molto le favole raccontante dai nonni, i quali erano naturalmente tutti multipli di Pierino. Nonno Pino Trentasei era specialista nelle fiabe d’avventura. In particolare, sapeva narrare fantasmagoriche peripezie di elevamenti al quadrato, sfuggiti alle perigliose insidie un tempo nascoste nei meandri di  fameliche equazioni a base di numeri radicali. Nonno Pino Trentasei aveva trascorso la vita a fare il boscaiolo, e poi a tempo perso l’odontoiatra, mestieri in cui non a caso eccelleva nella fase di estrazione delle radici. 

Nonna Letizia Quarantotto coi suoi racconti sapeva invece infondere in Pierino quella sottile vena rivoluzionaria che sotto sotto aleggiava un po’ in tutta la famiglia. Nonna Letizia Quarantotto ricordava con piacere i bei tempi quando faceva il diavolo a quattro insieme alle sue amiche di gioventù, Erminia Sessantotto, Palmira Settantasette e Raffaella Quindici-Diciotto. 

In proficua alternanza emotiva, trascorrendo il suo tempo infante in sospensione fra atmosfere di rilassatezza tradizionalista, e ben più arrembanti moti dell’animo futuristici e trasformazionali, Pierino Sei cresceva e andava acquisendo con armonia una sana ed algebrica costituzione. 

Come accade un po’ nella vita di ciascuno, all’epoca dei primi bagliori adolescenziali, Pierino Sei iniziò ad addentrarsi nel mistero dei numeri negativi. Intravedeva qualcosa, attraversando i primi ignoti retroscena della vita, anche se gli algoritmi più complessi non gli apparivano ancora molto chiari. Subodorava meccanismi relazionali cruciali, riguardanti l’importanza fondamentale dell’operazione messa in mezzo fra due individui-numero. La cifra che ci si ritrova ad essere è indubbiamente la base della nostra identità, ma ancor più significativo nelle dinamiche del vivere è il “segno” che si frappone fra sé e gli altri numeri-persone. L’adolescenza è appunto la fase della propria esistenza in cui dolori e gioie cominciano ad assumere una fisionomia numerica ben precisa, e si amalgamano in un mix di sapori cifrati inebrianti e vertiginosi. Fu esattamente in quell’epoca che Pierino Sei imparò ad apprezzare la dolcezza del moltiplicare, la problematicità del dividere, l’ottusità a volte drammatica del sottrarre, la generosità sognante dell’addizionare.

La scoperta di queste prime aperture verso le dinamiche di un attivo relazionarsi numerale, convinse Pierino Sei anche di una ulteriore inequivocabile verità: un numero fermo è destinato a rimanere sempre imprigionato nella sua quantità originale. Per diventare più grande, un numero deve potersi muovere, deve saper andare incontro alle operazioni, e non attendere che i “più”, i “per”, i “meno” e i “diviso” lo vengano a cercare. Ecco perché, non appena arrivò il momento buono, Pierino Sei diede la patente e si procurò la sua prima automobile.

Ovviamente, nella sua condizione di matricola universitaria, Pierino Sei non solo non poteva permettersi una vettura nuova, ma nemmeno una usata. Ecco perché dovette ripiegare su una vettura abusata. Dopo aver passato in rassegna diversi residuati motoristici, l’unico ferro vecchio che si attagliasse economicamente alle sue tasche fu infatti una vetustissima “Gigia Sprint” Morbo-Diesel, assai glorioso veicolo sportivo nei suoi anni migliori, ma ridotta ad imbolsita veterana della sgommata, ormai da tempo immemore. Il suo tachimetro segnava oltre ottocentomila chilometri, col fortissimo sospetto, per di più, che fosse stato già azzerato varie volte. Eppure in qualche modo, per Pierino Sei la Gigia Sprint fu fondamentale nell’aiuto a divenire un numero adulto.

La Gigia Sprint era una cara vecchietta motoristica e necessitava di parecchie cure. Pierino Sei, profondendosi continuamente in questa sollecita assistenza, finì per imparare il vero senso delle operazioni algebriche fra numeri-persona. Ma questo si verificò pian piano, nel tempo lento durante il quale Pierino Sei ebbe modo di conoscere la Gigia Sprint in tutti i suoi risvolti meccanico-esistenziali.

La Gigia Sprint aveva il tartaro al radiatore. Questo le provocava indebolimenti notevoli a certi baffetti metallici messi a fregio del suo musetto, che erano il vero e proprio marchio estetico della sua casa automobilistica, come una chiostra di fanoni da vecchia balena della strada, quale un tempo era stata. Pierino Sei per questo la conduceva regolarmente dal suo “meccanico dentista” di fiducia, Secondo Sette Carie, che ovviava con attenzione alla debolezza della Gigia Sprint, ridonandole, per quanto possibile, un nuovo sorriso smagliante. A partire da questa attenzione superficiale, Pierino Sei si abituò ad ascoltare la Gigia Sprint in ogni sua magagna. 

Fossero stati solo i baffetti, infatti.

La Gigia Sprint soffriva spesso anche di problemi d’erezione ai pistoni. Per questo malanno, Pierino Sei si rivolgeva di preferenza ad un suo vecchio e caro zio, esperto in elevamenti di potenza, lo zio Rodolfo Sette alla Quinta. Su consiglio di quest’ultimo, Pierino Sei faceva spesso giretti con la Gigia Sprint sul limitare di alcuni caratteristici boschetti metalliferi, dove si potevano rinvenire particolari tipi di erbe meccanizzate. Da queste essenze turbo-vegetali, Pierino Sei ricava degli speciali decotti minerali, da aggiungere all’olio della Gigia Sprint. In questo modo, non solo le favoriva un rinvigorimento delle capacità d’impennata del suo contenuto cilindrico, ma aiutava anche la sua circolazione, altrettanto debilitata, tenendole regolata nel contempo pure la pressione ed alleviandole i fastidi causati dall’artrite ai cerchioni, che similmente affliggeva quella decana dell’asfalto.

Più Pierino Sei conosceva la Gigia Sprint, più poteva permettersi di entrare in confidenza con lei, spingendosi persino alla comprensione delle sue indisposizioni più arcane. La Gigia Sprint era una vecchia signora e ci teneva alle sue delicatezze meccanico-femminili, ma quando capì che il valore della fiducia reciproca con Pierino Sei aveva raggiunto ormai livelli da competizione motoristica, non gli negò nemmeno la condivisione dei suoi crucci più intimi. La Gigia Sprint soffriva dunque di emorroidi al tubo di scappamento e Pierino Sei fu lieto, nonché onorato, di poterla aiutare anche in questa sua difficoltà meccanica. Questa volta si affidò all’esperienza di un insigne luminare teutonico, il dottor Otto Von Büsen der Skarikèn, e sotto l’intervento delle sue delicate mani, gli smarmittamenti della Gigia Sprint poterono ritrovare tutta la propria rombante e smotorante possanza.

Passavano intanto i mesi, e girando con la Gigia Sprint di qua e di là, Pierino Sei conosceva gente-numerica nuova. Soprattutto ragazze-cifra, naturalmente. Come spesso capita, Pierino Sei non riusciva a cogliere appieno il senso di quanto andava sperimentando, mentre si addentrava in questi frangenti del suo vivere. Il significato dei momenti vissuti, lo si comprende sempre con più chiarezza dopo, in fase di consuntivo, quando si possono osservare quelle porzioni di esistenza trascorsa, con il distacco e l’elevazione dello sguardo, che ci consentono di dominarli dall’alto nella completezza panoramica della sagoma e in tutte le loro sfumature.

Pierino Sei conobbe allora alcune ragazze e dapprima si lasciò abbagliare da quanto in loro c’era di più sfavillante sulla superficie. Frequentò Pamela Sessantanove e, non che negasse in seguito di aver trascorso anche attimi molto intensi con lei, ma non c’era complessità matematica da condividere in quell’amicizia. Lo stesso successe con Marina Settantasette, un’altra amica conosciuta in quel periodo di frequenti vagabondaggi al volante della Gigia Sprint. Era la nipotina di Palmira Settantasette, la rivoluzionaria amica di Nonna Letizia Quarantotto, e si esibiva come soubrette nel corpo di ballo di un piccolo teatro in cui si rappresentavano spettacoli leggeri di varietà. Nella giovane rampolla di casa Settantasette però, ogni afflato sovvertitore si era ormai affievolito, e la doppia abbinata numerica in lei, lontana ormai dal rievocare una fatidica annata di sommovimenti culturali e sociali, rimandava al ben più domestico riferimento della tombola: «...77, le gambe delle donne...». 

Varie altre conoscenze femminili si accavallarono durante quel condensato periodo della vita di Pierino Sei. Come ad esempio l’esuberante Elsa Ottomilioniedue. Una cara ragazza, sì, ma votata più all’attenzione per i fattori quantitativi, che non ad una sensibilità per quanto vi è di non misurabile nell’accadere del mondo. Pierino Sei non disprezzava dunque l’amicizia di queste persone-numero femminee così proficuamente conosciute. Grazie a ciascuna di loro, la vita si svelò a lui sicuramente attraverso suoi nuovi interessanti aspetti. Ma, semplicemente, con loro, non trovava completezza matematica.

Nel frattempo, la confidenza, l’affiatamento e la sintonia con la Gigia Sprint crescevano piano, col passare lento di quei mesi, ricchi di apertura algebrica verso il mondo. E, stranezza delle stranezze a dirsi, proprio grazie a quel girovagare sempre attento ed in ascolto delle imperfezioni della Gigia Sprint, Pierino Sei giunse a capire che quando un segno di operazione si frappone fra due individui-numero, s’innesta fra di loro un travaso di vita vicendevole. Ad azione corrisponde reazione altrui, laddove l’agire, suscitando la risposta dell’altro, si rivela al contempo atto di auto-edificazione della propria personalità. E’ un edificare se stessi attraverso la persona-numero con cui ci si ritrova a svolgere operazioni insieme.

Così, fra una ripulitura di tartaro e l’altra ai baffetti della Gigia Sprint, Pierino Sei, recandosi un bel mattino nello studio del fidato “meccanico dentista” Secondo Sette Carie, venne accolto dalla sua assistente e segretaria, Enrica Diciotto. Il dottore si era dovuto assentare per qualche minuto, e Pierino Sei ebbe modo di scambiare quattro parole con la gentile signorina. Una curiosa energia si mise in vibrazione inopinatamente fin da subito fra i due giovani. Il primo a stupirsene fu proprio Pierino Sei: diciotto non gli era mai sembrato un numero particolarmente significativo, eppure si sentiva fortemente attratto dalla personalità numerica di quella ragazza-bocciolo di donna in fiore.

Per un po’ non ci pensò più. Ma da quella volta, ad ogni nuova occasione in cui la Gigia Sprint necessitava di una rifilata ai suoi fanoni di vetusta balena a quattro ruote, Pierino Sei faceva in modo di fermarsi un po’ di tempo a chiacchierare con l’ormai familiare Enrica Diciotto. Di modo che, quasi senza rendersene conto, lentamente il Sei ed il Diciotto scoprirono, nel proprio approcciarsi discreto, un gran numero di affinità algebriche e matematiche. Pierino Sei, dividendosi in Enrica Diciotto, diventava un di più rispetto a ciò che lui già era di per se stesso, trovando una fusione perfetta nelle parti di lei. Enrica e Pierino condividevano tanti interessi e tanto sentire comune, a partire dai vari loro sottomultipli. 

Frequentandosi con sempre maggiore assiduità, a volte sommandosi, a volte sottraendosi, Enrica Diciotto e Pierino Sei constatavano come insieme erano sempre capaci di dar vita ad altrettanti numeri in attinenza molto stretta con se stessi (18 + 6 = 24 ; 18 - 6 = 12). Un vero stupore affettivo li travolse poi quando realizzarono il piccolo prodigio che s’innescava nell’attimo in cui provarono a moltiplicarsi: la grazia di lei, nel risultato, era riverberata dalla elegante decorazione simmetrica interposta da un armonico “zero” separatore (18 x 6 = 108).

La conoscenza reciproca maturò matematicamente a dovere, fino al punto in cui Enrica Diciotto e Pierino Sei appurarono di avere trovato l’una nell’altro la combinazione numerica precisa della propria vita. Pierino Sei completò felicemente gli studi, proseguendo poi la carriera universitaria, ed ora ha un bell’impiego come ricercatore di numeri dopo la virgola del p. “Pi Greco” vale “3 virgola 14”. Dopo parecchi altri numeri, in fondo in fondo, adesso vale anche un “virgola Pierino” in più.

Enrica Diciotto, grazie anche allo stimolo numerico in lei instillato dall’affetto cifrato di Pierino Sei, ha invece abbandonato quell’impiego temporaneo dal dottor Sette Carie, riprendendo l’università e laureandosi in Scienze della Tutela Numerica. Nel suo studio di restauro di antichi numeri impolverati dall’incomprensione matematica del tempo, da allora svolge con molto zelo e soddisfazione questa nobilitante attività professionale.

E come da miglior tradizione favolistica, vissero algebricamente felici e contanti.


martedì 29 gennaio 2013

Disfonie post-moderne


Dal basso della mia introversione (spesso e volentieri sfociante in una reticenza assai poco lusinghiera), ammiro molto le persone che possono permettersi di affermare: «…Io dico sempre ciò che penso…». Tuttavia, sempre riguardo ai medesimi individui, mi sono pure spesso trovato a considerare: «…Non è che siete costretti ad affliggerci sempre ed in ogni modo, anche quelle volte in cui per la mente vi passa un’emerita stronzata...».

Ciononostante, in qualche particolare frangente, anche a me capita di sentirmi per qualche attimo permeato dal sacro fuoco dell’assoluta lealtà e schiettezza dialettica. In quelle occasioni, adattando il proclama su misura, la dichiarazione d’intenti che mi sento di enunciare, si riduce ad un più circoscritto: «…Io racconto sempre ciò che penso…».

Da uno di questi rari attimi in me così transitori, nasce lo spunto della storia che mi accingo a narrare.

Con un mio amico, tempo fa, accarezzammo il sogno di mettere in piedi un’impresa di nostra concezione e creazione. L’idea di fondo l’attingemmo dall’enorme bacino di potenzialità imprenditoriali messe a disposizione dalle cosiddette energie da fonti rinnovabili. Il fenomeno naturale in questione è misconosciuto ai più, ma non sfugge di certo al maschio medio portatore sano di ventre villoso. Forse infatti non tutti lo sanno, ma nell’incavo discreto dell’anfratto ombelicale di questi esemplari dell’umana specie, tende a formarsi periodicamente una pallottolina di lanugine dalle indecifrabili origini.

Le interpretazioni scientifiche in merito parlano di un agglomerato di pagliuzze di lana, proprio lì depositate a seguito dello sfregamento innescato fra le pelurie virili e la trama della maglietta della salute, invernale o estiva che sia, e dunque raffinate nonché selezionate da questa sorta di ecologico e spontaneo setaccio raccoglitore e concentratore.

Secondo la vulgata popolare, più poetica e leggendaria, le misteriose palline seriche sarebbero invece originate per partenogenesi a partire dalla stessa spiritualità immatura del maschio medesimo, rappresentando esse l’espressione tangibile di una sua fanciullaggine protratta oltremodo e sconfinante inopinatamente nei territori che spetterebbero ormai con maggior pertinenza all’età adulta. Un inusitato genere di manna, insomma, prodotto bislacco della non maturazione caratteriale. Un frutto maturato dall’immaturità.

Fosse come fosse, il mio amico ed io, da appassionati cultori della contemplazione ombelicale quali siam sempre stati, ci ritrovavamo con puntualità infallibile a dover rilevare la presenza di queste sferette di tessuto grezzo gentilmente deposte nei nostri rispettivi micro-marsupi setolosi. E fosse stato per qualche episodio isolato di per sé, probabilmente mai ci sarebbe scattata in mente la molla imprenditoriale. Quello che tuttavia ci instradò decisamente verso il sentiero della velleità produttiva, furono proprio l’insistenza e la portata quantitativa del fenomeno. Le soffici palline, anche quando scacciate dalla loro sede con igienistica minuzia, si riformavano sempre puntuali ed infallibili nel giro di due o tre giorni, moderne arabe fenici, e testimoni inequivocabili del “peter-panesimo” diffuso che imperversa sopra i cieli di questi nostri tempi post-moderni.


Fu a quel punto che la lampadina della “politica del fare” si accese luminosissima nell’anticamera della nostra immaginazione creativa: invece di scartare di volta in volta il prodotto peloso interno lordo (pregiatissimo PPIL), quasi fosse un ospite molesto, perché non accoglierlo come gradito pensionante nell’irsuta saletta del nostro hotel a cinque setole? Valutando quantità, frequenza delle visite e qualità della materia prima estratta, calcolammo che nel giro di poco tempo si sarebbe potuta impiantare una produzione stabile di materassi, cuscini e piumini. E anche se non avremmo potuto avvalerci della denominazione di “piumino d’oca”, forse di quella “di cinghiale” sì.

Sulle ali di simili fantasticherie, i miraggi del successo si misero a macinare vorticosi dentro le nostre fantasie foderate di pelliccia. Ci vedevamo già manager rampanti alla testa del più grande impero produttivo mondiale di pregiatissimo cachemire ombelicale. Ci figuravamo ricchi sfondati e mollemente appisolati nell’appagamento pecuniario, cullati fra due guanciali imbottiti di pura lana ecologica direttamente estratta da maschio umano setoloso.

Ma non avevamo fatto i conti con la dura realtà.

I primi ostacoli fra noi e la nostra apoteosi imprenditoriale iniziarono a frapporsi per questioni strettamente linguistiche. Un fenomeno che si manifesti nell’ambito del “reale” senza il supporto di una specifica denominazione propria, rischia quasi sempre di finire per non esistere. E così toccò in sorte alla nostra creazione produttiva “in nuce”. L’oggetto del nostro fare non aveva un nome e non poté avere nemmeno una sua esistenza.

Ci recammo dapprima alla camera di commercio per registrarci, al fine di poter avviare l’attività effettiva. Di fronte ai nostri tentennamenti, manifestati nel tentativo di far comprendere la portata rivoluzionaria di questa nuova frontiera produttiva, che tuttavia non sapevamo meglio circoscrivere entro una definizione precisa, gli impiegati addetti ai vari impicci burocratici bocciarono sonoramente i nostri intenti. Sempre per carenza di denominazioni, venimmo poi a sapere che non esisteva nemmeno un albo professionale dei produttori e trasformatori di palline ombelicali grezze, al quale potersi iscrivere. Informandoci poi nei più esclusivi ambienti pubblicitari e del marketing, con nostro sommo rammarico scoprimmo che, anche una volta raggiunto eventualmente un minimo di evidenza d’immagine con il marchio della nostra ditta, difficilmente saremmo stati invitati a tener banco nei talk-show televisivi, o intervistati dai giornali, per pontificare intorno alle strategie imprenditoriali più arrembanti, o per proporre una nostra ricetta di uscita dalla morsa della crisi.

Il “vulnus” fatale, quello in grado di assestare la mazzata decisiva alle nostre ambizioni, eravamo tuttavia destinati a ritrovarcelo proprio in seno, neanche tanto nascosto, in forma di contraddizione in termini annidata nella natura stessa del nostro essere imprenditori nascenti in misura così inusuale. Consultandoci con un insigne economista, fra i maggiori esperti mondiali di finanza ricreativa, ci venne posto innanzi il più classico degli “uovi” di Colombo. «…E’ un ambiente durissimo, cari ragazzi…» ci ammonì il luminare, un caro vecchietto che si era fatto un certo gruzzolo commerciando nel settore delle sferette di mollica, appallottolate fra pollice ed indice sorbendo i suoi caffè di fine pranzo. E aggiunse: «…Vi sconsiglio fortemente di avventurarvi in questa impresa, perché in quella jungla sopravvive solo chi, come minimo, ha quattro dita di peli sullo stomaco!…».

La sentenza, nella sua nitidezza fulminante, si rivelò esiziale e scrisse la parola fine sopra ogni ulteriore capitolo concernente le nostre più scriteriate speranza. Di peli sullo stomaco, noi un po’ ne avevamo, certo, ma il nostro lieve vello para-post-puberale non poteva certo rivaleggiare con certe lussureggianti savane rivenibili sulle protuberanti panze di taluni squali mondiali dell’imprenditoria. Quelli sì che erano veri e propri macchinari infernali per la produzione iper-intensiva di palline ombelicali. Non avremmo potuto sostenere la concorrenza, saremmo stati schiacciati, come timidi batuffoli investiti da abnormi slavine di lana.

Qualche volta, quando incontro il mio amico, chiacchieriamo ancora con nostalgia dei bei tempi in cui abbiamo rischiato di diventare imprenditori. Ci fa un po’ rabbia pensare a tutta quell’energia da fonti rinnovabili ombelicali che da allora è andata perduta, e continua tuttora a venir sprecata. Ci fa pensare alla corrente dei fulmini, dissipata invano nell’etere, oppure al fiato di tanti idioti, fatto filtrare senza scopo attraverso le loro rispettive chiostre dentali. Alla fine però, ripensandoci bene, conveniamo sempre tutti e due che è andata meglio così. Dell’imprenditore, non potevamo avere né la mente, né il cuore. Al limite, solo un po’ d’ombelico velatamente peloso.