Quante volte capita di pensare: «…Ah, se l’avessi scoperta prima, questa cosa…». Ma poi a ben vedere, ci si accorge di come esista un momento necessario ed opportuno per ogni faccenda, e si tende così a persuadersi della superfluità dell’iniziale rimpianto. Questo, giusto per non scomodare il celeberrimo passo del libro di Qohelet, o Ecclesiaste che dir si voglia: «…Ogni cosa ha il suo momento, ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo: Tempo di nascere e tempo di morire / Tempo di piantare e tempo di sradicare / Tempo di uccidere e tempo di curare…».
Gli accadimenti, le circostanze, le consapevolezze, i fatti e gli oggetti ci scorrono davanti, magari riproponendosi più volte a distanza di tempo, e chissà per quale misteriosa alchimia, in una data occasione li sappiamo comprendere apprezzare e fare nostri, mentre, in tutte le altre congiunture precedenti, li avevamo ignorati, se non addirittura screditati.
Ci si domanderà: ma cosa sarà successo di talmente sensazionale da far ricorso ad una così pretenziosa premessa? Beh, niente di che, a dire il vero. Ho semplicemente scoperto la superiorità sensorial-spirituale delle ciabatte infradito. Mi sono messo a frequentarle durante la scorsa estate, e da allora il pedonale idillio non si è ancora interrotto. Nemmeno gli ostacoli invernali delle calze hanno saputo interrompere il flusso positivo di energetico scambio che sono riuscito ad intessere con queste propaggini corporali umili, ma così dense di significazioni muscolo-epidermico-digitali.
Con l’approssimarsi dell’autunno, ero già fortemente preoccupato di doverle abbandonare in una scatola, in attesa di poterle inforcare di nuovo col ritorno dei primi tepori primaverili. E invece no. Non mi andava di separarmi da quella confortevole sensazione di pinzamento che ti sanno regalare, e così ho trovato la soluzione senza quasi nemmeno pensarla. Le infradito si portano benissimo anche con le calze, basta shiftare leggermente indietro queste ultime nella zona calcagno, in modo da concedere agio alla stoffa in punta di farsi golfo all’innesco fra “pòlluce ed ìnduce”. E così mi sono fatto tutto il mio bell’inverno infraditato e contento.
Infradito è meglio, per tanti motivi.
Innanzitutto l’infradito rimarca in modo pregevole il continuo dialogo sussistente fra consapevolezza del piede e consapevolezza corporale in generale. Il fenomeno è così noto e consueto, da passare quasi inosservato: quando ci muoviamo, camminiamo, arrestiamo il passo, oppure facciamo uno scarto per cambiare direzione, e così via, il piede dialoga continuamente col resto del corpo. Anche solamente per mantenere l’equilibrio stando fermi in piedi (e non è un caso che si usi l’espressione “in piedi”, pensateci…), attiviamo tutto uno scambio di informazioni propriocettive, per lo più inconsapevoli, fra il nostro “centro direzionale” fisico superiore, e quella lontana sua propaggine posta in vicinanza del suolo. Sono tantissime le informazioni con feedback in andata e ritorno, contrabbandate tra zone alte e periferia inferiore: magari l’alluce fa una piccola pressione per meglio distribuire i pesi delle braccia, che si sono per un attimo protratte in avanti; oppure le altre quattro dita accolgono altri movimenti del busto, con una piccola ondata di assestamenti assorbita lungo la propria raggiera; o ancora, la pianta si distende ampia per favorire l’assorbimento di una lunga falcata della gamba; e mille altre casistiche varie.
Cavalcando la ciabatta infradito, tutto il colloquio corpo-piede si affina e si arricchisce. Il piede sente la sua voce farsi più autorevole, ancorato com’è al delizioso tormento del piccolo piolo alloggiato fra il ditone ed il suo vicino. Per parte sua invece, il corpo si gusta con amplificato agio la maggior chiarezza dei segnali che provengono dalle sue propaggini basse. In sostanza è un parlarsi più franco e meglio definito, fra piede e corpo, quando sono le infradito a fare da interpreti.
La sensazione che per il neofita di questa ciabatta può ingannevolmente apparire di fastidio e di intrusione, con un breve periodo di rodaggio e di abitudine, volge in una gradevolezza e in un interessante senso di presenza. Anzi, è proprio una simile ambivalenza del sentire, un misto fra stimolo incessante e rassicurante conferma, che alla fine si apprezza di più nell’uso di questi semplici calzari. Il piede mastica di continuo il suo medesimo sentir se stesso.
Ma poi, oltre a questi aspetti, o forse proprio in approfondimento di questi aspetti, la ciabatta infradito introduce a mio avviso anche una vicinanza più prossima con una non meglio definibile sensazione di “sensuosità” diffusa. Non voglio esagerare, e infatti non ho parlato di sensualità in senso proprio. “Sensuosità” mi sembra termine più adeguato per indicare una sorta di piacevolezza fisica trasmessa dall’infradito, un tipo di sensualità più “laica” e meno sacrale di quella strettamente intesa.
Chissà se tutte le mie considerazioni c’entrano qualcosa col fatto che questo tipo di calzature, anche nell’immaginario comune, sono spesso associate alla figura di saggi e uomini di carisma orientali. Se penso alle infradito, mi vengono in mente fieri samurai, ieratici bonzi, illuminati monaci sprofondati nel trasporto meditativo più intenso, eleganti maestri delle più atletiche arti marziali, seducenti geishe ticchettanti a passetti rapidi sul tatami.
E dato che ho esagerato sin dall'inizio, introducendo il mio strano discorso di oggi con una forse troppo nobile citazione, soprattutto se confrontata con la pochezza del mio dire, mi affido sempre alla medesima fonte per completare la suggestione. Sempre nel libro dell’Ecclesiaste, ricercando il noto brano da riportare con precisione letterale in apertura, e poi sleggiucchiando oltre, ho trovato anche questo stupendo passaggio: «…Ciò che è già stato, è; ciò che sarà, già da tempo è accaduto. Dio riporta sempre ciò che è scomparso…».
Non lo conoscevo, ma a questo punto sono grato alle mie infradito, se girovagando per i pensieri da esse stimolati, sono giunto sino a questa perla di misterica saggezza. Mi lascio un po' cullare dalla stranezza culturale che mi fa cogliere una certa affinità fra il sapore orientaleggiante di questa citazione ed il riferimento alla predilezione dei saggi delle terre del sol levante per le ciabatte infradito.
La ciclicità temporale non è una categoria filosofico-teologica così usuale per le pagine della Bibbia. Eppure in questa frase del libro dell’Ecclesiaste, essa è suggerita in maniera piuttosto lampante. E sempre andando dietro alle mie imbizzarrite elucubrazioni, colgo insieme una certa espressione di ciclicità insita anche nelle umili dinamiche innescate dalle ciabatte infradito. E' forse proprio quello che esse sanno mettere in moto, quando le portiamo: una ciclicità piede-corpo, un continuo (se non proprio eterno) ritorno, un rimando fra parti del corpo che si mettono in armonia fra loro, parlandosi, interrogandosi e rispondendosi.
Ora, ritengo che considerazioni molto simili a queste introdotte riguardo alle valenze sensorial-significanti di pertinenza delle ciabatte infradito, si potrebbero fare magari, per somiglianza anatomico-percettiva, anche per quanto concerne l’uso del tanga o del perizoma. Ma essendo quello un territorio tematico alquanto delicato, mi accontento qui di aver stimolato la riflessione e concedo la gentile incombenza di sviscerare la variante, a chiunque si senta più ferrato di me, modesto pensatore coi piedi, nel discettare, “prosit” iniuria verbis, di emerite questioni da culo.










