domenica 27 ottobre 2013

Ciao, vecchio Lou


Se la tristezza ha un qualche senso,
vale forse la pena conviverci...






domenica 20 ottobre 2013

Vecchie fughe, nuove innaturalità



Ho visto un po’ di tele. Le solite cose, spezzoni di tg, spot a raffica, servizi insulsi, blateramenti calcistici, iper-puntinismo informativo spizzicato qua e là dalle emittenti locali. Ho fatto un giretto sul balcone: tuonavano lampi possenti e scrosciava forte. Ma l’aria era calda, piacevolmente innaturale, per essere il 20 ottobre 2013.

Ho ripensato allo scrivere come privilegiata fuga dalla realtà. Lo scrivere come apertura di mondi, nell’insoddisfazione di quello che ci circonda. Lo scrittore è un fuggitivo, un nostalgico della meraviglia perduta.

Nel passato lo scrivere serviva a fuggire dalla miseria, dal dispotismo, dall’ingiustizia sociale. Si badi bene, non si trattava sempre di fuga nel senso evasivo ed ottundente del termine. Molto spesso entravano in gioco la potenza del sogno, la visionarietà dell’utopia, la contagiosità del desiderio di andare oltre, tutte robette capaci poi di tradursi in alcuni casi in vere e proprie molle di cambiamento effettivo dello stato delle cose.

Oggi, forse, uno dei più potenti motori di cambiamento può rivelarsi la tv. Se uno si ferma a rifletterci un attimo, è talmente stupido il mondo dipinto dalla tele, che il desiderio di fuga si amplifica a dismisura, fonte potenziale per i più eccelsi talenti letterari.

Il problema è che i momenti di lucidità di questo tipo sono rari, di fronte alla scatoletta ex catodica, ora elle-ci-diale. E allora uno ci sta davanti, come sul balcone, a godersi il tepore di una serata piovosa di metà ottobre. Non gliene frega che sia innaturale, iannaccianamente gl’importa solo l’effetto che fa.
 


giovedì 10 ottobre 2013

Oggi cinico

 


Alla gente piace raccontarsi palle a vicenda. E se tutto finisse qui, sarebbe anche concepibile. Ma la cosa che davvero lascia di stucco, è come sempre alla medesima gente piaccia anche sentirsi raccontar palle, pur sapendo benissimo che palle sono, e palle rimangono.

Ed è sulle palle che poi principalmente si muove tutto il baraccone.

Chi propone posti di lavoro richiede candidati con uno spiccato grado d’intraprendenza, con propensione alle relazioni sociali, buona disponibilità al lavoro di gruppo, a lunghi spostamenti, ad orari flessibili e straordinari. Chi cerca lavoro si butta a giurare e spergiurare di possedere tutte queste caratteristiche, perché a casa ha una moglie da mantenere a botte di vestiti e scarpe di Prada, viaggi in isole tropicali, settimane bianche, figli che non possono andare a scuola se non sono firmati dalla testa ai piedi, un mutuo sulla casa da pagare, la tessera al club equestre, quella allo “Sporting Spussing Exclusive”, un alano (ancora da pagare, a rate) che mangia come tre buoi, la macchina sportiva, il fuoristrada, il SUV (in leasing), tre colf, due giardinieri, un chihuahua imbufalito che morde ogni nuovo postino mandato dalle Poste, con conseguente risarcimento periodico di pantaloni e polpacci assortiti.

Ecco allora che, pur avendo l’intraprendenza di un bradipo, pur essendo magari un asociale patentato che rasenta la misantropia, pur non potendogli fregare di meno di quei coglionazzi dei colleghi che si ritroverà fra i piedi, pur odiando spostarsi ed avendo come proprio ideale una giornata lavorativa di due ore massimali, egli accetta l’impiego.

E tutto questo perché a suo tempo, pur avendo come principale obiettivo “corteggiatorio” il fulcro inguinale baricentrico (“f.i.ba.” mi pare di aver sentito che venga denominato scientificamente) del corpo della sua futura sposa, pur coltivando dentro sé immagini di vita matrimoniale costellate di interminabili serate poltroneggianti in mutande, canottiera e calzini col ditone a periscopio, davanti alla tele a vedere partite, film western e cine-panettoni, pur sognando un genere di atmosfera domestica con lui nel ruolo principale di “pantofola più lenta del West”, a suo tempo, dicevo, aveva egli giurato e spergiurato a lei di essere un romanticone fatto e sputato, roba da lasciare Lord Byron in perizoma, l’aveva chiamata “la sua principessa” scesa dal cielo in terra a miracol mostrare, aveva promesso di attraversare i sette mari, se solo la cosa fosse rientrata nei di lei desideri, mentre sotto sotto, nel suo intimo reputava già fin troppo periglioso il laghetto di pesca sportiva appena fuori città.

E tutto questo perché a suo tempo ci era piombato fra capo e collo il gran ambaradan del Romanticismo, ad infiocchettare come si deve il lavoro già iniziato dagli stilnovisti, e di seguito ancora, calando un carico da undici d’illusorietà beffarda, sono arrivati anche gli stilisti di moda. Tutti costoro avranno anche agito in buona fede e senza malizia, non ne discuto, ma sta di fatto che dopo ci siamo ritrovati ad essere pienamente convinti di quanto sia bello, nobile, giusto e doveroso, soffrire per amore, star male proprio come dei cani, e ci siamo altrettanto ritrovati nella situazione in cui, a decidere dell’aspetto esteriore e fisico delle donne, sono un gruppo di persone (gli stilisti) che normalmente ignorano la potenza gravitazionale scatenata dal “fulcro inguinale baricentrico” (“f.i.ba.” mi pare sempre di aver sentito che venga denominato scientificamente) del corpo femminile.

A volteggiare come cupi “Nazgûl della Palla” sopra le desolate lande della nostra Mordor d’illusorietà, vengono poi i politici, i dirigenti, i manager, i banchieri e gli economisti. Questi sono tutti indaffarati a far calare sul mondo la “Buia Notte della Grande Palla”. Tutti accecati anch’essi dall’abbagliante fiamma del “fulcro inguinale baricentrico” (“f.i.ba.”, continuo a sentir dire in giro che viene denominato scientificamente) fuoriuscente con immenso sfavillio dai più eclatanti esemplari di individui femmina disponibili al mondo, essi infarciscono l’etere terrestre al completo di immani palle cosmiche.

Per questo i politici, i dirigenti, i manager, i banchieri e gli economisti, pur non avendo per nulla a cuore lo spiccato grado d’intraprendenza, e nemmeno fregandogliene una surclassante fava della propensione alle relazioni sociali, pur scarseggiando in loro la simpatia per la buona disponibilità al lavoro di gruppo, a lunghi spostamenti, ad orari flessibili e straordinari, pur non avendo niente di tutto questo e non reputandolo nemmeno poi così importante, essi hanno sempre una soluzione per tutto, sanno sempre qualsiasi cosa, capiscono sempre ogni problema, sanno affrontare ogni difficoltà, sono in grado di sapere come si evolverà la società in futuro, sanno consigliare le migliori scelte da fare, giurano e spergiurano di essere capaci persino di raddrizzare le banane, nel caso servisse.

Ma forse….

Ma forse, in un giorno remoto di un lontanissimo futuro, magari proveniente dalle schiere dei nobili Raminghi del Nord, oppure sbucato fuori dai fieri rappresentanti della regale razza Nùmenoreana, giungerà fra noi un politico, un dirigente, un manager, un banchiere o un economista, che ci rivelerà l’«inaudito», ci sbalordirà con l’«impronunciabile», sussurrando dimessamente la rivoluzionaria sentenza: «…Ragazzi, mi dispiace, questa cosa proprio non la so…questo problema non son capace di risolverlo, vediamo di cavarcela un po’ come possiamo…».

E allora, sulla scia di questo sbalorditivo evento, magari si squarcerà nel cielo immenso, l’insistente velo della Palla Universale, ed ogni uomo accorrerà ai piedi della propria donna, declamando a gran voce: «…Perdona, amore, ma a me, veramente, è sempre interessata solo e soltanto la f.i.ba…». E lei risponderà: «…Ma l’ho sempre saputo, caro, figurati…D’altra parte, a me sono sempre interessati solo e soltanto le scarpe ed i vestiti di Prada…». E lui penserà fra sé e sé: «…Ah! E io che credevo fosse attratta dalla mia buona disponibilità al lavoro di gruppo, ai lunghi spostamenti e agli orari flessibili…», ma questo sarà solo un dettaglio transitorio, perché nel frattempo lei avrà già aggiunto: «…Forse però, da oggi in poi, potremo volerci bene in un altro modo…».

Fino a quel giorno, tuttavia, le immense “Forze Oscure di Pallonia” continueranno ad imperversare per tutto il pianeta, e ogni cosa persisterà nel gravitare attorno alla potenza magnetica del “fulcro inguinale baricentrico” femminile (“f.i.ba.”, sento ancora insistentemente dire in giro che viene denominato scientificamente), equilibrata dalla forza uguale ed opposta dei vestiti e delle scarpe di Prada. E sempre fino a quel giorno, probabile che il più sincero di tutti, rimarrà il chihuahua imbufalito che, con estrema coerenza ed onestà intellettuale, si ostinerà sempre a mordere ogni nuovo postino mandato dalle Poste.
 


sabato 5 ottobre 2013

Cappottiamoci



Oggi niente parole.
Solo Musica.
Chi vuole, può cappottarsi sulla sedia per la bellezza.
Gli altri, stiano pure comodi...






"Nightswimming"


Nightswimming deserves a quiet night

The photograph on the dashboard taken years ago,
turned around backwards so the windshield shows.
Every street light reveals a picture in reverse
Still it's so much clearer

I forgot my shirt at the water's edge
The moon is low tonight

Nuotare di notte, merita una notte quieta
La foto sul cruscotto, scattata anni fa
Girata dall’altra parte, così che si veda dal parabrezza
Ogni lampione rivela un’immagine a rovescio
Eppure è molto più nitida
Ho dimenticato la mia camicia sulla riva
La luna è bassa stasera


Nightswimming deserves a quiet night
I'm not sure all these people understand
It's not like years ago
The fear of getting caught
Of recklessness
Of water
They cannot see me naked
These things they go away
Replaced by every day

Nuotare di notte, merita una notte tranquilla
Non sono sicuro che tutta questa gente capisca
Non è come anni fa
La paura di essere beccati
Dell’imprudenza
Dell’acqua
Non possono vedermi nudo
Queste cose scorrono via
Rimpiazzate dalla vita di tutti i giorni


Nightswimming,
remembering that night
September's coming soon
I'm pining for the moon
And what if there were two
Side by side in orbit around the fairest sun?
The bright tide forever drawn
Could not describe nightswimming

Nuotare di notte,
Ricordando quella notte
Settembre arriverà presto
Mi sto struggendo per la luna
E se ce ne fossero due
Fianco a fianco in orbita intorno al sole più splendente?
La marea brillante, per sempre disegnata
Non potrebbe descrivere il nuotare di notte


You, I thought I knew you
You, I cannot judge
You, I thought you knew me
This one laughing quietly
Underneath my breath
Nightswimming

Tu, che pensavo di conoscere
Tu, che non posso giudicare
Tu, che pensavo mi conoscessi
Stavolta ridendo piano

Sottovoce
Nuotare di notte


The photograph reflects
Every street light a reminder
Nightswimming
Deserves a quiet night
Deserves a quiet night

La foto si riflette
Ogni lampione me lo ricorda
Nuotare di notte

Merita una notte calma
Merita una notte calma


 

venerdì 4 ottobre 2013

Nessun merito

 
 
Quando succedono tragedie terribili come quella di ieri, sulle soglie di casa nostra, vengono da farsi mille domande. Ma quella che alla fine mi sembra sempre più giusto porsi, è questa: che merito ho io di aver avuto in sorte di nascere 2000 o 3000 km più a nord di loro? E la risposta è sempre la stessa: nessun merito. Proprio nessuno.
 
 Forse è da questa considerazione che ogni discorso riguardante l'argomento dovrebbe cominciare.

 


venerdì 27 settembre 2013

Destini borsellati


Mi aggiravo non molto tempo fa per le strade cittadine, quando mi si è parato dinnanzi un fulgido esemplare di «homo bursellatus». Con sommo stupore, mi sono gustato quella visione, anche perché, da quanto mi risultava, quel raro esemplare di tipo umano veniva ormai dato per estinto dai cataloghi antropo-bestiari più autorevoli. Erano anni che non ne vedevo uno, roba da far trasecolare la possanza tassonomica del Linneo in persona.

Li ricorderete sicuramente anche voi. Non so se con più o meno piacere, ma son sicuro che li ricorderete. Forse il periodo d’oro della diffusione dei prototipi più genuini di «homo bursellatus» dev’esser stata la metà degli anni ’70. Allora frequentavo poco le città e più dei soliti quattro bifolchi in canottiera (nel cui novero anche io fieramente mi schieravo), non mi capitava di vedere in giro. Per cui le occasioni più proficue per l’«homo bursellatus watching» mi si presentavano in occasione delle vacanze al mare.

L’«homo bursellatus» era un tipo di animale né diurno, né notturno. Diciamo che era “tramontizio”. Dopo la giornata marina trascorsa in spiaggia, te lo ritrovavi preferibilmente all’imbrunire, mentre si aggirava per i sentieri del giardinetto dell’albergo, in attesa dell’orario di cena. Era inconfondibile e mi piacerebbe aggiungere anche “inimitabile”, ma purtroppo o per fortuna, era imitabilissimo. Il fattore estetico, dell’abbigliamento, giocava sicuramente un ruolo primario nel determinarne la personalità, ma l’«homo bursellatus» era molto di più che un paio di calzini bianchi e un borsello in finta pelle. Lui era la radiografia dello spaccato sociale di un’epoca, ma partire da com’era conciato è quasi d’obbligo.

L’«homo bursellatus» si contraddistingueva in primo luogo per il radioso “borsello” in similpelle che ostentava fieramente a tracolla. Quello era il fulcro del suo essere. Il borsello è forse uno degli accessori più tristi mai concepiti da mente bacata di stilista o creativo folle di moda. Il nome stesso evocava già straripamenti di pacchianeria, alluvioni di indifferenza nei confronti del pudore. Bor-sel-lo: sentite come rimbalzano goffe finanche le sue sillabe, già solo a pronunziarle mentalmente. Intridono i neuroni di una untuosità vischiosa, di una morchia d’ineleganza, puzzano persino di sospensione del giudizio, di paralisi estetica, sono la trasposizione simil-coriacea del compromesso storico e del clima da crisi petrolifera. Il borsello: non si è mai capito bene cosa fosse. Un mezzo tascapane? La riproduzione in scala ridotta del borsone del ferroviere o del tramviere? Un simbolo maschile di emancipazione al contrario? Sì, forse l’emancipazione definitiva dal buon gusto.

Impersonava un cupo mistero alla luce del sole, insomma, l’«homo bursellatus». E tuttavia, l’inquietante interrogativo che più di ogni altro ti serrava la gola come un groppo irresolubile, era: «…Ma cosa minchia avrà da metterci dentro, a quel suo supremo manifesto di bruttezza?...».

Che poi…fosse stato solo il borsello. Il borsello non era che l’inizio, motore immobile di una costellazione di orrori vertiginosamente roteanti attorno a quel sole della schifezza a venire. «Homo bursellatus non datur» infatti, se non coi sandali ugualmente in similpelle ed il calzino di rigore bianco, a coprire poco più sopra del malleolo. In alternativa, assai prediletti erano anche i mocassini senza lacci, oppure le scarpette nere con stringhe a spaghetto, sottilmente evocative di una smarrita vocazione nei meandri di un sotto-tonaca da prete spretato. A sublime completamento del reparto inferiore, l’«homo bursellatus» sfoderava uno sfavillante paio di braghette corte, stile Nicola Pietrangeli in finale di Coppa Davis a Melobourne 1961.

L’«homo bursellatus» era normalmente un semi-anzianotto di un’imprecisata mezza età. Più “tre quarti” che “mezza”, via. Il dato anagrafico contribuiva in misura decisiva ad assestare il colpo di grazia al quadro d’insieme: panzetta parabolica, capelli argentei con riporto o semi-riporto, sostenuto da una complessa architettura imbastita con la tecnica delle palettate di brillantina (ai tempi il gel era ancora un prodigio del progresso cosmetico di là da venire). A completare l’affresco: polpaccetto rinsecchito, glabro e lattiginoso (l’«homo bursellatus», durante il giorno, se ne stava rigorosamente sotto l’ombrellone o in pineta a sfogliare il giornale locale, «L’eco della riviera», «La gazzetta scogliosa» o simili, oppure riviste di gossip dell’epoca, come “Divieto di sosta”, “Tango”, “Burinella seimila”, astutamente sottratte alla moglie in gita sul moscone).

Culturalmente, socialmente, professionalmente ed antropologicamente, l’«homo bursellatus» era un tipico prodotto degli anni ’50: in quel decennio aveva dato il meglio delle sue energie umane. Ai tempi del suo imborsellamento, ossia quando lo potei ammirare io, era di certo in pensione. Ma con ogni probabilità aveva trascorso la propria carriera lavorativa in una piccola ditta, come impiegato. Era forse ragioniere, oppure anche senza titolo di studio: entrato da giovane nei ranghi aziendali, aveva imparato il mestiere con una lenta gavetta, guadagnandosi la fiducia del padrone.

Erano i bei tempi del boom economico ai suoi albori, quando la gente tornava a casa la sera dal lavoro col sorriso sulle labbra, canticchiando il proprio motivetto preferito, e l’evasione fiscale veniva ancora fatta a mano, con tant’amore e genuinità. L’«homo bursellatus» aveva solitamente una moglie sul tipo di Lina Volonghi, voce baritonale, affabilità straripante e modi spicci. Aveva anche una figliola molto a modo, sempre al seguito della genitrice. E forse era un mio vezzo bambinesco di infierire fin troppo ingenerosamente, ma io immaginavo che consorte e figliola, nel loro incessante peregrinare in coppia, si chiamassero rispettivamente Goffreda e Giancarla (o in alternativa, Edoarda e Mariapiera).

Mi ha fatto davvero uno strano effetto, dunque, ritrovarmi ancora davanti la rifulgente apparizione di un «homo bursellatus», mentre si aggirava per le strade di città. Per di più un esemplare completo di tutti i crismi borsellari: mocassini, calzettino bianco alla caviglia, braghetta tennistica. Mi pareva di esser salito a bordo di una macchina “del tempo”, forse una 128 coupé dall’asmatico ruggito tricilindrico, mentre dal mangianastri le parole di una nota melodia mi avvolgevano blandamente: «…e allora, io quasi quasi prendo il treno e vado a da’ via al cül…».

O forse non faceva esattamente così…anche se c’è da aggiungere che, per fortuna, ancora oggi come allora, il treno dei desideri sempre all’incontrario va.


martedì 24 settembre 2013

Il gomito del barista


Forse sarà così anche nelle altre nazioni, in contesti culturali diversi dal nostro, ma certe volte si ha l’impressione che in Italia il morbo della “discorsite da bar” si manifesti con una virulenza particolarmente furiosa. Il fatto è che, se non si fa estrema attenzione alle sue insidie, si rischia di ritrovarsi immersi fino al collo nella palude mefitica della “sciatteria colloquiale”, quasi senza rendersene conto.

La “tuttologia irresponsabilizzante” è una sabbia mobile in grado di fagocitare ogni barlume di lucidità. La “discorsite da bar” è come una piovra paziente. Ti lavora ai fianchi e poi ti avvinghia. Chiunque è a rischio di ritrovarsi prima o poi stritolato fra le spire dei suoi possenti tentacoli banalizzatori. Basta abbassare la guardia per un momento, è sufficiente un lieve attimo di debolezza di fronte alle raffiche luogocomuniste di un discorsista da bar professionale, e ci si ritrova a sparare luoghi comuni immondi.

E’ paradossale pensare come l’umanità, dopo essersi arrabattata circa settant’anni con ogni mezzo per liberarsi dal comunismo, sia finita poi per buttarsi a pesce fra le braccia narcotizzanti del luogocomunismo. Il luogo comune è un flagello terribile, e può fiaccare il nerbo di un intero popolo. Nessuno può ritenersi immune, perché anche i più dotati di spirito critico e di capacità di approfondimento, dinnanzi ad un luogocomunista particolarmente agguerrito, finiscono per cedere, seppur momentaneamente, alla risacca del discorso ritrito, e per sfinimento si uniscono al coro, non fosse altro che per levarsi dai piedi quel gran fracassa maroni.

Non va dimenticato, d’altra parte, che uno dei più diffusi errori di chi tenta di difendersi dagli attacchi di un luogocomunista, consiste proprio nel cercare di controbattere i suoi stucchevoli luoghi comuni, con ragionamenti dotati di un minimo di costrutto. Niente di più sbagliato e fatale: il luogocomunista, toccato nel vivo con tentativi di ricondurlo alla ragione, si avvoltola e si contorce ulteriormente nella sua stessa possanza banalizzante. Come King Kong mitragliato dagli aerei sul pennone dell'Empire State Building (versione del 1933), non fa altro che avvinghiarsi ancor di più al suo fatale appiglio, vomitando dalla bocca sequele strazianti di “piuttosto che” utilizzati scorrettamente.

L’unico modo per superare indenni il flagello luogocomunista, consiste nell’adagiarsi nell’humus stesso in cui sguazza quel gran tuttologo della fregnaccia: non bisogna fare resistenza, ma annuire, assecondarlo e, nel caso, assestare anche due buone boiate in tono con l’ovvietà generale del discorso. Il bravo luogocomunista si ammansirà all’istante, beandosi di aver avuto conferma alle sue già incrollabili conferme.

Il problema è serio, insomma. Lo Stato dovrebbe fare qualcosa, prendere provvedimenti drastici. La diffusione del morbo è molto estesa, per cui forse servirebbe una terapia d’urto. Andrebbero istituiti dei “Circoli rionali di sfogo luogocomunista”. Il militante luogocomunista troverebbe in questi siti specializzati tutto il necessario per fiaccare la propria resistenza appiattente e cercare di ritrovare una nuova via al ragionamento individuale non ordinario.

Punta di diamante dei “Circoli rionali di sfogo luogocomunista” potrebbero essere le “Stanze del banalizzo-shock”. I militanti luogocomunisti più gravi verrebbero fatti accomodare su confortevoli poltrone, ad esse legati e costretti a vedersi vecchie edizioni di Studio Aperto e del Tg4 per ore e ore filate (per lo shock de luxe, sarebbero consigliate puntate condotte dall’Emilio Fede dei tempi d’oro in persona). Circa la validità della terapia, confortano numerosi esperimenti già effettuati nei laboratori dell’Anti-Obvious Insitute of Complexity: nei casi di intervento più drastico (es.: edizione del Tg4 speciale elezioni, in cui Fede appuntava bandierine rosse e blu sulla cartina dell’Italia, oppure il meglio del Tg5 diretto da Carlo Rossella), si sono registrate reazioni spropositate da parte dei soggetti trattati, con spasmodico desiderio di dover urgentemente correre a consultare, al termine della terapia, la «Critica della ragion pura» Kantiana, oppure l’opera omnia di Elias Canetti.

I “Circoli rionali di sfogo luogocomunista” sarebbero altresì dotati dell’apposito “Ovviodromo”, un locale dedicato a tavole rotonde, durante le quali ai partecipanti verrebbe concessa piena di libertà di dare il massimo di sé nei discorsi da bar che più “da bar” non si può. A furia di eccelsi fendenti di gran classe, del tipo «...la pena di morte ci vorrebbe, per chi sosta in divieto...», e stoccate magistrali come «...vengono qui per portar via il lavoro agli italiani...», «...tanto i politici son tutti uguali...», «...è tutto un gran magna magna...», i contendenti si fiaccherebbero fieramente a vicenda, uscendo prostrati sino al punto di non voler più sentire una frase scontata per un bel po’ di tempo. L’uso oculato dell’“Ovviodromo” sarebbe indicato soprattutto per chi soffre di forme lievi di luogocomunismo.

Il movimento poi sarebbe anche sostenuto mediaticamente attraverso il prestigioso quotidiano «L’ovvietà». Sulle colonne de «L’ovvietà», troverebbero spazio le più prestigiose firme del mondo del banale, da Alfonso Signorini in giù, con importanti editoriali dei migliori opinionisti del Grande Fratello e Domenica In. Di fondamentale importanza risulterebbe la concomitante attività di organizzazione periodica dei classici «Festival dell’Ovvietà», da svolgersi nel periodo estivo, con il contributo di tanti entusiasti volontari militanti luogocomunisti. Durante i «Festival dell’Ovvietà», verrebbe proposto il meglio della cucina popolare luogocomunista: saltimbocca alla frase scontata, stufata di uditorio, palle di ascoltatore frullate e ammazza originalità ai frutti di bosco.

Basteranno tutti questi fondamentali sforzi strategici per attenuare il clima da “Guerra fessa” scatenato dalla dilagante diffusione nazionale del luogocomunismo in ogni frangia del tessuto sociale? Solo la storia ci potrà dare una risposta, ma nel frattempo, guardatevi bene le spalle: un luogo comune non sembra mai troppo comune, fino a quando non ci si va a sbattere contro. E può rivelarsi più duro del muro di Berlino.

…ho forse detto un luogo comune?