giovedì 7 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 102 - "I puntini sulle i"

"Un pensiero al giorno"

102 - "I puntini sulle i"

Mi si è presentata una delegazione di nutrie, alquanto risentite. Lamentavano un uso troppo poetizzante della loro pagina fb.

"...E non si fa così..." mi dicevano, "...e non scordare che la pagina è sempre nostra e tu l'hai solo in comodato d'uso..." insistevano, "...e noi ci teniamo molto alla nostra indole faceta, abbiamo una rinomata buffonità da onorare, e invece tu non fai altro che pubblicare cose seriose e trombonesche...", e così via.

Mi sono scusato in lungo e in largo, ho dovuto fare ammenda giurando fedeltà incrollabile agli Dei dei fossi, e alla fine ho chiesto loro come potevo risarcirle del mio involontario mal garbo.

"...Dai, fa niente, non è poi così grave..." mi hanno detto ancora. "...Ci riterremo indennizzate, se racconterai una nostra barzelletta...".

"...Va bene, forza, sentiamo..." le ho esortate.

Allora NutriFirstMiddle ha iniziato a raccontare:

- La storiella si potrebbe intitolare i nativi digitali scoprono le gioie fisiche. I giovani cresciuti a pane e Google iniziano ad avere l'età giusta per certe scoperte.

Ci sono questo ragazzo e questa ragazza appartati in intimità. È la loro prima esperienza dal vero. Avranno visto milioni di corpi svestiti sul web, ma mai la nudità reale. Dopo vari armeggiamenti, il ragazzo arriva a sfilare il reggiseno di lei. Si trova davanti un bel paio di tette imperiose, ma a quella vista, sembra quasi bloccarsi. Non muove più un dito, sta lì, guarda, e basta.

- E beh?...Cosa succede? - gli fa lei, - non ti piaccio più? -
- No, no...sei bellissima...è solo che aspettavo l'avviso per autorizzare l'uso dei cookie!...-

Mah...io non so se l'ho capita proprio bene...fatto sta che le nutrie sono ancora lì che ghignano a pancia all'aria, e quando son contente loro, sono contento anche io.


mercoledì 6 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 101 - "Occultia"

"Un pensiero al giorno"

101 - "Occultia"

C'è una città dentro la città.

È fatta di giardini ritagliati fra gli altri spazi, di aiuole sommate nell'idea sublimata di un grande prato, però diviso di fatto per frammenti. È un bosco, sotto le cui fattezze, i mille alberi sparpagliati senza un senso vegetale preciso pensano se stessi. È la piscina della miriade di lavelli, la maestosa fontana in cui confluiscono le innumerevoli docce di ciascuna casa.

Gli infiniti momenti di gioco di tutti i bambini trovano piena cittadinanza in questa città intrecciata alla trama della città, semi-invisibile. Ci sono ritagli di frescura, nella città dentro la città, scampoli di ombre salvifiche, chiostri di confidenze pregiate, comodi porticati di fiducia.

Ci sono tutti gli angoli quieti, i vicoletti silenziosi, i muretti solidi solleticati da basse siepi fronzute, le panchine di pietra ospitali, che piacerebbero anche al selettivo e sospettoso gironzolare di un micio.

La città dentro la città gronda gioiosa dei sudori mischiati degli amanti, si forma fuggevole dalla centellinata brezza sotterranea dei sospiri di tutti gli innamorati. È il muschio dell'essere, cresciuto nelle fessure, remoto alla vista, ma infinitamente morbido al tatto e inebriante all'odorato.

La città dentro la città dimora in ciascuno di noi.


"Un pensiero al giorno" 100 - "Tana per me!"

"Un pensiero al giorno"

100 - "Tana per me!"

Nei giochi che si facevano da bambini (almeno per quanto ne rimane nei miei ricordi), al di là del divertimento immediato (sicuramente, molla principale per far scattare il desiderio ludico), c'era anche tutta una "parte rituale", non meno importante. In particolare, rispetto a questi "riti", diventavano fondamentali certe parole.

Se è vero, come credo sia vero, che la vicenda biografica individuale in qualche modo rifletta le tappe evolutive di tutta l'umanità, da bambini siamo stati un po' dei piccoli ometti primitivi. Ci affascinavano gli aspetti simbolici delle cose e a volte nelle parole prevaleva più la forza evocativa, che non lo stretta significazione fissata dal codice linguistico.

Ecco, c'era un gioco, forse il più famoso e giocato di tutti, il nascondino, in cui erano contenute due "frasette rituali" che mi son sempre rimaste molto care. 

Sono: "...Chi è fuori è fuori, chi è sotto è sotto...", e poi: "...Tana libera tutti!...". La prima la pronunciava al termine della "conta" il giocatore che "stava sotto", ossia l'addetto alla "tana" e alla ricerca di tutti gli altri nascosti "fuori".

L'altra invece era la formula salvifica, di cui si poteva avvalere l'ultimo giocatore rimasto "fuori", se riusciva a toccare la "tana" prima del suo custode, facendo così scattare un'amnistia generale per tutti i "tanati" precedenti, e condannando a rimanere "sotto" ancora lo stesso.

Queste due brevi formule dell'infante passato mi tornano spesso alla mente negli ultimi tempi, appena prima di dormire. Come credo accada ormai alla maggior parte delle persone medie (o anche sopra media, o sotto), le mie giornate, che lo voglia o no, sono costellate da un sovraccarico informativo continuo. Tv, situazioni online di varia natura, libri, riviste, e ogni altro tipo di fonte di parole e immagini, mi inondano la mente con una mole spropositata di materiale.

Non voglio assolutamente addentrarmi nell'esprimere giudizi di merito riguardo al fenomeno. Ne prendo semplicemente atto in questa sede. La sola cosa che volevo dire è invece che alla sera, coricato nel letto, dopo aver oscurato la tele, chiuso il libro del momento, spento il cellulare, mi viene proprio spontaneo pensare: "...Chi è fuori è fuori, chi è sotto è sotto...". Ossia: per oggi di roba mentale-emotiv-suggestiva ne ho incamerata abbastanza, quello che è entrato, è entrato, ora se la sbrighino al reparto sogni, gli addetti all'inconscio. Il resto si vedrà domani e per adesso: "...Tana libera tutti!...".



lunedì 4 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 99 - "Kappa"

"Un pensiero al giorno"

99 - "Kappa"

Perché "adoro" così tanto Franz Kafka?

Perché mi si rivela così tanto "mio", oltre ogni razionalizzabile senso dell'immedesimazione? Perché, leggendo le sue pagine, mi investe la sorpresa di scoprirvi cose che già si trovavano da sempre dentro di me? Da quali remote dimensioni giunge questo suo incanto in grado di farmi comprendere talune sfumature del reale a me ben note, ma fino a un attimo prima frantumate nei mille frammenti di uno specchio rotto?

Com'è giusto che sia, non saprei rispondere in modo preciso a questi interrogativi. L'opera kafkiana è al tempo stesso limitata, per motivi biografici, ma sterminata sul piano dei contenuti. Forse per questo, avendo letto finora solamente uno dei suoi tre romanzi, il più noto e importante (credo), "Il processo", mi è sempre sembrato di aver ricevuto da questo autore già un immenso patrimonio di bellezza e mistero esistenziale.

Forse sempre in virtù della sua vastità, non avevo ancora affrontato l'altra sua opera fondamentale, "Il castello". I miei tempi di lettore non erano maturi, si vede. Ma lo sono diventati in questi giorni. È molto bello quando affronti la lettura di un testo, e senti che quello è proprio il suo momento, che doveva capitare in questa fase dello scorrere del tuo esistere.

"Il castello" mi si sta rivelando nel suo irrivelabile arcano. Forse un giorno verrà il momento anche del terzo romanzo di Kafka, "America", ma intanto so già che per una conoscenza degna dell'opera di questo infinito autore, è necessario leggere anche un testo "non-di-Kafka-ma-è-come-se-lo-fosse". Mi riferisco a "K." di Roberto Calasso.

Chi ne ha solo sentito parlare, oppure lo ha mal subito a scuola come lettura vessatoria, considera Kafka uno scrittore dell'angoscia, della tristezza, della speranza irrimediabilmente perduta. Non c'è niente di più sbagliato di simili preconcetti raffazzonati.

Kafka è esaltazione suprema dell'onestà esistenziale che non fa sconti. E come tale, in quanto massima espressione di coerenza, è anche fonte di bellezza suprema. Pur sapendo da tutti i retroscena esegetici che la scrittura di Kafka è frutto di notevole lavorio e travaglio, la sua prosa, al pari delle tematiche, si staglia con la precisione risultante da un unico deciso colpo di scalpello su un materiale scultoreo che nasce perfetto fin dal principio.

Kafka ci fa capire come la realtà in cui siamo "costretti" a vivere, non sia altro che la nostra intimità rivoltata, non si capisce mai bene se col proprio dentro verso il fuori, o viceversa.

E leggendo le sue pagine sbalorditive, ci si ritrova piano piano calati in un paradosso incantato. La sensazione che, quando tutto, intorno a noi, ci appare precludere una qualsiasi possibilità di salvezza, questo cantore dell'ansia, del burocratismo del vivere, del disagio spirituale militante, a sorpresa diventi la voce unica capace di salvarci.


domenica 3 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 98 - "Due o tre cose che non sopporto di lui..."

"Un pensiero al giorno"

98 - "Due o tre cose che non sopporto di lui..."

Potrà sembrare un atteggiamento snobistico, da auto-sputante nel piatto del proprio desco, ma volevo appuntare oggi un paio di osservazioni riguardanti alcune magagne di Facebook. Mi riferisco ad aspetti funzionali, che non mancano di avere riflesso non solo sull'uso dello strumento (com'è ovvio), ma anche sulla "forma mentis" dell'utilizzatore (com'è inevitabile).

Quello che Facebook fa è esasperare una tendenza già insita di per sé nel meccanismo del web medesimo. Se internet induce ad appiattire tutto sul presente, Facebook non fa fa altro che dare una ulteriore accelerata in questo senso.

Ciò che vi dirò è sotto gli occhi di tutti, ma ne potrà forse apprezzare meglio l'importanza chi ha avuto una qualche pratica con la gestione di un blog. Come alcuni sanno, io ne curo uno da otto anni (andarperpensieri.blogspot) e lo porto avanti tuttora in parallelo con la presente pagina fb.

In un blog, grazie ad alcuni utili strumenti, si ha la possibilità di tenere sempre sott'occhio una panoramica della "stratigrafia cronologica" di tutti i propri contenuti messi in rete. Con un prospetto sintetico a tendina, si può risalire a tutti i titoli degli scritti pubblicati (post), catalogati in ordine di anni, mesi e giorni. Ogni scritto è inoltre classificabile sulla base di un'etichetta (tag), una sorta di breve marchio che riunisce le pubblicazioni in sottogruppi tematici, per facilitare una eventuale ricerca di un certo contenuto. A tal fine, le etichette sono a loro volta elencate alfabeticamente, nella "colonna orientativa" posta di solito a destra dello spazio per gli scritti veri e propri.

In sostanza, entrando in un blog, sia il curatore, sia un lettore avventizio, hanno sempre un'idea abbastanza precisa di dove si trovano rispetto alle coordinate temporali del blog stesso. I contenuti lontani di un blog sono poi anche abbastanza accessibili con una ricerca su Google, pur che si abbia l'accortezza di inserire parole di ricerca scelte "cum grano salis".

Niente di tutto questo invece con Facebook. Qui conta molto la cosa scritta sul momento, o al massimo qualche ora fa. Già un intervento di ieri ha un mezzo piede nell'oblio. Andando indietro di giorni, tutto si perde poi nel "mare magnum" dell'indistinto "quandistico" (se mi passate il buffo termine).

A dire il vero, anche sul blog succede qualcosa di simile: il più recente schiaccia il passato pure là. Ma almeno con la possibilità, già accennata, di orientarsi nel tempo. Cosa che fb rende oltremodo difficoltosa, se non impossibile, salvo poi propinarti di tanto in tanto pacchetti di ricordi preconfezionati, pigliando una foto qua e una là. Quasi ti venisse anche a dire: lascia perdere, tu non sei capace di ricordare, ti spiego io come si fa.

Non bastasse ciò, fb è anche "impermeabile" alle ricerche di Google, cosa che seppellisce definitivamente, o quasi, gli argomenti passati nel dimenticatoio virtuale.

Ora, senza voler scomodare teorie complottistiche variopinte, mi sento di dire in ogni caso che questa cosa mi piace proprio poco. Non avere contezza del passato (pur anche se in un ambito così frivolo in apparenza) non è mai cosa buona. Ci induce a smarrire parte della nostra identità, che risulta così superficializzata e impoverita. Ci rende più fragili sul piano critico. Ci avvicina pericolosamente alla dimensione di "beoni esistenziali". Tradotto: individui che intellettualmente e culturalmente si bevono di tutto.


sabato 2 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 97 - "Les fleurs de la courgette"

"Un pensiero al giorno"

97 - "Les fleurs de la courgette"

Ho iniziato ad apprezzare i film francesi, quando mi son reso conto che, rispetto ad altri "standard narrativi", assomigliavano molto più alle mie giornate. "Film francese" è una dicitura generica. Certo, sta a indicare soprattutto le storie raccontate dalle pellicole d'oltralpe, ma si può universalmente riferire a un tipo di "vicenda non-vicenda" adottato anche da "creatori di trame" di ogni nazionalità.

È più facile che una giornata sia un po' noiosetta, che accadano poche cose e piuttosto prevedibili. Che ci si destreggi nella navigazione attorno a isolette malinconiche, approdando solo ogni tanto all'acme fuggevole di pochi attimi di gioia. Probabile che incappiamo in piccole assurdità del tutto inattese, e ci va ancora bene quando queste riescono a farci sorridere.

Non sarà tutto ben delineato fra chiazze bianche e macchie nere. Un grigetto generico ci circonderà, invece. Non ci saranno buoni estremi e cattivi assoluti, eroi totali o gran balordi completi, ma punti di riferimento umano mediamente assortiti, per quanto fondamentali per noi.

Nel film francese delle nostre giornate, tutto è alquanto "esistenzialetto", i guai si mischiano ai piccoli guizzi di felicità. Passiamo da dolci disperazioni a inusitati entusiasmi, ma di un cosa sola abbiamo certezza: la regia è in mano a qualcun altro e il nostro intervento può solo indirizzare genericamente la trama.

Invece della vertiginosa altezza dei "Fiori del male", sento allora più familiare la domesticità rasoterra dei fiori di zucchina. I quali, per chiudere con una battuta da prima media, dovrebbero essere l'omaggio prediletto dalle donzelle innamorate...non forse tanto per il fiore, quanto per la zucchina che sbuca sotto!


venerdì 1 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 96 - "Stagione spietata"

"Un pensiero al giorno"

96 - "Stagione spietata"

Estate suona come ostile.
Caldo, invadente, petulante.
Inutile scialo di sole
asciuga la corteccia dei giorni.
Secchezza contrario di mollezza
conduce a un centimetro
da dove si spezza.
Tutto è sudaticcio come
un amico troppo attaccato e ciccio
ti sta addosso
ti succhia l'osso.
Gli smadonni, lo sfanculi,
lui testardo
da mandarti ai sette muli.
Scrivere si fa
più duro che vivere.
Vivere sfocia a fatica
nello scrivere.
Estati belle, forse di una
mi sarei ricordato,
poi tante altre anche,
ma non ero ancora nato.
Tutto questo secco
amplifica le solitudini.
E l'umido illusorio
come liquido d'azoto
rende fragile l'acciaio
dell'animo inatteso.
Nulla fa rima
ogni frase sbanda
stona la parola
frastornata dall'arsura.
Ci salva un poco
soltanto la sera.