mercoledì 13 febbraio 2013

Sottofondo piumato



Il nostro apparato uditivo (intendendo con questi due termini non soltanto il semplice orecchio, bensì tutto l'armamentario che va dal padiglione esterno, passando per tutte le trombettine e gli amplificatori interni, sino alla cabina di regia del cervello) è capace di un portento strepitoso. Ognuno di noi l'ha sperimentato, ma si tratta di un fenomeno talmente sottile e sfuggente, che difficilmente si trova il modo di apprezzarlo in pieno.

Si può dire anche di più. Questa piccola magia, in qualche modo, fa proprio della inafferrabilità, la sua caratteristica principale. Nel senso: esso può avere luogo esattamente in virtù del fatto che non ci accorgiamo del suo accadere.  Ecco spiegate ancor meglio, dunque, le difficoltà che s'incontrano nel renderci conto di esso. Lo possiamo infatti ricostruire solo col senno di poi, facendo mente locale a quanto accaduto pochi istanti prima. Ma se tentiamo di coglierlo sul fatto, negli attimi stessi del suo verificarsi, è nella stessa sua natura svanire immancabilmente.

Vi illustro per sommi capi a cosa mi sto riferendo, con un esempio. Capita magari di trovarsi in un ambiente rumoroso, mettiamo sia un bar, affollato di persone, che parlano un po' tutte fra loro a gruppetti, seduti ai tavolini. Si aggiungano i rumori di tazzine di caffè sballottate, il gorgoglio dello spruzzatore che sbollenta i cappuccini, ordinazioni ripetute a voce alta dai baristi, echi del traffico dall'esterno, ecc. L'interlocutore col quale stiamo seduti al tavolino è una persona cara, un amico, e teniamo parecchio alla sua compagnia, così come siamo molto interessati a quanto sta dicendo, lo ascoltiamo proprio di gusto.

Ecco allora che, proprio con un contorno fatto da simili condizioni, il prodigio si può compiere: la porzione del nostro cervello addetta allo smistamento degli stimoli sonori, fa in modo di procurarci una temporanea, e per fortuna più che reversibile, forma di sordità selettiva. In quegli attimi, sentiamo solo la voce dell'amico interlocutore, mentre tutto il brusio di fondo si tacita, scompare ai nostri orecchi. Si tratta di una forma di assistenza che il cervello offre alla nostra capacità di concentrarci sui suoni per noi più importanti in quei momenti, ossia le cose dette dall'interlocutore.

Come dicevo, è impossibile cogliere il fenomeno nel suo compiersi, perché al solo cercare di afferrarlo, ecco che le voci di sottofondo riemergono più che evidenti in tutto il loro volume effettivo. Lo si può solo intuire, ricostruendolo a posteriori. Se vi capita una situazione analoga, provate a farlo. Nel suo genere, è una piccola  meraviglia che sbalordisce.

Ma non era strettamente di questo mini miracolo uditivo che volevo scrivere oggi, per quanto sia interessante e magico. Esso mi è tornato alla mente, in similitudine ad una presenza costante negli attimi della nostra quotidianità spicciola, che spesso segue dinamiche del tutto analoghe a quelle innescate dalla sordità selettiva di cui sopra.



Mi riferisco alla presenza degli uccellini nelle nostre città e, ancor più, nei paesi o nei piccoli centri. Così come il brusio cancellato selettivamente dal cervello, anche gli uccellini sono una sorta di costante vagamente afferrata nel corso delle nostre giornate. Loro ci sono sempre, sonoramente o visivamente. A differenza del rumorio in un bar, tuttavia, sembrano quasi sparire, non per l'eventuale molestia causata, bensì per una specie di eccesso di familiarità del loro esserci.

A volte, per accorgerci che “c'erano” anche mentre noi eravamo concentrati nel compiere qualche azione, dobbiamo proprio far caso a loro. Allora sembrano riemergere alla nostra considerazione visiva o uditiva, ma al contrario dell'effetto del brusio in un bar, il loro tornare a galla è sempre grazioso e piacevole. Sono un vero e proprio dono del cielo.

Di più. Se pensiamo al cielo come ad un'apparecchiata di tessuto leggerissimo, i voli degli uccellini sono le cuciture, la trama che sa tenere assieme l'azzurro e tutte le sfumature di colore assunte nei momenti della giornata dalla volta dell'aria che ci sovrasta. Hanno mille fogge e mille livree, piccolin-piccini, o più grandi-svolazzoni, sono innumerevoli le loro diverse famiglie, ma è bello immaginarli come un un'unica entità planante, compatta e fusa insieme nel nobile popolo dei pennuti padroni del vento.

Anche negli ambienti apparentemente a loro più ostili, ad esempio le grandi città affollate e trafficatissime, sanno scovare un ritaglio utile alla loro dimensione di gentili abitanti dell'aria. Per dire, mi è capitato di ammirare uccellini graziosissimi persino in posti molto inospitali di Milano. Anche il più ordinario di loro, il passerotto, possiede una simpatia dal plastico dinamismo, dispensata gratuitamente ed in grande misura a chiunque abbia due secondi per fermarsi ad ammirarla.

Quando mi capita di poterne fermare qualcuno in uno scatto fotografico, è sempre una bella soddisfazione. Se si tratta poi di un esemplare insolito, è ancor più bello. Come questo pallottino spiumazzoso variegato, che son riuscito a cogliere alcuni giorni fa, mentre si accingeva a sbafarsi qualche becchettata di una vetusta mela, ancora appesa ad un ramo, insolita reduce dagli splendori autunnali. Non è purtroppo una gran notizia per loro, ma quando il freddo si fa più pungente, la ricerca del cibo spinge certe tipologie più preziose di uccellini ad avvicinarsi alle case. Si possono allora ammirare certi piccoli capolavori faunistici, vere e proprie magnificenze condensate in trentasette grammi e mezzo di piume, ossicini ed elegante maestria aviatoria. Viene da domandarsi se non sia uno spreco, un simile sfavillio di colori sfoggiato da questi corpicini piumati, più indicati forse per grandi occasioni pennute di gran gala, che non per le grige lande delle mie parti. Domande oziose, sicuramente...

Sono anche molto guizzanti, come piccole saette, per cui l'eventualità di coglierli in foto è assai rara. Per questo l'immagine non è un granché, anche nel ritaglio che ho tentato per un goffo ingrandimento. Ma non importa. Quel che conta è sapere che gli uccellini ci sono sempre. Persino  quando non li pensiamo, loro volano ad ogni modo un po' anche per noi.

[PICCOLA NOTA GIULIVA DELL'ULTIMO MOMENTO: Ho scoperto che il piumottello in questione è una cinciallegra, il che mi rende ancor più contento di aver scritto quanto sopra].


martedì 5 febbraio 2013

Mate-matti da legare: la favola delle persone-numero



Gabriella Tre e Massimo Due un bel giorno andarono e si moltiplicarono. Invertirono più volte l'ordine dei fattori, ma il prodotto ovviamente non cambiò, e dopo nove mesi nacque Pierino Sei. 

Quando divenne abbastanza grandicello per capire, Pierino Sei cominciò ad apprezzare molto le favole raccontante dai nonni, i quali erano naturalmente tutti multipli di Pierino. Nonno Pino Trentasei era specialista nelle fiabe d’avventura. In particolare, sapeva narrare fantasmagoriche peripezie di elevamenti al quadrato, sfuggiti alle perigliose insidie un tempo nascoste nei meandri di  fameliche equazioni a base di numeri radicali. Nonno Pino Trentasei aveva trascorso la vita a fare il boscaiolo, e poi a tempo perso l’odontoiatra, mestieri in cui non a caso eccelleva nella fase di estrazione delle radici. 

Nonna Letizia Quarantotto coi suoi racconti sapeva invece infondere in Pierino quella sottile vena rivoluzionaria che sotto sotto aleggiava un po’ in tutta la famiglia. Nonna Letizia Quarantotto ricordava con piacere i bei tempi quando faceva il diavolo a quattro insieme alle sue amiche di gioventù, Erminia Sessantotto, Palmira Settantasette e Raffaella Quindici-Diciotto. 

In proficua alternanza emotiva, trascorrendo il suo tempo infante in sospensione fra atmosfere di rilassatezza tradizionalista, e ben più arrembanti moti dell’animo futuristici e trasformazionali, Pierino Sei cresceva e andava acquisendo con armonia una sana ed algebrica costituzione. 

Come accade un po’ nella vita di ciascuno, all’epoca dei primi bagliori adolescenziali, Pierino Sei iniziò ad addentrarsi nel mistero dei numeri negativi. Intravedeva qualcosa, attraversando i primi ignoti retroscena della vita, anche se gli algoritmi più complessi non gli apparivano ancora molto chiari. Subodorava meccanismi relazionali cruciali, riguardanti l’importanza fondamentale dell’operazione messa in mezzo fra due individui-numero. La cifra che ci si ritrova ad essere è indubbiamente la base della nostra identità, ma ancor più significativo nelle dinamiche del vivere è il “segno” che si frappone fra sé e gli altri numeri-persone. L’adolescenza è appunto la fase della propria esistenza in cui dolori e gioie cominciano ad assumere una fisionomia numerica ben precisa, e si amalgamano in un mix di sapori cifrati inebrianti e vertiginosi. Fu esattamente in quell’epoca che Pierino Sei imparò ad apprezzare la dolcezza del moltiplicare, la problematicità del dividere, l’ottusità a volte drammatica del sottrarre, la generosità sognante dell’addizionare.

La scoperta di queste prime aperture verso le dinamiche di un attivo relazionarsi numerale, convinse Pierino Sei anche di una ulteriore inequivocabile verità: un numero fermo è destinato a rimanere sempre imprigionato nella sua quantità originale. Per diventare più grande, un numero deve potersi muovere, deve saper andare incontro alle operazioni, e non attendere che i “più”, i “per”, i “meno” e i “diviso” lo vengano a cercare. Ecco perché, non appena arrivò il momento buono, Pierino Sei diede la patente e si procurò la sua prima automobile.

Ovviamente, nella sua condizione di matricola universitaria, Pierino Sei non solo non poteva permettersi una vettura nuova, ma nemmeno una usata. Ecco perché dovette ripiegare su una vettura abusata. Dopo aver passato in rassegna diversi residuati motoristici, l’unico ferro vecchio che si attagliasse economicamente alle sue tasche fu infatti una vetustissima “Gigia Sprint” Morbo-Diesel, assai glorioso veicolo sportivo nei suoi anni migliori, ma ridotta ad imbolsita veterana della sgommata, ormai da tempo immemore. Il suo tachimetro segnava oltre ottocentomila chilometri, col fortissimo sospetto, per di più, che fosse stato già azzerato varie volte. Eppure in qualche modo, per Pierino Sei la Gigia Sprint fu fondamentale nell’aiuto a divenire un numero adulto.

La Gigia Sprint era una cara vecchietta motoristica e necessitava di parecchie cure. Pierino Sei, profondendosi continuamente in questa sollecita assistenza, finì per imparare il vero senso delle operazioni algebriche fra numeri-persona. Ma questo si verificò pian piano, nel tempo lento durante il quale Pierino Sei ebbe modo di conoscere la Gigia Sprint in tutti i suoi risvolti meccanico-esistenziali.

La Gigia Sprint aveva il tartaro al radiatore. Questo le provocava indebolimenti notevoli a certi baffetti metallici messi a fregio del suo musetto, che erano il vero e proprio marchio estetico della sua casa automobilistica, come una chiostra di fanoni da vecchia balena della strada, quale un tempo era stata. Pierino Sei per questo la conduceva regolarmente dal suo “meccanico dentista” di fiducia, Secondo Sette Carie, che ovviava con attenzione alla debolezza della Gigia Sprint, ridonandole, per quanto possibile, un nuovo sorriso smagliante. A partire da questa attenzione superficiale, Pierino Sei si abituò ad ascoltare la Gigia Sprint in ogni sua magagna. 

Fossero stati solo i baffetti, infatti.

La Gigia Sprint soffriva spesso anche di problemi d’erezione ai pistoni. Per questo malanno, Pierino Sei si rivolgeva di preferenza ad un suo vecchio e caro zio, esperto in elevamenti di potenza, lo zio Rodolfo Sette alla Quinta. Su consiglio di quest’ultimo, Pierino Sei faceva spesso giretti con la Gigia Sprint sul limitare di alcuni caratteristici boschetti metalliferi, dove si potevano rinvenire particolari tipi di erbe meccanizzate. Da queste essenze turbo-vegetali, Pierino Sei ricava degli speciali decotti minerali, da aggiungere all’olio della Gigia Sprint. In questo modo, non solo le favoriva un rinvigorimento delle capacità d’impennata del suo contenuto cilindrico, ma aiutava anche la sua circolazione, altrettanto debilitata, tenendole regolata nel contempo pure la pressione ed alleviandole i fastidi causati dall’artrite ai cerchioni, che similmente affliggeva quella decana dell’asfalto.

Più Pierino Sei conosceva la Gigia Sprint, più poteva permettersi di entrare in confidenza con lei, spingendosi persino alla comprensione delle sue indisposizioni più arcane. La Gigia Sprint era una vecchia signora e ci teneva alle sue delicatezze meccanico-femminili, ma quando capì che il valore della fiducia reciproca con Pierino Sei aveva raggiunto ormai livelli da competizione motoristica, non gli negò nemmeno la condivisione dei suoi crucci più intimi. La Gigia Sprint soffriva dunque di emorroidi al tubo di scappamento e Pierino Sei fu lieto, nonché onorato, di poterla aiutare anche in questa sua difficoltà meccanica. Questa volta si affidò all’esperienza di un insigne luminare teutonico, il dottor Otto Von Büsen der Skarikèn, e sotto l’intervento delle sue delicate mani, gli smarmittamenti della Gigia Sprint poterono ritrovare tutta la propria rombante e smotorante possanza.

Passavano intanto i mesi, e girando con la Gigia Sprint di qua e di là, Pierino Sei conosceva gente-numerica nuova. Soprattutto ragazze-cifra, naturalmente. Come spesso capita, Pierino Sei non riusciva a cogliere appieno il senso di quanto andava sperimentando, mentre si addentrava in questi frangenti del suo vivere. Il significato dei momenti vissuti, lo si comprende sempre con più chiarezza dopo, in fase di consuntivo, quando si possono osservare quelle porzioni di esistenza trascorsa, con il distacco e l’elevazione dello sguardo, che ci consentono di dominarli dall’alto nella completezza panoramica della sagoma e in tutte le loro sfumature.

Pierino Sei conobbe allora alcune ragazze e dapprima si lasciò abbagliare da quanto in loro c’era di più sfavillante sulla superficie. Frequentò Pamela Sessantanove e, non che negasse in seguito di aver trascorso anche attimi molto intensi con lei, ma non c’era complessità matematica da condividere in quell’amicizia. Lo stesso successe con Marina Settantasette, un’altra amica conosciuta in quel periodo di frequenti vagabondaggi al volante della Gigia Sprint. Era la nipotina di Palmira Settantasette, la rivoluzionaria amica di Nonna Letizia Quarantotto, e si esibiva come soubrette nel corpo di ballo di un piccolo teatro in cui si rappresentavano spettacoli leggeri di varietà. Nella giovane rampolla di casa Settantasette però, ogni afflato sovvertitore si era ormai affievolito, e la doppia abbinata numerica in lei, lontana ormai dal rievocare una fatidica annata di sommovimenti culturali e sociali, rimandava al ben più domestico riferimento della tombola: «...77, le gambe delle donne...». 

Varie altre conoscenze femminili si accavallarono durante quel condensato periodo della vita di Pierino Sei. Come ad esempio l’esuberante Elsa Ottomilioniedue. Una cara ragazza, sì, ma votata più all’attenzione per i fattori quantitativi, che non ad una sensibilità per quanto vi è di non misurabile nell’accadere del mondo. Pierino Sei non disprezzava dunque l’amicizia di queste persone-numero femminee così proficuamente conosciute. Grazie a ciascuna di loro, la vita si svelò a lui sicuramente attraverso suoi nuovi interessanti aspetti. Ma, semplicemente, con loro, non trovava completezza matematica.

Nel frattempo, la confidenza, l’affiatamento e la sintonia con la Gigia Sprint crescevano piano, col passare lento di quei mesi, ricchi di apertura algebrica verso il mondo. E, stranezza delle stranezze a dirsi, proprio grazie a quel girovagare sempre attento ed in ascolto delle imperfezioni della Gigia Sprint, Pierino Sei giunse a capire che quando un segno di operazione si frappone fra due individui-numero, s’innesta fra di loro un travaso di vita vicendevole. Ad azione corrisponde reazione altrui, laddove l’agire, suscitando la risposta dell’altro, si rivela al contempo atto di auto-edificazione della propria personalità. E’ un edificare se stessi attraverso la persona-numero con cui ci si ritrova a svolgere operazioni insieme.

Così, fra una ripulitura di tartaro e l’altra ai baffetti della Gigia Sprint, Pierino Sei, recandosi un bel mattino nello studio del fidato “meccanico dentista” Secondo Sette Carie, venne accolto dalla sua assistente e segretaria, Enrica Diciotto. Il dottore si era dovuto assentare per qualche minuto, e Pierino Sei ebbe modo di scambiare quattro parole con la gentile signorina. Una curiosa energia si mise in vibrazione inopinatamente fin da subito fra i due giovani. Il primo a stupirsene fu proprio Pierino Sei: diciotto non gli era mai sembrato un numero particolarmente significativo, eppure si sentiva fortemente attratto dalla personalità numerica di quella ragazza-bocciolo di donna in fiore.

Per un po’ non ci pensò più. Ma da quella volta, ad ogni nuova occasione in cui la Gigia Sprint necessitava di una rifilata ai suoi fanoni di vetusta balena a quattro ruote, Pierino Sei faceva in modo di fermarsi un po’ di tempo a chiacchierare con l’ormai familiare Enrica Diciotto. Di modo che, quasi senza rendersene conto, lentamente il Sei ed il Diciotto scoprirono, nel proprio approcciarsi discreto, un gran numero di affinità algebriche e matematiche. Pierino Sei, dividendosi in Enrica Diciotto, diventava un di più rispetto a ciò che lui già era di per se stesso, trovando una fusione perfetta nelle parti di lei. Enrica e Pierino condividevano tanti interessi e tanto sentire comune, a partire dai vari loro sottomultipli. 

Frequentandosi con sempre maggiore assiduità, a volte sommandosi, a volte sottraendosi, Enrica Diciotto e Pierino Sei constatavano come insieme erano sempre capaci di dar vita ad altrettanti numeri in attinenza molto stretta con se stessi (18 + 6 = 24 ; 18 - 6 = 12). Un vero stupore affettivo li travolse poi quando realizzarono il piccolo prodigio che s’innescava nell’attimo in cui provarono a moltiplicarsi: la grazia di lei, nel risultato, era riverberata dalla elegante decorazione simmetrica interposta da un armonico “zero” separatore (18 x 6 = 108).

La conoscenza reciproca maturò matematicamente a dovere, fino al punto in cui Enrica Diciotto e Pierino Sei appurarono di avere trovato l’una nell’altro la combinazione numerica precisa della propria vita. Pierino Sei completò felicemente gli studi, proseguendo poi la carriera universitaria, ed ora ha un bell’impiego come ricercatore di numeri dopo la virgola del p. “Pi Greco” vale “3 virgola 14”. Dopo parecchi altri numeri, in fondo in fondo, adesso vale anche un “virgola Pierino” in più.

Enrica Diciotto, grazie anche allo stimolo numerico in lei instillato dall’affetto cifrato di Pierino Sei, ha invece abbandonato quell’impiego temporaneo dal dottor Sette Carie, riprendendo l’università e laureandosi in Scienze della Tutela Numerica. Nel suo studio di restauro di antichi numeri impolverati dall’incomprensione matematica del tempo, da allora svolge con molto zelo e soddisfazione questa nobilitante attività professionale.

E come da miglior tradizione favolistica, vissero algebricamente felici e contanti.


martedì 29 gennaio 2013

Disfonie post-moderne


Dal basso della mia introversione (spesso e volentieri sfociante in una reticenza assai poco lusinghiera), ammiro molto le persone che possono permettersi di affermare: «…Io dico sempre ciò che penso…». Tuttavia, sempre riguardo ai medesimi individui, mi sono pure spesso trovato a considerare: «…Non è che siete costretti ad affliggerci sempre ed in ogni modo, anche quelle volte in cui per la mente vi passa un’emerita stronzata...».

Ciononostante, in qualche particolare frangente, anche a me capita di sentirmi per qualche attimo permeato dal sacro fuoco dell’assoluta lealtà e schiettezza dialettica. In quelle occasioni, adattando il proclama su misura, la dichiarazione d’intenti che mi sento di enunciare, si riduce ad un più circoscritto: «…Io racconto sempre ciò che penso…».

Da uno di questi rari attimi in me così transitori, nasce lo spunto della storia che mi accingo a narrare.

Con un mio amico, tempo fa, accarezzammo il sogno di mettere in piedi un’impresa di nostra concezione e creazione. L’idea di fondo l’attingemmo dall’enorme bacino di potenzialità imprenditoriali messe a disposizione dalle cosiddette energie da fonti rinnovabili. Il fenomeno naturale in questione è misconosciuto ai più, ma non sfugge di certo al maschio medio portatore sano di ventre villoso. Forse infatti non tutti lo sanno, ma nell’incavo discreto dell’anfratto ombelicale di questi esemplari dell’umana specie, tende a formarsi periodicamente una pallottolina di lanugine dalle indecifrabili origini.

Le interpretazioni scientifiche in merito parlano di un agglomerato di pagliuzze di lana, proprio lì depositate a seguito dello sfregamento innescato fra le pelurie virili e la trama della maglietta della salute, invernale o estiva che sia, e dunque raffinate nonché selezionate da questa sorta di ecologico e spontaneo setaccio raccoglitore e concentratore.

Secondo la vulgata popolare, più poetica e leggendaria, le misteriose palline seriche sarebbero invece originate per partenogenesi a partire dalla stessa spiritualità immatura del maschio medesimo, rappresentando esse l’espressione tangibile di una sua fanciullaggine protratta oltremodo e sconfinante inopinatamente nei territori che spetterebbero ormai con maggior pertinenza all’età adulta. Un inusitato genere di manna, insomma, prodotto bislacco della non maturazione caratteriale. Un frutto maturato dall’immaturità.

Fosse come fosse, il mio amico ed io, da appassionati cultori della contemplazione ombelicale quali siam sempre stati, ci ritrovavamo con puntualità infallibile a dover rilevare la presenza di queste sferette di tessuto grezzo gentilmente deposte nei nostri rispettivi micro-marsupi setolosi. E fosse stato per qualche episodio isolato di per sé, probabilmente mai ci sarebbe scattata in mente la molla imprenditoriale. Quello che tuttavia ci instradò decisamente verso il sentiero della velleità produttiva, furono proprio l’insistenza e la portata quantitativa del fenomeno. Le soffici palline, anche quando scacciate dalla loro sede con igienistica minuzia, si riformavano sempre puntuali ed infallibili nel giro di due o tre giorni, moderne arabe fenici, e testimoni inequivocabili del “peter-panesimo” diffuso che imperversa sopra i cieli di questi nostri tempi post-moderni.


Fu a quel punto che la lampadina della “politica del fare” si accese luminosissima nell’anticamera della nostra immaginazione creativa: invece di scartare di volta in volta il prodotto peloso interno lordo (pregiatissimo PPIL), quasi fosse un ospite molesto, perché non accoglierlo come gradito pensionante nell’irsuta saletta del nostro hotel a cinque setole? Valutando quantità, frequenza delle visite e qualità della materia prima estratta, calcolammo che nel giro di poco tempo si sarebbe potuta impiantare una produzione stabile di materassi, cuscini e piumini. E anche se non avremmo potuto avvalerci della denominazione di “piumino d’oca”, forse di quella “di cinghiale” sì.

Sulle ali di simili fantasticherie, i miraggi del successo si misero a macinare vorticosi dentro le nostre fantasie foderate di pelliccia. Ci vedevamo già manager rampanti alla testa del più grande impero produttivo mondiale di pregiatissimo cachemire ombelicale. Ci figuravamo ricchi sfondati e mollemente appisolati nell’appagamento pecuniario, cullati fra due guanciali imbottiti di pura lana ecologica direttamente estratta da maschio umano setoloso.

Ma non avevamo fatto i conti con la dura realtà.

I primi ostacoli fra noi e la nostra apoteosi imprenditoriale iniziarono a frapporsi per questioni strettamente linguistiche. Un fenomeno che si manifesti nell’ambito del “reale” senza il supporto di una specifica denominazione propria, rischia quasi sempre di finire per non esistere. E così toccò in sorte alla nostra creazione produttiva “in nuce”. L’oggetto del nostro fare non aveva un nome e non poté avere nemmeno una sua esistenza.

Ci recammo dapprima alla camera di commercio per registrarci, al fine di poter avviare l’attività effettiva. Di fronte ai nostri tentennamenti, manifestati nel tentativo di far comprendere la portata rivoluzionaria di questa nuova frontiera produttiva, che tuttavia non sapevamo meglio circoscrivere entro una definizione precisa, gli impiegati addetti ai vari impicci burocratici bocciarono sonoramente i nostri intenti. Sempre per carenza di denominazioni, venimmo poi a sapere che non esisteva nemmeno un albo professionale dei produttori e trasformatori di palline ombelicali grezze, al quale potersi iscrivere. Informandoci poi nei più esclusivi ambienti pubblicitari e del marketing, con nostro sommo rammarico scoprimmo che, anche una volta raggiunto eventualmente un minimo di evidenza d’immagine con il marchio della nostra ditta, difficilmente saremmo stati invitati a tener banco nei talk-show televisivi, o intervistati dai giornali, per pontificare intorno alle strategie imprenditoriali più arrembanti, o per proporre una nostra ricetta di uscita dalla morsa della crisi.

Il “vulnus” fatale, quello in grado di assestare la mazzata decisiva alle nostre ambizioni, eravamo tuttavia destinati a ritrovarcelo proprio in seno, neanche tanto nascosto, in forma di contraddizione in termini annidata nella natura stessa del nostro essere imprenditori nascenti in misura così inusuale. Consultandoci con un insigne economista, fra i maggiori esperti mondiali di finanza ricreativa, ci venne posto innanzi il più classico degli “uovi” di Colombo. «…E’ un ambiente durissimo, cari ragazzi…» ci ammonì il luminare, un caro vecchietto che si era fatto un certo gruzzolo commerciando nel settore delle sferette di mollica, appallottolate fra pollice ed indice sorbendo i suoi caffè di fine pranzo. E aggiunse: «…Vi sconsiglio fortemente di avventurarvi in questa impresa, perché in quella jungla sopravvive solo chi, come minimo, ha quattro dita di peli sullo stomaco!…».

La sentenza, nella sua nitidezza fulminante, si rivelò esiziale e scrisse la parola fine sopra ogni ulteriore capitolo concernente le nostre più scriteriate speranza. Di peli sullo stomaco, noi un po’ ne avevamo, certo, ma il nostro lieve vello para-post-puberale non poteva certo rivaleggiare con certe lussureggianti savane rivenibili sulle protuberanti panze di taluni squali mondiali dell’imprenditoria. Quelli sì che erano veri e propri macchinari infernali per la produzione iper-intensiva di palline ombelicali. Non avremmo potuto sostenere la concorrenza, saremmo stati schiacciati, come timidi batuffoli investiti da abnormi slavine di lana.

Qualche volta, quando incontro il mio amico, chiacchieriamo ancora con nostalgia dei bei tempi in cui abbiamo rischiato di diventare imprenditori. Ci fa un po’ rabbia pensare a tutta quell’energia da fonti rinnovabili ombelicali che da allora è andata perduta, e continua tuttora a venir sprecata. Ci fa pensare alla corrente dei fulmini, dissipata invano nell’etere, oppure al fiato di tanti idioti, fatto filtrare senza scopo attraverso le loro rispettive chiostre dentali. Alla fine però, ripensandoci bene, conveniamo sempre tutti e due che è andata meglio così. Dell’imprenditore, non potevamo avere né la mente, né il cuore. Al limite, solo un po’ d’ombelico velatamente peloso.

domenica 27 gennaio 2013

La confraternita dell’etilometro


Quello che un poeta non dovrebbe mai azzardarsi a fare, è spiegare una sua poesia. I miei vantaggi in merito sono però due: primo, non sono un poeta, ma soltanto un membro onorario della confraternita dell’etilometro. Secondo: quella che mi accingo ad analizzare non è affatto una poesia, bensì il semplice prodotto di mie divagazioni para-filoso-folleggianti.

Ecco dunque spiegato come io possa permettermi di dire due parole su una recente mia composizione, senza timore di infrangere l’aurea legge della poesia testé accennata. Anzi, a volte i “non poeti” hanno quasi il dovere di illuminare meglio le proprie intenzionalità espressive, per fugare il velato sospetto, che sempre li perseguita, di soggiacere ad un certo malvezzo in virtù del quale le loro parole potrebbero essere state tirate semplicemente a casaccio con la fionda contro il foglio bianco. Mi piacerebbe invece cercare di illustrare, se non proprio un preciso percorso interpretativo, perlomeno un vago tracciato evocativo pertinente alle mie frasi.

Riporto la composizione, per una più agevole sinossi (minchia, come parlo difficile oggi…):

Distillati d’attimi

Distillati d’attimi,
oltre non vorremmo osare.

La durata è sgomento,
il non tempo odora di per sempre.

A mezz’aria nella clessidra
     il granello di sabbia
                 so-
               spen-
                de
            lo spirito
in ammirazione frenante.

E’ gravosa
l’impalpabile discesa,
come di masso
al cui silente tonfo mai s’intende prestar fede.

Vestendo la glabra pelliccia
d’animali tracimanti l’incompiuto,
c’avvinazziamo del vero assenzio
sublimato dalle nostre essenze.

Vattene, tempo, fuori dai peli,
ma non diseredarci
del tuo marchio senza veli.

*******

Tutta la poesiola è intessuta intorno all’ambiguità del tempo e della percezione di esso, e gioca sulle paradossalità emozionali ed affettive che senza sosta ci procura il nostro essere ineluttabilmente immersi nel flusso temporale. “Distillati d’attimi” è riferito proprio a quelle porzioni di tempo che più ci gratificano e che sono sempre così rare e repentine, rispetto al “mare magnum” cronologico fatto invece perlopiù di momenti banali, noiosi, lunghi, insignificanti, ordinari, angoscianti anche, a volte. L’immagine del “distillare” il tempo vuole appunto suggerire un’ideale operazione di estrazione del meglio che il tempo ci può offrire: goccia a goccia, filtrato con l’alambicco.

Gli attimi sono “distillati” nei fugaci frangenti di un bacio, nell’esaltazione fulminea che ci sa regalare la vicinanza della persona o delle persone amate, nel rapimento estatico procurato dalle emanazioni di senso provenienti da un’opera d’arte o dall’immersione in uno scenario naturale particolarmente “totalizzante”. E così via. “Oltre non vorremmo osare” è già una constatazione di paradosso e di inevitabilità: vorremmo sempre rimanere sospesi dentro quegli attimi distillati, ma ci rendiamo benissimo conto di come la loro stessa preziosità sia funzionale alla medesima fugacità che recano con sé.

“La durata è sgomento, / il non tempo odora di per sempre”: qui ribadisco, o perfeziono, la suggestione di prima. Il tempo durevole, prolungato, esteso, le ore senza fine apparente del quotidiano comune, ci paiono spesso un ostacolo insormontabile, e desidereremmo dimorare sempre nell’illusorio “non tempo” degli attimi distillati. Per meglio rendere la suggestione, mi è sembrato bello inserire questo riferimento evocativo ad un non meglio immaginato “odore di per sempre”. Ulteriore contraddizione nel paradosso: “per sempre” è nel medesimo tempo espressione che spaventa, agognata, ma anche frutto potenziale di repulsione.


Nel blocchetto successivo di “versi”, introduco una sorta di trucchetto da mestierante poetastro saltimbanco. Dopo “The bomb”, la composizione in cui Gregory Corso richiamava graficamente la sagoma del fungo atomico tramite “andate a capo” ed impaginazione dei versi calibrate ad hoc, simili stratagemmi andrebbero banditi per eccesso di imitazione. Ma non ho saputo resistere. Il mio ben più modesto disegno risultante dal gioco delle righe, suggerisce blandamente la silhouette della clessidra a cui si fa riferimento appunto nel testo. Per accentuare l’effetto, ho voluto spezzare la parola risultata centrale, “so-spen-de”, a rendere ancor meglio l’immagine del granello di sabbia che la nostra “ammirazione frenante” vorrebbe si fermasse indefinitamente a mezz’aria, a decretare il “non tempo” dei tanto agognati “distillati d’attimi”.

“E’ gravosa / l’impalpabile discesa, / come di masso / al cui silente tonfo mai s’intende prestar fede”: quel granello tuttavia prima o poi deve cadere. Ed anche se ci può apparire eterno e sommante incorporeo il lasso di attimi della sua sospensione, alla fine è questo che si rivela essere: un masso che cade pesantemente nello smarrimento che segue l’orgasmo, nel lunedì che segue la tregua del week-end, nelle urgenze pratiche del vivere che spazzano via ogni poeticità. E ad ogni rinnovarsi dell’estasi riscoperta negli attimi distillati, riprendiamo ad illuderci che stavolta no, il tonfo non ci sarà, non gli vogliamo “prestar fede”: eppure il granello non manca mai di tornare a toccare il fondo della clessidra, con la sua pesantezza ci sorprende senza tregua, di una sorpresa amara, ma al tempo stesso così familiare ed usata.

“Vestendo la glabra pelliccia / d’animali tracimanti l’incompiuto, / c’avvinazziamo del vero assenzio / sublimato dalle nostre essenze”. Ecco, qui lo ammetto senza problemi: gli ultimi due blocchetti di versi sono quelli più esoterici e sfuggenti, e io stesso fatico un po’ a chiarirli. L’idea era quella di richiamare la dualità che sempre sussiste nell’uomo, la distonia, incerti casi, innescata fra la sua inestirpabile componente animale da una parte, e la sua essenza civilizzata, dall’altra. Tutto ciò mi è sembrato che affiorasse bene attraverso l’immagine di una “glabra pelliccia” che ogni donna o uomo si porterebbe addosso, una pelliccia paradossalmente senza peli, perché partecipa sia dell’animalità, sia della nostra componente civilizzata.

“Animali tracimanti l’incompiuto” è senza dubbio il passo più oscuro. “L’incompiuto” starebbe a significare esattamente la nostra incapacità di approdare ad una compiutezza nella comprensione del tempo. Il tempo ci affascina, ci trascina nel suo turbine, ci ubriaca, non possiamo sottrarci ad esso, ma non lo capiremo mai: in questo tentativo di svelarne il mistero, mettiamo in gioco tutte le nostre facoltà, gli istinti animali uniti alle raffinatezze logico-razionali, ma l’unico risultato finale sta nel nostro tracimare una impotente incomprensione.

“C’avvinazziamo del vero assenzio / sublimato dalle nostre essenze”: qui mi è piaciuto giocare con la sonorità delle parole “assenzio” ed “essenze”. Il tempo è una componente radicale della nostra essenza di uomini: ci è connaturato. L’effetto che a volte ci procura è quello di una vera e propria ubriacatura: è vertiginoso nelle sue contraddizioni, e come presi nel gorgo dei fumi dell’alcol, talvolta ci addentriamo nei suoi misteri.


Concludo infine con un’invocazione, un po’ ironica e volutamente contraddittoria: “Vattene, tempo, fuori dai peli, / ma non diseredarci / del tuo marchio senza veli”. E’ forse quello che ciascuno vorrebbe: non soggiacere più al dominio del tempo (“Vattene, tempo”). Però al tempo stesso, la richiesta è molto pesante e pericolosa da fare: non volere più il tempo significa anche non volere più la vita, significa affacciarsi alla Grande Incognita di ciò che sta oltre il tempo. Quello che ne risulta dunque alla fine, è un’invettiva un po’ infantile e senza senso, un desiderare una cosa ed il suo opposto, un richiesta rivolta al tempo di lasciarci in pace, ma, per carità, di non abbandonarci (“non diseredarci”), di non allontanare da noi il suo marchio senza veli, ossia la condizione temporale che è parte così lampante ed evidente della nostra essenza di uomini. “Fuori dai peli” è un piccolo calembour per richiamare l’espressione “fuori dai piedi”, riecheggiando nel contempo il riferimento alla pelliccia introdotta nelle frasi precedenti. Il marchio del tempo è “senza veli”, sia in riferimento alla sua evidenza estrema, sia perché questa allocuzione suggerisce l’impotenza della nostra “nudità conoscitiva” di fronte al tempo che ci segna indelebilmente.

Se alla fine, a dispetto di questa mia piccola auto-esegesi, ciascun lettore che avrà avuto la pazienza di leggersela, continuerà ad ogni modo a sostenere: boh, sarà, ma io ci avevo capito tutt’altre cose…beh, ne sarò ancor più lieto, perché vorrà dire che si tratta di una composizione aperta alla multi-significazione e non mono-direzionata su un binario interpretativo unico.

sabato 26 gennaio 2013

Distillati d’attimi



Distillati d’attimi,
oltre non vorremmo osare.

La durata è sgomento,
il non tempo odora di per sempre.

A mezz’aria nella clessidra
     il granello di sabbia
                  so-
                spen-
                 de
            lo spirito
in ammirazione frenante.

E’ gravosa
l’impalpabile discesa,
come di masso
al cui silente tonfo mai s’intende prestar fede.

Vestendo la glabra pelliccia
d’animali tracimanti l’incompiuto,
c’avvinazziamo del vero assenzio
sublimato dalle nostre essenze.

Vattene, tempo, fuori dai peli,
ma non diseredarci
del tuo marchio senza veli.



sabato 19 gennaio 2013

Chiasmi socio-etologico-comportamentali


In attesa, quando ritorneranno, di riprendere a seguire il filo di pensieri più elevati e forniti di maggiore velocità concettuale, continuo a trattare le mie questioncelle scaturite raso terra, da elucubrazioni mosse un passo dopo l’altro, in sintonia con le mie camminate campagnolesche.

Ci sono diversi tipi di passeggiatori, ma una delle classificazioni più peculiari si potrebbe impostare sulla seguente distinzione: quelli che camminano tenendo lo sguardo sull’orizzonte, e quelli procedono con gli occhi fissi a terra. A seconda dell’umore di giornata o della situazione meteo al contorno, io appartengo a fasi alterne un po’ a tutte e due le categorie. L’errore da non commettere consiste nel giudicare più degna e più nobile l’una opzione rispetto all’altra. Si possono far scaturire riflessioni di pregio sia praticando una camminata alla cane Fido Milleossequi (ossia: occhi modestamente rivolti in basso), sia producendosi in quella alla Lupo Impavidus de Lupacci (ossia: sguardo fiero a vagliare l’orizzonte nella sua estensione).

Il suolo ed il cielo sono entrambi ottimi narratori.


E’ stato proprio spostandomi a piedi in modalità “ground detector”, che mi sono accorto di una fatterello curioso. Chiamarlo fatterello è assai riduttivo, perché dietro si celano risvolti alquanto sbalorditivi, a ben guardare. Ma quando ci va di mezzo una “poeticizzazione” della realtà, ai miei occhi tutto s’ingentilisce e dunque è soprattutto per questo che mi viene da vezzeggiare il fenomeno con la parola “fatterello”. In pratica, allungando un passo dopo l’altro sull’asfalto che solitamente ospita le mie passeggiate, mi sono accorto della presenza cospicua di gusci di noce frantumati, quasi sempre vuoti, e tutti rigorosamente dislocati sopra la nera striscia bituminosa, oppure spostati pochi centimetri giù da essa.

Quale arcano si celava dietro questo curioso stillicidio “nocivo”? [Piccolo inciso: è bello virgolettare una parola quando se ne stiracchia la forma, per farla meglio aderire al senso che le si vuole conferire (come ho fatto sopra con “poeticizzazione”), ma forse ancor più bello è virgolettare una parola pur lasciandola intatta nella sua forma ufficiale, solo perché se ne altera ironicamente il significato (come ho fatto qui con “nocivo”)].

A cosa era dovuto insomma tutto quel profluvio di involucri di gherigli smarriti sull’asfalto? Non avessi già sentito parlare di questo piccolo “artificio naturale”, la mia curiosità sarebbe rimasta insoddisfatta. Ma si dà il fatto che, non ricordo bene proveniente da dove, mi era giunta già all’orecchio questa notiziola sfiziosa. La discreta semina di noci fracassate sull’asfalto altro non è che il risultato di una sorprendente capacità d’apprendimento della quale sanno dar prova alcuni uccellini. Non saprei dire di preciso se si tratti di gazze, corvi, cornacchie, ghiandaie o di altri pennuti: più probabilmente sono i rappresentanti di una di queste famigliole ornitologiche, oppure di qualche altra, ma fatto sta che con il tempo, questi ingegnosi spiumettanti hanno capito che l’asfalto è duro, e facendovi cadere sopra, con un po’ di precisione e da una discreta quota, l’altrimenti non scalfibile oggetto dei loro desideri mangerecci, si ottiene di far funzionare la strada come un efficiente schiaccianoci. Quello che poi a loro resta da fare, dopo l’impatto, è solo di planare giù e sbafarsi il contenuto dello scrigno in siffatta maniera spalancato.


Fin qui, si potrà obiettare che si tratta in fondo in fondo di un fenomeno da poco. Non nego di possedere in discrete dosi una certa capacità di divertirmi con poco, quindi magari la mia opinione ed il mio stupore in merito potranno probabilmente venir reputati esagerati. Per completezza va allora detto che, nel prosieguo delle mie peregrinazioni, la parte “andarperpensierosa” veramente sorprendente è giunta solo in seguito, quando m’è accaduto di comparare quella strabiliante usanza pennuta, con un patetico scimmiottamento messo in atto riguardo alla medesima, da quei miserabili degli umani. Sempre adagiata sull’asfalto, poco lontana da alcuni gusci di noce, dapprima ho notato infatti una tesserina magnetica di quelle in uso in un parcheggio a pagamento della città. Chissà quale tipo di apprendimento avrà voluto mettere in pratica, mi sono domandato, quel poveraccio che l’ha scagliata a gran velocità dal finestrino della sua auto. Sarà ritornato poi forse indietro per verificare se, da tesserina ormai scaduta, si era tramutata in abbonamento a vita valido per il medesimo parcheggio?

Proseguendo, vedo un accendino di plastica, anch’esso abbandonato al medesimo destino riservato ai resti del lauto pranzo dei pennuti. Si sarà trattato in questo caso di un irrazionale tentativo da parte di un altro guidatore di sfruttare l’abbrivio della sua vettura per far scaturire dall’impatto una bizzarra strategia per smettere di fumare?

Continuando a camminare, seguitavo a rinvenire altri oggetti abbandonati e scagliati presumibilmente sull’asfalto sempre sfruttando lo slancio automobilistico. Alla fine ho gettato la spugna dell’interpretazione: mi sono reso conto di capire molto meglio le intenzioni dei nostri amici pennuti, che non quelle dei miei simili a due gambe. E, finora non mi è fortunatamente mai successo, ma non oso pensare quale ipotetica strategia mi capiterà di dedurre mentalmente, la volta che m’imbatterò in un portafoglio vuoto o addirittura in un preservativo usato.

mercoledì 16 gennaio 2013

E’ nato prima l’uovo o il Gillipixel?


E’ bello porsi continue domande nella vita. Anzi, forse è più preciso dire che la vita, in fondo, non è altro che una immensa domanda, senza tregua e dalle pochissime risposte. A volte è bello trovare dei responsi. Ma molte spesso, sono belle anche quelle domande che non hanno risposta alcuna. Ce le facciamo così, solo per il gusto di domandarcele, ma una risposta esatta è precisamente l’ultima cosa che vorremmo.

Ho trovato una bellissima di queste domande citata in un libro. Se la pone lo scrittore e poeta polacco Stanislaw J. Lec (1909-1966):

- Qualcuno ha mai chiesto alla tesi e all’antitesi se vogliono diventare sintesi?

La domanda “ad esigenza di risposta tendente a zero” si contraddistingue per la sua ironia e per la vena paradossalmente poetica ed un po’ folle che riesce ad innescare nell’animo di chi la pone e di chi se la sente rivolgere. Un po’ come succedeva al giovane Holden, quando si domandava dove andavano le anatre del laghetto di Central Park, in inverno, quando la superficie dell’acqua ghiaccia e compagnia bella. Anche se ormai è stra-citato, stranoto, e ci viene fuori dalle orecchie (nonché da vari altri orifizi corporali), riporto il passaggio per la sua sempre innegabile bellezza, soprattutto nella versione originale:

«...”You know those ducks in that lagoon right near central Park South? That little lake? By any chance, do you happen to know where they go, the ducks, when it gets frozen over? Do you happen to know by any chance?” I realized it was only one chance in a million...».

The catcher in the rye
J. D. Salinger1945

«...”Sa le anitre che stanno in quello stagno vicino a Central Park South? Quel laghetto? Mi saprebbe dire per caso dove vanno quando il lago gela? Lo sa per caso?” Mi rendevo conto che c’era soltanto una probabilità su un milione...».

Il giovane Holden
J. D. Salinger - 1945

Sulla scia di queste domande “ad esigenza di risposta tendente a zero”, chiaramente troppo nobili ed elevate per osare soltanto pensare di eguagliarle in qualche modo, mi è venuto gillipixellescamente da crearne di mie. Ovviamente assai più grezze, dozzinali e molto, ma molto più stupide. Ve le propongo:

- Perché quasi tutti i transessuali sono sudamericani?

- Sino ad oggi il maschio è nato col pisello e la donna con la patata: in un futuro, nel caso di avvento di una razza umana estremamente evoluta, dobbiamo attendercela dotata di patello oppure di pisata?

- Se l’uomo uscisse da dove esce l’uovo, le sue origini sarebbero più nobili?

- La prima cosa che si fa nascendo, è piangere: la vita ti avverte sin da subito che lungo il suo corso, di dolore ce ne sarà da smazzare a bizzeffe. La prima cosa che si fa al mattino svegliandosi, è correre in bagno: è il benvenuto offerto da ogni nuova giornata, traducibile nel messaggio cifrato: “Ma vai a cagare!”. Non è che scambiamo sempre la vita per quel gran prodotto di qualità, solo perché non prestiamo mai attenzione alle avvertenze scritte sulla confezione?

- Quando il sole tramonta alla sera, sta mostrando il sedere a noi ed il viso all’America, o viceversa?

- C’è più stoltezza in un uomo cresciuto male, oppure stanchezza in un vecchio maturato peggio?

- Le civette sul comò del famoso “ambarabà – ciccì – coccò”, l’amore con la figlia del dottore, come facevano a farlo?