giovedì 15 luglio 2010

Sulle strade che solo loro sanno fare


Certe volte verso sera, davanti a casa, vedo passare due donne.
Non ci sarebbe nulla di eccezionale in questo. Se non forse il dettaglio che passano sempre a piedi, e so per certo che il loro tragitto non è limitato a pochi metri, ma sicuramente si dilunga di parecchio prima che la meta venga raggiunta.

Ormai nelle nostre campagne chi si sposta per necessità e lo fa con mezzi umili (la bici o anche solo semplicemente sui propri piedi), è quasi sicuramente uno straniero. Altro conto sono i cicloamatori, i pedalanti della domenica (come me…) o i podisti ipercalorici che devono smaltire la tara accumulata ingozzandosi dallo stress di non riuscire ad arrivare alla fine del mese.
Gli stranieri si spostano invece perché ne hanno bisogno e per loro, vista l’indisponibilità di mezzi, le strade misurano ancora come nell’Ottocento, o tutt’al più come ai primi del Novecento.

Sono due donne che vedo passare, più precisamente una vecchia e una ragazzina. Immagino siano nonna e nipote. Un dettaglio s’impone subito: sono molto belle. Non belle nel modo superficiale col quale usate dire “voi, gente di oggi”(*). Ho detto dettaglio non per caso, infatti. Posseggono una bellezza talmente armoniosa e modellata sui loro corpi, che risulta eccezionale e scontata ad un tempo, talmente è naturale.
Son belle per davvero, insomma. Sono donne.
E sono indiane, ciascuna una sorta di personificazione archetipica dell’età di donna che stanno attraversando.
La vecchia (potrei dire “anziana”, se non fosse sempre roba da lasciare alla “gente di oggi”) avanza in una melodia di gesti che è eleganza pura. Indossa un abito tipico indiano. Non propriamente un “sari”. Qualcosa di simile, meno vistoso, ma pur sempre puntualmente evocatore delle atmosfere della sua remotissima ed immensa terra.
Potrebbe tuttavia vestire anche una pelliccia, un tailleur, un barracano, jeans e maglietta, o essere addirittura nuda: nessuna specificazione esteriore sarebbe in grado di distogliere l’attenzione dalla classe, dalla grazia, che dalla sua persona si diffondono.
Il viso è plasmato di “terra non cotta”, la chioma fluisce abbondante di grigi argentei e cupi, in un piacevole bisticcio fra le pretese accampate dalla senescenza e le rivendicazioni mai smesse di una gioventù che ancora seguita ad albeggiare, se mi si passa la sub-continentale suggestione un po’ facile, fra i meandri frondosi del suo animo ancora in verde ed oscuro rigoglio.

Un gioco molto simile fra le età, rifulge anche nel sembiante d’ebano e avorio della nipotina. Laddove la nonna dichiarava la propria fanciullezza mai sopita, qui è invece una maturità di portamento e movenze ad imporsi nella sua semplicità più compiuta.
E’ la pigmentazione scura ovviamente ad imporsi anche su di lei, in tutte le sue declinazioni cutanee e corporali. Ma per la magia nascosta nella profondità più densa di tutto il mistero in cui si cala questa femminea accoppiata, sono certo che nemmeno dal viso della più candida e graziosa fanciulla svedese potrebbe scaturire una simile radiosa luminosità.

Non vi so spiegare bene come, ma dal modo in cui la ragazzina si muove si vede che vuole bene alla nonna. Sembra di vederla intenta a prendere lezioni di cammino. La nonna fende l'aria con la propria eleganza, lasciandosi dietro una duplice ondata di avvenenza senza tempo, e la nipotina pare annusare quell’aroma motorio infondendolo direttamente nei gesti del suo muoversi.

In un attacco di egocentrismo leggermente irrispettoso, mi ritrovo a pensare che doveva venire la globalizzazione per far sì che un pigro stanziale, inchiodato alla sua terra piccola come una cozza al suo scoglio, potesse sapere direttamente qualcosa delle genti del mondo.

Non sono certo famoso per il mio spiccato fiuto da segugio della “realpolitik”, ma anche ad un pensatore bizzarro e stralunato quale io sono non sfugge la complessità del tema dei migranti planetari. E’ forse la questione più grande, complessa e cruciale che il “secolo breve” abbia lasciato in eredità a questo secolo ancora molto bambino.

Però per quei pochi attimi leggiadri di passaggio delle mie due piccole, personali, dee indiane, non ci voglio pensare. Lascio ai miei pensieri solo immagini belle, come l’idea che una nonna e una nipotina si vogliono bene al mondo tutte allo stesso modo, e che un grande fiume è pur sempre un grande fiume, nella lontana ed esoterica India così come nella sudaticcia Bassa padana.
E in tutti i posti del mondo si ritorna a casa, alla fine della giornata, sia che lo si faccia su quattro ruote veloci, sia su quattro piedi che posandosi per terra parlano parole di poesia e speranza.

*******

(*) = trattasi di espressione generica, di un "voi ipotetico", ovviamente non rivolto ai cari amici viandanti per pensieri, ma largamente spalmato sulla massa eterogenea ed informe di coloro che non sanno "pensare con l'anima".



martedì 13 luglio 2010

Breakfast in Gillipixisoul


Canticchiavo pocanzi una familiare melodia del "Vagabondo Supremo", quando mi son ritrovato a pensare quel che segue: «...la vita è tutta una gran colazione...».
Portate pazienza, cari amici viandanti per pensieri, il caldo batte duro anche da queste parti, diritto e ben mirato fra atlante ed epistrofeo, e in queste condizioni non ci si può aspettare che poi uno sforni sempre metafore lucide e fresche come le rose.

La vita è una colazione, sì.
E della colazione ha gli aspetti belli e quelli tristi.
Quante tavole ben imbandite di promesse freschissime ci si parano innanzi durante tutte le fasi della vita. Quanti commensali interessanti, lungo il cammino, siedono di volta in volta al nostro fianco, forieri di approfondimento umano, di fusione amicale, di immedesimazione amorosa, di identificazione affettiva.
Ma poi non c'è mai tempo sufficiente. Hai addentato poco più di un paio di bocconi di brioche, che è già il momento di avviarsi: il lavoro chiama, l'asilo assilla, la scuola, il treno parte, la gita, l'ufficio delle imposte dirette esistenziali che reclama la nostra presenza, sempre altrove, sempre di là.

Vorresti rimanere lì seduto senza limiti all'orizzonte, col caro amico, con la dolce presenza femminea, davanti a spremute di ragionamenti freschi, bricchi di caffelatte dialogato, panini imburrati di scherzose schermaglie e marmellate di ascolto vicendevole, di bonario desiderio di comprendersi, intingendosi nel tè dei pensieri regalati l'un l'altro.

Però l'attimo di raccogliere le briciole e rassettare la tovaglia arriva sempre troppo alla svelta. Ci si saluta, ci si dà appuntamento alla prossima colazione, pur sapendo che anch'essa non sarà mai sufficiente, ed andrà a mettersi in fila, dietro a tutte le colazioni passate e a precedere quelle future: tutte le colazioni che ci illudiamo di poter gustare con calma con i commensali ai quali vogliamo bene, tutti assisi a questa grande tavola imbandita di fretta che chiamiamo vita.



sabato 10 luglio 2010

Se io rispondendo potessi dirti: «…Va’a dà via’l cüüül…», rispondereeeiii


Oggi pomeriggio mi sono sacrificato nel nome della “letteratura”.
Dopo pranzo, ho espletato una pennichella “al volo”, giusto quella manciata di minuti dall’una alle cinque e mezza, e quando mi sono risvegliato, avevo un nuovo argomento fresco fresco (si fa per dire: grondavo sudor ronfante come un panetto di burro…) per venire a fracassare le orchidee ai miei cari amici viandanti per pensieri.
E poi dite che non vi penso…
In realtà, va aggiunto che le fasi ronfatorie sono state inframmezzate dalla lettura di ampi brani di «Gomorra», di Roberto Saviano, e di «Einstein – La sua vita, il suo universo», di Walter Isaacson, una piacevole biografia del geniale fisico baffone e scarmigliato.
Non ho precisato ciò per coprire l’onta di aver dormito circa quattro ore col sole alto in cielo, portando via così proditoriamente prezioso tempo all’innalzamento del PIL. Credo invece che la lettura di quei due precisi libri abbia anch’essa qualcosa a che fare con quanto vi volevo raccontare.

Si tratta un tema affrontato già diverso tempo fa, sempre come conseguenza di una pratica dormitoria evasa in circostanze simili. Questa volta però, la cosa mi si è parata innanzi sotto nuove sembianze “kantiane”, nel senso non di Eva Kant, ma di Immanuel.
All’epoca, dopo aver smartellato e limato un po’ nell’officina dei sogni, avevo sostenuto la tesi dell’esistenza di pacchetti concettuali che albergano nella nostra interiorità, pronti a saltare fuori come categorie che si sono d’aiuto in qualità di “classificatori culturali”. L’esempio portato in quell’occasione era il pacchetto culturale “film di crisi anni ‘70”.

Ecco, quello che mi sembra di aver approfondito con la sperimentazione scientifico-ronfatoria di oggi, è invece l’esistenza in noi di “pacchetti di sensazioni” che, para-strafalciando appunto il metodico filosofo di Heidelberg (*) (sempre di Kant si tratta…), oserei definire “giudizi emotivi a priori”.

Passo subito ad illustrare.
Sul finir del mio dormire, mi ero messo a sognare di brutto. Ad un certo punto, nel sogno, mi ritrovo in una stanza con un sacco di amici del periodo della mia “tardo infanzia-inizio adolescenza”, mentre da qualche giradischi o stereo che dir si voglia, proveniva la melodia di canzoni tipiche della medesima epoca.
Il punto è che nessuno di quegli amici e nessuna di quelle canzoni del sogno, era riconducibile ad amici specifici reali, oppure a canzoni specifiche reali, appartenenti a quell’epoca.
In pratica si trattava di “icone vuote” di amici e canzoni appartenuti a quella fase della mia vita. Per spiegarmi meglio, mi sentivo immerso in un’atmosfera alla «By the rivers of Babylon» dei Boney M, o alla «I feel love» di Sylvester, senza sentire però specificamente quelle canzoni, bensì solamente i loro “simulacri melodici universali”.
Lo stesso per i miei amici sognati: non erano nessuno di quelli reali che io ricordi, ma al tempo stesso erano loro. In questo caso: “simulacri amicali universali” della mia fanciullezza.

A completamento della cosa, la sensazione diffusa che da tutto il sogno mi derivava, era un sentimento di malinconia infinita, un sentore di struggimento, per il tempo perduto, di una vastità abissale.
Una volta desto, pur ricordando solo alcuni lacerti del materiale onirico appena sfornato, mi sono domandato: ma com’è possibile provare una nostalgia così potente per vagheggiati amici non meglio personificati, oppure per canzoni senza identità, ma solo ridotte al loro “minimo comun denominatore” epocale?

L’unica risposta che son riuscito a darmi è stata che probabilmente ero andato a scandagliare nello scaffale del mio archivio “mental-spirituale” in cui tengo conservato il mio “pacchetto” della malinconia pura.
E’ stato lì che mi è sovvenuto il paragone con la filosofia kantiana.
Così come le nostre strutture conoscitive sono impostate in base ad un “contenitore di pensieri” che funziona su un assetto “spazio-temporale” predefinito (“a priori”), “indipendente dalle” ed “antecedente alle” singole esperienze di fatto che nella vita ci toccano in sorte, allo stesso modo forse esiste in noi una “pre-disposizione” sentimentale-emotiva che ci fa interpretare la realtà ed il mondo secondo determinate “categorie del cuore” non scaturite da situazioni concrete reali, ma esistenti già in partenza nel nostro guardaroba emotivo, in dotazione sin dal momento in cui ci siam ritrovati a galleggiare placidi e giulivi nella pancia della mamma.

Non a caso dicevo prima che il libro di Saviano e la biografia di Einstein c’entrano col mio sogno. Sono convinto infatti che sono stati proprio loro responsabili della vangatura del terreno inconscio sul quale poi è stato coltivato l’argomento del mio vagare onirico.
Nella parte di «Gomorra» che sto leggendo si parla di giovinezze violate, un cazzotto allo stomaco ad ogni pagina: il massimo della nostalgia pura per un periodo della vita, in quei casi, nemmeno vissuto.
Anche a proposito del genio tedesco, sono giusto all’inizio della storia, alla fase della sua infanzia, nei tratti della quale, genialità a parte (sono stato un bambino felicemente tontarello, io…), ho trovato alcune affinità con la mia, soprattutto nella predilezione per lo stare soli e per il fantasticare privato.

E ancor meno a caso, forse, è successo che riavendomi dal sogno, inopinatamente mi son ritrovato a canticchiare una bella canzone di Mina del '66, musicata niente meno che dal maestro Morricone.
Avete presente il testo? (...scritto da Maurizio Costanzo, peraltro).
Per mio conto è forse la storia più crudele e struggente mai concepita da mente spietata. In pratica, un “due di picche” mollato nei denti ad un povero tapino che non ha nemmeno il diritto ad una telefonata di spiegazione: c'è qualcosa di più vicino alla malinconia ed allo struggimento puro, di questa roba?

Che tra le altre cose, ci avete mai pensato? Ma quel poveraccio di un “duepiccato”...nessuno si è mai preoccupato di sentire la sua versione?
Ad esempio, quando la Mina fa: «Se guardandoti negli occhi sapessi dirti basta ti guarderei / Ma non so spiegarti che il nostro amore appena nato è già finito...», se lui avesse potuto ribattere, secondo me avrebbe detto: «...Eh, no...ma minchia...ma allora sei una gran vacca e basta...avevo già fatto le pubblicazioni in Comune e ordinato le bomboniere...».

Va beh, e con questo vi saluto cari amici viandanti per pensieri, anche per oggi le mie belle vaccate di classe le ho sparate. Però pensavo: con tutte le ore che ho dormito oggi, e chi chiude occhio stanotte? Niente, speriamo almeno che Ghezzi passi una qualche pellicola Uzbeca, verso le 3 e mezza, quattro...

(*) = cagata scritta il 10 luglio 2010 e rettificata il 28 luglio 2010: trattasi in realtà di Könisberg


domenica 4 luglio 2010

Risate non competitive


Si può ridere di tenerezza?
Non intendo sorridere con delicato e consapevole controllo, ma proprio l'essere colti da quell'ondata pneumatica che si sente montare nel diaframma e non si può far altro che lasciar sfogare nella gola e poi in bocca, riconciliandoci per quei pochi fuggevoli istanti con tutti gli arretrati di “nonsenso” che coviamo nel cuore e nella mente.
Io sono convinto che, sì, si può ridere anche di tenerezza.

Sarà solo una mia impressione, sarà che spesso e volentieri traviso i fatti del mondo attraverso la lente deformante di una vagheggiata, quanto onnicomprensiva, e mai esistita Età dell'Oro, ma mi sembra di poter dire che negli ultimi decenni i moventi della risata si sono andati sempre più appiattendo su di un registro denigratorio.
La scintilla che fa innescare la vampa del riso viene fatta scaturire per lo più dalla presa in giro, dalla messa in difficoltà di un soggetto o di un oggetto scelti opportunamente, dalla sottolineatura di difetti e stonature.

Intendiamoci, non voglio farla più grave di quello che è. A mio sgangherato parere, questo fatto è anch'esso un piccolo ed inosservato sintomo del clima di competizione e confronto spasmodico che serpeggia ormai in pianta stabile fra le nostre vite, ma se qualcuno vuol darmi del mitomane, accetto la nomea di buon grado.

Ad onor del vero, non va taciuta una verità innegabile: l'innesco del fattore comico ha sempre comportato una certa dose di “cattiveria”. Da sempre l'umorismo è la strada maestra per porre in rilievo le stonature della realtà, in questo senso è storicamente andato di pari passo con dosi intense di spietatezza, spesso non prive di componenti di cinismo.
Fatto sta che, mi sbaglierò, ma la nostra epoca sembra particolarmente incline a questo modo di ridere.

Mi è capitato tuttavia ultimamente di ricordare come sia possibile ridere in maniera “pura”, senza confronti, senza “mettere in mezzo” niente e nessuno, ma solo ridere per il gusto in se stesso di farlo. Ridere di tenerezza, come dicevo prima.
Mi è successo assistendo recentemente allo spettacolo di un marionettista e burattinaio inglese, Stephen Mottram. Dire spettacolo di burattini è una riduzione ingenerosa, perché in realtà si è trattato di una delle cose più belle mai viste in vita mia nell'ambito dell'espressività “artistico-gestuale”. Tutti gli effetti speciali hollywoodiani, tutti gli Avatar immaginabili, in 3d, in 4d, in 5d, metteteci tutte le “d” che vi pare, non sarebbero in grado di eguagliare la magia poetica di questo spettacolo.

C'era una storia, una trama, c'erano vicende dietro al movimento di questi burattini e marionette? Niente di niente, se non leggerissimi abbozzi narrativi e piccole gag. Quello che raccontano è invece esattamente il muoversi stesso, il senso puro del movimento, dell'uomo in primis ma anche di tutte gli altri esseri animati, il movimento osservato e riprodotto nella sua essenza più naturale.
Non parlo dei movimenti limitati e banali riproducibili ordinariamente con questi simpatici fantocci infilati per di sotto con una mano, ma di movimenti di uomini e di animali ripetuti da burattini e marionette con una fedeltà articolata e studiata nei dettagli più minuti.

Mi sono reso conto così che tutto ciò è fonte di tenerezza e può far ridere.
Allora mi sono chiesto: il semplice nostro muoverci può farci ridere? Com'è mai possibile?
E' stato lì che ho capito (forse) che si trattava della tenerezza, di quella commozione che può derivare dal riflettere sui dettagli più semplici della nostra umanità. Era lo stesso senso di ilarità vellutata che mi nasce dentro quando osservo le movenze di un micio, quello stupore che ti fa quasi non capacitare di come tanta semplicità posso recare con sé anche tanta bellezza.
Il nostro muoverci può esser visto sotto la luce della sua estrema eleganza, ma anche come vincolo che ci tiene ancorati alle limitazioni della gravità, della velocità e della forza limitata, delle possibilità in fondo ristrette di varianti motorie a nostra disposizione, in contrasto magari con le aspirazioni di movimento di cui possiamo godere nell'immaginazione o nel sogno, praticamente infinite e senza limite di fantasia.

Noi siamo anche e soprattutto in quanto ci muoviamo. Il nostro vivere è imprescindibile dallo spostare arti e corpo nello spazio, e l'auto-osservarci in questo può essere fonte di gioia mista ad un senso di contraddittorietà, nel cogliere il limite ed il “miracolo” di tutta la cosa.
E così, attraverso quei burattini, credo sia stato proprio il “limite umano” di per sé a suscitarmi il riso, insieme alla tenerezza poetica che si porta dietro.



sabato 3 luglio 2010

Sotto un cielo di paradossi e libertà


Una volta, all’università, assistevo ad una lezione di psicologia.
Ad un certo punto si finì per toccare il tema delle organizzazioni umane, intese nella loro accezione più ampia, quelle legalmente costituite e quelle invalse per consuetudine: famiglia, istituzioni varie, enti politici, la scuola ai suoi vari gradi, tutto il sistema del lavoro, le associazioni più diverse, insomma tutto l’armamentario sociale nel quale ciascun individuo è “consigliato-costretto” ad inserirsi se vuole evitare l’inconveniente di ritrovarsi, al primo incontro galante della sua vita, a fare la propria presentazione con l’inequivocabile frase: «…Io Tarzan…tu Jane…».

Durante la lezione, saltò fuori una cosa che sapevo già, ma non mi ero mai reso conto di sapere. Pur senza voler scomodare Platone e la sua teoria della conoscenza come graduale ricordo del patrimonio ideale posseduto prima della nostra venuta in vita, talvolta mi sembra che la cultura consista proprio in questo: è un disvelare idee che sono già nel nostro patrimonio mentale-spirituale, ma che hanno solo bisogno di essere riordinate, “messe in fila”, per poter essere comprese appieno.

L’idea era questa: il rapporto di ogni individuo con le “organizzazioni umane” si gioca sul duplice discrimine “libertà-coercizione”. Forse potrà sembrarvi banale e scontato, ma pur avendo già conosciuto nel mio percorso di studi l’«homo homini lupus» di Thomas Hobbes, io prima di allora non avevo mai visto la faccenda sotto questo profilo.
Per dirla in altri termini, le organizzazioni, i gruppi umani, sono le nostre gabbie dorate.
Direte che sono impressionabile con niente, ma l’idea mi colpì non poco. Da una parte non possiamo farne a meno, nessuno può tirarsi fuori dalle organizzazioni, dai gruppi umani, nemmeno un asociale “asocialista reale” come me.
Ma d’altro canto la vita è anche una continua ricerca d’equilibrio per far sì che le maglie delle diverse organizzazioni nelle quali siamo inseriti, non si mettano a stringere troppo.

In pratica, se si approfondisce ancor più il concetto, ci si accorge che si tratta di un paradosso bell’e buono. Al di là della tutela, della protezione personale, del sostentamento fisico che i gruppi umani ci garantiscono ad un gradino più immediato, far parte di essi ci è inoltre indispensabile per acquisire libertà anche in senso più elevato, perché la trasmissione della conoscenza, della cultura, e quindi la nostra crescita personale, non possono prescindere dall’aggregazione con gli altri.
Ma al tempo stesso, quei gruppi, quelle organizzazioni, possono tramutarsi da un momento all’altro in vincoli opprimenti, quando ci accorgiamo che ci pongono troppe restrizioni, troppi obblighi, il che ci fa venir voglia di spezzare ogni legame, in un utopico obiettivo di liberazione suprema che però torna inevitabilmente a mordersi la coda: se ci siam “raggruppati” e “organizzati” per essere più liberi, non sarà certo il cammino opposto che ci condurrà verso una libertà maggiore.
Da tutte queste elucubrazioni, all'epoca mi venne ancor più da pensare quanto sia complessa la questione della libertà.

Soprattutto, quelle riflessioni mi sono tornate alla mente in questi giorni di rinnovata afa nella Bassa.
Il clima (sia meteorologico, sia umano) a Gillipixiland, se lo si assume come parallelo metaforico, aiuta parecchio ad approfondire questi risvolti del concetto di libertà.
Quella gran spianata di terra posta giusto nel punto in cui lo Stivale italico si appiccica al resto del Vecchio Continente, è un’ottima metafora dei paradossi della libertà, mi sono detto.
E credo di essermi detto bene.
Questa è una delle terre più ricche del mondo (nessun riferimento personale, ovviamente…), ma ha un clima da schifo. E’ piatta e sgraziata come il petto di una brutta racchia, ma non puoi fare a meno di volerle bene e di subirne quel fascino tutto suo. Ti opprime liberandoti, ma ti libera opprimendoti con afe gravose e viscide come l’abbraccio totale di una sensuosa ed ammaliante puttana surriscaldata.
Quando fa così caldo nella Bassa, la sensazione è proprio quella: non sai dove scappare per tirartene fuori. Così come a volte senti di non sapere come fare per liberarti della libertà.

Passando in bici sotto sera, una di queste sere di caldo particolarmente “liberale”, lungo un piccolo canale figlioccio del Grande Fiume, mi sono soffermato un attimo ad osservare con calma un laghetto di acqua semi-ristagnante, che si forma lungo quel percorso idrico minore. Ci sono alcuni posti per me carichi di notevole magia, disseminati nella campagna qui tutta attorno. Il piccolo stagno è uno di quei luoghi.
In questo periodo è ricoperto da un velo fittissimo e senza tregua di infiorescenze, che gli donano una livrea verdognola quasi iper-realistica. Flotte ben ordinate di paperotti si godevano quella pozza indisturbata ed immersa nel silenzio, fendendo il tappetino verde con le loro buffe scie zampettose, al seguito di mamma papera. Non sono riuscito a coglierle nella foto (tra l’altro scarsa, ripresa col cellulare), perché avvicinandomi, si sono insospettite e son corse a nascondersi.
So che da anni quello specchio d’acqua è purtroppo anche uno dei ricettacoli di veleni più concentrato di tutta la zona. E nel silenzio che mi sono goduto per pochi attimi, prima di inforcare di nuovo la bici e ripartire, mi sono domandato come potevano quella paperelle sguazzare così serene, lì dentro quel lerciume dalle parvenze idilliache.
Anche loro avevano trovato il loro equilibro per sopportare l’inquinamento che la libertà porta nelle vite di tutti, mi sono risposto alla fine.



venerdì 2 luglio 2010

Dolce dirimpettaia del quinto saldo


Ci siamo, stanno per ripartire i saldi di fine stagione. Quale stagione? Beh, fate un po' voi, basta che cacciate la grana e poi scegliete la stagione che vi pare.
Ho sentito dire alla tele che verranno spesi in media 177 euro a testa. Ecco, se per caso si ritrovasse a leggere queste due righe chi ha intenzione di sborsare 354 euro, volevo solamente dirgli che chi scrive è il suo dirimpettaio statistico.


giovedì 1 luglio 2010

Decaffeinato e felice


«…Come posso fare per farmi insultare da tutti gli italiani? Quale argomento potrei sollevare per essere biasimato all’unisono?...».
Mi arrovellavo questa mattina intorno a siffatti e faceti interrogativi, quando ad un certo punto: «…Ho trovato!...», mi son detto. Avevo capito che non dovevo fare altro che scrivere quanto segue: il caffè mi fa schifo!

Non sto parlando del sapore. Quello, pur non facendomi impazzire, non mi dispiace neanche. Mi riferisco invece proprio al “concetto” di caffè, alla cultura del caffè, con tutti i suoi rituali annessi e connessi.
Ve lo dicevo che volevo ricevere strali fin sotto le unghie dei piedi, e mica scherzavo…

Passo dunque ad enumerare tutte le motivazioni della mia avversione alla fatidica brodaglia nera, senza intenzione, ma soprattutto senza speranza, di convincere nessuno.

Innanzitutto, il caffè lo associo mentalmente alla levatacce mattutine.
E già qui il tasso di gradimento della calda bevanda d’ebano precipita in picchiata, nel mio personale cartellino delle preferenze. Sarò strano io, ma per me caffè e sveglia mattutina ad ore lavorative (un tempo scolastiche…), e dunque ad ore fastidiose di per sé, formano un abbinamento indissolubile e quindi molto molesto.
Quel gorgoglio della moka e l’odore che si diffonde per la cucina e la sala da pranzo, si mescolano al trauma dell’esodo dal tepore delle coperte, ad aliti gravitazionali dall’agevole tonnellaggio, a suggestioni di sinfonie di sciacquoni, a controcanti, con rispetto parlando, di scoregge e voglia di andar fuori di casa se non fra due anni, ad orride visioni di gente sconvolta allo specchio (ogni mattina, sempre la stessa gente: io…), ad occhi appiccicaticci.
Come potrebbe starmi simpatico il primo gusto che mi sento in bocca a suggellare questa idilliaca sequenza?

Non bastasse questo, il caffè è come un tizio che vuole tenerti sveglio.
Ma non solo: la faccenda diventa tale che ad un certo punto, di quel tizio che ti tenga sveglio, ne hai addirittura bisogno. E’ come se tutte le sere, verso le undici, undici e mezza, mi venisse sotto casa un tale con una Punto turbo diesel smarmittata, tutta bardata di alettoni e spoiler, finestrini calati, radio con subwoofer da mezzo metro, e musica house a paletta. E le sere che non dovesse venire, me lo vado addirittura a cercare io: ti prego, vieni sotto casa a non farmi dormire!
Insomma, se proprio devo ingurgitare cose che in qualche modo hanno qualcosa da dire sulle mie abitudini di sonno e veglia, sui miei ritmi circadiani, preferisco di gran lunga la suadente ninna nanna di una mezza bottiglia di vino, di un cognachino, di un brandy, una birretta, quello che volete, ma non mettetemi tra i piedi tizi che mi scrollano la spalla, quasi a farmi sentire in colpa se mi ero appisolato.
Già lungo tutta la giornata, c’è pieno di gente intorno che mi dice cosa devo: anche di due sorsate di brodo scuro che mi dicono se posso o non posso dormire, proprio non ne ho affatto bisogno.

Per me il caffè è poco più di questa roba, per questo non riesco a capire come possa rappresentare una sorta di piacevole rito per 60 milioni di italiani.
Meno uno (che son sempre io…).
Per anni ne ho preso giusto una tazzina al mattino, per darmi una scrollata, per svegliarmi un po’, per l’appunto. Ma da alcuni mesi ho estirpato completamente anche quella tazzina, sostituita da un più benevolo ed innocuo scodellone d’infuso alla “tummistufi” (non so cosa vuol dire, ma mi piaceva chiamarlo così…).
Fra l’altro, questa piccola radicale e definitiva rivoluzione anticaffeinica si attaglia meglio alla tecnica di sveglia che adotto ormai da alcuni anni. Per evitare l’effetto Fantozzi, la corsa coi minuti contati, sempre a rischio di sforamento nei tempi causa rottura della stringa di una scarpa, mi alzo abbondantemente prima dell’ora della partenza per l’ufficio, anche se questo significa sveglia intorno alle 6 circa.
Prima mi alzavo all’ultimo minuto, facevo i preparativi di tuta fretta, correvo verso il lavoro con le grinfie tese sul volante, e una volta varcata la soglia dell’ufficio, avevo già voglia di accoppare la persona più cara lì dentro (figurarsi quelli che mi stavano sulle palle…).
Ora mi vedo un po’ di tele, mi sorbisco la “tummistufi” con calma, leggo due paginette del libro del momento e poi mi metto in strada a velocità umane.
In questo nuovo quadro, non poteva esserci più posto per il caffè, dinamica bevanda e sprone spietato di pigri e lavoratori tiepidi.

Tutto questo detto, vai: la lista dei 60 milioni di insulti può considerarsi ufficialmente aperta!