venerdì 8 febbraio 2019

La casa dei pensieri della Bassa


Negli spazi di tempo che si annidano fra gli attimi, là dove i sospiri di un pioppeto riecheggiano le sinfonie della rugiada appoggiata sugli steli d’erba medica, la “casa dei pensieri” si presenta al viandante nella sua invisibile evidenza.

La “casa dei pensieri” non trattiene nulla e tutto accoglie.

Con le sue pareti d’aria, è un filtro in entrata e in uscita.

L’ampia capanna del tetto forma un bel coperchio che custodisce la maturazione di tutto il “materiale pensabile” insinuato fra le sue maglie.

Lì sotto si formano le idee, le riflessioni, le preoccupazioni, le gioie, le emozioni che poi andranno a spargersi per tutta la Bassa.

In modo simile, lì vengono raccolte e riassorbite le idee, le riflessioni e le emozioni usurate, già sfruttate, diventate vecchie a forza d'essere pensate e provate intimamente.

Di notte, dal fiume, una brezza che soffia costante a favore di corrente, porta giù le piccole squadre dei “folletti ahü”, instancabili lavoratori della fantasia, che sostando per ogni ora di buio sotto la cappa della “casa dei pensieri”, rammendano ragionamenti, aggiustano storie, inventano nuove battute comiche e circostanze buffe, impastano i bizzarri caratteri delle persone, forgiano piccoli fatti quotidiani, pronti per accadere all’indomani, o limano attimi di buon tempo da passare in compagnia degli amici più matti.

I nuovi pensieri fabbricati e quelli vecchi riparati, rimangono poi in deposito, a disposizione di chiunque nella terra lungo il fiume li vorrà vivere e pensare.

I piccoli “folletti ahü” entrano nella casa dei pensieri seguendo una loro carraia preferita. A destra e a sinistra, un campo chiaro e uno scuro.

Da quelle tonalità, i piccoli “folletti ahü” pescano la coloritura dei pensieri di cui si vanno ad occupare. Sono sempre idee molto nette, o tutte bianche o solo nere.

Infatti molto spesso i piccoli “folletti ahü”, per arrivare in fondo alla costruzione di un pensiero, si danno botte da orbi, perché ciascuno vorrebbe dare al suo prodotto immaginato, il colore dell’animo prediletto.

Il coperchio del tetto a capanna sobbalza allora come per la pressione di millanta fagioli in bollitura, le possenti colonne cigolano forte sotto quelle spinte polemiche sussultorie, e attraverso le pareti d’aria sbuffano fuori soffuse nebbie “culatellose” o sapide zaffate di calure “lambruschificanti”.

Ma alla fine un tinteggio buono per ogni idea si trova sempre.

Sul finire della nottata, i piccoli “folletti ahü”, con le spalle cariche di nuovi pensieri e possibili fatti sfiziosi, si disperdono di nuovo sulle fiatate umide che il fiume spiffera lungo la piana.

Spargono il loro carico qua e là, nelle zucche e in mezzo ai piedi della gente.

Poi risalgono fra le foglie dei pioppi, e vibrando verd’argentei saluti alle ore che passano, restano in attesa della brezza portata dall'imbrunire, per far rientro, sopra calessi di vapore trainati da zanzare mille-stagioni, nella “casa dei pensieri” dove si plasmano le chiare-oscure vibrazioni sparse tutt’intorno, nell'aria della Bassa.

domenica 3 febbraio 2019

Breve storia semi-triste di due estremisti molesti, incappati senza dar resto in un indigesto chiarimento funesto


Due estremisti assolutisti s'incontrarono dopo le feste.

Disse il primo al secondo: “…Sai quanto dista il mio punto di vista? Sono di idea a te totalmente opposta?...”

Rispose l’altro: “…Ora che lo so, il mio cuore fa festa: soltanto io so cos'è la vita onesta, non riuscirai mai a cambiarmi la testa…”.

Presa poi ciascun la rincorsa che basta, si scagliò contro l’altro arrembando lancia in resta.

Estrassero lesta la Colt dalla fondina destra, e di due persone che erano più nessuna n'è rimasta.

Passarono poi di là due fancazzisti modesti, ma dai pensieri vasti.

Al vedere per terra quei miseri resti, esclamarono tosto: “…Ecco che bel gusto a fare ogni volta il gran fusto…se sempre di un’idea sola la tua mente si impasta, se mai l'opinione di un millimetro si sposta, va finire che sbatte contro una chiusa pista…”.

E quindi fatta lieta sosta all’Osteria Dell’Aragosta, tirarono a sera in compagnia pluralista, tra buoni gocci di vino, fette d'arrosto e piatti di pasta.

sabato 2 febbraio 2019

Dualismi


Corpo o spirito?
Pratica o teoria?
Fatti o parole?

Tendenzialmente siamo abituati a trattare il mondo come una casa divisa in due stanze: da una parte, la stanza delle cose “concrete” e dall'altra, la stanza delle questioni “astratte”.

Soprattutto quando parliamo, o scriviamo, o pensiamo o, per dirla in generale, “usiamo il linguaggio”, siamo abbastanza convinti di usare un qualcosa di molto astratto.

Forse però proprio nel linguaggio troviamo una smentita a questa convinzione.

Le parole ci raccontano come tra corpo e spirito ci sia molta meno distanza di quanto non crediamo.
Ci pensavo uno degli ultimi pomeriggi non piovosi, camminando sull’argine, mio sommo maestro di meditazione.

Sull'argine si va avanti o indietro, si può spaziare con lo sguardo in alto e in basso, oppure dare libere occhiate a destra e a sinistra, ci si può fermare e poi ripartire.

Va beh, questo succede in ogni luogo aperto, con una visuale abbastanza libera.

Ma il bello sta proprio qui, perché se succedesse solo sull'argine, allora sì che sarebbe molto strano.

Il nostro essere consapevoli di noi stessi è dettato fondamentalmente da come ci sentiamo posizionati nello spazio.

E a sua volta il nostro sentirci nello spazio è dettato dal confronto generale fra verticale e orizzontale (e il tutto deriva dalla forza di gravità, ma non allarghiamo troppo l'argomento).

Stiamo parlando insomma di come il nostro corpo sente se stesso nello spazio, una faccenda strettamente fisica. Un fatto.

Torniamo alle parole: anche se tradizionalmente vengono contrapposte ai fatti, in realtà hanno una abbondante radice fisica. Moltissime parole sembrano astratte, e invece si muovono anche loro “nello spazio”.

Prendiamo ad esempio la parola “subire”. Quando la sentiamo, per raffigurarci in mente il significato, immaginiamo qualcosa che “sta sotto” [Tra l'altro, ci aiuta qui anche l’origine latina del termine, formata da “sub” (sotto) e “ire” (andare)].

Nel senso opposto, se usiamo la parola “prevalere”, o “successo”, o “vittoria”, ci raffiguriamo un qualcosa che “sta sopra”, o tende “ad andare in alto”.

Prendiamo le parole “domani”, o “progresso”, o “speranza”: ci suggeriscono qualcosa che “ci sta davanti”.

Pensiamo ad altre parole ancora più astratte (in apparenza), come “invece”, “ma”, “anzi”, “però”: quando intervengono in una frase, sentiamo come se il significato di quel che viene detto “tornasse indietro”.

Oppure, la stessa parolina “se”: dà l’impressione di una sospensione del discorso, che da quel punto potrà dirigersi in ogni direzione.

Ancora: le parole “dunque”, “insomma”, segnano una sosta nel ragionamento, mentre “infatti”, “allora”, indicano la ripartenza nello stesso.

Sono solo esempi stupidi, ma ci dicono che quando scriviamo, parliamo, pensiamo, è come se ci muovessimo nello spazio. Un po' come passeggiare sull'argine.

La cosa forte è che il “meccanismo” funziona anche al contrario.

Nel caso di utilizzo di “linguaggi fisici”, questi rimandano alle parole e ai pensieri.

Se un pittore traccia certe righe, o uno scultore fa certe forme, o un ballerino certe mosse, o un attore certe espressioni, possono voler dire “invece”, “se”, “dunque”, “insomma”, “subire”, “prevalere”, “vittoria”, “speranza”, e  così via.

E mentre mi perdevo fra questi pensieri, ecco che l’argine mi ha frullato ulteriormente le idee.

La luce radente da un lato ha disegnato una gran falce d’ombra su quello opposto, un bellissimo boomerang in chiaroscuro che per meglio essere apprezzato, andava guardato in obliquo.

Cosa avrà voluto dirmi?

Boh, glielo domando alla prossima passeggiata…


Ascolto


Ascolto quello che dicono
Ascolto la voce della gente
Ascolto gli scricchiolii fra le vite
Ascolto le parole del mondo
Ascolto il vibrare delle cose
Ascolto il crescere degli alberi
Ascolto il mutare delle nubi
Ascolto il suono di pioggia che lava il mare
Ascolto la fretta d’una moffetta
Ascolto lo specchio nello sguardo d’un gatto
Ascolto una carezza che do al vento
Ascolto la superficie d’un tormento
Ascolto l’irradiarsi dell'amore
Ascolto il rinsecchirsi dell’odio
Ascolto il tempo in cammino
Ascolto un sacco di ore sciupate bene
Ascolto la meraviglia di ogni vigilia
Ascolto il respiro dei giorni
Ascolto le chiacchiere del corpo
Ascolto il dire “io” del desiderio
Ascolto il farsi chioma dei pensieri
Ascolto il mio parlare interno
Ascolto l’eloquenza del silenzio
Ascolto l’allontanarsi delle galassie
Ascolto il setacciarsi degli atomi
Ascolto le pause fra gli attimi
Ascolto in una scoreggia l'eco del Big Bang
Ascolto in un'erezione il tramestio dell'evoluzione
Ascolto il mio scrivere di ascolto
Ascolto lo sbocciare delle idee
Ascolto le parole che non so parlare
Ascolto tutto il coro degli ascolti
Ascolto la vita che s’ascolta
Ascolto la saggezza del reale
Ascolto la follia del vitale
Ascolto l'armonia dell’ascoltare
Ascolto il mio odore fra gli odori
Ascolto il mio essere io rarefatto nel tutto
Ascolto il mio meravigliarvi
Ascolto ogni espressione far staccare un'incrostazione
Ascolto ciascun intimo “sorrisarmi”
Ascolto in ogni cuore questo mantra proseguire