venerdì 31 maggio 2019
Tutto gira intorno a ogni cosa
Col tempo rimesso un po' per il bello, possiamo tornare ad aprire le finestre, e insieme all’arietta gradevole, torna un super classico di stagione: la gravitazione universale “moscata”.
Non si è mai capito bene perché, ma se hanno a disposizione una stanza tiepida e luminosa, con un bel lampadario appeso al centro, stai sicuro che le mosche inizieranno a ruotarci attorno, in instancabili orbite da mini satelliti entomologici.
Così subito noi umani, giù a pensare: ma che fesse queste mosche a girare sempre in tondo così.
E poi tronfi del nostro antropocentrismo, magari saltiamo sulla bici, o saliamo in auto, oppure ci incamminiamo semplicemente, ma in ognuno di questi casi, mantenendoci sempre fedeli a un logicissimo e razionale moto rettilineo.
Ma hai visto mai che le mosche abbiano ragione?
Per risolvere il dubbio, non c'è forse un modo più semplice e immediato che osservare la realtà. O meglio, il succo della realtà.
Se lo facciamo, considerando in particolare gli estremi dell'infinitamente piccolo e quelli dell'esageratamente grande, constatiamo che in effetti nella realtà ogni cosa ruota in riferimento a qualcos'altro.
Nel minuscolo, gli atomi sono costituiti da piccoli centri detti nuclei, sferette solari in miniatura, attorno a cui girano certe particelle-satellite, dette elettroni (sbalorditivo tra l'altro pensare come il diametro dell’intero atomo sia centomila volte quello del nucleo).
Sul fronte opposto, nell'immenso, satelliti ruotano attorno a pianeti, pianeti attorno a stelle, stelle attorno a centri di galassie, e così via, forse l’universo stesso ruota attorno a un suo centro che fa da perno ad altri universi, vai a sapere…
Insomma, gli atomi sono micro sistemi solari, mentre gli smisurati complessi astronomici sono sistemi atomici spropositati, e noi, siamo ancora così sicuri di essere più furbi delle mosche?
Pensateci bene, anche nel mondo di ogni giorno tutto ruota.
Basta innamorarsi, e ruoteremo attorno a una persona; leggiamo un libro, ecco ancora che ruotiamo attorno al fascino delle pagine, della storia contenuta, della bellezza assorbita; ascoltiamo qualcuno e ruotiamo attorno alle sue parole; parliamo noi, e chi ci ascolta ruota attorno al nostro dire; mangiamo un succulento piatto, e ruotiamo attorno alla fame, alla golosità, alla pietanza stessa; e via di questo passo.
La cosa più sorprendente avviene però col tempo. Siamo tanto convinti della giustezza e ragionevolezza del procedere in linea retta, da ritenere anche il nostro “spostarci” lungo il tempo lanciato in una simile direzione.
Sembra quasi stupido porre la questione: noi, nel tempo, scorriamo diritti come fusi, non ci sono dubbi.
E se invece, anche attorno al tempo, noi ruotassimo?
È vero che, nella sostanza, indietro nel tempo non si può tornare, ma allora cosa sono quelle continue vampe di consapevolezza infantile, o di consistenza adolescenziale, che di continuo sperimentiamo e riassaporiamo, come se non fosse trascorso nemmeno un secondo dall’attimo in cui provammo certe emozioni da bambini o da ragazzi?
Com'è che basta una canzone o un ricordo intenso, per rivivere tutto pari pari?
Non sono, tutti questi, null'altro che modi diversi di ritornare allo stesso punto della nostra orbita di rotazione intorno al tempo?
La prossima volta che becco uno sciame satellitare di mosche attorno al lampadario, chiedo informazioni…
martedì 28 maggio 2019
Romanzotti in umido di maggio
Il “romanzotto” è una particolare forma di micro-romanzo di mia “invenzione”.
L'idea di base è molto semplice: ogni “romanzotto” deve essere scritto con un massimo di otto parole.
Unici benefit aggiuntivi: il titolo, naturalmente, e una descrizione del genere in cui la minuscola storia si colloca.
Quale vantaggio può dare tutto ciò? Che vi leggete dieci “romanzi” in un minuto:
Romanzotto 1
Titolo: “Nel buco nero della galassia Ciambella ”
Johnny abbandonò l'astronave. Dentro, il tempo rallentava.
(genere: crono-dramma fantascientifico)
Romanzotto 2
Titolo: “Quella sporca piattaforma contrattuale”
Mandrie nei saloon scaricavano guai sul sindacato cowboy.
(Genere: western di lotta sociale)
Romanzotto 3
Titolo: “Scoperte novità”
Col piede in fallo, la pornostar lanciava mode.
(Genere: hardidattico)
Romanzotto 4
Titolo: “Cronaca di ottici amanti”
Facendo l'amore con gli sguardi, lacrimavano luce.
(Genere: sentimental-visionario)
Romanzotto 5
Titolo: “Se il futuro ci sorprenderà…”
Coglievamo petali dal fiore degli anni. Api immaginifiche.
(Genere: entomologico-sentimental-botanico)
Romanzotto 6
Titolo: “Scornarsi coi proverbi”
La moglie ubriaca spillava amanti dalla botte piena.
(Genere: tanto va la commedia al lardo…)
Romanzotto 7
Titolo: “Il passato è futuribile”
Rivivendo l’incubo, dagli scavi archeologici affioravano smartphone.
(Genere: anti-utopia passatista)
Romanzotto 8
Titolo: “Triste, grottesco e finale”
L'idiozia, gettando plastica, morì plastificata. Albeggiavano dinosauri.
(Genere: catastrofico definitivo)
Romanzotto 9
Titolo: “Labirinto voyeurista”
Guardando dal buco della serratura, si vide nudo!
(Genere: thriller surreale)
Romanzotto 10
Titolo: “Disperante speranza”
Il nulla nella radura deserta si faceva adulto.
(Genere: esistenzialista estremo)
Ma te?...Mah!...
Moltiplicare fra loro due numeri, in matematica, vuol dire sommare il primo tante volte, quante ce ne indica il secondo (o viceversa).
Ad esempio: 48 x 27 si può sostanzialmente trovare scrivendo una fila di 48 + 48 lunga ventisette volte.
Sembra un modo ben astruso di considerare la moltiplicazione, eppure è così che la intendevano certi popoli antichi, tra i quali, fra gli altri, anche i Romani.
Non possedevano infatti la nozione di scrittura delle cifre in base alla posizione, sviluppata invece, “a parte”, dalla matematica indiana e poi portata in occidente attraverso la mediazione degli arabi.
In numeri romani III vuol dire 3, dove ogni stanghetta verticale indica 1, con ciascun 1 in questa cifra che vale quanto gli altri.
Nel sistema che abbiamo imparato noi fin dalle elementari, invece, se scrivo 111, innanzitutto vuol dire centoundici, ma poi ogni 1 ha un valore diverso dall’altro. Il primo, da destra, vale 100; il secondo, 10; il terzo, 1.
Con la posizione, ogni numero cambia significato: questo consente già di dominare cifre molto più grandi, che non usando una scrittura e una concezione dei numeri indifferenti al posto occupato.
Questa idea, unita all’introduzione del concetto dello “zero” (anch'esso sconosciuto ai Romani), fornì alla mente umana un “panorama” dei numeri in cui calcolare, molto più potente di prima.
Data la conoscenza delle tabelline, moltiplicare due cifre, allora, se prima era una lenta aggiunta di “strati”, diventa come infilare quelle due cifre (anche grosse) in una centrifuga che gira molto veloce e le risputa unite nel risultato finale.
Dietro questa idea, non c'è solo una conquista matematica, ma anche un diverso modo di guardare al mondo, e a se stessi nel mondo: una trama filosofica di fondo più raffinata.
Quel “centrifugare” fra loro i numeri, probabilmente non sarebbe stato concepito dagli antichi indiani se non avessero sviluppato prima una forma di consapevolezza di se stessi, contenente già i tratti intesi ancora oggi.
Gli indiani, forse fra i primi nella storia, presero coscienza di un “io” e di un “sé”, che pur contenuti nella stessa persona, sono anche due entità distinte.
Ogni individuo è una persona unica, ma può e sa pensare a se stesso come “guardandosi dal di fuori”, come personaggio di uno scenario in cui egli si vede calato, protagonista di un racconto, nel quale può anticipare mosse, prevedere scenari, ipotizzare possibili sviluppi, e così via.
Questa capacità di riuscire a “raccontarsi a se stesso”, attore e spettatore insieme, non è sempre stata in possesso dell’uomo.
L’ha scoperta.
Così come ha scoperto la moltiplicazione.
La cosa bella che imparenta le due idee, emerge da una particolare eccezione contenuta nell’atto del moltiplicare.
Quando calcoliamo 1 x 1, mettiamo in relazione due unità, ma il risultato ottenuto è ancora una unità sola.
Così accade nella nostra coscienza, che sa sdoppiarsi in auto-osservazione di sé, pur dando sempre come risultato l'unicità dell'individuo che siamo.
1 x 1 = 1
È forse questa la scrittura più significativa per cogliere la dualità condensata in individuo, nella quale consistiamo.
[Lo spunto per questa “forse” macchinosa riflessione mi è venuto dalla lettura di un misteriosissimo, criptico, ma affascinantissimo libro: “L’ardore” (2010), di Roberto Calasso (Adelphi)].
venerdì 24 maggio 2019
Quel pezzo di me che il mondo mi deve, ma forse preferirei si tenesse...
Questo è un classico della mia vita: vado in un posto pubblico, ho bisogno di andare in bagno; quando ho fatto, mi appresto a lavarmi le mani e zac…non c'è modo di vedersi in faccia.
Lo specchio è appeso sempre troppo in basso, oppure il mio muso è appeso troppo in alto, (dipende dalle opinioni), così che regolarmente il mondo mi ruba la testa e io, se fosse possibile, ogni volta la rivorrei indietro.
O forse no…
Sono nato alto, o perlomeno abbastanza oltre la media. Ma giuro che dentro di me, mi sono sempre sentito di statura normale, e da una vita faccio i conti con gomitate sbattute dove credevo ci fosse l’aria, ingobbimenti forzati, file troppo anguste di sedili al cinema o in corriera, water che mi sembrano turche, e così via.
La gente crede che essere alti sia bello, è opinione comune che dia dei vantaggi.
D'accordo, non dico di no, ha i suoi aspetti interessanti, con vari risvolti positivi, e tutto sommato sono contento dei miei centimetri in più, ma fa anche molto strano portarsi sempre in giro quel piccoletto interiore che vorrebbe esprimersi su raggi d'azione più normolinei, e invece è costretto a rimaner imprigionato in una “spilungonità” imprescindibile.
Non so se in ogni alto si nasconda un bassetto che desidererebbe sbocciare come tale, ma io personalmente mi sono sempre sentito così.
L’effetto elefante in cristalleria mi è molto familiare, almeno dai tempi delle scuole elementari, da quando cioè il mantra del “ma come sei alto” cominciò a fare da ritornello comune alle mie giornate.
Magari, mi sarebbe piaciuto tante volte dare più carezze a persone, animali o cose, ma credo che mi abbiano spesso frenato i due badili appesi ai polsi, al posto delle mani.
Mi sarebbe piaciuto entrare in punta di piedi in molte circostanze del vivere, ma le cassette da uva che mi ritrovavo alle caviglie consentivano tutt’al più una goffa comparsa sulla scena.
Chissà…forse è anche per questo che ha finito per piacermi così tanto questa faccenda dello scrivere.
Quando scrivo, posso probabilmente sprigionare il piccoletto che mi scalpita dentro.
Può piroettare con eleganza fra spazi risicati, fare un dribbling intorno a ostacoli nei quali, dal vero, mi incastrerei come un salmone fra zampe d’orso, può sgusciare con modi aggraziati in un mondo di movenze commisurate, laddove andrei a sbattere a ogni metro con tonfi disgraziati.
In generale, una certa tensione fra interiorità e mondo esterno può essere dunque faticosa, ma anche portatrice di fecondi slanci liberatori.
Credo che sia un sentimento comune, questo differenziale percepito, fra una condizione “di dentro” desiderata e una “di fuori” in qualche modo, per forza di cose accettata.
Ma questa tensione può essere volta in positivo, proprio in forma di un “tendere a”, se si riesce a farne motivo di ricerca di una propria strada espressiva, riequilibratrice della bilancia sui cui piatti posano aspirazioni e contingenze di fatto.
E la mia via è forse giusto la scrittura.
Quando scrivo posso sedermi sul quel water di misura mai conosciuto nella realtà, e lì finalmente riesco a dire tutto ciò che su quelli veri non ero riuscito a esprimere.
E il primo che si azzarda a dire che sono per l’appunto soltanto stronzate…
giovedì 23 maggio 2019
Cosa ne è di ciò che fu
Bruno Munari (1907-1998) ha fatto la storia del design italiano.
Oltre che grande artista, è stato un attivissimo promotore culturale e inesauribile miniera di idee, nonché studioso attento del mondo dei bambini, osservato dal punto di vista della creatività.
Da uomo saggio qual era, Munari per i bambini lavorò molto, ma cercò anche di imparare da loro.
In un suo libro, lessi una cosa che non ho mai scordato.
Si confrontava spesso con l'espressività “artistica” dei più piccoli, e consigliava a maestre ed educatori di buttare i disegni dei bimbi o le altre loro creazioni, una volta che l’esperienza della loro realizzazione si era compiuta e completata in tutte le fasi.
I bambini non si sarebbero così fissati sui risultati ottenuti, rivolgendo invece la loro attenzione al percorso di conoscenza che stavano facendo.
Non discuto qui della validità pedagogica di questa idea. Non sono un esperto di nulla, tanto meno di metodi educativi, dunque non saprei valutare nel merito specifico.
Da piccolo ero gelosissimo dei miei disegni e scarabocchi, per cui non avrei cuore a gettare una roba fatta da un bimbo nemmeno con un mitra puntato alla schiena.
Del suggerimento di Munari, mi piace però la riflessione che può far fare, riguardo alla vita in generale.
Cosa rimane di quanto abbiamo fatto e di ciò che siamo stati?
O forse è meglio domandarsi: cos'è bene che rimanga?
Di sicuro (o almeno così a me sembra), è bene che non rimangano degli “idoli” congelati nel passato.
Col tempo, i conti li dobbiamo sempre fare, che ci piaccia o no.
Ostinarsi nel rimanere attaccati a ciò che non è più, e soprattutto non può più essere, è come gettare l'ancora e pretendere che si fissi a una nuvola.
Del passato però rimane una parte più evanescente, ma più profonda.
Non sono importanti i ricordi ormai rinsecchiti di cose fatte o vissute. Ciò che più conta è “come siamo stati” nel vivere certi attimi.
Che persona ero quando vivevo certe gioie, o anche certi dispiaceri? In che forma personale mi inserivo nel flusso del tempo?
In altre parole, a che punto mi trovavo del mio cammino di conoscenza del mondo?
Le cose fatte in sé, le situazioni esatte, la magia dell’attimo, anche se a volte ne rimangono tracce concrete, non potranno più tornare.
È inutile volersi struggere per quello, a meno che non si tenga così tanto al classico pugno di mosche stretto in mano.
Rimane invece sempre “chi eravamo” quando vivevamo quelle cose. Il camminare è stato più importante delle tappe fatte. E quel camminare di allora va inserito con giustezza di proporzioni in quello che seguitiamo a fare oggi.
In questo senso, accogliendo l'insegnamento di Bruno Munari, possiamo serenamente gettare i disegni del nostro passato, ma conservare con profitto la nostra “essenza personale” dei tempi in cui li disegnammo.
Può essere anche una buona ricetta per attenuare le vampe della nostalgia, o del rimpianto, sempre umanamente molto propense a riaccendersi.
E per trattare lo scottante materiale del nostro passato senza ustionarci le dita (rischio altrettanto alto).
mercoledì 22 maggio 2019
Le mini avventure di una virgola girata
Una piccola virgola era nata con la codina girata verso destra, anziché a sinistra come tutte le altre virgole.
Subito si era messa a fare quello per cui ogni virgola si sente portata: entrare nei discorsi e dirigere le parole.
La sua curiosa sagoma creava però smarrimento sulle labbra di chi parlava e nelle penne di chi scriveva.
Il modo tutto particolare che aveva, di mettere in sospeso per un attimo la frase, non risultava così netto come quello degli altri milioni di “virgole dritte” in circolazione su ogni pagina e dentro ogni ragionamento.
La piccola “virgola storta” aveva un maniera tutta sua di assecondare il flusso della frase. Creava un breve stacco gentile, semi-scorrevole, che lasciava spazio alla grazia del dubbio e della scelta fra alternative.
Ma l’epoca in cui la piccola “virgola storta” era capitata, era un’epoca assetata di certezze granitiche, di verità indiscutibili, di sentenze certe e definitive.
Così, con la sua indole modesta e possibilista, la piccola “virgola storta” si rassegnò a mettersi un po' da parte.
Non si azzardava più a entrare nei discorsi, perché fra le parole era ormai mal tollerata, incompresa, se non addirittura dileggiata come una stramberia ortografica o un'eccentricità oziosa.
Si ritrovò allora a passare il tempo in compagnia di altri “scarti grammaticali” simili a lei.
Faceva colazione con gli apostrofi scacciati dai “qual è”.
Giocava a briscola con gli accenti sbagliati su “stà”, “quì”, “fà”.
Andava in visita al capezzale degli infelici “piuttosto che” usati bislaccamente nel senso di “oppure”, coricati doloranti in un letto di sudore, nel delirio ripetuto di una ossessiva dichiarazione: “…noi significhiamo <<anziché>>, non significhiamo <<oppure>>…”.
Ma alla piccola “virgola storta” capitava di pensare: “…Che cosa ci faccio qui, io? Questi sono tutti cari amici, ma loro sono errori, sono vittime dell’ignoranza, di menti superficiali e facilone!...Io invece sono una singolarità, sento che posso dire qualcosa di buono!...”.
Allora, non si sa bene come, le venne subito dopo una curiosa idea: “…E se provassi a posarmi fra le parole non ancora nate di uno scrittore in pieno blocco da pagina bianca?...”.
Così fece.
Cercò il primo scrittore disponibile completamente paralizzato di fronte al timor panico che incute il foglio di carta del tutto vergine, privo di qualsiasi segno inchiostrato, e si tuffò a pesce su quel “biancore” di espressività potenziale, ma ancora inespressa per intero.
Lì successe un piccolo portento inaspettato.
Non appena posò la sua codina sulla pagina dello scrittore in blocco, la “virgola storta” divenne tutta bianca, come la carta.
Dopo un breve attimo di grande stupore misto a paura, la piccola “virgola storta” si mise a ridere di gusto.
Ci si trovava infatti benissimo, tutta bianca sulla pagina bianca: non si era mai sentita così in forma e interamente espressiva, prima di allora.
Un grande coraggio la attraversò tutta, dalla sua capoccia a puntino fino all'estremità della coda diversamente direzionata.
Sospinta dal rinnovato ardire, trovò la forza per decidersi a fare ritorno sulle normali pagine dei libri scritti, o fra i suoni dei discorsi della gente.
Lì, non vista, portava un nuovo vento di gentilezza fra le parole.
I parlanti, gli scriventi, i leggenti, non capivano perché, ma da quando la “virgola storta” in versione albina si era intrufolata non vista fra di loro, si sentivano più sereni, più distesi, usavano il linguaggio con un piacere e una soddisfazione quasi dimenticati.
La piccola “virgola storta” fu così molto felice della sua nuova vita in incognita e di tanto intanto tornava a trovare i suoi amici errori ortografici.
Lì, faceva ogni volta il pieno di quel buon umore che solo fra le cose sbagliate si può trovare in forme così pure e innocenti.
Poi si rituffava di nuovo in pagine e discorsi, per continuare a svolgere il suo prezioso ruolo di mediatrice invisibile e ambasciatrice di fertili incertezze.
sabato 18 maggio 2019
Giro-tonto per tutti e per nessuno
Tutti desiderano essere desiderati
Ognuno desidera desiderare altri
Chiunque ha desiderio di desideri in sé
Nessuno ama essere odiato
Tutti odiano non essere amati
Tutti amano sentirsi dire sei bravo
Nessuno vuole sentirsi dire sei brutto, incapace, inutile
Potendo, molti preferiscono perlopiù non sentirsi dire nulla
Tutti vogliono vincere
Pochi capiscono che al mondo è molto importante chi perde
Tutti sono fragili
Molti fanno finta di no
Alcuni sono forti perché sanno di essere anche fragili
Ciascuno cerca la compagnia
Nessuno vuole sentirsi solo
Tutti ogni tanto vogliono stare soli continuando a sentirsi come in compagnia
Chiunque gode a godere
Quasi tutti godono a far godere
Molti godono ad essere goduti
Nessuno vuole mai piangere
Ciascuno preferisce sempre sorridere
Tutti in generale stanno meglio seri
A chiunque piace fare l'amore
Nessuno vorrebbe aspettare che l'amore venga fatto
Tutti puzzano di quando in quando e di dove in dove
Il problema di ciascuno son le volte che il quando non conosce il dove
Chiunque preferirebbe odorare di buono sempre, o al limite di niente
Tutti scoreggiano di gran gusto
Molti non si sono ancora riconciliati con l’idea
Pochi sanno di non sapere
Molti credono di conoscere
Ognuno, più sa e più soffre, però con la coscienza distesa
Nessuno vorrebbe soffrire, ma si ritrova con la coscienza accartocciata
Molti non riescono a guardarsi dentro, per la paura insostenibile
Tanti continuano a guardarsi fuori e intorno
Alcuni si osservano dentro e vedono un gran vuoto
Qualcuno comprende che provare a colmare quel vuoto è un’avventura affascinante, e ne vale la pena
Tanti pretendono di sapere
Nessuno sa veramente qualcosa
Tutti non sanno nulla
Tutti vorrebbero essere nessuno, ogni tanto
Ciascuno è obbligato a essere qualcuno, quasi sempre
Io non so niente e ringraziando il cielo non sono nessuno
O almeno così molte volte mi piace sperare
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