lunedì 31 dicembre 2018

Spettator non visto d'osservati non guardanti


Sopra una panchina affacciata sul nulla, posa spesso le proprie eteree terga l'invisibilità flemmatica d'un nobilitante non agire.

La ricerca di evidenza non è forse la strada maestra da imboccare per allontanarsi dall'insipienza.

Ascoltare, osservare, assaporare, respirare il mondo. Più probabile siano queste, le carte vincenti di un passivante viatico alla non-Vittoria.

Il tempo si lascia scorrere, la realtà s’abbandona al proprio fluire…come può l’uomo, minimale per natura e costituzione, arrogarsi d’aver voce in capitolo nella maestosità di tale portento?

Siamo solamente il frammentario castone d’un’immensa meraviglia, pinzati per le chiappe e applicati al vero attraverso la traballante montatura di una panchina affacciata sul nulla.

domenica 30 dicembre 2018

Salvate il soldato Pizza


Se mi è rimasta ancora qualche certezza al mondo, una è questa: i gatti sono attori nati.

Al seguente delizioso intermezzo felino ho avuto il piacere di assistere in prima persona. Anzi, ne sono stato praticamente uno degli attori non-protagonisti.

Scena: casa di una cara amica; lo “spazio morale-affettivo” domestico è completamente soggiogato alla volontà insindacabile di due bellissime gatte, e di altrettanti cucciolotti, figli di una delle micie.

Sono tutti e quattro bellissimi mici, nel pieno del fulgore “pelliccioso” invernale, ma il mio prediletto è ormai uno dei due “piccoletti si fa per dire”.

Sì perché, hanno ciascuno la propria ragguardevole stazza tondeggiante, ma questo è davvero un portento: un orsetto rossiccio sotto mentite spoglie gattesche, con bellissime striature tigrate panna, per di più impreziosito da un carattere pacioso e bonario, talmente “pantoflone” che, sintetizzando un po' tutti i suoi pregi, mi viene sempre più spontaneo chiamarlo “al Cìcio” (il Ciccio), ogni volta che lo vedo.

La mia amica a un certo punto deve preparare un impasto per la pizza. Al caro “Cìcio” non è normalmente interdetta la scalata alle alture della tavola, salvo nei casi in cui, come questo, ci siano alimenti in ballo. Allora non si sale.

Lui non capisce i motivi profondi, né i “crudeli” criteri di tanto confinamento, e si mette a fare coscienziosamente la ronda sotto al tavolo, per cogliere una minima breccia nella sorveglianza o un punto d’appoggio per azzardare il balzo.

Io mi prodigo a dare una mano nell’opera di contenimento degli assalti del “Cìcio” e mando sotto tutte le sedie che potrebbero fare da piattaforme di lancio.

Intanto l'impasto ha proseguito il suo corso ed è ora di coprirlo con uno straccetto, per riporlo da una parte a lievitare.

Il “Cìcio” nel frattempo, simulandosi offeso dal trattamento di sfiducia subito, se ne sta mezzo indignato, dando le spalle alla tavola, in perfetto stile “nun me ne po' fregà de meno”.

Niente di più normale, niente di più scontato, nella banale prospettiva umana.

Niente di più malinteso invece, nell’ottica felina perennemente carica della più bizzarra energia, prodotta per scardinare ogni logica della realtà.

Infilando infatti l’unica breccia spaziotemporale utile, lasciata sguarnita da un millisecondo di distrazione, ecco allora il “Cìcio”, apparentemente mezzo addormentato solo un soffio d’attimo prima, sfoderare il più fulmineo dei suoi guizzi, che in una frazione di tempo ancor più rapida, lo porta come un sol bombardotto a troneggiare sopra il malloppo della pasta, la fulva zampotta “cotechinata” già pronta a calare giustiziera sulla morbida sfera di futura pizza.

Solo un intervento in corner e la prontezza di riflessi della mia amica, che si era scostata solo di poco, ha potuto frenare l'impeto “Cìcesco” a un millimetro dal compimento dell’impresa, salvando l'incolumità dell’impasto.

Ma ormai quel capolavoro di pantomima felina, fra i nostri sorrisi appagati, si era compiuto. Andando ad aggiungere l’ennesima perla, alla continua bellezza che questi straordinari animali regalano al mondo ogni giorno, con ogni loro mossa.


giovedì 27 dicembre 2018

Rivelazione lineare


Convegni di righe, strade irraggiate lungo percorsi in riunione, sentieri che s’affollano, dove i camminamenti s’imparentano, mentre ponti lanciati su scartamenti a lato, riflettono l’avanzare, intento nel proclama d’un retrocedere tutto preso a far le bizze, e intanto il risalire emette acuti, l’impennarsi si sublima, parallelismi oliati dialogano con ortogonalità in rodaggio, incroci al bacio vanno a braccetto con zigzag a congresso, snodi scivolosi si insinuano negli amplessi fra piani, obliquità ubique traducono volumetrie in boccio, cerchi esplodono, ogive s’intessono, quadri fioriscono, gemmano parallelogrammi e diaframmi tutti
Segni
Tracciati nell’artificio
Astratte presenze del concreto
Per intero estratte
Dal Caos
Rugoso, terragno, calcareo, salace di siliceo zelo, profondo di “milioannuari” sfregamenti ipogei, lapideo, argilloso, sotterraneo, minerario, lavico, estrattivo, ribollente di rimuginare, rifrangente di rocciosi attriti fra l'indeterminabilità degli evi affondati nell’orbitale potenza alla deriva, del deflagrato mistero “Big-Bang-Ante”

Le tre esse mai di moda


Con rispetto parlando, le mode mi sono sempre state sui coglioni.

Forse sarà anche per questo che vado maturando da tempo una sorta di considerazione accondiscendente, verso tre aspetti della vita dai più reputati come disvalori.

Parlo del silenzio, della solitudine, e della sconfitta.

Non importa quanto un tipo possa essere in gamba, intelligente, popolare, abile nell’acquisire potere o danaro, bravo nel farsi ben volere, nel risultare affascinante per gli altri.

Prima o poi la vita lo azzittisce, lo relega a restare in un angolo con l’unica compagnia di se stesso, lo sconfigge.

In questo senso, non va frainteso quanto voglio dire. Silenzio, solitudine e sconfitta, non bisogna di certo andarseli a cercare col lanternino, sfoggiando la più sfavillante masochistica frenesia.

Il punto è un altro.

Il punto è che, alla fin fine, non si potrà nemmeno sforzarsi di scansarli.

Che ci facciamo o che “non” ci facciamo qualcosa noi, prima o poi arrivano. Magari in una forma del tutto inattesa, dalle direzioni più impensate, nelle circostanze che mai avremmo immaginato.

Ma arrivano.

Ecco allora che diventa inutile arrovellarsi per stabilire se silenzio, solitudine e sconfitta, siano valori o disvalori. Sono elementi della realtà con cui tutti prima o poi ci dobbiamo confrontare.

Oltre a questa caratteristica, silenzio, solitudine e sconfitta hanno altri tratti comuni.

Possono assumere un aspetto interessante nei casi in cui ci concedano un minimo di libertà di poterli scegliere, quando ci lasciano un po' di voce in capitolo.

Stare in silenzio, ritrovarsi soli, perdere, certe volte: sono tutte situazioni che possono rivelarsi feconde di possibilità, se solo siamo capaci di rivalutarle in una differente prospettiva, insolita, rispetto al comune modo di vedere.

Silenzio, solitudine, sconfitta: li ho elencati secondo il grado crescente di difficoltà.

Il silenzio è forse il più “digeribile” di tutti. Se ci è concesso di sceglierlo, è una possibile fonte di rigenerazione interiore notevole.

Saper coltivare i momenti di silenzio aiuta a rendere davvero preziose poi le occasioni di dialogo e confronto. Aiuta a selezionare meglio quanto si andrà a dire, riduce l’inflazione delle parole, le carica di uno spessore più significativo.

Subito di seguito, saper gestire bene il silenzio è un preludio buono per riuscire ad attraversare la solitudine, non solo coi minori danni possibili, ma forse anche guadagnandoci qualcosa.

Sembra strano ed estremo a dirsi, ma a ben guardare ogni mattoncino del vivere regge a partire dalle fondamenta della solitudine. Tutto parte da lì.

I più grandi problemi, le sfide più dure, le difficoltà più ardue…certo, senza l’aiuto degli altri non potremmo nemmeno iniziare a pensare di affrontarle.

Ma se di fondo non c'è un retroterra interiore consolidato grazie alle sole nostre risorse personali (in altre parole: costruite “da soli”), non starà un piedi bel nulla.

Più complicato di tutti è il capitolo della sconfitta. Come si fa a dire che nella sconfitta ci può essere qualcosa di buono? Per di più, la sconfitta, nessuno la sceglierebbe mai…forse giusto un pazzo…

Ma anche qui vanno fatte distinzioni fra sfumature molto sottili.

A volte chi accetta la sconfitta dimostra molto più coraggio e valore del vincente stesso.

Chi riconosce di aver perso fa un esercizio di realismo molto significativo e intenso.

Concede alla realtà di proseguire e “rimarginarsi”, senza causare strappi ancor più gravi della propria personale perdita del momento.

Ma ancora più importante è che le forme della sconfitta vengano riviste e rivisitate da parte dei vincitori.

Chi vince, e dunque causa sconfitta, dovrebbe sempre riconoscere il ruolo fondamentale dello sconfitto, in questo grande, complesso gioco dialettico che è la realtà.

Il vincitore che invece umilia il perdente, non fa altro che mettere le basi per una sua sconfitta futura.

Chi perde, insomma, non è che scelga mai di farlo. Ma va in ogni caso riconosciuto come nobile parte in causa della vasta dinamica della vita.

Ognuno desidera dire agli altri (non stare in silenzio), sentirne il contatto (non stare solo), e parte sempre per vincere nelle sfide (non essere sconfitto).

Ma se si ritrova poi solo, nel silenzio, e sconfitto, deve poter contare sulla consapevolezza di aver raggiunto ad ogni modo un traguardo carico di una speciale dignità.

Ecco. Oggi volevo dire qualcosa su questi aspetti della vita che mi stanno a cuore proprio per la loro apparente contraddittorietà problematica: silenzio, solitudine, sconfitta.

E se non sono stato abbastanza chiaro o lineare, concedetemi almeno le attenuanti generiche per eccesso obnubilante da ingestione reiterata e continuata di anolini.

sabato 22 dicembre 2018

Sfera e gatta


C'è un istante sotto sera
Svelto come il riso d’un gatto
Che ogni cosa sembra più vera
Ed esser vivi è un lavoro da matto

La giornata va in sposa al buio
Tramestio lieve su bacio d’ambra
Il cielo con l'animo fa il paio
Di colpo, un Uno, tutto sembra

Nevicano piano nel pensiero
Tutti quelli che sono stati
Indicandoci un sentiero
Fatto d’azioni, amori e fiati

Poi l’incanto si rifrange
Ci si riprende su un filo di sogno
E una striscia di chiazze e arance
Rimane nel cuore se c'è bisogno





Smart Petrarca


Quando si va in qualche luogo dove tocca fare sala d'attesa (a una visita, in un ufficio, dal dentista, ecc.), si presenta anche la questione di come ammazzare il tempo.

Per uno che, tanto per dire, d’estate si fa scrupoli persino a schiacciare una zanzara, si tratta in quei casi di impegnarsi piuttosto nella rianimazione del tempo, che non nella sua soppressione.

Una volta, prima dell'avvento dei cellulari “smarfoni”, ci si trovava generalmente abbastanza sguarniti.

Le alternative erano poche.

Una era mettersi a sparare quattro fregnacce di circostanza con dei perfetti sconosciuti, occasionali compagni di sventura cronologica.

Ma in quel modo, le insidie erano pronte a sbucare dietro ogni angolo.

Ecco allora che ti ritrovavi di colpo a naufragare nel periglioso oceano delle banalità e delle frasi fatte.

Annaspavi in capziose discussioni sul tempo, nel corso delle quali avevi la “fortuna” di venir iniziato ai profondi misteri dell'ovvietà climatica: “...eh…se c'è nuvolo, magari piove…ma se fa sereno poi viene la nebbia…”…

Oggi però che tutti giriamo sempre “smarfonati”, allineati e connessi, si possono vedere le sale d'aspetto di tutta Italia piene di persone piegate a capo chino sul proprio apparecchietto, rapite nel profondo dall’atto di “scadnassare” (“scatenacciare” = trafficare), “sditacciare” e “touch-screenare” sul mini schermo.

Esiste tuttavia un’opzione sempreverde, già valida in epoca “pre-smarfonale”, e che rimane praticabile anche in quest’era di iper-connessione diffusa: portarsi appresso un buon libro e immergersi nella lettura.

Si potrà obiettare che lasciar smarrire la mente dietro le lusinghe di uno “smarfone”, o dietro quelle delle pagine scritte di carta, non fa una gran differenza.

Invece io credo che sia ben diverso.

Il luminoso e ammagliante rettangolino del cellulare (dal quale confesso di venir assorbito molto spesso anche io) offre un tipo di passatempo ricchissimo, con foto, filmini, canzoni, scritti, consultazione di giornali, insomma una gamma informativa “bombardardeggiante” virtualmente infinita.

Questo non è affatto male di per sé, ci mancherebbe. Anzi.

Però, paradossalmente, tende a trasformarci più in soggetti passivi dell’interazione: il telefono, con la sua offerta infinita di stimoli, guida le danze e noi gli andiamo dietro.

Il libro invece, che pur all’apparenza si presenta come uno strumento di informazione più povero e limitato, proprio per questo motivo tende a suscitare maggiormente il nostro contributo attivo di fantasia, immaginazione, “creazione di mondi interiori” al seguito del filo della semplice parola narrante.

Si potrebbe ancora eccepire che il libro è troppo ingombrante, rispetto alla snella “tascabilità” di uno smarfone.

Pure questo è vero, ma volendo ci si può dotare di mini libricini molto comodi, grossi praticamente come un cellulare, purtroppo poco diffusi come formato, ma che sarebbe auspicabile gli editori prendessero a realizzare di più.

Personalmente ne posseggo uno che mi porto spesso con me, ed è una bella micro-edizione del “Canzoniere” di Francesco Petrarca (1304-1374), grande giusto come un cellulare, solo un po' più spessa.

Fra l'altro, il testo in questione è adattissimo a smarrirsi con la mente in un’attiva battaglia con l’immaginazione.

Perché la sfida aggiuntiva di arrovellarsi con un testo scritto in un’antica e ricercata forma di italiano aulico, arricchisce ancor più lo sforzo di interpretare, capire, suggestionarsi linguisticamente.

Così molto spesso, il mio tempo altrimenti gettato alle ortiche nelle sale d’aspetto, lo riciclo ottimamente differenziandolo lungo la meravigliosa scia di pensieri suscitati dalla poetica magia petrarchesca.

E sempre più di frequente mi succede di domandarmi come mai tanta gente insiste nel drogarsi, quando al mondo, da ormai oltre sei secoli, esiste una fonte di bellezza tale, da riuscire a farti incappare nella lettura di una meraviglia del seguente tipo:

Benedetto sia'l giorno e'l mese et l'anno
et la stagione e'l tempo et l'ora e'l punto
e'l bel paese e'l loco ov'io fui giunto
da' duo begli occhi che legato m'ànno;

Et benedetto il primo dolce affanno
ch'i’ ebbi ad esser con Amor congiunto,
et l'arco et le saette ond'i’ fui punto,
et le piaghe che'nfin al cor mi vanno.

Benedette le voci tante ch'io
chiamando il nome de mia donna ò sparte,
e i sospiri, et le lagrime, e'l desio;

et benedette sian tutte le carte
ov'io fama l'acquisto, e'l pensier mio,
ch'è sol di lei, si ch'altra non v'à parte.

venerdì 21 dicembre 2018

Sei della Bassa se...


Sei della Bassa se non vedi il sole per nove settimane e mezzo, ma poi tra l’una e le due del pomeriggio di un giorno da cani, lui fa capolino per tre secondi netti tra la coltre di nubi nebbiose, elemosinandoti due raggi di compassione, gelidi come la tetta di una strega, che quasi ti sembra sentirlo sussurrare: “...Tieni, pezzente!…”…

E “commosso” da tanta benevolenza, ti sale dal profondo del cuore un moto di gratitudine interamente dedicato al dispettoso astro, che si concretizza in uno sconsolato bofonchiare dalle inequivocabili sonorità: “…Dìu ch’at végna’n càncar!...” (liberamente traducibile con: “…Che il Signore t'infligga la mala Pasqua…”).

Così, mentre torni a rassegnarti come sempre alle tue foschie esistenziali, nell’aria lattiginosa rimane ancora il tempo per cogliere uno strascico di risposta solare alla tua invettiva: “…Fai, fai pure il furbo…poi ci mettiamo a posto a ferragosto…che ti faccio sudare fin le unghie dei piedi…”…