sabato 13 aprile 2019
Fuori i secondi
Secondo i manifestanti:
“...Rarissimo esemplare di aquilotto imperiale del Ciribibìhbistàn, abbarbicato a uno sperone di roccia a strapiombo sul canyon del Piumiño, nel folto della foresta pluviale di Pitaciònia, intento a far garrire sotto le vigorose sferzate del vento montano le imponenti ali, dispiegate in segno di altisonante manifestazione amorosa rivolta alle settecentotrentadue femmine del suo harem… “
Secondo la questura:
“…Pasaròt śügatlóŋ, inspinculà atàch a la scòrsa dàl s’riśóŋ, ch’al sbarbàtla i’àli ind’l’aria e’l fà al pajàs, ind’la spéransa da cumbinà quèl con ‘na pasaréla töta spatüsénta ch’al l’ha gnànca in nota…” […Passerotto giocherellone, appeso (inspincolato) alla corteccia (scorza) del ciliegione, che fa sguazzare (sbarbatlare) le ali nell'aria e fa il pagliaccio, nella speranza di combinare qualcosa con una passerottina tutta scarmigliata (spatüsénta) che non lo ha neanche in nota…”.
mercoledì 10 aprile 2019
La musica del mondo
Nel gran compostaggio cerebrale televisivo generalizzato, ci sono ancora alcuni gloriosi canali tv che si affannano nel ricordare agli spettatori come le idee e i neuroni non siano per forza da sbattere ogni sera nel bidone dell’umido esistenziale, insieme alle bucce di patate, alle bustine “ciucciate” di tè e a laute manciate di rispetto per sé.
Vedevo uno di questi documentari naturalistici su quella gloriosa rete tv chiamata “Rai Scuola”, quando ho sentito raccontare una cosa che mi ha “catarifratto” di bellezza.
In Sudafrica esiste un arbusto dotato di una spettacolare particolarità.
Purtroppo non mi ricordo come di chiama, perché ormai alla tele, quando si sente dire qualcosa di intelligente, la propria energia emotiva viene tutta dominata dalla meraviglia, e non resta più nessuna forza residua per la memoria.
Ad ogni modo, questa pianticella si distende per sua consuetudine naturalistica in ampie radure, a formare belle chiazze molto colorate e rigogliose di “afro-brughiera”.
Nel suo fiore, il polline non si trova normalmente esposto all’aria, come succede praticamente per tutte le altre specie vegetali.
Con uno stratagemma evoluzionistico affinato nel tempo, viene invece incapsulato in speciali cilindretti attorcigliati, che lo custodiscono per bene, inaccessibile come in una piccola cassetta di sicurezza.
Questo, lo fa per impedire una dispersione caotica e imprecisa della sua “polverina fecondante”.
Molti insetti infatti vagano a casaccio sui più differenti tipi di pianta e “sprecano” polline, quando non fanno “scopa” tra un certa qualità di fiore e la sua corrispondente, cresciuta magari cento metri più in là.
Viene ora da chiedersi dove stia tutta questa gran furbata evolutiva, se poi la piantina il polline se lo tiene tutto per sé, come impacchettato nel cellophane.
Ed è qui che arriva il bello della storia.
In parallelo, esiste anche una simpatica ape grassottella, che si è evoluta in una sua abilità, di pari passo con il fiore geloso custode.
Questa ape, quando si trova al cospetto della tanto desiderata corolla floreale, è capace di modulare la frequenza del battito delle ali, in modo da emettere un ronzio di una particolare tonalità.
Questa vibrazione esclusiva funziona come una parola d’ordine per il fiore ritroso che, nel “sentirla”, lascia esplodere i suoi “salsicciotti” di polline, liberando una nuvoletta polverosa, nella quale poi la golosastra dell’ape si avvoltola, inzaccherandosi tutta la pelurietta e le zampine.
La magia è così fatta: la pianta in questo modo si assicura un cliente fedele per i propri fiori, e la garanzia che, preferendo sempre fornirsi da individui della sua specie, quella “cicciarda” di un’apetta porterà sempre a conclusione un lavoro di impollinazione ben fatto.
L’uomo, con non poca presunzione, si crede spesso l’essere più intelligente in circolazione.
Invece, l’osservazione di fenomeni sbalorditivi come questo dell’ape dal ronzio a codice, fa riflettere molto.
Viene da pensare come “il succedere delle cose” sia esso stesso una generale forma di intelligenza diffusa.
La realtà può essere vista allora come un’immensa musica in cui siamo immersi.
I suoi suoni ci appaiono spesso misteriosi, ma nondimeno compongono armonie grandiose, con le quali dovremmo cercare di entrare sempre più in armonia e in concorde risonanza, se vogliamo evitare di emettere tremende stonature, il cui prezzo siamo sempre noi per primi a pagare.
lunedì 1 aprile 2019
Lega le ore
Ogni primavera, nella notte dell'ultimo sabato di marzo, “un’ora” ci viene fatta evaporare fra le dita.
Tra le due e le tre, si forma un piccolo vuoto nel tempo, che crediamo di oltrepassare in un attimo, ma in realtà ci costa un invisibile scarto di incalcolabile “non essere”.
Quell'ora svanita via, moltiplicata per i milioni di uomini, donne, marmocchi, a cui è stato impedito di viverla, si trasforma in giornate intere, mesi e anni di tempo messo in forse.
Dove se ne va a finire tutto questo mucchio di ore “legalmente” sottratte ai legittimi proprietari?
Se non esistesse più nessun uomo al mondo a percepirlo, il tempo come noi lo intendiamo, continuerebbe a esistere? Probabilmente no, ci ha messo in guardia Kant.
Per analoga motivazione esistenziale, è sempre il tempo desiderato quello che rimane più caro nel cuore. Molto più di quello effettivamente vissuto. Su questo ci mise in guardia d’altra parte Leopardi.
In virtù di queste due umanissime motivazioni, tutto il malloppo di ore personali messe in sospeso con lo scatto d’orario estivo, rimane a veleggiare a mezz'aria, in una dimensione non meglio precisata, molto simile a una sorta di vasto “stato d’animo collettivo” mancato, a cui tutti possono guardare con una strana forma di malinconia affacciata su “tutto ciò che poteva essere ma non è stato”.
In quel gran marsupio di ore non spese, ci sono momenti di amore non fatto, sogni non proiettati, sonni non ronfati, parole nel dormiveglia mai pronunciate, libri non letti, riflessioni non pensate, odori notturni non annusati, fotogrammi di film non guardati, suoni non ascoltati, strade non guidate, appuntamenti mancati.
Quando poi quell’ora, a noi dovuta per naturale diritto marzolino dello scorrere del tempo, in ottobre ci verrà restituita, la ritroveremo ormai slavata e mezza biascicata, consunta dal gran lavorio che ci avranno fatto sopra per mesi le mascelle desideranti di mezza popolazione mondiale.
La logica delle cose avrebbe voluto che la potessimo trascorrere almeno in giugno, quell’ora messa in parentesi, o in buona compagnia sotto una serenata di stelle agostane fra lieti stridii di grilli e frulli di falene.
Invece ci sarà resa tutta scolorita dal gran sciacquio di voglie estive andate a vuoto.
Cosicché alla fine, ben che vada “ce la godremo” in novembre, quando non c'è nessuno in giro e tirando la coperta dal freddo ai piedi, il massimo che si ottiene è di scoperchiare il culo.
venerdì 29 marzo 2019
Il gusto nella macchina
Nella vasta radura riarsa dal sole, giaceva la mastodontica ferraglia, inoperosa ormai da anni.
Un tempo la macchina aveva lavorato a pieno regime, garantendo un “esser bene”, distribuito in gran copia agli uomini e alla realtà.
Le generazioni si erano avvicendate molteplici, nella preoccupazione affettuosa di portare sempre più raffinate migliorie alla macchina.
Chi aveva arricchito le rotazioni interne di ingranaggi vellutati.
Chi si era occupato di dotare il marchingegno di un servofreno “autaltico diploviale”, per rendere più fluido lo scorrimento.
Chi manteneva un disegno sempre aggiornato e puntuale di come la macchina si era fatta via via più complicata, articolata, composta di una miriade di pezzi fondamentali per il funzionamento generale.
E dire che la macchina non era nata con uno scopo preciso. Almeno all’inizio.
Col succedersi collettivo del nascere e del morire, ci si era però resi conto che la macchina aiutava in modo prezioso il vivere.
La macchina emetteva “gudfriame”, una sostanza immateriale, impalpabile eppur sognabile, in grado di rendere migliore lo stare al mondo degli uomini.
Per fare il “gudfriame”, la macchina assorbiva aria da tutti gli alberi intorno. Questo spingeva gli uomini a piantare più alberi e a curarli con mille accorgimenti gentili.
Nell’accumularsi di troppe generazioni, l'attenzione degli uomini tuttavia si allentò, e con la subdola vischiosità di un olio esausto incapace di affondare sotto la superficie, gli uomini erano ormai presi a osservare soltanto la scocca esterna della macchina.
La macchina, invece di “gudfriame”, prese a sputare una malsana bruma “sfacchiosa” dai suoi tubi di strombazzamento.
Le giunture nei pannelli della carrozzeria traspiravano ormai cispa “emolica” sub-slavata, mentre da altri vitali pertugi percolavano minacciosi fiotti di “busgnovata” morchia “fudibonda”.
Nessuno, da anni, aveva più tenuto aggiornate le carte della fisionomia sotterranea della macchina.
Prese dal panico, le nuove sprovvedute ondate di nati-uomini, si erano allora affannate ad appiccicare improbabili cerotti “malcollosi” qua e là, nei vari punti epidermici “magagnati” della macchina.
Con qualche collant sbrindellato e strappato durante ubriacature moleste rimediate in recenti gozzoviglie mentali, si pretendeva di porre comici filtri ai bocchettoni di sfiato, nella malriposta speranza di farli ritornare a soffiare il benefico “gudfriame”.
Tutto invano.
Nessuno sapeva più nulla del disegno interno della macchina, di come il suo cuore pulsava e la sua anima scorreva.
La medesima macchina lo proclamò con evidenza massima quel bel giorno definitivo in cui, con un mastodontico e roboante “spetonzaggio istibustionale” esalò la sua estrema fiatata di resa.
Da quel giorno non si rimise più in moto. Tra le fessure della carrozzeria sbucavano ora solo ciuffi d’erba infestante cresciuti a casaccio qua e là.
Unica vegetazione ormai superstite nella radura rinsecchita, un tempo orgoglioso teatro di una rigogliosa foresta di sogni.
mercoledì 27 marzo 2019
Quel gran quasi mai non credere di esser stato parte d'essere
Ci son giorni furbi e agili con i piedi fatti a nuvole, che camminano irreali in un tuffo di oltre favola, cosa potevo saperne poi io del tuo tempo messo in musica? Quei rari attimi cristallizzati, proprio a mezzo d’un distratto muoverci, ormai dimentichi del loro mare, ci stupiscono un bel domani, come ninnoli gradevoli riscoperti in un cassetto, ci riscivolano fra le mani, sembran quasi mai stati nostri, eppure suggono intera e piena tutta la polpa del ricordo, solo in seguito completo, noi veggenti di noi stessi, bravi molto a prevedere quanto è stato, non invece il ciò banale pronto a venire senza fanale, ben persuasi ormai a sapere il passato uno strano futuro, senza frac né cilindro al muro, ma con indosso soltanto i panni d’un giorno qualunque senz’affanni, di quel bel ieri soltanto adesso fatto panorama e maturo…
martedì 26 marzo 2019
Coordinate esistenziali per non inciampare nel gatto e vivere meno infelici
La vita spesso ci presenta già di suo il conto salato di problematiche e periodiche durezze, difficili da affrontare.
Ma come se questo non bastasse, perché i gatti per soprammercato si ostinano a tagliarci sempre la strada?
Si obietterà che i due fenomeni non hanno nulla da spartire.
Tuttavia mi piacerebbe far notare una lieve, eppur non trascurabile affinità di significati che intercorre fra i travagli del vivere e le bizzarre traiettorie feline d’intralcio.
Per chi non è pratico di mici di casa, bisogna sapere che in virtù di una loro stravagante interpretazione del dimostrare affetto, tendono a infilarsi fra i piedi del padrone a ogni suo passo utile, assicurandogli sempre con solerzia la faceta eventualità di sfracellarsi a terra.
Ma perché i gatti fanno così?!
Dopo anni di frequentazione dell’amletico interrogativo, e dell’aristotelico pericolo gattesco semovente, mi sono dato una specie di risposta.
I gatti sono stati “inviati” a infestare il cammino dell’uomo per ricordargli che la vita stessa si comporta con noi medesimi nello stesso preciso modo.
Non solo.
Quello dei mici non si limita ad essere un promemoria “passivo”, di semplice avvertimento.
Quelle care saette in pelliccia che ci cascano regolari fra malleolo destro e caviglia sinistra, ci illustrano in questo modo anche la via per destreggiarci fra le insidie “sgarbussatorie” (“inciampevoli”) della vita.
Affrontando gli eventi che ci succedono, con passo lineare, preordinato, calcolato nella precisione delle misure previste da una giusta coordinazione, rischiamo sovente di andarci a ritrovare con la falcata incastrata in un ostacolo comparso all’improvviso nel più inopinato dei modi.
La vita bisogna invece “camminarla” come con un gatto perenne fra i piedi.
Il passo dev'essere molle, quasi come “di danza”, sempre pronto a schivare un guizzo concreto di ostacolante pelo inatteso sulla via.
A volte, quando gli eventi precipitano a velocità che vanno oltre la nostra capacità di controllo, è utile traccheggiare un po', procedere in leggera “surplace”, restare un attimo più lungo in sospensione su un piede.
Mentre il micio dell’imprevedibilità dei guai ci sgattaiola sotto, liberando così una nuova eventualità di cammino sgombro, che solo a quel punto potremo sfruttare, praticandolo con nuovo passo affrancato.
Sempre consapevoli che non sarà mai finita lì, perché a una schivata felina, corrisponde sempre, uguale e contraria, un’ulteriore nuova virata micesca.
Ed ecco che saremo ancora da capo, a dover dribblare la rinnovata insidia, scansata poco fa a dritta, ma rinfacciatasi puntuale a mancina.
In ogni caso, di tutto ciò, al gatto, non date la colpa.
Anzi, lui sta lì giusto ad avvertirci come sia la realtà stessa a indossare di buon grado uno stravagante costume corredato di baffetti e pelliccia.
giovedì 21 marzo 2019
Lo sgusciar dell'inapparente
Sotto il velo del presente sta nascosto il non-assente
In superficie d’ogni cosa
Affiora patina luminosa
Dentro alberga il gran mistero
Tre grammi sempre lontani dal vero
Sfugge il senso più profondo
Nell’insaputo errabondo
Più riluce meno si arguisce
È profumo da ascoltare
Un bel suono da leccare
Che risponde con un bacio
Lieve tocco d’aereo micio
Abbacinante sole del meriggio
Reca enigmi a vasto raggio
Il non osare si fa legge
In evidenza candida da gregge
Viene meno così il coraggio
Della rinuncia al gran miraggio
Eppur è proprio il non sapere
A risonar in rima con sperare
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