domenica 18 gennaio 2026
lunedì 6 maggio 2024
Toprofumi
Pierfiorpino de Burfaldi Spini Priori
Era un topino ghiotto perso di bei fiori
Decespugliava un’aiuola di iris e viole
Così che l’alito gli veniva color del sole
Quando baciava la baffuta cara morosa
Lei fluttuava da gran Giantopa ben giocosa
Divoravano insieme dolci sillabari
Fino a squittire poco dopo in versi binari
Il Rosicchia e la Giantopa
Viaggiaron tutta l’Europa
Prima tappa nella Spagna di dentro
Dove lui pasteggiò a sangria e rododendro
Fu passando anche dalla Francia di sotto
Che Pierfiorpino si ingollò fior di bergamotto
Quando arrivarono in Slovacchia orientale
Una cesta si sbafò di purpurea digitale
Di veleno dei fiori ne beveva a galloni
Perché era tutelato da 22 assicurazioni
Con gusto infatti in un soggiorno londinese
Senza una piega pappò oleandri per un mese
Nella Russia dei sovieti
Sbocconcellò dieci roseti
In Belgio si coprì di foruncoli
Esagerando coi ranuncoli
Di passaggio dalla Pannonia
Si fumò via chili di begonia
Sfiorando la punta di Gibilterra
Fagocitò di gerani un’ampia serra
Alla dolce casa un bel dì ci fu il ritorno
Fra sospiri odorosi di robinia e di viburno
E insufflando oggi a tutto fiato boccette di zagare e lillà
Vendono profumi marchio Giantopa in de Burfaldi Spa
giovedì 22 agosto 2019
Chiediti dove sta andando un gatto
Ma che giro fanno i giri dei gatti, indaffarati e trasognati, nel trastullo di traiettorie, trascurate e tutt’altro che trafelate?
Loro vagano senza meta, in un’apparenza di casualità assoluta, ma in realtà perfettamente calcolando l'imperscrutabilità della poesia felina, in un passaggio rasente a un muretto, nella sosta al cassonetto, lungo la coda tenuta a terra, dentro una sorta di guardinga gioia in guerra.
I gatti son molto seri passeggiando, ma in ogni loro atto pare che il mondo stiano beffeggiando, con quella pelliccia indossata ad ogni costo, quasi per irridere l'ustoria boria d’agosto.
I giri dei gatti sono senza fatti, si soffermano sopra un niente, fanno di un filo d’erba la ragione onnipotente.
Non gliene frega di diavolerie satellitari, schivan come cacche certi rettilinei dai gusti militari, fan più che a meno del GiPiESSE, bastando loro un ben più sgangherato MiCiESSE.
Se non ti sei mai domandato dove vanno i gatti, sappi che finora hai vagolato fra i matti.
È nel loro ondivago andare e stare, che si nasconde il mistero del mare.
Fra i gatti e la risacca, non ci capiremo mai un’acca.
Entrambi raccontano di felicità nascoste nella fiacca: e chi proprio non ci crede, ignaro se ne sta del mondo, lieto pargolo di baldracca, del suo sé gran grullo, e giocondo.
domenica 18 agosto 2019
L'irriducibile mondo omo-umano di Maurice
Se per “arte” s’intende la libertà piena di poter esprimere l'essenza genuina del proprio esistere (come credo sia giusto intenderla), allora l’arte e il senso della vita coincidono.
In questa accezione, arte e vita sono una cosa unica.
Questo ho imparato, di ciò ho avuto ottima conferma, dalla lettura dello splendido romanzo di Edward Morgan Forster, “Maurice” (1914 - pubblicazione postuma 1971).
“Maurice” racconta “all’apparenza” vicende di amore omosessuale fra uomini.
Questo, per una sorta di sfumata sensazione pregiudiziale, ha fatto sì che il libro, acquistato ben otto anni fa (avevo conservato lo scontrino fra le pagine), sia rimasto a boccheggiare sul secondo ripiano del comodino tanto a lungo, prima che mi decidessi a leggerlo.
Per prevenire eventuali, doverosi strali di meritate accuse di omofobia, che mi potrebbero venir lanciati addosso, ci tengo a precisare.
Sono il primo a sostenere che l’amore espresso in ogni sua forma possibile, purché sempre nei limiti della libertà e della sensibilità altrui, debba essere tutelato, rispettato e valorizzato.
Ero incuriosito da “Maurice”, avendo letto gli altri tre capolavori assoluti di Forster: “Camera con vista”, “Casa Howard” e “Passaggio in India”.
Le mie remore di lettura erano piuttosto dovute a un senso di estraneità: il mondo dell’omosessualità, come dimensione che non mi riguarda, mi appare quasi del tutto privo di interesse, anche solo se considerato a livello di argomento narrativo.
Non c’entrava dunque assolutamente nessuna questione di giudizio preventivo, ma si trattava solo di puro disinteresse: come se a un tale a cui non può fregare nulla dell’ippica, si pretendesse di raccontare tutto quanto c’è da sapere sulle corse dei cavalli.
Come tutti i libri davvero grandi, però, “Maurice” mi ha smentito in pieno, colmandomi della meraviglia pura dell’inatteso.
Perché sì, il romanzo parla molto di omosessualità, ma ci racconta in primo luogo una immensa, essenziale verità che riguarda la vita di ciascuno.
Ci racconta che l’unico, il più genuino, fondamentale “tratto comune” a tutti gli esseri umani, è l’assoluta diversità di ciascuna vita rispetto a tutte le altre vite.
Ciò che abbiamo in comune come uomini, risiede proprio nel “non poter venire accomunati”.
Ogni individuo, in quanto tale, nella profondità più significativa del proprio “sé”, è una singolarità unica e probabilmente irripetibile del vivere (fatte salve ovviamente certe caratteristiche molto generali che ci possono accomunare).
Non ci dobbiamo rispetto e stima reciproca in quanto omosessuali, eterosessuali, o chissà cos’altro: ci dobbiamo comprensione e “compassione” umane, in quanto tutti diversi l’uno dall’altro.
La diversità è quella terribile, fascinosa, sconvolgente malattia che ci travolge nell’epoca della nostra adolescenza, e dalla quale non guariremo mai più lungo il corso di tutta la vita.
In questo risiede la straordinaria bellezza che trapela da un romanzo come “Maurice”: non tratta di vagheggiate rivendicazioni di questa o quella “minoranza umana”.
Tratta invece esattamente dell’umano nella sua grandiosa irriducibilità a qualsivoglia etichetta, catalogazione, incasellamento.
Tratta dell’orgoglio di essere, in fondo, tutti diversi.
Per questo in apertura parlavo della coincidenza fra arte e vita: perché ogni vita vissuta nella sua originalità più piena, è il grande, inimitabile capolavoro che ciascuno deve a se stesso.
E soprattutto di ciò “Maurice” racconta.
lunedì 29 luglio 2019
Interstizi
È profondamente sbagliato e ingiusto pensare alla scienza come a qualcosa di freddo e arido.
Altra questione è parlare della complessità del mondo della scienza. Lì siamo d’accordo: i temi non sono sempre accessibili a tutti.
Per fare allora una sintesi: mi annovero fra coloro che spesso faticano a capire la scienza, ma non di rado riescono a cogliervi sfumature, se non proprio poetiche, perlomeno portatrici di grande stupore e “ulteriorità” immaginativa.
Un bel libro che condensa in sé molti di questi aspetti si intitola “La fisica dei supereroi”, lo ha scritto un professore americano di origini greche, James Kakalios (Einaudi, 2014).
Non è di facilissima lettura, va detto, ma di voli della suggestione ne fa fare parecchi.
Con un interessante excursus, passa in rassegna tappe fondamentali della storia del fumetto americano, ma soprattutto cerca di spiegare i fenomeni fisici attraverso i super-poteri di tanti personaggi cari al pubblico di mezzo mondo: Superman, Spiderman, Flash, ecc.
Su questo libro, ho riletto una cosa a me già nota, ma che ogni volta mi induce una meraviglia grande.
Sappiamo che la materia è composta di atomi. Un pezzo di legno, di ferro, il nostro corpo, una fetta di torta: nella profondità minuscola di ogni cosa, tutto è formato da questi mattoncini infinitesimali chiamati atomi.
Fin qui niente di strano: siamo abituati a pensare una cosa grande come la somma di tante componenti minori (una casa è fatta di mattoni, un’auto dei suoi pezzi, e così via).
Se però si va a vedere (si fa per dire) la “geografia” profonda dell’atomo…oooohhhh…gran sorpresa sorprendente!
L’atomo è formato a sua volta di ancor più minime parti: i protoni e i neutroni, appiccicati insieme in un cuore centrale detto nucleo, e gli elettroni, che ruotano attorno al nucleo come piccoli satelliti.
Ora, sto semplificando molto, ma già un primo motivo di bellezza emerge: la similitudine fra infinitamente grande e infinitamente piccolo.
L’universo è impostato sopra il “paradigma” generalissimo del “ruotare attorno”: dall’atomo ai grandi sistemi galattici, passando per gli innamorati…cose, esseri ed entità sono attratti fra loro in moti circolari diffusi per ogni dove della realtà concepibile.
Il bello più bello viene poi considerando le proporzioni fra gli elementi atomici.
Il nucleo misura un trilionesimo di centimetro.
Solo a dirlo, o a pensarlo, ci si cappotta di “strabilianza” (parola che invento per l’occasione, non esistendone sul vocabolario di sufficientemente degne).
Vuol dire: prendere un centimetro e dividerlo un miliardo di miliardi di volte (minchia! E scusate il termine, ma si tratta di un numero formato da un 1, seguito da diciotto zeri).
Il raggio dell’atomo interamente inteso è grande invece diecimila volte la misura del nucleo: questo rappresenta la potenziale “sfera di movimento” entro cui ci si aspetta che la rotazione degli elettroni possa spaziare.
Ora, immaginando (per avere un’idea dei rapporti in gioco) che la misura del nucleo fosse di un centimetro, in proporzione, il raggio di orbita degli elettroni sarebbe di novanta metri.
E doppia minchia, mi viene qui da dire.
Perché se le proporzioni in gioco sono queste, ne deriva che l’atomo in pratica è fatto quasi interamente di spazio vuoto.
Qui un poeta ne avrebbe da ragionarci sopra forse molto più dello scienziato.
Quello che pensiamo sia compatto, dal punto di vista delle nostre dimensioni del vivere usuale, è in realtà un conglomerato di vuoti. Certo, l’energia che tiene legati questi vuoti fra loro, e ciascun atomo di per sé, è immensa (energia nucleare e atomica, per l’appunto).
Ma questo non fa altro che aggiungere magia a incanto: ciò che al livello macroscopico dei nostri sensi appare come materia “in quiete”, è in realtà un brulichio di energia terribilmente agitata, è un portento di mini particelle in moto frenetico, instancabile, perennemente mutevole, agitatissimo, in inimmaginabile rimescolio.
Mi prendo una licenza poetico-scientifica, a questo punto, e azzardo una conclusione sgangherata, ma apprezzabile in pieno da qualsiasi sognatore degno di questo nome.
Per me, l’energia di cui la realtà brulica fin nelle sue più intime fibre, la si può ribattezzare solo con un nome noto a tutti: amore.
C’è questo, in fondo a tutto, dentro l’atomo e nelle più vaste distanze cosmiche: l’amore.
Non lo posso dimostrare scientificamente, ma sfido chiunque a venirmi a smentire, armato delle sole armi della poesia: non ci potrà mai riuscire.
venerdì 5 luglio 2019
Brugnoni
A volte scrivo complicato. Non lo faccio per atteggiarmi a chissà chi, o per snobismo, o cose peggiori.
Scrivo complicato perché sono affascinato dalla complessità. E qui c’è già qualcosa da precisare.
Tra complessità e complicazione c’è infatti una differenza fondamentale.
La complessità è una caratteristica della realtà: il mondo, la vita, sono complessi.
La complicazione è invece nella mente dell’uomo, nasce da un imperfetto confronto con la complessità.
Se scrivo complicato è dunque solo per i limiti che non riesco a superare nella strada verso una qualche comprensione della complessità.
Fa sempre parte di questo discorso, la distinzione fra semplicità e semplificazione.
La semplicità è imparentata con la complessità
La semplificazione è invece legata alla complicazione.
Riuscire a raggiungere un certo grado di semplicità, vuol dire aver guardato in faccia onestamente la complessità.
Non significa naturalmente avere abbracciato completamente ciò che è complesso. Ma almeno averlo considerato con serietà e impegno, questo sì.
Pervenire a una semplificazione vuol dire invece essersi trovati davanti la complessità e averla vista solo come complicazione.
La semplicità sì conquista, la semplificazione è un atto di resa.
L’idea allora sarebbe questa: non temere di osservare la complessità, fiduciosi che semplicità parziali (pur se raggiunte con dedizione e sforzo) ci aiuteranno nel cammino.
Questo è il periodo in cui l'antico “brugnone” in fondo al campo dietro casa matura regalando i suoi abbondantissimi anche se quasi inutili “brugnoncini” (terminologia derivante da “brugna”, dialettizzazione di prugna).
Sono acerbi a manetta e per ricavarne una sorta di marmellata-beverone accettabile al palato, vanno integrati con una buona metà in peso di zucchero.
Mia zia, che ha avuto una lunga vita, diceva di ricordare il vecchio “brugnone” che già elargiva “brugnoncini” fin dai tempi in cui lei era ragazza.
Cosa c'entra un umile “brugnone” in un discorso su complessità, complicazione, semplicità, semplificazione?
Se ve lo state domandando, siete più propensi in generale a vedere complicazione nelle cose e ad aspirare alla semplificazione.
Se invece vi è sembrato tutto lineare, siete sulla buona strada per riuscire ad amare la complessità, riponendo molta speranza nell'esistenza di qualche semplicità salvifica tutta da scoprire.
giovedì 4 luglio 2019
Quando la vita si riversa nell'arte e l'arte si rivela nella vita
Ho avuto il privilegio di leggere uno dei migliori libri dedicati al mondo dell’arte, e dunque al mondo stesso in senso generale.
Solamente per una auto-imposta forma di miope (seppur umanissima) “difesa esistenziale”, continuiamo infatti a non voler vedere come mondo e arte coincidano.
Condividono infatti la medesima essenza, intrisa di paradossalità e prerogative comuni, verso una tensione continua ad abbracciare gli opposti
In questa prospettiva, ciascuna vita è un dipinto, una scultura, un film, un romanzo, ma spaventa, turba, disorienta ammetterlo, e ci si rifugia nel rassicurante incasellamento in “vite-documentario” (o “resoconto-aziendale”, oppure “referto-medico”).
Il libro in questione è un saggio critico molto acuto riguardo alle più fondanti questioni estetiche, e insieme una pregevole e godibile autobiografia.
Si intitola “La mia vita”, lo scrisse nel 1945 Carlo Carrà (1881-1966), esponente di spicco del movimento Futurista prima, e protagonista primario dell’arte del Novecento nel corso della sua lunga esperienza creativa (“Abscondita Edizioni” ne ha curato una bella riedizione nel 2016).
Al termine di una lettura veramente buona, deve rimanere dentro quel vago e prezioso senso di essersi avventurati in un nucleo puro di complessità avvincente, vivifica e molto nutriente per l'animo.
La biografia di Carrà sfocia perfettamente in questo esito.
L'impianto generale del testo è articolato su una intelaiatura aneddotica.
Si passano gradevolmente in rassegna vari episodi nelle tappe principali della vicenda umana del pittore.
Si incontrano tanti protagonisti della vita artistica e culturale del primo Novecento (Marinetti, Boccioni, Picasso, Apollinaire, Modigliani, Dino Campana, Medardo Rosso…) e a ciascuno di loro Carrà riserva note affettuose, cenni a particolari curiosi, preziose considerazioni umane personali.
Ma il cuore vero, il tesoro essenziale di questa messe di ricordi, si dipana intorno all'articolato discorso tenuto dall’autore lungo tutto il testo, riguardo al significato dell’arte.
Per capire meglio che cosa l’arte sia, la lettura del libro di Carrà non sarà sufficiente, ma dopo averlo conosciuto mi sento di dire che è sicuramente necessaria.
Pensiamo solo a una cosa: forse il 90% (sparo una cifra simbolica) di cittadini del paese più “densamente artistico” del pianeta (l'Italia) sono convinti, al meglio della propria considerazione in merito, che fare arte significhi praticare (e non si saprebbe a quale scopo) una riproduzione più fedele possibile della realtà.
Allora ci rendiamo conto dell’importanza di testi come quello di Carrà. Attraverso una raffinata riflessione personale maturata lungo un’esistenza intera, il pittore-scrittore ci accompagna con mano sicura nelle profondità di senso dell'espressività artistica.
Comprendiamo cosi insieme a lui, come l’arte non sia propriamente un qualcosa che si crea, ma soprattutto uno stato conoscitivo a cui si tende e al quale si tenta di addivenire.
Entrare nel senso artistico è cercare di assestare una presa chiara, sicura e onesta sopra al “vero”.
Altrettanto depistante è infatti la versione di un'altra non meglio precisabile percentuale di osservatori delle vicende artistiche, i quali pretenderebbero di vedere nell’arte un percorso di radicale astrazione dalla realtà.
Non c'è meno realtà in un astrattissima opera di “dripping painting” (“pittura per gocciolamento”) di Jackson Pollock, di quanta ce ne sia in un concretissimo ritratto di Antonello da Messina.
Il punto è, come Carrà ci spiega, che entrambi (Pollock e Antonello) prendono il “vero” (le cose nel proprio manifestarsi) come base di partenza, “trasfigurandolo”, nel tentativo di andare a cogliere il senso essenziale del “reale”, celato sotto il velo del suo “apparire”.
Carrà ci fa capire come fra la caducità “trascorrente”, mutevole delle cose, e la intravista, intuita, fondatezza di un “essere” immutabile ed eterno, si frapponga il termometro esistenziale della sensibilità umana.
Con Carrà ho capito dunque ancor meglio come la pittura tenda a cogliere “…L'immagine trascendente delle cose…” (pag. 126).
La pittura non è riproduzione pedissequa e nemmeno fuga dal reale: “…La pittura crea una cosa nuova, una nuova entità…” (pag. 151), cerca di cogliere “in essenza” il significato di raccordo che intercorre tra la dispersività frequentativa del “esistere”, e la fissità sintetizzante del “essere”. E non si potrebbe riassumere meglio il concetto, che con le parole di Leonardo, citate a pag. 223: “…La pittura è cosa mentale…”.
Grazie al testo di Carrà, mi sono addentrato meglio in quel filo di senso che tiene unite pittura, musica, matematica e geometria: tutte concorrono, con gli strumenti propri, alla ricerca di “…corrispondenze arcane…” (pag. 220).
Carrà mi ha spiegato poi molto sottilmente la strettissima parentela fra pittura e architettura. Fare architettura infatti altro non è che immettere “dosi di umano” nelle cose del mondo, medesima finalità del dipingere.
Leggendo la vita di Carrà, ho infine capito più precisamente perché taluni pittori a me molto cari, tra quelli che meglio hanno saputo trasmettermi il profondissimo senso conturbante del mistero nascosto nelle cose (Jan Vermeer, Giorgio Morandi, Edward Hopper, René Magritte, Giorgio de Chirico, Paul Klee, Mark Rothko), dipingevano innanzitutto la luce, nella quale è paradossalmente custodito l’invisibile.
E se tutto ciò non bastasse, la gioia di aver conosciuto un simile prezioso testo si sarebbe potuta condensare tutta in talune perle incontrate in corso di lettura, come la seguente citazione da una lettera indirizzata a Carlo Carrà dall'amico Dino Campana, fra le righe più belle mai vergate sulla carta da mente e mano umana in combutta fra di loro: “…Credi che è così dolce sentirsi una goccia d'acqua, una sola goccia ma che ha riflesso un momento i raggi del sole ed è tornata senza nome!...” (pag. 153).
lunedì 1 luglio 2019
The catcher of the flies
Ogni giorno compiamo piccole-grandi prodezze, del fisico e dell’animo.
Ma nessuno se ne accorge, nessuno le valorizza, oppure ci fa soltanto un piccolo applauso. Nessuno, tranne noi stessi, che ne siamo i soli coscienti spettatori e attori insieme.
E loro, le mini prodezze, se ne svaniscono gloriose nella pura inutilità, sfumando lontane lungo la smisurata prateria delle prodezze non riconosciute.
Stavo sparecchiando la tavola.
Una moschina molesta era posata sulla tovaglia.
Senza nemmeno pensare a cosa stavo facendo, mi lancio in un passo alla Rudolf Nureyev, e nel mentre che le sono quasi sopra, allungo con grande eleganza la mano sinistra, aprendola nel frattempo, con la delicatezza di Michael Jordan quando andava a posare a canestro la palla dopo aver veleggiato nell'aria una vita e mezzo intera, concentrata in tre secondi di volo sul parquet.
La mente sempre spenta, in un puro gesto e basta, sento un lieve vibrare di alette dentro la mano che si è serrata passando rasente al pelo della trama di stoffa della tovaglia.
Ma poteva anche trattarsi di un frullo illusorio.
Quando tenti la cattura di una mosca in questo modo, non sai mai se ci sei riuscito davvero, fino al momento in cui riapri le dita, e verifichi il suo rinnovato volo liberatorio.
Così ho fatto. Mi sono avvicinato alla finestra aperta, ho spalancato il pugno, e la mosca c’era davvero, viva e pronta per balzare di nuovo libera nell'aria di fuori.
Nessuno ha saputo nulla di quel mio piccolo gesto atletico. E anche se ora ho tentato di diminuirne un pizzico l’anonimato venendolo a raccontare qui, nemmeno voi ne sapete davvero qualcosa fino in fondo.
Perché ogni cosa che facciamo, proviamo, sentiamo, rimane una più o meno grande “privatezza” personale, racchiusa nella nostra esperienza, che sola ne conosce gli effettivi termini e confini di bellezza, completezza e significanza piena.
Ciascuno è un miracolo perfetto e disperato di incomunicabilità. E trascorriamo una vita intera, nel volitivo e sempre rinnovato sforzo di farlo sapere agli altri…
martedì 25 giugno 2019
Sentirsi il nulla di un tutto...
Per ogni minimale goccia di questa linfa di tempo che mi scorre dentro, stasera, un universo esplode lontano dentro diecimila altri universi, ed è ogni cosa un moltiplicarsi di infiniti assorbiti dentro ad altri infiniti, germoglianti l’uno nell'altro nella globale pastura vivificante dell’amore totale.
Niente ha senso e, ciascun dove, e ogni qual quando, risplendono limpidi, laddove la contraddizione sconfinata del tutto non è mai stata così chiara, perfetta, logicamente ineccepibile.
Abbracciamo la vastità del paradosso per aggrapparci al sentirci vivi, unico dato che conta ormai.
Entrando nel mondo, abbiamo pianto, originario marchio di fabbrica di una bramosia d’esistenza che continuamente ci respinge.
Anche.
Dolore e gioia sono così dannatamente appiccicati vicini, un velo talmente sottile, a separare la disperante euforia, dall’inabissarci a pupilla asciutta nelle densità della meraviglia.
Tienimi immerso in te, mia ancora dell’adesso…in questo momento, di questo tempo, sperduto nell’oceano dell’inafferrabile, sei tu sola capace di accendere un prezioso lumino sui marosi d’ogni “incomprendibile” cosa.
domenica 23 giugno 2019
The east is the best
Leggendo, studiando, ascoltando, curiosando, cercando di imparare, meditando, oziando fra mille pensieri, mi sono fatto nel tempo l’idea che esistono due vasti modi molto generali di concepire il mondo, la vita.
Quello occidentale (a noi più noto e familiare).
E quello orientale.
Secondo la tradizione occidentale, la realtà sarebbe questa nostra dimensione di appartenenza, dove regna l'impressione principale che “ci si possa sempre fare qualcosa”.
L'orientale invece ritiene che perlopiù della nostra realtà non si possa fare granché, ma bisogni lasciarla fluire, accomodandosi nelle sue pieghe in modo da adattare la nostra alle sue forme.
Sono nato in un contesto occidentale e dunque mi ritrovo ampiamente immerso nella nostra grande visione del tutto.
Fin da piccolo mi è stato insegnato che le cose “si ottengono”, si realizzano, gli scopi si raggiungono.
Causa ed effetto: si parte dall’intenzione di ottenere un risultato, si mette in pratica il comportamento più adatto, e si arriva allo scopo desiderato.
Questo me lo hanno insegnato a casa, a scuola, nella nostra società, me l'hanno insegnato gli uomini, insomma.
La vita mi ha insegnato invece che molto spesso non funziona così.
La realtà è un flusso che va per conto suo: contempla forse la presenza di questo strano suo componente chiamato uomo, umanità. Ma “nell’economia generale” degli accadimenti, l’uomo rimane pur sempre un dettaglio.
Di questo l’uomo deve tener conto: le cose molto spesso non vanno come lui vuole.
Vanno come vuole “il reale”.
Con questo, non s'intende che ci si debba allora abbandonare a un ottuso fatalismo, al “sia quel che sia” più menefreghistico e irresponsabile.
Molto più articolatamente, il punto di vista orientale ci suggerisce un atteggiamento più sottile, esemplificabile con un’immagine.
Diciamo così: da occidentali siamo abituati a considerare la vita come un discorso da pronunciare.
La visione orientale ci invita invece a trattare la vita, il mondo, la realtà, l’essenza del vero, come un discorso da ascoltare.
Pensateci un attimo, e mi saprete dire…
sabato 15 giugno 2019
Due pensieri, ascoltando "Ask" degli Smiths
Fra le rock-band “della vita”, gli Smiths occupano senza dubbio un posto altissimo nel mio cuore.
L’anima musicale degli Smiths per me si esprime nel particolare “punk da secchioni” che hanno saputo creare.
Nelle loro canzoni energetiche, disincantate, ironiche, enigmatiche, malinconiche, rapide, “melodecadenti”, ci ho sempre letto principalmente questa piccola confidenza: la rivoluzione non si fa “cioccando” (sbattendo) i piatti, ma si può tentare di farla volendo bene all'anormalità (roba da intellettuali un po' problematici, insomma …il che indubbiamente mi ricorda qualcuno…).
“Ask” (1986) non sarà la canzone migliore degli Smiths, ma forse la più nota e rappresentativa sì. E anche quella che è arrivata a un pubblico più vasto.
Nei testi degli Smiths, mi hanno sempre affascinato certe affermazioni stravaganti che nell’economia suggestiva della canzone, sull’onda dell’entusiasmo melodico, ti senti di accettare come verità rivelate.
Fra una nota e l'altra, ti sparano spesso lì una sentenza che ti stende. E a te non rimane altro da fare che crederci.
In “Ask”, ci sono tre o quattro passaggi di questo tipo, che mi fanno sbiellare di bellezza poetica.
Si inizia subito nella prima frase: “…Shyness is nice, and Shyness can stop you / From doing all the things in life / You'd like to…”. Che vuol dire: la timidezza è carina, e la timidezza ti può frenare dal fare tutte le cose che nella vita vorresti fare.
Il verso si ripete quasi identico poco dopo, solo che al posto di “shyness” (timidezza), troviamo un termine più ricercato, “coyness” (ritrosia).
La timidezza e la ritrosia possono essere “carine” probabilmente solo nel mondo degli Smiths, e questo mi è sempre piaciuto un sacco.
Il cuore strambo della canzone sta però in un’altra frase, detta per inciso e buttata lì come fosse la cosa più scontata del mondo: “…Spending warm summer days indoors / Writing frightening verse / To a buck-toothed girl in Luxembourg…”. Che vuol dire: spendere (trascorrere) calde giornate estive in casa, scrivendo versi terrificanti a una ragazza dai denti di cerbiatto in Lussemburgo.
Qui si esprime al massimo fulgore l’essenza nerd di Morrisey (che solo i suoi sanno ormai si chiamasse anche Steven), carismatico e istrionico cantante e paroliere della band.
Da adolescente asociale quale fu, Morrisey aveva fatto dello stare in casa un’arte, ma si dilettava a intrattenere una fitta corrispondenza con tanti amici sparsi nel mondo (anche tutto ciò mi ricorda qualcuno…).
Al di là del riferimento biografico spicciolo, la frase buttata lì come se niente fosse, per me è fantastica: passare (sprecare?) giorni caldi d’estate a scrivere versi paurosi a una ragazza dentona in Lussemburgo…
Sono parole semplicissime, ma esprimono un concentrato di diversità adolescenziale densissima.
La sequenza delle perle si completa poi con pregiati assaggi di saggezza surreale: “…Because if it's not love / Then it's the bomb […] / The bomb that will bring us together…”. Che vuol dire: perché, se non è amore, allora è la bomba che ci porterà insieme (ci farà incontrare).
Tra l’amore è una bomba, cosa cambia? Entrambe le cose ci stravolgono, e dopo il loro passaggio, nulla sarà mai più lo stesso.
E infine: “…Nature is a language, can't you read?...”: la natura è un linguaggio, riesci a leggerla?
Chi molto rimugina, si abitua a confrontarsi con ogni aspetto del mondo come se lo stesse leggendo: altra nota di merito per entrare a pieno titolo nell’universo sotto-sopra degli “strani”.
Insomma, gli Smiths, e “Ask” in particolare, non potrei non sentirli così fortemente “miei”, perché mi ricordano troppo qualcuno, e quel qualcuno è qua, ogni momento dentro di me.
lunedì 10 giugno 2019
Che cosa ho imparato rampando con propensione letteraria da barone calviniano, su di un ciliegione fragile dispensatore di sparuti frutti, mentre venivo a mia volta colto nel bel mezzo di una spasmodica tendenza all’intitolazione Lina-Wertmülleriana del vivere
Ho un ciliegione piccolo. Ha il tronco esile, si sviluppa più in verticale che in orizzontale.
È fragile, un po' malaticcio, ma si ostina a dire la sua nel discorso faunistico universale.
Se le sue parole migliori sono le ciliegie, dopo qualche stagione taciturna, con poche sillabe smozzicate a stento, quest'anno si è espresso in una discreta chiacchierata.
Sono ragionamenti alti però, si fatica a posarci la scala, dove le frasi più eleganti, succose, rosse e mature, vengono pronunciate.
I rami secondari, dopo una prima biforcazione bassa abbastanza robusta, si frangono in steli inconsistenti, sparati all’insù e incapaci di reggere il peso dell’aspirante raccoglitore.
Là, stanno le ciliegie cariche di maggiore desiderabilità, sui rami sottili, lontani e inavvicinabili.
Rimane solo la via della scalata a ramo nudo, senza l’ausilio di nessun genere di pioli.
Per arrampicarsi “a corteccia” su una pianta, bisogna farci conoscenza.
I primi movimenti devono essere lenti ed esplorativi, serve capire dove si possono e dove non si possono posare i piedi.
Molto importante poi fissare i riferimenti ai quali ci si possa appigliare con le mani: presto, si comprende infatti come, per salire, sia necessaria la cooperazione di tutto il corpo.
Se le ginocchia, le anche o il sedere hanno un appoggio di passaggio, è tanto di guadagnato per l’equilibrio.
E non voglio esagerare in poeticismo ritrito romanticheggiante di bassa lega melensa, ma addirittura, dopo un po' che si sta lassù, ci si rende conto di essere diventati una propaggine dell’albero: ci si sente in continuazione diramante con lui, le braccia, le gambe, le dita, tutto una conseguenza di corteccia e foglie.
Così, un appoggio che porterebbe più su, valutato rischioso in un primo momento, diventa accessibile, compiendo sequenze di movimenti misurate e imparate in quella prima fase di studio.
Allora anche le ciliegie più in vetta, quelle che a un primo sguardo erano sembrate relegate a quote inespugnabili, ce le ritroviamo a portata di mano, e scivolano nel cestino con notevole soddisfazione.
Non bisogna tuttavia cadere nell’ebbrezza del trionfo: rimarranno sempre ciuffetti rosso-verdeggianti impervi e assolutamente inconquistabili, se non a rischio della grave eventualità di franare rovinosamente a terra.
È necessario dunque capire anche quali ciliegie dovremo per forza abbandonare: rimarranno per noi solo un bel ricordo di desiderio. Senza rimpianto, perché l’aver desiderato è cosa nobile di per sé, che si sia conseguito o no l’obiettivo.
È stato così che, mentre il cestino piano piano, ma inesorabilmente si riempiva, mi ha attraversato la mente una piccola folgorazione: che la vita è una pianta fragile ma ostinata di ciliegioni.
Ancor più preoccupante, ho pensato che se ormai non riesco più a fare la benché minima azione quotidiana, senza poi “scriverci dietro” (*dialettismo) un mezzo poema, la situazione dev'essere davvero grave.
Sono definitivamente afflitto da “scrivania acuta”, con le complicazioni aggiunte di un intenso “metaforismo” che rischia in continuazione di esplodere in eccessi di smodato abuso allegorico.
Ho la mente tramutata in apparato scrivente permanente.
Ma finché porto a casa, oltre a tante parole, anche un cestino di ciliegie, direi che il bilancio si può considerare in pareggio.
Il raggio verde
Non so nemmeno perché scrivo le seguenti righe, talmente contorte che le capirò, forse, solamente io. Eppure, mi sentivo di scriverle.
Le persone, il più delle volte, le incontri sulla superficie del loro “esistere”.
Ne nascono anche scambi cordiali, c'è stima reciproca magari, piacevolezza del vedersi, parlare, scherzare forse.
Ma non si scatena mai “l’andare oltre”, non se ne sente la necessità: l’involucro esterno di quelle persone è tutto ciò che interessa vagamente sapere, riguardo a loro.
S’incontra poi la luminosa miracolosità di un “raggio verde”.
(Prendo a prestito l'immagine del fenomeno ottico naturale da cui deriva il titolo di un romanzo minore di Jules Vernes, poetizzata poi nel languido film di Eric Rohmer: "Il raggio verde”, appunto. La reinterpreto tuttavia per tratteggiare i termini qualificativi di certe persone speciali).
Un “raggio verde” è una persona che ti viene incontro direttamente col profondo del suo essere.
Ti si mostra fin da subito come essenza inafferrabile da cui ti senti come risucchiare dentro.
La persona, sul cui “esistere” scivoli tangenzialmente di sfuggita, potremmo allora ribattezzarla “raggio giallo”.
Mentre il “raggio verde” è puro “essere” che ti calamita, promessa di bellezze alle quali senti di tenere tantissimo.
È il lato oscuro della propria luna interiore, perché riesce a far emergere aspetti del proprio intimo che non si credeva di possedere, oppure si presumeva fossero occultati nel buio di territori non di nostra competenza.
L'incontro con un “raggio verde” è anche oneroso, perché assorbe forti dosi di risorse emotive: svuota, illanguidisce, macera in eroici sapori di dubbio, esaltazione, donchisciottismo utopico.
Un “raggio verde” ti spalanca porte sull’immenso, fa viaggiare a velocità dell’animo talmente elevate da sentirsi continuamente sorpassati dal desiderio di volerne sapere sempre di più riguardo alla sua luminosità.
Un “raggio verde”, col solo fatto di esserci nel mondo, e di averlo incrociato lungo i sentieri del vivere, ti prende per mano e ti accompagna fino ai confini del non dicibile.
E adesso che ho scritto, senza nemmeno sapere io bene cosa, vi auguro di incontrare almeno una volta un “raggio verde”.
Oppure, di essere a vostra volta un “raggio verde” per qualcuno.
Solo così, magari, se vi tornerà alla mente il guazzabuglio di questo mio scritto, ne coglierete forse il senso, sussurrando fra voi e voi: “…Però, al gh’ava ragióŋ, cùl siucàt là!...” (però, aveva ragione quello sciocco!).
sabato 8 giugno 2019
Quattordici secondi diversamente reali
(…Ovvero: quando in un rimpallo di sguardi, passano ottomila-quattrocento-ventitré interrogativi, poi risolti nella sventagliata fulminea di uno sbuffo surreale…)
Due passi serali in centro con gli amici.
Il grande prato urbano sfila sulla destra, stranamente recintato con delle alte reti da cantiere.
Oltre, si vede ogni cosa, ma nessuno può accedere all'erbetta, un po' spelacchiata per l’occasione, e normalmente disponibile a ospitare il placido calpestio di passanti, turisti, perditempo, gitanti urbani, cultori del picnic a mani vuote, varie ed eventuali altre tipologie di avventori spiccioli.
Nella radura verde-terra deserta, spicca come una mosca nel latte la felicità di un cagnetto nero, solo, là nel mezzo.
È la contentezza fatta cane, “scoriatta” (scorrazza), si cappotta, lancia la pancia alle stelle, riparte a razzo, frena, sgomma, traccheggia di gioia, come l’ergastolano che ha trovato aperto l’uscio della cella con tanto di chiavi nella toppa.
Fa tutto questo nel giro di due attimi, lo stesso tempo che quasi subito impieghiamo a domandarci cosa ci faccia un cane apparentemente abbandonato a quell’ora nel mezzo della città.
Intanto i nostri passi non si erano interrotti, ci portano oltre, mentre lo sguardo si srotola sul primo angolo di palazzo utile, sul contorno del grande prato.
C'è un uomo, apparente in possesso delle sue piene facoltà mentali, che si acquatta spalle al muro contro l’edificio, in compagnia di un altro cane al guinzaglio.
Sbircia oltre l’angolo, proprio verso il prato, con gran fare furtivo; torna a nascondersi, risbircia allungando il collo con estrema cautela, nemmeno avesse l’FBI alle calcagna, più tre detective dell’Agenzia Pinkerton.
Lo scorgiamo, ci guardiamo due millisecondi, ha notato che l’abbiamo notato, l’imbarazzo è totale e reciproco.
Lui non vorrebbe esser stato colto nel pieno di quello strambo rituale, noi non vorremmo quasi guardarlo per quella forma di pietoso pudore che di solito induce a ripiegare lo sguardo di fronte alla follia conclamata.
Siamo intanto ormai alla sua altezza, sull'angolo del palazzo, e il gran “condensato equivocale” che gli si è accumulato dentro, da zero a cento in tre secondi netti, non può più essere contenuto.
L’uomo è colto allora dall’urgenza di scagionarsi da quella bizzarra imputazione di infermità mentale fattagli cadere indebitamente fra capo e collo come un beffardo destino.
In un de-gregoriano canto giustificante, con ulteriori occhiate piene di pathos, prima ci lancia il suo accorato e muto “…ma io non ci sto più, e i pazzi siete voi…”.
Poi ci fa: “…Ecco…mi nascondo per non farmi vedere dall’altro cane (quello libero e felice nel prato)…l’ho mollato un attimo, ma se mi vede, non torna…se invece pensa che me ne sono andato, mi cerca per rientrare a casa…”.
Stupore nostro, divertimento e meraviglia, tutti in un colpo solo. E senso di sollievo.
Per aver scoperto che non c’era un cane abbandonato in città.
Tutt'altro: c’era invece in giro “solamente” un cagnetto felice, affidato alle cure di un padrone tanto sensibile e fantasioso nel proprio essere, da piombare involontariamente in buffissime situazioni da cabaret dell’assurdo.
Al punto che, dal selciato ancora caldo di sole di giugno, sul proseguir di passeggiata, ci è poi sembrato di sentir salire in uno strascico melodico, la voce del poeta: “…e Lili Marlèn, bella più che mai, sorride e non ti dice la sua età, ma tutto questo Alice non lo sa…”.
venerdì 7 giugno 2019
Sfumature egregie
Alby, una dolce pecorella ben lanosa e in salute, era impiegata nella ditta “Sonni lieti & Affini ronf.r.l.”.
Con diversi anni di servizio alle spalle (o alla coda), Alby aveva già provato un po' tutte le attività dei vari reparti in cui la ditta era specializzata.
Per un periodo era stata al “settore previsioni meteo”, ma lì si era scontrata con l'inconveniente delle maledizioni dei contadini, nel caso di mancate catinelle d’acqua, promesse in precedenza con belle apparecchiate di pecorelle nei cieli.
Si era fatta trasferire allora alla “divisione pecore nere”, con l’incarico di insinuarsi negli ambienti più svariati per portare sempre e ovunque un’eccezione negativa, certificata con marchio di fabbrica di prestigio.
Però anche quella era una mansione onerosa e usurante: a fine turno, non riusciva a scrollarsi di dosso i malumori e il malcontento distribuiti nell'ambiente di lavoro, e a lungo andare la faccenda finiva per pesare sull’animo a batuffolo di Alby (tra l’altro, il nero non le donava nemmeno tanto…).
Neanche nel reparto “capri espiatori” era andata granché: si facevano soltanto grosse scorpacciate di sensi di colpa, manie di persecuzione e complessi di inferiorità.
Così, Alby aveva chiesto al responsabile della “retro-divisione-posteriore kamasutra”, se ci fosse per caso un buco libero al “reparto pecorine”.
C’era.
Per un po' trascorse un periodo professionale di grandi soddisfazioni. Lavorava in ambienti molto eccitanti, con una clientela che si dimostrava spesso soddisfatta al di là, e al di qua, di ogni rosea aspettativa.
I guai non mancavano tuttavia nemmeno in questo particolare ambito operativo: si faceva della gran dietrologia, spesso si accampavano scuse di emicranie fittizie, le ansie da prestazione fioccavano e, quel ch’era peggio, s’incappava talvolta in sedicenti principi del foro, con la subdola mania di cambiare canale alla vigliacca su “Radiodue”.
Per Alby, si rese necessario allora un nuovo trasferimento. Alla fine le venne assegnato un incarico nel posto che forse sarebbe stato a lei più congeniale fin dal principio: il “reparto pecorelle da contare per prender sonno”.
C'è da dire che qui Alby si trovò subito molto bene. Lavorare coi numeri le piaceva, era bello perché a seconda della più o meno accentuata “durezza” del cliente nel pigliare sonno, ogni sera c'erano da trasportare tanti numeri diversi.
Considerando che la frenesia di vita moderna costringeva ormai tantissimi clienti a riconciliarsi col sonno solo dopo duemila o tremila pecorelle contate, la ditta non poteva in ogni caso impiegare tutti i dipendenti solo sul “reparto pecorelle” da sonno.
Si organizzavano allora piccole squadre ben affiatate di pecore da conta, che a turno sfilavano in rassegna davanti ai pensieri “pre-dormienti” dell'aspirante sognatore, ciascuna reggendo ad ogni giro un numero progressivo sempre più alto, sino a ottenimento dell’obbiettivo “ronfatorio”.
Alby, era ben lieta e fiera di fare le sue sfilate dinnanzi alle palpebre abbassate del cliente, portandosi dietro quei numeri per lei così significativi. Si accorse però che le colleghe non eseguivano il proprio compito con lo stesso spirito.
Pescavano con fare ripetitivo dal cestone dei numeri, senza badare tanto a cosa avevano tirato su, per loro un “236” valeva quanto un “721”, bastava solo si arrivasse a fine turno, col cliente ronfante, e del resto nulla importava.
Riguardo alla questione, una buona volta, in “pausa-brucata”, Alby si volle sfogare con le colleghe.
Prendendo in disparte le amiche più fidate, Ab Bacchia, Ke Babba e Gregoria Peck, Alby fece loro un piccolo discorso appassionato: “…Credo sia importante non dare semplicemente dei numeri alla persona che vogliamo far dormire…ogni numero in aggiunta all'elenco, dovrebbe essere invece il dono di un pizzico di esperienza in più, nell’avvicinamento al regno del sonno…chi sta per cadere nell’abbraccio dell’addormentamento, deve sentirsi come se stesse facendo l’amore coi numeri che gli portiamo…ad esempio, i numeri pari contengono la dualità, celano in sé il mistero del rapporto con l'altro; i multipli di tre riecheggiano invece il senso di relazione aperto ai più; i numeri primi sono preziose gemme impazzite; ciascun numero ha poi suoi colori e forme, l’8 è un grassoccio giocoso in giacca viola, il 6 verdeggia gentilezza sotto un ciuffo ribelle in tinta senape, il 5 emette luce giallissima nella sua tutina sexy attillata…coraggio allora: andiamo sulla soglia del sonno e conduciamoci gentilmente chi si affida a noi, non portandogli soltanto delle cifre, ma regalandogli una poesia numerica in grado di fargli sognare tutto quanto desidera sognare…”.
Così fecero.
Da quella volta, nel “reparto pecorelle da contare per prender sonno” della prestigiosa ditta “Sonni lieti & Affini ronf.r.l.”, un piccolo gruppo di ben armonizzate colleghe lavorano di gusto, facendo contenti anche tanti affezionati clienti di sogni.
E, quasi inutile dirlo, la dolce pecorella Alby, sempre ben lanosa e in ottima salute, non fece più domanda di nessun trasferimento.




















